Diritti Umani

Pas? no, mobbing genitoriale

Quella che si è scatenata dal momento in cui alcune giornaliste e avvocate hanno “osato” fare delle osservazioni sui disegni di legge presentati al Senato sulle modifiche dell’affido condiviso (legge 54/2006) – anche oggi in discussione alla Commissione Giustizia fino alla presentazione degli emendamenti al ddl 957 che saranno discussi il 9 luglio – è diventata una guerra mediatica con reazioni a volte violente e fuori da ogni controllo. Una violenza della parola che, al di là degli argomenti su cui si può sempre discutere anche con toni accesi, è stata volutamente non velata ma farcita di offese, minacce, intimidazioni anche personali, nella ricerca di inquadrare e restringere queste critiche a un pulpito di “attempate femministe” (anche quando sono giovani e non vetero) su cui sembra lecito scagliarsi*. Un pulpito confuso evidentemente con quello che invece è la difesa di un diritto: sia quello di poter mettere in discussione una proposta di legge (dovremmo essere ancora in democrazia), sia il diritto a difendere chi, con queste modifiche, potrebbe ritrovarsi in serio pericolo. D’altra parte, e fortunatamente, bisogna anche riconoscere che invece altri hanno optato per un dialogo, auspiachiamo proficuo, con un’apertura di spazi di confronto tra chi la pensa diversamente che è sempre un segno di civiltà e di umanità, in quanto i problemi si possono risolvere con una seria collaborazione per il raggiungimento del miglior risultato per tutti e tutte. Quello che, infatti, è stato messo in luce sui disegni di legge per la modifica della 54/2006, non riguarda la bigenitorialità che è, appunto, un’opportunità sia per il minore che per le madri che fino a oggi hanno cresciuto i loro figli in solitudine e con grandi sforzi e sacrifici, ma il fatto che in questo “calderone” (i ddl in realtà sono cinque) non siano previste norme adeguate nel momento in cui vi siano violenza domestica e/o violenza assistita (ovviamente accertate e non presunte), e soprattutto sia introdotta una malattia non scientificamente provata come la PAS (Sindrome di alinenazione parentale), alla quale invece sembrerebbe più corretto riferirsi a quello che viene chiamato mobbing genitoriale che può avvenire da entrambi i genitori e che non è una malattia applicata al minore (che eventualemnte si trova in mezzo a due fuochi) ma appunto una volontà dell’adulto verso l’altro adulto che va valutata nella sua complessità e in un quadro generale di rapporti e dinamiche conflittuali intrafamiliari. Elvira Reale, che dirige il Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) ed è docente della Scuola di Specializzazione in Medicina del lavoro dell’Università Federico II di Napoli, mette in luce, in un intervento che pubblichiamo qui di seguito, cosa si intenda per mobbing genitoriale spiegando come il principio della bigenitorialità, per essere reale, non può essere slegato da quello che sono le pari opportunità tra uomo e donna in tutti i settori: nella politica, nella società, nel lavoro, così come anche nella famiglia.

– Avvertenza: questo intervento viene pubblicato per stimolare una riflessione più ampia, e non è né una provocazione per nessuno né un’accusa verso i padri (che a volte sono anche meglio delle madri). Si tratta di un esempio che aiuti tutti e tutte a valutare le varianti all’interno delle dinamiche intrafamiliari, per avere una visione reale dei pericoli che si corrono e quindi per aprire un confronto vero allo scopo di migliorare l’esistente.

 

PAS? no, mobbing genitoriale

di Evira Reale – direttrice del Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) e responsabile del Centro ascolto antiviolenza del Pronto soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli

“Nessuno nega il principio della bigenitorialità, come quello delle pari opportunità che vogliamo solo ricordare, per rispetto della storia, essere stato professato dai movimenti delle donne per equilibrare in tutti i settori – economici, politici e sociali – il loro diritto violato alla parità con gli uomini. Come donne conosciamo bene il disagio di chi conta meno o è valutato meno nel rapporto con le istituzioni, quindi siamo le prime a volere un diritto alla bigenitorilaità che sia finalmente diritto alla paternità responsabile e condivisione dei compiti domestici e di cura (gli uomini in Italia sono gli ultimi nella classifica europea in termini di ore prestate al lavoro domestico e di cura). Giova alle donne la condivisione e la bigenitorialità prima che agli uomini. Detto questo, siamo legittimate più degli uomini, a parlare di mobbing genitoriale o familiare – ma non certo della sindrome della PAS che è una vera invenzione non riconosciuta scientificamente – perché lo strumento principale su cui si fonda il mobbing, come d’altra parte quello lavorativo, è il detenere una posizione di potere con maggior potere economico, posizione che ancora oggi in questo contesto sociale è detenuta più dagli uomini, che non dalle donne. Ecco un esempio di mobbing genitoriale, che non ha niente a che vedere con la PAS ed i supposti criteri della sindrome, ma si fonda su elementi molto concreti e concretamente comprovabili da tutti.

«Per quanto riguarda la situazione attuale vi è da mettere l’accento sulle dinamiche gravemente disfunzionali e pregiudizievoli veicolate dalle condotte del padre. Questi da quando è andato via dalla casa familiare, (…) ha messo in atto nei confronti della moglie una strategia tesa a ridurla progressivamente nella condizione di una totale indigenza economica, non preoccupandosi minimamente di coinvolgere e danneggiare i figli in questa “vera e propria strategia bellica”, con la duplice finalità di indurre la donna, secondo quanto riferito dalla stessa, a ritirare le denunce fatte e ad attirare i figli a sé. La strategia appare vincente perché già un figlio è andato via dalla casa, diventata inospitale (senza gas, telefono, con un riduzione dell’energia elettrica, ecc.) con l’obiettivo di continuare a mantenere il tenore di vita a cui era prima abituato e che la madre, ridotta dal marito in totale ristrettezza economica, non può certo assicurare.

Le azioni in sintesi messe in atto a questo scopo sono state le seguenti:

–        la sig.ra si è vista sottratte tutte le risorse economiche dal conto bancario (circa 60.000 euro) rimanendo solo con 1.500 euro con cui ha vissuto fino ad oggi in gravi ristrettezze. A causa di ciò tutti i consumi che non riguardano i beni di primissima necessità sono stati tagliati, come le spese per i ragazzi ed oggi per il più piccolo: le spese per il cinema, le giostre, le feste l’andare al mac donald, ecc. Persino l’utilizzo della luce in casa è stata ridotta nonché quella del gas (è stato tolto l’allaccio al gas condominiale);

–         si è trovata nella condizione di dover far fronte al pagamento di tutte le utenze, bollette, affitto mensile di casa, senza aver entrate sufficiente per cui: ha pagato 2 bollette ENEL e le bollette della luce grazie all’aiuto del padre ed ha ricevuto dal proprietario un avviso verbale di sfratto di cui i figli sono venuti a conoscenza;

–        la sua abitazione è stata staccata dall’uso condominiale del gas per cui la sig.ra ha dovuto provvedere mettendo in casa una bombola di gas per cucinare che però non copre la produzione di acqua calda ad esempio per la doccia;

–        ha avuto una comunicazione dalla TELECOM che in seguito alle bollette non pagate le ha limitato l’uso del telefono di casa alla sola ricezione di chiamate.

La signora può sopravvivere oggi, perché ha aiuti esterni. La sig. ra (…) in questa difficile fase può infatti contare sull’aiuto materiale ed economico del padre e della sua rete amicale per espletare le funzioni minime di mantenimento, visto che non percepisce un mantenimento dall’ex-marito nonostante sia stato anche stabilito dal ricorso del Tribunale dei Minori di (…) in cui le parti sono state convocate per l’udienza avvenuta in data (…). In questo modo il marito, unico detentore di beni economici sta costringendo la famiglia, oggi ridotta alla moglie ed al figlio più piccolo, a precipitare sempre di più nella povertà, venendo meno ai suoi doveri giuridici di tutela ed ottenendo che i figli, prima il più grande – che ha resistito solo un mese con la madre – e poi il più piccolo, abbandonino la madre per questione di sopravvivenza economica. Il figlio maggiore, andando a stare con il padre, oggi può infatti essere accompagnato a scuola in auto, disporre di soldi, internet, uscire a cena fuori con il padre (…). Il figlio minore poi, che, nelle indicazioni del PM non doveva avere contatti con il padre, va frequentemente a casa del padre per soddisfare i suoi bisogni primari: fare la doccia, poter utilizzare il computer, avere le scarpe ed i beni di consumo che oggi la madre non può più garantire».

Infine come donne sappiamo molto bene, e lo sa bene anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come l’origine della violenza degli uomini sia nel dislivello di potere sociale ed economico tra i due sessi. Questa differenza di potere è quindi causa della peggiore delle violenze al mondo: la violenza intrafamiliare che è all’85% fatta dagli uomini sulle donne e solo per il 15 % dalle donne sugli uomini; ma con una piccola differenza: gli esiti della violenza maschile sono molto spesso più gravi e letali per le donne che non per gli uomini quando colpiti, in bassa percentuale, dalla violenza femminile. Tutto ciò per dire che se la violenza intrafamiliare è frequente, grave ed in prevalenza agita dagli uomini, non si può affermare il diritto alla bigenitorialità prima che non sia stata stabilito senza ombra di dubbio che quell’uomo non ha agito violenza sulla moglie o sulla partner, perché anche se avesse solo agito violenza sulla donna senza toccare i figli ugualmente non sarebbe un buon padre e non avrebbe diritto alla bigenitorialità perché gli esiti psichici del maltrattamento assistito sono gli stessi di quelli del maltrattamento diretto. Sarebbe da incoscienti se operatori sociali, sanitari e giudiziari nelle vertenze familiari non avessero sempre un occhio aperto sugli eventi di violenza familiare prima di affermare il diritto per tutti alla genitorialità, e ugualmente sarebbero incoscienti le istituzioni se sorde ai moniti della Comunità internazionale si rifugiassero in una qualsiasi sindrome inventata per considerare le parole delle donne sulla violenza e l’abuso intrafamiliare come prive di senso. Le donne muoiono nel mondo troppo spesso  di violenza intrafamiliare per mano di uomini e ogni Stato ha il dovere di proteggerle, come segnalato da tutta la Comunità  internazionale (due diligence). Di conseguenza gli Stati e le autorità giudiziarie  non possono tollerare  atteggiamenti pregiudizievoli nei confornti delle donne  che denunciano  la violenza (ancora troppo poche come  ci dicono gli Organismi internazionali: ONU ed OMS ); atteggiamenti che si trasformano spesso in ‘giudizi diagnostici’ di non sanità mentale e/o di sindrome di alienazione parentale oppure  ancora in vere e proprie calunnie come quella di organizzare complotti e false accuse senza alcuno scopo evidente se non quello (assolutamente incongruo o statisticamente del tutto irrilevante) di voler sottrarre al padre i figli. Nella mia attività in pronto soccorso di una cosa sono certa perchè testimone costante: le donne rischiano la loro vita molto spesso per stare con uomini violenti solo per l’idea di non togliere un padre ai figli“.

 *chiedo cortesemente ai commentatori e alle commentatrici di questo blog di contenere i toni ed esprimere le proprie idee con un linguaggio appropriato e quindi non offensivo né intimidatorio né tantomeno minaccioso. Qualsiasi sia l’opinione espressa, i commenti che useranno questo tipo di linguaggio (compreso l’uso delle maiuscole volte a indicare la voce “grossa”), non saranno pubblicati. Grazie

35 risposte »

  1. Leggendo l’articolo e i commenti – pregevoli quelli del Dr. Giordano – non posso fare a meno di notare che sul “poo Gardner” si stia abbattendo una montagna di spazzatura. Comodo diffamare uno studioso che non può più difendersi, ma il giochino fa acqua da tutte le parti. Per capire quanta ignoranza e pregiudizio domini il dibattito sulla “AS” (meglio chiamare così l’alienazione genitoriale. La parola “Sindrome” mi fa pensare che ci sia già pronta una casa farmaceutica con una bella medicina su cui speculare) basta ricorrere alla Storia. Ad esempio, il termine omosessualità è la traduzione italiana della parola tedesca Homosexualität (creata fondendo il termine greco omoios, che vuol dire “simile”, e il termine latino sexus, che vuol dire “sesso”), dalla quale poi sono derivate le traduzioni in tutte le altre lingue. Fu coniato nel 1869 dal letterato ungherese di lingua tedesca Karl-Maria Kertbeny che lo usò in un pamphlet anonimo contro l’introduzione da parte del Ministero della Giustizia prussiano di una legge per la punizione di atti sessuali fra due persone di sesso maschile. Sempre Kertbeny coniò i termini di Normalsexualität (“normosessualità”) e Doppelsexualität (“bisessualità”). Solo negli anni venti si farà strada il termine “eterosessuale” (dal greco “eteros”, cioè “differente”). Giacchè si parla – e si sparla – sempre più spesso del famigerato dr. Gardner, definendolo come qualcuno che abusava della professione medica, è bene precisare che Benkert non era un medico, né uno scienziato, bensì un letterato. Eppure oggi tutti noi usiamo i termini da lui coniati, e nessuno sa che egli era quello che oggi verrebbe chiamato “militante omosessuale”, ossia uno che si impegnava per i propri diritti, in un epoca in cui farlo comportava prendere certi rischi… Forse dovremmo imporre grottescamente nuovi termini perchè Benkert non aveva la laurea in medicina (o in psichiatria…), bensì scriveva romanzi e saggi ?

  2. Io non sarò un’esperta, ma leggo e mi informo prima di criticare qualcosa. C’è un’evidente contraddizione nel disegno di legge: introducendo una norma che di fatto toglie potere discrezionale al magistrato, come scrivono i suoi sostenitori nel sito http://www.dirittoeminori.com/ (l’affermazione del diritto soggettivo del minore ad un rapporto continuativo con entrambi i genitori toglie margini di discrezionalità e quindi in definitiva potere ai giudici), e contemporaneamente la PAS, che viene definita come grave abuso sui bambini. Non è evidente la contraddizione? Come pensano, i sostenitori della PAS e contemporaneamente del disegno di legge, di tutelare i minori dall’alienazione genitoriale se non allontanandoli dal genitore abusante? (come tra l’altro, prevede la terapia suggerita da Gardner stesso) E’ stato quando mi sono chiesta questo che ho cominciato a scavare più a fondo nella faccenda, e ho individuato quegli aspetti che la rendono molto più complessa e più fosca di ciò che appare.
    E ho notato un’altra cosa: da una parte i sotenitori di questo disegno di legge ripetono che non esiste qualcosa definibile col termine “violenza di genere” (“da anni i papà vengono attaccati in quanto uomini, vengono costruiti termini subdolamente sessisti come “violenza di genere” e “femminicidio”, vengono costruite statistiche totalmente false e calunniose -la violenza è la prima causa di morte per le donne- vengono riportate le calunnie contro i papà come se fossero condanne”), ma allo stesso tempo si proclama che esiste un movimento, il “nazifemminismo”, in cui delle donne sterebbero organizzando una sorta di guerra contro il genere maschile (“È ormai chiaro che dietro a questa campagna c’è il femminismo, che pretende di parlare a nome delle donne.”).
    Inoltre, si dimenticano di citare le affermazioni perturbanti del Dott. Gardner sulla pedofilia (“Gardner non ha mai scritto niente del genere”).
    Non c’è bisogno di essere esperti in qualcosa, basta possedere un minimo di logica per comprendere che in tutta questa storia c’è qualcosa che non torna.
    Poi mi sono accorta di un piccolo articolo in mezzo a questo guazzabuglio di tutto e del contrario di tutto: Una sentenza che susciterà diverse proteste quella appena firmata dalla Cassazione [1]: i giudici hanno confermato l’affidamento condiviso di un minore, a entrambi i genitori, nonostante il padre fosse inadempiente all’obbligo di versare le somme per il mantenimento del figlio. Nel caso di specie è stato considerato più importante lo “stretto legame affettivo” che si era instaurato tra genitore e figlio piuttosto che l’inottemperanza ai doveri.In generale, la legge stabilisce, come regola generale, l’affidamento del minore a entrambi i genitori (separati o divorziati), salvo che ciò comporti, per il figlio, un “grave pregiudizio”. La legge non dice cosa si debba considerare per “grave pregiudizio” e lascia il compito di individuare i casi concreti ai giudici. Così, in passato, la giurisprudenza aveva ritenuto che il mancato versamento degli alimenti potesse integrare un motivo valido e sufficiente – in quanto altamente pregiudizievole – per affidare il bambino in via esclusiva all’altro genitore. alimentari.http://www.dirittoeminori.com/pages/pedofemifilia/
    Io sono convinta che tutto ciò che si sta raccontando lo si sta raccontando solo per coprire la vera questione in ballo: l’assegno di mantenimento. Perché il ddl 957 questo fa, elimina l’assegno di mantenimento.
    La questione, come al solito, gira solo ed esclusivamente intorno ai soldi. E mi fa una gran tristezza. Fingere di parlare in nome dei bambini, per il bene dei bambini, quando in realtà è solo una questione di soldi.

  3. Veramente vergonosa la campagna diffamatoria contro Gardner, colpevole solo di aver difeso bambini da chi li ha coinvolti in false accuse di pedofilia.

    La reale posizione del prof. Gardner in merito alla pedofilia è quella che egli stesso ha scritto in The American Journal of Family Therapy, 3 (2002) 395: «considero la pedofilia un disturbo psichiatrico, un abominevole sfruttamento dei bambini. Non ho mai sostenuto un pedofilo/a nella sua domanda dell’affido primario. Siccome ho testimoniato per conto di imputati accusati falsamente, alcuni sostengono che io protegga i pedofili ed abbia simpatia per quello che fanno. Non c’è assolutamente nulla di nulla che io abbia mai detto o scritto a sostegno di questa assurda affermazione. Quando concludo in una causa che un padre accusato ha davvero tendenze pedofile, io propongo alla Corte di fornire protezione ai bambini».

    Al fine di diffamare Gardner alcuni soggetti tentano di spacciare per apologia delle pedofilia frasi di Gardner estratte decontestualizzandole da lavori in cui Gardner, in realtà, fornisce indicazioni terapeutiche su come uno psichiatra può operare per entrare in sintonia con adulti che sono stati abusati da piccoli al fine di aiutarli a non cadere nella pedofilia. È ovvio che un terapeuta deve parlare in un certo modo ai suoi pazienti per entrare in sintonia con loro e sperare di avere successo.

  4. Sono onorato di poter avere come interlocutore il dottor Mazzeo. Preciso, con umiltà, che sono consapevole dei miei limiti, so di non avere le credenziali scientifiche di un professionista famoso, ma ciò nonostante sono curioso e non mi accontento di accettare le cose sulla base del solo principio di autorità.
    Io non sono del tutto convinto che la questione dell’alienazione parentale si possa liquidare in due parole come fa Mazzeo. Del resto chi è questo sociologo Jon Conte citato da Mazzeo? Perché meriterebbe un così grande credito da considerare un suo scritto del 1988 come la pietra tombale su tutta la questione? E se fosse così ovvio che tutte le ricerche che si sono occupate del fenomeno sono solo “spazzatura”, perché dal 1985 ad oggi se ne sono pubblicate così tante?
    Faccio appello esclusivamente al senso comune e non ad una capacitò di leggere la letteratura scientifica che solo il dottor Mazzeo certamente possiede a pieno titolo. Per parte mia, io mi considero solo un umile compilatore, un amanuense che a volte non capisce neppure quello che copia.
    Ma pur non avendo avuto il privilegio di studiare a lungo come Mazzeo, ho seguito qualche lezione sul metodo scientifico alle scuole superiori, dove mi hanno insegnato che va sempre tenuta distinta la teoria (o le teorie) dai fenomeni di cui le teorie stesse cercano di dare una descrizione. I critici della PAS invece si mettono come una maschera e si arroccano a giudici severi della scientificità altrui, ma sono assai reticenti nel dichiarare quale sia il bersaglio delle loro critiche. Non si capisce bene se l’accusa di “spazzature” è rivolta a:
    (A) una teoria particolare (quella formalizzata da Gardner negli anni 90),
    (B) tutte le teorie formulate in modo indipendente dagli anni 80 ad oggi,
    (C) l’affermazione che nelle separazioni può manifestarsi un fenomeno di manipolazione da parte di un adulto (il genitore) a danno di un minore (il figlio).

    So già qual’è la posizione del dottor Mazzeo, lo ha scritto recentemente nel suo noto pamphlet auto pubblicato: «a questi fenomeni [di manipolazione, N.d.R.] va data, a mio parere, una risposta giudiziaria aprendo un procedimento penale contro il genitore che cerca di manipolare i figli, con l’ipotesi di reato di maltrattamento psicologico del minore. Non ha senso dare una risposta medica (la CTU) a un problema che medico non è.»

    Quindi la posizione di Mazzeo non ricade certamente nel caso (C) dell’elenco sopra riportato, cioè non siamo di fronte ad un critico che nega il fenomeno. Forse Mazzeo si riconosce nella più moderata posizione (B)? Oppure nella ancora più restrittiva posizione (A)? Non spetta a me dirlo.

    Per parte mia, ripeto, sono solo un compilatore.
    E posso aggiungere alla mia lunga collezione di fonti anche il lavoro molto interessante della dottoressa Elvira Reale e le precisazioni del dottor Gaetano Giordano. Il fatto che questi due professionisti si trovino d’accordo sul descrivere questo fenomeno usando uno schema concettuale nuovo come quello del mobbing mi sembra assai promettente per il futuro sviluppo della discussione. Per parte mia, come tutte le persone comuni io mi interesso poco alle etichette dei problemi, chiedo invece se c’è una soluzione.

    E so già qual’è la soluzione proposta da Mazzeo: escludere ogni CTU psicologica e passare la soluzione del problema direttamente al giudice penale. Visto che questo blog è diventato l’unico luogo di discussione sul tema, vorrei adesso che si pronunciassero la dottoressa Reale e il dottor Giordano sulla risposta che andrebbe data a questi fenomeni di manipolazione.
    Perché, a quanto pare, non ci sono dubbi per nessuno (neppure per Mazzeo) che questo fenomeno esiste.
    Credo di giocare in casa qui sul Manifesto citando Karl Marx: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi; ma il punto ora è di cambiarlo” (Tesi su Feuerbach n.° 11).

  5. La questione è proprio questa, segnalata dalla sig.a Chiara: fino a quando non avrà un riconoscimento scientifico ufficiale, e cioè inserimento nelle classificazioni internazionali (DSM e ICD) la PAS non può essere utilizzata in Tribunale come fonte di prova. Per questo al processo di Taranto abbiamo chiesto al Giudice il quesito aggiuntivo e il CTU non ha potuto parlare di PAS. Se i Giudici ponessero bene in chiaro sin dal momento del giuramento del CTU che se si parla di malattie devono essere quelle previste dalle classificazioni ufficiali, tutta la polemica si sgonfierebbe. Pensate se in un processo di lavoro possa mai venire accettata come causa di invalidità lavorativa una malattia inventata! Ci sono tabelle, classificazioni ben precise da utilizzare, il Dr Giordano, che è medico-legale, lo sa bene. La PAS serve solo a far entrare un bel po’ di soldi nelle tasche di cosiddetti esperti e avvocati.
    Gardner, nel suo ultimo discorso a Francoforte, si rivolse ai presenti chiamandoli “miei cari fedeli” e concluse auspicando “una serie di cose che devono essere fatte nel regno della PAS”.
    Rendiamoci conto che i sostenitori della PAS agiscono con le stesse tecniche manipolative di scientology e il loro obiettivo occulto è quello di creare una sorta di chiesa laica che ha come dio Gardner e come gran sacerdoti i cosiddetti esperti. A ciascuno di loro è stato promesso un posto nel regno della PAS (leggi: fare quattrini) in cambio della fedeltà assoluta alla nuova religione.

  6. Caro Sig. alienazionepar, Lei converrà comunque che il lavoro del Dott. Gardner e delle persone che esplicitamente fanno riferimento al suo lavoro necessità di essere escluso dal qualunque Tribunale. Se non altro nel rispetto di tutti quei bambini che hanno subito abusi e violenze a causa dei suoi studi e delle sue perizie. Anzi, mi permetto di dire, nel rispetto di tutti i bambini in generale.

  7. Non è questione di sangue blu ma solo di saper leggere la letteratura scientifica; se si discute di ricerca scientifica si dovrebbe possedere un minimo di competenze, altrimenti si fa solo disinformazione.
    La PAS è stata introdotta in letteratura nel 1985; nel 1988 il prof. Jon Conte, docente di sociologia all’Università di Washington (http://socialwork.uw.edu/faculty/jon-conte) dopo aver analizzato il costrutto teorico della PAS l’ha definito come il “peggior cumulo di spazzatura non scientifica che io abbia mai visto nella mia vita”. Se non mi credete potete sempre scrivergli e chiederglielo direttamente.
    La PAS e i DSM: nel 1987 è stata pubblicata in America la terza edizione rivista del manuale, il DSM-III-R che rispetto alla precedente del 1983, il DSM-III ha un numero doppio di pagine e ha esteso notevolmente il numero di disturbi mentali classificati. Nel 1994 è stata pubblicata la quarta edizione, DSM-IV e nel 2000 la quarta edizione rivista, DSM-IV-TR. In nessuna di queste edizioni si fa cenno alla PAS. Tutti gli psichiatri americani ostaggio delle femministe o è proprio che la PAS come disturbo mentale fa proprio … pena?
    Nel draft del DSM-V, citato da qualcuno, la PAS è tuttora relegata nell’Appendice, tra le condizioni proposte da fonti esterne che necessitano di ulteriori studi; se chi l’ha citata sapesse leggere la letteratura scientifica saprebbe cos’è uno studio scientifico e perché l’APA chiede ulteriori studi per poter classificare la PAS tra i disturbi mentali. L’articolo di Bernet non è uno studio scientifico ma solo una rassegna bibliografica, tra l’altro pure truffaldina perché oltre a citare lavori comparsi su riviste giuridiche e non su riviste psichiatriche, cita molto spesso come referenze distinte la traduzione in altre lingue dello stesso lavoro. Se avessi fatto un giochetto del genere per la mia tesi di laurea o di specializzazione mi avrebbero cacciato a calci nel culo. Sul fatto che oltre Gardner, sulla PAS, non ci sia altro, non è una mia affermazione ma è del Dr Vezzetti in persona, alias alienazionepar – o sto sbagliando? (http://www.genitorisottratti.it/2011/11/tu-lo-sai-cosa-sia-la-pas.html) – che su un blog dice una cosa e su un altro ne dice un’altra.
    Sulla questione del mobbing: a livello internazionale, come fa notare Ege, quando si parla di mobbing al di fuori del contesto etologico, ci si riferisce solo ed esclusivamente allla vessazione e persecuzione di un lavoratore con la finalità di escluderlo dalla produzione, di distruggerlo psicologicamente e a volte anche materialmente (un mio paziente ha avuto un ictus e si è salvato per un pelo). L’uso di questo concetto al di fuori del mondo del lavoro non solo è fuorviante ma pericoloso perché, per analogia, tende a ridurre la persecuzione sul posto del lavoro a mera conflittualità lavorativa e quindi e non far emergere questo grave problema sociale.
    Sotto la rubrica di mobbing genitoriale si declina un fenomeno vecchio come il mondo e cioè la conflittualità tra coniugi, che ovviamente vede, da che il mondo è mondo, il più debole subire le prepotenze del più forte. Nell’accezione che ne propongono alcuni si configurerebbe come un’azione messa in atto dalla madre per proteggere i suoi figli da un predatore. Una madre avrà pure il diritto di proteggere i suoi figli dal predatore.

  8. Finchè non la si smetterà di usare i bambini, da entrambe le parti, per vendicarsi del fallimento di coppia, tutte queste belle discussioni ci porteranno ad odiarci ancora di più, e a discutere, discutere, discutere….Prima i bambini !

  9. Se la PAS o PAD entrera’ nel DSM-V sara’ malattia (meglio disturbo psichico!). Se non ci entrerà non sara’ né malattia né disturbo psichico e potra’ essere considerata altra cosa oppure anche nulla.

    Il resto son chiacchere da bar e comunque lontane dalla realta’.

    Se posso esprimere un parere molto personale, la Parental Alienation sara’ sicuramente inserita nel DSM-V.

    Ma questa è, beninteso, solo una personale opinione.

  10. Sono onorato di avere la possibilità di dibattere con un esimio professionista come il dottor Andrea Mazzeo. Mi dispiace non potere esibire titoli accademici confrontabili con i suoi, ma penso che su un blog valgano regole di discussione diverse da quelle dei convegni scientifici. Se lui vuole negarmi il diritto di parola perché non do prova di possedere “sangue blue” come il suo, basta che non risponda alle mie obiezioni. Del resto chi mai prenderà in considerazione le idee di un “quidam de populo” come il sottoscritto?

    Piera invece sostiene che il mio approccio ingenererebbe confusione.

    A mio parere ingenera assai più confusione l’approccio di Mazzeo. Io sostengo che l’alienazione parentale esiste come fenomeno, descrivibile con vari schemi teorici che sostanzialmente sono assai simili. E sostengo inoltre che questo fenomeno si manifesta sempre di più con vittime madri che perdono contatto con i figli. Porto come fonte il libro della dottoressa Baker. E faccio notare che questo stesso articolo che stiamo commentando è una prova del fatto che il fenomeno dell’alienazione parentale esiste. Come nel caso delle teorie che ho citato nel mio post precedente, anche con il mobbing genitoriale versione Elvira Reale siamo di fronte a una teoria che cerca di rendere “politicamente corretto” applicare la teoria dell’alienazione genitoriale alle madri che perdono il contatto con i figli a causa di un padre manipolatore. In altri termini, non volendo ammettere che possa esistere qualcosa con il nome di alienazione genitoriale, applicabile sia a padri che a madri, si preferisce cambiare etichetta e ribattezzare lo stesso fenomeno con un altro nome in modo che la denominazione sia applicabile solo alle madri. Tutto questo darsi da fare a creare nuove etichette rafforza l’idea che l’alienazione genitoriale (alias mobbing genitoriale, alias alienazione materna, alias violenza domestica by proxy) sia un fenomeno assai diffuso. E che ormai colpisca in misura significativa anche le donne. Una buona ragione per darsi da fare per cercare i rimedi, invece che perdere tempo a discutere su come etichettarlo.

    PS: la confusione che cerca di creare Mazzeo riguarda principalmente la letteratura scientifica sull’alienazione parentale. Lui cerca di far passare surretiziamente il messaggio secondo cui l’unica fonte sarebbe Gardner. Ai pochi che avessero preso sul serio questa affermazione, consiglio la lettura dell’articolo di William Bernet “Parental Alienation, DSM-V, and ICD-11” con relativa bibliografia. http://www.figlipersempre.com/res/site39917/res536551_Bernet10.pdf

  11. Quindi la Pas non ha validità scientifica quindi va tolta dal campo, ciò non significa che un genitore abusante non possa recuperare un rapporto col figlio ma prima bisogna riconoscere che è abusante va punito secondo la legge e eventualmente affrontare una terapia..sperando che serva

  12. Ho seguito la questione documentandomi in rete e leggendo le risposte del dottor Nestola suo sito di Adiantum e del dottor Giordano sul sito http://www.mobbing.genitoriale.com. Da parte di entrambi ho visto un sostanziale atteggiamento sminuente nei confronti della giornalista Luisa Betti e delle associazioni che hanno firmato appelli contro la PAS e contro i ddl sull’affido che contengono la PAS.
    Non ho constatato (tranne che qui, nei commenti a questo articolo) argomentazioni di spessore e materiale scientifico quanto piuttosto denigrazione riassumibile nella parola “ideologia”.
    Mi sembra di capire che per “ideologia” si intenda il femminismo, che non è un’ideologia ma un movimento. Ora, chi punta il dito contro l’opinione e l’analisi avversa a PAS e ddl sull’affido fa malissimo a cercare di indurre sospetto di femminismo come se ciò da solo fosse sinonimo di qualcosa di negativo.
    Chi lo fa dovrebbe sapere che il femminismo è il movimento che mira alla parità dei diritti e che quindi osteggiare il femminismo vuol dire connotarsi come contrari alla parità dei diritti.
    Non mi pare che ciò deponga a favore di chi vuol poi presentare queste piccole rivoluzioni del diritto di famiglia come rivoluzioni non discriminatorie. Additando come ideologiche e femministe certe opinioni, si finisce col polarizzarsi su posizioni, sì, ideologiche ma chiaramente maschiliste.
    In parole povere, nel difendere dei ddl contrastati da associazioni di vario genere usando come argomentazione un presunto femminismo, ci si autodenuncia come intenzionati a promuovere provvedimenti che vanno contro la parità delle opportunità.
    Il dottor Giordano, poi, mi sembra alquanto contraddittorio.
    A proposito del mobbing lavorativo sostiene che : “Il fatto che Harald Ege, che col mobbing lavorativo ha creato un vasto indotto professionale per sé, decida di proclamare che il mobbing è solo lavorativo, è e resta solo una sua opinione, a mio avviso fondata su argomentazioni assolutamente limitate e prive di veridicità scientifica.”
    mentre il mobbing genitoriale, invece, avrebbe validità scientifica e non sarebbe basato su opinione personale nelle modalità da lui descritte ma diventa di nuovo ascientifico e descritto in maniera ideologizzata dalla dottoressa Elvira Reale. Ma a me non risulta che il mobbing genitoriale abbia un riconoscimento scientifico in ambito psichiatrico né psicologico, non è una malattia, non è una sindrome, non è un disturbo della personalità né sociale. È un fenomeno sociale e in quanto fenomeno sociale non può avere una paternità esclusiva o una dimostrazione scientifica in senso medico ma solo una analisi e definizioni necessariamente statistiche e necessariamente dipendenti dall’opinione e dall’osservazione.
    Invece il commentatore Alienazionepar compie una sostanziale mescolanza che rischia di ingenerare disinformazione e mette sullo stesso piano la Sindrome di Alienazione Parentale e l’alienazione genitoriale.
    Sono due cose che possono sembrare simili ma in realtà hanno profonde differenze: la prima è proposta come sindrome, quindi come insieme di sintomi e segni clinici ed è stata già bocciata dal panorama medico e psichiatrico come tale (anche la proposta di introduzione nel DSM V resta ancora solo una proposta perché, per quanto ne sappia, non è stata condotta in merito la ricerca necessaria all’approvazione e l’approvazione di una presunta malattia mentale non può basarsi solo su quanti articoli ascientifici a riguardo siano stati scritti su di essa o su quanto sia stata utilizzata nei tribunali).
    La seconda è un fenomeno non medico, non psicologico (magari passibile di generare disturbi della personalità) ma dipendente dalla comune conflittualità di coppia ma non è mai stato configurato come una trappola per negare abusi sessuali sui figli, a differenza della PAS nella sua applicazione storica.
    Entrambe le teorie non tengono conto del naturale schierarsi dei figli (fenomeno che può avvenire anche in famiglie del tutto conviventi e pacifiche), attribuendolo come una colpa al genitore che magari può essere ingiustamente accusato di alienazione.
    La prima, ripeto, è stata usata per celare violenze intrafamiliari; la seconda può rischiare di essere usata per perpetrare una violenza quando la si vuole accompagnare all’obbligo di sottrarre la potestà al genitore considerato alientante.
    Il fatto che delle donne si siano dedicate allo studio dell’alienazione genitoriale non giustifica l’uso (implicitamente ed inevitabilmente per questioni di potere economico) contro la donna che viene già operato utilizzando l’alienazione in ambito forense.
    Ora, concludendo, che l’alienazione non possa essere definita una sindrome, non ci piove. L’alienazione può esistere ma potrebbe diventare oggetto di terapie di sostegno familiare. L’alienazione non può e non deve diventare una scusa per esercitare una violenza giuridica su donne e bambini accompagnandosi a decisioni arbitrariamente punitive che tolgano, a prescindere, ai minori la possibilità di essere ascoltati e condannino i presunti abusanti ad una sentenza dalla quale non possono difendersi.

  13. Mi riferisco a diversi interventi avversi alle diagnosi di Parental Alienation Syndrome (o Disorder) e rilevo che sebbene ancora tecnicamente non si possa parlare di vera e propria malattia, è molto probabile che lo si debba fare molto presto.

    Il Parental Alienation Disorder è in procinto di riconoscimento ufficiale o sbaglio?

    Il link è questo: http://www.dsm5.org/ProposedRevisions/Pages/ConditionsProposedbyOutsideSources.aspx

    Conditions Proposed by Outside Sources

    There are a number of conditions that are being recommended for addition to DSM-5 by outside sources, such as mental health advocacy groups, that are still under consideration by the work groups. The following conditions are considered “under review,” and work groups will make a recommendation about their inclusion after further assessing the evidence. We welcome your comments on whether available evidence indicates that the following should be included in DSM-5.

    Apathy Syndrome

    Body Integrity Identity Disorder

    Complicated Grief Disorder

    Developmental Trauma Disorder

    Disorders of Extreme Stress Not Otherwise Specified

    Fetal Alcohol Syndrome

    Internet Addiction

    Male-to-Eunuch Gender Identity Disorder

    Melancholia

    Parental Alienation Disorder

    Seasonal Affective Disorder

    Sensory Processing Disorder

  14. X Gaetano Giordano
    ogni rapporto umano è fatto di luci e ombre e vale anche per il rapporto genitori-figli, ma quando le ombre sono fatte di botte e/o violenze sessuali su dei bambini forse è il caso di porsi qualche domanda, no? Forse queste ombre iniziano a diventare troppo scure rispetto al pur presente chiarore delle luci

  15. Una breve replica a 62peppe: la citazione esatta delle linee guida si trova a pag. 10 ed è la seguente: “Una ulteriore forma di abuso psicologico può consistere nella alienazione di una figura genitoriale da parte dell’altra sino alla co-costruzione nel bambino di una “Sindrome di Alienazione Genitoriale” (Gardner, 1984).”
    Metto l’accento sul verbo ‘può consistere’; non hanno scritto ‘consiste’. In quella formulazione il concetto è dubitativo: ‘può consistere’ ma anche ‘può non consistere’.
    Detto questo visto, che siamo in vena di citazioni bibliografiche, vorrei capire con chi sto dialogando. Il Dr Giordano è un medico, ma il sig. Nestola? E l’utente alienazionepar?
    L’unica citazione sulla PAS che la SINPIA ha riportato è ‘Gardner, 1984′; e questo significa che oltre Gardner non c’è altro; un po’ pochino.
    Le linee guida, che ormai fioriscono in ogni campo, sono in sostanza un compromesso tra i partecipanti alla redazione delle stesse, quindi il loro valore scientifico è molto relativo.
    Uno dei più recenti articoli da noi trovato è il seguente: “The Parental Alienation Debate Belongs in the Courtroom, Not in DSM-5” (http://www.jaapl.org/content/40/1/127.full). Gli autori, tutti autorevoli docenti universitari, a un certo punto scrivono: “se si vuole comprendere il senso del sostegno alla teoria della PAS si deve seguire la pista del denaro”.
    Significativo però il titolo: “Il dibattito sulla PAS si svolge nei tribunali e non nel DSM. Bella coerenza, si vuole la PAS nelle classificaizoni ufficiali ma non avendo materiale scientifico convincente per sostenerla se ne dibatte nei tribunali.
    E qui la domanda che ho posto a tutti i convegni cui ho partecipato: può una presunta malattia che non è riconosciuta dalla scienza essere usata in Tribunale come fonte di prova? La risposta, univoca, è sempre stata: NO!
    E qui il motivo del quesito integrativo che abbiamo richiesto al Giudice in una recente CTU al Tribunale di Taranto: “Qualora il CTU riscontri una patologia nella minore dica a quale sistema internazionale di classificazione delle malattie si possa ricondurre”. Il CTU si è ovviamente irritato, è favorevole alla PAS, ci ha scritto vari articoli; ma il Giudice ha accolto il quesito integrativo e questo ha messo fiori gioco la PAS, nonostante il ‘piatto’ fosse stato preparato per bene dalla CTP del padre, della quale si dice che sia braccio destro del prof. Gulotta.
    L’unico modo per non sentire più parlare di PAS è quello di escluderla sul nascere dalle CTU, e il quesito di cui sopra può essere utile allo scopo. Vedrete che perso l’incentivo del denaro, la PAS scomparirà del tutto.
    Perché il ‘movente’ è il denaro; Dr Giordano, sig. Fabio Nestola, anonimi 62peppe a alienazionepar: ma vi sembra logico che una separazione possa venire a costare, solo alla madre, ben 148.000 euro (e il padre è in carcere per pedofilia, nonostante l’intervento nel processo di un principe del foro come il prof. Gulotta), o che un’altra madre abbia speso sinora ben 80.000 euro per difendere il figlio dal padre violento, già condannato a sei mesi per violenza in famiglia, che un illustre docente universitario faccia diagnosi di PAS a madre e figlia senza nemmeno conoscerle, in una vicenda in cui il CTU ha escluso la presenza della PAS? Non so quanto è costata a questo padre la consulenza del barone universitario ma so che un padre, il cui CTP ha ugualmente fatto diagnosi di PAS a madre e figlia senza conoscerle, ha sbattuto in faccia alla ex-moglie il fatto che per la perizia ha speso 15.000 euro; e immagino senza fattura, perché sono cifre allucinanti che nessun Ordine dei Medici avallerebbe.
    Le associazioni dei padri separati (che associazioni non sono affatto), che sono in prima linea nella propaganda a favore della PAS e con tecniche di marketing da fare invidia alle multinazionali, sostengono questo mercato delle vacche; quanto ci guadagnano in tutto questo?
    Per questo ho più volte richiesto che si facciano delle indagini sulle associazioni dei padri separati; so con certezza che i presidenti di alcune di esse hanno condanne penali passate in giudicato per violenza in famiglia. Quasi tutte le associazioni di padri separati si qualificano come ONLUS. Quali sono i redditi di queste associazioni? Come vengono utilizzati?

  16. Esatto, signor/signora alienazionepar: per questo ho chiesto al Dott. Giordano a quale bibliografia lui facesse riferimento. C’è molta confusione e troppa carne al fuoco sull’argomento, per liquidare il tutto con un semplicistico “intanto scriviamolo, poi si vedrà”. Io dico: prima facciamo luce su un argomento così complesso i cui studi sono ancora agli inizi, perché nel mezzo, a farne le spese, ci sono i bambini. Gli effetti di una errata interpretazione del termine PAS, a seconda dell’autore di riferimento, sono reperibili e consultabili.

  17. Tutte le ricerche più recenti si sforzano di portare l’attenzione sul fatto che l’alienazione genitoriale non ha una connotazione di genere, che cioé non è solo la madre che può manipolare i figli contro il padre, ma che anche i padri lo fanno.
    Recentemente la dottoressa Amy J. L. Baker nel suo studio Adult Children of Parental Alienation Syndrome (tradotto anche in Italiano) riporta casi di molte donne che hanno perso contatti con i figli a causa di padri manipolatori. Inoltre il fatto che molte siano le studiose donna che si sono dedicate alle ricerche sull’alienazione genitoriale dovrebbe rendere poco verosimile l’accusa ripetuta secondo cui l’alienazione parentale sarebbe solo un colossale inganno utilizzato in giudizio ai danni delle madri e dei bambini che hanno subito violenza.
    Nonostante tutto ciò esiste una saggistica che trasferisce costantemente la discussione dal campo della descrizione e analisi dei fatti a quello della battaglia ideologica, con esiti a volte paradossali.
    Che il fenomeno descritto dall’alienazione genitoriale esista è dimostrato proprio dagli esiti paradossali della saggistica contro l’alienazione genitoriale.
    Poiché in certi casi le donne vittime di violenza domestica rischiano di perdere contatti con i figli a causa di manipolazione operata dai padri, i centri antiviolenza hanno dovuto confrontarsi con il fenomeno dell’alienazione genitoriale praticata da uomini violenti. Solo che la campagna ideologica avviata contro la teoria dell’alienazione genitoriale aveva reso inopportuno l’uso di schemi interpretativi dell’alienazione genitoriale. La soluzione è stata ridenominare il fenomeno con una nuova etichetta.
    Un fenomeno quindi quello dell’alienazione parentale che deve essere davvero assai diffuso, visto che ha il privilegio di avere varie concettualizzazioni teoriche alternative che cercano di descriverlo e spiegarlo.
    Le due fonti principali a questo proposito sono la teoria della Maternal Alienation di Anne Morris e la teoria della Domestic Violence by Proxy di Joyanna Silberg.
    Anne Morris è una ricercatrice Australiana che lavora con l’Università di Adelaide e con il Northern Metropolitan Community Health Service. Ha pubblicato una ricerca finanziata con fondi pubblici anche dal Women’s Health Statewide dal titolo “Working with maternal alienation in domestic/family violence and child sexual abuse”.
    Nella sua ricerca Anne Morris sostiene che in alcuni casi la violenza maschile contro le donne arriva fino al punto di riuscire ad indebolire il legame madre-figlio e a trasformare quiindi anche i figli in nemici e persecutori delle loro stesse madri.
    Invece Joyanna Silberg conclude che la teoria della sindrome di alienazioen genitoriale non è stata supportata da ricerche affidabili, mentre i comportamenti descritti nella teoria della DV by Proxy possono essere facilmente osservati. Accosta quindi i comportamenti osservati a quelli propri della cosiddetta “Sindrome di Stoccolma” che sempre secondo la Silberg sarebbero del tutto diversi da quelli descritti da Gardner.
    L’articolo della Silberg sarebbe rimasto sconosciuto ai più se la nota ricercatrice schierata nel “campo avverso” Amy J. L. Baker non si fosse presa la briga di replicare dal portale Pyschology Today [5]. Amy Baker riconosce che Joyanna Silberg è nel giusto in un solo punto, cioé nel riconoscere che i figli possono essere manipolati da uno dei genitori a rifiutare l’altro. Questa è l’essenza dell’alienazione genitoriale. Tutti gli altri punti portati dalla Silberg per dimostrare che la sua teoria della DV by Proxy sarebbe in grado di spiegare questo fenomeno meglio della teoria dell’alienazione genitoriale vengono accuratamente smontati dalla Baker.

  18. Dagli scritti della dott.ssa Reale emerge quanto poco vi sia di valido, sia sotto il profilo scientifico che sotto il profilo giuridico.
    Della approssimazione scientifica hanno già detto altri, inoltre potrebbe essere utile notare che:
    – Non corrispondono al vero le citate percentuali delle vittime di violenza, 85% DD, 15% UU
    La violenza nella coppia, ovunque venga studiata, risulta essere bidirezionale e simmetrica come dimostra la corposa letteratura scientifica internazionale.
    Simmetrica sotto ogni aspetto: frequenza, durata, modalità, gravità delle lesioni procurate.
    Le maggiori differenze emergono in merito al livello di premeditazione: nella casistica maschile prevale la violenza d’impeto, nella casistica femminile la violenza pianificata.
    Nulla di imprevedibile: anche nella mitologia l’uomo uccide con la spada, la donna col veleno.
    – L’agito aggressivo e violento, quindi, prescinde dalla prestanza fisica: un soggetto apparentemente più fragile non incontra limiti nella minore massa muscolare al momento di accoltellare, sparare, investire, sfregiare, lanciare oggetti, usare armi improprie, etc. Esiste persino una casistica erroneamente considerata impossibile, vale a dire lo strangolamento di soggetti maschili da parte di donne più minute delle vittime.
    Il fenomeno della violenza agita dal soggetto più debole nei confronti del più forte non è un’esclusiva femminile, compare anche nella casistica UU > UU.
    – “Ovunque venga studiata” è una precisazione d’obbligo in quanto in Italia vengono stanziati fondi solo per ricerche istituzionali sulla vittima di genere femminile, mentre all’estero la violenza viene studiata a 360°, a prescindere dal genere di autori e vittime (Regno Unito, India, Thailandia, Filippine, Canada, Brasile, Svezia, Portogallo, Spagna, Finlandia, Messico, Rep. Sudafricana, Ghana, Australia, Iran, Israele, Cina, Stati Uniti, etc.).
    – In ogni caso la divisione percentuale non giustifica alcun riverbero sul Diritto.
    Anche qualora le vittime maschili di violenza domestica fossero solo il 15% – e così non è – per quali motivi quel 15% di violenza femminile non sarebbe oggetto di sanzioni tanto quanto l’85% di violenza maschile?
    – la dott.ssa Reale inoltre scrive: “…vere e proprie calunnie come quella di organizzare complotti e false accuse senza alcuno scopo evidente se non quello (assolutamente incongruo o statisticamente del tutto irrilevante) di voler sottrarre al padre i figli…”
    Prima di definirlo “statisticamente del tutto irrilevante” la invito a studiare il fenomeno in maniera completa, non solo dal suo personale punto di osservazione.
    Un dossier depositato in Senato nel luglio 2011, in II Commissione, raccoglie le testimonianze delle operatrici di giustizia (giudici, avvocati, CTU, psicologhe forensi, esclusivamente donne) che convergono su una forbice di false denunce compresa tra 75% e 90%, con media dell’80%, fenomeno emergente proprio nella nicchia di separazioni, divorzi e cessazioni di convivenza.
    In particolare la dott.ssa Carmen Pugliese, Sost. Proc. c/o il Tribunale di Bergamo, ha diversi filmati con le sue dichiarazioni – 8 casi su 10 sono falsi costruiti ad arte – accessibili a tutti anche su youtube.
    Definire l’80% di false accuse una percentuale del tutto irrilevante appare un’affermazione disinformata.

    Mi piace affermare con forza un principio che prescinde da percentuali e statistiche: anche una sola donna vittima di violenza è inaccettabile; allo stesso modo però anche il 15% e più di uomini vittime dovrebbe risultare inaccettabile all’intera società civile, donne e uomini liberi da condizionamenti.
    La norma deve rimanere imparziale per sua stessa natura, sanzionando in ugual misura gli eventuali comportamenti violenti agiti da chiunque, padre o madre che sia.
    Per quali motivi la dott.ssa Reale scrive “non si può affermare il diritto alla bigenitorialità prima di stabilire senza ombra di dubbio che quell’uomo non ha agito violenza sulla moglie”
    E’ il pregiudizio ideologico che le fa considerare solo la possibilità che autore di violenza sia l’uomo? La dicitura democratica ed imparziale “qualunque genitore” non va bene? Non è quanto di meglio si possa esprimere con onestà intellettuale, evitando la divisione in categorie preconcette?
    Ciò non esclude che possa esserci un maggior numero di denunce femminili, come diretta conseguenza vi saranno un maggior numero di soggetti maschili sanzionati. Ma prevedere la discriminazione a monte, già in fase legislativa, è un assurdo giuridico.
    Sembra essere solo pregiudizio ideologico, sicuramente non è ne’ Scienza, ne’ Diritto, ne’ art. 3 della Carta Costituzionale

    Fabio Nestola

    Qualora vi fosse interesse, posso fornire i riferimenti bibliografici di oltre 450 studi internazionali sulla simmetria della violenza nella coppia.
    Mi rendo disponibile per ogni ulteriore confronto, anche acceso, ma ovviamente sempre rispettoso e privo di minacce, insulti, turpiloquio

  19. Grazie per la risposta Dott. Giordano.
    Che possano insorgere problemi in caso di separazione a causa di una conflittualità mal gestita è inconfutabile.
    Che ci siano genitori che arrivano ad “usare” i propri figli per ferire l’ex partner, è una cosa triste ma incontestabile. Che apllicare a queste situazioni – in cui la vittima è il minore – le teorie del Dott. Gardner sia la soluzione, è qui che mi trovo in disaccordo.
    Le premesse dalle quali il Dott. Gardner parte per sistematizzare i famosi sintomi di riconoscimento della PAS sono viziate in primis da un profondo, anacronistico sessismo: nei suoi libri non si parla di genitore alientante, bensì di madre alienante. Il fatto che in risposta alle critiche mosse al suo lavoro in questo senso, il Dott. Gardner abbia corretto il tiro parlando di possibili casi di padre alienante, non ci fa dimenticare che il soggetto principale delle sue proposizioni è la madre; nel corso della sua carriera il Dott. Gardner ha scritto di tutto e il suo contrario, pur di portare alla ribalta la PAS, ed è questo aspetto del suo lavoro che ha condotto alle accuse di scarso valore scientifico.
    Non c’è lo spazio in questo contesto per citare diffusamente l’opera di Gardner, e sistemare delle frasi monche potrebbe dare adito alla critica di strumentalizzazione. Su tutte però, consiglio la lettura di “Sex abuse Hysteria: the Salem witch trials revisited, 1991 Creative Therapeutics”, in cui il Dottore difende, senza che vi sia possibilità di parlare di ambiguità, la pedofilia come pratica diffusa e accettata da miliardi di persone.
    Il Dott. Gardner si è occupato, nella sua lunga carriera di consulente per i Tribunali americani, principalmente di difendere genitori abusanti in casi di accuse di pedofilia, sostendendo la falsità delle stesse e adducendo la PAS come giustificazione: sembrerebbe una evidente contraddizione, difendere il genitore abusante sostenendo che l’abuso non sussiste e contemporaneamente difendere l’abuso sessuale in sé per sé.
    Sembrerebbe ma non lo è, se si considera vero e moralmente accettabile l’assunto che Lei stesso fa proprio: “il rapporto con i genitori va comunque conservato, luci e ombre che essi abbiano.” E’ la stessa cosa che sostiene il Dott. Gardner, e mi spiace, ma devo proprio citarlo in questo caso: “Al bambino bisogna dire che non esiste il genitore perfetto. Lo sfruttamento sessuale deve essere messo in un elenco negativo, ma bisogna apprezzare anche le doti positive.” (True and false accusations of child sex abuse – 1992 Creative Therapeutics)
    Il fatto che PAS sia o no una malattia, è molto rilevante, e non trascurabile, come sostiene Lei, perché se il minore deve accettare qualsiasi genitore in base al principio dell’eliminazione delle categorie di vero/falso, giusto/sbagliato, ragione/torto, altrimenti il suo comportamento è per legge disfunzionale, si aprono degli scenari a dir poco preoccupanti.
    Non esiste una verità oggettiva dimostrabile attraverso il reperimento di prove? Non esistono il torto o la ragione di fronte ad un reato perpetrato se il reato si consuma all’interno delle pareti domestiche? Mi sembrano affermazioni molto forti le Sue.
    La PAS, così come è descritta dal Dott. Gardner, si presta molto più di altre teorie ad essere strumentalizzata, con danni irreparabili nei confronti di chi sostiene di tutelare.

  20. Rispondo alla dr.ssa Lo Scalzo:
    si, la PAS che cito io è la stessa di cui parla Gardner.
    Noti che con la locuzione da me utilizzata, eè evidente che non avevo alcuna intenzione di entrare nel contenzioso sull’esistenza della PAS come patologia o meno.
    Quello che esiste è però, e di sicuro (e nella mia pratica clinica l’ho incontrato infinite volte) il rifiuto di un minore ad incontrare l’altro genitore con motivazioni risibili.
    Non è questa, a mio avviso, la sede per discutere approfonditamente il fenomeno: esso però esiste, è a mio avviso grave, ha radici complesse e multiple, e ciò non impedisce che sia a volte usato in modo strumentale, come tante patologie riconosciute come tali.
    Il fatto che molti criminali tentino di ottenere la dichiarazione di non imputabilità attraverso diagnosi più o meno credibili di patologie mentali, non ha mai spinto nessuno a chiedere l’abolizione di tali patologie.
    Che poi la PAS sia o no una “malattia”, non lo so e non mi interessa saperlo: ritengo però che il fatto che un minore interrompa o limiti i contatti con uno dei genitori basandosi su accuse e affermazioni che in una relazione genitoriale integra non gli permetterebbero di recidere i rapporti, sia un comportamento disfunzionale al minore, perché il rapporto con i genitori va comunque conservato, luci e ombre che essi abbiano.
    Nell’aspro e spesso dissennato dibattito che si è acceso intorno all’esistenza della PAS, ci si dimentica però di notare come sia la conflittualità legale e i “premi” che essa mette in ballo, ad avere un peso determinante nel generare il fenomeno. Cosa accadrebbe se avessimo un tipo di procedimento giudiziario non basato sulle polarità “vincitore/vinto” – “torto/ragione”, “vittoria/sconfitta”, “migliore/peggiore” e via dicendo?
    Altro dato che nessuno intende approfondire è che anche il conflitto culturale sulla PAS sia la precisa dimostrazione che proprio l’esistenza di queste polarità riesce a creare conflitti su conflitti senza mai risolverne uno.
    Con ciò intendo dire che anche il conflitto sulla PAS “Malattia / Non Malattia” mi appare un conflitto strumentale a collocare la soluzione là dove non c’è: il punto non è sapere se la PAS sia “davvero” una malattia o no, ma creare contesti nei quali il conflitto fra genitori non sembri premiante.
    Il conflitto genitoriale è premiante infatti solo per il sistema che lo utilizza generando contesti conflittuali ricorsivi (vale a dire che si autoalimentano).

    Rispondo ad Andrea Mazzeo sul tema del mobbing lavorativo / genitoriale.
    Il fatto che Harald Ege, che col mobbing lavorativo ha creato un vasto indotto professionale per sé, decida di proclamare che il mobbing è solo lavorativo, è e resta solo una sua opinione, a mio avviso fondata su argomentazioni assolutamente limitate e prive di veridicità scientifica.
    Il mobbing è evento in natura legato esclusivamente alla genitorialità, ed è stato descritto dapprima solo e soltanto in etologia. Solo successivamente se ne sono “appropriati” due studiosi svedesi Leymann e Gustavsson.

    Il termine “mobbing” è stato infatti utilizzato per la prima volta in etologia da Lorenz, nel per descrivere gli attacchi di piccoli gruppi animali contro uno più grande. Solo successivamente è stato trasposto a contesti umani.
    E’ interessante – e determinante a mio avviso per dirimere l’inutile questione sollevata da Ege- notare come nel mondo animale il comportamento di attacco contro un individuo estraneo al gruppo mobbizzante, sia praticamente sempre un comportamento rivolto alla tutela della genitorialità, nel senso della tutela di prole già nata o di uova fecondate rispetto all’assalto di predatori che vengono “mobbizzati”: come sostiene l’etologo Allock, “i genitori che manifestano attività di mobbing proteggono con essa i propri piccoli e le proprie uova, e che in questo risiede il valore adattivo di tale comportamento attivo”, cioè una sorta di situazione ottimale che favorisce negli individui la trasmissione dei propri geni.
    In altri termini, il mobbing emerge sempre nel mondo animale allorché la prole, o le possibilità di nascita della stessa, vengano messe in pericolo.
    Ciò la dice lunga sulla ineluttabilità di comportamenti mobbizzanti allorché un conflitto emergente da un sistema più grande di quello familiare (il sistema giudiziario) trasforma la coppia di genitori in estranei contendenti.
    Se non si vuole accettare questo punto di vista, e si vuole disquisire se il “mobbing” possa essere o no genitoriale, invece di cercare di creare contesti che non trasformino i genitori in nemici, si finisce a mio avviso con il colludere e con l’esaltare proprio quella conflittualità da cui si pretende di tutelare un astratto “minore” in nome del quale si continua a confliggere con chiunque.
    In una cultura del “torto/ragione”, “giusto/sbagliato”, “vero/falso” individuati come criteri premianti per le regole di una relazione genitoriale, a mio avviso non c’è posto per i bambini, che possono solo esistere quale frutto di una reciproca relazione

  21. Harald Ege è lo psicologo del lavoro che ha introdotto in Italia il termine mobbing; in un suo libro (La valutazione peritale del danno da mobbing) critica fortemente l’estensione del termine mobbing a contesti che non siano quelli lavorativi. Cito testualmente: “…non ha alcun senso parlare di mobbing all’infuori del contesto lavorativo. Tutto questo impianto teorico, assolutamente condiviso a livello internazionale, è stato recentemente spazzato via in Italia da una famosa sentenza…della Corte d’Appello di Torino del 21.02.2000…E’ indispensabile resistere all’insana tentazione di applicare un termine che «suona» arbitrariamente a qualsiasi cosa: i conflitti in famiglia, a scuola, tra sportivi e tra condomini infuriati ci sono e ci saranno sempre…Lasciamo però da parte il termine mobbing per quanto riguarda quei conflitti che si generano al di fuori di quel che succede sul posto di lavoro: chiamiamo quest’ultimi con il proprio nome” e affrontiamoli con gli strumenti più adatti al caso specifico!”.
    Qui un commento di un giurista su questa questione:
    http://www.osservatoriosullalegalita.org/11/eve/mi/atti/maruffo.htm
    Questo il sito sul mobbing:
    http://www.mobbing-prima.it/mobbing-cosa.html

  22. Quello che mi piacerebbe chiedere al dott. Giordano è: la PAS alla quale si riferisce è quella sindrome del minore descritta dal Dott. Richard Gardner nel volume The Parental Alienation Syndrome (Creative Therapeutics, 1992)? Questo credo sia il punto più controverso di tutta la questione. Molte delle persone che si oppongono all’inserimento della PAS nel nostro codice – compresa me – lo fanno perché sconvolte dalla lettura delle opere del suddetto dott. Gardner. Esiste forse un’altra PAS, dal nome identico ma fondata su dati scientifici diversi da quelli raccolti dal dottore statunitense? Lo chiedo perché ho interrogato diverse persone fra i sostenitori del disegno di legge, e tutte hanno glissato o addirittura risposto scortesemente quando ho citato il dott. Gardner. Eppure, nel sito dedicato all’alienazione genitoriale (http://www.alienazione.genitoriale.com/) il Dott. Gardner è difeso come “geniale intuito”, cosa che, in tutta franchezza, avendolo letto, mi sembra una follia. Sono sinceramente confusa, a questo punto.

  23. Dr. Giordano, che le donne prendano uno stipendio minore dei colleghi uomini è risaputo, non è una teoria scientifica, ma un dato in tutta Europa. Se contiamo anche che qui in Italia gli stipendi sono più bassi; c’è il precariato che da modo ai datori di lavoro di sbarazzarsi facilmente delle neo-mamme; e il poco aiuto domestico che danno i mariti in casa, che preclude ancora di più le alte carriere alle donne; l’alto tasso di disuccupazione femminile è facilmente reperibile in dati e statistiche; da qui si può dedurre che le donne in generale siano meno forti economicamente degli uomini.

    E chi è più forte economicamente è più forte anche in Tribunale, come lo è con i figli, che sappiamo, anche questa non è una teoria scientifica, che mantenere un figlio e tutti i bisogni più o meno primari che può avere è molto dispendioso.

    Quindi, se forse non è scientifico dare un genere al mobbing, di genere femminile diventa come risultato di questa società.

  24. Il genitore che per difendersi dalle accuse di violenza o abusi sui figli
    ricorre alla PAS, in questo modo si dichiara colpevole.
    Il luogo dove difendersi dalle accuse è il Tribunale: chi ha la
    coscienza a posto fa una controquerela, in caso di sospetto di condizionamento materno/paterno e si difende in Tribunale.

    Chi ha la coscienza sporca si tiene ben lontano da Tribunali e
    investigatori, si rivolge piuttosto a psichiatri e psicologi che a caro prezzo
    (e senza rilasciare fattura) fanno la diagnosi di PAS alla ex-moglie (generalmente, prevalentemente) e
    ai figli che li acccusano; senza nemmeno conoscere la ex-moglie e i
    figli cui diagnosticano la falsa malattia.
    Ogni volta che un genitore usa la PAS si autodichiara colpevole.
    La PAS è sostanzialmente un’autoaccusa.

  25. Sono il dr. Gaetano Giordano. Sono l’autore che per primo -nel 2004- ha descritto e sistematizzato il concetto oggi noto come “mobbing genitoriale” (http://www.psychomedia.it/pm/grpind/separ/giordano.htm , http://www.psychomedia.it/pm/grpind/separ/giordano1.htm )
    Intervengo, per un sereno ma deciso dibattito.
    A mio parere le affermazioni della dr.ssa Elvira Reale sul “mobbing genitoriale” e sulla Pas sono fuorvianti, basate su assunti scientificamente improponibili, e a mio avviso frutto di una volontà di ideologizzare il problema spostandolo su un piano di discussione assolutamente fuori dal contesto ove deve rimanere.
    Punto primo: sostenere che le donne sono “legittimate più degli uomini, a parlare di mobbing genitoriale o familiare” è quanto meno assurdo.
    Il “mobbing genitoriale” è una modalità di transazioni familiari in un nucleo scisso ad un livello (di coppia) ed unito ad un altro (genitoriale): renderlo appannaggio di un sesso o dell’altro è assolutamente improvvido sul piano scientifico e affermazione carente di qualsiasi dimostrabilità.
    Dimostra poi, ad altro tacere, una imperfetta conoscenza del tema trattato.
    Per “mobbing genitoriale” si intende la volontà di uno dei due genitori di estromettere l’altro dall’esercizio della sua genitorialità rispetto al minore.
    Ciò avviene attraverso la possibilità di impedire i rapporti del figlio con l’altro genitore, attraverso la possibilità di delegittimarlo con il minore e all’interno della rete sociale in cui si estrinseca la genitorialità da estromettere (scuola, amici, parenti, aule di giustizia), attraverso la possibilità di limitare o impedire in via giudiziaria, e nel caso con false accuse, l’altro genitore. Un altro dei meccanismi utilizzati è il convincimento diretto o indiretto del minore circa la negatività dell’altro genitore. Ciò, portato alle estreme conseguenze, integra il fenomeno descritto da alcuni autori come “Sindrome di Alienazione Genitoriale”.
    E’ falso dunque -e chiedo alla collega di dimostrare il contrario- che, come sostiene la dr.ssa Reale “lo strumento principale su cui si fonda il mobbing, come d’altra parte quello lavorativo, è il detenere una posizione di potere con maggior potere economico”.
    Vero è infatti il contrario: gli strumenti con cui infatti agisce la volontà mobizzante del genitore che vuole estromettere l’altro, sono -e basta considerare quanto sopra espresso- il contatto quotidiano col minore e l’affettività di questi. E’ attraverso la possibilità di gestire le scelte e i comportamenti quotidiani (e quelli fondamentali) del minore che si opera la transazione mobbizzante destinata ad estromettere l’altro.
    Questo non significa che il genitore più forte economicamente non abbia la possibilità di utilizzare il denaro a fini mobbizzanti: in genere, però, ciò non dà luogo a grandi risultati, perché lo strumento realmente -e tristemente- vincente a fini mobbizzanti è, come detto prima, il contatto e la coabitazione quotidiana, che danno maggiori possibilità di orientare il comportamento del minore, di limitare i contatti dell’altro con il minore e la sua potestà decisionale in merito alle scelte del bambino.
    Punto secondo: il “caso” descritto dalla dr.ssa Reale.
    E’ risibile, in primis, fondare tutta una teoria sul un fenomeno come il mobbing genitoriale illustrando un caso che si crede confermi i propri teoremi. Nello specifico, la dottoressa Reale cerca di dimostrare in questo modo che il mobbing genitoriale è appannaggio dei padri, perché questi sono il genitore “ricco” rispetto alla madre “povera”, e che il mobbing genitoriale si fonda dunque sul potere economico. Per far ciò illustra un solo caso, come se fosse la norma, mentre è invece vero il contrario.
    E’ vero che in alcuni casi lo strumento economico viene utilizzato da uno dei genitori per cercare di coercire i figli, e di limitare la possibilità dell’altro coniuge o partner di fare il genitore. Ciò avviene però molto raramente, e solo per fasce sociali sempre meno rappresentate nel contenzioso giudiziario: di norma la separazione impoverisce entrambi i coniugi, e soprattutto i genitori di sesso maschile. Padri ricchi che possono impedire alle ex mogli povere di mantenere i figli ce ne sono, ma non sono affatto la maggioranza e invito la collega a dimostrare il contrario.
    Occorre poi constatare che il caso esposto dalla dr.ssa Reale conferma indirettamente come a essere mobbizzante non è il denaro in quanto tale, quanto la possibilità di gestire le relazioni dell’altro con i figli.
    Cosa che nel caso esposto dalla dr.ssa Reale avviene attraverso il denaro, ma nella stragrande maggioranza dei casi avviene appunto in altri modi: come detto attraverso il contatto quotidiano col minore, attraverso la possibilità di decidere sulla sua vita sociale e affettiva, utilizzando la possibilità di delegittimare affettivamente, socialmente, giudiziariamente, l’altro genitore. Lo strumento economico in alcuni casi può generare una realtà mobbizzante, ma ciò avviene molto raramente se il genitore che ne dispone non può poi utilizzare a tal fine il rapporto quotidiano col figlio e la possibilità di decidere le sue scelte e comportamenti.
    In definitiva, sarebbe stato più opportuno che la collega in questione non esprimesse a fini ideologizzi dati e considerazioni tanto deformate su un fenomeno molto più complesso, e molto meno attribuibile ad un genere, come ella vuol far credere.
    Rimango comunque sempre disponibile ad ogni confronto

    • G.le dott. Giordano, la ringrazio per i toni che ha usato nell’esprimere la sua posizione, anche se diversa da quella sostenuta qui, e cercherò di sottoporre il suo intervento alla d.ssa Reale per un serio e fruttuoso confronto che possa portare a proficui sviluppi. Grazie

  26. Ho avuto modo di leggere in rete commenti di persone che si sono inviperite da quando è stata messa in luce tutta la sporcizia collegata alla PAS: persone che stanno usando parole violente e minacciose verso i giornalisti, gli utenti di facebook e twitter che hanno “osato” dichiarare che il fenomeno PAS è soltanto un business che ha lo scopo di togliere i bambini ai genitori che li amano per costringerli a convivere con l’altro genitore, spesso pedofilo, violento verso i figli e/o l’ex (non voglio specificare il sesso, ma non ci vuole molto a capire quale dei due genitori abbia la forza fisica tale da mandare spesso l’ex al pronto soccorso per fratture, emorraggie e quant’altro). Quindi tutta la mia ammirazione va a persone come la signora Luisa Betti che hanno squarciato il velo di silenzio relativo alla PAS. E’ veramente un bene che se ne stia parlando, perché la maggioranza degli Italiani ignorava che nei tribunali italiani stesse prendendo il sopravvento una patologia immaginaria. Le persone che hanno degli interessi nella PAS potranno minacciare quanto vogliono, ma l’Italia si sta svegliando dal torpore e la gente civile non ci sta a farsi manipolare da persone che vorrebbero permettere a gente che è stata violenta con l’ex partner di avere l’affido esclusivo dei figli grazie alla PAS. Per fortuna, grazie al Manifesto, la gente che lo ignorava è stata informata dei ddl in discussione alla commissione giustizia del Senato (957, 2454, 2800, 3289), ddl che minano il diritto dei minori ad avere una vita serena accanto a genitori che non li costringono a vivere con loro contro il loro volere.

  27. “certo il fatto che sono le madri ad affrontare i nove mesi di gestazione, a partorire e ad allattare al seno (chi vuole e chi può) crea un legame diverso per certi versi da quello tra padre e figlio..”

    precisando che diverso non vuol dire nè migliore nè peggiore e che ci possono essere madri pessime o brave quanto possono essere pessimi o bravi i padri,dicendo questo, non voglio essere prescrittivo..ogni situazione andrebbe vista nella sua specificità,

  28. “che un padre anche col figlio neonato non possa fare la sua parte cambiando pannolini, allattando col biberon eccetera.”

    posto che ogni coppia si gestisce come vuole e come può

  29. io credo nella bigenitorialità, certo il fatto che sono le madri ad affrontare i nove mesi di gestazione, a partorire e ad allattare al seno (chi vuole e chi può) crea un legame diverso per certi versi da quello tra padre e figlio, ma ciò non significa che un padre anche col figlio neonato non possa fare la sua parte cambiando pannolini, allattando col biberon eccetera. Il problema come ho detto, è che molte associazioni di padri parlano di bigenitorialità solo dopo la separazione e non prima
    Sui casi di genitori violenti e abusanti, sono d’accordo con voi, la Pas è una sindrome inventata che rischia di favorire chi abusa. Se ci sono comportamenti ostili di un genitore verso l’altro (come nell’esempio raccontato) si devono trovare altri strumenti per combatterli, non la Pas.
    Le “false accuse” poi sono casi molto inferiori di numero a quanto fanno credere i padri separati e quei pochi vengono subito scoperti, e comunque sono già coperti dal reato di calunnia e falsa denuncia

  30. è assurdo che venga proposto di inserire in una legge una sindrome che non esiste. e ancora più assurdo che questa sindrome, se usata in tribunale, possa affidare i figli ad un genitore violento o pedofilo e togliere i figli ad un genitore che ha subito violenze!

    il fatto che chi sostiene la PAS offenda e minacci mi fa avere un’idea ben precisa di che tipo di persone siano.

  31. La PAS è un’invenzione che serve a ricattare il genitore con cui i figli preferiscono vivere. Dire che i bambini non possono detestare un genitore spontaneamente ma che, quando ciò avviene, sarebbero stati manipolati dall’altro genitore (attraverso la “fantomatica” PAS) è una grande menzogna.Ci sono genitori che sanno farsi detestare dai figli tantissimo, quindi questa malattia inesistente (in quanto non è inserita nel DSM e non è riconosciuta ormai quasi in nessuna nazione) deve sparire dai tribunali.

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