Melito, specchio di un’Italia che non vuole cambiare

Immagine di Anarkikka (autrice Stefania Spanò)

Immagine di Anarkikka (autrice Stefania Spanò)

Il caso di Melito Porto Salvo, in Calabria, dove una ragazza ha denunciato di essere stata stuprata da 8 uomini per due anni consecutivi nel silenzio più totale della famiglia che sapeva e della comunità in cui la ragazza viveva, sta scuotendo le coscienze di un Paese che ogni volta s’indigna per rimanere, o tornare, al punto di partenza.

La ragazza, che ha iniziato a subire stupri dall’età di 13 anni, ha fatto una ricostruzione attenta e dettagliata, come hanno dichiarato gli inquirenti, grazie alla sua lucidità e grazie agli appunti meticolosamente annotati su un taccuino. Ragazza che per anni è stata caricata su un’auto fuori da scuola e portata in luoghi diversi per essere stuprata e fotografata e quindi ricattata nel caso volesse parlare. Ragazza che in un tema ha buttato in mare aperto la sua bottiglia con un messaggio disperato, attirando così l’attenzione di insegnanti che hanno cercato di aiutarla parlando con un madre impaurita e impreparata ad affrontare una vicenda che coinvolge un figlio di un maresciallo, il fratello di un poliziotto e un rampollo della ‘ndrangheta locale.

Una vicenda in cui tutti parlano di orrore, soprattutto per la risposta di questo piccolo paese in cui un parroco invita al silenzio, un altro parla di vittime generiche solidarizzando con gli offender, e un sindaco se la prende con una giornalista che informa dicendo la verità, ovvero che una parte di Melito solidarizza con gli stupratori e parla della ragazza come “una che non sa stare al suo posto”, insomma una poco di buono. Un caso platealmente analogo a quello di Montalto di Castro dove la ragazza fu violentata da quelli che dovevano essere suoi amici, e stigmatizzata con un sindaco e parte della cittadinanza che difendeva i suoi stupratori in quanto “bravi ragazzi che avevano sbagliato”. Un caso, quello di Melito, dove come per il caso di Sara di Pierantonio, uccisa e arsa viva dal suo ex in una strada alla Magliana a Roma, l’indignazione riguardo il silenzio di quei passanti che non si sono fermati malgrado le urla della vittima, è diventato un orrore che si aggiunge all’orrore.

Una premessa necessaria, questa, per capire che quando si parla di violenza contro le donne non serve andare in Calabria per imbattersi nell’omertà e soprattutto non c’è bisogno di spendere parole piene d’indignazione ogni volta che una famiglia viene sterminata da un padre respinto dalla moglie, ogni volta che un adolescente dà fuoco alla fidanzatina che lo lascia, o che una ragazza viene stuprata dal branco e ridotta al silenzio, perché per comprendere l’indifferenza, ma soprattutto il pregiudizio sui comportamenti femminili, basta alzare gli occhi dal proprio naso.

Una nota emblematica, in tutta la storia della ragazza di Melito, è infatti il consiglio che viene dato a Davide Schimizzi, il presunto fidanzato della ragazza che ha dato avvio agli stupri di gruppo, da parte del fratello poliziotto il quale lo invita a negare e a dire che non ricorda nulla, nella più classica delle situazioni: la parola mia contro la tua, che è il sistema più usato nei processi per stupro in cui quasi sempre si cerca di insinuare il dubbio sul consenso della vittima (la mia parola contro la tua appunto), e che è la chiave della rivittimizzazione per cui la donna viene a sua volta processata invece che essere ascoltata e quindi tutelata.

Non è una novella che le donne spesso non denunciano, in un Paese come il nostro in cui il 90% della violenza maschile rimane sommersa, proprio per la paura di non essere credute e di essere giudicate come provocatrici nei confronti dell’uomo. Donne che pur subendo stupri e violenze fisiche per anni a casa propria o dall’ex partner, non vanno a denunciare non solo per ignoranza dell’esistenza di leggi a loro tutela ma proprio perché temono di entrare in un altro incubo in cui non saranno credute in quelle caserme e quegli stessi tribunali dove avrebbero il diritto di andare a cercare protezione. Escluse alcune eccezioni, l’impreparazione delle forze dell’ordine e di molti magistrati sul tema è ancora tale in Italia, che queste donne spesso faticano a essere considerate credibili di fronte a pregiudizi che si basano sia sulla loro condizione di persone traumatizzate da quello che hanno subito (quindi appaiono insicure per la paura di rappresaglie o ancora psicologicamente sotto stress e per questo giudicate poco attendibili), o passate al setaccio per il loro comportamento passato (che tipo di donna sei per non meritarti una violenza maschile? quanto puoi provocare? Lo sapevi che ti poteva succedere, quindi perché non ti sei sottratta?).

Un metro di giudizio, quello della femmina dai facili costumi che si merita una violenza o della donna esasperante che alla fine si ritrova per forza uccisa dal marito, non troppo distante dalla mentalità degli abitanti di Melito o di quelli di Montalto di Castro: casi che non sono poi così isolati. La colpevolizzazione della donna, che in questo caso è rivittimizzazione, è infatti la via più facile da sostenere perché in realtà fa parte di un modo di pensare comune e mai morto in questo nostro convivere, e che quindi non è prerogativa solo di un pesino sperduto della Calabria – un pensiero che ci aiuterebbe a esorcizzare quello che invece può avvenire ovunque – e che impera ancora, sotto forma di pregiudizio più o meno evidente o velato, in quella mentalità profondamente machista che non solo troviamo nelle battute del vicino di casa ma anche in quelle stesse istituzioni che dovrebbero proteggere e intervenire a tutela di queste donne, al di là del loro passato e al di là della loro personalità.

Pregiudizi che sulle donne pesano, ancora oggi, come una scure ferma a mezz’aria sulla testa di noi tutte e che necessita di una vera trasformazione culturale che dia un giusto peso al fenomeno, che cambi la mentalità iniziando a formare adeguatamente tutte le forze dell’ordine presenti sul territorio, tutti i magistrati che si occupano di processi del genere, gli operatori, gli avvocati, ma anche i giornalisti che raccontano e informano, gli insegnanti che educano i ragazzi e le ragazze a un rispetto delle reciproche differenze, e le stesse istituzioni e quella politica che deve essere più presente e più preparata ad affrontare il problema: perché non è possibile che ogni volta si debba sperare nella fortuna di incontrare un poliziotto o un giudice sensibile, o un insegnante che non ha paura di intervenire. Non è più tollerabile dopo tutto questo, non adesso.

Per le ragazze giovani poi il discorso si complica. In una recente ricerca di We World è stato riportato come molti giovani percepiscano la violenza domestica come un fatto privato da sbrigare in famiglia e che le ragazze che subiscono violenza a volte se la cercano per come vanno abbigliate: parole che quindi non vengono solo dalla bocca dei cittadini di Melito e che dovrebbero farci riflettere su quanto sia importante partire dal cambiamento di mentalità fin dalle scuole a partire dagli insegnati stessi. Un clima in cui se una ragazza subisce una violenza fisica o sessuale, evento meno inusuale di quanto si possa credere, non solo faticherà a prenderne consapevolezza, ma non saprà neanche a chi e come raccontare la sua storia senza la paura di essere colpevolizzata per come si è proposta allo sguardo maschile. Eventualità che porta a un silenzio che non è solo una prerogativa di Melito Porto Salvo ma di un’Italia in cui il delitto d’onore è stato abolito nel 1981 e in cui una legge sulla violenza sessuale è passata solo nel 1996, cioè dopo quasi 20 anni e sei legislature in cui si stentava a riconoscere questi reati non più come contro la morale ma contro la persona.

Qui ancora 6 milioni 788 mila donne subiscono nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: 652 mila stupri e 746 mila tentati stupri. A dichiararlo, circa un anno fa, era l’Istat che nella sua nuova ricerca sulla violenza contro le donne in Italia diceva che se i partner attuali o ex erano quelli a commettere le violenze più gravi, il 10,6% delle donne che subivano violenze sessuali avevano meno di 16 anni. A Ferragosto di quest’anno il Viminale ha reso noto che dal 1 agosto 2015 al 31 luglio 2016, le donne uccise sono state 138 su un totale di 398 omicidi: numeri che confermano un andamento analogo a quelli degli anni prima, ovvero che malgrado gli omicidi siano in calo, i femminicidi si mantengono più o meno costanti.

E se è vero che nei giorni scorsi la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi, che oggi ha la delega alle Pari opportunità, ha dichiarato di voler stanziare 19 milioni di euro aggiuntivi per contrastare la violenza sulle donne, ha anche dichiarato di aver scoperto che “quasi 10 milioni dei 31 messi a disposizione lo scorso biennio da Stato e Regioni non sono stati utilizzati”: un’affermazione sconcertante se pensiamo a quanti centri antiviolenza sono con l’acqua alla gola o addirittura stanno per chiudere i battenti. Centri che sono essenziali per situazioni come quella della ragazza di Melito in quanto porto sicuro dove approdare per cercare di tirarsi fuori dall’orrore. Centri che sono la chiave non solo per contrastare la violenza maschile ma anche per la prevenzione e quella trasformazione culturale senza la quale non andremo da nessuna parte.

Alla luce di quanto finora detto non c’è dubbio allora che la responsabilità più grande qui non ce l’ha né la madre che ha avuto paura di denunciare e che probabilmente non sapeva dove mettere le mani in un ambiente così chiuso e giudicante, né l’ignoranza di un parroco o la sfacciataggine di un sindaco, ma le istituzioni italiane che hanno messo nel cassetto a marcire l’implementazione del più importante strumento di contrasto e prevenzione contro la violenza sulle donne, che è la Convenzione di Istanbul ratificata tre anni fa dal Parlamento italiano. Istituzioni che invece di appoggiare e aumentare i centri antiviolenza, li ha portati in questi anni allo sfinimento favorendo la loro chiusura e rendendo impossibile la loro sopravvivenza. Un Paese così inefficiente che pur leggendo sui giornali di un femminicidio ogni tre giorni ancora oggi non ha avuto il tempo e la voglia di monitorare l’efficacia del Piano Antiviolenza passato con la ex ministra Carfagna, né quindi di mettere in campo il nuovo Piano antiviolenza straordinario che sarebbe il caso di rivedere sulla base dei risultati di quello passato per verificare cosa è meglio fare. Istituzioni che ha nei cassetti del parlamento leggi importanti come la costituzione di una Commissione di indagine per sapere in maniera capillare cosa si è fatto finora e dove sono stati gli sbagli, quali sono i buchi da colmare, e che però sta lì, inerme come lettera morta perché il Paese ha altre priorità.

Se tutto questo non verrà sbloccato, e in tempi brevi, possiamo dire tranquillamente che il parroco, il sindaco e tutti gli abitanti che sostengono gli stupratori della ragazza a Melito, hanno vinto.