Gogna mediatica garantita per le ragazze se l’accusa è di stupro

I media sul caso di Genovese arrestato con l’accusa di aver drogato e stuprato per venti ore una ragazza di 18 anni

Nadia Somma
Nadia Somma
Giornalista e Consigliera nel direttivo DiRe, già Presidente del centro antiviolenza Demetra. Ha pubblicato "Le parole giuste" (PresentARTsì)



Il 2020 e i primi mesi del 2021 sono stati difficili e drammatici non solo per la pandemia che ha travolto ogni aspetto della nostra vita con gravi ricadute sull’economia e sull’occupazione, soprattutto quella femminile, ma anche per gli effetti che il lockdown ha avuto sulle situazioni di maltrattamento e violenza, aumentandone la frequenza e la gravità e nello stesso tempo ostacolando le richieste di aiuto delle donne. I dati dell’ultimo report Istat rilevano che sempre più donne sono uccise nelle relazioni affettive. Se nel 2004 le donne venivano uccise in egual misura da estranei o partner,

negli ultimi anni c’è un impressionante aumento delle vittime nelle relazioni di intimità: Calano gli omicidi in generale ma restano costanti i femminicidi

In un contesto drammatico come questo, i media non sono capaci di raccontare correttamente il fenomeno delle violenze maschili che nel 2020, durante i due mesi di lockdown hanno avuto un picco. Resistono le narrazioni cariche di stereotipi, banalizzazioni, estetizzazioni che attenuano la responsabilità dei violenti e colpevolizzano le vittime. Diversi femminicidi e figlicidi, sono stati raccontati come “raptus”, “dramma di un padre separato”, “tragedia familiare” e gli assassini sono stati dipinti come bravi padri di famiglia, abbandonati da donne crudeli e prive di sentimento. Così è stato per Alberto Accastello, Claudio Baima Poma, Mario Bressi e Alessandro Pontin: uomini che hanno compiuto stragi familiari per vendetta contro la ex.

Alberto Genovese

Uno dei peggiori esempi di narrazione tossica, è stato il caso di Alberto Genovese, arrestato il 6 novembre 2020 con l’accusa di aver drogato e stuprato per venti ore una giovane donna. La sequenza brutale delle violenze è stata fissata in un video ripreso da una telecamera dell’appartamento vicino al Duomo di Milano dove Genovese organizzava feste sulla “Terrazza sentimento” e la droga veniva offerta a fiumi su vassoi a disposizione degli ospiti. Dopo l’arresto, almeno altre 4 donne hanno denunciato di aver subito stupri raccontando agli inquirenti di un modus operandi con il quale era stata coartata la loro volontà. Nella pubblicazione “Le parole giuste” (2017), osservavo come lo status socio economico di un uomo accusato di stupro, influenza la narrazione delle stampa.

Se l’aggressore è ricco e potente o ha uno status sociale superiore a quello delle vittime, queste subiranno gogna mediatica

Vittorio Feltri

e saranno colpevolizzate per le loro condotte di vita, per le loro frequentazioni, per la loro vita sessuale, ritenute non credibili e mosse da interessi economici o da desiderio di vendetta. Lo schema si è ripetuto anche con Alberto Genovese raccontato come “Un vulcano idee per ora spento” sul Sole24 ore, mentre le vittime venivano descritte come responsabili di quello che avevano subito sul quotidiano Libero sia da Vittorio Feltri con frasi tipo: “I cocainomani vanno evitati”, “Ingenua la ragazza”, “Nemmeno la cocaina giustifica tanto accanimento su una pas*era”; sia da Filippo Facci che ha rincarato la dose affermando: “Uno è uno stupro ma chi va al mulino di infarina”, “Cosa non vi hanno raccontato dei party horror”, ecc.

Massimo Giletti

Durante alcune puntate di “Non è l’Arena”, e più recentemente di “Quarto grado”, è stato dato ampio spazio al giudizio per le condotte delle donne che avevano denunciato Genovese: “sono escort”, “amavano drogarsi”, e questo a prescindere dalla veridicità o meno di questi fatti. Una comunicazione che ci ha fatto tornare alla memoria le parole del difensore degli imputati in “Processo per stupro”, il docufilm realizzato per la Rai da Loredana Rotondo, che stigmatizzava il comportamento della vittima, una ragazza di 17 anni che “se fosse stata vicina al focolare, tutto questo non sarebbe mai successo”.

Sono trascorsi 42 anni ma le viscere della società italiana non hanno ancora espulso la sottocultura che disprezza le donne e le colpevolizza per aver subìto lo stupro

Filippo Facci

Pregiudizi che sono stati rafforzati dalle dichiarazioni di opinionisti invitati solo per orientare l’opinione pubblica con i peggiori stereotipi. La stessa avvocata Bernardini de Pace è stata invitata in diverse trasmissioni televisive in cui ha chiarito che lo stupro si previene attraverso l’auto-protezione delle donne e che le vittime di Alberto Genovese avrebbero dovuto evitare di andare a feste dove circolava droga, mentre in realtà l’unica prevenzione, come spiegano la Convenzioni di Istanbul, la Cedaw e il Piano Nazionale Antiviolenza, si fa attraverso un cambiamento culturale che responsabilizza gli autori di violenza e sensibilizza l’opinione pubblica creando gli anticorpi sociali contro il femminicidio. Dai media italiani emerge ancora un potente pregiudizio sessista fondato su una sottocultura profondamente machista e misogina che vuole mettere a tacere le donne che svelano gli abusi di potere e le violenze maschili, soprattutto se a commetterle sono ricchi e potenti.

Siamo ancora molto lontane dalla forza delle donne americane che hanno ottenuto il sostegno di testate nazionali e internazionali, e la condanna di due intoccabili travolti dal movimento MeToo: Harvey Weinstein, l’ex produttore della Miramax Films condannato a 23 anni per lo stupro di due donne, e di Jeffrey Epstein, morto suicida in circostanze poco chiare nel Metropolitan Correctional Center di New York, mentre era in attesa di processo per aver violentato e molestato decide di ragazze minorenni.

 

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