Uccisa con un mattarello dal marito? In Italia si può

Non ce l’ha fatta. È morta anche Stefania Cancelliere, a 39 anni, a Legnano nel milanese, lasciando tre figli di cui uno di due anni, dopo essere stata massacrata dal marito, Roberto Colombo, 54 anni, medico oculista, che l’ha rincorsa per le scale per fracassarle il cervello con un mattarello da cucina. Neanche in un film splatter la fantasia di un regista avvezzo agli horror avrebbe l’ardire di arrivare a tanto: una scena agghiacciate, come ne abbiamo descritte già altre, con “pezzi di cervello ovunque”, come riporta Lettera43 , e i vicini che hanno chiamato il 118 dopo aver sentito le grida disperate della donna che cercava di scappare per le scale con il bambino più piccolo in braccio. Come riporta Lettera43, i due coniugi si stavano separando e avevano due appartamenti separati nel condominio, uno all’attico e uno al piano terra, ma l’uomo non accettava questa separazione. Ma può bastare un “no” di una donna per scatenare quello che i vicini hanno raccontato? Sempre su Lettera43 si legge la descrizione dei residenti che raccontano di aver visto il marito “con il mattarello in mano che rincorreva Stefania, già sanguinante. Lui continuava a colpirla in testa, fino a quando lei è stramazzata al suolo, nell’atrio, in una pozza di sangue. Noi abbiamo cercato di fermarlo ma lui era una furia”. La corsa in ospedale in quelle condizioni non è servita, perché Stefania è morta oggi. E oggi mi chiedo qui, come semplice cittadina, come donna, come giornalista, come essere umano: che Paese è questo che ha sulla coscienza quasi 80 vittime di femmicidio, comprese le vittime collaterali di questi assassini, dall’inizio dell’anno? che Paese è questo che malgrado gli appelli, le denunce le richieste di intervento, continua ad avere un governo che tace su questi delitti atroci consumati in casa con cervelli spappolati da martelli, bastoni, mattarelli, uccisioni fatte con la furia delle coltellate, aggressioni subite in casa dove la vittima non può difendersi, e in presenza di bambini che saranno per sempre dissestati da quello che hanno visto? Un governo che permette che le liti familiari possano sfociare in un costante “Far West” a domicilio perché i tribunali non riescono a  pacificare le conflittualità presenti, mettendo a rischio tutti? Che Paese è questo che continua a chiamare “raptus di gelosia” femmicidi che per il 70% avvengono dopo violenze all’interno della famiglia già denunciate o comunque segnalate? Che Paese è questo che rimane inerme davanti alle raccomandazioni delle Nazioni Unite che hanno fatto più volte presente al governo italiano, quello passato e quello odierno, di non rispettare la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW) pur avendola ratificata? Che sottolinea la massiccia presenza di stereotipi culturali maschilisti sulle donne che ogni giorno rischiano discriminazioni e violenze sul posto di lavoro, a scuola, in casa, per strada, ovunque? Che Paese è questo che concede gli arresti domiciliari in attesa di giudizio (concessa qualora non ci sia pericolo per terzi o il pericolo di inquinamento di prove) all’autore di uno stupro talmente efferato da causare 48 punti di sutura agli organi genitali e all’apparato digerente di una ragazza ventenne lasciata in una pozza di sangue in una fredda mattina d’inverno in Abruzzo, e che oggi, per questa decisione del tribunale, potrebbe decidere di andare a vivere all’estero? Che Paese è questo che non riconosce la gravità della violenza domestica, della violenza assistita ai minori dentro le mura di casa, che obbliga la donna stuprata a doversi sottoporre a un ulteriore trauma per dimostrare che lei “non era consenziente” allo stupro subito? Un governo che, pur essendo stato interpellato dalla società civile e dalle Nazioni Unite più volte su queste mancanze, non capisce che al di là degli interessi personali, politici, di comodo, al di là delle alleanze di potere, degli accomodamenti di poltrone, esiste una cosa che si chiama Diritto che comprende il benessere e la sicurezza degli esseri umani che, in teoria, queste istituzioni dovrebbero rappresentare e tutelare.

L’Onu contro femmicidio e femminicidio

CLICCA SULL’IMMAGINE – Spot di Pangea Onlus

Qualche giorno fa a Ginevra durante la 20a sessione dei Diritti umani delle Nazioni Unite, la Relatrice Speciale sulla violenza di genere, Rashida Manjoo, ha presentato il Rapporto sulla violenza di genere in Italia e il Rapporto tematico sul femminicidio, in cui ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. Durante la sua relazione ha chiarito i significati di femmicidio e femminicidio (per chi avesse ancora dubbi su come si nomina l’omicidio di genere) oltrepassando il carattere specificamente culturale, religioso, sociale del fenomeno, affermando che ovunque si consumi, l’omicidio di genere ha una chiara matrice comune a tutte le donne del mondo anche se con diverse declinazioni. A Ginevra, come relatrice, era presente anche Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio e femmicidio, parte attiva nella Piattaforma Cedaw e del relativo Rapporto Ombra presentato a luglio del 2011 a New York, redattrice del dossier specialistico “Femmicidio e femminicidio in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità” al seminario promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, e che per noi ha scritto una sintesi di quello che è stato il Rapporto tematico durante la 20a sessione dei Diritti Umani davanti ai Paesi di tutto il mondo, un evento così importante ed epocale perché il primo che viene redatto e illustrato in questi termini. Grazie

L’ONU AI DELEGATI DI TUTTI I GOVERNI DEL MONDO: È ORA DI AGIRE CONTRO IL FEMMINICIDIO

di Barbara Spinelli*

Al Consiglio dei Diritti Umani è stato presentato il primo Rapporto tematico mondiale sugli omicidi basati sul genere

E’ del 2002 la notizia che la violenza maschile sulle donne costituisce la prima causa di morte al mondo per le donne tra i 16 ed i 44 anni. Da allora, troppo poco è stato fatto dagli Stati a livello nazionale per contrastare gli omicidi di donne basati sul genere, e quella violenza in famiglia che troppo spesso (nel 70%  dei casi) li precede. Le Nazioni Unite tuttavia non sono rimaste insensibili a questa macroviolazione dei diritti umani. Già il Comitato per l’attuazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne aveva chiesto a vari Stati, tra cui al Messico ed all’Italia (unico Paese europeo, nel 2011), di adottare misure specifiche per il contrasto al femminicidio, evidenziando come l’aumento dei casi potesse evidenziare un fallimento delle Autorità nel proteggere le donne dalla violenza, soprattutto domestica. Ma il 25 giugno 2012 è stato un giorno epocale per la lotta alla violenza maschile sulle donne: per la prima volta, ai delegati di tutti i Paesi del Mondo, riuniti a Ginevra, nel Palazzo delle Nazioni Unite, al Consiglio dei Diritti Umani, è stato sottoposto un Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo.

Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere

Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo, è frutto di numerose consultazioni. In particolare, è stato preceduto nell’ottobre 2011 da un seminario convocato a New York dalla Relatrice Speciale, che ha coinvolto 25 esperti provenienti da diverse aree geografiche, appartenenti al mondo universitario, alle organizzazioni della società civile, ad agenzie delle Nazioni Unite, tutti con comprovate competenze tecniche e professionali in materia di femminicidio. A quell’incontro, nel quale io sono stata invitata in qualità di esperta per l’area europea, si è fatto il punto della situazione sul riconoscimento dei concetti di femmicidio e femminicidio a livello teorico. Ogni esperto ha esplorato le differenti manifestazioni del femminicidio nelle varie aree geografiche, e la risposta delle Istituzioni, con particolare riguardo alle buone pratiche instaurate per garantire una effettiva protezione delle donne dalla rivittimizzazione. Al termine, è stata analizzata la giurisprudenza rilevante a livello regionale e internazionale. La Relatrice Speciale, nel suo rapporto tematico non ha usato mezzi termini nell’affermare che “a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere, nelle loro diverse manifestazioni, ha assunto proporzioni allarmanti” e che “culturalmente e socialmente radicati, continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma”. Il diverso significato dei concetti di femmicidio e femminicidio viene ricostruito meticolosamente, riconoscendo che questi termini sono diventati di uso comune grazie alle lotte del movimento femminista, “come alternativa alla natura neutra del termine omicidio, che trascura la realtà di disuguaglianza, oppressione e violenza sistematica nei confronti delle donne”, e per creare una vera e propria “resistenza” a questa forma di violenza letale. Rashida Manjoo non manca di notare una certa ipocrisia in chi continua a definire gli omicidi basati sul genere “delitti passionali” in Occidente, come atto di un singolo individuo, e “delitti d’onore” a Oriente, quale esito di pratiche religiose o culturali. Questa dicotomia, spiega la Relatrice richiamando l’ottima criminologa Nadera Shaloub Kevorkian, esprime una visione concettuale semplicistica, discriminatoria e spesso stereotipata, che oscura l’intersezionalità dei fattori politici, economici, sociali, culturali, e di genere che riguardano tutte le donne del mondo”. Gli omicidi basati sul genere nel Mondo si manifestano in forme anche diverse tra loro. Qualsiasi sia la forma in cui si manifestino, viene chiarito in via definitiva che “Non si tratta di incidenti isolati che accadono all’improvviso, inaspettati, ma rappresentano piuttosto l’ultimo atto si un continuum di violenza”.  Ed infatti, la forma di femminicidio che accomuna tutte le donne del mondo è proprio l’uccisione a seguito di pregressa violenza subita nell’ambito della relazione d’intimità. Altre forme di femminicidio sono quelle legate alle accuse di stregoneria o di magia, diffuse in alcuni Paesi dell’Africa, dell’Asia e delle isole del Pacifico; gli omicidi di donne commessi in nome “dell’onore”; i ginocidi perpetrati nell’ambito dei conflitti armati; le uccisioni di donne a causa della dote, assai diffusi in alcuni Paesi dell’Asia meridionale; gli omicidi di donne indigene e aborigene; le forme estreme di accanimento sui corpi delle donne in cui sono coinvolte la criminalità organizzata e le organizzazioni paramilitari; le uccisioni a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere (che sono in continuo aumento, tanto che il Consiglio dei Diritti Umani ha adottato una risoluzione rivoluzionaria sulle violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, la n. 17/19); e le altre forme di uccisioni correlate al genere, come la pratica del sati (le vedove indiane bruciate vive sulla pira funeraria del marito)  o l’aborto dei feti e l’uccisione delle bambine in quanto donne. Un aspetto significativo di questo Rapporto tematico è la condanna dei media che spesso, nel riportare delle  uccisioni di donne, “hanno perpetuato stereotipi e pregiudizi”, ma che tuttavia, in mancanza di una raccolta dati ufficiali, riportando informazioni sulla relazione autore/vittima e su eventuali pregresse violenze, spesso “hanno aiutato le associazioni di donne a a distinguere i femminicidi dagli altri omicidi di donne”. La Relatrice Speciale ha individuato, tra le sfide principali per prevenire e contrastare il femminicidio: la difficoltà di una trasformazione sociale profonda in generale, le difficoltà nell’accesso alla giustizia, l’assenza o insufficienza di un discorso basato sui diritti umani nell’approccio agli omicidi di donne; la cecità delle disuguaglianze strutturali e la complessa intersezione tra le relazioni di potere nella sfera pubblica e privata, che rimane la causa più profonda delle discriminazioni sessuali e basate sul genere.

Le raccomandazioni

La Relatrice speciale invita gli Stati a utilizzare categorie adeguate per la classificazione degli omicidi di donne, che tengano conto della dimensione di genere, e di adottare gli indicatori ONU per la raccolta disaggregata dei dati. Sottolinea l’importanza di una corretta informazione sul tema da parte dei media, di un’adeguata valutazione del rischio, della previsione di strumenti di tutela civili e penali, e dell’importanza di poter disporre di servizi sociali e di case rifugio in numero adeguato. Evidenzia come, nei casi di crisi o debolezza delle Istituzioni, l’impunità dovuta alla corruzione e alla rinuncia da parte dello Stato a offrire tutela giurisdizionale renda possibili e favorisca gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle donne. Suggerisce  che un Protocollo di azione, rivolto alla magistratura, alle forze dell’ordine e ai politici, potrebbe essere utile a definire linee guida basate su standard internazionali per la prevenzione e le indagini sui femminicidi, e potrebbe rendere più facile far valere la responsabilità internazionale degli Stati per la loro violazione. L’eliminazione della violenza sulle donne è basata sul rispetto degli standards internazionali nella previsione legale di misure di protezione, nell’adozione di politiche  adeguate, e nella promozione di una cultura del rispetto e non discriminatoria. In sostanza,  l’unica soluzione sta in un approccio olistico alle cause strutturali di discriminazione, oppressione e marginalizzazione delle donne, che preveda azioni sul piano politico, operativo, giuridico e amministrativo.

La reazione degli Stati alla presentazione del Rapporto tematico sul femminicidio

La maggior parte delle delegazioni governative presenti ha accolto con ampio favore il Rapporto Tematico, ringraziando la Relatrice Speciale ed impegnandosi a perseguire a livello nazionale ed internazionale gli obbiettivi indicati. Le uniche note critiche sono venute dall’Algeria, che ha affermato che il suo codice penale punisce qualsiasi persona responsabile di violenza nei confronti di un’altra persona, aldilà del genere, e che quindi era necessario che il rapporto non avesse incluso aspetti controversi non riconosciuti dal diritto internazionale, e dall’Egitto che, analogamente, si è espresso in totale disaccordo con il legame individuato nel Rapporto  tra discriminazione nei confronti di donne e bambine e gli omicidi e che ha “rigettato categoricamente”  il tentativo compiuto dalla Relatrice Speciale di introdurre nozioni estranee al quadro internazionale dei diritti umani e delle obbligazioni degli Stati, come le nozioni di orientamento sessuale e identità di genere.

Il ruolo della società civile: la storia siamo noi

La Piattaforma CEDAW è stata presente a Ginevra, ed ha attivamente preso parte ai lavori. Sono state presentate tre dichiarazioni scritte e gli interventi orali si sono alternati sia nell’ambito del dialogo interattivo (Giuristi Democratici e centro antiviolenza di Parma) sia nell’ambito del dibattito generale (Pangea e D.i.re). Inoltre, abbiamo organizzato un evento parallelo per approfondire il dibattito, con un panel di relatori nazionali ed internazionali. La Relatrice Speciale nel Rapporto tematico ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. E’ così. Ce lo dimostrano i risultati ottenuti nel contrasto al femminicidio dalle donne messicane, ma ce lo dimostra anche la nostra storia. C’è una parte di società in Italia che ha modo di vedere con i suoi occhi quanto fa male la violenza maschile sulle donne: non fa male solo alla donna che viene picchiata o umiliata ogni giorno nell’inferno di casa sua, ma fa male anche all’azienda in cui lavora, per i giorni di malattia che si prende e la perdita di produttività, e fa male al sistema sanitario, e alla democrazia in generale. C’è una parte di società, uomini e donne, che ha voglia di raccontare l’entusiasmo di lavorare in rete per contrastare la violenza nelle relazioni di intimità, e le frustrazioni legate alla mancanza di fondi per farlo: dai soldi che mancano per la benzina delle volanti, alle case rifugio che chiudono per il mancato rinnovo delle convenzioni con gli enti locali. C’è una parte di società che ha documentato tutto questo, che ha fornito il proprio contributo all’elaborazione del “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia. Tante esperte ed esperti, tanti operatori e operatrici, tanti collettivi femministi e associazioni, tante donne sopravvissute alla violenza o alla discriminazione, hanno raccontato il loro pezzo di storia, il loro pezzo di resistenza quotidiana, fornito i dati raccolti, evidenziato le conseguenze sulle loro vite, o sulle vite delle persone che assistevano, di leggi sbagliate, ingiuste, e politiche incuranti degli effetti devastanti prodotti sulle vite delle donne. Hanno  riferito delle battaglie portate avanti per cercare un dialogo con le Istituzioni a tutela di quei diritti, e di come non sempre fossero riusciti ad ottenerlo. Tutto questo materiale, raccolto e rielaborato dal gruppo di lavoro della Piattaforma CEDAW, è stato da me tradotto nel linguaggio dei diritti: ovvero, nel “Rapporto Ombra” abbiamo identificato  le violazioni dei diritti umani delle donne in Italia, diritto per diritto, dal diritto all’istruzione, al diritto alla salute, al lavoro, e così via, fino al diritto a una vita libera dalla violenza. E, identificate tutte le violazioni, le abbiamo sottoposte all’ONU, al Comitato per l’implementazione della CEDAW. Il Comitato CEDAW, ricevute anche le corpose documentazioni ufficiali dal Governo italiano, e a seguito di un dialogo costruttivo da tra esperti del Comitato CEDAW ed esperti dei vari Ministeri,  ha ritenuto che la maggior parte delle violazioni da noi identificate fossero effettivamente tali, ed ha indirizzato all’Italia una serie di raccomandazioni molto severe, identificando come problemi principali la lotta agli stereotipi e alla violenza sulle donne. Su questi temi, il Governo italiano è chiamato a riferire nel 2013. Ma come Piattaforma CEDAW, ed in particolare Giuristi Democratici e la rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.re, nel periodo in cui preparavamo il Rapporto Ombra, abbiamo anche invitato in Italia la Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, per proporre tre giorni di incontri e seminari sugli strumenti internazionali di tutela dei diritti delle donne. In quei giorni la Relatrice Speciale ebbe modo di conoscere dalla società civile le cause e le conseguenze della violenza sulle donne in Italia. Successivamente, decise di chiedere al Governo italiano la possibilità di venire in Italia in visita ufficiale, possibilità che fu prontamente accordata. La Missione, avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012, ha permesso alla Relatrice di poter ottenere informazioni dirette dalle Istituzioni, attraverso incontri con esperti dei vari Ministeri, esponenti della Magistratura e altri organismi, che l’hanno ricevuta ufficialmente ed hanno dialogato con Lei, rispondendo alle sue domande e offrendole informazioni rilevanti. Il Governo le ha anche concesso la possibilità di visitare carceri e C.I.E., e di parlare con donne detenute e trattenute, in privato. Inoltre, ci sono stati gli incontri  con la società civile: dalle operatrici dei centri antiviolenza, alle mediatrici culturali, a medici, avvocate, psicologhe, accademiche, associazioni filogovernative e organizzazioni non governative, collettivi, e poi vittime di violenza o di discriminazioni. Si è creata una rete di contatti e relazioni per documentare attraverso resoconti documentati, dati, ricerche e storie di vita vissuta una realtà che le Istituzioni si ostinano a non voler vedere, quella del percorso a ostacoli che devono affrontare le donne che vogliono uscire da una situazione di violenza e gli operatori che le assistono. La Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne,  In contemporanea al Rapporto tematico sul femminicidio, davanti al Consiglio dei Diritti umani dell’ONU a presentato anche il Rapporto sulla Missione in Italia, che contiene delle Raccomandazioni specifiche rivolte alle Istituzioni italiane su quali azioni è necessario porre in essere per il futuro per il contrasto alla violenza maschile sulle donne e la prevenzione del femminicidio. E’ evidente che il protagonismo della Piattaforma CEDAW e della rete nazionale dei centri antiviolenza (DIRE), nonché di tutte quelle realtà femminili e femministe che vi orbitano intorno e che hanno apportato dati fondamentali all’elaborazione delle istanze promosse davanti all’ONU (si pensi al prezioso lavoro di Femminismo ASud sulla PAS o dell’ASGI sulla condizione delle donne migranti e le problematiche relative alle azioni antidiscriminatorie, ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo) ha reso possibile la definizione da parte delle Nazioni Unite di indicazioni ben precise circa le politiche e le modifiche legislative che devono essere poste in essere per garantire, in concreto, miglioramenti per le donne italiane nell’accesso e nel godimento dei loro diritti fondamentali. Più che mere indicazioni, si tratta di vere e proprie obbligazioni internazionali che il Governo italiano è chiamato ad adempiere, e della cui violazione può essere chiamato a rispondere. Spetta a tutte/i noi, ora, fare si che queste raccomandazioni vengano rispettate e che venga data attuazione alle misure richieste. Credo che il protagonismo di tutte/i coloro, singole e associazioni, che hanno partecipato sia al percorso che ha portato alla presentazione del Rapporto Ombra CEDAW  sia alle consultazioni con la Relatrice Speciale nel corso della sua visita ufficiale, vada riconosciuto e ringraziato, unitamente alla sensibilità di quei media che hanno dato visibilità alle raccomandazioni, output di questo percorso. E’ stato solo grazie a questa rete informale che questi risultati sono stati possibili, ed è un meraviglioso esempio di partecipazione politica  e di protagonismo civile per la trasformazione sociale. “Be the change you wish to see in the world”, diceva Ghandi. Il merito mio e della Piattaforma CEDAW è stato solo quello di avere fatto da regia e da cassa di risonanza delle rivendicazioni provenienti dalla società civile, e di averle portate all’attenzione delle Nazioni Unite nella forma e con le modalità adeguate. Ora si tratta di andare avanti, in un processo che da un lato deve tendere alla responsabilizzazione istituzionale su queste tematiche, e dall’altro al progressivo superamento dei personalismi e delle strategie di etichettamento che fino ad oggi hanno ostacolato l’efficacia dell’azione dei gruppi femminili, andando invece verso l’identificazione ed il perseguimento di obbiettivi comuni che vedano uniti tutti e tutte per la rivendicazione di misure adeguate per la prevenzione e protezione delle bambine, donne, lesbiche, trans, queer ed intersessuali dalla violenza basata sul genere e sull’orientamento sessuale.

Il mio pensiero, nel leggere il Rapporto tematico e nel partecipare ai lavori della sessione, è andato a Barbara, Maria Grazia, Vanessa, Elisa ed a tutte quelle altre di donne di cui conosciamo nomi, volti, ed esecutori, ma soprattutto è andato a tutte quelle che sono scampate alla violenza femminicida, e che passano ogni giorno della loro vita nell’insicurezza, temendo che possa succedere di nuovo, che possa accadere il peggio, con l’amarezza in bocca e quel senso di essere state abbandonate dalle Istituzioni. Queste raccomandazioni sono per voi, e per chi verrà dopo di voi, che  possa non provare più questa solitudine, che possa trovare dalle Istituzioni il supporto necessario per vivere in sicurezza una vita libera dalla violenza.


* Barbara Spinelli, avvocata,  fa parte dell’Associazione Giuristi Democratici e della Piattaforma di ONG “30 anni di CEDAW: lavori in corsa”, nell’ambito della quale ha coordinato la redazione e scritto il “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia, presentato nel corso della 49ma sessione del Comitato CEDAW, alle Nazioni Unite, nel luglio 2011. E’ autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale” (FrancoAngeli, 2008) e di altre pubblicazioni specialistiche sul tema. E’ stata invitata in qualità di esperta al seminario sugli omicidi basati sul  genere promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, nell’ambito del quale ha presentato il dossier specialistico “Femmicidio e femminicidio in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità”. E’ stata il punto di contatto per gli incontri con la società civile nell’ambito della missione ufficiale in Italia della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012. Gestisce i blog femminicidio.blogspot.it e gdcedaw.blogspot.com

Sulle gambe della ministra francese

La ministra francese Fleur Pellerin

Stanno facendo il giro del web le bellissime gambe della ministra Pellerin, con sopra una minigonna e sotto le scarpe col tacco, quasi fosse una novità o una nuova moda “alla francese”. Forse perché anche nella laica Francia, che con il novello presidente Hollande ha metà del parlamento fatto di donne, gli stereotipi sono ancora duri a morire. Parlo di stereotipo perché da troppo tempo, e ancora oggi, lo stereotipo della donna coi tacchi e gonna corta è quello della femmina in cerca di maschio, della bella ma stupida, di quella provocante sessualmente e quindi “poco seria”. Insomma una che sta lì per i suoi “attributi”. Ma si dà il caso invece che Fleur Pellerin, che ha creato stupore quando venerdì 22 giugno si è presentata all’Eliseo per la riunione settimanale del Consiglio dei ministri in minigonna, è stata nominata ministra per la Pubblica Amministrazione e per l’innovazione, non per le sue belle gambe ma per il suo cervello, un piccolo particolare di cui gli italiani, ancor meno dei francesi, hanno abitudine. Già responsabile per l’economia digitale nel team per la campagna elettorale di Francois Hollande, Pellerin è stata consigliera presso la Corte dei conti e ha frequentato la prestigiosia École nationale d’administration (Ena), dopo il Baccalauréat scientifique e l’Institut d’études politiques de Paris. E il suo curriculum parla per lei. Ma allora perché stupirsi della minigonna di Pellerin e non delle facce a punta, delle orecchie a sventola, dei cuscinetti, delle teste senza capelli e delle abbondanti pance di tanti ministri, alte cariche dello Stato e politici uomini sparsi per il mondo? o ancora meglio perché non ricordare i curriculum di diverse nostre rappresentanti istituzionali del passato che, seppur vestite in maniera “morigerata”, non erano certo all’altezza del percorso professionale di Pellerin? Il fatto che le donne siano libere di acconciarsi come vogliono senza dover richiamare per forza allo stereotipo della bella ma stupida o della brutta e qundi intelligente, è un segno di progresso e di civiltà perché le persone, tutte, valgono per come la pensano e per come agiscono, e non perché si vestono.

Politically (s)correct

Il rischio è quello di non parlarne più o di parlarne male, dando una visione squilibrata del presente. Parlo ovviamente del femminicidio e di tutto quello che questa guerra tra i sessi – tra madri e padri, tra mogli e mariti, tra fidanzate e fidanzati – sta producendo sia in termini di vittime, compreso le vittime collaterali di questo conflitto, sia in termini di impatto mediatico così importante per l’opinione pubblica. Proprio ieri è stata la giornata in cui la relatrice speciale dell’Onu, Rashida Manjoo, ha presentato il primo rapporto tematico sul femminicidio e sulla violenza di genere in Italia, davanti alla platea internazionale della 20a Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che si sta svolgendo a Ginevra, e dove la relatrice speciale, che ha visitato l’Italia in gennaio, ha chiaramente affermato che “Il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne” e che “queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo” (per chi fosse interessatoa l’articolo sul Rapporto presentato a Ginevra è sul Manfesto di oggi). Partendo quindi da questa importante dichiarazione mi soffermo su due fatti che in questi giorni hanno occupato le pagine di cronaca anche se con diversa rilevanza: la nonna che ha ucciso il genero a Foggia con una pistola aspettandolo in casa, e il ritrovamento del corpo di una marocchina, uccisa dal marito, trovato in avanzato stato di decomposizione nei sacchi della spazzatura nascosti dall’uomo sotto il letto, nel ferrarese (un femmicidio appunto). Due fatti che hanno avuto un diverso trattamento mediatico, pur essendo entrambi gravissimi, avvenuti negli stessi giorni, e in un clima di forte conflittualità familiare. Sul primo caso – in cui Lucia La Lumera, di 53 anni, ha ucciso il genero, Giovanni Battista Buono, di 42 anni, che era andato a prendere il figlio di 6 anni per le visite accordate in regime di affido condiviso dal Tribunale dei minori – i giornali si sono sbizzarriti appellando la donna come una “nonna killer” che si era esercitata al tiro a segno, dipingendola come una “liquidatrice professionista”, mettendo in evidenza i particolari raccapriccianti dell’omicido e citando solo in alcuni casi (Ansa) che il movente che ha spinto la donna a uccidere il genero era legato a continui e forti dissidi familiari anche tra la figlia e il genero; mentre nel secondo caso – in cui il 40enne Hassane Jendari, aveva fatto perdere le proprie tracce dopo aver strangolato la moglie Raachida Lakhdimi, 39 anni, e dopo aver affidato ad alcuni parenti i figli di due e cinque anni – ci si è affrettati a scrivere che il gesto era stato compiuto per “gelosia”. Entrambi i casi però sono, a loro volta, riconducibili a una situazione di dissidio familiare che culmina con una morte e dove se per donna omicida lo “scoop” è quello appunto della “nonna killer”, nel caso del femmicidio eseguito dal marocchino poco importa ai giornalisti perché, si sa, “loro sono gelosi”. Eppure sarebbe opportuno fare diverse riflessioni su quello che è la cultura italiana. Primo fra tutti sugli stereotipi di genere che, come si afferma nel rapporto dell’Onu “predeterminano i ruoli degli uomini e delle donne nella società” e che qui “sono profondamente radicati”. La rilevanza della storia dell’omicidio di Foggia come “eccezionale” con tanto di foto che ha fatto il giro del web – in cui una donna di una certa età “si arma e uccide” – ha fatto sicuramente scattare la molla dello “scoop” più di quanto possa aver fatto quella di un marocchino che, di questi tempi, uccide la moglie. Tanto che se andiamo a vedere casi analoghi con nonni maschi omidici, la notizia non ha la stessa rilevanza. Il caso, per esempio, di Giuseppe Signorino, 68 anni, che due anni fa a Messina sparò due fucilate in faccia al genero, Antonio Fazio, davanti al nipotino di tre anni (che si è visto uccidere il padre sotto gli occhi) a causa del “divorzio difficile” della figlia con cui si contendevano tre bambini, non ha avuto lo stesso trattamento di quello della signora pugliese: perché? Perché da un uomo ce lo aspettiamo? Perché è meno grave? o perché fa meno notizia? Stesso discorso vale ora per Hassane Jendari che, pur essendo un femmicida che ha nascosto il corpo della moglie in putrefazione dentro un sacco dell’immondizia sotto il letto, non ha avuto lo stesso tam tam sui media, o comunque non quanto la nonna: perché? È meno grave? Ci sono meno elementi di sensazionalità dopo tutti i femmicidi che abbiamo letto finora sui giornali? Con l’aggravenate che se per i due nonni c’è la premeditazione, per Hassane Jendari, come per la maggior parte dei partner che uccidono la loro compagna o la moglie, il movente è passionale e la modalità è il raptus –  nel caso del marocchino, come hanno riportato i giornali, “la perdita di controllo ha portato l’uomo a uccidere la moglie, soffocandola con nastro adesivo” (una cosa proprio a portata di mano). La seconda riflessione, invece, riguarda la natura dei conflitti tra i sessi da cui questi omicidi prendono origine perché questi episodi, che sono tutti altrettanto gravi, sono in relazione tra loro in quanto si tratta di vittime dirette o indirette, e quindi collaterali, di dissidi e conflitti intrafamiliari che alle volte possono far scaturire vere e proprie faide che si consumano, spesso, sulla pelle dei bambini. Il fatto che, per esempio, la signora La Lumera abbia infierito sul genero dicendo che “se lo meritava” e che abbia confessato l’omicidio dichiarando i forti dissapori tra lei, la figlia, il genero e il consuocero – in cui il “contenzioso” riguardava soprattutto il piccolo nipotino così come anche nel caso del nonno di Messina – riconduce questo, come molti altri casi analoghi, all’incapacità di mediare e di risolvere questi conflitti da parte degli organi della giustizia e l’assenza di una chiara giurisprudenza in merito. Così come, riguardo all’omicido di Raachida Lakhdimi che ormai è la 70sima vittima di femminicidio in Italia, le donne  in questo Paese non sono adeguatamente protette e salvaguardate dallo Stato né monitorate nei casi di violenza domestica. Una delle ragioni, come dice il rapporto dell’Onu, è che in Italia “la maggioranza delle manifestazioni di violenza non sono denunciate perché vivono in un contesto culturale maschilista dove la violenza in casa non è sempre percepita come un crimine” e  “le risposte fornite dallo Stato non sono appropriate e di protezione”.

Riportiamo di seguito il comunicato dell’Udi di Ferrara sulla morte Raachida Lakhdimi e a sostegno della campagna “Stop Femminicidio”

Stop al femminicidio anche a Ferrara: ancora una donna uccisa da un uomo per il solo fatto di essere donna

“Sensazione di smarrimento. Molto impressionante”, ha scritto una visitatrice nel libro delle dediche di Violence, la mostra della XV Biennale Donna appena conclusa a Palazzo Massari. Tra le opere, la fotografia di un corpo di donna dentro un sacco della spazzatura, gettato tra i rifiuti in Messico, opera di Regina Josè Galindo, artista del Guatemala. E smarrimento è quello che, tutte noi che nell’Udi come nel Centro Donna Giustizia quotidianamente ci occupiamo di discriminazioni e violenze inflitte alle donne, abbiamo provato alla notizia del ritrovamento del corpo di una giovane donna dentro un sacco della spazzatura sotto il suo letto. Un corpo, una vita, buttate via. Come spazzatura. Perché il femminicidio non ha confini: a Consandolo di Argenta come nel Sud America. Raachida è l’ultima delle 70 donne uccise nel 2012 in Italia. Questi eventi non possono però rimanere confinati nello smarrimento. Le Istituzioni e le Associazioni che si impegnano per il contrasto alla violenza, non devono fermarsi, anzi serve ancora maggiore determinazione e unità per dimostrare alle donne la opposizione al clima nazionale, sociale e culturale, che ancora sottovaluta la gravità del fenomeno e per dimostrare che sono possibili luoghi e forme di aiuto concreto alle donne. Il Centro donna giustizia e l’Udi continueranno, ognuna con il proprio ruolo, a tenere alta la attenzione sulla violenza contro le donne. L’Udi, tre anni fa, ha percorso, per un anno, l’Italia intera denunciando violenze e femminicidi; adesso lancia  la campagna “Stop Femminicidio”, una Convenzione che contrasti la violenza maschile. Un patto per un progetto comune che l’Udi nazionale propone prima tra tutte, a Dire, la rete dei Centri Antiviolenza, come alle associazioni, ai collettivi e alle singole donne, per promuovere una nuova stagione di confronti e azioni a contrasto della violenza maschile sulle donne, in ogni sua forma e declinazione. Nessuna sottomissione politica, nessun ruolo marginale. In questo modo le donne possono scalfire una cultura violenta che registra pochissime timide reazioni maschili e un silenzio imbarazzante della Ministra con delega alle Pari Opportunità. Oggi, con questo messaggio vogliamo rendere giustizia a Raachida, alle altre vittime di questa nostra Provincia, apparentemente tranquilla e libera dalla violenza sulle donne, e alle tante, troppe vittime italiane e del mondo intero.

UDI Ferrara

 

 

 

 

Per non dimenticare Vanessa

Locandina della giornata di studio che si svolge oggi a Enna sul femminicidio e violenza di genere

 

“Il dramma invisibile della violenza sulle donne viene portato alla luce, esplode in tutta la sua drammaticità, mostra i volti delle ragazze, delle donne che subiscono le violenze: nessuna si deve sentire sola”. E’ con queste parole che L’Udi (Unione donne italiane) di Catania comunica che si costituirà parte civile nel processo contro l’assassino di Vanessa. L’annuncio sarà dato oggi alle 16 presso il Tribunale di Enna, Aula Falcone- Borsellino, si svolge una giornata di Studio organizzata dall’Amministrazione comunale con l’Udi e patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Enna, che insieme alle autorità locali, la Regione e l’Università, hanno deciso di sperimentare, a partire da Enna, un laboratorio politico che individui modalità e azioni concrete da replicare nelle città macchiate di femminicidio dal titolo: “Violenza sulle donne: il dramma invisibile”. Enna è stata la città in cui tre mesi fa a Enna Vanessa Scialfa, 20 anni, è stata assassinata dal suo ex fidanzato e il suo corpo buttato in un burrone: l’ennesimo femmicidio dopo una serie troppo lunga di omicidi di genere che ha colpito tutto il Paese. L’obiettivo della giornata è quello di impostare il lavoro di medio-lungo periodo che da ottobre partirà sul territorio, rivolto soprattutto alle scuole e ai giovani, che privilegerà l’aspetto della formazione, della lotta contro gli stereotipi e i modelli comportamentali che non rispettano il valore della diversità di genere e della dignità delle donne, e della realizzazione di strutture e competenze al servizio delle vittime.

A “Rio + 20” non c’è posto per le donne

Logo del vertice Rio + 20

Alla sua conclusione, il vertice di Rio + 20 sullo sviluppo sostenibile, porta a casa una grave sconfitta per le donne di tutto il mondo. Su 190 paesi presenti, il veritce è riuscito a “epurare”  il paragrafo 244 dal testo della Conferenza di Rio +20, sui diritti riproduttivi delle donne e sulla pianificazione familiare, grazie all’alleanza di Vaticano, e al sostegno di alcuni paesi islamici, come Siria ed Egitto, di alcuni stati centroamericani, come il Cile, e la Polonia. Un’azione che nega alle donne l’accesso a mezzi sicuri e poco costosi per la pianificazione familiare, e disimpegna il vertice mondiale su aborto e contraccezione. Ed è per questo che mercoledì a Rio, come riporta il diario di Action Aid Italia sul summit, migliaia di donne si sono riversate in strada per difendere il loro diritto alla salute. Lo schieramento che non ha voluto inserire nessun riferimento alla sessualità e alla pianificazione familiare, è stato ribattezzato durante lo stesso vertice da Rachel Harris (Women Environment and Development Organization) come il nuovo “Asse del Male contro le donne”; e anche Mary Robinson (ex Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, ex Presidente dell’Irlanda), pur essendo cattolica praticante, non ha nascosto la sua preoccupazione in quanto “Le donne sono essenziali per uno sviluppo sostenibile”. Le donne infatti che hanno accesso alla terra, “conoscono il valore nutrizionale dei cibi che coltivano, riescono a produrre molto meglio e con forte impatto nella economia familiare e della intera comunità”, ha detto Mary Robinson, spiegando che “Centinaia di migliaia di persone posso uscire dalla povertà e dalla insicurezza familiare, e una parte importante di ciò dipende dalla salute riproduttiva. Ad esempio, ancora oggi – continua Robinson –  le donne in Somalia hanno sei, otto figli, nella speranza che almeno uno o due sopravvivano. Nessuna donna dovrebbe passare attraverso questo nel ventunesimo secolo. (…) E sappiamo che esistono 250 milioni di donne e adolescenti che vogliono avere l’opportunità di far nascere e crescere i propri figli offrendo loro le migliori condizioni di vita”. Nella relazione di Michelle Bachelet (direttrice esecutiva di UN Women), Margaret Chan (direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) e Kandeh Yumkella (direttrice generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale e co-presidente dell’Autorità per l’iniziativa Energia sostenibile per tutti), si legge che “l’energia è una questione che riguarda le donne” e che le donne sono una chiave essenziale per raggiungere uno sviluppo sostenibile con energia sostenibile per tutti e tutte. “In molti luoghi – si legge nel documento di cui riprendiamo alcuni stralci pubblicati e tradotti da lastampa.it – e soprattutto nelle zone rurali, in assenza di fonti energetiche sostenibili, le donne trascorrono ogni giorno lunghe ore cercando di trovare, ovunque possano trovarlo, del combustibile. A livello mondiale, 1,3 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’energia elettrica, e 2,7 miliardi di persone, soprattutto donne, si devono affidare a legno, carbone di legna e letame per cucinare. Sia nella ricerca di legna da ardere, che può esporre loro e le loro figlie al rischio di stupro, sia nello spendere le loro scarse risorse per il cherosene che fornisce un’illuminazione fumosa e inefficiente, le donne quotidianamente affrontano decisioni difficili sulle risorse energetiche familiari e sul loro utilizzo. (…) A livello di comunità, la mancanza di energia nelle cliniche mediche ostacola le competenze del personale medico di fornire un adeguato trattamento e cura. Si stima che 200.000-400.000 strutture sanitarie nei Paesi in via di sviluppo non abbiano accesso a energia elettrica affidabile. Ciò significa che i vaccini e il sangue non possono essere immagazzinati in modo sicuro, le apparecchiature di diagnostica sono spesso inutili e le sale operatorie non possono funzionare di notte. Per le donne incinte questa mancanza di elettricità affidabile rappresenta un rischio significativo per la propria vita e quella dei loro bambini. In tutto il mondo, 800 donne muoiono ogni giorno a causa di complicazioni della gravidanza e del parto, e la stragrande maggioranza di questi decessi potrebbe essere evitata fornendo servizi sanitari di qualità, che di regola richiedono energia elettrica. Oggi, le lunghe ore di lavoro non retribuito che le donne svolgono ogni giorno alla ricerca di legna da ardere e altre fonti di energia le privano del tempo per impegnarsi in attività più produttive. Questo, a sua volta, priva famiglie povere di un reddito più che necessario”. Per questo, e per altri ottimi motivi,  “Il raggiungimento dell’obiettivo dell’energia sostenibile per tutti richiede la piena partecipazione delle donne” e, “come recita la Dichiarazione di Rio, adottata al primo Vertice della Terra, nel 1992: Le donne hanno un ruolo vitale nella gestione dell’ambiente e nello sviluppo. La loro piena partecipazione è pertanto essenziale per uno sviluppo sostenibile”. Ma forse siamo già tornate molto indietro.

194: perché il buon giudice non “obietta”

Ieri, in Italia, la Consulta della Corte Costituzionale ha “salvato” la legge 194 dichiarando “manifestamente inammissibile” la messa in discussione sulla legittimità costituzionale riguardante l’articolo 4 della legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza, che mesi fa un giudice tutelare del tribunale di Spoleto aveva sollevato davanti alla richiesta di una ragazza di 17 anni che aveva chiesto il consenso del giudice, come prassi nel caso la minore non voglia far sapere ai genitori il suo stato, per poter accedere alla 194. Il cavillo, lo ricordiamo, su cui il giudice di Spoleto si era impuntato spedendo il caso alla Consulta, riguardava l’art. 4 che sarebbe dovuto essere incostituzionale perché  in contrasto con l’art. 2 della Costituzione, con il diritto fondamentale alla salute dell’individuo (articolo 32 primo comma della Costituzione), gli articoli 11 (cooperazione internazionale) e 117 (diritto all’assistenza sanitaria e ospedaliera), ma soprattutto con una sentenza della del 18 ottobre 2011 n. C-34/10 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea relativa alla nozione di “embrione umano” che in realtà era una sentenza sul brevetto di medicinali ricavati da cellule di embrioni umani, nell’ambito di una causa in cui Greenpeace aveva contestato la brevettabilità da parte di un ricercatore tedesco di un procedimento che utilizzava cellule staminali umane “a fini industriali o commerciali”. Un attacco alla legge 194/78 non completamente “congruo” ma grave, se si riflette sul fatto che qualora la Consulta avesse dato parere differente, l’intero impianto della legge 194 sarebbe stato rimesso in discussione, in quanto l’articolo 4 prevede che l’interruzione volontaria della gravidanza, entro i primi 90 giorni, può essere richiesta dalla “donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito può rivolgersi a un consultorio”. Quello che si percepisce, quindi, è che ai medici obiettori si aggiunga la nuova categoria dei “giudici obiettori”, che farebbe fare un altro passo indietro alle donne italiane. L’obiezione infatti, rischia di essere il tarlo che potrebbe svuotare la legge “al suo interno”, perché se gli attacchi frontali sono evidentemente “incongrui”, il fatto che in Italia il 70% dei medici sia obiettore (così come molti farmacisti), potrebbe far arrivare l’Italia a un punto di “non ritorno”. Per questo mi sembra importante pubblicare qui la lettera aperta della Consulta di Bioetica, e rivolta alle associazioni che hanno aderito alla campagna “Il buon medico non obietta” del 6 giugno, per rilanciare e invitare tutte le associazioni a una nuova mobilitazione il 6 luglio.

Lettera Aperta della Consulta di Bioetica sulla campagna “Il buon medico non obietta

«Il lancio della Campagna contro l’obiezione di coscienza Il buon medico non obietta è riuscita a coinvolgere quasi ottanta associazioni e il suo successo è andato sicuramente oltre ogni più rosea aspettativa. Il merito è soprattutto delle donne che molto più degli uomini sono consapevoli delle difficoltà e dei problemi che sono costrette a vivere ogni giorno le persone che vogliono interrompere la gravidanza. Gli incontri pubblici organizzati nelle diverse città sono stati più di trenta e sono andati molto bene sia sotto il profilo della ricchezza dei contenuti e dell’elaborazione che delle varie testimonianze raccolte. Ci sono stati eventi in tutto lo stivale da Torino a Catania con incontri in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Sardegna, Lazio, Campania, Abruzzo, Umbria, Puglia, Calabria e Sicilia. A parte alcuni casi dove non c’è stato forse il tempo sufficiente per promuovere adeguatamente l’evento o dove erano previsti più incontri, c’è stata una grande partecipazione di pubblico e una risposta incoraggiante. È stata un’iniziativa che è cresciuta “dal basso”, senza alcun coinvolgimento di partiti o altri centri istituzionali, i quali se mai sono stati sollecitati ad aderire dall’entusiasmo che ha attraversato il mondo delle associazioni che anche in quest’occasione ha manifestato la crescita di un nuovo livello di sensibilità. La situazione che incontrano le donne che scelgono di interrompere la gravidanza è ormai insostenibile: è importante rimettere in discussione il diritto degli operatori sanitari all’obiezione di coscienza. L’obiezione di coscienza è incompatibile non soltanto con il rispetto del diritto all’interruzione di gravidanza ma anche con l’etica professionale dell’operatore sanitario che non dovrebbe mai far valere i propri convincimenti morali contro gli interessi, la salute e quindi il diritto all’autodeterminazione delle donne. Il diritto all’obiezione di coscienza era giustificato quando la legge 194 è stata approvata perché chi prima di allora aveva scelto di fare il medico non poteva immaginare che avrebbe dovuto praticare interruzioni di gravidanze: oggi chi contesta l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza e non intende quindi aiutare le donne ad abortire può scegliere una professione che non è coinvolta dalla legge 194. La Consulta di Bioetica Onlus intende promuovere nuove iniziative contro l’obiezione di coscienza con un nuovo evento il 6 luglio, a un mese esatto dal lancio ufficiale della Campagna  Il buon medico non obietta. La proposta è di organizzare banchetti informativi in diverse città in cui vengono presentate e spiegate le ragioni della Campagna; affiggere il manifesto “Il buon medico non obietta” presso gli ospedali, consultori e medici di base (a questo proposito inviamo in allegato un modello di lettera da presentare alle direzioni sanitarie dei presidi); scambiarci riflessioni e proposte sul materiale da presentare con i banchetti informativi del 6 luglio. La Campagna contro l’obiezione di coscienza continuerà comunque anche dopo l’estate: la Consulta invita le altre Associazioni ad aprire una nuova fase di impegno per il rispetto dei diritti civili e a promuovere insieme un coordinamento nazionale per definire le nuove strategie per la piena attuazione dei diritti delle donne. Inviateci ai seguenti indirizzi segreteria@consultadibioetica.org oppure scrivere a consultaromanadibioetica@gmail.com foto e testimonianze sull’incontro del 6 giugno a cui avete partecipato: li metteremo sulla pagina facebook e sul blog in modo che possano essere condivisi da tutti».