Abortirai con dolore

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La salute delle donne è un argomento che non passa mai di moda soprattutto perché costantemente messa in discussione anche in quei paesi che dovrebbero attuare politiche che facilitino l’accesso delle donne al controllo riproduttivo. Il 28 settembre sarà la Giornata mondiale per la depenalizzazione dell’aborto e contro le morti per aborto clandestino, e alcune associazioni in Italia (tra cui l’Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto, l’Associazione Luca Coscioni,  l’AIED, ecc.) hanno presentato una petizione alla ministra della salute, Beatrice Lorenzin, per velocizzare l’IGV farmacologico estendendolo in regime ambulatoriale dato che oggi in Italia, a differenza di altri Paesi come la Francia, per interrompere una gravidanza con procedura farmacologica è previsto il ricovero ordinario di 3 giorni, e dove solo in Toscana, Emilia Romagna e nel Lazio si può praticare con un day hospital (ma solo perché regioni “disobbedienti”). In realtà, tra i tagli alla sanità e l’incombente presenza dei medici obiettori negli ospedali – la cui percentuale italiana (70%) è seconda solo al Portogallo (80%) – interrompere una gravidanza è diventato difficile soprattutto nel centro-sud, e alcune donne sono costrette a fare code interminabili che possono cominciare alle 5 del mattino con esito incerto. Circostanze che mettono in grave pericolo l’attuazione della stessa legge che invece dovrebbe essere invece garantita. Il grosso ostacolo a facilitare l’Igv è spesso legato all’idea che una donna possa “prenderla alla leggera” e usare l’aborto come se fosse un metodo contraccettivo, mentre invece quella dell’interruzione di gravidanza è un’esperienza che le donne vivono spesso in maniera traumatica e anche con grandi sensi di colpa proprio per il contesto culturale che le fa sentire responsabili di una vita che vanno a interrompere, dissociando così loro stesse dal proprio corpo, e come se fossero donne “sbagliate” a prescindere. Ma quello che è doveroso sottolineare è anche la premura che le istituzioni dimostrano rispetto al controllo su quello che una donna decide di fare della propria vita (non tutte le donne desiderano diventare mamma ad esempio) che nel caso dell’aborto farmacologico ambulatoriale diventerebbe quasi “sfacciato” perché praticato con troppa autonomia. Quest’estate è scomparsa Simone Veil che da ministra della salute nel 1974 riuscì a far passare la legge che depenalizzava l’aborto in Francia dopo un’estenuante battaglia parlamentare che le costò insulti e aggressioni pubbliche. I tempi sono cambiati ma solo in apparenza, e anzi per certi versi sono anche peggiorati. In Europa coesistono ancora oggi Paesi come Malta, in cui l’aborto è vietato in ogni caso, e la Svezia in cui l’obiezioni di coscienza dei medici non esiste neanche, e non mancano aggressioni delle istituzioni alla legge, come anni fa in Spagna e l’anno scorso in Polonia (dove la legge è già restrittiva), o i tentativi di boicottare l’Igv attraverso l’obiezione di coscienza come in Italia o il Portogallo.

(da Passaparola Magazine – Rivista italiana in Lussemburgo e in Francia – settembre 2017)

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L’irrazionale paura del gender e la censura su Michela Marzano

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Il sesso biologico non determina necessariamente l’orientamento sessuale di una persona che non per forza dovrà essere eterosessuale: questa la realtà dei fatti, e allora perché accanirsi con tutte le proprie forze per negare questa evidenza? Quello che sta succedendo in Italia da un po’ di tempo è una indegna alzata di scudi contro un’ipotetica teoria del gender che si vorrebbe insegnare a scuola confondendo le idee a povere anime innocenti, su cosa sia un maschio e una femmina e sulle infinite modalità di accoppiamento anche “contro natura”. E quella che in un primo momento sembrava una banalità insostenibile da guardare con distanza e con un sorriso di compassione, perché impossibile da sostenere, nel giro di pochi mesi è diventata un fenomeno preoccupante che rivela davvero l’anima conservatrice, bigotta e fascista mai morta di questo Paese.

La questione è nata tempo fa dalla notizia della divulgazione nelle scuole di libretti dal titolo “Educare alla diversità nella scuola” messi in campo con il governo Letta e poi dati in pasto a una stampa omofobica che ha usato il libello incriminato per far credere che a scuola si insegnasse come diventare gay e lesbiche, o addirittura a masturbarsi (come se ce ne fosse bisogno). Una bufala dai risvolti grotteschi che la stessa attuale ministra dell’istruzione, Stefania Giannini, è stata costretta a smentire al Corriere della Sera affermando che questi opuscoli erano in realtà strumenti “di sensibilizzazione all’educazione alla parità tra i sessi, quello femminile e quello maschile, perché la nostra società deve fare dei passi avanti su questo fronte, e per prevenire la violenza di genere e l’omofobia”.

Ma in Italia la famiglia non si tocca e sebbene si parli da anni dell’importanza di un cambiamento culturale che combatta gli stereotipi, che sono anche alla base della violenza maschile sulle donne, oggi questi stereotipi non solo sono ancora presenti e agiti, ma addirittura difesi all’arma bianca. Per molti italiani la famiglia è ancora solo e unicamente etero, l’uomo deve essere educato a fare il maschio e la donna la femmina, in barba a tutte le convenzioni internazionali sulla discriminazione di genere ratificate dall’Italia, compresa la recente Convezione di Istanbul che, riguardo il contrasto alla violenza maschile sulle donne, batte il moltissimo sulla trasformazione culturale e l’abbattimento degli stereotipi che sono sessisti e distruggono la vita sia delle donne che degli uomini.

Ma l’inesistente teoria del gender, coltivata a dovere dalla destra e dal mondo cattolico nel terreno della proverbiale ignoranza dell’italiano medio, ha avuto un eco così grande da creare sia un allarme irrazionale da crociata contro l’educazione alla diversità nelle scuole, sia una sorta di caccia alle streghe, scoprendo il vero volto di un Paese incapace di qualsiasi passo verso un reale progresso laico e civile.

Su un sito di divulgazione come Wikipink si legge che le espressioni teoria di genere o ideologia di genere “sono la traduzione dall’inglese di gender theory e gender ideology” e che “sono utilizzate dai sociologi, dagli antropologi, dai filosofi, dagli psicologi e dagli altri studiosi che si occupano dei cosiddetti gender studies (in italiano: studi di genere)”, che può significare lo studio del ruolo della donna o il comportamento maschile in una data società e in un certo periodo storico, in un contesto però in cui la lingua inglese “usa la parola teoria in senso molto più ampio di quanto non faccia la lingua italiana”. Teoria che mette in discussione l’ideologia di genere o anche “ideologia maschilista usata per indicare l’attuale asimmetria di potere tra gli uomini e le donne nella società occidentale, quelle credenze predominanti nel mondo occidentale dell’uomo bianco che hanno diffuso i valori, impliciti ed espliciti, riguardo alla naturalezza (e correttezza) del dominazione di un gruppo (maschio, bianco, proprietario, colonizzatore) su gruppi subordinati (femmina, non bianca, non proprietaria, colonizzata)”.

La fonte spiega come “I gruppi cattolici che combattono, con crescente veemenza, le teorie di genere non hanno come bersaglio coloro che studiano la condizione della donna in una sperduta tribù dell’Amazzonia, o il metodo per identificare il sesso d’un nascituro. Il loro obiettivo sono infatti le teorie sul genere formulate dagli psicologi e dai biologi a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso” e che “Uno dei loro bersagli, spesso citato, è la teoria proposta da John Money secondo la quale l’identità di genere potrebbe svilupparsi anche in contraddizione con il sesso biologico ma in accordo con quello che Money chiamava sesso di crescita, ossia, sulla base dell’educazione ricevuta”, per distinguere così il sesso biologico dalle quelle caratteristiche culturali che attribuiscono, in diversi contesti, caratterizzazioni diverse all’uomo e alla donna.

Attivisti cattolici che affermano “che alcuni organismi internazionali e potenti lobby di potere LGBTI promuovono questa teoria attraverso la sostituzione del termine sesso con il termine genere, l’estensione alle coppie dello stesso del diritto al matrimonio, all’adozione, e alle tecniche di riproduzione assistita”.

La paura infatti non è solo quella dei genitori di ritrovarsi bambini e bambine “diversi” per colpa del libretto messo all’indice, ma è il riconoscimento dei diritti civili, l’accettazione dell’omosessualità come una scelta libera e normale, il riconoscimento di famiglie omosessuali con figli di fatto. Ovvero la messa in discussione della sacra famiglia: mamma, papà e figli rigorosamente educati a perpetrare stereotipi che sono fonte di discriminazione e violenza in base al genere (contro le donne) o in base alle scelte sessuali (omosessuali, lesbiche, trans, ecc.). Un fantastico mondo di violenti, razzisti, omofobi, maschilisti.

Ma l’accanimento oggi in Italia tocca il grottesco se in un sito che si chiama “Pro vita” descrivendo un convegno all’Università di Catania, prende di mira la professoressa Graziella Priulla, sociologa della comunicazione e della cultura e docente ordinaria di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania, perché indica la teoria del gender come un pericoloso strumento usato ad hoc per “l’intromissione della Chiesa cattolica nella vita laica del Paese, nel tentativo di riappropriarsi del monopolio sulle fasi evolutive (e quindi anche quella sessuale) dell’individuo”. Una preoccupazione che “Pro vita” mette alla berlina sottolineando come “i laici, le donne e gli insegnanti democratici stanno combattendo con noi” (cioè con loro).

Michela Marzano nel suo ultimo libro “Papà, mamma e gender” (Utet), cita campagne e spot sia di “Pro Vita” che di “Manif pour tous”, in cui si racconta che attraverso la teoria del gender a scuola si sarebbe insegnata la masturbazione in età scolare: “Spot che falsificano la realtà, influenzano l’opinione pubblica, anche quando questa è in buona fede”, dice Marzano. “Si parla di gender, si parla di educazione, ma in realtà quello che disturba è l’omosessualità – spiega in una intervista a Wired – cioè è il fatto che si continua a pensare che ci sia una superiorità dell’eterosessualità sull’omosessualità, e si continua a pensare che gli omosessuali siano cittadini di serie B”. E questo malgrado tutte quelle famiglie esistenti che non corrispondono allo schema “normale” di papà, mamma e figli.

Un atteggiamento da restaurazione che ormai non è più serpeggiante ma manifesto tanto che il comune di Padova ha rifiutato di fare la presentazione del libro di Michela Marzano per sabato 14 novembre, con tanto di motivazione scritta, nei locali del comune in quanto, recita il comunicato firmato dal sindaco leghista Massimo Bitonci: “Il Consiglio Comunale, con mozione 2015/0070 approvata il 5/10/2015 ha impegnato il Sindaco e la Giunta Comunale a vigilare affinché non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e che venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità. L’indirizzo approvato dal Consiglio Comunale individua pertanto un preciso interesse pubblico, impegnando il Comune nella vigilanza affinché sia rispettato ‘il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità’. Infatti il Consiglio Comunale con la predetta Mozione ha riconosciuto ‘la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come un’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e nel matrimonio liberamente contratto tra un uomo ed una donna il fondamento della famiglia quale società naturale, e ad afferma altresì come la famiglia sia il nucleo naturale e fondamentale della società e che come tale ha diritto di essere valorizzata. L’iniziativa da voi promossa, come richiesta di una sala comunale per la presentazione di un libro che avvalora ‘la teoria gender’ si pone in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’Amministrazione Comunale su tale tematica”.

E anche se ieri il rettore Rosario Rizzuto ha aperto l’ateneo di Padova invitando Marzano a presentare lì il suo libro (sempre sabato 14 novembre), rimane il fatto che questa miscela esplosiva di ignoranza e conservatorismo, porta il segno di una pericolosa restaurazione in un Paese in cui adolescenti gay si suicidano perché non accettati e degradati dai compagni, le ragazze hanno il terrore di denunciare gli stupri subiti dai propri amici, e le donne vengono ancora uccise soprattutto nel momento in cui si separano uscendo proprio dallo stereotipo madre-moglie non accettato dal partner violento ma promosso da una ideologia che ci fa tornare indietro di mille anni.

(di seguito la risposta al Comune della Libreria “Lìbrati” di Padova che ospita la scrittrice il pomeriggio di sabato 14)

La libertà non si ferma. Che piaccia oppure no

da La libreria delle donne di Padova

Sabato 14 Novembre Michela Marzano sarà a Padova. Alle 16.00 avrebbe dovuto fare un incontro in Sala Paladin e poi, alle 18.00, venire a Lìbrati. Ci hanno comunicato ieri che il Sindaco ha negato la disponibilità della Sala adducendo la seguente motivazione:

“Si precisa che il Consiglio Comunale, con mozione 2015/0070 approvata il 5/10/2015 ha impegnato il Sindaco e la Giunta Comunale a vigilare affinchè non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e che venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità. L’indirizzo approvato dal Consiglio Comunale individua pertanto un preciso interesse pubblico, impegnando il Comune nella vigilanza affinchè sia rispettato ‘il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità’. Infatti il Consiglio Comunale con la predetta Mozione ha riconosciuto ‘la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come un’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e nel matrimonio liberamente contratto tra un uomo ed una donna il fondamento della famiglia quale società naturale, e ad afferma altresì come la famiglia sia il nucleo naturale e fondamentale della società e che come tale ha diritto di essere valorizzata. L’iniziativa da voi promossa, come richiesta di una sala comunale per la presentazione di un libro che avvalora ‘la teoria gender’ si pone in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’Amministrazione Comunale su tale tematica”.

Si tratta di un’azione intollerabile che non può essere accettata né fatta passare sotto silenzio. Le Sale Comunali non sono di proprietà del Sindaco ma dei cittadini e delle cittadine di Padova e non sta nei poteri del Sindaco stabilire quali libri possano o non possano essere presentati, ciò che può essere o non essere letto, ciò che può essere o non essere detto. Si tratta di un chiaro abuso di potere. Un Sindaco non può minare la libertà di parola e di espressione. Farlo significa mettere in pericolo  i fondamenti della democrazia, democrazia che vuol dire pluralità.

L’educazione di genere è educazione al rispetto e lotta alla violenza, è apertura alla libertà e alla consapevolezza di sè. Il contrario dell’educazione di genere è violenza, omofobia, sessismo, è espressione della volontà di un pensiero unico, quindi fascismo.

Comunque sia l’affannarsi di coloro che, appellandosi ad una fantomatica teoria del gender, tentano di frenare l’apertura verso le differenze, la legittimazione dell’amore in tutte le sue forme, la lotta contro gli sterotipi di genere, è inutile, si tratta di una lotta vana destinata al fallimento. Non basterà negare gli spazi pubblici, bandire libri dalle scuole, fare proclami per impedire un cambiamento che è già in atto nella nostra società. La libertà non si ferma. Che piaccia oppure no.

Appunto perchè non abbiamo intenzione di fermarci di fronte a questi tentativi liberticidi, vi aspettiamo numerosissime e numerosissimi a Lìbrati, sabato alle 18.00. Incontreremo la bravissima Michela Marzano per un dibattito sul suo nuovo libro “Papà, mamma e gender”. Parleremo di libertà, di amore e di rispetto, gli ingredienti indispensabili per costruire una società più giusta (altrochè famiglia “naturale”).

Pasolini era troppo per noi

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Pier Paolo Pasolini (foto da “Pasolini: Il mio corpo nella lotta di Enzo Siciliano, Corriere della Sera, 25 ottobre 1992)

Con una mano Roma oggi celebra la morte dell’uomo Pier Paolo Pasolini: torturato, massacrato, umiliato, ucciso, calpestato e dilaniato dai fascisti e dallo Stato nell’arena pubblica della piazza italiana di 40 anni fa. E con l’altra mano, negli stessi giorni, Roma ridà e getta se stessa nelle braccia di quegli stessi fascisti, e di quel potere marcio e camuffato, che a differenza del grande uomo, non sono mai morti e che ancora si cibano della carne umana. Come la peste nera. Come una malattia terribile che pur provocando morte, rimane impunita. (L.B.)

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Il corpo di Pier Paolo Pasolini ritrovato senza vita il 2 novembre 1975 (dall’archivio de L’Unità)

Pasolini, le foto “vietate” del massacro. La verità sull’orrore 40 anni dopo

da affariitaliani.it

ESCLUSIVO. Nel libro “Massacro di un poeta” riemerge da faldoni ingialliti il corpo di Pier Paolo Pasolini devastato senza pietà la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. E’ stato ucciso per quello che avrebbe potuto scrivere ancora.

Venerdì, 30 ottobre 2015 – 09:43:00

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Avvertenza per i lettori: le immagini a corredo dell’articolo e contenute nella gallery senza alcuna copertura sono estratte dagli archivi del Tribunale e mai pubblicate. Per il loro contenuto sono assolutamente sconsigliate ai minori e alle persone impressionabili. Affaritaliani.it ha deciso di pubblicarle perché costituiscono un documento inedito sulla ferocia che ha accompagnato l’esecuzione dell’intellettuale.

di Patrizio J. Macci

Le fotografie non lasciano spazio a dubbi, immagini che valgono più dei milioni di parole scritte fino ad oggi. Il sangue lava via le parole aride delle sentenze come fossero cachinni sguaiati. Un “rito tribale”. Un’operazione stutturata e pianificata a tavolino, caratterizzata da una precisione e un’organizzazione inaudite. I killer sono un manipolo di fascisti che hanno usato scientemente gli attrezzi del mestiere della loro tradizione: catene, tondini di ferro, forse bastoni, una fragile tavoletta di legno già spezzata prima dell’aggressione con su scritto l’indirizzo delle baracche. Un commando nero.
Non c’è solo la presenza di altre persone, ormai ammessa anche da Pelosi unico condannato per il delitto – esca in parte inconsapevole che all’omicidio non ha neanche preso parte- da dieci anni nei suoi continui cambi di versione, nella sua verità raccontata a corrente alternata forte del fatto di essere l’unico testimone oculare identificato del delitto e praticamente impossibile da smentire.
Due automobili hanno sormontato il corpo di Pasolini, i segni del battistrada di motociclette sul corpo del Poeta e sul terreno dell’Idroscalo parlano inequivocabilmente della presenza di un gruppo nutrito di massacratori che gli urla “Jarruso”, omosessuale in dialetto siciliano.
Non appena Pelosi e lo scrittore giungono sul posto, accompagnati già da qualcuno nel veicolo e seguiti a breve distanza da altri dalla stazione Termini e dal ristorante “Biondo Tevere” avvengono in successione sia il pestaggio che il sormontamento con più auto.
Pasolini non dovrà uscire vivo dal massacro, per questo ognuno degli intervenuti deve essere funzionale nel suo ruolo. I convenuti hanno un obiettivo in comune: uccidere Pasolini. C’è la bassa manovalanza che vuole togliere un po’ di soldi al “frocio” Pasolini, i picchiatori “neri” che vogliono oscurare la voce scomoda del “comunista”, forse qualcuno che non accettava l’amore del Poeta per i “Ragazzi di vita”. In alto, in cima alla piramide quello (o quelli?) che hanno commissionato il delitto. Un delitto a più livelli, compartimenti stagni nel quale a malapena i partecipanti conoscono i volti dei complici. Pino Pelosi, unico condannato pagherà per tutti.
Quarant’anni dopo Simona Zecchi ha compiuto un’analisi filologica e cronologica delle carte processuali dell’omicidio pasolini, rovistando per tre anni negli archivi polverosi di mezza Italia, interrogando e braccando gli sparuti testimoni ancora in vita, districandosi in una giungla di false piste, fonti aperte e coperte, mettendo la parola fine a quarant’anni di false notizie e speculazioni editoriali intorno a lacerti di manoscritti mostrati e poi nascosti (il famoso Appunto 21 mancante dal manoscritto del romanzo postumo Petrolio), azzerando quanto scritto in precedenza. Ha riversato il suo lavoro di ricerca nel volume Pasolini “Massacro di un poeta” (Ponte alle Grazie editore), un libro da leggere con devozione dove ha pubblicato foto e altri documenti inediti, ha rintracciato scatti della scena dell’omicidio mai visti finora. Ricostruendo con perizia e precisione, fino a dove è stato possibile, la dinamica del delitto, sbaragliando draghi e mitologie complottiste.
Le foto, esplicite e violente dimostrano con inequivocabile certezza che ci fu una mattanza quella notte all’Idroscalo. Foto pubblicate perchè anche Pasolini nella sua instancabile e ossessiva ricerca della verità lo avrebbe voluto, perché come ha detto uno dei testimoni: “Se fosse stato un cane avrebbero avuto più pietà”. Foto che vanno inserite come tessere di un puzzle nell’analisi rigorosa svolta all’interno del libro.
Quarant’anni dopo alla domanda perché è stato ucciso Pasolini è ora possibile rispondere: per la forza delle sue parole, non per quello che aveva scritto ma per quello che avrebbe potuto continuare ancora a scrivere.

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1. “Quel bastardo è morto”

Elisei Marcello, di anni 19, muore alle tre di notte, solo come un cane alla catena in una casa abbandonata. Muore dopo un giorno e una notte di urla, suppliche, gemiti, lasciato senza cibo né acqua, legato per i polsi e le caviglie a un tavolaccio in una cella del carcere di Regina Coeli. Ha la broncopolmonite, è in stato di shock, la cella è gelida. I legacci bloccano la circolazione del sangue. Da una cella vicina un altro detenuto, il neofascista Paolo Signorelli, sente il ragazzo gridare a lungo, poi rantolare, invocare acqua, infine il silenzio. La mattina, chiede lumi su cosa sia accaduto. “Quel bastardo è morto”, taglia corto un agente di custodia. È il 29 novembre 1959.

Marcello Elisei stava scontando una condanna a quattro anni e sette mesi per aver rubato gomme d’automobile. Aveva dato segni di disagio psichico. Segni chiarissimi: aveva ingoiato chiodi, poi rimossi con una lavanda gastrica; il giorno prima aveva battuto più volte la testa contro un muro, cercando di uccidersi. I medici del carcere lo avevano accusato di “simulare”. Le guardie lo avevano trascinato via con la forza e legato al tavolaccio.

Il 15 dicembre si dimette il direttore del carcere Carmelo Scalia, ufficialmente per motivi di salute. A parte questo, per la morte di Elisei non pagherà nessuno. Inchieste e processi scagioneranno tutti gli indagati.

Leggendo della vicenda, Pier Paolo Pasolini rimane sconvolto. “Non so come avrei scritto un articolo su questa orribile morte”, dichiara alla rivista Noi donne del 27 dicembre 1959. “Ma certamente è un episodio che inserirò in uno dei racconti che ho in mente, o forse anche nel romanzo Il rio della grana”. Un romanzo rimasto incompiuto, poi incluso tra i materiali della raccolta Alì dagli occhi azzurri (1965).Se dovessi scrivere un’inchiesta, aggiunge, “sarei assolutamente spietato con i responsabili: dai secondini al direttore del carcere. E non mancherei di implicare le responsabilità dei governanti”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni.

L’agonia e la morte in solitudine di Marcello Elisei scaveranno a lungo dentro Pasolini, fino a ispirare il finale di Mamma Roma (1962). Ma nel 1959 Pasolini non è ancora un regista. Ha 37 anni, è autore di raccolte poetiche, sceneggiature e due romanzi che hanno fatto scalpore: Ragazzi di vita e Una vita violenta. Ha già subìto fermi di polizia, denunce, processi. Per censurare Ragazzi di vita si è mossa direttamente la presidenza del consiglio dei ministri. Eppure, a paragone dello stalking fascista, del mobbing poliziesco-giudiziario e del linciaggio mediatico che l’uomo sta per subire, questa è ancora poca roba.

Nel libro collettaneo Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte (Garzanti 1977) Stefano Rodotà riassume la questione in una frase: “Pasolini rimane ininterrottamente nelle mani dei giudici dal 1960 al 1975”. E anche oltre, va precisato. Post mortem. Rodotà parla di “un solo processo”, lunga catena di istruttorie e udienze che trascinò Pasolini decine e decine di volte nelle aule di tribunale, perfino più volte al giorno, tra umiliazioni e vessazioni, mentre fuori la stampa lo insultava, lo irrideva, lo linciava.

2. Il giornalismo libero

“Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia”.

L’uomo che nel giugno 1968 scrive questo verso ha già sulle spalle quattro fermi di polizia, 16 denunce e undici processi come imputato, oltre a tre aggressioni da parte di neofascisti (tutte archiviate dalla magistratura) e una perquisizione del proprio appartamento da parte della polizia in cerca di armi da fuoco. “Appena avrò un po’ di tempo”, scrive in un appunto inedito, “pubblicherò un libro bianco di una dozzina di sentenze pronunciate contro di me: senza commento. Sarà uno dei libri più comici della pubblicistica italiana. Ma ora le cose non sono più comiche. Sono tragiche, perché non riguardano più la persecuzione di un capro espiatorio […]: ora si tratta di una vasta, profonda calcolata opera di repressione, a cui la parte più retriva della Magistratura si è dedicata con zelo…”. E ancora: “Ho speso circa quindici milioni in avvocati, per difendermi in processi assurdi e puramente politici”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni. La mostra Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni, inaugurata nel 2005 e da poco riallestita alla sala Borsa di Bologna, restituisce appena tenui riverberi. Non può che essere così, per capire bisognerebbe calarsi nell’abisso come ha fatto Franco Grattarola, autore diPasolini. Una vita violentata (Coniglio 2005) – e ripercorrere la sfilza dei pestaggi a mezzo stampa. Toccare con le dita un’omofobia da sporcarsi solo a immaginarla. Soppesare l’intero corpus fradicio di articoli, denso come un grande bolo di sterco e vermi.

Tra i quotidiani si fa notare soprattutto Il Tempo, ma è la stampa periodica di destra a tormentare Pasolini in maniera teppistica e ininterrotta. Rotocalchi come Lo Specchio e Il Borghese si dedicano alla missione con entusiasmo, con reporter e corsivisti distaccati a tallonare la vittima, a provocarla, a colpirla in ogni occasione, con titoli come “Il c..o batte a sinistra” e lo stile inconfondibile oggi ereditato da Libero – per citare una sola testata.

Sulle pagine del Borghese si distinguono nel killeraggio il critico musicale Piero Buscaroli e il futuro autore e regista televisivo Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino. Altre invettive giungono dallo scrittore Giovannino Guareschi e, in un’occasione, dal critico cinematografico Gian Luigi Rondi, ma la regina dell’antipasolinismo è senza dubbio Gianna Preda, pseudonimo di Maria Giovanna Pazzagli Predassi (1922-1981), poi cofondatrice – indovinate – del Bagaglino.

Celebrata ancora oggi su un blog di destra come “la signora del giornalismo libero”, “fuori dal coro”, “mai moralista né oscurantista” e via ritinteggiando, Preda coltiva nei confronti di Pasolini un’autentica ossessione omofobica, sessuofobica e – ça va sans dire – ideologica. Sovente si riferisce allo scrittore/regista chiamandolo “la Pasolina”. Per gli omosessuali, descritti come artefici di loschi complotti, conia il termine “pasolinidi”. Va avanti per anni – proseguendo anche dopo la morte di PPP – a scrivere cose del genere:

[Pasolini] ha potuto, con immutata disinvoltura, continuare a confondere le questioni del bassoschiena con quelle dell’antifascismo […] Una segreta alleanza […] fa dei ‘capovolti’ il partito più numeroso e saldo d’Italia; un partito che, attraverso i suoi illustri esponenti, finisce sempre col far capo o col rendere servizi al Pci […] Il ‘capovolto’ sente, a naso, quel che gli conviene e dove deve appoggiarsi, se non vuole rendere conto all’opinione pubblica di quello che essa giudica ancora un vizio […] Così nasce un nuovo mito… [A celebrarlo] pensano poi i giornali di sinistra, che riescono a camuffare da eroismo la paura segreta di questo o quel ‘capovolto’ clandestino. Luminose saranno le sorti dei pasolinidi d’Italia. Già si avvertono i segni delle fortune di coloro che hanno scoperto troppo tardi il vantaggio d’esser pasolinidi […] Se avremo, dunque, nuovi scontri con i marxisti […] prima di pensare a coprirci il petto, preoccupiamoci di coprirci le terga…

Il “metodo Boffo” giunge da lontano. E anche i complottismi sulla malvagia “teoria del gender”.

L’equivalente di Gianna Preda sullo Specchio è lo scrittore ex repubblichino Giose Rimanelli, celato dietro il nom de plume A. G. Solari. Com’è ovvio, attacchi forsennati a Pasolini giungono anche dal Secolo d’Italia, ma un lavorìo più subdolo e influente di character assassination ha luogo sulla stampa popolare nazionalconservatrice, quella di riviste come Oggi e Gente.

Si va molto più in là, purtroppo. Pasolini sembra essere la cartina di tornasole del peggio. Nel 1968 il regista Sergio Leone, interpellato dal Borghese, sente l’urgenza di commentare così le polemiche sul film Teorema: “Sono convinto che tanti film sull’omosessualità hanno fatto diventare del tutto normale e legittima questa forma di rapporto anormale”. Perfino su Il manifesto si trovano battute omofobe: “La tesi [di Pasolini] ridotta all’osso (sacro) è molto chiara…” (21 gennaio 1975). Come ha scritto Tullio De Mauro:

I fiotti neri finiscono con l’inquinare anche acque relativamente lontane. Il linguaggio verbale non è fatto solo di ciò che diciamo e udiamo. È fatto anche di ciò che, nella memoria comune, circonda e alona il detto e l’udito. Il non-detto pesa accanto al detto, ne orienta l’apprezzamento e intendimento. Chi legge nell’Espresso del 18 febbraio 1968 il pezzo Pasolini benedice i nudisti con foto di giovanotto ciociaro nudo a cavallo di violoncello, è coinvolto dagli effetti del fiotto nero d’origine fascista, gli piaccia o no e lo volessero o no i redattori del settimanale radical-socialista.

È una vasta campagna a favorire, o meglio, istigare non solo le azioni poliziesche e giudiziarie, ma anche le aggressioni fisiche da parte di fascisti. Fascisti mai toccati dalla magistratura, che poi finiranno in diverse inchieste sulla strategia della tensione, come Serafino Di Luia, Flavio Campo e Paolo Pecoriello.

Il 13 febbraio 1964, davanti alla Casa dello studente di Roma, una Fiat 600 cerca di investire un gruppo di amici di Pasolini che difendevano quest’ultimo da un agguato fascista. A guidare l’auto è Adriano Romualdi, discepolo di Julius Evola e figlio di Pino, deputato e presidente del Movimento sociale italiano (Msi). L’episodio è riportato con dettagli e fonti in tutte le biografie di Pasolini, mentre è assente dalla voce che Wikipedia dedica a Romualdi.

Pasolini non querela, né per le diffamazioni a mezzo stampa né per le aggressioni fisiche. È una scelta meditata: non vuole abbassarsi al livello dei suoi persecutori. Inoltre, se querelasse non farebbe che aumentare la già enorme quantità di tempo che trascorre in tribunale.

3. Come mai?

Come mai una simile persecuzione? Perché era omosessuale? Tra gli artisti e gli scrittori non era certo l’unico. Perché era omosessuale e comunista? Sì, ma nemmeno questo basta. Perché era omosessuale, comunista e si esprimeva senza alcuna reticenza contro la borghesia, il governo, la Democrazia cristiana, i fascisti, la magistratura e la polizia? Sì, questo basta. Sarebbe bastato ovunque, figurarsi in Italia e in quell’Italia.

Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. - Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio
Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. (Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio)

 

Pasolini, ha scritto Alberto Moravia, scandalizzava quella “borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d’Europa, cioè la controriforma e il fascismo”.

La borghesia italiana si è vendicata e, in modi più obliqui, continua a vendicarsi. La fandonia di “Pasolini che stava con la polizia”, ripetuta dai fascisti, dai perbenisti e dai falsi anticonformisti di oggi, prosegue la révanche dei fascisti, dei perbenisti e dei falsi anticonformisti di ieri.

Anche l’apologia postuma di un Pasolini semplificato, appiattito, lucidato e ridotto a santino fa parte della révanche.

4. “Non potranno mentire in eterno”

Nel marzo 1960 Fernando Tambroni, già ministro dell’interno e poi del bilancio, diventa capo di un governo monocolore Dc. L’esecutivo si forma grazie ai voti dei parlamentari missini. Appena quindici anni dopo la liberazione, una forza neofascista si avvicina all’area di governo. Proteste e disordini esplodono in tutto il paese. Il 30 giugno, decine di migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia a Genova, città operaia e partigiana scelta dall’Msi per il suo congresso. Il 7 luglio, a Reggio Emilia, polizia e carabinieri sparano su una manifestazione sindacale uccidendo cinque persone. Il 19 luglio, Tambroni si dimette.

La rivista Vie nuove – su cui Pasolini tiene una rubrica dove dialoga con i lettori – produce all’istante un disco sull’eccidio di Reggio Emilia. Si tratta della registrazione della sparatoria. Su Vie nuove, anno XV, numero 33, del 20 agosto 1960, Pasolini commenta: “Quello che colpisce […] è la freddezza organizzata e meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento”.

Sono i giorni del processo al criminale nazista Eichmann, e Pasolini collega le due storie:

Egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti […] saranno del tutto simili a quelle già ben note… Anch’essi parleranno di ordini, di dovere ecc. […] La polizia italiana… si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito? […] Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno.

Nel 1961 Pasolini gira il suo primo film, Accattone. In un paese dove si legge pochissimo, il cinema è potenzialmente più pericoloso della letteratura.
La riprovazione borghese, la censura e la repressione scatenate dai film di Pasolini (tutti, nessuno escluso) saranno incommensurabilmente maggiori di quelle scatenate dai libri e dagli articoli. Se poi in un film riemerge la storia di come morì Marcello Elisei…

Nel 1962, il finale di Mamma Roma – film che scatena violenze fasciste ed è subito proibito dalla censura – mostra il giovane Ettore che muore in prigione, gemente, febbricitante e invocante la mamma, legato in mutande e canottiera a un letto di contenzione. “Aiuto, aiuto, perché mi avete messo qua?… Non lo faccio più, lo giuro, non lo faccio più… So’ bono, adesso… Mamma, sto a mori’ de freddo… Sto male… Mamma!… Mamma, sto a mori’… È tutta notte che sto qua… Nun je ‘a faccio più…”.

Il 31 agosto 1962 il tenente colonnello Giulio Fabi, comandante del gruppo carabinieri di Venezia, denuncia Mamma Roma per oscenità e si premura di aggiungere: “Si fa presente che l’autore e regista Pasolini e uno degli interpreti, il Citti, dovrebbero avere precedenti penali presso il tribunale di Roma”. Tra coloro che seguono e apprezzano Pasolini circola l’ipotesi che a irritare l’arma sia stato il finale del film.

Da qui in avanti, Pasolini è investito da un’onda d’urto censoria e repressiva che non ha corrispettivi nella carriera di altri artisti italiani.

5. “Distruggere il Potere”

Ecco il senso dell’avverbio “ovviamente”, usato da Pasolini per rafforzare una premessa che ritiene importante. È del tutto ovvio che PPP sia contro l’istituzione della polizia.

Ancora più ovvio il verso che segue: “Ma provate a prendervela con la magistratura, e vedrete!”. Quella magistratura che tanto ha perseguitato, continua e continuerà a perseguitare Pasolini, anche dopo la morte.

È a partire da questa posizione che l’autore della poesia Il Pci ai giovani affida a un mucchio di “brutti versi” – definizione sua – una riflessione confusa, che deraglia subito e diventa uno sfogo, un’invettiva antiborghese. Come scriverà poco dopo: “Sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico”.

Ma per quanto l’invettiva possa essere brutta sul piano formale e carente di focus nei contenuti, dopo averla letta tutta (tutta intera, non solo i 4-5 versi estrapolati e branditi come randelli da questo o quello scagnozzo) è difficile concludere che “Pasolini stava con la polizia”.

Pasolini descrive i poliziotti che si sono scontrati con gli studenti a Valle Giulia come “umiliati dalla perdita della qualità di uomini / per quella di poliziotti”. L’istituzione della polizia disumanizza. Per questo gli studenti – “quei mille o duemila giovani miei fratelli / che operano a Trento o a Torino, / a Pavia o a Pisa, / a Firenze e un po’ anche a Roma” – sono comunque “dalla parte della ragione” e la polizia “dalla parte del torto”. Se non si capisce questo, non si coglie l’intento paradossale di Pasolini. Il paradosso gli serve a precisare che la vera rivoluzione non la faranno mai gli studenti, perché sono figli di borghesi. Al massimo potranno fare una “guerra civile”, in questo caso generazionale, in seno alla borghesia. La rivoluzione, dice Pasolini, possono farla solo gli operai, ai quali la grande stampa borghese non leccherà mai il culo, come invece – nell’iperbole pasoliniana – sta facendo con gli studenti. Sono gli operai il vero pericolo per il potere capitalistico, dunque saranno loro a subire la repressione poliziesca più pesante: “La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte dentro una fabbrica occupata?”, si chiede retoricamente l’autore. Quindi, è proprio là che dovranno trovarsi gli studenti, se vogliono essere rivoluzionari: tra gli operai. “I Maestri si fanno occupando le Fabbriche / non le università”. Ma soprattutto, gli studenti devono riprendere in mano “l’unico strumento davvero pericoloso / per combattere contro i [loro] padri: / ossia il comunismo”. Pasolini li invita a impadronirsi del Pci, partito che ha “l’obiettivo teorico” di “distruggere il Potere” (quell’estinzione dello stato che Marx pone a obiettivo finale della lotta di classe e del socialismo) ma è finito in indegne mani, le mani di “signori in modesto doppiopetto”, “borghesi coetanei dei vostri stupidi padri”. Occupare le federazioni del Pci, dice Pasolini, aiuterebbe il partito a “distruggere, intanto, ciò che di borghese ha in sé”.

Questa esortazione occupa tutta la seconda metà del testo, ma – guarda caso – non viene mai citata.

Lo so, ti gira la testa. Ti avevano detto che Il Pci ai giovani parlava bene della repressione poliziesca. Hai sentito versi di questa poesia citati da pubblici ministeri mentre chiedevano pene pesantissime per i No Tav. Li hai uditi dalle labbra di Belpietro. Li hai letti nei comunicati del Sap e del Coisp…

6. Un infame mantra

Il Pci ai giovani fu attaccata subito, e non solo dagli studenti che criticava. Franco Fortini riempì Pasolini di insulti. Sotto il cumulo di quegli insulti, le critiche erano giuste. Pasolini provò a spiegarsi, cercando di non rimangiarsi il paradosso. Quei versi erano “brutti” perché non erano bastati “da soli a esprimere ciò che l’autore [voleva] esprimere”. Erano versi “’sdoppiati’, cioè ironici, autoironici. Tutto è dettotra virgolette”. Parlò di “boutade”, di “captatio malevolantiae”, ma non arretrò mai dal punto che aveva scelto e deciso di difendere: l’invito agli studenti a “operare l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese”.

Ma ormai la frittata era fatta e sarebbe rimasta a fumigare in padella per i quarant’anni e passa a venire, per la gioia di “postfascisti”, ciellini, sindacati gialli, teste da talk-show, scrittori tuttologi esternazionisti, commentatori pavloviani.

Ogni volta che si manifesta il conflitto sociale e la polizia interviene a reprimerlo riparte, come lo ha chiamato un cattivo maestro, “l’infame mantra” su Pasolini che stava con la polizia e i manganelli. Con quel mantra si è giustificato ogni ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine. Bastonate, candelotti sparati in faccia, gas tossici, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz di Genova, la solidarietà di corpo agli assassini di Federico Aldrovandi eccetera. Periodicamente, frasi decontestualizzate sui manifestanti “figli di papà” e i poliziotti proletari sono usate contro precari, sfrattati o popolazioni che si oppongono alla devastazione del proprio territorio.

Ho però il sospetto che il mantra si sia imposto solo a partire dagli anni novanta, insieme a certe “appropriazioni” del pensiero di Pasolini. Sicuramente, nel periodo 1968-75 nessun detentore del potere, nessun membro del blocco d’ordine lesse quei versi come davvero apologetici della repressione. Basti vedere come proseguirono i rapporti tra Pasolini, la polizia e la magistratura, e come si evolsero quelli tra Pasolini, il movimento studentesco e le sinistre extraparlamentari.

7. “Propaganda antinazionale”

Nell’agosto 1968, due mesi dopo la polemica su Il Pci ai giovani, Pasolini partecipa alla contestazione contro la Mostra d’arte cinematografica di Venezia, occupa il palazzo del cinema al Lido, subisce lo sgombero poliziesco e si prende l’ennesima denuncia. Sarà processato insieme ad altri registi, con l’accusa di aver “turbato l’altrui pacifico possesso di cose immobili”. Verrà assolto nell’ottobre 1969.

Sulla rivista Tempo, anno XXX, numero 39, del 21 settembre 1968, la rubrica Il Caos tenuta da Pasolini contiene una “Lettera al Presidente del Consiglio”, che in quei giorni è Giovanni Leone, non ancora “quirinato” né impeached. Lo scrittore accusa il capo del governo per la repressione a Venezia. Quanti credono che Pasolini fosse contro il ‘68 e i contestatori trasecolerebbero leggendo questo passaggio (corsivo mio):

Nel ’44-’45 e nel ’68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.

Leone risponde arzigogolando, Pasolini continua a mirare diritto e sul numero 41 del 5 ottobre 1968 ribadisce: “Io ero presente, quella notte. E ho visto coi miei occhile violenze della polizia”.

Per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine

Due mesi dopo, sul numero 52 del 21 dicembre 1968, Pasolini commenta l’ennesimo eccidio per mano poliziesca – due braccianti crivellati di colpi ad Avola, in Sicilia – e sostiene la proposta, fatta da un Pci ancora lontano dall’appoggio alle leggi speciali, di disarmare la polizia:

Disarmare la polizia significa infatti creare le condizioni oggettive per un immediato cambiamento della psicologia del poliziotto. Un poliziotto disarmato è un altro poliziotto. Crollerebbe di colpo, in lui, il fondamento della ‘falsa idea di sé’ che il Potere gli ha dato, addestrandolo come un automa.

In una puntata della rubrica rimasta inedita e ritrovata da Gian Carlo Ferretti, Pasolini risponde a una lettrice di destra, tale Romana Grandi, che gli ha inviato un volantino dell’Msi-Dn pieno di ingiurie nei confronti suoi e di altri intellettuali: “Un piccolo sforzo potrebbe pur farlo, visto che scrive e riscrive di essere unalavoratrice: non si è accorta che coloro che sono colpiti dalla polizia sono i lavoratori (e gli studenti che lottano accanto ai lavoratori)?”.

Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. - Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio
Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. (Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio)

 

L’autunno del ’69 – il cosiddetto autunno caldo – è una stagione di grandi lotte e vittorie operaie. Il 12 dicembre, per tutta risposta, esplode la bomba in piazza Fontana. A ruota, parte la montatura per colpire gli anarchici, le sinistre e il movimento operaio. Il 15 dicembre muore Giuseppe Pinelli. Il 16 dicembre, l’inviato del Tg1 Bruno Vespa comunica a milioni di persone che “Pietro Valpreda è il colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano”. L’anarchico Valpreda diventa il mostro.

Pasolini, Moravia, Maraini, Asor Rosa e altri intellettuali firmano un appello “contro l’ondata repressiva”. Sul Borghese del 28 dicembre 1969, Alberto Giovannini coglie la palla al balzo e scrive:

Tra gli arrestati, oltre al Valpreda, uso a voltare la schiena non solo all’odiata borghesia ma anche agli amati giovinetti, vi sono molti ‘travestiti’ e ‘checche’; e il fatto non può lasciare indifferente P. P. Pasolini, che dei capovolti di tutta Italia è, di certo, il padre spirituale, visto che la natura ingrata […] non gli ha consentito di esserne la madre.

Sul numero 2, anno XXXII, di Tempo, del 10 gennaio 1970, Pasolini si rivolge al deputato socialdemocratico Mauro Ferri e scrive:

L’estremismo dei gruppi minoritari ed extraparlamentari di sinistra non ha portato in nessun modo (è infame solo pensarlo) alla strage di Piazza Fontana: esso ha portato alla grande vittoria dei metalmeccanici. Prima chePotere Operaio e gli altri gruppi minoritari extra-partitici agissero, i sindacati dormivano.

Dal 1 marzo 1971, per due mesi, Pasolini si presta a fare il direttore responsabile del giornale Lotta Continua, accettando il rischio di essere inquisito, rinviato a giudizio e processato per i contenuti del giornale. Cosa che succede il 18 ottobre dello stesso anno, per avere “istigato militari a disobbedire le leggi […], svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento degli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato [e] pubblicamente istigato a commettere delitti”. Pena massima prevista dal codice: 15 anni di reclusione. Testimoni per l’accusa: ufficiali, sottufficiali e agenti della pubblica sicurezza e dei carabinieri.

Dopo questo rinvio a giudizio, in spregio a qualsivoglia presunzione d’innocenza, la Rai blocca la messa in onda del programma di Enzo Biagi Terza B: facciamo l’appello. Oggi è una delle più famose apparizioni televisive di Pasolini, ma molti non sanno che fu censurata e andò in onda solo dopo la sua morte, cinque anni dopo essere stata registrata.

Nel frattempo, per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine. A Bari, l’ispettrice di polizia Santoro segnala l’oscenità “orripilante” del film Decameron. Ad Ancona, contro la medesima pellicola sporge denuncia l’ispettore forestale Lorenzo Mannozzi Torini, secondo Wikipedia un “pioniere della tartuficoltura”.

Certamente provato ma per nulla intimidito, Pasolini finanzia e gira insieme al collettivo cinematografico di Lotta continua (Lc) un documentario-inchiesta su piazza Fontana e sullo stato delle lotte in Italia. Sceneggiato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, il documentario esce nel 1972 con il titolo 12 dicembre e la dicitura “Da un’idea di Pier Paolo Pasolini”.

Ancora nel novembre 1973, quando il rapporto con Lc è teso e sull’orlo della rottura, Pasolini dichiara: “I ragazzi di Lotta continua sono degli estremisti, d’accordo, magari fanatici e protervamente rozzi dal punto di vista culturale, ma tirano la corda e mi pare che, proprio per questo, meritino di essere appoggiati. Bisogna volere il troppo per ottenere il poco”.

8. “Le nostre vecchie conoscenze”

L’ultima stagione, quella “corsara” e “luterana”, è segnata dalla reiterata, implacabile richiesta di un grande processo alla Democrazia cristiana, ai suoi dirigenti e notabili, ai complici delle sue politiche.

Dopo Il Pci ai giovani, sono alcune formule-shock del Pasolini 1974-75 a detenere il primato delle decontestualizzazioni e delle letture strumentali.

Per esempio, si estrapolano paradossi come “il fascismo degli antifascisti” per difendere le adunate di estrema destra, guardandosi bene dal dire che Pasolini usava l’espressione per attaccare l’ipocrisia del cosiddetto arco costituzionale, l’insieme dei partiti al potere, quelli che – dice in un’intervista del giugno 1975 – “continueranno a organizzare altri assassinii e altre stragi, e dunque a inventare i sicari fascisti; creando così una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista, e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno”.

Senza il contesto cosa rimane? Una manciata di immagini – le lucciole, la fine del mondo contadino, i corpi omologati dei capelloni – ridotte a cliché e rese innocue. Rimane il “mito tecnicizzato” di uno pseudoPasolini light e lactose-free, propinato dalla stessa cultura dominante che perseguitò Pasolini, dagli eredi giornalistici dei suoi diffamatori e dagli eredi politici di chi lo aggrediva per strada.

L’8 ottobre 1975, sul Corriere della Sera, Pasolini commenta la messa in onda diAccattone da parte della Rai. Nel suo film d’esordio, scrive, metteva in scena due fenomeni di continuità tra regime fascista e regime democristiano: “Primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia”.

Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia

Riguardo al primo fenomeno, scrive Pasolini, la società dei consumi ha “integrato” e omologato anche i sottoproletari, le loro abitudini, i loro corpi. Ergo, il mondo rappresentato in Accattone è finito per sempre.

È trascorso poco tempo, ma quelle parti di Roma sono cambiate. Pasolini le attraversa e dietro ogni incrocio, dietro ogni edificio, dietro ogni capannello di giovani vede – in una sovrapposizione lievemente sfasata – com’erano l’incrocio, l’edificio e quei giovani solo poco tempo prima. Tutto è in apparenza simile, ma la tonalità emotiva è alterata, la nota di fondo è irriconoscibile. Per un potente resoconto psicogeografico su tale “doppiezza” rimando alla passeggiata del Merda in Petrolio, Appunti 71-74a.

Ma cosa dice Pasolini del secondo fenomeno di continuità tra regime fascista e regime democristiano? “Su questo punto c’intendiamo subito tutti”, scrive, e sa di essere provocatorio. Sta parlando ai lettori del Corsera, è implausibile che tutti siano d’accordo nel ritenere “spietata” e “criminaloide” la violenza della polizia.

Ma l’autore è adamantino: “È inutile spendere parole. Parte della polizia è ancora così”. Segue un riferimento alla polizia spagnola, la guardia civil del regime franchista. Riferimento oggi incomprensibile, se non si sa cosa accadeva in Spagna in quei giorni. Ecco un titolo da l’Unità del 5 ottobre 1975: “Tortura a Madrid. / È stata usata dalla polizia franchista in modo sistematico contro non meno di 250 baschi. – Le conclusioni di un’inchiesta di Amnesty International – Testimonianze agghiaccianti”.

Il passaggio è rapido, ma non superficiale. Ci mostra un altro “doppio mondo” sfasato. Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia, “le nostre vecchie conoscenze in tutto il loro squallido splendore”.

9. L’uomo che sorride

Tre settimane dopo, la notte tra il 1 e il 2 novembre, il corpo di Pasolini giace nel fango di Ostia, massacrato, ridotto a un unico cencio intriso di sangue.

Ora, per chiudere, prendo in prestito le parole di Roberto Chiesi:

Se guardate tra le terribili foto del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ce n’è una, forse la più terribile, che mostra il corpo rovesciato e martoriato, con intorno alcuni inquirenti e poliziotti seduti sulle ginocchia. In particolare c’è un poliziotto seduto accanto al cadavere di Pasolini, che sorride. La foto lo mostra in maniera inequivocabile: è un sorriso di scherno, di disprezzo. Questa immagine può essere presa a campione di tutta un’Italia deteriore, da rifiutare, condensata in quell’immagine in bianco e nero, apparsa sulle prime pagine di tanti giornali dell’epoca.

Pasolini continuava a essere contro la polizia, la polizia continuava a essere contro Pasolini.

Martina Levato: come la comunità punisce una cattiva madre (ovvero madre cattiva)

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Martina Levato

Sul caso di Martina Levato, la 23enne condannata a 14 anni per aver acidificato un uomo insieme al suo compagno, Alexander Boettcher, e che a ferragosto ha partorito un bambino, sono stati versati in questi giorni fiumi d’inchiostro. Il caso, di cui non parlava più nessuno, è tornato a far discutere dopo che la pm Annamaria Fiorillo ha separato dalla donna il piccolo, adottando “provvedimenti urgenti e di prassi”. Il piccolo è stato affidato al Comune di Milano con la nomina di un tutore, in attesa di aprire un’istruttoria sull’adozione. Il bambino è stato tolto alla madre subito dopo il parto e questo è stato ritenuto da alcuni un atteggiamento disumano e da altri una tutela nei confronti del piccolo nella convinzione che in questo modo possa avere una vita migliore, dato che la madre è stata dichiarata una borderline pericolosa. I magistrati hanno giudicato con la frase “irreversibile inadeguatezza” non solo i genitori, ma anche l’intero contesto familiare, soprattutto i genitori di Boettcher, mentre le psichiatre Erica Francesca Poli e Marina Carla Verga hanno escluso qualsiasi forma di incapacità di intendere e di volere dei genitori, anche parziale, sebbene abbiano confermato l’inadeguatezza genitoriale. In particolare la pm Fiorillo ha chiesto che il bambino sia adottato da una famiglia scollegata dalla vicenda specificando che “il neonato venga dichiarato in stato di abbandono per totale e irreversibile incapacità e inadeguatezza del padre e della madre a svolgere funzioni genitoriali”; mentre Martina Levato ha chiesto oggi di essere trasferita con il figlio nella comunità di Don Mazzi o in un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri detenute e i loro figli da 0 a 3 / 6 anni), come le è consentito dalla legge italiana (legge su cui ancora adesso le associazioni che lavorano con i bambini in carcere con le mamme, chiedono modifiche per l’inadeguatezza delle norme apportate alcuni anni fa). Per ora il Tribunale dei minori ha deciso comunque che Martina potrà vedere e allattare il suo bambino una volta al giorno sotto controllo. Decisione provvisoria perché il piccolo sarà dato in affidamento o ai nonni (materni o paterni) oppure a una famiglia estranea.

Il fatto interessante che riguarda questa delicata vicenda è stato che il centro della discussione è stato per lo più su come deve essere una “madre”: chiunque si è preso la briga di giudicare come sia “cattiva” una cattiva madre e come deve essere invece una buona madre, sparlando anche di istinto materno, mentre parlando di superiore interesse del bambino ci si è avventurati in sproloqui senza conoscere né cosa consente la legge italiana, né dei rischi che questo bambino corre sia nel caso di possibile adozione (per esempio parcheggiato in istituti) sia nel caso di permanenza dei primi anni di vita in carcere con la mamma, e di come attualmente quella stessa legge che dovrebbe tutelare madri detenute con bambini piccoli in Italia, sia ancora carente in Italia. Cioè non si parla del caso, ma di quanto sia brutta e cattiva questa Martina Levato che essendo una reietta si è anche permessa di mettere al mondo un figlio. Al di là della storia, brevemente riassunta qui, è interessante quindi osservare l’accanimento dei media e degli “opinionisti” verso una donna che in quanto madre colpevole di un crimine (senza nulla togliere a quello che ha fatto per cui è stata già condannata a scontare 14 anni di prigione), diventa stigma del male assoluto: un trattamento che allo stesso livello diciamo di reato, non è neanche immaginato per gli uomini. Quante donne vengono sfigurate, torturate, stuprate nel mondo da uomini senza che sulla base di questo reato venga pesata la loro capacità di fare il padre? Di rado viene giudicata la capacità genitoriale di un uomo su questo, in quanto non è ritenuto probabilmente importante per la comunità.

Per questo pubblico (con il suo consenso) la lettera di Ilaria Boiano, avvocata di Differenza Donna, che spiega in maniera precisa e dettagliata lo stigma che colpisce le donne che delinquono, compresa Martina Levato.

Grazie


Il doppio standard e il principio di legalità che salta quando a delinquere sono le donne

di Ilaria Boiano

 

Le rappresentazioni delle donne nella nostra società rimangono molto limitate: alle donne proposte come oggetto sessuale si contrappone l’immaginario della donna accudente e madre “in essenza”.

Uscire da questo dualismo significa deviare dalla norma, una deviazione che per il sentire comune sembra ancora meritare una pena (anche solo sociale) più afflittiva: se le donne non accettano passivamente il ruolo di oggetto sessuale, ma si pongono come soggetto attivo e desiderante, allora si presume che vadano in giro in uno stato di consenso costante all’attività  sessuale e dunque la loro parola diviene “non attendibile”.

Anche rifiutare la maternità, o solo modificarne l’articolazione tradizionale, comporta una stigmatizzazione delle donne che provano a reinventarsi. L’idealizzazione della maternità ha cominciato ad essere scalfita da quando le donne non sacrificano più la propria dimensione esistenziale, e la propria vita nei casi di violenza maschile, sull’altare della “sacra famiglia”da tenere unita, ma scelgono di percorrere la strada della libertà e della realizzazione personale: la punizione sociale per aver rotto i vincoli familiari è la rappresentazione come ex moglie avida e vendicativa o “madre alienante”.

Se poi le donne sono pure straniere e per di più senza risorse, perché tali non sono considerati il coraggio e la determinazione che hanno consentito la fuga da persecuzioni e violenze e la realizzazione del progetto migratorio, il diritto alla piena realizzazione personale, anche attraverso la maternità, è fortemente compromesso da strutture sociali che, in luogo di “rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della personalità”(articolo 3 Costituzione italiana), ne producono di nuovi e spesso insormontabili che negano i più basilari diritti, compreso il diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8 CEDU).

Infine, la deviazione diviene socialmente intollerabile se le donne commettono reati: alla rappresentazione di uomini colti da raptus o criminali“per professione”, si contrappone l’immaginario di donne criminali promiscue,fredde dal cuore spietato, soggetti ‘doppiamente devianti’ dal comportamento innaturale perché non solo hanno infranto la legge, ma hanno anche trasceso le norme sociali e le aspettative connesse ad un comportamento femminile accettabile.

La prevalenza di queste narrazioni delle donne ci parla di una società ancora refrattaria al principio di uguaglianza sia sul piano sostanziale su quello formale.

Ancorala legge non è uguale per tutte: dalla lettura di recenti sentenze in materia di violenza sessuale, ma anche dei provvedimenti in materia di responsabilità genitoriale,  sempre di più ratifica delle conclusioni dei “professionisti della genitorialità”, con buona pace dei principi di terzietà e imparzialità della funzione giurisdizionale, emerge immediatamente come il senso comune intriso di convincimenti ingiustificati e narrazioni discriminatorie che ruotano intorno al sesso e ai ruoli di genere guidi anche il ragionamento giuridico con esiti in palese violazione dei diritti fondamentali.

Diviene secondario così verificare se quanto stabilito dalla legge, sia a livello sostanziale sia a livello procedurale, caso per caso sia stato rispettato.

Dinanzi alla vicenda del figlio di Martina Levato, per il quale, come è noto, è stato disposto l’allontanamento immediato dalla madre al momento della nascita ed è stato aperto un procedimento di adottabilità dinanzi al Tribunale per i minori di Milano a seguito di ricorso del PM, questione da considerare in uno Stato di diritto,prima di ogni considerazione, per altro intrisa di retorica, sull’importanza del primo contatto madre-figlio o della forza “rieducativa” dell’esercizio della maternità per una donna condannata, ancora non in via definitiva, per reati gravi, è se le autorità hanno agito nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della donna in stato di privazione della libertà personale, cioè nelle mani dello Stato.

Oggetto di vaglio dovrà essere quindi l’apparato motivazionale dei provvedimenti delle autorità al fine di assicurare, insieme all’interesse e benessere del bambino, che qualsiasi decisione assunta non sia fondata su pregiudizi e rappresentazioni discriminatorie.

In particolare,ciò che desta più perplessità nella vicenda di Marina Levato, almeno in base alle informazioni rese note dai media, è l’immediato allontanamento del neonato dalla madre dopo il parto: giustificato con la finalità di tutelare il benessere psicofisico del minore, ritenuto a rischio in caso di allontanamento successivo, tale atto appare di fatto un arbitrio commesso ai danni di una donna privata della libertà personale, atto per di più eseguito prima ancora dell’avvenuta notifica del provvedimento di allontanamento alla diretta interessata, che ha provocato sofferenza e dolore di tale gravità da configurare un trattamento inumano e degradante vietato dall’articolo 3 Cedu.

Il “superiore interesse” del minore, anziché prevalere, finisce così per cedere il passo innanzi alla pretesa punitiva dello Stato, pretesa punitiva che si è manifestata al di fuori dei limiti stabiliti dalla legge e in modo esacerbato perché l’interessata dal provvedimento ha violato non solo la legge, ma una norma sociale di genere:Marina Levato è doppiamente colpevole per il delitto commesso perché donna e dunque ancora più esemplare deve essere la reazione pubblica.

Dato di fatto, che conferma la natura discriminatoria per motivi di genere dell’allontanamento del neonato da sua madre, è che la medesima solerzia delle autorità a disporre l’allontanamento dal genitore non si rileva quando sono le donne a segnalare comportamenti pregiudizievoli dei padri ai danni dei figli minori: in questi casi, l’argomentazione con la quale si giustifica la mancata adozione di misure di protezione dei minori è che gli eventuali comportamenti violenti commessi nei confronti di terzi (magari proprio della ex compagna madre del proprio figlio) non può essere di per sé ritenuto indice di inadeguatezza genitoriale.

In definitiva, nel nostro ordinamento il principio di legalità è minacciato da un doppio parametro di valutazione che guida l’applicazione della legge in direzione discriminatoria delle donne.

E questo non è solo un problema nostro, di noi donne, ma riguarda la società tutta: quando vacilla il principio di legalità, è a rischio la libertà di tutti e tutte.

Oggi difendo un uomo

Antonio Cipriani

Nel mio lavoro non ho fatto che difendere donne e bambini raccontando ingiustizie e violazioni, descrivendo storie, leggendomi fascicoli giudiziari, proposte di leggi, per tradurre e informare. Ho difeso, preso posizione senza paura di essere giudicata “non oggettiva”, mi sono battuta, ho ascoltato donne che mi bussavano alla porta perché disperate nell’incubo di una vita accanto a un marito violento, dando voce ai soggetti più esposti alla prepotenza di un potere a volte nascosto dietro volti rassicuranti.

Oggi però vado in controtendenza, e anche se non ho mai preso posizione per difendere un uomo, questa è un’ottima occasione per farlo. E a offrirmela è un amico e collega, un uomo che stimo per la sua trasparenza, serietà, umanità profonda. Un uomo che potrebbe essere d’esempio a molti altri e che oggi rischia il carcere per aver lavorato e diretto un giornale che, una volta fallito, ha scaricato sui giornalisti tutte le responsabilità. Lui è Antonio Cipriani, giornalista dell’Unità che ha diretto L’Ora di Palermo per passare poi alla direzione di E-Polis, e che nel 2011 ha lasciato DNews per fondare la piattaforma The Globalist Syndication diretta dal fratello Gianni Cipriani.

Ma come può un giornalista serio che non ha mai fatto torti a nessuno e non ha mai fregato 100lire, rischiare il carcere? Ce lo spiega lo stesso Antonio che su Globalist.it ha raccontato la sua storia (riportata per intero qui sotto) cercando di riassumere i fatti e il suo stato d’animo. “Nel 2011- scrive Antonio – E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento  ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un’enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto”.

Oggi Antonio non ha più risorse e non potendosi più permettere un avvocato, viene aiutato dagli amici, ma non basta perché davanti a lui ha la prospettiva di una condanna in penale e di una carcerazione: “Senza nessun editore alle spalle – racconta – senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere”. Un uomo contro tutto, un caso dal sapore kafkiano che improvvisamente diventa realtà ma che sembra scaturita da uno dei peggiori incubi di un pazzo. Un caso assurdo in cui Antonio viene scaraventato da un giorno all’altro, e dove è costretto a correre dietro la propria libertà, un caso dove “gli effetti di un fallimento, di azioni in alcuni casi non proprio limpide degli editori, ricadono sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi”. Fino ad arrivare all’epilogo, dove Antonio, stremato nel fisico e nella psiche nonché prosciugato nelle tasche, non riesce a difendersi dall’ennesima accusa, quella di omesso controllo: un’accusa per la quale oggi rischia la prigione: “Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta), è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato. Così è”.

Ma il paradosso non finisce qui, perché dopo una vita scoperchiata per aver lavorato come direttore di un giornale andato a gambe all’aria, dopo essere stato lasciato solo nel momento della resa dei conti, oggi Antonio rischia la galera proprio mentre nelle aule del parlamento è in discussione la riforma della legge sulla diffamazione che dovrebbe mettere fine alla carcerazione per i giornalisti: una pena abnorme per chi fa questo mestiere, e può anche rimanere vittima di querele intimidatorie per quello che scrive (anche quando si tratta della verità), soprattutto se pensiamo all’impunità che in Italia imperversa verso offender sulle donne e verso maltrattanti e abusanti sui minori. Ma riuscirà Cipriani a rientrare in una legge che è ancora in discussione in Commissione giustizia? Riuscirà a rincorrere il tempo per avere come premio la sua libertà? In Italia è molto improbabile. E se così non è, per lui non c’è neanche un Presidente della Repubblica che accordi la grazia, come successe al direttore del “Giornale” graziato da Napolitano.

Per questo, e per un senso di giustizia profondo, chiedo a tutti i colleghi e le colleghe di divulgare la sua storia (come già stanno facendo in molti), ma chiedo anche a tutti e a tutte di lanciare appelli pubblici sui social, sulle vostre bacheche facebook e su twitter con l’hastag #LiberAntonio, affinché Cipriani non debba rischiare il carcere per una legge che sta per essere cambiata proprio perché ingiusta.

Grazie


La storia completa da Globalist.it

Il mio caso assurdo di giornalista destinato al carcere

Inserito da Antonio Cipriani il 07/05/2015 alle 22:25 nella sezione

di Antonio Cipriani

Fa un certo effetto aprire una mail e scoprire che contiene un ordine di esecuzione per la carcerazione. Cinque mesi e qualche giorno per aver omesso, come direttore responsabile del quotidiano E Polis, il controllo su un articolo scritto da un giornalista professionista. Questo dice la sentenza del tribunale di Oristano. Cinque mesi da fare in carcere e in subordine – se verranno accolte come spero le richieste della mia difesa – in affidamento in prova al servizio sociale o ai domiciliari.

È solo l’ultimo tassello, per ora, di una storia assurda e travagliata che va avanti da quattro anni. E mi vede ostaggio di una serie di incongruenze nelle leggi che regolano la professione giornalistica, e mi costringe oggi – io in genere schivo e riservato – a prendere carta e penna e a raccontarla. In mio nome e in mia difesa. E in difesa e nel nome di tutti quelli che si trovano nella mia stessa situazione e non hanno alle spalle le corazzate dei media e che questi problemi li vedono sicuramente da un’altra prospettiva.

In sintesi. Ho diretto E Polis (prima Il Giornale di Sardegna e poi Il Sardegna) dall’ottobre 2004 al dicembre 2007. Poi mi sono dimesso a seguito di un cambio di proprietà. Nel 2011 E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un’enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto.

Dal 2011 il mio impegno professionale è stato: difendermi alla meno peggio, farmi aiutare da avvocati amici, evitare il più possibile condanne, cercare di non pagare tutte le spese giudiziarie. Rateizzare Equitalia. Inseguire gli indulti.

Perché ogni processo consta di notifiche per ogni passaggio, quindi di mattinate passate in questura o dai carabinieri, di carte da leggere, di avvocati da nominare, di udienze. Di condanne, più o meno giuste, sulle quali neanche entro nel merito perché si aprirebbe un altro capitolo.

Giustizia del pagare. Senza nessun editore alle spalle, senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere. Perché anche se riesci in tre gradi di giudizio a prevalere, le spese sono talmente alte che quasi conviene accordarsi preventivamente e pagare il riscatto dall’omesso controllo.

Basta moltiplicare trentaquattro processi per la cifra media del costo di un processo (se qualcuno ha avuto la sventura.) per capire che è una partita persa in partenza. E che forse qualcosa si potrebbe anche fare per evitare che la libertà di stampa diventi una questione di reddito e di protezioni. Chi le ha la esercita, chi non le ha meglio se imbraccia il violino.

Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta) è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato. Così è.

Perché la legge è assurda? Perché è assurdo che gli effetti di un fallimento, di azioni in alcuni casi non proprio limpide degli editori, ricadano sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi. Perché è assurdo e anacronistico che un direttore possa controllare riga per riga un intero giornale – nel mio caso 15 per circa 800 pagine uniche sfornate al giorno – brevine e lettere comprese. Ed è anche inaccettabile poi che un direttore debba pagare per errori di professionisti che magari in tribunale hanno capito fischi per fiaschi o in una conferenza stampa hanno sbagliato un reato. Che dovrebbe fare quel direttore? Ogni sera verificare una per una le notizie? Chiamare tutti i tribunali per sapere se è vero che Tizio è stato condannato per corruzione e Caio per rapina?

L’impossibilità di esercitare un controllo del genere su professionisti, che fanno tanto di esame per iscriversi all’Ordine, non rende il reato troppo generico? Omesso controllo di che cosa se il controllo è impossibile? Diverso è il ruolo della direzione nella titolazione, nelle campagne di stampa. Quella è responsabilità diretta, anche penale se incorre in un reato. Peccato che per questo genere di reato sono stato condannato solo una volta, e alla fine la Cassazione ha addirittura stabilito che avevo ragione, che difendevo solamente la libertà di stampa. Peccato che in altri 33 casi mi sono dovuto difendere dall’indifendibile, senza responsabilità dirette sugli eventuali errori. Certo, potevo censurare qualche cronista. Sarebbe stato accettabile? Quando ho bloccato pezzi che contenevano evidenti caratteristiche di diffamazione, sono fioccate le accuse di censura. Figuriamoci.

Chiudo col carcere. Perché mi sembra davvero sproporzionato l’omesso controllo con la condanna al carcere. E in genere assurdo che possa esserci la possibilità del carcere per un reato d’opinione, figuriamoci in un caso in cui le responsabilità personali sono davvero minime. E mi auguro che questa situazione, per certi versi simile a quella di altri colleghi, possa spingere davvero sulla strada di una regolamentazione di questi casi assurdi. E, comunque, si discuta politicamente dei paradossi, delle ingiustizie e del fatto che il carcere per reati giornalistici non è mai un segno di libertà e democrazia.

India: donne psichiatrizzate trattate peggio degli animali

donne indiane

Donne peggio degli animali

Luisa Betti
(da Azione 9/2/2015)

HRW Il rapporto dell’organizzazione denuncia lo stato delle ragazze rinchiuse nei manicomi indiani dove subiscono violenze e abusi

L’inquietante rapporto di «Human Rights Watch» ( Trattate peggio degli animali ) sulle donne internate per problemi psichiatrici in India è il frutto di una ricerca condotta dal 2012 al novembre 2014 con sopralluoghi e interviste in 24 strutture tra ospedali psichiatrici, centri di riabilitazione e istituti residenziali a Nuova Delhi, Calcutta, Mumbai, Pune, Bangalore e Mysore. Con 200 interviste a donne con disabilità, alle famiglie, a Ong, medici, funzionari di governo e polizia, è stato redatto un rapporto su come le ricoverate subiscano violenze con la doppia discriminazione di genere e malata mentale: donne che una volta rinchiuse, vivono «nell’isolamento, nella paura, nell’abuso, senza alcuna speranza di fuga» – come riferisce Kriti Sharma che ha condotto la ricerca.

Un Paese, l’India, che uffcialmente dichiara il 2,21 per cento di disabilità, anche se il Ministero della Salute sostiene una percentuale che si aggira sul 6-7 (74,2-86’500’000) per disturbi mentali e il 1-2 per cento (12,4-24’700’000) per gravi disturbi mentali: cifre ritenute comunque troppo basse dagli esperti, per il secondo Paese più popoloso del globo.

Ma cosa ha trovato HRW in queste strutture? In molti di questi posti i gabinetti erano «infestati e traboccanti di feci con un fetore nauseabondo che permeava i reparti adiacenti»: il Pune Mental Hospital su 100 bagni per 1850 pazienti, ne aveva 25 funzionanti: «una situazione che rende la defecazione all’aperto la norma», riferisce il dottor Vilas Bhailume. La maggior parte delle donne incontrate hanno costantemente tirato fuori pidocchi dai loro capelli durante le interviste in strutture che spesso le rasa forzatamente. Ameena, 40 anni con schizofrenia, ha raccontato: «Ci danno il sapone solo il venerdì e non abbiamo asciugamani. Ci laviamo i denti con dentifricio in polvere sulle dita e quando dobbiamo cambiare i vestiti rimaniamo nude mentre aspettiamo la lavanderia».

Donne e ragazze che vengono internate dalle famiglie che lasciano recapiti e nomi sbagliati per non essere più rintracciabili, e che possono essere rinchiuse per motivi che non hanno a che fare con la malattia mentale, in quanto se un marito, un padre o un tutore dichiara che una donna è psicologicamente labile, quest’ultima perde la capacità giuridica dopo l’esame medico e su presentazione di due certificati. Referti su cui il magistrato può emettere un ordine per il trattamento in ospedale psichiatrico dopo il quale la donna o è ripresa dalla famiglia, o viene inviata a un istituto: e questo malgrado nel 2007 l’India abbia ratificato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.

HRW ha scoperto che ragazze che hanno avuto rapporti fuori dal matrimonio, o sono state stuprate, possono essere internate per il disonore. Ma può essere anche un marito che desidera disfarsi della moglie. Come è successo a Deepali, 46 anni con quattro figli, che nel 2007 ha avuto un attacco di panico ed è stata prelevata dalla polizia e portata in un ospedale psichiatrico a Delhi. «Sono stata circondata da dieci poliziotti che mi hanno presa a calci – dice Deepali – e solo dopo ho scoperto che mio padre e mio marito avevano firmato il mio internamento».

O come Vidya, una naturopata che ha raccontato di essere stata internata dal marito che voleva sbarazzarsi di lei con un divorzio senza passarle gli alimenti, per disabilità mentale. «Si sono presentati a casa un medico, un infermiere e un ragazzo dicendo che dovevano fare vaccinazioni obbligatorie – ha detto – e prima che me ne rendessi conto, mi hanno iniettato qualcosa che mi ha addormentato. La mattina dopo non capivo dove fossi e una signora mi ha detto che ero in un reparto psichiatrico. Non potevo uscire né telefonare. Più tardi ho scoperto che mio marito aveva organizzato tutto ed è stata mia madre a tirarmi fuori un mese dopo».

Donne che possono essere fermate per strada e internate senza consenso e che una volta dentro «vengono colpite dal personale che tira i capelli e le getta a terra trascinando il corpo sul pavimento», come descrive Devika, o picchiate con bastoni e denigrate dall’assistente sociale o minacciate con l’elettroshock per prendere le medicine. Un trattamento umiliante che si spinge oltre. Siamo trattate peggio delle bestie».

Donne che non hanno assistenza neanche se si fanno male, come riporta Rachna Bharadwaj, il sovrintendente di Asha Kiran, che ha parlato di una ragazza tornata nella struttura da un ospedale psichiatrico che malgrado avesse «un braccio che pendeva inerte sul lato, nessuno si era preso la briga di curarla», o di una donna che con un’ulcera al piede infettata da vermi neri non era stata disinfettata.

Per quelle poi che subiscono uno stupro non c’è alcuna speranza. «Ho cercato di raccontare a un medico quello che mi era successo – dice Rakhi – ma lui ha detto che stavo mentendo». Nel caso di donne con disabilità psichiche il problema è essere credute e ciò rende gli offender impuniti, perché è la stessa polizia che si rifiuta di registrare il caso. «Se lei è un malato mentale – dice un poliziotto – non ha una mente cosciente, e quindi come può affermare di essere stata violentata?». Ma la presenza di personale maschile in reparti femminili mette le donne a rischio elevato. Radha, un’assistente sociale di Kolkata, racconta di una donna violentata nell’ospedale psichiatrico di Pavlov in maniera del tutto indisturbata: «In tarda serata – ha detto a HRW – il personale è venuto a dare le medicine e uno di loro è andato dentro il bagno. Le donne non sono al di fuori dalle camere la notte e le infermiere cercavano una ragazza sparita, quando a un certo punto è riapparsa dietro l’uomo che era uscito dal bagno e con i vestiti e la schiena bagnati. Al mattino quella ragazza ha detto a un’infermiera che era stata violentata la sera prima».

Stupri da cui possono anche arrivare gravidanze indesiderate: come è successo a molte donne che si ritrovano incinte senza poter denunciare i propri offender.

Caso Loris: sbatti la mostra in prima pagina

strega

“Il vero padre scoperto a 14 anni, un rapporto burrascoso con una madre che mette al mondo cinque figli con tre uomini diversi, la voglia di morire che spunta prepotente per ben due volte nella mente ancora adolescente, un figlio arrivato forse troppo presto, quando le ragazze della sua età vanno ancora a scuola e pensano solo a come divertirsi il giorno dopo: c’è stato molto dolore nella vita di Veronica Panarello. E se questa madre ragazzina, che 26 anni l’ha compiuti solo un mese fa, c’entra davvero qualcosa con la morte del piccolo Loris, forse qualche risposta bisognerà andarla a cercare nel suo passato”. Sembra l’incipit di un romanzo d’appendice e invece è l’inizio di un lungo articolo dell’Ansa che va a scavare nel passato della mamma del piccolo Loris, il bambino ucciso il 29 novembre a Santa Croce Camerina, vicino Ragusa. La donna, sottoposta a lunghi interrogatori in cui si è contraddetta riportando versioni distanti da quanto emerso dai video e dalle intercettazioni, è ora la principale sospettata dell’omicidio del figlio e due giorni fa è stata sottoposta a fermo in una cella di isolamento della sezione femminile del carcere di Catania. Un’accusa grave, qualora fosse confermata dagli inquirenti che devono ancora mettere insieme tutti i pezzi di quella mattina in cui il bambino è morto, che vedrebbe la mamma coinvolta in prima persona in questo omicidio. Un fatto terribile, se fosse così, che però ha immediatamente stimolato la molla della morbosità dei media e dell’informazione che ha subito affilato i coltelli del banchetto per speculare sulla vita e sul passato della madre “cattiva”, che viene demonizzata e condannata due volte per la sua malvagità grazie alla enorme esposizione pubblica che si mette in moto in casi come questi. Un circolo mediatico che specula su un atto criminale così grave e dove la gara al linciaggio con un processo pubblico – che poco ha a che fare con l’informazione – scatena bassi istinti, non rende giustizia e coinvolge persone vicine e familiari, usati a questo scopo per emettere sentenze ancora da concludere (v. la madre di Veronica, la sorella e soprattutto il marito di Veronica che in tv, come se fosse quasi l’espressione di un ripensamento “in diretta”, si esprime sulla colpevolezza della moglie neanche si stesse girando una fiction). Un battage martellante e quotidiano che sposta completamente la focalizzazione dell’opinione pubblica come se la gente fosse davanti a un film in fieri proiettato a puntate su scala nazionale. Una modalità il cui sicuro effetto è ampliato dal fatto che a uccidere sia stata una madre.

Ma perché lo stereotipo della “mamma buona” è così forte mentre quella del “padre buono” è così e così? perché una madre che uccide un figlio è una deprecabile strega mentre un padre che uccide i propri figli è comunque un uomo con problemi o preda di un raptus momentaneo?

Oggi è stato scoperto chi ha ucciso Gilberta Palleschi, insegnante d’inglese di 57 anni il cui corpo era stato ritrovato in un burrone a Campoli Appennino: un uomo, Antonio Palleschi, che ha confessato il femmicidio perché respinto in un tentativo di violenza sessuale sulla donna, e che è anche tornato sul posto per oltraggiare il corpo della donna e su cui ora l’avvocato chiede l’infermità mentale. Qualche giorno fa una donna è stata uccisa dal marito a bastonate in testa nei pressi di Pesaro, e ad Ancona Daniele Antognoni, 38 anni, ha ucciso la moglie da cui si stava separando e il figlio di 5 anni, entrando in casa armato malgrado la donna avesse avvertito le forze dell’ordine in quanto temeva per la sua incolumità, mentre ieri a Rapallo Alessio Loddo ha ucciso a coltellate la moglie per poi gettarsi dal balcone con il bambino di un anno, uccidendolo insieme a lui. Quattro femmicidi con due infanticidi che dimostrano l’inquietante percentuale di un certo tipo di crimini nel nostro Paese, compresa l’uccisione dei figli da parte dei padri all’interno del femminicidio (vittime collaterali che in Spagna stanno per essere inclusi nei casi di femminicidio con una correzione alla stessa legge sulla violenza contro le donne del 2004 in quanto dettati sempre da un movente di genere e quindi dalla voglia di vendetta verso la donna che rifiuta il controllo maschile). Ebbene per questi uomi, come per tutti gli altri che si sono macchiati di questo crimine spesso per vendicarsi della moglie, i giornali hanno immediatamente usato la parola raptus di follia di uomini devastati per la separazione dalla moglie, mentre per quanto riguarda Veronica Panarello, è stato già escluso il raptus, che improvvisamente è diventato “estremamente raro” – secondo l’intervista che si sono sbrigati a fare in questo caso – e anche la malattia mentale, altra attenuante che di solito viene messa in ballo per gli uomini autori di femmicidi e infanticidi: ma è solo “grazie” a questa accusa che veniamo a sapere dall’Ansa che “L’equazione è un fatto troppo grave, dev’essere matta, non va mentre invece spesso si vedono perizie fatte in modo furbo, ma per esserci una malattia mentale ci deve essere una storia dietro, con segnali molto forti” – ha detto all’Ansa Emilio Sacchetti, presidente della Società Italiana di Psichiatria. Interviste e approfondimenti che quando è un uomo a uccidere un figlio o più figli, i giornalisti non si sentono in dovere di fare (dando quasi per scontato che si tratti di un momento di follia). Per quanto riguarda poi il profilo ce n’è per tutti i gusti: se da una parte l’uomo-padre omicida viene descritto appunto, come un uomo con problemi o psicologici o economici, e comunque sempre in quanto uomo sull’orlo di una tale disperazione da compiere un crimine così atroce, per quanto riguarda la donna che uccide o è sospettata di aver ucciso un figlio – con un copione già visto per esempio sul caso di Cogne – il profilo che viene tracciato è sempre di donna-mostra per la quale non solo non ci sono attenuanti, come per il maschio, ma su cui non interessa nemmeno capire il perché di un crimine così atroce. Per questo si va a scavare nel passato senza ritegno e senza attenzione di analisi e contesti, ed è per questo che la narrazione del passato viene condita con descrizioni come “volto da Madonna senza più speranza”, oppure “mamma dal passato difficile”, oppure donna che da piccola viene descritta “come una bambina violenta e cattiva”: speculazioni che poco hanno a che fare con la notizia ma che servono a costruire il caso su cui molte trasmissioni televisive e moltissima stampa investono fiumi d’inchiostro prendendo alla pancia milioni di fruitori e fruitrici di questa informazione. Giornali che sono già pronti, per quanto riguarda l’accusa della signora Panarello, per la ricostruzione del “fenomeno medea” e sfregano le mani in vista di un bel plastico che ricostruisca la dinamica dei “fatti”, come è avvenuto da Cogne a oggi. Una spettacolarizzazione travestita da approfondimento ma basata invece su una serie di stereotipi quasi medioevali come quello della donna-strega da stigmatizzare (senza nulla togliere alla gravità del fatto), soprattutto perché una cosa del genere mette in seria discussione il fulcro di questa cultura maschile e patriarcale che vuole la donna prima di tutto madre accudente e moglie devota, un simbolo qui ancora più acuito da una intrusiva presenza della simbologia cattolica, e che non permette deviazioni di nessun tipo: rotture che, nel caso siano presenti, vanno immediatamente esorcizzate socialmente e raddrizzate pubblicamente per non intaccare lo schema della ruolizzazione femminile che è uno dei perni della struttura sociale e che quindi va controllata costantemente. Una condanna morale e culturale specifica e ferrea che per l’uomo, anche se infanticida, non è prevista, quasi come se per il maschile fosse concesso un giudizio meno severo, anche in casi così terribili come l’uccisione di un figlio: è come se fosse scontato che un padre possa anche uccidere la prole, se disperato o in una situazione difficile magari con la moglie (che alla fine è sempre la vera responsabile), in quanto anche i figli, come le donne, sono storicamente e culturalmente di sua proprietà. Ed è un meccanismo culturale sotto gli occhi di tutti, ma così difficile da vedere proprio perché così integrato negli stereotipi e nelle ruolizzazioni del maschile e femminile, da essere presentato come un dato scontato.

Ma come scrive il Ricciocornoschiattoso “Se non c’è nulla nel DNA delle donne che le rende meno inclini alla violenza degli uomini (e infatti esistono donne violente) di fatto le statistiche ci dicono che l’87% degli omicidi sono commessi da uomini, il 98% delle aggressioni sessuali sono commesse da uomini, l’83% delle aggressioni non sessuali sono commesse da uomini, il 90% delle rapine sono commesse da uomini, il 92% dei sequestri di persona sono commessi da uomini. E questo non perché gli uomini sono malvagi per natura e le donne sono buone perché è la biologia che lo impone ma perché viviamo immersi in un contesto patriarcale che educa i maschi a dare libero sfogo alla violenza e non solo non offre alle donne tante occasioni di esercitare potere e controllo su un uomo, ma le educa a non trovare gratificante quel genere di esercizio del potere”. Una riflessione che suggerisce quando sia fondamentale riparare, e quindi condannare con accanimento, quella donna che devia da questo schema che è invece possibile e praticabile dal maschio fino alla sua espressione più estrema come l’uccisione di un figlio. Quanti “speciali tv” abbiamo visto sul papà del piccolo Claudio che buttò il figlio di tre anni da Ponte Mazzini a Roma in una fredda mattina di febbraio dopo averlo rapito da casa della suocera mentre a madre era in ospedale per le percosse del compagno violento? Di lui non ci ricordiamo neanche la faccia a causa dei pochi passaggi televisivi e l’assenza di foto sugli articoli di giornale, mentre della mamma di Loris, di cui l’accusa è ancora da confermare, sappiamo esattamente di che colore ha gli occhi e qual è la sua fisionomia: un volto che, se tutto va bene, ci ritroveremo per mesi in tutti gli speciali e nelle prime pagine di giornale con ricostruzioni minuziose e con la vivisezione della vita della donna condita dai giudizi di chi aveva intorno. Ma quale differenza ci sarebbe, in questo caso, se non che si parla di un uomo-padre e una donna-madre?

E questo, ovvero lo stereotipo che una madre abbia più doveri di un padre, è una stigmatizzazione che rende e donne sempre più “colpevoli” di un uomo malgrado, in percentuale, siano quelle che sono meno coinvolte in fatti criminosi. Ma se non è un fenomeno, che cosa è? Semplicemente il risultato di quella discriminazione di genere che pone gli uomini e le donne su piani diversi sempre e comunque, e che mette, quindi, la violenza maschile su un piano diverso rispetto a quella femminile, perché meno grave sebbene sia maggiormente diffusa e pervasiva nel mondo e senza ombra di dubbio alcuno. Questo per dire che non siamo uguali per niente e le donne sono sempre un passo indietro rispetto agli uomini: in tutto e per tutto, anche di fronte a un crimine così terribile come l’infanticidio che se commesso da una donna è più grave e fa più effetto.

Un ragionamento, sebbene con una lettura larga, che pone le donne soggette a essere giudicate più colpevoli in quanto più responsabili, donne che, valendo meno a livello sociale e simbolicamente relegate a un ruolo preciso di madre senza potere decisionale ma poste rigidamente sotto il controllo maschile, non hanno voce in capitolo e vanno condannate: succede per le “madri malevole”, incapaci di crescere i propri figli, manipolatorie, foratrici di false accuse se denunciano un padre violento, valutate come pericolose per la crescita dei figli anche se in casa il violento è l’uomo. E questo non dai giornali e dall’informazione, che non ne parlano malgrado sia diventato un fenomeno preoccupante in Italia, ma da tribunali che si affidano a non sempre coerenti perizie psicologiche sottraendo a queste donne che sfuggono al controllo maschile, una giusta punizione: la sottrazione dei propri figli, anche se la situazione che queste donne denunciano è di violenza domestica maschile. Se messi infatti su un piatto della bilancia la violenza esercitata da un uomo è sempre meno “grave” di una deviazione femminile che cerca di sottrarsi a questo controllo denunciando la violenza di un uomo che è sempre e comunque un marito ma soprattutto un padre. Quante volte abbiamo sentito la frase: picchia la moglie ma è un bravo padre? padri che, come abbiamo visto, ci mettono un attimo ad uccidere anche i figli, crimini che però, tutto sommato, sono più comprensibili e simbolicamente accettabili. Uomini che vengono lasciati dalle stesse istituzioni a piede libero quando attraverso i figli ricattano le mogli che cercano di separarsi per continuare a esercitare il loro controllo fino a ucciderle: come il caso di Cosimo Pagani che ha ucciso la ex moglie, Maria D’Antonio, nel Salernitano, dopo averla tenuta sotto ricatto attraverso la figlia di 8 anni che lo stesso uomo aveva sottratto portandola anche con sé in Germania nel corso della loro storia illegalmente. Donne che se non fossero state uccise sarebbero sicuramente ritenute responsabili della “rottura dell’equilibrio familiare” grazie a un inconscio collettivo che pretende dalle donne quello che sarebbe impensabile per un uomo e che consente a un padre violento di ricattare la moglie che si sta allontanando dando legittimamente nelle loro mani lo strumento più micidiale: i figli. Donne che senza dubbio subiscono una violenza pubblica e istituzionale, oltre che domestica, in quanto non protette perché non credute, dato che la parola di una donna vale ancora molto meno rispetto a quella di un uomo.

Sulla falsariga di questa doppia discriminazione, ancora oggi, la stessa violenza maschile sulle donne viene minimizzata nelle istituzioni e nella società e quindi messa sullo stesso piano di quella femminile malgrado la prima sia un fenomeno strutturale di dimensioni globale, mentre la seconda sia ancora circoscritta e quindi non un fenomeno pervasivo e profondo legato a una cultura patriarcale che si esprime in tutti gli ambiti come quella maschile sulle donne. Scrive Elvira Reale*: “Esiste una filiera clinico-giudiziaria che dalla scienza socio-psicologica attinge giudizi e costrutti che ingabbiano e sterilizzano il campo della violenza riducendola a conflittualità tra soggetti aventi le stesse responsabilità e lo stesso peso. Non sono estranei a questa cultura settori del pensiero femminista che, in ragione dell’autonomia e dell’autodeterminazione della donna, negano valore alla rappresentazione chiave della violenza: il dislivello di potere tra violento e vittima”.

Un atteggiamento che nega il fenomeno della violenza maschile che, come dice ancora Reale, “occultata dietro il richiamo ad un conflitto in cui vi sono due persone che hanno stesso potere e in cui i costrutti scientifici della circolarità delle responsabilità, della collusione, della compartecipazione di tutti a tutto anche alla violenza, del ribaltamento delle responsabilità: quando la vittima diviene colei che manipola il processo stesso di vittimizzazione, quando viene incolpata di propagare false accuse di violenza per prevaricare l’uomo ed impossessarsi dei figli così come ad esempio affermano (e trovano spazio nei nostri tribunali attraverso CTU accreditate) le teorie pseudoscientifiche della PAS di Gardner o della sindrome della madre malevola di Turkat, diventando strumenti forti e spesso inoppugnabili (o meglio inoppugnati) della tolleranza delle nostre istituzioni nei confronti della violenza contro le donne”.

E se, come afferma Reale, “La scienza è sempre stata un’alleata del potere e quindi da un punto di vista di genere del potere maschile contro le donne”, anche i media e parte delle istituzioni come della politica, sono strumenti saldamente attaccati alle mani del potere maschile sotto la cui lente le donne rimangono formiche anche quando pendono dalla parte di quel potere sostenendo che gli uomini sono uguali alle donne.


Intervento integrale di Elvira Reale* – Psicologa, esperta di salute della donna in un’ottica di genere, dirige la U.O. di Psicologia Clinica, ASL NA 1 e il Centro Studi di genere dell’Associazione Salute Donne. Collabora con l’OMS e con la Commissione Europea sui temi del genere e della salute. È docente della Scuola di Specializzazione in Medicina del lavoro dell’Università Federico II di Napoli. Autrice di numerosi saggi, per FrancoAngeli ha già pubblicato Prima della depressione (2007), Il genere nel lavoro (con U. Carbone, 2009), Maltrattamento e violenza sulle donne. Vol. I – La risposta dei servizi sanitari (2011).

Seminario Udi Napoli “FEMMINICIDIO: FENOMENOLOGIA E ANALISI POLITICHE”

“La manipolazione del processo attraverso le perizie”

La Convenzione di Istanbul ha incorporato le determinazioni che negli ultimi venti anni sono state fatte a livello internazionale contro la violenza di genere, prima, e poi contro la violenza domestica intesa come violenza di un partner maschile su un partner femminile(1993 , 1994, 1995, 2003, ecc.), ma ha lasciato fuori la riflessione sul ruolo delle scienze umane, delle accademie, dei percorsi di strutturazione di un sapere alto, nelle università e nei corsi di specializzazione, nei master, negli istituti di ricerca.

Il processo di vittimizzazione secondaria, che la Convenzione di Istanbul pone a carico delle istituzioni culturali, sanitarie, sociali e giudiziarie, deve quindi oggi essere declinato più specificamente sul piano delle scienze umane (psicologiche, psichiatriche, sociologiche) che sostengono il processo stesso; e lo sostengono non solo come pregiudizi e stereotipi culturali (determinazioni negativiste di un pensiero oscurantista del singolo sulla violenza contro le donne) ma soprattutto come costrutti scientifici (ovvero determinazioni positive di negazione della violenza contro le donne).

Noi qui al sud ed a Napoli ben conosciamo il costrutto tecnico-scientifico alleato della subordinazione femminile, lo abbiamo combattuto all’epoca dell’apertura dei manicomi, quando i reparti femminili non si aprivano e quelli maschili sì. Ma lo abbiamo combattuto soprattutto quando la scienza medico-psichiatrica attribuiva alle donne una malattia mentale (quale la depressione) legata ad un ciclo biologico-ormonale immutabile e non alle condizioni di vita e di ruolo delle donne (tra cui appunto lo schiacciamento della personalità fino alla depressione ad opera della violenza maschile intra-familiare).

Oggi quella stessa scienza che non è mai stata criticata in modo sostanziale (se non da avanguardie di donne appartenenti al mondo tecnico che hanno potuto guardare dall’interno i processi occultativi e negazionisti delle scienze umane) pone vincoli restrittivi pesanti alla capacità delle istituzioni – e delle persone che danno vita alle istituzioni – di valutare in modo appropriato l’origine della violenza, le sue responsabilità ed i suoi effetti sulla salute di donne e bambini.

Esiste una filiera clinico-giudiziaria che dalla scienza socio-psicologica attinge giudizi e costrutti che ingabbiano e sterilizzano il campo della violenza riducendola a conflittualità tra soggetti aventi le stesse responsabilità e lo stesso peso. Non sono estranei a questa cultura settori del pensiero femminista che, in ragione dell’autonomia e dell’autodeterminazione della donna, negano valore alla rappresentazione chiave della violenza: il dislivello di potere tra violento e vittima.

Un portato di questo costrutto psico-sociologico o socio psicologico è proprio l’attacco al concetto di vittima, necessario termine di una rappresentazione della violenza in cui vi è un solo colpevole, e lo scivolamento in un termine asettico e sterilizzato che è “la persona/donna in difficoltà” che fa da contraltare alla negazione del fenomeno violenza occultata dietro il richiamo ad un conflitto in cui vi sono due persone che hanno stesso potere. I costrutti scientifici della circolarità delle responsabilità, della collusione, della compartecipazione di tutti a tutto anche alla violenza, del ribaltamento delle responsabilità – quando la vittima diviene colei che manipola il processo stesso di vittimizzazione, quando viene incolpata di propagare false accuse di violenza per prevaricare l’uomo ed impossessarsi dei figli così come ad esempio affermano (e trovano spazio nei nostri tribunali attraverso CTU accreditate) le teorie pseudoscientifiche della “PAS” di Gardner o della sindrome della madre malevola di Turkat – divengono strumenti forti e spesso inoppugnabili (o meglio inoppugnati) della tolleranza delle nostre istituzioni nei confronti della violenza contro le donne.

La scienza è sempre stata un’alleata del potere e quindi da un punto di vista di genere del potere maschile contro le donne. Non è difficile quindi vedere il doppio uso della stessa a favore degli uomini e contro le donne.

La scienza è contro la donna in tutte quelle consulenze tecniche che negano valore alle sue parole, attaccano la sua attendibilità nei processi, utilizzando strumenti (quali ad esempio i test di personalità che non andrebbero usati in quelle circostanze perché inevitabilmente mostrano un profilo psicologico “sporco” di una donna maltrattata e quindi per ciò stesso depotenziata, isolata, timorosa e persecutoria) che la squalificano come teste/persona offesa e come madre protettiva per i figli. Le conseguenze distorte sono sotto gli occhi di tutti: procedimenti civili avversi alle donne che le mettono sul banco degli accusati e negano loro diritti fondamentali come quello della protezione insieme ai figli. Gli effetti sono anche i tanti, troppi femminicidi (ed anche “come danni collaterali” i tanti figlicidi) sui quali non ci si interroga veramente e non si riflette sulle responsabilità di tanti e di tante anche fra noi.

Da un altro verso abbiamo i colpevoli di femminicidio come Pietro Valboa, l’omicida di Fiorinda di Marino, che da una scienza di parte (travestita, nella consulenza tecnica di ufficio, da scienza super partes) viene definito incapace di intendere e volere nonostante, si apprenda, dalle sue stesse dichiarazioni, che la violenza è un suo modo abituale di vita (e non la ‘follia’ di un momento) e che l’omicidio è visto e concettualizzato come risolutore del conflitto in ogni occasione, nonostante emerga dagli atti del processo che non vi sia stato alcun raptus e che invece vi siano chiari ed inconfutabili segni di premeditazione. Ebbene il ragionamento giudiziario, in questo caso, si arrende al ragionamento scientifico che la fa da padrone. Là dove un tecnico sentenzia (interpretando le parole del colpevole secondo una linea decolpevolizzante e utilizzando strumenti tecnici non attendibili per quella situazione e per di più visibilmente male interpretati) che si è trattato della perdita della ragione e del controllo anche di un solo momento (il momento appunto necessario per effettuare l’omicidio), la legge si piega di fronte alle ragioni della “scienza” e rinuncia anche al suo ragionamento più legato alla dinamica dei fatti, alle testimonianze, alla filiera delle prove, che non all’analisi dei profili di personalità.

Per questo oggi torna importante il tema dell’attraversamento e della critica delle scienze umane che sono chiamate a spiegare le ragioni dei processi di vittimizzazione delle donne che subiscono violenza: esse hanno oggi il potere negativo di cancellare una volta per tutte lo scandalo della violenza di genere con la sua disparità conclamata, azzerando la partita tra vittima e carnefice.