Femminicidio: davvero basta una sentenza esemplare?

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L’altro ieri Muhamed Vapri, 62 anni, ha ucciso con un coltello da cucina la moglie Diana Vapri Kon di 52, con la quale viveva in una palazzina di via Goito a Busto Arsizio: una coppia di albanesi con tre figli maggiorenni che lavoravano e avevano ormai la cittadinanza italiana da anni. I giornali scrivono che probabilmente lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo, come se fosse normale prendere a coltellate una persona che desidera separarsi, mentre giornalisti indefessi continuano a intervistare i vicini i quali descrivono la coppia come affiatata e innamorata, quasi fosse una morte senza un briciolo di logica. Alcune testate riportano anche che non risulta che Diana Vapri Kon abbia mai sporto denuncia verso il marito, una precisazione a cui verrebbe da ribattere: perché, sarebbe servito a qualcosa in Italia?

In questi stessi giorni abbiamo letto che la Corte d’Appello di Messina ha condannato i giudici della Procura di Caltagirone che, ignorando le 12 denunce fatte da Marianna Manduca nei confronti dell’ex marito Saverio Nolfo, hanno concorso alla sua uccisione da parte dell’uomo per “inerzia”: una svista che in Italia potrebbe essere estesa a molte istituzioni che non credendo o sottovalutando la parola delle donne che denunciano una violenza, espongono queste stesse al rischio di ulteriori violenze e anche alla morte. Ma la ciliegina di questa storia è un’altra: sì perché Saverio Nolfo sarebbe stato ritenuto anche un padre modello, tanto da ottenere l’affidamento dei figli da parte del tribunale siciliano. Un uomo che poi ha ucciso la moglie a coltellate.

La responsabilità dello Stato nei confronti non solo di Marianna Manduca ma di tutte le donne, è enorme e riguarda più o meno potenzialmente tutte noi: perché se l’elenco delle donne che sono state uccise malgrado le denunce arrivano al 70% dei femmicidi, nessuno conta le donne che ancora adesso, in questo momento, vengono messe a tacere sulle violenze subite dal partner con il ricatto di non vedere più i figli se non si dimostrano accondiscendenti e collaboranti nel corso di delicate separazioni in cui la violenza domestica non viene riconosciuta dagli stessi magistrati grazie alle valutazioni errate di psicologi e assistenti sociali, intenti a stigmatizzare queste donne come madri malevoli e terribili manipolatrici, pur di salvare l’idea del pater familias. E nessuno conta quante di queste donne, pur di non perdere i figli, vivono una violenza tra le mura di casa in silenzio e nel pericolo costante di essere fatte fuori da chi vive in casa con loro, non per il timore di lasciare il marito ma per la paura di perdere i bambini che potrebbero essere rinchiusi da un giorno all’altro e senza preavviso alcuno, in una casa famiglia o addirittura affidati al padre violento.

Pensare che una grave responsabilità delle istituzioni italiane sia soltanto la negligenza dei magistrati che non hanno valutato il rischio che Marianna Manduca stava correndo, così come quelli che non hanno protetto Elisaveta che si è vista uccidere il figlio mentre la difendeva dai colpi del marito, Andrej Talpis, e per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasbugo, è assai riduttivo di questi tempi.

E allora oggi a cosa serve che Caterina Mangano, Giovanna Bisignano e Mauro Mirenna, abbiano riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, se lo Stato che si macchia di femminicidio non si preoccupa di andare a indagare fino in fondo se stesso e le sue disfunzioni?

A cosa serve la rete tra “tutti gli attori del sistema” per la protezione delle donne – come ha detto Francesca Puglisi (PD), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio al Senato – se prima non si indaga in maniera sistematica e precisa cosa succede tutti i giorni nei tribunali italiani quando una donna cerca di separarsi da un partner violento soprattutto in presenza di figli minori?

Ecco, questo sarebbe davvero interessante da sapere. (Ma di questo, e di molto altro, parleremo domani con gli addetti ai lavori).

Copia di VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE E DEI MINORI

Piano Antiviolenza: governo Renzi allo sbaraglio

piano-violenze-di-genereDopo diversi rinvii e incertezze, è stato presentato oggi a Roma il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere (come previsto dall’articolo 5 della legge 119 che nel suo interno conteneva norme per il contrasto alla violenza contro le donne). Un momento atteso per un Piano che è passato di mano in mano e che ha avuto traversie ben prima della sua nascita, con le dimissioni della ex ministra Josefa Idem che fu costretta a passare, suo malgrado, le redini delle Pari opportunità alla viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, durante il governo Letta, fino ad arrivare all’attuale Giovanna Martelli, consigliera di pari opportunità del presidente del consiglio, Renzi.

Un Piano straordinario che ha avuto nella sua incubazione un lungo momento di confronto in un tavolo interministeriale, e precisamente quello che Idem aveva ideato come task force ad hoc sulla violenza contro le donne e che doveva essere, nelle sue intenzioni, un tavolo istituzionale affiancato da un altro tavolo in cui si sarebbero sedute le associazioni che da tempo lavorano in Italia sul fenomeno. Un confronto che la viceministra Guerra ha abilmente assottigliato, non solo togliendo di mezzo il tavolo della società civile ma decidendo di invitare a quello interministeriale soltanto alcune associazioni del vasto panorama italiano, e precisamente quelle che oggi hanno firmato dichiarazioni congiunte contro l’attuale Piano varato da Giovanna Martelli: un comunicato critico che nasce dal fatto che alla fine neanche quelle associazioni che sono state invitate al tavolo interministeriale, sono state prese in seria considerazione nella stesura del Piano antiviolenza. DiRe, Telefono Rosa, Udi, Pangea e Maschile Plurale – questi i gruppi che hanno partecipato al tavolo istituzionale – lamentano oggi che “il ruolo dei centri antiviolenza risulta depotenziato in tutte le azioni del piano e vengono considerati alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale senza alcun ruolo se non quello di meri esecutori di un servizio”, che “la distribuzione delle risorse viene frammentata senza una regia organica e competente e che quindi, non avrà una ricaduta sul reale sostegno dei percorsi di autonomia delle donne”, e infine che “il sistema di governance delineato nel Piano implica e non garantisce il buon funzionamento di tutto il sistema nazionale e pone inoltre problemi giuridici di coordinamento a livello locale”,  vanificando “il funzionamento delle reti territoriali già esistenti indispensabili per una adeguata protezione e sostegno alle donne”. Un comunicato, quello delle associazioni, in cui viene fatto notare sia che “il linguaggio del Piano è discriminatorio rispetto al genere”, sia che al suo interno “non c’è la declinazione al femminile quando si parla di figure professionali femminili”, e che “la funzione dell’Istat, l’istituzione dello Stato che fino ad oggi ha raccolto, validato ed elaborato i dati sulla violenza di genere, è cancellata dal Piano”.

Affermazioni che ci fanno capire come questo Piano sia stato elaborato, in quanto malgrado si dica che “Ai fini della predisposizione del Piano – si legge nel testo – è stato richiesto il contributo delle Amministrazioni centrali competenti, delle Regioni e degli enti locali, nonché delle Associazioni impegnate sul tema della violenza sulle donne”, si capisce come questa inclusione in realtà non ci sia mai stata sia perché la società civile italiana non ha partecipato – in quanto molto più ampia – sia perché quella che è stata interpellata, nemmeno è stata ascoltata. Ma che significa tutto questo?

La doppia Governance

A leggerlo, il Piano presentato da Martelli, appare come un manifesto di buone intenzioni con grandi proclami copiati qua e là, ma senza una reale e concreta intenzione di contrastare la violenza sulle donne. Manca cioè l’indicazione pratica e precisa su chi fa cosa e come la fa, facendo anche intravedere la possibile grande confusione che si potrà creare sull’esistente, e il grande spreco che avverrà di quelle già esigue risorse nel coprire l’essenziale. Un risultato provocato dalla mancanza di una realistica fotografia della realtà del fenomeno e anche dal fatto che nessuno, prima di fare questo Piano, è andato a vedere cosa aveva prodotto il primo Piano antiviolenza nazionale varato in Italia dalla ex ministra Mara Carfagna (e già in scadenza tre anni fa). Nelle molte parole del testo, si legge che “Contrastare la violenza maschile contro le donne richiede necessariamente il riconoscimento del fatto che essa si configura all’interno della nostra società come un fenomeno di carattere strutturale e non episodico o di carattere emergenziale”, si citano le Nazioni Unite, la Convenzione di Istanbul, le raccomandazioni Internazionali, ma stranamente non se ne tiene veramente conto, come se fosse una presa in giro. Si parla di “multifattorialità”, “fenomeno strutturale”, “approccio olistico”, “contrasto allo stereotipo di genere” ma senza dare reali strumenti concreti per un cambiamento profondo, e senza porsi il problema che per attuare una trasformazione così radicale sono necessari finanziamenti adeguati.

Il Piano parla di una “strategia basata su una governance multilivello”, le cui redini sono ben strette nelle mani del governo che si avvale del Dipartimento per le Pari Opportunità per le “funzioni centrali di direzione” e per coordinare un sistema e la pianificazione “delle azioni in sinergia con le Amministrazioni centrali, le Regioni, gli Enti locali e le realtà del Privato Sociale e dell’associazionismo non governativo impegnate nel contrasto alla violenza e nella protezione delle vittime (Centri Anti Violenza)”. Da una parte, dice il Piano, rimarrà il tavolo interistituzionale presieduto dalle PO e composto da Interno, Giustizia, Salute, Istruzione, Esteri, Sviluppo Economico, Difesa, Economia, Lavoro, Regioni, enti locali; e dall’altro, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, si attiverà “un apposito Osservatorio nazionale sul fenomeno della violenza, con il compito di supportare il Tavolo interistituzionale”, in cui è prevista la partecipazione, oltre dei rappresentanti istituzionali, “anche delle Associazioni impegnate sul tema della violenza sulle donne”: ci sarà cioè un “Tavolo di Coordinamento”, costituito da “Prefettura, Forze dell’Ordine, Procura della Repubblica, Comuni, Associazioni e gli organismi del Privato Sociale e dell’associazionismo non governativo, ASL/Aziende ospedaliere (operatori dei Pronto Soccorso), Parti sociali, Associazioni di categoria”, con la costituzione quindi di una governance politica che controlla tutto, e una governance tecnica di secondo livello, in cui tutti saranno apparentemente sullo stesso piano. Un disegno in cui la società civile non avrà un ruolo decisionale né un peso reale, con la conseguente perdita dell’occasione di allargare importanti metodologie sperimentate nel tempo dalle donne per le donne, a livello nazionale. Associazioni e centri antiviolenza saranno così usati e controllati nel loro operato – con dati sensibili che dovranno fornire facendo parte di questa governance tecnica – in cui una parte predominante lo avranno comunque i Prefetti (come già ipotizzato nella stesura del testo nominato “Codice rosa” del tavolo degli Interni che prevedeva che tutti i soggetti nominati facessero riferimento al Prefetto designato al vertice di questa governance e ora astutamente corretto nel Piano).

Finanziamenti

In poche parole i centri antiviolenza e le reti locali delle donne avranno un ruolo secondario e al massimo di supporto all’azione istituzionale che renderà conto al governo il quale però a oggi, a leggere il Piano, non ha la più pallida idea su come si presenta la violenza sulle donne in questo Paese. Una sensazione che si vede bene dai finanziamenti stanziati:

  • 10 milioni di euro per il 2013 (Legge 119/2013)
  • 10 milioni di euro per il 2014 (Legge 147/2013)
  • 9 milioni di euro per il 2015 (Legge n.147/2013)
  • 10 milioni di euro per il 2016 (Legge n. 147/2013).

Soldi dei quali “nell’ambito delle risorse stanziate di cui sopra e relative agli anni 2013-2015”: 13 milioni di euro sono stati ripartiti, in sede di Conferenza Stato-Regioni, tra le Regioni e le Province Autonome per la “formazione, inserimento lavorativo, all’autonomia abitativa per le donne vittime di violenza, sistemi informativi relativi ai dati”; 7 milioni di euro per la prevenzione; 7 milioni di euro per “progetti per sviluppare la rete di sostegno alle donne e ai loro figli e attraverso il rafforzamento dei servizi territoriali, dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza, prevenzione, contrasto che, a diverso titolano, entrano in relazione con le vittime”; 2 milioni di euro per la “Banca dati nazionale dedicata al fenomeno della violenza sulle donne basata sul genere”.

Peccato che i soldi del 2013 e ’14 siano stati già spesi con bandi regionali di cui ancora non abbiamo avuto riscontro nella ripartizione che è stata fatta: un gruzzolo, quello del Piano, di cui rimangono i 9 milioni del 2015 e i 10 milioni del 2016 che non bastano neanche per rifinanziare i centri antiviolenza, le case rifugio e gli sportelli di ascolto già esistenti sul territorio nazionale. Finanziamenti esigui che, insieme all’accordo Stato-Regioni fatto lo scorso anno in cui venivano date rigide linee per i requisiti dei centri antiviolenza italiani, finirà per ridurre alla fame i centri più deboli, riducendo così la già esigua presenza di strutture nate dalle donne e per le donne. Centri antiviolenza che saranno comunque usati, grazie al Piano, “nella rilevazione e trasmissione delle informazioni acquisite nel corso delle attività”. Perché un altro trabocchetto è quello che riguarda i dati e precisamente l’Istat dalle cui mani è stata tolta l’elaborazione sulla violenza contro le donne, in quanto è presso il Dipartimento per le pari opportunità che “viene costituita una Banca dati nazionale dedicata al fenomeno”, con un altro gruppo di esperti – che pullulano nel Piano e che non sono mai specificati per la loro qualità, professionalità e criteri di scelta – “avente il compito di elaborare proposte di progettazione e di sviluppo del sistema informativo della Banca dati”. Un Gruppo che avrà il compito, di “elaborare proposte di collaborazione con Istat”: un Istituto che ha sempre svolto egregiamente la sia funzione, e che chiamerei, anche qui, più in un rapporto di controllo con il Dpo che di collaborazione.

Comunicazione, educazione e formazione

Sulla comunicazione poi, il Piano sfiora il ridicolo: “Obiettivo prioritario deve essere quello di sensibilizzare gli operatori dei settori dei media per la realizzazione di una comunicazione e informazione, anche commerciale, rispettosa della rappresentazione di genere e, in particolare, della figura femminile anche attraverso l’adozione di codici di autoregolamentazione da parte degli operatori medesimi”. Si parla cioè di sensibilizzazione e non di formazione specifica, e di un codice di autoregolamentazione che nessuno mai seguirà (soprattutto i giornalisti), mischiando tutto ciò che è comunicazione – dall’informazione alla pubblicità – e mostrando una totale ignoranza su tutto quello che la società civile ha fatto a riguardo negli ultimi anni: un lavoro apprezzato all’estero ma non nel Paese di appartenenza. Senza individuare percorsi differenti e mirati che distinguano fiction, giornali, pubblicità, ecc. il Piano Martelli si preoccupa esclusivamente del linguaggio (vietati “volgarità e turpiloquio”) senza guardare né ai contenuti né alla testa di chi confeziona informazioni e immaginari, e non regala una sola riga ai criteri di formazione specifica, richiamando solo a una vaga attivazione di “programmi di formazione in collaborazione con l’ordine professionale dei giornalisti, finalizzati allo sviluppo e al rispetto di un’ottica di genere nell’informazione”, ma soprattutto delega una parte così complessa e così essenziale per la prevenzione della violenza – che significa prima di tutto trasformazione culturale in cui la parte mediatica è uno strumento potentissimo – a un altro dei tanti “gruppi di esperti”, di cui è disseminato il piano e di cui non si sa nulla (né criteri di scelta né le linee su cui svolgerà il lavoro né da chi sarà composto). Un gruppo che si dovrà occupare anche di modificare il linguaggio “nella pubblica amministrazione” e tutto a titolo gratuito: insomma un tutto fare di dubbia utilità che dovrà svolgere un lavoro delicatissimo a gratis e senza criteri prestabiliti né competenze specifiche e senza alcuna linea di demarcazione nell’universo mediale con rispettive e differenziate azioni per ogni ambito specifico, senza probabilmente avere gli strumenti adatti per un cambiamento duraturo.

Sull’educazione poi, altra chiave di volta per la trasformazione della mentalità, si parla “di educare alla parità e al rispetto delle differenze”. E per fare questo cosa fa? “il Governo provvederà a elaborare un documento di indirizzo che solleciti tutte le istituzioni scolastiche autonome ad una riflessione e ad un approfondimento dei temi legati all’identità di genere e alla prevenzione della discriminazione di genere, fornendo, al contempo, un quadro di riferimento nell’elaborazione del proprio curricolo all’interno del Piano dell’Offerta Formativa”. Cioè ancora una volta il nulla. Ci sarà poi l’opportunità di fare una formazione dei docenti che però non sarà obbligatoria e la possibilità di rivedere i libri di testo “sulla base anche dei documenti elaborati dal Gruppo di esperti sul linguaggio di genere” (di cui sopra), “fermo restando la libertà di scelta e di rispetto dei destinatari dei libri di testo, nonché della libertà di edizione”. Nel senso che nessuno è obbligato a fare nulla se non lo vuole o non lo desidera, in barba alla Convenzione di Istanbul nel suo complesso.

Per la formazione di chi ha a che fare con le donne che vivono violenza (un punto fondamentale), a elaborare le linee è stato il tavolo del ministero della Sanità che ha deciso la formazione per tutti e senza distinzione, e il risultato è stato che “Fermo restando il fatto che la Convenzione di Istanbul impegna gli Stati a porre in essere misure atte a garantire una specifica formazione per le figure professionali che si occupano delle vittime e degli autori di atti di violenza di genere e domestica”, il Piano prevede una formazione specifica per operatori e operatrici, mandando al mittente la raccomandazione di un personale femminile che accolga le donne fatta dalle associazioni. Il Piano prevede così formazione per “assistenti sociali, educatrici/tori professionali, operatrici/tori socio-sanitari, mediatrici/tori culturali, volontarie dei Centri Antiviolenza, delle Case rifugio, volontarie/i del soccorso, forze dell’ordine, docenti di ogni ordine e grado, ispettrici/ori del lavoro, responsabili di gruppi sociali anche informali e di comunità religiose, consigliere/i di parità regionali e provinciali, operatrici/ori degli Sportelli di ascolto, Operatrici/tori dei servizi per le politiche attive del lavoro”, e addirittura “Operatrici/tori dedicati alla gestione delle graduatorie per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica”: insomma tutti ma senza specificare però né chi fa questa formazione né le sue linee differenziate secondo gli ambiti, ma soprattutto non si fa cenno alcuno a uno dei nodi fondamentali, ovvero la formazione della magistratura e di quei giudici che si trovano poi a decidere sulla pelle donne e di quegli psicologi e psichiatri che spesso con le loro Ctu mandano in casa famiglia molti di quei bambini e bambine che assistono a violenza domestica sulle madri, o che la subiscono – tanto che c’è da aspettarsi che in un Paese come questo nella formazione per chi opera contro la violenza sulle donne spunti anche la Pas (sindrome di alienazione parentale) che sta massacrando le donne che denunciano violenze su se stesse e sui figli e che chiedono di separarsi da mariti violenti sia ai tribunali dei minori che ai tribunali civili.

La valutazione del rischio

A dimostrare la smaccata incompetenza di chi ha redatto questo Piano, è però la parte che riguarda le “Linee di indirizzo per la Valutazione del Rischio” che per il Dpo “sono orientative e non vincolanti” in quanto “rappresentano un metodo di valutazione semplificato da mettere a disposizione delle operatrici e degli operatori che si trovano a trattare situazioni di violenza contro le donne”, mentre il fattore della valutazione rischio può salvare le donne dal femmicidio: e allora perché è facoltativo? Stessa vaghezza per il Reinserimento socio-lavorativo delle donne che escono dalla violenza (chi lo fa? chi ne è responsabile?) su cui si parla di “individuazione di un referente e/o un’equipe di professionisti di riferimento della rete stessa”.

Infine, il ministero della sanità non raccoglierà i dati sulla violenza (scandaloso), mentre non si parla né di formazione specifica dei giudici (fondamentale), ma neanche di corsi specifici nelle Università che sono il fulcro per la formazione delle nuove leve in ogni ambito: dai medici, ai giornalisti, ai docenti stessi, alle operatrici, magistratura, ecc. In questo Piano sono assenti pezzi essenziali e tutto sembra rimanere al caso, ma soprattutto manca di quel mero senso pratico come di chi cerca di risolvere un problema complesso di cui non ha assolutamente cognizione, dando tutto in mano a gruppi di lavoro non ben definiti con assenza completa di specificazione, di linee guida, di criteri di reclutamento, ben ontano quindi dalla metodologia della Convenzione di Istanbul a cui si richiama. Un dubbio, quello dell’incompetenza di chi ha redatto il Piano, che era già sorto quando abbiamo visto pubblicate sul sito delle Pari opportunità le linee, ancora più vaghe, di questo Piano affinché il “pubblico” esprimesse la sua opinione: un escamotage di falsa apertura che ha causato solo l’intervento di troll che hanno infestato le pagine.

La validità del Piano decorre dal 2015 fino al 2017.*

 

*Chi volesse riprendere pezzi dell’articolo e parte delle sue citazioni, è pregato di nominare la fonte, grazie.

Federico Barakat ucciso dal padre e il ruolo dei servizi sociali

Federico Barakat

Federico Barakat

da 27esimaora.corriere.it

di Luisa Betti

Federico Barakat è stato ucciso a otto anni dal padre nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto, colpito prima con una pistola e poi con 24 coltellate senza che nessuno fosse presente e in grado di proteggerlo malgrado fosse in affidamento ai servizi sociali e malgrado gli incontri fossero vigilati. Era il 25 febbraio del 2009 e Federico era in quelle stanze perché un provvedimento del tribunale dei minori aveva deciso che il piccolo dovesse incontrare il padre malgrado fosse stata la madre, Antonella Penati, a rivolgersi al tribunale dei minori per la richiesta di decadenza della podestà paterna dopo che il suo ex era ricomparso dal nulla con la pretesa di avere con sé il bambino anche con la minaccia. Ma “per la tutela dello sviluppo del minore e del suo bisogno di crescita” – come si legge in una delle sentenze che sono seguite alla denuncia nei confronti degli operatori dei servizi – il tribunale dei minori non prese in considerazioni le istanze della donna, e anzi “nel tentativo di garantire un recupero ed un sereno svolgimento del rapporto tra genitore e figlio”, decise di affidare l’esercizio della potestà su Federico ai servizi sociali di San Donato Milanese, mettendo così sullo stesso piano un padre inesistente e minaccioso, e una madre accudente che cercava di proteggere se stessa e il figlio. Un padre, suicida subito dopo aver colpito il figlio, che fin dalla sua ricomparsa perseguitava Penati e che lei stessa ha in seguito più volte denunciato come pericoloso per violenze fisiche: segnalazioni che non furono mai ascoltate da chi aveva in affidamento il piccolo, che invece ha sempre considerato Penati come una madre inadeguata, troppo ansiosa, quasi un’isterica.

Oggi Federico non c’è più ma Antonella Penati rischia tutt’ora, pur avendo perso il figlio proprio perché nessuno ascoltò la sua parola, di passare ancora adesso come una visionaria. Ce lo confermano, le sentenze che si sono susseguite in questi anni, in seguito alla denuncia che Penati fece per ricercare le responsabilità di quello Stato che pur prendendosi in carico il figlio, non è stato in grado di difenderlo. Le tre sentenze che sono state emesse dopo che Penati ha chiesto che venisse verificata la responsabilità dello staff che aveva sotto tutela Federico, sono il frutto di tre gradi di giudizio in cui i tre operatori sono stati assolti in primo grado e in Cassazione, mentre la Corte d’appello aveva condannato la psicologa responsabile dello staff, dottoressa Elisabetta Termini. Ma la sentenza del 27 gennaio con cui la Cassazione rigetta la sentenza della corte d’appello di Milano, assolve tutti gli operatori (leggi il post che sulla 27ora ha scritto Cristina Obber), condanna Penati a pagare le spese processuali e rigetta il ricorso fatto dalla procuratrice generale, Laura Bertolè Viale, per la carenza di motivazione della assoluzione degli altri due (assistente sociale Nadia Chiappa ed educatore Stefano Panzeri), va oltre.

Rendendo pubbliche le motivazioni della sentenza emessa dalla commissione presieduta dal giudice Pietro Antonio Sirena in Cassazione, ieri in una sala del comune di Milano, durante la conferenza stampa, la mamma di Federico ha detto che si tratta di un vero e proprio “occultamento della verità” nei riguardi dell’omicidio di suo figlio, affermando che sebbene “le testimonianze, la ricostruzione, la dinamica che ha portato all’omicidio, siano tutte lì scritte nero su bianco, alla fine nessuna responsabilità viene attribuita allo Stato e tutto viene ricondotto a una tragica e imprevedibile fatalità”, quando è chiaro – anche dalle carte – che l’accaduto poteva essere evitato solo se fossero state prese in considerazione le sue numerose segnalazioni. “La psicologa – dice Penati – mi minacciò che se non avessi ritirato la denuncia nei confronti del padre di Federico, mi avrebbe accusata di alienare il bambino dal padre e che quindi poteva farmi portare via mio figlio. Fatto sta che Federico è stato ucciso quando io non c’ero, perché lui sapeva che lo avrei difeso a costo della mia vita”. Un ricatto che suona familiare a molte donne italiane che recandosi al tribunale dei minori o ai servizi sociali per chiedere aiuto e per allontanare e proteggere i propri figli da un partner violento, alla fine si ritrovano costrette a una mediazione – che in caso di violenza domestica è vietata – e messe sullo stesso piano del partner maltrattante, considerato comunque un buon padre anche se violento, e rivittimizzate per l’assoluta impreparazione degli operatori pagati dalle tasse degli italiani, che non riescono a discernere una violenza nei rapporti intimi da una conflittualità di coppia. Donne che, come per Antonella Penati, nell’ignoranza più assoluta di tutta la letteratura internazionale sul tema ma anche delle leggi del nostro Stato sulla violenza domestica, vengono etichettate come “madri malevole”, inadeguate e pazze visionarie che descrivono falsi abusi per togliere il papà ai propri figli, e che rischiano la sottrazione dei loro bambini, solo perché si sono “permesse” di denunciare la pericolosità di un partner violento da allontanare, e che invece spesso viene “imposto” al minore in incontri più o meno protetti.

Il caso Barakat è però emblematico su tutti, in quanto quello che emerge in maniera evidente è la volontà: esattamente la volontà di non rintracciare la responsabilità e la negligenza dei servizi sociali e dello Stato, che è in linea con il mantenimento dello status quo italiano in cui sebbene vengano recepiti convenzioni internazionali come la Cedaw e la Convenzione di Istanbul sulla discriminazione e la violenza sulle donne e sui minori che l’accompagnano, e sebbene le istituzioni insistano nello spingere le donne a denunciare partner violenti promettendo protezione, quello che ancora decide sulla vita delle persone è la mentalità arcaica che la parola di una donna valga meno di quella di un uomo, che un uomo violento può essere comunque un buon padre, che una madre ce denuncia un partner violento è una che si inventa le cose, in definitiva che la violenza sulle donne è una cosa normale e quindi non degna di nota effettiva. E questo anche di fronte a fatti eclatanti come quello di Federico Barakat.

Ma per non riconoscere queste responsabilità ci vuole anche una certa maestria: nella sentenza di primo grado del caso Barakat, s’insiste sul fatto che la potestà era rimasta ai genitori e che fosse stato dato al servizio solo l‘esercizio di essa, in quella di Cassazione si va avanti e si legge che il provvedimento del tribunale dei minori “non derivava dalla necessità di tutelare l’incolumità fisica del bambino ma dall’esigenza di garantire un adeguato sviluppo del minore in presenza di genitori inadeguati, e che entro tale confini doveva essere interpretato l’ambito di controllo demandato dall’ente pubblico”, e quindi che “le finalità protettive erano – unicamente – al sostegno educativo e psicologico del bambino, a fronte della esasperata conflittualità della coppia genitoriale” , contravvenendo così a ogni logica che vuol prendersi cura dell’aspetto “morale-educativo” di una persona tralasciando quello di base, e cioè la sua esistenza fisica, e soprattutto contraddicendo platealmente la Convenzione europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica – redatta a Istanbul e ratificata dall’Italia in maniera vincolante nel 2013 – in cui si legge testualmente che “Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini” (Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza). Un passo che sebbene non fosse “legge” ai tempi dell’omicido Barakat, dovrebbe essere comunque conosciuto e tenuto in considerazione oggi da chi ha deciso e scritto le motivazioni della sentenza di Cassazione, in quanto chiarisce come in un contesto di ipotetico pericolo, il diritto di visita di un genitore non può sovrastare il diritto all’incolumità fisica dei bambini, sempre e comunque. Un punto che nel ricorso che la signora Penati farà alla Corte dei diritti umani di Strasburgo – come annunciato ieri in conferenza stampa da lei e dal suo legale, avvocato Federico Sinicato – avrà di sicuro il suo peso dato che si tratta di una norma europea vincolante alla luce della quale non si può non leggere il fatto accaduto, e al quale si potrà aggiungere diversi punti: come il non riconoscimento di una situazione di violenza nei rapporti intimi, la rivittimizzazione della signora Penati fatta in maniera grave e reiterata dai responsabili dello staff, il non riconoscimento della violenza assistita da parte di Federico nella dinamica familiare, la mancata valutazione dei fattori di rischio della signora e del figlio, il mancato ascolto della donna e del minore. A rimarcare questa mancanza di preparazione delle responsabili del caso, sono le diverse testimonianze rese agli atti ed è proprio quella rilasciata da un’altra psicologa in equipe nel centro che fa pensare, in quanto riguardo alla psicologa e all’assistente sociale che seguivano Federico, riferisce come le sue colleghe parlassero solo di “conflittualità e delle minacce che il Barakat faceva alla madre” e di “ambivalenza della madre”, dividendo così la pericolosità del Barakat in due sfere non connesse e responsabilizzando la donna della violenza subita, sempre sulla scorta della fantasia che un uomo violento verso una partner non è pericoloso verso terzi e che è la donna che se la cerca. Ed è lo stesso Don Alfredo, prete che sosteneva Penati, a riferire che malgrado la donna avesse chiesto aiuto “alle dottoresse Termini e Chiappa, queste oltre a risponderle che erano sue fissazioni, l’avevano spesso vessata e trattata con superficialità, (…) dicendole che era stata lei a scegliersi quell’uomo” (testimonianze agli atti).

Sebbene quindi fosse chiaro che il signor Barakat era un uomo violento per le denunce di Penati e sebbene il dottor Parrini del Policlinico di San Donato avesse informato il centro della “pericolosità del Barakat” (testimonianza agli atti), non solo le responsabili non presero provvedimenti all’epoca, ma vengono ancora oggi sostenute e avallate in questa inadempienza dalla Cassazione che non considera questo fatto come grave e dirimente, non facendo riferimento all’ampia letteratura anche giuridica in proposito.

In tutte e tre le sentenze non si legge mai la parola violenza malgrado sia una storia che trasuda violenza e che culmina con l’atto finale di uccisione di un figlio da parte di un padre che si è voluto vendicare su una donna che non riconosceva il suo potere e la proprietà del maschio: in completa sintonia con la logica del femminicidio. Nelle sentenze si parla invece di “conflittualità di coppia”, dando la responsabilità a entrambi i genitori, tanto che nella sentenza di Cassazione si accenna anche a una mediazione tra i due ipotizzata dal centro: cosa che in caso di violenza in relazioni intime è vietata e che invece non viene contestata in nessun modo come comportamento negligente nella sentenza. Come anche, e questo forse più grave, che sia stata accolta l’istanza della psicologa sul fatto di non poter revocare gli incontri tra padre e figlio che invece, in presenza di situazioni che anche ipoteticamente pericolose non per l’incolumità fisica ma per l’equilibrio psicologico del minore, possono essere revocati in qualsiasi momento anche solo con una refertazione medica sul bambino che non vuole vedere il padre per fondati motivi: come succedeva per Federico che aveva paura di vedere il padre, come testimoniato dal Dottor Mazzonis, che seguiva il piccolo, e che aveva chiesto al centro che “gli incontri tra Federico e il padre fossero rallentati in virtù della forte insofferenza e del timore che il minore provava nei suoi confronti” (testimonianza agli atti).

Fatti che in quest’ultima sentenza non vengono messi in evidenza ma in cui anzi viene ribadito come non ci fossero, per gli operatori che vigilavano su Federico, “comportamenti indicativi del malessere derivante dalla relazione con il padre, tali da far scattare in capo la garante il dovere di segnalazione al tribunale dei minori”.

Il problema di fondo è che queste sentenze sul caso Barakat, sposano in pieno la linea di condotta dei servizi sociali che non viene mai messa in discussione con strumenti adatti, mentre invece è stata proprio la miopia, la superficialità e la mancanza di preparazione dello staff del centro che aveva in affidamento il piccolo a determinare una cattiva attenzione. Una superficialità ribadita dal legale di Penati, l’avvocato Sinicato, che proprio ieri ha messo in rilievo come nel centro di San Donato Milanese, malgrado sia potuto entrare un uomo con una pistola e un coltello che ha ucciso il figlio, ancora non si sia provveduto a installare un semplice metal detector.

Un’impreparazione che non coinvolge solo il centro di San Donato Milanese ma moltissimi servizi sparsi per tutta Italia in cui le donne che cercano un aiuto, ancora troppo spesso trovano l’inizio di un incubo. Il vero nodo della questione, ovvero il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni di una violenza nelle relazioni intime in atto da parte dell’uomo, fa perpetuare lo stereotipo dell’uomo che anche se violento è un buon padre, e della donna troppo emotiva e ansiosa, e quindi meno credibile dell’uomo. Per questo più volte ieri si è parlato della necessità di una Commissione d’inchiesta bicamerale che valuti il comportamento reale delle istituzioni nell’affrontare oggi sul territorio italiano il contrasto alla violenza contro donne e minori, la reale applicazione delle leggi e delle convenzioni internazionali, il destino di quei bambini che si ritrovano in una situazione di violenza domestica e che vengono costretti ad affidi coatti, messi in casa famiglia e dati in affidamento ai servizi sociali come Federico. Una Commissione che in realtà è stata già presentata in Senato con un disegno di legge proposto dalla vice presidente Valeria Fedeli, e sottoscritta trasversalmente da tutte le forze e dalla maggioranza delle senatrici, e che non viene ancora discusso ma che in realtà sarebbe il primo strumento per verificare mancanze, storture, ingiustizie e negligenze gravi, come nel caso di Antonella Penati.

Ma la storia giudiziaria che riguarda Federico Barakat, appare torbida fin dall’inizio per la richiesta di archiviazione della denuncia che la madre fece subito dopo nei confronti dei tre operatori per mancata vigilanza sul bambino, richiesta che fu accolta e che solo in un secondo momento, sotto sollecitazione della parte offesa, fu respinta. Una richiesta d’archiviazione che oggi suona quasi un avvertimento.

 

Da domani piano antiviolenza online per critiche e suggerimenti

La presidente della camera, Laura Boldrini, e la giornalista Linda Douglass al tavolo “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities” presso l'Ambasciata americana di Roma.

La presidente della camera, Laura Boldrini, e la giornalista Linda Douglass (sx), moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips, al tavolo “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities” presso l’Ambasciata americana di Roma. Ultima a dx, Giovanna Martelli, consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio.

A pochi giorni dalla pubblicazione del Piano antiviolenza online su cui sarà possibile mandare obiezioni e suggerimenti dal 10 dicembre 2014 al 10 gennaio 2015, arco di tempo in cui si aprirà la consultazione pubblica per la definitiva approvazione del testo che avverrà a gennaio, si è svolto all’Ambasciata Americana un tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips) e presieduta dalla presidente della camera, Laura Boldrini, con la presenza di Ong italiane, centri antiviolenza, istituzioni ed espert*, insieme alla consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio, Giovanna Martelli, su come contrastare la violenza sulle donne in Italia e su come gli Stati Uniti possono essere d’aiuto all’Italia. Nel confronto si sono interfacciate istituzioni, espert* e società civile, mettendo sul tavolo la propria specificità in relazione al proprio osservatorio, moderate dalla giornalista Maria Latella. Presenti, tra le altre e oltre alle sopracitate, la consigliera di pari opportunità del ministero dell’interno, Isabella Rauti, la procuratrice a capo del pool antiviolenza di Roma, Maria Monteleone, il Colonnello dei Carabinieri, Giorgio Manzi, la presidente della rete dei centri antiviolenza DiRe, Titti Carrano, la presidente del Telefono Rosa, Gabriella Moscatelli Carnieri, ecc. Qui, tra le altre cose, abbiamo appreso che il 50% delle donne che si rivolge ai centri antiviolenza italiani hanno un lavoro – dati che finalmente sfatano il mito che il lavoro salva le donne dalla violenza maschile, anche se ne facilita l’uscita – e che fino a oggi i centri della Rete DiRe hanno accolto più di 600 donne in un anno dovendo però respingerne altre 500 per mancanza di posti e di risorse (Titti Carrano); che i centri antiviolenza sono tramiti essenziali per salvaguardare la volontà del percorso di una donna che vuole uscirne dalla violenza anche quando si rivolge a una Procura d’eccellenza dotata di un pool antiviolenza funzionante 24 ore al giorno come quella di Roma (Maria Monteleone); che non tutti  i metodi adottati altrove per contrastare la violenza sule donne – come quello della baronessa Patricia Scotland di cui si è molto parlato qui da noi – sono adattabili ed efficaci in un altro paese ad esempio come il contesto italiano (Anna Baldry); e di come la cultura, basata sul sostegno di stereotipi maschili e femminili, rimanga uno dei fattori principali per la prevenzione alla violenza (Laura Boldrini).

Un tavolo in cui è emersa anche la necessità stringente di un dialogo continuo e includente tra le istituzioni e la società civile che troppo spesso viene in Italia ascoltata in maniera frammentaria, scostante e non nella sua completezza, e che non è sempre coinvolta in maniera determinate soprattutto nelle scelte istituzionali dove invece, per esperienza e sapienza accumulata nel tempo, potrebbero avere non solo un ruolo positivo ma anche risolutorio. Forse dovremmo cominciare a seguire le buone pratiche che già sono attive in altri paesi e che attraverso questo dialogo riescono a risolvere prima e meglio problemi che in Italia ci portiamo dietro da troppo tempo, soprattutto per quello che riguarda le donne e il rapporto sbilanciato tra i sessi in ogni campo nella vita privata come in quella pubblica. Certo è che l’apertura del Dipartimento delle pari opportunità alle osservazioni esterne online sul Piano antiviolenza che verrà pubblicato domani sul sito del Dpo, può essere interpretato come un segno positivo in questa direzione, anche se bisognerà aspettare il reale recepimento delle osservazioni da parte del governo, su un Piano che è già passato attraverso varie mani: da una ministra, Josefa Idem, a una viceministra con delega, Cecilia Guerra, e ora a una consigliera di pari opportunità del premier ma senza delega, l’onorevole Giovanna Martelli. Bisogna aspettare di vedere come andrà, anche perché il piano è il prodotto dei 7 tavoli interministeriali convocati da Guerra nel corso dell’anno in cui sono state ascoltate solo alcune delle associazioni della società civile che ha partecipato a questo percorso italiano (prima del piano antiviolenza): ong che adesso hanno la possibilità di fare le osservazioni che finora non hanno potuto fare e che sicuramente saranno “molto generose” nel loro lavoro di osservazione del lavoro fatto fino adesso. Senza contare che, malgrado siano ascoltate precedentemente, anche le ong che hanno partecipato ai tavoli hanno ancora da dire in quanto, come dichiarano loro stesse, sono state interpellate dalla task force interministeriale in maniera discontinua, saltuaria e senza un reale potere decisionale (almeno finora), con risultati che a volte sono stati anche disconosciuti. Si prospetta quindi una mole di lavoro enorme per il Dpo, e per Giovanna Martelli, che sarà difficile concludere in un mese.


 

“Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”

Ambasciata americana 1 dicembre 2014

La violenza maschile sulle donne e alcuni punti strategici per un cambiamento culturale in Italia*

Intervento di Luisa Betti

La violenza sulle donne è un fenomeno globale che coinvolge tutti: anche Paesi molto diversi tra loro, comprese le democrazie avanzate in Europa e negli Stati Uniti. Un fenomeno su cui i dati dell’Onu ci indicano 7 donne su 10 che nel mondo subiscono violenza nel corso della vita, e 600 milioni di donne che vivono in nazioni che non considerano questa violenza un reato. Una violazione dei diritti umani planetaria su cui il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha rilanciato anche quest’anno la campagna mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, e su cui la stessa Onu ci dice che, malgrado gli sforzi degli organi internazionali, Ong e l’impegno di alcuni governi nazionali, la situazione è ancora lontana dalla soluzione. Violenza nelle relazioni intime, stupro di guerra, gendercidio, matrimoni forzati, femmicidio, riduzione a schiavitù sessuale, sono solo alcuni dei punti in sospeso, punti su cui sempre le Nazioni Unite precisano come ancora oggi la forma più comune di violenza contro le donne sia “la violenza inflitta da un partner intimo”, aggiungendo che “in media, almeno una donna su tre nel mondo è stata picchiata, abusata sessualmente o aggredita dal partner durante la sua vita” e che “lo stupro e la violenza domestica sono il maggior pericolo per una donna di età compresa tra 15 e 44 anni”.

In Paesi cosiddetti avanzati come quelli dell’Unione Europea, secondo il Direttore dell’Agenzia dell’Unione europea per i Diritti fondamentali, Morten Kjærum, in un solo anno risultano 13 milioni di donne che hanno subito una forma di violenza fisica e 1 milione e mezzo che hanno subito violenza sessuale. Un dato che Kjærum collega al lavoro ancora lungo da svolgere in materia distereotipi e su cui chiarisce che anche in paesi in cui è stato raggiunto un buon livello di pari opportunità, le donne che ricoprono posti manageriali e rivestono ruoli apicali con alti livelli di istruzione femminile, subiscono molestie, violenze e abusi in quanto la violenza maschile è un fenomeno così trasversale e ampio da investire ogni donna in qualsiasi situazione culturale, sociale, di classe si trovi e a ogni età. Un fenomeno trasversale che oltrepassa quindi culture, religioni e classi sociali differenti risolvibile – come ha insistito anche quest’anno il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon in occasione del 25 novembre – solo ponendo fine aglistereotipi con “leggi che prevengano la discriminazione e lo sfruttamento” e creando “condizioni d’uguaglianza sul posto di lavoro e in casa per cambiare la vita quotidiana di donne e ragazze”.

Cultura e stereotipi

Uno dei focus principali per la prevenzione alla violenza maschile contro le donne è infatti la trasformazione culturale di cui molti parlano ma che in fondo non è così scontato: un cambiamento di mentalità per contrastare e prevenire la violenza che trova il suo humus principale proprio nella discriminazione di genere, basato a sua volta solo ed esclusivamente sul pregiudizio che le parole, le azioni e la presenza di una donna valgano meno rispetto a quelle di un uomo, creando così un pericoloso rapporto disequilibrato tra i sessi. Modelli che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità esclusivamente in base al sesso e senza altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane. Gabbie invisibili, sia per le donne che per gli uomini, e substrato culturale su cui prolifera una discriminazione sulle donne che è già di per sé una forma di violenza, in quanto considera la donna come un oggetto da conquistare, possedere, controllare, ed eventualmente sopprimere qualora si voglia sottrarre al controllo maschile (come dimostra la triste cronaca dei femmicidi nel mondo). Stereotipi che condizionano fortemente, e in negativo, la vita delle donne le quali, relegate a ruoli secondari, subiscono un declassamento in tutto quello che fanno: dal lavoro meno pagato, all’autorevolezza sul sapere sempre meno autorevole rispetto a quella di un uomo, fino all’indipendenza di pensiero e di azione politica in cui le donne devono ancora faticare molto per emergere. Una minimizzazione e un declassamento antidemocratico che riguarda anche gli argomenti che riguardano le donne o che ruotano intorno alla sua figura, considerati da sempre “meno importanti” di altri o addirittura “una scocciatura”: compresa la violenza maschile sulle donne fino al femmicidio, che malgrado sia considerata ormai ampiamente come una violazione dei diritti umani, è ancora percepita come “meno grave” rispetto al altri reati. Una percezione, questa, che è profondamente radicata in Italia come ha recentemente dimostrato in una ricerca la onlus WeWorld-Intervita che nel report dal titolo “Rosa shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere”, ha chiarito come 1 Italiano su 5 è convinto che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza, che denigrare una donna non è una violenza, e che per 1 italiano su 3, ancora oggi, la violenza domestica è prima di tutto una cosa che deve essere risolta in famiglia. Una percezione della violenza sostenuta in Italia, ancora adesso, da stereotipi che relegano le donne a una funzione di puro oggetto sia che si tratti di pubblicizzare una marca di caffè, sia che si tratti di esibire un trofeo con gli amici, sia che si tratti di riduzione a schiava o a un corpo da possedere e controllare direttamente. E non c’è da stupirsi se è così, dato che qui le aziende spendono circa 65 milioni di euro al mese in pubblicità per divulgare a un larghissimo numero di utenti modelli femminili che vanno dalle donne decorative, a quelle manichino fino alle pre-orgasmiche: categorie che in ambito maschile vengono sostituite da professionisti di successo o sportivi. Cifre da capogiro se paragonate a quelle che la società civile, con un grandissimo sforzo, ha investito per una sensibilizzazione corretta sulla violenza contro le donne e per l’abbattimento degli stereotipi, che sono passate da 6,3 a 16,1 milioni di euro nel biennio 2012-2013, registrando un +34%, ma che non arriveranno mai alle cifre investite per divulgare il modello di donna usa e getta.

Una cultura, quella italiana, dove il matrimonio viene considerato dagli uomini, sempre secondo We World, “il sogno di tutte le donne” e per i quali “è più facile per una donna fare dei sacrifici nella famiglia”. In Italia, nonostante le norme per il contrasto alla violenza sulle donne varate nel 2013 con la legge 119 e malgrado la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sule donne e la violenza domestica, ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal partner, dall’ex o da un familiare, mentre in un anno sono più di 1 milione le donne che hanno subito una forma di violenza maschile con oltre 25 casi di stalking al giorno: casi che possono essere anche archiviati, malgrado sia chiara la pericolosità dello stalker e il fattore di rischio (di vita) che la donna ha soprattutto quando cerca di sottrarsi alla violenza. Ma se ancora in alcuni tribunali italiani si stenta a riconoscere la violenza all’interno delle mura domestiche scambiandola per semplice “conflittualità” e rivittimizzando così la donna che denuncia colpevolizzandola indirettamente come responsabile della violenza che subisce, è grazie a questa cultura e a questi stereotipi che pongono la donna come un essere umano non equiparabile all’uomo e la cui parola vale meno, in qualsiasi ambito, anche quando subisce una violazione così grave. Donna che in questo Paese può rischiare di essere definita in sede di giudizio come “madre malevola” nel momento in cui denuncia una violenza subita o assistita da figli minori fino a essere accusata di manipolazione sulla prole, che ha assistito o che ha subito la violenza di un padre, e alla quale possono essere anche sottratti i figli in quanto su di lei può ricadere la responsabilità di non solo di non averli protetti ma addirittura la colpa di esibire false accuse nei confronti del marito.

Una violenza che sempre We World ha monetizzato, con un’indagine fatta lo scorso anno (“Quanto costa il silenzio”), con una spesa di 17 miliardi di euro annui a carico dalla collettività per gli effetti devastanti di un fenomeno che è strutturale e per questo difficile da contrastare. Un nodo, quello tra stereotipi e violenza, ben presente anche ad alcune rappresentanti istituzionali di un certo peso, come la presidente della camera, Laura Boldrini, e la vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, che hanno più volte lanciato proposte e suggerito riflessioni, ma che le istituzioni italiane, nel loro complesso, faticano a recepire completamente e correttamente dalla società civile che lavora ogni giorno in questi ambiti e che dovrebbe essere più ascoltata e seguita dalle istituzioni italiane nel momento che si propongono un intervento decisivo contro questa violenza.

La letteratura internazionale

Eppure gli strumenti e una base di accordo c’è nelle convenzioni internazionali per il contrasto alla discriminazione femminile e alla violenza sulle donne – con conseguente abbattimento degli stereotipi di genere – che hanno una lunga storia e un discreto elenco, e che sono state tutte ratificate e accettate dall’Italia, anche se mai completamente applicate nel nostro Paese. Tra tutte ricordiamo la “Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna” (CEDAW) del 1979, ratificata dall’Italia nel 1985, che definisce la discriminazione contro le donne sulla base del sesso, e quindi della disparità tra uomini e donne nella società che impedisce al genere femminile di godere a pieno dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in qualsiasi altro campo e che sollecita gli Stati a sancire la parità di genere nella loro legislazione nazionale. Oppure la Piattaforma di Pechino del 1995, che il prossimo anno sarà ridiscussa con Pechino+20, e che aveva messo a fuoco 12 punti sulle donne tra cui: la povertà, l’istruzione, la violenza, l’economia, i conflitti armati, i diritti fondamentali, l’ambiente, le bambine, e il rapporto con i media. Oppure le “conclusioni condivise” per l’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro donne e ragazze, redatte nel marzo 2013 (UN Women – 57a Commission on the Status of Women, 4/15 marzo 2013, New York), o la “Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, presentata a Istanbul nel 2011 e ora in vigore negli Stati che l’hanno ratificata, compresa l’Italia. Documenti – anche se l’elenco sarebbe molto più lungo – che insistono chiaramente sul pensante ruolo degli stereotipi e su cambiamenti profondi, e di cui la società civile delle donne italiane chiede da tempo alle istituzioni una reale applicazione dopo le diverse ratifiche. Nella Convenzione di Istanbul, a esempio, si legge che “il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”.  Convezione che, oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, riconosce “la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere”: “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”, e che insiste sulla prevenzione e sulla protezione, prima che sulla punizione, suggerendo una fitta e articolata rete di sostegno per donne e i bambini che le accompagnano, ma soprattutto chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, nel senso che si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, le leggi possono anche rimanere inapplicate o essere distorte. Convenzione che l’Italia ha firmato e ratificato, su cui però ancora il Paese annaspa.

Tre punti per contrastare la violenza sulle donne

Se la violenza maschile contro le donne è una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi – rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale – per affrontare il cambiamento necessario, occorre un po’ di sano pragmatismo che avendo chiaro il problema, nella sua complessità, lo affronti. Ma in un Paese dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, ci vogliono ancora 81 anni per raggiungere una certa equità tra uomini e donne (l’Italia è al 69° posto nel Gender Gap) e in cui la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne, su cosa bisognerebbe puntare per attuare un vero cambiamento culturale? I nodi, secondo me sono tre: primo fra tutti una proficua e continua interlocuzione della società civile delle donne con le istituzioni che non sia una tantum ma un reale e serio scambio di saperi e punti di vista. Come, per esempio, suggerito da Feride Acar, componente CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e già CAHVIO (Committee on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence), l’efficacia della Convenzione di Istanbul se da una parte dipende da quanto le istituzioni saranno in grado di attuarla, dall’altra è legata a quanto la società civile sarà coinvolta in questo processo. Un principio, quello della partecipazione diretta della società civile delle donne all’applicazione di politiche di genere volte al contrasto sulla violenza, che è il perno del cambiamento culturale e senza il quale non è possibile se non con una imposizione dall’alto. Una trasformazione che, secondo me, parte da questa collaborazione e che per quanto riguarda il cambiamento culturale come prevenzione alla violenza si concentra su due centri propulsivi: l’istruzione e i media.

Media e informazione

Sui media si sono espressi sia la Convenzione di Istanbul che l’Onu. Nelle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013, vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Mentre nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Ma per quanto riguarda i media non basta, perché è necessario fare un discorso a parte sull’informazione giornalistica che, per sua natura e carattere, necessita di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto le informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un fenomeno e di quello che accade, e che sulla narrazione della violenza sulle donne può anche produrre gravi danni come la rivittimizzazione attraverso un’informazione scorretta proposta invece come oggettiva.

Dando uno sguardo d’insieme possiamo tracciare un iter preciso su cosa hanno fatto e fanno i giornali italiani riguardo la violenza sulle donne: da un totale disinteresse negli anni passati (eppure il fenomeno già c’era) quando il 25 novembre era una giornata come un’altra, alla descrizione morbosa e deviante che si risolve nel racconto horror di cronaca nera, fino alla iperesposizione della violenza con articoli “fotocopia” privi di un reale approfondimento e quindi sostanzialmente non sempre utili a una comprensione reale. Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2007) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche, ricalcando il solito background stereotipato e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse alcuni cliché sulle donne, trattate come prede o come tentatrici, cercando di porre un argomento da sempre relegato alla cronaca nera a un argomento con una sua dimensione specifica, evitando così di raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi e dando un giusto peso a quello che avveniva sulla pelle delle donne italiane. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi verso una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava senza competenze. Un pericolo perché lentamente il livello è sceso a favore di una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità e molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altre, soprattutto dalle donne. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. A dimostrazione che tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, c’è la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su questo. Una superficialità, in parte basata su una realtà che andremo a vedere, che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando enormi e gravi malintesi. Come quello sulla parola femminicidio che la sociologa Marcela Lagarde non ha definito come uxoricidio ma come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Errori e confusioni che oggi ci faranno avere su un dizionario della Zanichelli la dicitura errata di femminicidio che sarà indicata comeuccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”, in maniera del tutto errata.

Quindi se da una parte la sensibilizzazione e l’informazione sono aumentati portando a galla il problema – e questo è un fatto importante – dall’altra però è aumentata anche la banalizzazione e la spettacolarizzazione che poco ha a che vedere con la violenza sulle donne: una superficialità che fa oscillare l’informazione tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora raptus o delitto passionale – e quindi facendo leva su stereotipi culturali che minimizzano la gravità del reato insistendo sui profili psicologici dell’offender – e dall’altro un’informazione con articoli fotocopia (tutti uguali) ripresi da agenzie e senza una vera indagine che non approfondendo mantengono lo status quo. Le uniche eccezioni sono state le rubriche e i blog di alcune giornaliste che da tempo incoraggiano una narrazione differente, creando anche una vera e propria schizofrenia sulla stessa testata: pezzi fotocopia nel giornale ufficiale e pezzi di un certo spessore nei blog e nelle rubriche dove le giornaliste hanno una certa autonomia.

Ma cosa significa questo?

Prima di tutto che serve una formazione capillare dei giornalisti su temi che ancora non hanno il riconoscimento di un sapere autorevole. Un fatto fondamentale, la formazione ora obbligatoria anche per i giornalisti italiani, che serve per superare questa cultura della sottovalutazione della violenza, che poggiando sul pregiudizio della discriminazione di genere, devia anche la percezione dell’opinione pubblica sostenendo quegli stessi stereotipi che porta le donne a non essere credute in alcuni tribunali o in qualche caserma che rimanda la donna a casa perché si tratta di una semplice lite tra marito e moglie.

In secondo luogo che ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, non possono essere più considerati argomenti di serie B e perciò argomenti su cui tutti possono intervenire senza cognizione di causa.

In terzo luogo che se le direzioni dei giornali si avvalessero di alcune figure professionali da inserire direttamente nel tessuto del giornale formati sulla violenza e la discriminazione sulle donne, le cose cambierebbero, in quanto non basta essere “sensibili” ma bisogna conoscere le cose e bisogna essere preparati, studiare.

In conseguenza del secondo e terzo punto, c’è un quarto punto e cioè che gli articoli su femmicidio-femminicidio si spostino dalle interessanti rubriche e blog redatti da giornaliste che approfondiscono e evitano pezzi fotocopia o articoli morbosi, e che ormai si occupano del tema ritagliandosi delle “isole” a lato della testata, entrino invece a pieno titolo nella testata stessa e nelle prime pagine del giornale (senza essere relegate in fondo o con pezzi che occupano spazio minore).

Ma c’è un quinto elemento che non deve essere sottovalutato in questa partita ed è la presenza fisica delle donne nelle redazioni con ruoli di responsabilità e di comando e non solo perché sono giornaliste quelle che per lo più hanno promosso e continuano a promuovere sui loro blog una corretta informazione sulla violenza contro le donne, ma anche perché proprio la presenza delle donne in ruoli apicali dà un’altra valenza a questi stessi e danno una bella spallata alla discriminazione di genere. Donne che in Italia, ma anche nel resto del mondo, sono pochissime alla guida dei grandi giornali e che sono costrette a ritagliarsi delle “isole” al lato della testata, per poter sviluppare temi considerati di serie B per il loro direttore (secondo l’Osservatorio di Pavia, che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle redattrici italiane occupa posti di comando come direttrice, vicedirettrice, caporedattrice). Tanto che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una conclusione dedicata all’avanzamento delle donne ai livelli decisionali nei media, richiamando tutti gli Stati membri della Ue, le loro istituzioni e le aziende che operano nel settore dei media al rispetto degli obiettivi strategici di Pechino. Una presenza che deve essere incoraggiata a parità di merito rispetto agli uomini, sia nei media e nell’informazione, sia negli organi stessi di cui si dotano i giornalisti come appunto gli Ordini regionali e l’Ordine nazionale.

Istruzione e sapere

Per quanto riguarda l’istruzione, su cui gli Usa sono sicuramente molto più avanti in materia di studi di genere, in Italia sono ancora troppo pochi i master, corsi di laurea e le specializzazioni di chi vuole laurearsi in studi di genere e non c’è nessun master specifico consolidato sulla violenza maschile e sulla discriminazione delle donne. Una mancanza che fa rende difficile la costruzione di un sapere riconosciuto, che in Italia esiste oggi a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza, ma che non è considerato autorevole come sarebbe se avesse un vero riconoscimento accademico che deve partire dalle università. Occorrerebbe fornire quindi risorse per gli studenti e studentesse italiani per seguire i loro studi di genere in Europa e in Usa e nello stesso tempo attuare uno scambio tale da poter impiantare su quel modello corsi universitari anche qui da noi, e per tirar su una generazione di ricercatori a livello di dottorato che diminuirebbe l’isolamento degli insegnati italiani che potrebbero partecipare al dibattito globale che invece su questo è molto più sviluppato.

Una iniziativa che rafforzando i legami dei centri di ricerca di genere e varie università, dovrebbe coinvolgere accademici e ricercatori di rilievo con viaggi, conferenze, scambi di ricerca, per costruire un sapere che potrebbe mettere in campo una professionalità adeguata e precisa. E su questo gli Usa potrebbero giocare un ruolo determinante in quanto renderebbe anche più facile e strutturale l’avvio di una riforma profonda della scuole dove gli stereotipi devono essere sostituiti con un’educazione di genere per bambini e bambine, che abbia però alle spalle un sapere accademico e che non sia improvvisato da corsi paralleli fatti per supplire a un buco che è strutturale e non temporaneo, e che necessita di una formazione prima di tutto degli insegnanti e di uno stravolgimento dei libri di testo, che non può avvenire in maniera seria se non si parte dall’università e da uno spostamento di interesse sull’argomento che deve diventare da serie B a serie A. Un discorso che vale per i media, come per l’agenda politica, così come per il sapere e l’istruzione.

CONCLUSIONI

Nel caso italiano quindi la cera debolezza per un cambiamento culturale profondo che prevenga la violenza sulle donne, è data dall’assenza di ogni significativa struttura organizzativa che possa provvedere a raccordare questo percorso: un punto di incontro per un confronto reale di tutte le forze in campo, istituzionali e della società civile, al fine dell’attuazione delle politiche di contrasto alla violenza di genere. Un centro di raccordo che, guidato da esperti e figure di riferimento, potrebbe creare un ponte stabile tra le istituzioni e tutta la società civile delle donne sul contrasto alla violenza di genere, svolgendo al massimo il lavoro per l’attuazione di politiche efficaci sul territorio nazionale.

Un raccordo che ha bisogno di un altro punto fondamentale, che è invece un’altra debolezza dell’Italia, ovvero di un reale confronto globale rispetto a discorsi analoghi fatti in altri paesi sia europei che extraeuropei per promuovere la partecipazione italiana in arene globali, discorsi che abbiano poi un peso anche in sede nazionale e istituzionale. A livello globale esiste infatti un movimento e una spinta verso la comprensione e la definizione del fenomeno della violenza sulle donne da contrastare, una spinta dove l’Italia, pur avendo una proficua elaborazione teorica, rimane ai margini. Scambio di idee, saperi, azioni politiche già attuate con successo, creerebbe un feedback stabile tra le diverse realtà, assicurando un dialogo stabile tra istituzioni e società civile senza rincorse. Un centro di raccordo che dovrebbe rapportarsi con tutte le strutture europee e con Paesi extraeuropei che offrono l’esperienza di un sapere avanzato sugli studi di genere, essenziali per poter avviare un confronto tra diverse realtà che sia un arricchimento ma anche per un’azione più concreta sul proprio territorio.

 

*Intervento integrale all’Ambasciata americana del 1 dicembre 2014 al tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips).

Femminicidio e informazione: se è criminale non è amore

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Logo della trasmissione “Amore criminale” in onda su Raitre

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Qualche giorno fa la dottoressa Piera Serra della “Psychology and Psychotherapy Research Society” ha inviato una lettera alla Rai dove punto per punto chiarisce cosa non si dovrebbe fare per rispettare un’informazione corretta su femmicidio-femminicidio in Italia prendendo come esempio “negativo” il programma ad hoc “Amore criminale”, ed esponendo il suo studio in PRIMI ESITI DI UNO STUDIO RELATIVO AD ALCUNI POSSIBILI EFFETTI SUL PUBBLICO DI AMORE CRIMINALE, RAI 3 (da “State of Mind”) che in realtà può essere esteso alla maggior parte dell’informazione italiana su questo argomento. La dottoressa Serra, come premessa, scrive che “Amore Criminale” è una “trasmissione rivolta a prevenire le violenze sulle donne attraverso la documentazione della sofferenza delle vittime e delle loro famiglie, nonché attraverso la condanna morale del comportamento degli aggressori e la cronaca delle condanne inflitte”, e che malgrado ciò “potrebbe contenere elementi atti non solo a neutralizzare l’effetto benefico desiderato, ma addirittura, qualora lo spettatore sia un uomo che desidera uccidere la partner o l’ex-partner, esitare in effetti in qualche modo controproducenti”. Una premessa, quella della lettera, che già a priori spiega come non solo non sia sufficiente affrontare la violenza sulle donne con “buone intenzioni” ma che senza strumenti idonei ad affrontare un’informazione corretta sul problema, si rischi l’effetto contrario: un danno che può essere sintetizzato come rivittimizzazione mediatica (fatto ampiamente sostenuto da tempo su questo blog e altrove). Lo studio di Serra presenta, passo passo, tutti i punti messi sotto la lente della rivittimizzazione mediatica in “Amore criminale”, e prima di tutto sulle violenze mette in evidenza:

  1. La pretesa che esse furono dettate dalla passione amorosa;
  2. La loro spiegazione come esito di un momento di discontrollo o follia;
  3. L’interpretazione di tali discontrollo o follia come innescati da qualche comportamento della vittima. Nei filmati troviamo ripetutamente condannata la violenza ed espressa solidarietà alle vittime. Tuttavia, intercalati a questi contenuti e senza soluzione di continuità con essi, troviamo purtroppo anche parole e immagini che veicolano l’adesione a stereotipi culturali atti a validare le tre autogiustificazioni di cui sopra.

Inoltre si sottolinea “l’attribuzione all’autore di femmicidio di sentimenti di amore per la donna che uccide”, che “anche se il concetto che quando c’è violenza non c’è amore è spesso ribadito, amore e violenza sono associati nel titolo (“Amore Criminale”) e in diverse affermazioni della conduttrice” (che è un’attrice e non una giornalista o un’esperta), nella sigla (“Each man kills the thing he loves” – “Ogni uomo uccide la cosa che ama” di Jeanne Moreau), nell’immagine della trasmissione (un cuore rosso che si trasforma in un revolver e in un coltello), e che “le motivazioni degli aggressori vengono definite come volontà di possesso” anche se “viene regolarmente attribuita loro anche la gelosia”: malgrado si tratti di una volontà di controllo dell’uomo sulla donna che arriva fino ad azioni femminicida. Infine la presenza in “Amore criminale” della “facile definizione delle violenze come esito di discontrollo o follia”, quando “gli stati mentali di infermità o seminfermità mentale possono essere qualificati tali solo dopo complesse procedure psicodiagnostiche”.

Serra rintraccia inoltre il luogo comune della pericolosa “co-partecipazione delle vittime alla violenza”, la “definizione delle violenze dell’aggressore come un’interazione di coppia”, la “minimizzazione delle violenze, corollario dalla loro definizione come parte di un’interazione di coppia”, “l’idea che la spiegazione dei fatti sia da ricercarsi parimenti nella personalità della vittima e in quella dell’aggressore”, “la tesi che le vittime non si rendano conto della pericolosità dell’aggressore ed è per questo che non denunciano o non si allontanano”, “la tesi che le vittime restano con l’aggressore perché psicologicamente dipendenti” e che “che per evitare le violenze sia sufficiente coraggio e forza di volontà”. Ma quello che preoccupa la dottoressa è soprattutto l’autorevolezza morale della fonte delle informazioni in quanto “Amori Criminali” si presenta come “un’inchiesta giornalistica, genere da cui lo spettatore è abituato ad aspettarsi la rivelazione di fatti veri nonché un impegno sociale da parte degli autori”, e che sia trasmessa dalla Rai e in più anche in prima serata – preoccupazione che possiamo allargare anche a giornali e telegiornali nazionali e altri programmi televisivi che arrivano a milioni di fruitor*. Serra mette anche sul piatto la morbosità della trasmissione che, malgrado l’indignazione morale ricorrente nel programma, si concentra “pedissequamente su particolari che non hanno alcunché di rilevante” – ovvero particolari che non sono fondamentali alla notizia –  “l’omessa citazione dei documenti”, e “le scene di sangue, che si ripetono richiamate anche dal rosso nell’immagine in sovraimpressione”.

La dottoressa Serra, forse senza saperlo, analizzando “Amore criminale” stende quindi quelle che possono in teoria essere considerate le linee guida per una corretta informazione sulla violenza maschile contro le donne che molti reclamano – e che anche la Convenzione di Istanbul chiede – ma su cui molt* ancora improvvisano con decaloghi troppo spesso improvvisati e senza una solida base di sapere, in quanto sempre redatti – anche questi – sulla base dell’illusione che basti avere buone intenzioni o essere sensibili per affrontare la violenza sulle donne che, a oggi e in Italia, non ha ancora un sapere autorevole riconosciuto. Linee guida che non possono essere risolte neanche con obsoleti comitati di controllo volti a moralizzare la comunicazione mediatica – probabilmente inefficaci e controproducenti sui giornalisti – e che se devono essere redatti dovrebbero tenere conto di contributi specifici come questi. Che i punti declinati da questo studio siano adatti anche per tutta l’informazione italiana su tv, stampa e web – che per la maggior parte ancora ricalca gli stessi “errori” della trasmissione Rai producendo gli stessi danni –  è dimostrato dal fatto che si riferiscono ai maggiori stereotipi comuni basati su una cultura a cui gli stessi operatori e operatrici dell’informazione non sono immuni: una situazione che ancora una volta pone in evidenza la necessità di un cambiamento profondo che ponga i diritti delle donne – compreso il diritto a una vita libera dalla violenza maschile – come un argomento di seria A su cui non sia più possibile improvvisare con personale impreparato e con un approccio moralistico privo di reale efficacia.

Ma per un vero cambiamento di questa cultura che funzioni come prevenzione stessa alla violenza, non basta né lo studio della dottoressa Serra, né il decalogo di quello che si deve o non si deve fare, in quanto occorre un approccio integrato su più fronti – come indicato dalla Convenzione di Istanbul che oltre alle linee guida chiede anche politiche specifiche – che abbia come base un dialogo costruttivo, continuo e partecipativo della società civile delle donne con le istituzioni. In questa costruzione di una cultura “differente” non basta quindi concentrarsi su cosa si deve o non si deve fare, perché occorre una proposta positiva che si concentri, per quanto riguarda la cultura degli stereotipi, su due focus propulsori: l’informazione e l’istruzione. E per capire meglio come fare, propongo di seguito una parte dell’intervento fatto all’Ambasciata americana del 1 dicembre 2014 in un tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips) e presieduta dalla presidente della camera, Laura Boldrini, con la presenza di Ong italiane, centri antiviolenza, istituzioni ed espert*, insieme alla consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio, Giovanna Martelli, a pochi giorni dalla pubblicazione del Piano antiviolenza online su cui sarà possibile mandare obiezioni e suggerimenti dal 10 dicembre 2014 al 10 gennaio 2015, arco di tempo in cui si aprirà la consultazione pubblica per la definitiva approvazione del testo che avverrà a gennaio.


“Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”

Ambasciata americana 1 dicembre 2014

La violenza maschile sulle donne e alcuni punti strategici per un cambiamento culturale in Italia

Intervento di Luisa Betti

(…)

Tre punti per contrastare la violenza sulle donne

Se la violenza maschile contro le donne è una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi – rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale – per affrontare il cambiamento necessario, occorre un po’ di sano pragmatismo che avendo chiaro il problema, nella sua complessità, lo affronti. Ma in un Paese dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, ci vogliono ancora 81 anni per raggiungere una certa equità tra uomini e donne (l’Italia è al 69° posto nel Gender Gap) e in cui la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne, su cosa bisognerebbe puntare per attuare un vero cambiamento culturale? I nodi, secondo me sono tre: primo fra tutti una proficua e continua interlocuzione della società civile delle donne con le istituzioni che non sia una tantum ma un reale e serio scambio di saperi e punti di vista. Come, per esempio, suggerito da Feride Acar, componente CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e già CAHVIO (Committee on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence), l’efficacia della Convenzione di Istanbul se da una parte dipende da quanto le istituzioni saranno in grado di attuarla, dall’altra è legata a quanto la società civile sarà coinvolta in questo processo. Un principio, quello della partecipazione diretta della società civile delle donne all’applicazione di politiche di genere volte al contrasto sulla violenza, che è il perno del cambiamento culturale e senza il quale non è possibile se non con una imposizione dall’alto. Una trasformazione che, secondo me, parte da questa collaborazione e che per quanto riguarda il cambiamento culturale come prevenzione alla violenza si concentra su due centri propulsivi: l’istruzione e i media.

Media e informazione

Sui media si sono espressi sia la Convenzione di Istanbul che l’Onu. Nelle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013, vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Mentre nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Ma per quanto riguarda i media non basta, perché è necessario fare un discorso a parte sull’informazione giornalistica che, per sua natura e carattere, necessita di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto le informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un fenomeno e di quello che accade, e che sulla narrazione della violenza sulle donne può anche produrre gravi danni come la rivittimizzazione attraverso un’informazione scorretta proposta invece come oggettiva.

Dando uno sguardo d’insieme possiamo tracciare un iter preciso su cosa hanno fatto e fanno i giornali italiani riguardo la violenza sulle donne: da un totale disinteresse negli anni passati (eppure il fenomeno già c’era) quando il 25 novembre era una giornata come un’altra, alla descrizione morbosa e deviante che si risolve nel racconto horror di cronaca nera, fino alla iperesposizione della violenza con articoli “fotocopia” privi di un reale approfondimento e quindi sostanzialmente non sempre utili a una comprensione reale. Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2007) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche, ricalcando il solito background stereotipato e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse alcuni cliché sulle donne, trattate come prede o come tentatrici, cercando di porre un argomento da sempre relegato alla cronaca nera a un argomento con una sua dimensione specifica, evitando così di raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi e dando un giusto peso a quello che avveniva sulla pelle delle donne italiane. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi verso una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava senza competenze. Un pericolo perché lentamente il livello è sceso a favore di una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità e molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altre, soprattutto dalle donne. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. A dimostrazione che tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, c’è la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su questo. Una superficialità, in parte basata su una realtà che andremo a vedere, che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando enormi e gravi malintesi. Come quello sulla parola femminicidio che la sociologa Marcela Lagarde non ha definito come uxoricidio ma come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Errori e confusioni che oggi ci faranno avere su un dizionario della Zanichelli la dicitura errata di femminicidio che sarà indicata come uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”, in maniera del tutto errata.

Quindi se da una parte la sensibilizzazione e l’informazione sono aumentati portando a galla il problema – e questo è un fatto importante – dall’altra però è aumentata anche la banalizzazione e la spettacolarizzazione che poco ha a che vedere con la violenza sulle donne: una superficialità che fa oscillare l’informazione tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora raptus o delitto passionale – e quindi facendo leva su stereotipi culturali che minimizzano la gravità del reato insistendo sui profili psicologici dell’offender – e dall’altro un’informazione con articoli fotocopia (tutti uguali) ripresi da agenzie e senza una vera indagine che non approfondendo mantengono lo status quo. Le uniche eccezioni sono state le rubriche e i blog di alcune giornaliste che da tempo incoraggiano una narrazione differente, creando anche una vera e propria schizofrenia sulla stessa testata: pezzi fotocopia nel giornale ufficiale e pezzi di un certo spessore nei blog e nelle rubriche dove le giornaliste hanno una certa autonomia.

Ma cosa significa questo?

Prima di tutto che serve una formazione capillare dei giornalisti su temi che ancora non hanno il riconoscimento di un sapere autorevole. Un fatto fondamentale, la formazione ora obbligatoria anche per i giornalisti italiani, che serve per superare questa cultura della sottovalutazione della violenza, che poggiando sul pregiudizio della discriminazione di genere, devia anche la percezione dell’opinione pubblica sostenendo quegli stessi stereotipi che porta le donne a non essere credute in alcuni tribunali o in qualche caserma che rimanda la donna a casa perché si tratta di una semplice lite tra marito e moglie.

In secondo luogo che ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, non possono essere più considerati argomenti di serie B e perciò argomenti su cui tutti possono intervenire senza cognizione di causa.

In terzo luogo che se le direzioni dei giornali si avvalessero di alcune figure professionali da inserire direttamente nel tessuto del giornale formati sulla violenza e la discriminazione sulle donne, le cose cambierebbero, in quanto non basta essere “sensibili” ma bisogna conoscere le cose e bisogna essere preparati, studiare.

In conseguenza del secondo e terzo punto, c’è un quarto punto e cioè che gli articoli su femmicidio-femminicidio si spostino dalle interessanti rubriche e blog redatti da giornaliste che approfondiscono e evitano pezzi fotocopia o articoli morbosi, e che ormai si occupano del tema ritagliandosi delle “isole” a lato della testata, entrino invece a pieno titolo nella testata stessa e nelle prime pagine del giornale (senza essere relegate in fondo o con pezzi che occupano spazio minore).

Ma c’è un quinto elemento che non deve essere sottovalutato in questa partita ed è la presenza fisica delle donne nelle redazioni con ruoli di responsabilità e di comando e non solo perché sono giornaliste quelle che per lo più hanno promosso e continuano a promuovere sui loro blog una corretta informazione sulla violenza contro le donne, ma anche perché proprio la presenza delle donne in ruoli apicali dà un’altra valenza a questi stessi e danno una bella spallata alla discriminazione di genere. Donne che in Italia, ma anche nel resto del mondo, sono pochissime alla guida dei grandi giornali e che sono costrette a ritagliarsi delle “isole” al lato della testata, per poter sviluppare temi considerati di serie B per il loro direttore (secondo l’Osservatorio di Pavia, che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle redattrici italiane occupa posti di comando come direttrice, vicedirettrice, caporedattrice). Tanto che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una conclusione dedicata all’avanzamento delle donne ai livelli decisionali nei media, richiamando tutti gli Stati membri della Ue, le loro istituzioni e le aziende che operano nel settore dei media al rispetto degli obiettivi strategici di Pechino. Una presenza che deve essere incoraggiata a parità di merito rispetto agli uomini, sia nei media e nell’informazione, sia negli organi stessi di cui si dotano i giornalisti come appunto gli Ordini regionali e l’Ordine nazionale.

Istruzione e sapere

Per quanto riguarda l’istruzione, su cui gli Usa sono sicuramente molto più avanti in materia di studi di genere, in Italia sono ancora troppo pochi i master, corsi di laurea e le specializzazioni di chi vuole laurearsi in studi di genere e non c’è nessun master specifico consolidato sulla violenza maschile e sulla discriminazione delle donne. Una mancanza che fa rende difficile la costruzione di un sapere riconosciuto, che in Italia esiste oggi a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza, ma che non è considerato autorevole come sarebbe se avesse un vero riconoscimento accademico che deve partire dalle università. Occorrerebbe fornire quindi risorse per gli studenti e studentesse italiani per seguire i loro studi di genere in Europa e in Usa e nello stesso tempo attuare uno scambio tale da poter impiantare su quel modello corsi universitari anche qui da noi, e per tirar su una generazione di ricercatori a livello di dottorato che diminuirebbe l’isolamento degli insegnati italiani che potrebbero partecipare al dibattito globale che invece su questo è molto più sviluppato.

Una iniziativa che rafforzando i legami dei centri di ricerca di genere e varie università, dovrebbe coinvolgere accademici e ricercatori di rilievo con viaggi, conferenze, scambi di ricerca, per costruire un sapere che potrebbe mettere in campo una professionalità adeguata e precisa. E su questo gli Usa potrebbero giocare un ruolo determinante in quanto renderebbe anche più facile e strutturale l’avvio di una riforma profonda della scuole dove gli stereotipi devono essere sostituiti con un’educazione di genere per bambini e bambine, che abbia però alle spalle un sapere accademico e che non sia improvvisato da corsi paralleli fatti per supplire a un buco che è strutturale e non temporaneo, e che necessita di una formazione prima di tutto degli insegnanti e di uno stravolgimento dei libri di testo, che non può avvenire in maniera seria se non si parte dall’università e da uno spostamento di interesse sull’argomento che deve diventare da serie B a serie A. Un discorso che vale per i media, come per l’agenda politica, così come per il sapere e l’istruzione.

CONCLUSIONI

Nel caso italiano quindi la cera debolezza per un cambiamento culturale profondo che prevenga la violenza sulle donne, è data dall’assenza di ogni significativa struttura organizzativa che possa provvedere a raccordare questo percorso: un punto di incontro per un confronto reale di tutte le forze in campo, istituzionali e della società civile, al fine dell’attuazione delle politiche di contrasto alla violenza di genere. Un centro di raccordo che, guidato da esperti e figure di riferimento, potrebbe creare un ponte stabile tra le istituzioni e tutta la società civile delle donne sul contrasto alla violenza di genere, svolgendo al massimo il lavoro per l’attuazione di politiche efficaci sul territorio nazionale. Un raccordo che ha bisogno di un altro punto fondamentale, che è invece un’altra debolezza dell’Italia, ovvero di un reale confronto globale rispetto a discorsi analoghi fatti in altri paesi sia europei che extraeuropei per promuovere la partecipazione italiana in arene globali, discorsi che abbiano poi un peso anche in sede nazionale e istituzionale. A livello globale esiste infatti un movimento e una spinta verso la comprensione e la definizione del fenomeno della violenza sulle donne da contrastare, una spinta dove l’Italia, pur avendo una proficua elaborazione teorica, rimane ai margini. Scambio di idee, saperi, azioni politiche già attuate con successo, creerebbe un feedback stabile tra le diverse realtà, assicurando un dialogo stabile tra istituzioni e società civile senza rincorse. Un centro di raccordo che dovrebbe rapportarsi con tutte le strutture europee e con Paesi extraeuropei che offrono l’esperienza di un sapere avanzato sugli studi di genere, essenziali per poter avviare un confronto tra diverse realtà che sia un arricchimento ma anche per un’azione più concreta sul proprio territorio.

300 like a un femminicidio: perché la cattiva comunicazione concorre alla violenza

Nel tardo pomeriggio di domenica un uomo di 32 anni, Cosimo Pagani, ha ucciso la ex moglie, la 34enne Maria D’Antonio, a Postiglione, piccolo paesino del Salernitano. Pagnani ha ucciso l’ex moglie nella casa di lei mentre sul suo profilo Facebook è apparso il post: “Sei morta tro*a” sotto il quale sono apparsi più di 300 like. Un femmicidio che i giornali, soprattutto locali ma anche nazionali, hanno descritto ancora una volta, come gesto di follia, raptus, un momento in cui l’uomo ha perso la testa, malgrado sia chiaro che in quel rapporto di coppia separata con una bambina di 8 anni, fosse già evidente una situazione di violenza dell’uomo che probabilmente si protraeva da tempo e in cui la donna veniva ricattata e pressata dal marito attraverso la figlia. Una descrizione quindi, quella del raptus, che poco ha a che vedere con una storia di violenza domestica come questa, in cui i campanelli di allarme c’erano sicuramente già da tempo, e che malgrado ciò viene descritta come la follia di un momento. Narrazione, quella fatta dai giornali, che non solo travisano la realtà ma concorrono a sottovalutare il crimine, e quindi anche il rischio di vita di chi ne è sottoposta, che in una cultura ancora maschile e maschilista come la nostra, concorre a sostenere l’azione violenta contro una donna che sfugge al controllo maschile come punibile e da castigare: come provano i 300 like sotto il post di Pagani.

Ma quali sono gli stereotipi di genere presenti nell’informazione, su stampa, televisione e web, nella rappresentazione e nel linguaggio? E come evitarli? Come cambiare una cultura che condona la violenza contro le donne come fosse una giusta punizione che può concludersi addirittura con una uccisione? Per rispondere a questa e a altre domande sul perché una cattiva comunicazione è complice della violenza maschile sulle donne e quanto gli stereotipi pesano sull’informazione fino a distorcerne il senso, la Commissione regionale per le pari opportunità del Friuli Venezia Giulia ha scelto un evento ad hoc che sarà la prima iniziativa pubblica in occasione della celebrazione del 25 novembre 2014, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e che si svolgerà domani, 3 dicembre, con un incontro sulla narrazione del femminicidio nell’informazione. ” Il silenzio è il tuo nemico e la cattiva comunicazione è suo alleato”, è quindi un incontro in cui si cercherà di  capire e di spiegare perché l’informazione non può essere lasciata al caso e a giornalisti che non sono preparati sul tema, e che spesso, pur inconsapevolmente, rivittimizzano le donne che subiscono violenza fino anche all’uccisione per mano di un uomo e solo con movente di genere.

IL SILENZIO È TUO NEMICO
LA CATTIVA COMUNICAZIONE È SUO ALLEATO

“Buone pratiche per un uso non discriminatorio della lingua italiana nella comunicazione”

 

MERCOLEDÌ 3 DICEMBRE 2014
ore 15.30 – 19.00

Auditorium della Regione Friuli Venezia Giulia
via Sabbadini n. 31 Udine

Presenta e coordina

Annamaria POGGIOLI, Presidente Commissione pari opportunità della Regione FVG

Saluti delle Autorità

Cinzia Del Torre Assessora al Bilancio,

Efficacia Organizzativa e Pari opportunità del Comune di Udine

Intervengono

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p style=”text-align:center;”>Cristiano DEGANO Presidente Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia
Sergia ADAMO Università di Trieste
LUISA BETTI referente nazionale rete giornaliste italiane Giulia per la Convenzione
No more contro la violenza sulle donne
Tatjana TOMIČIĆ Centro Antiviolenza GOAP Trieste

DIBATTITO

 

Femminicidio e femmicidio: anche il dizionario italiano sbaglia

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Diverse scuole di pensiero nel femminismo hanno individuato in quello che oggi abbiamo, da un certo punto in poi, chiamato femminicidio il punto decisivo nelle teorie fondanti sul patriarcato. Comunque nominata, la violenza maschile sulle donne è intesa o sottintesa come mezzo potente di moderazione dei comportamenti femminili. L’individuazione delle differenti espressioni della violenza maschile, nei pensieri femministi supporta e sostiene le teorie sull’antico predominio del patriarcato come forma politica e sociale. Un filo sottile, a volte di un punto dato per scontato, forse perché tutte sappiamo di cosa parliamo, o di cosa non vogliamo parlare per non riconoscerci vittime. Il movimento delle donne, e l’UDI in particolare, ha raccolto il filo e lo ha seguito esplicitando che storia, fatti, intuizioni e teorie postulavano uno svelamento che scopriva il cuore e le fondamenta di una separazione, perché no, programmata tra le donne e le libertà civili. Sulla violenza partiamo da lontano ma in particolare dal 2004 intorno al femminicidio si è aperta una vertenza politica della cui definizione i contorni sono in continua ridefinizione. I processi di integrazione, o meglio di inglobazione, delle intuizioni più esplosive in fatto di svelamento delle contraddizioni tra sistema politico dato e pensiero femminista, hanno di fatto spuntato e appannato la radicalità e centralità del tema della violenza sessuata anche tra le donne. Il contrasto alla violenza è progressivamente divenuto un tema di violazione generica dei diritti umani o un “tema di pari opportunità”, cioè un tema settoriale aggiunto all’agenda politica, indifferente allo sviluppo delle governo complessivo delle cose. Mai si è parlato tanto di femminicidio, e mai tanto l’uso della parola si è ritorto contro le donne vittime o no. La cronaca come sempre rispecchia la cultura del paese, ma la posizione e il peso della realtà nella cronaca sono quelle stabilite dalla politica. Da una parte i fatti e la loro esistenza, dall’altra, semplificando, i titoli dei giornali e le tendenze governative. Nello spazio e nel tempo forse i fatti vincono, ma oggi dobbiamo dire che tra i fatti c’è la riduzione del femminicidio al vecchio e vituperato “uxoricidio”. È una suggestione profondamente voluta da una politica che non vuole occuparsi delle donne: vuole occuparsi della famiglia. Non in quanto a servizi e non in quanto alle famiglie quali sono realmente, ma in quanto al mantenimento delle condizioni che l’hanno resa il luogo più impermeabile al cambiamento, nei secoli. Parliamo di femminicidio, nell’accezione totale del termine. Parliamo di femminicidio per riconquistare l’autonomia del nostro pensiero che, a questa condizione, può con chiarezza confrontarsi col governo del mondo. (da www.udinazionale.org)

Su questo, e su tutto quello che in Italia si è detto e fatto intorno al femminicidio in questi ultimi anni, si svolge domani e dopodomani il seminario che a Napoli è stato organizzato dall’Udi e che ha coinvolto donne di diverse professioni intorno al nucleo di questa parola che, dopo le diverse polemiche e resistenze sul suo utilizzo, se da una parte ha alla fine avuto il merito di far emergere il fenomeno in tutta la sua potenza, dall’altra è stato piegato a significati e simbologie lontane dal suo originario senso. A questo proposito, come spiega bene il commento di presentazione del seminario napoletano riportato sopra, sarà interessante capire come questa strumentalizzazione sia avvenuta, nel tentativo di riportare la parola femminicidio al suo significato originale che, almeno nel nostro Paese, è stato manipolato e falsamente distorto, soprattutto grazie all’impreparazione e ai pochi strumenti della stessa informazione che non si è mai preoccupata di andare a indagare l’origine della parola stessa, e quindi il suo corretto uso, proprio nel momento in cui la nominava. Malgrado infatti i numerosi tentativi di studiose, esperte, avvocate e anche giornaliste, nel riportare la parola al suo senso originale e proprio, la distorsione è stata così massiccia da sembrare quasi impossibile parlare davvero di femminicidio: un termine ridotto, mano a mano e da molti media italiani, a semplice uxoricidio. Un’operazione che non solo testimonia la potenza di questo termine ma anche quanto questa stessa, probabilmente, faccia paura. Non è un caso se, dopo anni di uso e abuso del termine femminicidio, sia ancora ignorata non solo dalla vulgata ma dagli stessi professionisti dell’informazione che non conoscono l’esatto significato del termine e tantomeno il fatto che femmicidio non è la stessa cosa di femminicidio: come dimostrato sul campo da uno dei corsi di formazione per giornalisti che ho tenuto un mese fa alla Rai in cui i partecipanti si sono fatti ripetere varie volte la differenza dei due termini e il loro significato preciso (prendendo appunti). Una differenza, quella tra femmicidio e femminicidio, importante e significativa: parole che molt* ancora usano in maniera equiparata, riducendo spesso tutte e due sempre e comunque all’uxoricidio. Un danno per le donne, che si trovano espropriate dei loro stessi strumenti, e una distorsione fatta con troppa leggerezza che può diventare anche un errore amplificato, come dimostra il dizionario Zanichelli che, pur nelle buone intenzioni, ha inserito nel dizionario il termine femminicidio, definendolo: “uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”  – definizione riduttiva anche per il termine criminologico femmicidio coniato da Diana Russel, figuriamoci se applicato al termine sociologico di femminicidio di Marcela Lagarde – dimostrando così non solo di non aver capito il significato della parola stessa ma di dare un’informazione sbagliata attraverso uno strumento che dovrebbe essere autorevole e fidato, dato che si tratta di un dizionario della lingua italiana (e forse sarebbe il caso di farglielo sapere).

Come possiamo trattare in maniera seria l’argomento, se prima di tutto non se ne comprende il significato corretto?

Femmicidio (termine criminologico)

Nel novembre del 2012 a Vienna, la “Academic Councilon United Nations System”(ACUNS), ha redatto un documento sul femmicidio (da non confondere femminicidio), in cui esperte internazionali come Diana EH Russell (criminologa statunitense che ha coniato il termine), Michelle Bachelet (ex UN Women e ora presidente del Cile), Rashida Manjoo (relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne), hanno discusso in un simposio di studiose ed esperte sulla radice di genere delle varie forme di violenza contro le donne che portano fino alla loro uccisione. Nel rapporto finale si può leggere che «il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze, e assume molteplici forme» e che «Le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere». Infine il documento rammenta che «Per considerare un caso come femmicidio, ci deve essere l’intenzione implicita di svolgere l’omicidio e un collegamento dimostrato tra il crimine e il genere femminile della vittima» e che «Finora, i dati sul femmicidio sono altamente inaffidabili e il numero stimato di donne che ne sono state vittime variano di conseguenza», ma che «i femmicidi avvengono in ogni paese del mondo e la più grande preoccupazione è che questi omicidi continuano ad essere accettati, tollerati o giustificati come fossero la norma».

Femminicidio (termine sociologico)

Marcela Lagarde indica con femminicidio«la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

 

SEMINARIO*

“FEMMINICIDIO: FENOMENOLOGIA E ANALISI POLITICHE”

28 e 29 novembre 2014,

Palazzetto Urban, Via Concezione a Montecalvario 26

PROGRAMMA

Ore 14
Saluti e benvenuto dell’UDI di Napoli

Ore 14,30
VITTORIA TOLA
resa di coscienza e marasma politico ovvero il senso del negazionismo permanente. Le politiche delle donne e risultati ottenuti.

Ore 15
STEFANIA GUGLIELMI
introduzione e conduzione su “Il ventaglio dei problemi culturali E giuridici intorno al femminicidio”
Intervengono sul tema:

ELENA COCCIA
la storia del femminicidio e della violenza nelle leggi Italiane

ELVIRA REALE
la manipolazione del processo attraverso le perizie

MARTA TRICARICO:
la legislazione italiana destinata a contrasto e prevenzione della violenza nelle relazioni familiari in ottica di genere.

ERMINIA COZZA
il superamento delle pari opportunità e sviluppodell’ottica di genere.

MILLY VIRGILIO
“Anche contro la tua volontà: leggi e pratiche di tutela giudiziarie”

Ore 17,30

STEFANIA CANTATORE
introduzione e conduzione su“Le politiche di governo e il femminicidio: le parallele divergenti ovvero la manipolazione della realtà e di un progetto politico”.
Intervengono sul tema :

LUISA BETTI
Il ruolo dei media e della pubblicita’. Il sensodelladivulgazione delle notizie di violenza e femminicidio come normalitàpassionale e follia

NADIA NAPPO
La scomparsa dei corpi

Ore 18,30

Adesione ai gruppi di lavoro:
Politica e contrasto, Cultura e media, le politiche del Giuridico legale.
Breve concertazione e appuntamento ai lavori per la mattina del 29

29 Novembre ore 9,30

Lavoro dei gruppi fino all’ora del break

Ore 12:
Restituzione dei gruppi e discussione

Conclusioni e saluti :

VITTORIA TOLA e STEFANIA CANTATORE
Accoglienza e organizzazione a cura dell’Udi di Napoli

UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
udinazionale@gmail.com
http://www.udinazionale.org

*LOGISTICA
La partecipazione al Seminario è aperta a tutte le interessate previa compilazionedell’allegato modulo di adesione online dove sono segnalate e consigliate sistemazioni di pernottamento. Nel corso del seminario è prevista una performance di Anna Sobczak “Approcciinversi”. Nel pomeriggio del 28 sarà offerto il break “o’ ccafè e o’ vascuotto”. Per la sera del venerdì è prevista una cena sociale tipica in una pizzeria storica, per la quale è necessaria un’adesione da riportare nella scheda d’iscrizione, infatti è necessario riservare almeno orientativamente un certo numero di posti vista la limitata accoglienza dei locali tipici. Per il sabato sarà offerto uno spuntino a base di prodotti tipici della cucina napoletana femminile, con un piccolo contributo.