Ancora una donna uccisa perché lo Stato non ha voluto proteggerla

Barbara Rauch aveva 28 anni è stata uccisa dal suo ex che era diventato uno stalker e che lei aveva denunciato

Margherita Carlini
Margherita Carlini
Psicologa e Criminologa forense, Responsabile degli sportelli di ascolto dei Centri antiviolenza di Ancona e Recanati



Barbara Rauch aveva 28 anni, era sposata e aveva una bambina di tre anni. E’ stata uccisa di notte, nell’enoteca di San Michele ad Appiano, che gestiva con il compagno. Ad aggredirla fino alla morte è stato un ragazzo di 25 anni con il quale la donna aveva avuto una breve relazione, dopo la fine della quale lui aveva iniziato a perseguitarla, al punto tale che lei lo aveva denunciato.

Una persecuzione, quella che Barbara aveva dovuto subire prima di essere uccisa, che durava da anni e per la quale l’uomo era stato, per un periodo, anche agli arresti domiciliari

Barbara Rauch

L’omicida è stato incastrato dalle immagini delle telecamere di video sorveglianza che lo riprendono, nelle ore in cui è avvenuto il femminicidio, proprio nei pressi dell’enoteca. Quella di Barbara è l’ennesima morte annunciata, di una donna che non siamo riusciti a proteggere, nonostante lei si fosse adeguatamente attivata per chiedere aiuto. Come Barbara tantissime altre, morte dopo aver denunciato per stalking quello che sarebbe poi diventato il loro assassino. Giordana Di Stefano aveva 20 anni e una bambina di quattro anni quando, nel 2015, venne uccisa dal suo ex partner, padre di sua figlia.

Giordana Di Stefano

Anche Giordana aveva denunciato per stalking. Così come Deborah Ballesio, 39 anni, uccisa a Savona nel Luglio del 2019, dall’ex marito, mentre cantava su un palco. Deborah lo aveva denunciato ben diciannove volte. Adriana Signorelli, aveva 59 anni, è stata uccisa la notte tra il 31 Agosto ed il 1 Settembre a Milano, dal marito che aveva denunciato tre giorni prima. L’uomo aveva già tentato di ucciderla investendola con la sua automobile.

Deborah Ballesio

Barbara, Giordana, Deborah ed Adriana sono solo alcune delle tante donne che hanno provato a chiedere aiuto, a salvarsi e a proteggere i propri figli/e dal destino di rimanere orfani di madre, ma ciò nonostante sono state uccise, perché non si è riusciti a mettere in atto per loro, una reale tutela. Non ne siamo stati in grado prima e dopo l’entrata in vigore del così detto Codice Rosso, Legge 69 del 2019. La nuova norma prevede uno sprint di avvio del procedimento penale, che fino a ora mancava ed introduce una serie di nuovi reati, ma dispone anche l’assunzione da parte del PM delle informazioni dalla vittima entro tre giorni dalla notizia di reato.

Una disposizione, quella del codice rosso, che comporta una trattazione di tutti i casi, come casi di urgenza, senza consentirne però un’effettiva valutazione per quanto riguarda la vera necessità

Non permette cioè una reale analisi e valutazione del rischio di recidiva e di escalation dei comportamenti violenti come previsto anche dalla Convenzione di Istanbul (art. 51). Questo potrebbe comportare, quasi per paradosso, un innalzamento del rischio che le donne corrono: trattare in urgenza un caso che non lo è può creare rivitimizzazione, non riconoscere tutti i fattori di rischio presenti può comportare una minimizzazione.

Adriana Signorelli

Nel caso di Barbara, le condotte persecutorie erano indicative di un elevato rischio di escalationn della violenza che la donna stava correndo, come poi purtroppo è avvenuto ed il fatto che il suo persecutore abbia subito un provvedimento (arresti domiciliari) che poi è stato revocato, è la prova di quanto, anche in questo caso, la violenza subita ed il rischio ad esso correlato, siano stati sottovalutati.

Esistono nel nostro Paese Procure che si sono organizzate con un vero e proprio triage dei casi, in base al rischio correlato. Questo comporta e richiede una specifica preparazione degli operatori coinvolti, circa il fenomeno della violenza maschile contro le donne. Una preparazione che permetta loro, in via preliminare, di saper

distinguere i casi di alta conflittualità dai casi di violenza e operare una corretta valutazione dei fattori di rischio

Solo in questo modo è possibile mettere in atto azioni che siano realmente tutelanti per la donna e per i suoi figli/e ed attivare una rete territoriale di servizi che si adoperi in base alla specificità di ogni singolo caso. La morte di Barbara ci ricorda, ancora una volta, quanto la violenza maschile nei confronti delle donne sia, prima di tutto, un problema che affonda le sue radici nella nostra cultura ed in quanto tale ci chiama in causa tutti, come uomini e donne, prima ancora che come professionisti. Ci chiede di rimettere mano alle nostre convinzioni, al nostro modo stereotipato e radicato di guardare le cose, ci chiede ci credere alle donne, sempre e sin da subito. Alle loro richieste di aiuto, alla loro paura.

 

 

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