Parlamento europeo: le donne aumentano ma nei ruoli apicali rimangono gli uomini

In Italia 13 milioni di donne hanno votato un partito di destra privo di politiche di genere come la Lega arrivata al 34,3%

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Quante sono le donne che siederanno all’Europarlamento dopo le elezioni del 2019? Sicuramente più di prima ma secondo alcuni non abbastanza, perché anche se la percentuale è passata dal 36% del 2014 al 39% di oggi

al Parlamento europeo gli uomini sono ancora più del 60% e hanno ruoli di maggior potere

Certo dal 1979, quando le donne erano il 15,2%, la situazione è cambiata, passando dal 15,7% del 1984 al 19,9% nel 1989, il 27,4% nel 1994, il 27,5% nel 1999, fino al 29,9% del 2004 e il 35,5% nel 2009. Numeri che quest’anno sono aumentati grazie a quegli Stati membri che hanno imposto quote di genere ai partiti, passando da 8 a 11 (Belgio, Francia, Slovenia, Spagna, Portogallo, Polonia, Romania, Croazia, Grecia e Lussemburgo), anche se quelli che hanno più contribuito all’equilibrio di genere in queste elezioni sono stati Svezia (55%), Finlandia (54%), Francia (50%), Slovenia (50%), Lussemburgo (50%) e Regno Unito (47%), seguiti da Irlanda (27%), Grecia (23,8%), Romania (22%) e Bulgaria (29%), mentre Cipro non ha eletto nessuna donna e la Slovacchia ne ha elette solo due su 14 deputati (15%).

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Margrethe Vestager, economista danese in lizza per la successione a Juncker (AFP)

Grazie alle quote di genere le deputate europee spedite dall’Italia saranno il 39,5%, circa 30 dei 76 eletti, e a portarcele sono il M5S con 8 elette su 14 (57%), seguito dalla Lega con 15 donne su 29 eletti (51%), mentre il Pd porterà solo 7 donne tra i 19 eurodeputati, e Forza Italia e Fratelli d’Italia manderanno soltanto uomini. Un Paese in cui le donne che non hanno votato sono state 13 milioni e chi è andata alle urne ha scelto in maggioranza un partito di destra machista privo di politiche di genere come la Lega che è arrivata al 34,3%.

Un risultato che in termini numerici significa 4,8 milioni di voti femminili, e un netto vantaggio rispetto alla sinistra del Pd che dalle donne ha preso 2,8 milioni di voti, seguito dal M5S con 2,2 milioni, Forza Italia con 1,1 milioni, e Fratelli d’Italia con 788 mila voti

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In Europa non sono state poche le donne leader di partiti che hanno trionfato in queste elezioni, prima fra tutte Marine Le Pen che in Francia, con il suo Rassemblement National, ha superato En Marche dell’attuale presidente francese, ottenendo il 23,3% contro il 22,4% di Macron. Mentre in Germania quasi tutti i partiti che andranno a Bruxelles hanno donne alla loro guida: dalla Cdu di Angela Merkel, ora passata ad Annegret Kramp-Karrenbauer che andrà con il 28,9% dei voti, ai verdi capitanati da Annalena Baerbock (co-presidente con Robert Habeck) che ha incassato il 20,5%, fino ai Socialdemocratici di Andrea Nahles fermi al 15,8%, e Alternative für Deutschland, partito di estrema destra con a capo Alice Weidel (con Alexander Gauland), che ha ottenuto l’11%. Accanto a loro ci sono i socialdemocratici danesi guidati da Mette Frederiksen con il 25,9%, Progresívne Slovensko, un partito social-liberale nato nel 2017 e fondato dall’attuale presidente slovacca, Zuzana Caputova, con il 20% dei voti, i verdi di Tilly Metz che in Lussemburgo hanno preso il 19%, e il Partito nazionale scozzese che con Nicola Sturgeon ha raggiunto il 38%.

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Mai come adesso, e per la prima volta dopo 40 anni, la frammentazione dei partiti dopo le elezioni di fine maggio, costringerà il Parlamento Europeo a scelte coraggiose in quanto è ormai chiara la fine dell’egemonia del Partito Popolare Europeo (centrodestra) e del Partito Socialista Europeo (centrosinistra) che avranno rispettivamente 180 e 150 seggi (meno 40 ciascuno). Partiti a cui seguono i Liberali con 102 (Alde), i Verdi con 71, i Conservatori a 58, l’Enf (gruppo di destra) con 57 seggi e l’Efdd (gruppo M5S e di Farage) a 56. Frammentazione che potrebbe dare non poche chance, come presidente della Commissione europea per sostituire Jean-Claude Juncker, a una figura di equilibrio come la liberale Margrethe Vestager, ex ministra delle Finanze danese, già commissaria alla concorrenza, nota per la sua battaglia per far pagare le tasse alle grandi aziende (da cui l’appellativo di Tax Lady dato da Trump):

un ruolo conteso anche dalla giovane tedesca Ska Keller dei verdi, ma soprattutto dalla bulgara Kristalina Georgieva, amministratrice delegata della Banca Mondiale

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Kristalina Georgieva, amministratrice delegata della Banca Mondiale

Donne in lizza stavolta ci sono anche per il posto di commissario per gli affari economici in sostituzione di Pierre Moscovici, con l’attuale ministra dell’Economia spagnola, Nadia Calviño, ex direttrice del bilancio della Commissione europea, ma anche al vertice della Banca centrale europea dopo Mario Draghi che potrebbe toccare a Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale e tra le donne più potenti al mondo. Come dice Gwendoline Lefebvre, presidente dell’European Women’s Lobby (EWL): «Ora dobbiamo concentrarci sul futuro dell’Unione europea, e chiediamo agli Stati membri di proporre ciascuno due persone per il ruolo di commissario europeo indicando almeno una donna, che potrà offrire più diversità di esperienze, background e prospettive tra cui scegliere, con beneficio di tutti gli europei».

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