femmicidio

Femminicidio e informazione: se è criminale non è amore

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Logo della trasmissione “Amore criminale” in onda su Raitre

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Qualche giorno fa la dottoressa Piera Serra della “Psychology and Psychotherapy Research Society” ha inviato una lettera alla Rai dove punto per punto chiarisce cosa non si dovrebbe fare per rispettare un’informazione corretta su femmicidio-femminicidio in Italia prendendo come esempio “negativo” il programma ad hoc “Amore criminale”, ed esponendo il suo studio in PRIMI ESITI DI UNO STUDIO RELATIVO AD ALCUNI POSSIBILI EFFETTI SUL PUBBLICO DI AMORE CRIMINALE, RAI 3 (da “State of Mind”) che in realtà può essere esteso alla maggior parte dell’informazione italiana su questo argomento. La dottoressa Serra, come premessa, scrive che “Amore Criminale” è una “trasmissione rivolta a prevenire le violenze sulle donne attraverso la documentazione della sofferenza delle vittime e delle loro famiglie, nonché attraverso la condanna morale del comportamento degli aggressori e la cronaca delle condanne inflitte”, e che malgrado ciò “potrebbe contenere elementi atti non solo a neutralizzare l’effetto benefico desiderato, ma addirittura, qualora lo spettatore sia un uomo che desidera uccidere la partner o l’ex-partner, esitare in effetti in qualche modo controproducenti”. Una premessa, quella della lettera, che già a priori spiega come non solo non sia sufficiente affrontare la violenza sulle donne con “buone intenzioni” ma che senza strumenti idonei ad affrontare un’informazione corretta sul problema, si rischi l’effetto contrario: un danno che può essere sintetizzato come rivittimizzazione mediatica (fatto ampiamente sostenuto da tempo su questo blog e altrove). Lo studio di Serra presenta, passo passo, tutti i punti messi sotto la lente della rivittimizzazione mediatica in “Amore criminale”, e prima di tutto sulle violenze mette in evidenza:

  1. La pretesa che esse furono dettate dalla passione amorosa;
  2. La loro spiegazione come esito di un momento di discontrollo o follia;
  3. L’interpretazione di tali discontrollo o follia come innescati da qualche comportamento della vittima. Nei filmati troviamo ripetutamente condannata la violenza ed espressa solidarietà alle vittime. Tuttavia, intercalati a questi contenuti e senza soluzione di continuità con essi, troviamo purtroppo anche parole e immagini che veicolano l’adesione a stereotipi culturali atti a validare le tre autogiustificazioni di cui sopra.

Inoltre si sottolinea “l’attribuzione all’autore di femmicidio di sentimenti di amore per la donna che uccide”, che “anche se il concetto che quando c’è violenza non c’è amore è spesso ribadito, amore e violenza sono associati nel titolo (“Amore Criminale”) e in diverse affermazioni della conduttrice” (che è un’attrice e non una giornalista o un’esperta), nella sigla (“Each man kills the thing he loves” – “Ogni uomo uccide la cosa che ama” di Jeanne Moreau), nell’immagine della trasmissione (un cuore rosso che si trasforma in un revolver e in un coltello), e che “le motivazioni degli aggressori vengono definite come volontà di possesso” anche se “viene regolarmente attribuita loro anche la gelosia”: malgrado si tratti di una volontà di controllo dell’uomo sulla donna che arriva fino ad azioni femminicida. Infine la presenza in “Amore criminale” della “facile definizione delle violenze come esito di discontrollo o follia”, quando “gli stati mentali di infermità o seminfermità mentale possono essere qualificati tali solo dopo complesse procedure psicodiagnostiche”.

Serra rintraccia inoltre il luogo comune della pericolosa “co-partecipazione delle vittime alla violenza”, la “definizione delle violenze dell’aggressore come un’interazione di coppia”, la “minimizzazione delle violenze, corollario dalla loro definizione come parte di un’interazione di coppia”, “l’idea che la spiegazione dei fatti sia da ricercarsi parimenti nella personalità della vittima e in quella dell’aggressore”, “la tesi che le vittime non si rendano conto della pericolosità dell’aggressore ed è per questo che non denunciano o non si allontanano”, “la tesi che le vittime restano con l’aggressore perché psicologicamente dipendenti” e che “che per evitare le violenze sia sufficiente coraggio e forza di volontà”. Ma quello che preoccupa la dottoressa è soprattutto l’autorevolezza morale della fonte delle informazioni in quanto “Amori Criminali” si presenta come “un’inchiesta giornalistica, genere da cui lo spettatore è abituato ad aspettarsi la rivelazione di fatti veri nonché un impegno sociale da parte degli autori”, e che sia trasmessa dalla Rai e in più anche in prima serata – preoccupazione che possiamo allargare anche a giornali e telegiornali nazionali e altri programmi televisivi che arrivano a milioni di fruitor*. Serra mette anche sul piatto la morbosità della trasmissione che, malgrado l’indignazione morale ricorrente nel programma, si concentra “pedissequamente su particolari che non hanno alcunché di rilevante” – ovvero particolari che non sono fondamentali alla notizia –  “l’omessa citazione dei documenti”, e “le scene di sangue, che si ripetono richiamate anche dal rosso nell’immagine in sovraimpressione”.

La dottoressa Serra, forse senza saperlo, analizzando “Amore criminale” stende quindi quelle che possono in teoria essere considerate le linee guida per una corretta informazione sulla violenza maschile contro le donne che molti reclamano – e che anche la Convenzione di Istanbul chiede – ma su cui molt* ancora improvvisano con decaloghi troppo spesso improvvisati e senza una solida base di sapere, in quanto sempre redatti – anche questi – sulla base dell’illusione che basti avere buone intenzioni o essere sensibili per affrontare la violenza sulle donne che, a oggi e in Italia, non ha ancora un sapere autorevole riconosciuto. Linee guida che non possono essere risolte neanche con obsoleti comitati di controllo volti a moralizzare la comunicazione mediatica – probabilmente inefficaci e controproducenti sui giornalisti – e che se devono essere redatti dovrebbero tenere conto di contributi specifici come questi. Che i punti declinati da questo studio siano adatti anche per tutta l’informazione italiana su tv, stampa e web – che per la maggior parte ancora ricalca gli stessi “errori” della trasmissione Rai producendo gli stessi danni –  è dimostrato dal fatto che si riferiscono ai maggiori stereotipi comuni basati su una cultura a cui gli stessi operatori e operatrici dell’informazione non sono immuni: una situazione che ancora una volta pone in evidenza la necessità di un cambiamento profondo che ponga i diritti delle donne – compreso il diritto a una vita libera dalla violenza maschile – come un argomento di seria A su cui non sia più possibile improvvisare con personale impreparato e con un approccio moralistico privo di reale efficacia.

Ma per un vero cambiamento di questa cultura che funzioni come prevenzione stessa alla violenza, non basta né lo studio della dottoressa Serra, né il decalogo di quello che si deve o non si deve fare, in quanto occorre un approccio integrato su più fronti – come indicato dalla Convenzione di Istanbul che oltre alle linee guida chiede anche politiche specifiche – che abbia come base un dialogo costruttivo, continuo e partecipativo della società civile delle donne con le istituzioni. In questa costruzione di una cultura “differente” non basta quindi concentrarsi su cosa si deve o non si deve fare, perché occorre una proposta positiva che si concentri, per quanto riguarda la cultura degli stereotipi, su due focus propulsori: l’informazione e l’istruzione. E per capire meglio come fare, propongo di seguito una parte dell’intervento fatto all’Ambasciata americana del 1 dicembre 2014 in un tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips) e presieduta dalla presidente della camera, Laura Boldrini, con la presenza di Ong italiane, centri antiviolenza, istituzioni ed espert*, insieme alla consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio, Giovanna Martelli, a pochi giorni dalla pubblicazione del Piano antiviolenza online su cui sarà possibile mandare obiezioni e suggerimenti dal 10 dicembre 2014 al 10 gennaio 2015, arco di tempo in cui si aprirà la consultazione pubblica per la definitiva approvazione del testo che avverrà a gennaio.


“Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”

Ambasciata americana 1 dicembre 2014

La violenza maschile sulle donne e alcuni punti strategici per un cambiamento culturale in Italia

Intervento di Luisa Betti

(…)

Tre punti per contrastare la violenza sulle donne

Se la violenza maschile contro le donne è una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi – rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale – per affrontare il cambiamento necessario, occorre un po’ di sano pragmatismo che avendo chiaro il problema, nella sua complessità, lo affronti. Ma in un Paese dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, ci vogliono ancora 81 anni per raggiungere una certa equità tra uomini e donne (l’Italia è al 69° posto nel Gender Gap) e in cui la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne, su cosa bisognerebbe puntare per attuare un vero cambiamento culturale? I nodi, secondo me sono tre: primo fra tutti una proficua e continua interlocuzione della società civile delle donne con le istituzioni che non sia una tantum ma un reale e serio scambio di saperi e punti di vista. Come, per esempio, suggerito da Feride Acar, componente CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e già CAHVIO (Committee on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence), l’efficacia della Convenzione di Istanbul se da una parte dipende da quanto le istituzioni saranno in grado di attuarla, dall’altra è legata a quanto la società civile sarà coinvolta in questo processo. Un principio, quello della partecipazione diretta della società civile delle donne all’applicazione di politiche di genere volte al contrasto sulla violenza, che è il perno del cambiamento culturale e senza il quale non è possibile se non con una imposizione dall’alto. Una trasformazione che, secondo me, parte da questa collaborazione e che per quanto riguarda il cambiamento culturale come prevenzione alla violenza si concentra su due centri propulsivi: l’istruzione e i media.

Media e informazione

Sui media si sono espressi sia la Convenzione di Istanbul che l’Onu. Nelle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013, vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Mentre nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Ma per quanto riguarda i media non basta, perché è necessario fare un discorso a parte sull’informazione giornalistica che, per sua natura e carattere, necessita di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto le informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un fenomeno e di quello che accade, e che sulla narrazione della violenza sulle donne può anche produrre gravi danni come la rivittimizzazione attraverso un’informazione scorretta proposta invece come oggettiva.

Dando uno sguardo d’insieme possiamo tracciare un iter preciso su cosa hanno fatto e fanno i giornali italiani riguardo la violenza sulle donne: da un totale disinteresse negli anni passati (eppure il fenomeno già c’era) quando il 25 novembre era una giornata come un’altra, alla descrizione morbosa e deviante che si risolve nel racconto horror di cronaca nera, fino alla iperesposizione della violenza con articoli “fotocopia” privi di un reale approfondimento e quindi sostanzialmente non sempre utili a una comprensione reale. Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2007) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche, ricalcando il solito background stereotipato e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse alcuni cliché sulle donne, trattate come prede o come tentatrici, cercando di porre un argomento da sempre relegato alla cronaca nera a un argomento con una sua dimensione specifica, evitando così di raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi e dando un giusto peso a quello che avveniva sulla pelle delle donne italiane. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi verso una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava senza competenze. Un pericolo perché lentamente il livello è sceso a favore di una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità e molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altre, soprattutto dalle donne. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. A dimostrazione che tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, c’è la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su questo. Una superficialità, in parte basata su una realtà che andremo a vedere, che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando enormi e gravi malintesi. Come quello sulla parola femminicidio che la sociologa Marcela Lagarde non ha definito come uxoricidio ma come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Errori e confusioni che oggi ci faranno avere su un dizionario della Zanichelli la dicitura errata di femminicidio che sarà indicata come uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”, in maniera del tutto errata.

Quindi se da una parte la sensibilizzazione e l’informazione sono aumentati portando a galla il problema – e questo è un fatto importante – dall’altra però è aumentata anche la banalizzazione e la spettacolarizzazione che poco ha a che vedere con la violenza sulle donne: una superficialità che fa oscillare l’informazione tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora raptus o delitto passionale – e quindi facendo leva su stereotipi culturali che minimizzano la gravità del reato insistendo sui profili psicologici dell’offender – e dall’altro un’informazione con articoli fotocopia (tutti uguali) ripresi da agenzie e senza una vera indagine che non approfondendo mantengono lo status quo. Le uniche eccezioni sono state le rubriche e i blog di alcune giornaliste che da tempo incoraggiano una narrazione differente, creando anche una vera e propria schizofrenia sulla stessa testata: pezzi fotocopia nel giornale ufficiale e pezzi di un certo spessore nei blog e nelle rubriche dove le giornaliste hanno una certa autonomia.

Ma cosa significa questo?

Prima di tutto che serve una formazione capillare dei giornalisti su temi che ancora non hanno il riconoscimento di un sapere autorevole. Un fatto fondamentale, la formazione ora obbligatoria anche per i giornalisti italiani, che serve per superare questa cultura della sottovalutazione della violenza, che poggiando sul pregiudizio della discriminazione di genere, devia anche la percezione dell’opinione pubblica sostenendo quegli stessi stereotipi che porta le donne a non essere credute in alcuni tribunali o in qualche caserma che rimanda la donna a casa perché si tratta di una semplice lite tra marito e moglie.

In secondo luogo che ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, non possono essere più considerati argomenti di serie B e perciò argomenti su cui tutti possono intervenire senza cognizione di causa.

In terzo luogo che se le direzioni dei giornali si avvalessero di alcune figure professionali da inserire direttamente nel tessuto del giornale formati sulla violenza e la discriminazione sulle donne, le cose cambierebbero, in quanto non basta essere “sensibili” ma bisogna conoscere le cose e bisogna essere preparati, studiare.

In conseguenza del secondo e terzo punto, c’è un quarto punto e cioè che gli articoli su femmicidio-femminicidio si spostino dalle interessanti rubriche e blog redatti da giornaliste che approfondiscono e evitano pezzi fotocopia o articoli morbosi, e che ormai si occupano del tema ritagliandosi delle “isole” a lato della testata, entrino invece a pieno titolo nella testata stessa e nelle prime pagine del giornale (senza essere relegate in fondo o con pezzi che occupano spazio minore).

Ma c’è un quinto elemento che non deve essere sottovalutato in questa partita ed è la presenza fisica delle donne nelle redazioni con ruoli di responsabilità e di comando e non solo perché sono giornaliste quelle che per lo più hanno promosso e continuano a promuovere sui loro blog una corretta informazione sulla violenza contro le donne, ma anche perché proprio la presenza delle donne in ruoli apicali dà un’altra valenza a questi stessi e danno una bella spallata alla discriminazione di genere. Donne che in Italia, ma anche nel resto del mondo, sono pochissime alla guida dei grandi giornali e che sono costrette a ritagliarsi delle “isole” al lato della testata, per poter sviluppare temi considerati di serie B per il loro direttore (secondo l’Osservatorio di Pavia, che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle redattrici italiane occupa posti di comando come direttrice, vicedirettrice, caporedattrice). Tanto che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una conclusione dedicata all’avanzamento delle donne ai livelli decisionali nei media, richiamando tutti gli Stati membri della Ue, le loro istituzioni e le aziende che operano nel settore dei media al rispetto degli obiettivi strategici di Pechino. Una presenza che deve essere incoraggiata a parità di merito rispetto agli uomini, sia nei media e nell’informazione, sia negli organi stessi di cui si dotano i giornalisti come appunto gli Ordini regionali e l’Ordine nazionale.

Istruzione e sapere

Per quanto riguarda l’istruzione, su cui gli Usa sono sicuramente molto più avanti in materia di studi di genere, in Italia sono ancora troppo pochi i master, corsi di laurea e le specializzazioni di chi vuole laurearsi in studi di genere e non c’è nessun master specifico consolidato sulla violenza maschile e sulla discriminazione delle donne. Una mancanza che fa rende difficile la costruzione di un sapere riconosciuto, che in Italia esiste oggi a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza, ma che non è considerato autorevole come sarebbe se avesse un vero riconoscimento accademico che deve partire dalle università. Occorrerebbe fornire quindi risorse per gli studenti e studentesse italiani per seguire i loro studi di genere in Europa e in Usa e nello stesso tempo attuare uno scambio tale da poter impiantare su quel modello corsi universitari anche qui da noi, e per tirar su una generazione di ricercatori a livello di dottorato che diminuirebbe l’isolamento degli insegnati italiani che potrebbero partecipare al dibattito globale che invece su questo è molto più sviluppato.

Una iniziativa che rafforzando i legami dei centri di ricerca di genere e varie università, dovrebbe coinvolgere accademici e ricercatori di rilievo con viaggi, conferenze, scambi di ricerca, per costruire un sapere che potrebbe mettere in campo una professionalità adeguata e precisa. E su questo gli Usa potrebbero giocare un ruolo determinante in quanto renderebbe anche più facile e strutturale l’avvio di una riforma profonda della scuole dove gli stereotipi devono essere sostituiti con un’educazione di genere per bambini e bambine, che abbia però alle spalle un sapere accademico e che non sia improvvisato da corsi paralleli fatti per supplire a un buco che è strutturale e non temporaneo, e che necessita di una formazione prima di tutto degli insegnanti e di uno stravolgimento dei libri di testo, che non può avvenire in maniera seria se non si parte dall’università e da uno spostamento di interesse sull’argomento che deve diventare da serie B a serie A. Un discorso che vale per i media, come per l’agenda politica, così come per il sapere e l’istruzione.

CONCLUSIONI

Nel caso italiano quindi la cera debolezza per un cambiamento culturale profondo che prevenga la violenza sulle donne, è data dall’assenza di ogni significativa struttura organizzativa che possa provvedere a raccordare questo percorso: un punto di incontro per un confronto reale di tutte le forze in campo, istituzionali e della società civile, al fine dell’attuazione delle politiche di contrasto alla violenza di genere. Un centro di raccordo che, guidato da esperti e figure di riferimento, potrebbe creare un ponte stabile tra le istituzioni e tutta la società civile delle donne sul contrasto alla violenza di genere, svolgendo al massimo il lavoro per l’attuazione di politiche efficaci sul territorio nazionale. Un raccordo che ha bisogno di un altro punto fondamentale, che è invece un’altra debolezza dell’Italia, ovvero di un reale confronto globale rispetto a discorsi analoghi fatti in altri paesi sia europei che extraeuropei per promuovere la partecipazione italiana in arene globali, discorsi che abbiano poi un peso anche in sede nazionale e istituzionale. A livello globale esiste infatti un movimento e una spinta verso la comprensione e la definizione del fenomeno della violenza sulle donne da contrastare, una spinta dove l’Italia, pur avendo una proficua elaborazione teorica, rimane ai margini. Scambio di idee, saperi, azioni politiche già attuate con successo, creerebbe un feedback stabile tra le diverse realtà, assicurando un dialogo stabile tra istituzioni e società civile senza rincorse. Un centro di raccordo che dovrebbe rapportarsi con tutte le strutture europee e con Paesi extraeuropei che offrono l’esperienza di un sapere avanzato sugli studi di genere, essenziali per poter avviare un confronto tra diverse realtà che sia un arricchimento ma anche per un’azione più concreta sul proprio territorio.

5 risposte »

  1. Purtroppo Amore Criminale che fondamentalmente è una buona trasmissione nelle ultime edizioni ha ecceduto nella morbosità e poi dopo la storia non ci sono più le interviste della conduttrice con un esperto che spiegava o commentava alcuni comportamenti e caratteristiche dell’aggressore o della vittima. I motivi del femminicidio sono ovviamente molteplici, ma uno di questi può essere l’abitudine familiare della vittima o dell’aggressore a un idea di uomo padrone che in alcuni casi viene portata avanti dall’uomo e accettata passivamente dalla donna.
    Il fatto inoltre di aggiungere i dialoghi e l’audio degli attori obbliga a eccedere e a volte sembra che recitino e poi la musica a volume alzato per le scene di drammaticità diventa obbligatoria..
    Invece nelle prime edizioni quando non c’era l’audio con le sole immagini e le espressioni meglio intervallate dalle interviste o dai racconti dei parenti della vittima, erano più efficaci e lasciavano il tempo di capire e percepire meglio l’evento, con la morbosità di certe rcostruzioni c’è subito il ribrezzo per l’evento e per il carnefice. In questi racconti dopo il delitto sarebbe utile citare i dettagli sul passato sia della vittima che del carnefice, o ipotizzare spiegazioni come plausibili e insieme all’esigenza di denunciare, dire anche qualcos’altro. Per esempio parlare del centro uomini maltrattanti istituito da poco dove è possibile portare uomini violenti nel tentativo di riabilitarli, o parlare delle idealizzazioni e aspettative che si fanno alcune donne (ma anche alcuni uomini prima del matrimonio) . Come percentuale è molto più alta quella dell’androcidio, e quindi è normale che si faccia un programma sul femminicidio, ma anche parlare dell’androcidio sia omosessuale che eterosessuale sarebbe un interessante approfondimento. Ricordo almeno una puntata di amore criminale dedicato ad un androcidio, mi pare quello di Angelo Niemen,. Si potrebbe anche parlare di femminicidi commessi da lesbiche che saranno un numero molto ridotto.-
    Si potrebbe analizzare il problema del possesso e degli uomini che vedono le donne come possesso.
    C’è poi il problema che tagliando i fondi alle forze dell’ordine ci sono meno carabinieri e poliziotti che possono intervenire per salvare donne in pericolo da mariti,e compagni ossessivi, e poi c’è la scelta non sempre facile di discernere e distinguere quale denuncia prendere sul serio perchè esistono vari stalker ,inseguitori ossessivi e talvlta compulsivi, ma tra le donne che denunciano su 5 3 dicono il vero e 2 dicono il falso e sono quella percentuale minoritaria che gioca sul fatto di essere donne e minacciano di denunciare uomini innocenti e si inventano violenze, facendo accuse e calunnie e per colpa di queste si perde tempo per salvare e proteggere le vere donne in difficoltà, quelle perseguitate e in pericolo di vita.
    Poi visto che molte di queste violenze avvengono dopo sposati ai futuri sposi altre ai corsi prematrimoniali che fanno le Chiese perchè non fare un lavoro di conoscienza e verificare che siano entrambi disposti ad ascoltarsi. A volte è l’uomo che rifiutandosi di ascoltare non sopporta il discorso sensato della donna e diventa violento, oppure la donna rifiutando di ascoltare scatena una violenta e ingiustificata reazione dell’uomo con esiti tragici.. Una cosa che vedevo che si verificava ra che vari uomini dopo aver ucciso la donna che avevano inseguito e tormentato e in alcuni casi picchiato fino allo sfinimento , si suicidavano loro, o tentavano il suicidio, come un carnefice disperato per la perdita della sua vittima da vessare.

  2. la violenza maschile può anche avvenire in seguito a un comportamento femminile ma questo non la giustifica. Ad esempio se lei lascia lui raccontarlo non è giustificare

    comunque meglio affidarsi a fiction vere e proprie

  3. BELLISSIMO L’ARTICOLO DELLA VIOLENZA NEL PARTO.Metterò nel mio blog con una tua foto.Certi articoli sono di una bellezza e chiarezza sorprendenti peccato che gli argomenti trattati – purtroppo – sono pezzi di una cruda realtà e di una continua incomprensione che pesa solo sulle donneUn forte abbraccio, amica miaGavina

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