Perché diffido dei tribunali dei minori italiani

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Il pezzo del Corriere di ieri che si spertica per sostenere quant’è bello e quanto sia evoluta la struttura che ospita il figlio di Martina Levato è deprimente: sostenere che è in un bel posto “con alberi e verde intorno” come se fosse questo quello che serve a un neonato, sfiora il ridicolo. Quando poi, sempre il Corsera, riporta la psicologa che dice a chiare lettere che un neonato ha bisogno di una persona fissa di riferimento, di ritmi regolari, dell’odore e del sorriso di chi lo accudisce, dicendo addirittura che se questo non viene garantito il bambino potrebbe avere danni irreparabili, il pezzo tocca il massimo livello di ipocrisia, in quanto riferisce come essenziale tutto il contrario di quello che sta succedendo a questo bambino che prima viene tolto alla madre, poi le viene permesso di vederlo, poi le viene ritolto e adesso è in una struttura con figure che sicuramente non saranno di riferimento nella sua vita futura, e che quindi non possono essere stabili, visto che ancora è da decidere a chi sarà affidato e visto che le famiglie dei genitori sono pronte a dare battaglia. A questo punto sarebbe stato più saggio, se davvero la madre non fosse in grado di accudirlo e allattarlo e se veramente l’unica soluzione è l’affidamento fuori dall’entourage familiare, affidarlo anche temporaneamente, ma direttamente e fin da subito, a una famiglia estranea e senza clamore, nell’attesa della conclusione delle indagini per una decisione definitiva: con tutte le famiglie che sono in attesa di adozione è così difficile trovarne una “normale” in grado di sostenere un affido temporaneo e poi eventualmente definitivo?

Ma lo Stato, che si preoccupa degli adulti e della loro sicurezza e non del reale benessere dei bambini, ha preferito la strada peggiore mettendo un bambino di 10 giorni in una struttura (facendoci credere che è la migliore del mondo), con i genitori e i nonni che comunque lo potranno andare a trovare con modalità protette, lasciando quindi che si instauri un legame, dopo averlo prima tolto alla madre subito dopo il parto, poi fatto vedere alla stessa una volta al giorno, con la manifesta intenzione di darlo comunque in affidamento a estranei. Il caso, dato in pasto ai media fin dall’iniziale prelevamento deciso dalla pm di turno subito dopo il parto, è stato messo in piazza con la pubblicazione di stralci della perizia fatta ai due genitori (anche se si tratta sempre di un caso che riguarda un minore) su cui lo show mediatico ha impastato tutto ciò che ci può essere di morboso in una storia del genere, per dare in pasto all’italiano medio tutto ciò che si può supporre su una donna-madre delinquente (anche i criminali hanno dei diritti) esponendola così a un doppio giudizio non solo da magistrati e psichiatri ma da tutta l’opinione pubblica non solo come autrice di un crimine ma come una strega reietta e pericolosa. Un crimine per il quale Martina Levato è stata già condannata in primo grado a 14 anni di reclusione (quindi la giustizia ha funzionato), ma che siccome è stato compiuto da una donna (forse le centinaia di migliaia di donne acidificate nel mondo dagli uomini sembrano più “normali”), che per di più ha osato presentarsi anche come madre, è doppiamente condannabile in quanto mette in imbarazzo le istituzioni e la comunità intera che si trova di fronte a una modello che scardina totalmente lo stereotipo della madre “buona” e rassicurante per una società che non ammette che una donna che ha commesso un reato possa permettersi di mettere al mondo un figlio: un accanimento che sui social ha sfiorato il linciaggio, e che non è emerso invece ,per esempio, per il padre. Un accanimento che ha coinvolto anche chi ha avuto l’ardire di avere un punto di vista diverso, tanto che quando Levato ha chiesto di essere trasferita con il figlio nella comunità di Don Mazzi o in un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri detenute e i loro figli da 0 a 3 / 6 anni), si è sollevato un fango anche verso la comunità di Don Mazzi e verso la sua persona.

Il tribunale dei minori di Milano, che ha collocato il bambino in istituto e rispedito la madre a San Vittore, è ora in attesa di valutare il nucleo familiare entro il 30 settembre. Intanto Alexander Boettcher, il padre del piccolo che ha riconosciuto il figlio, ha dichiarato di pentirsi “del proprio passato stile di vita”, di partecipare “al dolore delle vittime di quegli atti che, seppure in parte, sono anche a lui attribuiti” e quindi di volersi far carico delle “responsabilità di padre nel modo più completo possibile”, fino al punto di far trapelare l’intenzione di sposare Martina, ma nessuno si è indignato e ha sparato a zero contro un uomo che marchiava le sue amanti con le sue iniziali sul loro corpo. Forse perché a per un uomo-padre non si pretende quello che invece si esige per una donna-madre.

Per il bambino sottratto-non sottratto quello che si prospetta è quindi trovarsi al centro di una battaglia legale, con i traumi che questo comporta, anche grazie a una serie di scelte contraddittorie da parte delle istituzioni, al di là del fatto che i genitori siano davvero “irreversibilmente” inadeguati: il piccolo non verrà allattato dalla madre (anche se è un diritto del bambino) ma potrà incontrare i genitori e i nonni con incontri protetti sebbene l’intenzione sia quella di darlo in affidamento a estranei, e nel frattempo sarà in una struttura a tempo indeterminato fino a una soluzione definitiva. Una situazione in cui comunque si rafforza il legame familiare, anche se con genitori reietti, per poi probabilmente portarlo altrove. Tutto ciò che senso ha?

I tribunali dei minori, in tutta Italia, sono stati al centro di polemiche per la mole dei bambini che vengono tolti ai genitori anche quando non ci siano motivi gravi (non è questo il caso ovviamente) ma solo per indigenza, per cui invece di dare sostegno economico alla famiglia si preferisce dare in affido i piccoli a case famiglia che per un bambino percepiscono dai 3.000 ai 6.000 euro al mese; o di bambini che vengono tolti alle madri quando la donna cerca di separarsi, denunciando il marito maltrattante e chiedendo l’affido esclusivo in presenza di violenza domestica. Bambini che possono essere affidati a estranei anche quando c’è un genitore accudente e presente, o addirittura possono essere collocati presso il genitore denunciato per maltrattamenti in quanto in realtà “alienato” da una madre malevola: e questo sulla base di Ctu di psicologi e psichiatri di cui si servono questi stessi tribunali, e che prendendo in prestito l’alienazione parentale (conosciuta come PAS e poi adesso riciclata come AP), dichiarano l’inadeguatezza di genitori o più spesso di una madre, con formulazioni dubbie e discutibili, e sulla base di una teoria dichiarata fasulla dal Ministero della salute italiano e bandita da organizzazioni internazionali in Paesi in cui ha provocato sfaceli. Perizie su cui i giudici dei vari tribunali dei minori italiani prendono decisioni a occhi chiusi e senza incidente probatorio, e che ormai hanno fatto scuola in tutta Italia: situazioni dove le madri vengono descritte come malevole, inadeguate, nevrotiche e pericolose anche quando non hanno commesso nessun reato ma stanno cercando di proteggere un figlio dalla violenza domestica e da un marito/padre maltrattante e/o stalker.

Per motivi molto meno gravi di quelli descritti nel caso Levato-Boettcher, si trovano oggi in casa famiglia una bella fetta dei circa 30.000 bambini che transitano in istituti, collocati in strutture con una facilità allarmante.

Chi non ricorda il piccolo di Cittadella trascinato all’uscita da scuola dal padre e dallo psichiatra per essere collocato in una casa famiglia dopo che il tribunale dei minori aveva imputato alla madre, in base a una perizia psicologica basata sull’alienazione parentale, il fatto che bambino non voleva stare con il padre preferendo rimanere a casa con la mamma? Un caso in cui è stata la stessa Cassazione a nominare la Pas come una teoria da non prendere in considerazione nei tribunali. Grazie alle perizie che giudicano madri malevoli in base all’alienazione parentale, i bambini di Donatella Cipriani che furono prelevati dai servizi sociali terrorizzati mentre uscivano da scuola due anni fa e che sono rimasti in casa famiglia per 18 mesi, sono stati affidati al padre “alienato” proprio grazie alle perizie di psichiatri favorevoli alla Pas e in cui si sosteneva che in base all’alienazione parentale la madre aveva allontanato l’uomo, da cui si era separata per le violenze subite e denunciate in sede penale: Cipriani che per aver denunciato i maltrattamenti e per essersi separata da lui, oggi si ritrova con un procedimento in penale (lei) per calunnia verso l’ex compagno ed è costretta a incontri protetti se vuole vedere i figli.

Ma non ci sono solo minorenni. Francesca Leonardo, ragazza parzialmente disabile capace di intendere e di volere di 23 anni (e quindi non minorenne), è stata prelevata da casa sua dove viveva con la madre a Tuscania e portata a forza in una casa famiglia in Umbria con un decreto del tribunale di Viterbo che sulla base di una perizia psichiatrica, redatta a seguito a un ricorso del padre e malgrado Francesca avesse scelto nella maggiore età di vivere stabilmente con la madre, che ha deciso di allontanare la ragazza dalla casa materna contro la sua volontà. E questo sempre sulla base di un supposta alienazione parentale di cui la mamma sarebbe responsabile di fronte a una figlia maggiorenne e in grado di decidere sebbene disabile. Un caso su cui sono state fatte ben due interrogazioni parlamentari rivolte al ministro della giustizia, al senato dalla vicepresidente Valeria Fedeli e un’altra da parte di Sel, che non hanno avuto risposta concreta, dato che la ragazza è ancora rinchiusa in casa famiglia.

Che fiducia si può avere allora in uno Stato che si comporta così? che affidamento si può avere verso i tribunali dei minori italiani che permettono a perizie psichiatriche e Ctu di dubbia valenza in quanto basate su teorie fasulle, malsane e non riconosciute, di poter decidere prelevamenti di bambini anche in presenza di genitori accudenti, collocandoli in case famiglia i cui guadagni non sono verificati né controllati da nessuno?

Eppure questo non fa notizia, su questo non indaga nessuno, meglio mescolare nel torbido di una storia da Grand Guignol, qualunque essa sia.

Martina Levato: come la comunità punisce una cattiva madre (ovvero madre cattiva)

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Martina Levato

Sul caso di Martina Levato, la 23enne condannata a 14 anni per aver acidificato un uomo insieme al suo compagno, Alexander Boettcher, e che a ferragosto ha partorito un bambino, sono stati versati in questi giorni fiumi d’inchiostro. Il caso, di cui non parlava più nessuno, è tornato a far discutere dopo che la pm Annamaria Fiorillo ha separato dalla donna il piccolo, adottando “provvedimenti urgenti e di prassi”. Il piccolo è stato affidato al Comune di Milano con la nomina di un tutore, in attesa di aprire un’istruttoria sull’adozione. Il bambino è stato tolto alla madre subito dopo il parto e questo è stato ritenuto da alcuni un atteggiamento disumano e da altri una tutela nei confronti del piccolo nella convinzione che in questo modo possa avere una vita migliore, dato che la madre è stata dichiarata una borderline pericolosa. I magistrati hanno giudicato con la frase “irreversibile inadeguatezza” non solo i genitori, ma anche l’intero contesto familiare, soprattutto i genitori di Boettcher, mentre le psichiatre Erica Francesca Poli e Marina Carla Verga hanno escluso qualsiasi forma di incapacità di intendere e di volere dei genitori, anche parziale, sebbene abbiano confermato l’inadeguatezza genitoriale. In particolare la pm Fiorillo ha chiesto che il bambino sia adottato da una famiglia scollegata dalla vicenda specificando che “il neonato venga dichiarato in stato di abbandono per totale e irreversibile incapacità e inadeguatezza del padre e della madre a svolgere funzioni genitoriali”; mentre Martina Levato ha chiesto oggi di essere trasferita con il figlio nella comunità di Don Mazzi o in un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri detenute e i loro figli da 0 a 3 / 6 anni), come le è consentito dalla legge italiana (legge su cui ancora adesso le associazioni che lavorano con i bambini in carcere con le mamme, chiedono modifiche per l’inadeguatezza delle norme apportate alcuni anni fa). Per ora il Tribunale dei minori ha deciso comunque che Martina potrà vedere e allattare il suo bambino una volta al giorno sotto controllo. Decisione provvisoria perché il piccolo sarà dato in affidamento o ai nonni (materni o paterni) oppure a una famiglia estranea.

Il fatto interessante che riguarda questa delicata vicenda è stato che il centro della discussione è stato per lo più su come deve essere una “madre”: chiunque si è preso la briga di giudicare come sia “cattiva” una cattiva madre e come deve essere invece una buona madre, sparlando anche di istinto materno, mentre parlando di superiore interesse del bambino ci si è avventurati in sproloqui senza conoscere né cosa consente la legge italiana, né dei rischi che questo bambino corre sia nel caso di possibile adozione (per esempio parcheggiato in istituti) sia nel caso di permanenza dei primi anni di vita in carcere con la mamma, e di come attualmente quella stessa legge che dovrebbe tutelare madri detenute con bambini piccoli in Italia, sia ancora carente in Italia. Cioè non si parla del caso, ma di quanto sia brutta e cattiva questa Martina Levato che essendo una reietta si è anche permessa di mettere al mondo un figlio. Al di là della storia, brevemente riassunta qui, è interessante quindi osservare l’accanimento dei media e degli “opinionisti” verso una donna che in quanto madre colpevole di un crimine (senza nulla togliere a quello che ha fatto per cui è stata già condannata a scontare 14 anni di prigione), diventa stigma del male assoluto: un trattamento che allo stesso livello diciamo di reato, non è neanche immaginato per gli uomini. Quante donne vengono sfigurate, torturate, stuprate nel mondo da uomini senza che sulla base di questo reato venga pesata la loro capacità di fare il padre? Di rado viene giudicata la capacità genitoriale di un uomo su questo, in quanto non è ritenuto probabilmente importante per la comunità.

Per questo pubblico (con il suo consenso) la lettera di Ilaria Boiano, avvocata di Differenza Donna, che spiega in maniera precisa e dettagliata lo stigma che colpisce le donne che delinquono, compresa Martina Levato.

Grazie


Il doppio standard e il principio di legalità che salta quando a delinquere sono le donne

di Ilaria Boiano

 

Le rappresentazioni delle donne nella nostra società rimangono molto limitate: alle donne proposte come oggetto sessuale si contrappone l’immaginario della donna accudente e madre “in essenza”.

Uscire da questo dualismo significa deviare dalla norma, una deviazione che per il sentire comune sembra ancora meritare una pena (anche solo sociale) più afflittiva: se le donne non accettano passivamente il ruolo di oggetto sessuale, ma si pongono come soggetto attivo e desiderante, allora si presume che vadano in giro in uno stato di consenso costante all’attività  sessuale e dunque la loro parola diviene “non attendibile”.

Anche rifiutare la maternità, o solo modificarne l’articolazione tradizionale, comporta una stigmatizzazione delle donne che provano a reinventarsi. L’idealizzazione della maternità ha cominciato ad essere scalfita da quando le donne non sacrificano più la propria dimensione esistenziale, e la propria vita nei casi di violenza maschile, sull’altare della “sacra famiglia”da tenere unita, ma scelgono di percorrere la strada della libertà e della realizzazione personale: la punizione sociale per aver rotto i vincoli familiari è la rappresentazione come ex moglie avida e vendicativa o “madre alienante”.

Se poi le donne sono pure straniere e per di più senza risorse, perché tali non sono considerati il coraggio e la determinazione che hanno consentito la fuga da persecuzioni e violenze e la realizzazione del progetto migratorio, il diritto alla piena realizzazione personale, anche attraverso la maternità, è fortemente compromesso da strutture sociali che, in luogo di “rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della personalità”(articolo 3 Costituzione italiana), ne producono di nuovi e spesso insormontabili che negano i più basilari diritti, compreso il diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8 CEDU).

Infine, la deviazione diviene socialmente intollerabile se le donne commettono reati: alla rappresentazione di uomini colti da raptus o criminali“per professione”, si contrappone l’immaginario di donne criminali promiscue,fredde dal cuore spietato, soggetti ‘doppiamente devianti’ dal comportamento innaturale perché non solo hanno infranto la legge, ma hanno anche trasceso le norme sociali e le aspettative connesse ad un comportamento femminile accettabile.

La prevalenza di queste narrazioni delle donne ci parla di una società ancora refrattaria al principio di uguaglianza sia sul piano sostanziale su quello formale.

Ancorala legge non è uguale per tutte: dalla lettura di recenti sentenze in materia di violenza sessuale, ma anche dei provvedimenti in materia di responsabilità genitoriale,  sempre di più ratifica delle conclusioni dei “professionisti della genitorialità”, con buona pace dei principi di terzietà e imparzialità della funzione giurisdizionale, emerge immediatamente come il senso comune intriso di convincimenti ingiustificati e narrazioni discriminatorie che ruotano intorno al sesso e ai ruoli di genere guidi anche il ragionamento giuridico con esiti in palese violazione dei diritti fondamentali.

Diviene secondario così verificare se quanto stabilito dalla legge, sia a livello sostanziale sia a livello procedurale, caso per caso sia stato rispettato.

Dinanzi alla vicenda del figlio di Martina Levato, per il quale, come è noto, è stato disposto l’allontanamento immediato dalla madre al momento della nascita ed è stato aperto un procedimento di adottabilità dinanzi al Tribunale per i minori di Milano a seguito di ricorso del PM, questione da considerare in uno Stato di diritto,prima di ogni considerazione, per altro intrisa di retorica, sull’importanza del primo contatto madre-figlio o della forza “rieducativa” dell’esercizio della maternità per una donna condannata, ancora non in via definitiva, per reati gravi, è se le autorità hanno agito nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della donna in stato di privazione della libertà personale, cioè nelle mani dello Stato.

Oggetto di vaglio dovrà essere quindi l’apparato motivazionale dei provvedimenti delle autorità al fine di assicurare, insieme all’interesse e benessere del bambino, che qualsiasi decisione assunta non sia fondata su pregiudizi e rappresentazioni discriminatorie.

In particolare,ciò che desta più perplessità nella vicenda di Marina Levato, almeno in base alle informazioni rese note dai media, è l’immediato allontanamento del neonato dalla madre dopo il parto: giustificato con la finalità di tutelare il benessere psicofisico del minore, ritenuto a rischio in caso di allontanamento successivo, tale atto appare di fatto un arbitrio commesso ai danni di una donna privata della libertà personale, atto per di più eseguito prima ancora dell’avvenuta notifica del provvedimento di allontanamento alla diretta interessata, che ha provocato sofferenza e dolore di tale gravità da configurare un trattamento inumano e degradante vietato dall’articolo 3 Cedu.

Il “superiore interesse” del minore, anziché prevalere, finisce così per cedere il passo innanzi alla pretesa punitiva dello Stato, pretesa punitiva che si è manifestata al di fuori dei limiti stabiliti dalla legge e in modo esacerbato perché l’interessata dal provvedimento ha violato non solo la legge, ma una norma sociale di genere:Marina Levato è doppiamente colpevole per il delitto commesso perché donna e dunque ancora più esemplare deve essere la reazione pubblica.

Dato di fatto, che conferma la natura discriminatoria per motivi di genere dell’allontanamento del neonato da sua madre, è che la medesima solerzia delle autorità a disporre l’allontanamento dal genitore non si rileva quando sono le donne a segnalare comportamenti pregiudizievoli dei padri ai danni dei figli minori: in questi casi, l’argomentazione con la quale si giustifica la mancata adozione di misure di protezione dei minori è che gli eventuali comportamenti violenti commessi nei confronti di terzi (magari proprio della ex compagna madre del proprio figlio) non può essere di per sé ritenuto indice di inadeguatezza genitoriale.

In definitiva, nel nostro ordinamento il principio di legalità è minacciato da un doppio parametro di valutazione che guida l’applicazione della legge in direzione discriminatoria delle donne.

E questo non è solo un problema nostro, di noi donne, ma riguarda la società tutta: quando vacilla il principio di legalità, è a rischio la libertà di tutti e tutte.