Diritti Umani

Che pena queste madri (2012)

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Combonifem – 01.11.2012

Luisa Betti

Quando si ha o si aspetta un figlio, è una doppia condanna essere donna in prigione. Perché i piccoli dopo qualche anno te li tolgono, perché devi crescerli (quando puoi) in una struttura carceraria, dove spesso li hai anche messi al mondo, perché non ti è stato concesso partorirli in ospedale.

In tutto il mondo ci sono donne costrette a crescere i figli in strutture carcerarie o allontanate dai piccoli per scontare una pena detentiva. Ovunque esistono madri che vivono, in maniera più o meno disumana, il dramma di partorire e far crescere un bambino in cella. Donne, detenute per motivi legati per lo più al disagio sociale e alla povertà, ma anche per cause politiche o “morali”, condannate a scontare pene che ricadono inevitabilmente sui figli. Nel carcere di Badam Bagh, a Kabul (Afghanistan), su 160 recluse una cinquantina ha figli con sé o è incinta. Sono donne accusate di essere scappate di casa, di aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio, di essere adultere. Situazione che si scontra con un’altra realtà afgana, quella dei Centri di detenzione delle province di Badghis, Ghor, Logar, in cui le donne, costrette a vivere in prigioni miste, vengono stuprate sistematicamente, perché, come accade nella prigione di Pul-e-Charkhi a Kabul, sorvegliate da guardie maschili. In Iran, le detenute della prigione di Evine (Teheran) vivono in condizioni spaventose e i bambini, che possono stare con le mamme fino ai 2 anni, sono alloggiati nelle celle della sezione femminile, nel blocco 2, dove non c’è acqua potabile e i rischi per la salute sono altissimi.

In Africa spesso la povertà rende le carceri un luogo di morte: nella maggior parte delle prigioni non ci sono letti né bagni e le celle sono affollate. Il vitto è insufficiente e chi non ha parenti soffre la fame. Ci si ammala con facilità e a volte si muore. Nella prigione centrale di Mbuji-Mayi, capitale del Kasai-Orientale (Repubblica Democratica del Congo), il cibo viene distribuito una volta a settimana; qui il progetto Monuc dell’Onu, che ha operato al Centro penitenziario e di riabilitazione di Kinshasa, è intervenuto assicurando ai piccoli un’adeguata alimentazione con la distribuzione giornaliera di pasti. Il carcere, sprovvisto di tende zanzariere, materassi, prodotti igienici e medicinali, aveva bisogno di tutto, anche del pediatra, che adesso ogni settimana si reca a visitare i bambini. Poco tempo fa in Sudafrica, nel carcere di Pollsmoor au Cap, è stata inaugurata una sezione ad hoc per madri e figli, che prima vivevano insieme per la maggior parte della giornata, fino a quando, scesa la sera, le mamme rimanevano al buio della cella mentre i piccoli venivano spostati altrove.

Casi gravi di lesione dei diritti sono stati riscontrati in Cambogia, come nel carcere di Siem Reap e nella prigione di Kompong Thom, in cui la poca alimentazione, l’inesistente assistenza sanitaria e il sovraffollamento hanno colpito le donne in gravidanza e le detenute con bambini. Il governo dà 1.500 riel (circa 25 centesimi) al giorno per ogni carcerata e le madri sono costrette a dividere in due la razione, mentre le gestanti non hanno diritto all’assistenza pre/post natale e spesso molte partoriscono in prigione.

Senza diritti

Il destino delle donne tibetane nelle carceri cinesi è atroce: nella prigione di Drapchi a Lhasa (Tibet), le detenute vengono violentate a turno, torturate e, se in stato di gravidanza, fatte abortire con bastoni elettrici, mentre i piccoli partoriti dalle prigioniere vengono uccisi appena nati. In Russia esistono 46 prigioni femminili, che ospitano 49mila detenute e 846 bambini; questi ultimi vivono in sezioni speciali separati dalle mamme. Le donne possono partorire solo negli ospedali delle prigioni e non sono coinvolte nella cura dei piccoli. Dall’altra parte dell’oceano la situazione non è migliore. Nella sezione femminile del Centro penale di Quezaltepeque (Salvador) le mamme e i bambini (fino a 5 anni) vivono in stanze piccolissime dove l’aria è viziata e il calore insopportabile, il wc è in uno sgabuzzino dietro una tendina, e i piccoli dormono in amache fatte da asciugamani appesi al letto a castello.

Nel carcere femminile di Los Hornos (Argentina), che ospita mamme con figli fino a 4 anni, chi è incinta è costretta a partorire tra le mura della struttura detentiva. Nelle prigioni femminili di Bogotà (Colombia) i bagni sono infestati da serpenti mentre in Bolivia, a Cochabamba, le donne in carcere sono così povere e malnutrite da non riuscire a prendersi cura dei figli che sono con loro. In Messico è ormai nota la storia di Rosa López Díaz, la detenuta del carcere San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, che ha visto nascere il suo primo figlio Natanael, gravemente malato per le torture subite dalla donna. Indigena e proveniente da una famiglia povera, Rosa è stata arrestata nel 2007 insieme al marito con l’accusa di un reato non commesso, per il quale è stata condannata a 27 anni e 6 mesi di reclusione. Quando è stata arrestata era incinta di 4 mesi ed è stata picchiata e torturata affinché firmasse una confessione in bianco. Il piccolo Natanael, nato con gravi danni cerebrali, è vissuto per 4 anni immobile, senza nemmeno poter piegare la testa per vedere il suo corpo, ed è morto nel 2011. Nel carcere dove vive Rosa non ci sono medici né pediatri, non ci sono medicine e i piccoli condividono la cella con le mamme.

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