Africa

L’Unione Africana diventa donna (2012)

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AZIONE – 06/ago/2012

Luisa Betti

Con l’elezione di Nkosazana Dlamini-Zuma alla presidenza dell’UA il ruolo femminile assume una maggiore visibilità e importanza nella politica del Continente nero.

È l’attuale ministra degli interni sudafricana e si chiama Nkosazana Dlamini-Zuma, e da metà luglio è anche la prima donna a guidare l’Unione Africana (UA), l’organizzazione intergovernativa che comprende buona parte del continente (eccetto il Marocco), che l’ha eletta il 15 luglio ad Addis Abeba (Etiopia) preferendo lei al suo predecessore e avversario, il gabonese Jean Ping, con una maggioranza di 39 voti su 51. Un successo per tutte le donne, arrivato quando l’UA – organizzazione nata ufficialmente nel 2002 per la promozione di pace, sicurezza, stabilità e sviluppo sostenibile dell’Africa – sembrava in una situazione di stallo in quanto a gennaio nessuno dei due candidati aveva ottenuto la maggioranza necessaria per essere eletto. Una grave incertezza che avrebbe potuto indebolire l’Unione, come confermato dal beninese Thomas Boni Yayi, presidente di turno dell’UA, che alla vigilia del voto aveva dichiarato: «Non possiamo fallire. Questa situazione non può continuare poiché comprometterebbe ulteriormente il funzionamento della Commissione e nuocere all’immagine e alla credibilità dell’Unione». Ex capo della diplomazia sudafricana ed ex moglie del Presidente Jacob Zuma, Nkosazana Dlamini-Zuma ha 63 anni, è di etnia zulù, proviene da una famiglia di otto figli ed è originaria della provincia del Natal in Sudafrica. Il suo curriculum parla per lei: dopo gli studi di zoologia e botanica all’Università di Zululand, frequenta la facoltà di medicina all’Università del Natal, e ancora giovanissima aderisce all’African National Congress (ANC), il partito fondato contro l’apartheid in Sudafrica. Costretta all’esilio, e dopo gli studi di medicina all’Università di Bristol, in Inghilterra, esercita la professione di medico nello Swaziland, dove conosce l’ex marito, Jacob Zuma – attuale presidente dell’ANC e dal 2009 presidente del Sudafrica – con cui ha 4 figli e da cui divorzia nel 1998. Dlamini-Zuma ha alle spalle una lunga carriera politica: nominata Ministra della salute nel ‘94 dal governo di Nelson Mandela, alle prime elezioni libere, ha posto fine alla segregazione razziale negli ospedali, ha avviato l’assistenza sanitaria pubblica, ha vietato il fumo nei luoghi pubblici, ma è stata anche Ministro degli esteri e Ministro degli interni.

Il primo a fare le sue congratulazioni alla neo presidente e a esultare per la sua elezione, è stato l’ex marito Zuma che ha esclamato: «L’Africa ha vinto!», aggiungendo che questa elezione «significa molto per l’Africa, per tutto il continente, per l’unità, e per l’affermazione delle donne è molto importante». E anche se la gioia di vedere una donna eletta è scoppiata nell’esultazione di una delegata dello Zimbabwe che ha spontaneamente gridato: «Ce l’abbiamo fatta! Ce l’abbiamo fatta!», non tutti sono stati contenti di questa scelta. In realtà Diamini-Zuma è stata appoggiata dai paesi anglofoni, contro i paesi francofoni che hanno sostenuto Ping, e se l’elezione della «Lady di ferro di Pretoria», come qualcuno l’ha soprannominata, è rivoluzionaria perché rappresenta la rottura della tradizione maschilista dell’organizzazione africana, è anche vero che per la prima volta è stata trasgredita la consuetudine, sostenuta dalle precedenti presidenze, di affidare la guida della UA a paesi più piccoli e meno influenti. «Possiamo parlare di vittoria dell’Africa, perché abbiamo sbloccato la situazione – ha detto il viceministro degli esteri keniota, Richard Onyonka, che ha sostenuto Ping – ma per noi è una vittoria agrodolce, perché questa elezione ha creato una profonda divisione all’interno dell’Ua e non era necessaria». Onyonka ha chiarito che sebbene il Sudafrica avesse diritto a presentare un candidato «ci sono state troppe intimidazioni, braccio di ferro e minacce da parte di Pretoria per garantire la vittoria di Dlamini-Zuma» e che quindi «ci vorrà del tempo per guarire le divisioni e misurare le conseguenze» dell’elezione della ministra sudafricana. Per il «Daily Maverick», il Sudafrica ha superato l’opposizione di Kenya, Nigeria ed Etiopia grazie alla sua influenza politica, ma questa scelta ha fatto storcere la bocca in modo particolare anche alla Nigeria, in gara con il Sudafrica – che è già nel G20 e nel gruppo dei Brics (Potenze economiche emergenti) – per la possibilità di un posto permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite esteso ai Paesi emergenti.

Nkosazana Dlamini-Zuma è però una donna brillante e una politica di lungo corso, consapevole di quello fa: «La mia elezione non deve essere vista come una vittoria personale ma come una vittoria per l’intero continente» ha detto nella veste di nuova presidente, «e continueremo a lavorare in modo da costruire consenso». Il suo obiettivo è infatti quello di dare una maggiore unità al continente anche se, per farlo diventare un soggetto politico ed economico più forte, la realtà e i nodi che sarà costretta ad affrontare, soprattutto dopo il silenzio dell’Unione di fronte alla Primavera araba e alla caduta di Gheddafi in Libia, sono molto pesanti e difficili. Focolai di guerra e conflitti aperti sono attualmente in corso in diversi Stati dell’Africa: in modo particolare in Mali, dopo il colpo di Stato di marzo dei militari guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo; nella Repubblica democratica del Congo, dove il gruppo di ex combattenti Tutsi M23 continuano a portare terrore; e in Sud Sudan, ormai stremato dal conflitto con il Sudan da cui si è reso indipendente un anno fa; e a ciò si aggiunga che la grave crisi nel Sahel sta producendo quasi venti milioni di persone che soffrono la fame, e che in Ciad, Gambia, Mauritania, Niger, Senegal, Somalia, la sopravvivenza è messa a repentaglio ogni giorno, ogni momento.
Solo poche settimane fa alcuni membri del gruppo jihadista Ansar Dine, che controlla il nord del Mali con le milizie del MLNA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad), hanno distrutto il mausoleo di Sidi Mahmoud, uno dei 16 santuari di Timbuctu inclusi dall’UNESCO nella lista dei patrimoni dell’umanità in pericolo.

Nella Repubblica Democratica del Congo, centinaia di soldati del generale Bosco Ntaganda – un Tutsi chiamato Terminator e ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità – sta seminando terrore e morte nel territorio di Ruthsuru, al confine con Uganda e Ruanda, mettendo in difficoltà le forze congolesi e le truppe delle Nazioni Unite (Monusco), ma mettendo in fuga anche i gorilla che vivono nel parco Virunga che insieme a uomini, donne e bambini, sono costretti a fuggire.
In Sud Sudan – dove decine di migliaia di persone fuggono dal conflitto col Sudan cercando aiuto nei campi per i rifugiati – Chiara Burzio, infermiera di «Medici Senza Frontiere» nel campo di Jamam, racconta che «Entrando nel campo si cominciano a vedere persone sparse, poi all’improvviso ti trovi di fronte a un mare di gente, la maggior parte seduta, al riparo sotto pezzi di plastica. Non ho mai visto niente di simile. Molti sono disidratati. Tutti sembrano malati ed esausti. Diversi sono appena arrivati dopo aver camminato per 30 chilometri o più a piedi. Offrire loro dell’acqua, e vedere quanto bevono velocemente, è qualcosa che ti tocca profondamente».
L’Unione, durante l’incontro di luglio, ha chiesto le dimissioni della giunta militare in Mali con l’insediamento di un governo di unità nazionale affinché si facciano nuove elezioni e si contrasti la secessione islamista, mentre 11 paesi africani hanno espresso la necessità di una forza internazionale contro i ribelli della Repubblica Democratica del Congo. Durante il summit, si sono incontrati anche Omar Bashir, presidente del Sudan, e Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, che hanno parlato per due ore riguardo al petrolio e a i confini, che sono le principali cause di contrasto tra i due Paesi.

E anche il presidente del Ruanda, Paul Kagame, e Joseph Kabila, Presidente della Repubblica Democratica del Congo, si sono confrontati – insieme ad altri rappresentanti della regione dei Grandi Laghi – per mettere nero su bianco un accordo in cui si chiede «l’immediata costituzione di una forza internazionale neutrale per sradicare gruppi di ribelli M23, delle FDLR e di tutte le altre forze negative».
Infine, entro il 2017, in Africa sarà costituita una zona di libero scambio continentale (CFTA) con la rimozione delle barriere tariffarie, la creazione di infrastrutture per il commercio – quindi trasporto, energia, tecnologia dell’informazione e comunicazione – e sono previsti anche piani per lo sviluppo di infrastrutture che entro il 2040 potranno aumentare la produzione idroelettrica, sviluppare una vasta rete di strade, rotaie e linee elettriche.
In questo caso però come pianificare lo sviluppo di un continente perennemente attraversato da guerre e conflitti cruenti nonché da carestie ricorrenti? Ora, anche se la decisione dell’UA di estendere la giurisdizione della Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli ai casi criminali – come il genocidio e i crimini di guerra – è stata rimandata, il compito di incoraggiare la «pacificazione» all’interno del continente africano spetta a Dlamini-Zuma che dovrà coordinare l’azione dell’Unione per risolvere i problemi nazionali nel continente: un compito arduo che sarà l’occasione per dimostrare come una donna, di fronte a grandi sfide, può fare la differenza.
L’istituzione, nata per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile, ha davanti a sé un lavoro difficile.

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