Femminicidio: davvero basta una sentenza esemplare?

giunta-toti-su-prevenzione-della-violenza-di-genere-donne-e--20570.660x368

L’altro ieri Muhamed Vapri, 62 anni, ha ucciso con un coltello da cucina la moglie Diana Vapri Kon di 52, con la quale viveva in una palazzina di via Goito a Busto Arsizio: una coppia di albanesi con tre figli maggiorenni che lavoravano e avevano ormai la cittadinanza italiana da anni. I giornali scrivono che probabilmente lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo, come se fosse normale prendere a coltellate una persona che desidera separarsi, mentre giornalisti indefessi continuano a intervistare i vicini i quali descrivono la coppia come affiatata e innamorata, quasi fosse una morte senza un briciolo di logica. Alcune testate riportano anche che non risulta che Diana Vapri Kon abbia mai sporto denuncia verso il marito, una precisazione a cui verrebbe da ribattere: perché, sarebbe servito a qualcosa in Italia?

In questi stessi giorni abbiamo letto che la Corte d’Appello di Messina ha condannato i giudici della Procura di Caltagirone che, ignorando le 12 denunce fatte da Marianna Manduca nei confronti dell’ex marito Saverio Nolfo, hanno concorso alla sua uccisione da parte dell’uomo per “inerzia”: una svista che in Italia potrebbe essere estesa a molte istituzioni che non credendo o sottovalutando la parola delle donne che denunciano una violenza, espongono queste stesse al rischio di ulteriori violenze e anche alla morte. Ma la ciliegina di questa storia è un’altra: sì perché Saverio Nolfo sarebbe stato ritenuto anche un padre modello, tanto da ottenere l’affidamento dei figli da parte del tribunale siciliano. Un uomo che poi ha ucciso la moglie a coltellate.

La responsabilità dello Stato nei confronti non solo di Marianna Manduca ma di tutte le donne, è enorme e riguarda più o meno potenzialmente tutte noi: perché se l’elenco delle donne che sono state uccise malgrado le denunce arrivano al 70% dei femmicidi, nessuno conta le donne che ancora adesso, in questo momento, vengono messe a tacere sulle violenze subite dal partner con il ricatto di non vedere più i figli se non si dimostrano accondiscendenti e collaboranti nel corso di delicate separazioni in cui la violenza domestica non viene riconosciuta dagli stessi magistrati grazie alle valutazioni errate di psicologi e assistenti sociali, intenti a stigmatizzare queste donne come madri malevoli e terribili manipolatrici, pur di salvare l’idea del pater familias. E nessuno conta quante di queste donne, pur di non perdere i figli, vivono una violenza tra le mura di casa in silenzio e nel pericolo costante di essere fatte fuori da chi vive in casa con loro, non per il timore di lasciare il marito ma per la paura di perdere i bambini che potrebbero essere rinchiusi da un giorno all’altro e senza preavviso alcuno, in una casa famiglia o addirittura affidati al padre violento.

Pensare che una grave responsabilità delle istituzioni italiane sia soltanto la negligenza dei magistrati che non hanno valutato il rischio che Marianna Manduca stava correndo, così come quelli che non hanno protetto Elisaveta che si è vista uccidere il figlio mentre la difendeva dai colpi del marito, Andrej Talpis, e per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasbugo, è assai riduttivo di questi tempi.

E allora oggi a cosa serve che Caterina Mangano, Giovanna Bisignano e Mauro Mirenna, abbiano riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, se lo Stato che si macchia di femminicidio non si preoccupa di andare a indagare fino in fondo se stesso e le sue disfunzioni?

A cosa serve la rete tra “tutti gli attori del sistema” per la protezione delle donne – come ha detto Francesca Puglisi (PD), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio al Senato – se prima non si indaga in maniera sistematica e precisa cosa succede tutti i giorni nei tribunali italiani quando una donna cerca di separarsi da un partner violento soprattutto in presenza di figli minori?

Ecco, questo sarebbe davvero interessante da sapere. (Ma di questo, e di molto altro, parleremo domani con gli addetti ai lavori).

Copia di VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE E DEI MINORI