2018: Femminicidio numero 46 e per la cronaca la causa è la separazione

Mentre scrivo e pubblico questo pezzo, altre due donne vengono trovate uccise in poche ore: a Bressanone una donna di 57 anni uccisa a coltellate nel suo letto dal marito che è stato arrestato con un biglietto nella giacca con scritto: “Sono io l’assassino di mia moglie”. E una donna il cui corpo è stato trovato carbonizzato a Roma, in zona Eur presso il parco Tre Fontane. Ma mentre in Spagna lo scorso anno tutti i partiti si sono messi d’accordo per un programma di contrasto alla violenza maschile sulle donne con uno stanziamento straordinario di 1 miliardo di euro, qui in Italia non ha ancora visto la luce il nuovo Piano antiviolenza. Nella speranza che il prossimo governo abbia la lungimiranza di nominare una ministra delle Pari opportunità, quante donne dovranno essere uccise ancora?


Ieri si è consumato a Bovisio Masciago, vicino Monza, il 46esimo femminicidio dall’inizio dell’anno. Valeria Bufo, 56 anni, è stata uccisa con tre colpi di pistola dal marito, Giorgio Truzzi di 57 anni, che l’ha seguita con la sua Giulietta fino a quando la smart della moglie si è fermata al semaforo: a quel punto lui è sceso e ha sparato al cuore della donna che è morta sull’ambulanza. Subito i giornali hanno divulgato la notizia, ricostruendo gli ultimi istanti della vita della donna che probabilmente non sapeva di essere seguita dal marito. Nel post di DiRe (la rete nazionale dei centri antiviolenza), pubblicato su facebook, si legge: “#ancorauna. È il 46esimo #femminicidio dall’inizio dell’anno. Ancora una volta ribadiamo #ioticredo perché la violenza scaturisce sempre dall’incapacità maschile di tollerare l’autonomia, le capacità, la libertà di decidere e agire delle donne”. Mentre sui giornali leggiamo:  “Lei impiegata, lui autista: i due, residenti a Seveso, erano sposati, avevano tre figli e, secondo le prime informazioni, erano in crisi da tempo e vicini alla separazione” (Repubblica), oppure “Stando alle prime indagini Valeria Bufo sarebbe stata uccisa perché l’uomo non accettava la fine della loro relazione. Rapporto che proprio nelle ultime settimane stava naufragando (…). I coniugi abitavano nel quartiere «Altopiano», a Seveso. Ma negli ultimi tempi, secondo quanto emerso, la vittima aveva lasciato la casa, trasferendosi a vivere sola con la figlia adolescente. Il rancore del marito, in questi giorni, sarebbe montato al punto da procurarsi (non si sa ancora come) una pistola di grosso calibro e a mettere in atto la sua «vendetta»” (Corriere della Sera).

ANATOMIA DELLE CRONACHE SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE – Vittimizzazione secondaria: il ruolo dei media negli ultimi fatti di cronaca – INTERVENTO DI LUISA BETTI DAKLITeatro Palladium di Roma 18 aprile 2018

Per i giornali quindi, e ancora una volta, la causa di un femminicidio viene rintracciata in un qualcosa di altro rispetto alla violenza, come appunto una separazione, che viene sbattuta in pagina senza nessuna cautela pur sapendo bene che la gente non si ammazza perché si separa e che probabilmente dietro questo femminicidio, come per gli altri, i dissidi provenivano da una situazione grave  e di pericolo per cui la donna, a un certo punto, avrebbe deciso di separarsi.

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Giorgio Truzzi, autista 57enne, che ha ucciso la moglie Valeria Bufo

Senza la minima capacità di cercare di capire perché i due coniugi si stavano separando, senza andare a cercare la vera causa del femminicidio, il focus diventa la vendetta dell’uomo che non accettava la separazione, non accettava di essere abbandonato, non accettava che la donna lo rifiutasse, mentre il copione di questi femminicidi è tutt’altro: una situazione di conflitto che si trasforma in violenza a cui la donna si ribella e cerca di sottrarsi, separandosi appunto. Una ribellione a cui l’uomo violento, davanti alla perdita di controllo sulla donna e sulla famiglia, non risponde piangendo disperato e strappandosi le budella, ma reagisce in maniera violenta (appunto) e cioè punisce la donna arrivando fino a ucciderla. Dinamiche che noi giornalisti dobbiamo tenere presente quando andiamo a scrivere se non vogliamo raccontare un’altra storia, costruendo già, magari inconsapevolmente, attenuanti e giustificazioni per l’assassino, e ricalcando stereotipi da “delitto d’onore” cancellato dal nostro codice nel 1981: un modus operandi che da una parte può deviare i processi, e dall’altra rivittimizzare chi ha subito il danno e creare nuova sofferenza anche ai parenti.

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Valeria Bufo, 56 anni, uccisa ieri dal marito, Giorgio Truzzi

Due giorni fa al Teatro Palladium di Roma, si è svolto il corso di formazione per giornalisti e giornaliste, “ANATOMIA DELLE CRONACHE SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE” organizzato dall’Ordine del Lazio, dove è stato proprio analizzato come la cronaca nera tratta i fatti che riguardano i femminicidi. Nel suo bellissimo intervento Maria Belli, l’avvocata di Antonietta Gargiulo – che è stata gravemente ferita e che ha perso due figlie uccise dall’ex marito Luigi Capasso, padre delle bambine – ha ben chiarito come anche nel caso di Cisterna di Latina la separazione non fosse la causa del femminicidio, come hanno scritto quasi tutti i giornali, ma la conseguenza di una violenza che la donne e le figlie subivano da tempo (violenza domestica e violenza assistita), per cui Antonietta voleva separarsi allontanando l’uomo – che poi infatti ha compiuto una strage. Mandare in pasto agli utenti un’informazione come se fosse un romanzo che noi abbiamo in testa in cui l’uomo è geloso o si sente abbandonato dalla moglie che lo caccia di casa e lui, per disperazione, compie un crimine efferato, uccide due volte e condiziona la giustizia. Come ha sottolineato sempre ieri la giudice Paola di Nicola, “quando si va al processo per noi è molto difficile mettere insieme la verità dopo che i giornali hanno raccontato fiumi di storia sul caso, perché i fatti vengono così condizionati che il processo tende a seguire il corso che l’informazione gli ha dato”. Un esempio è stato l’incidente probatorio delle due studentesse di Firenze che hanno denunciato i due carabinieri perché “le domande che gli avvocati della difesa hanno redatto – continua Di Nicola – erano evidentemente condizionate da quello che era stato scritto sulle due ragazze e sulla storia che era passata sui media”. In particolare si è cercato di sostenere il consenso delle ragazze in base a quello che di screditante si era scritto su di loro, a partire dal fake dell’assicurazione sulla violenza sessuale per intascare soldi, fino all’aspetto estetico dei carabinieri in divisa o al numero del cellulare di uno dei due sul telefonino di una delle ragazze: episodio che è stato raccontato in maniera distorta e non completamente aderente alla realtà, come ci ha svelato l’avvocata Francesca D’Alessandro durante l’incontro al Palladium.

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Per capire che non possiamo scrivere se ignoriamo i fondamentali, quando è successo del caso di Cisterna di Latina più di qualcuno nelle redazioni d’Italia si è chiesto se fosse un femminicidio, dimostrando di non conoscere il termine stesso (basta andare sul web e cercare Marcela Lagarde) in quanto non indica solo l’uccisione di una donna da parte del partner – come spesso erroniamente si pensa e si scrive  – ma riguarda tutte le violenze che una donna può subire nella vita. Per citare Lagarde, che questo termine lo ha coniato, il femminicidio è “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni”.

Fatti di cronaca che ancora troppo spesso vengono raccontati come se fossero eventi a sé, quasi casuali, dovuti a un momento di scarsa lucidità, mentre fanno parte di un contesto molto più ampio all’interno di un fenomeno che coinvolge 1 miliardo di donne e ragazze nel mondo, e 7 milioni di donne in Italia con un sommerso che arriva al 93%. Fatti che ancora vengono descritti in maniera morbosa in un’informazione che si concentra sui profili dell’offender o della vittima, richiamandosi superficialmente alla gelosia, alla depressione o all’abbandono, come movente per l’uomo che uccide, e la vulnerabilità per un passato o una situazione difficile, per la donna che soccombe.

Famiglie felici che a un certo punto si trasformano in uno splatter, padri premurosi che di punto in bianco uccidono moglie e figli, fidanzati innamorati che buttano dal balcone la fidanzata. Cronache che in realtà non esistono e che non sono supportate da alcuna conoscenza sulle reali dinamiche di un fenomeno che spesso si consuma dentro le quattro mura di casa e in cui gelosia, passione, amore o raptus non c’entrano, in quanto si tratta per la quasi totalità del culmine di una dinamica di controllo e di potere che l’uomo esercita sulla donna considerata un oggetto di sua esclusiva proprietà, compresi eventuali figli, e che si esplica in una violenza che può durare anni e culminare anche nella soppressione fisica, soprattutto quando la donna cerca di ribellarsi e quindi cerca di separarsi. Un’informazione che in questo modo sostiene in maniera dannosa e rende questi reati “meno gravi” o addirittura giustificabili.

Nei media la rivittimizzazione ha gli stessi effetti che si verificano quando una sopravvissuta non è creduta in questura o in un aula di un tribunale, perché la sua parola e la gravità di quello che ha subito, viene messo in discussione, viene parcellizzato, considerato meno grave: un fatto di cui lei ha sicuramente una parte di responsabilità, mentre per l’offender vengono messi nero su bianco tutte le possibili attenuanti culturali (era esasperato, stressato, geloso, la moglie lo voleva lasciare): una situazione che spesso porta le sopravvissute a tacere e a non denunciare per paura di una maggiore sofferenza. Donne che vengono rivittimizzate e strumentalizzate anche dopo morte.

 

 

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