Femmicidio per troppe figlie

In Afghanistan, in un villaggio sperduto nella provincia settentrionale di Kunduz, una ragazza di 22 anni è stata uccisa dal marito perché metteva al mondo solo femmine. Estorai, trovata cadavere dai vicini di casa quando l’uomo era già scappato, aveva la colpa di aver partorito tre figlie mentre lui, Sher Mohammad di 30 anni, voleva almeno un maschio. L’uomo ha iniziato a meditare di uccidere la moglie dopo tre mesi dall’ultimo parto e per sopprimerla si è fatto aiutare dalla madre, suoera della giovane, che adesso è in carcere e ha raccontato quello che è successo. Il capo della polizia del distretto, Sufi Habibullah, pensa che l’uomo si sia rifugiato e sia protetto da un boss locale, Qadir, alla guida di un commando di 30 uomini armati, mentre Nadera Gayah, responsabile del dipartimento per le questioni femminili, ha parlato dell’omicidio di Estorai come di uno dei peggiori esempi di violenza contro le donne in Afghanistan.

La tredicesima vittima

Cristina Andrea Marian

Ci vuole fegato a essere donne in Italia, perché il pericolo è dietro l’angolo, e si tratta di un pericolo di morte. È di oggi la notizia della tredicesima vittima di femmicidio dall’inizio del 2012 nel nostro paese: una ragazza rumena di 23 anni trovata cadavere sulla spiaggia del lungomare di Porto Potenza Picena, a Lido Bello, con il cranio fracassato, il volto sfigurato e un sacchetto di plastica infilato in testa. Il corpo di Cristina Andrea Marian, questo il nome della ragazza, è stato trovato stamattina da un signore che portava a spasso il cane sulla spiaggia: era riverso semisepolto con due cordoli di sabbia attorno, e completamente vestito compreso il cappotto. Lei era una giovane ballerina che lavorava in un night club (chi dice che faceva anche l’entraineuse o che si prostituiva ma per me era una donna e basta), arrivata dalla Romania in Italia forse pensando che questo fosse un paese migliore del suo, ma si sbagliava. Cristina Andrea Marian è stata aggredita in ascensore, dove sono state trovate numerose macchie di sangue, e il suo corpo è stato trasportato sulla spiaggia: nessun segno di violenza, nessuna forzatura alla porta di casa dove stava rientrando, nessun furto né in casa né sugli effetti personali che aveva con sé. E viene spontanea la domanda: questa ragazza conosceva l’assassino? Secondo gli inquirenti, che possa essere stato un uomo, vista la violenza con cui le hanno fracassato il cranio, è praticamente indubbio, e che il movente possa essere di genere è quasi una certezza (soprattutto se si esclude il furto, rimane o un cliente respinto o un fidanzato geloso), e quindi c’è solo un nome per chiamare questo omicidio, ovvero: femmicidio, per una vittima che non solo era una donna ma anche migrante, costretta a un lavoro “a rischio” e quindi tre volte esposta. Ma un femmicidio che accade proprio il giorno della fiaccolata che in tutta Italia ricordava Stefania Noce, uccisa un mese fa dall’ex fidanzato, e in cui la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza di genere nel mondo, Rashida Manjoo, ha esternato grosse perplessità sull’Italia sottolineando la diffusione della violenza domestica nel nostro paese, la grave distorsione della donna nella rappresentazione femminile sociale e mediatica, e la poca attenzione riguardo il riconoscimento di questi reati da parte della giustizia, forse ci dovrebbe far riflettere in maniera più profonda e puntuale sul ruolo delle istituzioni e sull’azione del governo per proteggere le donne, ma soprattutto su cosa sono, a cosa servono e che ruolo hanno le donne in questo paese.

Contestualmente faccio anche un appello ai giornalisti e giornaliste che stanno trattando il caso: NON USATE PER FAVORE RAPTUS, DELITTO PASSIONALE, MOMENTO DI FOLLIA, che non esistono e non fanno che sostenere mediaticamente  la poca rilevanza del reato e lo stereotipo che “l’uomo innamorato può tutto”, e per questo rimando sia al Rapporto Ombra (in particolare il capitolo sul femmicidio) presentato giorni fa anche a Motecitorio con le raccomandazioni del Cedaw, che alla lettera delle giornaliste di Giulia.

Grazie

Il frutto di uno stupro è un “dono di dio”

Leggere alcune cose mi inorridisce, altre mi fanno proprio vomitare: come nel caso delle affermazioni dell’ultraconservatore ultracattolico Rick Santorum alla nomination repubblicana per le prossime presidenziali Usa, che pur di dare sostanza ai suoi deliri vorrebbe costringere le donne a non interrompere una gravidanza anche in caso di stupro: “Le donne violentate non devono interrompere la gravidanza – ha detto Santorum  alla Cnn durante una intervista – perché quel bambino è comunque un dono, terribile, di Dio”. Santorum, che vorrebbe mettere al bando l’aborto con un emendamento costituzionale. Ha aggiunto senza battere ciglio: “Anche a mia figlia consiglierei di tenere il bambino frutto di uno stupro”. Un duro e puro venuto dal nulla che non è solo anti-abortista, ma anche anti-gay e sostenitore della vita “oltre la morte”: lui è l’uomo che durante il caso di Terri Schiavo, la donna della Florida tenuta in vita in uno stato vegetativo con accanimento terapeutico, per sostenere a oltranza le sue convinzioni “pro-vita”, invocò un intervento giudiziario perché la donna fosse intubata a oltranza. Lo pagò alle urne, ma forse la lezione non gli è bastata.

 

La bussola della violenza domestica

Ecco una bussola della violenza domestica (da www.turningpointservices.org)

 

Molto interessante il capitolo Miti e Fatti

MITO: La violenza domestica è una “perdita di controllo”.
FATTO: I comportamenti violenti sono una scelta. I responsabili lo usano per controllare le loro vittime. La violenza domestica è l’uso della violenza per mantenere il controllo, non è la perdita del loro controllo. Le azioni sono scelte deliberatamente.
MITO:  La vittima è responsabile della violenza perché è lei che lo provoca.
FATTO:  Nessuno chiede di essere maltrattato. E nessuno merita di essere abusato indipendentemente da quello che dice o fa.
MITO:  Se alla vittima non fosse piaciuta la situazione, lo avrebbe lasciato.
FATTO: Alle vittime non piace essere abusate. Rimangono nel rapporto per molte ragioni, tra cui la paura.
MITO:  La violenza domestica si verifica solo in una piccola percentuale delle relazioni intime.
FATTO:  Le stime riportano che la violenza domestica avviene in ⅓ di tutte le relazioni intime. Questo vale sia per quelle eterosessuali e che per le relazioni omosessuali. 
MITO:  Le donne della classe abbiente non subiscono violenza così frequentemente come le donne povere.
FATTO:  La violenza domestica si verifica in tutti i livelli socio-economico. La verità è che le donne ricche hanno più accesso a risorse private per cercare aiuto, le donne più povere tendono a utilizzare i servizi sociali e quindi sono più visibili.
MITO:  Chi picchia è violento in tutte le relazioni.
FATTO:  Chi picchia sceglie di essere violento nei confronti del partner con modalità che non penserebbe mai di usare con altre persone. 
MITO:  L’alcol e la droga sono causa di un comportamento distorto e violento.
FATTO:  Anche se molti partner violenti fanno anche abuso di alcool e/o droghe, questa non è la causa di fondo della violenza.     Molte volte chi usa violenza fisica sul partner usa alcol e droghe come una scusa per spiegare la violenza.
MITO:  Una volta che una donna è stata maltrattata, abusata e picchiata, sarà sempre vittima di violenza.
FATTO:  Se è vero che alcune donne maltrattate sono state in più di una relazione violenta, è anche vero che le donne che escono fuori da una relazione violenta, sono meno propense a entrare in un altro rapporto abusivo. 

Appello delle giornaliste sul femmicidio

FEMMICIDIO: LETTERA APERTA DI GiULiA (Giornaliste Unite Libere Autonome) RIVOLTA A TUTTE LE REDAZIONI DI STAMPA, TV, RADIO, WEB, IN OCCASIONE DEL RICORDO PER LA MORTE DI STEFANIA NOCE, UCCISA DALL’EX FIDANZATO

“Quasi ogni giorno la cronaca ci racconta di crimini contro le donne. Un lungo elenco di delitti contaddistinti dalla ferocia con la quale gli assassini, spesso legati alle vittime da vincoli relazionali o famigliari, si accaniscono su donne e ragazze. Nel 2011 sono state 127 le donne uccise da uomini. Un omicidio ogni tre giorni. L’ultima vittima del 2011 è stata Stefania Noce, universitaria di 24 anni. La sua vita e’ stata stroncata da 7 coltellate inflitte dall’ex fidanzato. Nel 2012 lo stillicidio è ricominciato con Antonella Riotino, 21 anni , studentessa. Uccisa da un ragazzo che i giornali , le cronache tv , i titoli in prima serata hanno definito il “fidanzatino” . Sarebbe stato più appropriato chiamarlo stalker, visto  che per mesi l’aveva minacciata di morte. Sono già dodici i casi riportati dalla stampa nella prima metà del gennaio 2012. Tra loro: Silvia Elena, 20 anni, di origine rumena, prostituta, uccisa da un ragazzo di 18 anni, e Lenuta, 31 anni anche lei rumena e prostituita uccisa da un italiano di 52 anni, due precedenti per lesioni gravissime a un’altra lucciola e per il tentato omicidio dell’ex moglie. Donne, ragazze, massacrate da uomini che odiano le donne, che le considerano oggetto di possesso fino al gesto più estremo. Un fenomeno allarmante per le Nazioni Unite: il “femicidio” è la prima causa di morte in Italia per le donne tra i 16 e i 44 anni. Eppure il femicidio è trattato in Italia come un delitto di scarsa pericolosità sociale, quasi fisiologico e inevitabile. Basti pensare che violenze e percosse alle donne, spesso preludio dell’omicidio, sono reati contro la persona perseguiti solo con querela della vittima. Anche per l’informazione, ci sembra ormai che il reiterarsi di questo crimine fa sì che scenda la soglia di attenzione e che il trattamento della notizia sia ormai caduto in un racconto di routine. E colpisce la frequenza con cui si usano, per raccontare questi crimini contro le donne, categorie come “delitto passionale”, “raptus di follia”, “non sopportava di essere lasciato”, o che si leggano titoli come: “l’ex confessa: la amavo più della mia vita”. “Gelosia”, “passione”, “amore” diventano facile movente e persino attenuante. Almeno nella considerazione e condanna sociale. Del resto abbiamo aspettato il 1981 perché le attenuanti previste dal Codice Rocco al delitto d’onore venissero abrogate. Ci chiediamo se la reiterazione, nel linguaggio giornalistico, di queste facili e un po’ trite categorie, non finisca per abbassare la soglia di attenzione dell’opinione pubblica verso un fenomeno sempre più diffuso e che richiede una maggiore consapevolezza e una seria presa in considerazione da parte delle istituzioni. Non si agisce per raptus o peggio per amore: il movente è criminale, non passionale. Chiediamo alle giornaliste e ai giornalisti, nella carta stampata, nelle agenzie, nei telegiornali, nelle radio, nei siti di informazione on line, di aprire una riflessione su quale sia il modo e il linguaggio più appropriato, utile e corretto di riferire di queste drammatiche notizie, senza banalizzare le responsabilità di chi uccide o abusa di una donna. E di trattare il femicidio come fenomeno criminale e culturale nel suo insieme. Noi, da giornaliste, ne sentiamo il bisogno indifferibile per il ruolo importante che l’informazione svolge, o dovrebbe svolgere, nella crescita e nel cambiamento culturale del Paese. E chiediamo che venga rinvigorito, nelle redazioni, lo spirito della Carta di Treviso, il Codice di autoregolamentazione per la tutela dei minori: mostrare il corpo di Sarah Scazzi in fondo al pozzo di zio Michele, come ha fatto il sito del Corriere della Sera, riteniamo non sia cronaca ma scempio. E offesa alla vittima. La crescita esponenziale del  “femicidio” o violenza misogina , impone uno sforzo di responsabilita’ da parte di chi informa, uno sforzo per  raccontare la violenza nella sua complessita’ e diversita’. Nel rispetto delle decine di donne e bambine uccise ogni anno”.

 

Una, dieci, cento fiaccole per Stefania Noce

Stefania Noce

Gli appuntamenti del 26 gennaio per ricordare Stefania Noce, la ragazza siciliana di 24 anni uccisa dall’ex fidanzato il 26 dicembre 2011 e tutti femmicidi che si susseguono a cascata in Italia.

da giulia.globalist.it

Da Catania l’appello: accendiamo migliaia di fiaccole per Stefania Noce e tutte le altre donne
26 gennaio Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania – Monastero dei Benedettini – AULA 2 – ore 16,30 assemblea – ore 18,00 inizio fiaccolata
Alla fine delle fiaccolata, in p.zza Università, verranno letti i nomi delle donne vittime di omicidio di genere del 2011 e del 2012
.
Le donne del gruppo Le Voltapagina e Snoq Catania propongono un’iniziativa per il 26 gennaio 2012 per ricordare l’assurda morte di Stefania Noce e di tutte le altre donne vittime della violenza maschile. Non possiamo accettare che queste violenze siano dimenticate e relegate tra gli effetti della ‘follia umana’. Abbiamo pensato ad una assemblea aperta da tenere presso la facoltà di Lettere di Catania, seguita da una fiaccolata per le vie V. Emanuele, p.zza Duomo, fino a p.zza Università. Chiediamo la partecipazione di tutti i gruppi e le organizzazioni attive nel nostro territorio affinché la morte di Stefania non venga relegata tre le colonne di cronaca nera di quotidiani incapaci anche loro di riconoscere che la violenza sulle donne e il sessismo sono una questione sociale e politica e come tale deve essere affrontata e discussa.
Chiediamo a tutti i comitati sul territorio nazionale di accendere una, dieci, cento fiaccole alle 18,00 del 26 gennaio.

Riempiamo di luce le nostre piazze (SNOQ Milano)
Se Non Ora Quando Milano aderisce, nell’ambito delle iniziative che si terranno in varie città d’Italia il prossimo 26 gennaio, alla fiaccolata contro la violenza sulle donne promossa dal Comitato Se Non Ora Quando di Catania in ricordo di Stefania Noce, 23enne attivista per i diritti delle donne, barbaramente uccisa dal suo ex fidanzato. Stefania partecipava alle iniziative del comitato catanese ed era attiva nel movimento delle donne e in quello degli studenti universitari di Catania.
A Milano l’appuntamento sarà alle ore 18.30 di giovedì 26 gennaio in Piazza Mercanti per una veglia commemorativa.
L’obiettivo è portare all’attenzione della politica, dei media e dell’opinione pubblica quella che a tutti gli effetti ha ormai i numeri e le caratteristiche di un’intollerabile emergenza sociale.
Rapporti e ricerche internazionali ci informano già da diversi anni che l’aggressività maschile è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni in tutto il mondo, e che tale violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche.
La mano che si arma contro una donna è quella di un marito, di un amante, di un padre, di un fratello, talvolta persino di un figlio. Le cause: una separazione, aspettative disattese, equilibri familiari che si vanno modificando, affermazione di ruoli e poteri che si crede minacciati. Nei giorni in cui il Consiglio regionale della Lombardia discute quattro diversi progetti di legge per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere e sui minori, ci sembra assolutamente doveroso riportare il tema della violenza di genere al centro del dibattito pubblico – anche per evitare che la coalizione di maggioranza risolva tutto sempre nello stesso modo, familistico e di “tutela” prima ancora che di prevenzione -, perché non resti un fatto privato o un fatto di cronaca.
Invitiamo tutte/i a portare una candela!
Comitato Se Non Ora Quando Milano

Fiaccolata contro la violenza a Roma (Affi)
L’AFFI Associazione Federativa Femminista Internazionale, invita tutte alla fiaccolata del 26 -1-2012- ore 19,00 a Roma Piazza Santi Apostoli, indetta da Se Non Ora Quando.
La fiaccolata, contro la violenza sulle donne che si svolge in contemporanea in molte città italiane, è l’ennesima manifestazione che siamo costrette a fare contro la violenza sulle donne.
Stefania Noce, la studente, la femminista catanese 23 enne, uccisa dal suo fidanzato è l’ultima vittima del 2011 di una lunga catena di femminicidi che anno dopo anno, in Italia, vedono una donna assassinata ogni 3 giorni.
Vorremmo un mondo in cui non fossimo costrette a manifestazioni come queste.
Movente Criminale non movente Passionale
Uomini che odiano le donne, le uccidono, le violentano, le gettano tra i rifiuti, le sgozzano, tornano a casa tranquilli, dormono, mentono, depistano le indagini, e, una volta scoperti, vengono coperti da certa stampa con la scusa della ” passione” , della “gelosia” persino dell’Amore.
Il 2011 si è chiuso con il femminicidio di Stefania, il 2012 si apre con il femminicidio di Antonella Riotino, sgozzata dal “fidanzato”, prima strangolata e poi fatta rotolare in una scarpata.
Quanto “amore” c’è in questi gesti?
Quanto”amore” c’è in chi esce da casa con un coltello da cucina in tasca? Cosa altro c’è se non odio profondo, rancore, inimicizia?
Verso la “sua” donna, verso LE DONNE?
Una donna ogni tre giorni in Italia viene uccisa da mariti, fidanzati, compagni, amanti, padri, fratelli, amici. Quante altre donne , mogli, fidanzate, amiche , compagne, figlie dovranno essere uccise prima che questa strage – il femminicidio – venga riconosciuto nella sua gravità e dimensione sociale e assuma il rilievo di un fatto politico?
Presidenza Affi
Edda Billi e Irene Giacobbe

Ti strappo i pantaloni, e non è una moda

In Africa, a Lilongwe in Malawi, le forze dell’ordine hanno acciuffato e arrestato una banda che era diventata il terrore delle strade: in 15, tutti uomini, arrivavano, accerchiavano le donne con addosso i pantaloni, sia lunghi che corti, e strappavano i calzoni, anche pantaloncini, lasciando le donne in mutande e portando via gli indumenti strappati. Un’aggressione dettata da motivi politici: alle donne infatti è stato proibito portare i pantaloni fino al 1994, quando cadde il regime dittatoriale del presidente a vita Hastings Kamuzu Banda. Per Davie Chingwalu, portavoce della Polizia nazionale: “Sono cose da retrogradi, un passo indietro rispetto alla democrazia e ai diritti umani. La gente dev’essere libera d’indossare quello che le pare e piace”. Sembra però che le aggressioni delle donne in strada con i pantaloni si stia muovendo verso nord, a Mzuzu, dove ci sono stati casi analoghi a quelli successi a Lilongwe.