Coronavirus: perché non si può parlare della prostituzione come se si trattasse di un lavoro qualsiasi

L'epidemia mette a rischio le donne coinvolte nello sfruttamento sessuale ma la soluzione non è la normalizzazione

Ilaria Baldini
Ilaria Baldini
Operatrice volontaria alla Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (Cadmi)



La situazione drammatica delle persone prostituite, in maggioranza donne, è stata per molto tempo ignorata dai media e chiaramente dal Governo. Un silenzio rotto da alcuni post e articoli su cui però, a giudicare dal linguaggio, dai toni e dagli obiettivi con i quali l’argomento viene affrontato, non c’è molto da gioire per le donne. In un momento in cui a prevalere dovrebbe essere la preoccupazione per quello che sta accadendo alle tantissime vittime di ricatto e sfruttamento, esposte a causa del coronavirus e delle restrizioni a ulteriori violenze e angherie da parte tanto di sfruttatori senza scrupoli quanto di clienti resi più arroganti dalla diminuzione di possibilità di guadagno, i post e gli articoli che si stanno occupando della questione sembrano assorbiti da preoccupazioni che

escludono il tema che dovrebbe essere centrale: quello delle conseguenze per le persone incastrate in un’industria globale di violenza e sfruttamento

Gli articoli si dividono in due gruppi: da una parte quelli che riportano le pur giuste e condivisibili richieste di salvaguardia economica per le persone nella prostituzione sollevate da alcune associazioni, dall’altra articoli che si concentrano sulle soluzioni trovate dai clienti e da quelle che si sceglie di chiamare escort per superare difficoltà logistiche, oltre che economiche, provocate dal virus.

Il linguaggio utilizzato per parlarne si riferisce però in entrambi i casi esclusivamente alla prostituzione come un lavoro, lasciando nell’ombra il fatto che un numero enorme di persone coinvolte sono vittime di tratta o approdate alla vendita dell’accesso sessuale di uomini al proprio corpo per mancanza di scelta o per altre strade coercitive, criminali e violente anche quando non identificabili formalmente come tratta: donne che preferirebbero e desidererebbero vivere in altro modo. Il risultato è in entrambi i casi una rappresentazione normalizzante e falsa della prostituzione, attraverso la cancellazione delle caratteristiche di violenza, umiliazione e danno traumatico che la costituiscono e che proprio l’8 marzo dello scorso anno sono state alla base della decisione della Corte Costituzionale di confermare la costituzionalità della legge Merlin in Italia, che infatti non definisce né riconosce come lavoro la prostituzione.

Sulla rivista Internazionale e sul Manifesto, che riportano l’iniziativa di raccolta di fondi di solidarietà da parte di alcune associazioni per distribuire cibo, medicine e denaro a chi si prostituisce e ne ha bisogno, colpisce l’insistenza ripetitiva nell’uso dell’espressione “lavoratori e lavoratrici sessuali” fin dal titolo: una forma di “politicamente corretto” grammaticale che in realtà cancella il massiccio sfruttamento delle donne e finisce per diventare molto scorretta.  Se è condivisibile la proposta di un reddito per tutte le persone che sono in difficoltà perché non hanno un lavoro regolare, meno condivisibile è trattare la prostituzione come un lavoro qualsiasi, tralasciando il fatto che si tratta per lo più di un’attività che nasce dalla violenza e dalla discriminazione che in larghissima maggioranza colpisce le donne spesso provenienti da paesi o situazioni con grave svantaggio economico e sociale. Attribuire il danno della prostituzione alla mancanza di regolamentazione, non solo sostiene proposte che costituirebbero un imprigionamento ulteriore per quella maggioranza che non sceglie ma poggia su

una situazione che non corrisponde affatto a quello che raccontano le donne prostituite dove la regolamentazione esiste, come la Germania o l’olanda

Le giovani Huschke Mau e Sandra Norak – due sopravvissute ai bordelli tedeschi e testimoni dirette di cosa succede davvero alle donne tra quelle mura – hanno lanciato appelli che non coincidono affatto con la rappresentazione che viene data in Italia riguardo la regolamentazione: ovvero che non è proponendo di ospitare le donne prostituite nei bordelli chiusi che le si aiuta ma, al contrario, offrendo loro reali vie di uscita, ascolto e opportunità. Quello che nessuna regolamentazione si preoccupa di offrire.

In alcuni articoli poi, si parte dalla premessa di una narrazione normalizzante della prostituzione come lavoro, e si arriva alla ricerca di strategie di garanzia per la sicurezza dell’attività (termo-scanner, mascherine, disinfettante) e alla descrizione della possibilità di prestazioni in video per alcune donne. Nello specifico, il Tempo descrive le difficoltà della domanda dei clienti “drasticamente crollata” a causa della paura del contagio e delle difficoltà logistiche costituite da “mogli in casa, scuole chiuse, controlli per le strade e spostamenti limitati”: fattori che scoraggerebbero “ogni tipo di rapporto umano” compreso l’acquisto di accesso all’uso sessuale del corpo di una persona. Anche qui compare l’immancabile parere di una escort sulla necessità di una “legalizzazione” della prostituzione – che non è illegale, a differenza del suo sfruttamento – ma ciò che colpisce è l’attenzione dedicata alle indiscutibili esigenze maschili: come lo sfogo di

un marito “cliente” che, “chiuso in casa” con i “bambini che rimbalzano”, chiama “secondina” la moglie che lo sgrida per non aver fatto le faccende di casa e si chiude in bagno per chiedere prestazioni sessuali in video

Ma la lista non si ferma qui ma continua con un altro quotidiano che intervista il gestore di un sito la cui classifica di escort è stata proiettata di recente sul palazzo della Regione Lombardia, il quale si spinge a sottolineare che, non essendo una professione riconosciuta, la prostituzione non rientra tra quelle sospese e quindi l’astensione dall’attività costituisce un atto di coscienza. Una sincerità dalla quale si deduce, se non altro, in che situazione si possano trovare le donne “gestite” da persone senza scrupoli.

Ma un’attenzione di questo tipo alla prostituzione non avviene solo in Italia. Come ha notato in suo un recente articolo Julie Bindel – autrice del libro inchiesta sulla prostituzione  Il mito Pretty Woman (VandA editrice,2019), si continua a cercare di mascherare la violenza intrinseca della prostituzione e a parlare di ridicole misure di sicurezza, mentre la domanda che occorre davvero farsi è: “se si ha a cuore l’interesse delle donne, perché mai si dovrebbe voler definire come lavoro la prostituzione per far ottenere i benefici che il Governo riserva ad altri lavoratori [per il Covid-19], anziché chiedere che vengano stanziati fondi per favorire l’uscita?”. È questo che occorre alle donne intrappolate in un vero e proprio mercato dell’abuso: non la riduzione del danno per inchiodarle ulteriormente nella violenza, ma fare proposte concrete e implementare una possibilità di uscita, ora più che mai.

Chiamare lavoro la macchina che produce gli stereotipi di genere che danneggiano e imprigionano tutte le donne, è a dir poco una contraddizione. Gravissimo non parlare della violenza nella prostituzione, i cui primi responsabili sono i cosiddetti “fruitori” sempre lasciati fuori dal quadro. In un momento in cui siamo di fronte a un peggioramento della violenza domestica e a previsioni d’impoverimento che ricadrebbero in maniera esponenziale sulle donne, è gravissimo pensare a una campagna pro regolamentazione della prostituzione che, come ha detto Rachel Moran Presidente di SPACE International, avrebbe conseguenze disastrose per le donne soprattutto migranti.

Un impoverimento per le donne che rappresenta il rischio grave riguardo di rimanere intrappolate nelle mani della criminalità per sfruttamento sessuale nel mondo

Non solo, perché chiamare lavoro l’asservimento sessuale a uomini (che evidentemente hanno i soldi per pagare), serve a dare dignità, riconoscimento e accettabilità a un “piacere” derivato dall’abuso e costituisce dunque un danno e un affronto per tutte le donne. Sarebbe invece il momento per dare voce alla testimonianze mediche, psicologiche e psichiatriche sugli effetti della prostituzione e magari pensare di sottoscrivere una richiesta di finanziamenti per serie, reali, concrete vie di uscita dalla prostituzione, come quella appena inviata al segretario delle Nazioni Unite da tantissime associazioni di tutto il mondo.

 

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