Denim Day contro la violenza sulle donne: oggi racconto perché non ho denunciato

dal Manifesto

Anar­kikka per #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimday

Anar­kikka per #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimday

Oggi è il Demin Day, la gior­nata isti­tuita 15 anni fa dall’associazione “Peace Over Vio­lence” in rispo­sta alla sen­tenza della Cas­sa­zione che in Ita­lia assolse un uomo dallo stu­pro di una ragazza per­ché indos­sava un paio di jeans. E in que­sta gior­nata lan­ciamo la sfida di pub­bli­care arti­coli con lo stesso titolo: “Per­ché non ho denun­ciato” e comin­ciamo facen­dolo in prima per­sona sui blog del “Fatto”, “Il Mani­fe­sto” e del “Cor­riere”. L’iniziativa è pro­mossa da un gruppo di gior­na­li­ste (Luisa Pron­zato, Nadia Somma, Luisa Betti) che invi­tano tutte le altre, gior­na­li­ste e blog­ger, a fare pro­prio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a rac­con­tarsi rispon­dendo a “Per­ché non ho denun­ciato”? Hanno già ade­rito all’iniziativa i blog di Anar­kikka (che rin­gra­ziamo per aver dise­gnato l’immagine di oggi), “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, “Lip­pe­ra­tura” di Lore­dana Lip­pe­rini e “Gen­der, genere, genre… ma non solo” di Rita Ben­ci­venga. Rilan­ce­remo, e chie­diamo di rilan­ciare, per tutta la gior­nata, pro­se­guendo anche nei giorni suc­ces­sivi, gli arti­coli e le sto­rie che segui­ranno a que­sto appello con l’hastag #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimDay.


Oggi ci metto la fac­cia nel vero senso della parola, per­ché quell’occhio nero me lo sono por­tato in giro per più di una set­ti­mana senza bat­tere ciglio. Certo, con un paio di occhiali grandi e con grosse lenti nere, potevo coprire tutto l’occhio ma quando me li toglievo, si vedeva che era un bel caz­zotto dato in fac­cia. Un caz­zotto che non mi andava né su né giù, ed è per que­sto che anch’io, donna riso­luta, sicura di me, e con un bel baga­glio alle spalle, a mia madre che mi chiese: cosa hai fatto? Risposi: ho bat­tuto a uno spi­golo. Una rispo­sta che non avrei mai imma­gi­nato di dare, e che mi uscì quasi spon­ta­nea dalla bocca, come quelle frasi fatte che non rie­sci a fer­mare men­tre ti escono auto­ma­ti­ca­mente con un rapido movi­mento delle labbra.

Ma come, pro­prio io?

Sì, pro­prio io.

Il rodi­mento misto a umi­lia­zione però non era tanto quel livido che rovi­nava l’estetica del mio bel visino quanto il dover ammet­tere che il mio com­pa­gno, che subito dopo è diven­tato ex, era que­sto e che ero stata anni con un tizio che in realtà era un’altra per­sona: ma come, pro­prio a me? (mi doman­davo). Sì cara, pro­prio a te (mi rispon­devo). Per­ché quel livido sul viso era la dimo­stra­zione tan­gi­bile che mi ero sba­gliata, che la per­sona con cui avevo con­di­viso una parte impor­tante della mia vita era que­sto, e che io, pro­prio io, per que­sto abba­glio (come se fosse una mia respon­sa­bi­lità), ora mi ritro­vavo anche con un occhio pesto che mi ver­go­gnavo a mostrare e che mi ricor­dava quell’errore (sem­pre mio) ogni volta che mi guar­davo allo specchio.

Era tanto tempo fa, e ancora non avevo fatto tutto il per­corso che ho fatto dopo, ma cer­ta­mente avevo gli stru­menti per capire che quella vio­lenza era solo la punta dell’iceberg di un’altra vio­lenza che andava avanti da tempo, da molto tempo. Una vio­lenza sot­ter­ra­nea, sub­dola, che era scop­piata in vio­lenza fisica solo a corol­la­rio di anni di pres­sione psi­co­lo­gica che per gli addetti ai lavori ha un nome e si chiama: gaslighter (que­sto invece l’ho sco­perto dopo).

Essere vit­tima di gaslighter non è una cosa che si rac­conta facil­mente, per­ché quando ti guardi indie­tro, ti chiedi: come ho fatto a uscirne? Stare den­tro una rela­zione in cui il part­ner altera la realtà che vivete fino a farti cre­dere che la vera realtà è quella che lui costrui­sce per non ammet­tere una per­so­na­lità distorta, ti fa diven­tare pazza (o quasi) e ti fa vivere in un mondo com­ple­ta­mente alte­rato. Tu non vedi più nulla e la tua ricerca costante è solo la veri­fica delle tue sen­sa­zioni, del tuo piano di realtà, in un con­te­sto in cui la per­sona che vive con te, e ti cono­sce, mani­pola con­ti­nua­mente tutto quello che vi cir­conda fino a desta­bi­liz­zarti completamente.

Gaslighter deriva dal titolo di un film, “Gaslight” diretto da Georg Cukor nel 1944, dove un marito cerca di por­tare la moglie alla paz­zia mani­po­lando l’ambiente e in par­ti­co­lare le luci a gas abbas­sate con­sa­pe­vol­mente da lui: cosa che la moglie nota ma che lui insi­ste essere solo frutto dell’immaginazione di lei che comin­cia così a dubi­tare di se stessa. Per la let­te­ra­tura “Lo scopo del com­por­ta­mento di gaslighting, comune alle tre cate­go­rie di mani­po­la­tori, è ridurre la vit­tima a un totale livello di dipen­denza fisica e psi­co­lo­gica, annul­lare la sua capa­cità di scelta e respon­sa­bi­lità”. Il gaslighter, che mette in atto la mani­po­la­zione men­tale, “fa cre­dere alla vit­tima di vivere in una realtà che non cor­ri­sponde alla realtà ogget­tiva e mina alla base ogni sua cer­tezza e sicu­rezza: in sostanza agi­sce su di lei un vero e pro­prio lavag­gio del cervello”.

Ed era pro­prio così, per­ché dopo anni di alta­lene emo­tive e di simu­la­zioni, nel momento in cui il suo imma­gi­na­rio piano di realtà è venuto a galla, e io ho capito che c’era qual­cosa che mi sto­nava mal­grado la sua fer­rea inten­zione di impor­melo, tutto è scop­piato. Fino a quel caz­zotto arri­vato pro­prio nell’ennesimo ten­ta­tivo, suo, di farmi pas­sare per matta, a me, e nel voler affer­mare la sua pre­tesa di farmi cre­dere una realtà com­ple­ta­mente inven­tata, ancora una volta, alla quale io resi­stevo con tutte le mie forze per­ché, appunto, non ero scema.

Per essere più chiari, in una dina­mica di vio­lenza psi­co­lo­gica, il gaslightingattra­versa tre fasi:

1) Incre­du­lità in cui la vit­tima non crede a quello che sta acca­dendo né a ciò che vor­rebbe farle cre­dere il suo “carnefice”.

2) Difesa in cui la vit­tima ini­zia a difen­dersi con rab­bia e a soste­nere la sua posi­zione di per­sona sana e ben “pian­tata” nella realtà oggettiva.

3) Depres­sione dove la vit­tima si con­vince che il mani­po­la­tore ha ragione, getta le armi, si ras­se­gna, diventa insi­cura ed estre­ma­mente vul­ne­ra­bile e dipendente.

Io mi sono fer­mata alla seconda, anche se ero a un sof­fio dalla terza, e mal­grado ciò per uscirne fuori com­ple­ta­mente sono stata costretta ad allon­ta­narmi per anni dal mio mondo di rela­zioni sociali, dai miei rap­porti, da amici e anche dal mio ambiente di lavoro (con danni seri alla mia vita).

La psi­co­loga Mar­tha Stout sostiene che “i socio­pa­tici usano fre­quen­te­mente tat­ti­che di gaslighting”: “per­sone che tra­sgre­di­scono coe­ren­te­mente leggi e con­ven­zioni sociali” e che “sfrut­tano gli altri”. In buona sostanza “bugiardi cre­di­bili e con­vin­centi che negano coe­ren­te­mente ogni misfatto”: un ritratto per­fetto del mio ex che per anni ha simu­lato un’altra per­sona in un rap­porto a due e in maniera dav­vero con­vin­cente, da grande attore. Una simu­la­zione che gli rie­sce così bene da con­vin­cere chiun­que, me com­presa, che si tratta di per­sona affi­da­bile, seria, con la testa sulle spalle, mal­grado die­tro que­sta fac­ciata ci sia ben altro. Un vero inso­spet­ta­bile (come sono molti offender).

Altri autori riten­gono che in certe forme di com­por­ta­menti abu­santi e mal­trat­tanti, il per­pe­tra­tore pre­senti il pro­filo di un “per­verso nar­ci­si­sta”. Eiguer (1989) defi­ni­sce il per­verso nar­ci­si­sta come “colui che influen­zato dal suo Io gran­dioso, cerca di sta­bi­lire un legame con un altro indi­vi­duo attac­can­dosi in par­ti­co­lar modo alla sua inte­grità nar­ci­si­stica per disarmarlo”.

Per l’esattezza esi­stono tre tipo­lo­gie di gaslighter:

il mani­po­la­tore bravo ragazzo che si pro­pone come attento e pre­mu­roso nei con­fronti della sua vit­tima, ma che in realtà agi­sce col solo intento di sod­di­sfare i suoi bisogni.

Il mani­po­la­tore affa­sci­nante che uti­lizza tutte le sue dote sedut­tive per influen­zare ed infine imporre il pro­prio ascen­dente sulla vittima.

L’inti­mi­da­tore che a dif­fe­renza dei pre­ce­denti ha un com­por­ta­mento più diretto.

Il mio ex era una via di mezzo tra il primo e il secondo.

Per­ché non ho denun­ciato uno così pericoloso?

I miei amici e le mie ami­che, ai quali mostravo senza ver­go­gna quell’occhio nero e che sape­vano tutta la sto­ria, mi dice­vano: ma per­ché non lo denunci? Lo devi denun­ciare, quello è un mani­po­la­tore, un ego­cen­trico peri­co­loso, un simu­la­tore, un per­verso, e chissà dove ci arriva e quanti danni farà (parole pro­fe­ti­che). Era vero, potevo denun­ciarlo ma poi si sarebbe tolto di torno? Que­sto qui (pen­savo) mi per­se­gui­terà per sem­pre e userà la denun­cia per rima­nermi alle costole men­tre io non lo voglio più vedere, io voglio uscire da que­sta sto­ria per­ché mi sta dan­neg­giando e la pros­sima volta, altro che caz­zotto. Uno che ti aspetta sotto casa per sei ore con­se­cu­tive e tu non puoi nean­che andare a fare la spesa, uno che ti si mette con la mac­china sotto il can­cello di casa a notte fonda per bloc­carti quando torni da un viag­gio, o che chiama i pom­pieri e ti fa rom­pere la fine­stra per entrare in casa tua men­tre non ci sei, non è uno che molla facil­mente. Uno stal­ker non molla la sua preda così e appro­fitta di qual­siasi appi­glio per rima­nere aggrap­pato. E poi, il caz­zotto e l’occhio nero erano lì, ma le ferite della vio­lenza psi­co­lo­gica, che sono quelle che pro­cu­rano più danni, come fai a dimo­strarle? come fai a denun­ciarle? Dovrai rac­con­tare tutti que­gli anni di sup­pli­zio, per avere cosa? Giu­sti­zia da qual­cuno che nean­che sa cos’è la vio­lenza psi­co­lo­gica? E che magari potrebbe anche pen­sare che quel caz­zotto te lo sei cer­cato? Qui se non arrivi mas­sa­crata in tri­bu­nale nean­che ti guardano.

Que­sto era quello che risuo­nava nella mia testa, que­sto è quello che ho fatto.


Ade­sioni all’appello #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimDay.

Gior­gia Vez­zoli su “Vita da stre­ghe

Cri­stina Obber su “Non lo fac­cio più

Claudia Sarritzu su Globalist.it

Giulia Vola su Magazine delle Donne

Angela Gennaro su Huffington Post

Silvia Vaccaro su Noi Donne

Alberta Ferrari su L’Espresso

Paola Bevilacqua su Padova Donne 

Vittoria Camboni Candeloro sul Movimento per l’Infanzia

 

 

Oggi difendo un uomo

Antonio Cipriani

Nel mio lavoro non ho fatto che difendere donne e bambini raccontando ingiustizie e violazioni, descrivendo storie, leggendomi fascicoli giudiziari, proposte di leggi, per tradurre e informare. Ho difeso, preso posizione senza paura di essere giudicata “non oggettiva”, mi sono battuta, ho ascoltato donne che mi bussavano alla porta perché disperate nell’incubo di una vita accanto a un marito violento, dando voce ai soggetti più esposti alla prepotenza di un potere a volte nascosto dietro volti rassicuranti.

Oggi però vado in controtendenza, e anche se non ho mai preso posizione per difendere un uomo, questa è un’ottima occasione per farlo. E a offrirmela è un amico e collega, un uomo che stimo per la sua trasparenza, serietà, umanità profonda. Un uomo che potrebbe essere d’esempio a molti altri e che oggi rischia il carcere per aver lavorato e diretto un giornale che, una volta fallito, ha scaricato sui giornalisti tutte le responsabilità. Lui è Antonio Cipriani, giornalista dell’Unità che ha diretto L’Ora di Palermo per passare poi alla direzione di E-Polis, e che nel 2011 ha lasciato DNews per fondare la piattaforma The Globalist Syndication diretta dal fratello Gianni Cipriani.

Ma come può un giornalista serio che non ha mai fatto torti a nessuno e non ha mai fregato 100lire, rischiare il carcere? Ce lo spiega lo stesso Antonio che su Globalist.it ha raccontato la sua storia (riportata per intero qui sotto) cercando di riassumere i fatti e il suo stato d’animo. “Nel 2011- scrive Antonio – E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento  ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un’enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto”.

Oggi Antonio non ha più risorse e non potendosi più permettere un avvocato, viene aiutato dagli amici, ma non basta perché davanti a lui ha la prospettiva di una condanna in penale e di una carcerazione: “Senza nessun editore alle spalle – racconta – senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere”. Un uomo contro tutto, un caso dal sapore kafkiano che improvvisamente diventa realtà ma che sembra scaturita da uno dei peggiori incubi di un pazzo. Un caso assurdo in cui Antonio viene scaraventato da un giorno all’altro, e dove è costretto a correre dietro la propria libertà, un caso dove “gli effetti di un fallimento, di azioni in alcuni casi non proprio limpide degli editori, ricadono sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi”. Fino ad arrivare all’epilogo, dove Antonio, stremato nel fisico e nella psiche nonché prosciugato nelle tasche, non riesce a difendersi dall’ennesima accusa, quella di omesso controllo: un’accusa per la quale oggi rischia la prigione: “Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta), è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato. Così è”.

Ma il paradosso non finisce qui, perché dopo una vita scoperchiata per aver lavorato come direttore di un giornale andato a gambe all’aria, dopo essere stato lasciato solo nel momento della resa dei conti, oggi Antonio rischia la galera proprio mentre nelle aule del parlamento è in discussione la riforma della legge sulla diffamazione che dovrebbe mettere fine alla carcerazione per i giornalisti: una pena abnorme per chi fa questo mestiere, e può anche rimanere vittima di querele intimidatorie per quello che scrive (anche quando si tratta della verità), soprattutto se pensiamo all’impunità che in Italia imperversa verso offender sulle donne e verso maltrattanti e abusanti sui minori. Ma riuscirà Cipriani a rientrare in una legge che è ancora in discussione in Commissione giustizia? Riuscirà a rincorrere il tempo per avere come premio la sua libertà? In Italia è molto improbabile. E se così non è, per lui non c’è neanche un Presidente della Repubblica che accordi la grazia, come successe al direttore del “Giornale” graziato da Napolitano.

Per questo, e per un senso di giustizia profondo, chiedo a tutti i colleghi e le colleghe di divulgare la sua storia (come già stanno facendo in molti), ma chiedo anche a tutti e a tutte di lanciare appelli pubblici sui social, sulle vostre bacheche facebook e su twitter con l’hastag #LiberAntonio, affinché Cipriani non debba rischiare il carcere per una legge che sta per essere cambiata proprio perché ingiusta.

Grazie


La storia completa da Globalist.it

Il mio caso assurdo di giornalista destinato al carcere

Inserito da Antonio Cipriani il 07/05/2015 alle 22:25 nella sezione

di Antonio Cipriani

Fa un certo effetto aprire una mail e scoprire che contiene un ordine di esecuzione per la carcerazione. Cinque mesi e qualche giorno per aver omesso, come direttore responsabile del quotidiano E Polis, il controllo su un articolo scritto da un giornalista professionista. Questo dice la sentenza del tribunale di Oristano. Cinque mesi da fare in carcere e in subordine – se verranno accolte come spero le richieste della mia difesa – in affidamento in prova al servizio sociale o ai domiciliari.

È solo l’ultimo tassello, per ora, di una storia assurda e travagliata che va avanti da quattro anni. E mi vede ostaggio di una serie di incongruenze nelle leggi che regolano la professione giornalistica, e mi costringe oggi – io in genere schivo e riservato – a prendere carta e penna e a raccontarla. In mio nome e in mia difesa. E in difesa e nel nome di tutti quelli che si trovano nella mia stessa situazione e non hanno alle spalle le corazzate dei media e che questi problemi li vedono sicuramente da un’altra prospettiva.

In sintesi. Ho diretto E Polis (prima Il Giornale di Sardegna e poi Il Sardegna) dall’ottobre 2004 al dicembre 2007. Poi mi sono dimesso a seguito di un cambio di proprietà. Nel 2011 E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un’enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto.

Dal 2011 il mio impegno professionale è stato: difendermi alla meno peggio, farmi aiutare da avvocati amici, evitare il più possibile condanne, cercare di non pagare tutte le spese giudiziarie. Rateizzare Equitalia. Inseguire gli indulti.

Perché ogni processo consta di notifiche per ogni passaggio, quindi di mattinate passate in questura o dai carabinieri, di carte da leggere, di avvocati da nominare, di udienze. Di condanne, più o meno giuste, sulle quali neanche entro nel merito perché si aprirebbe un altro capitolo.

Giustizia del pagare. Senza nessun editore alle spalle, senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere. Perché anche se riesci in tre gradi di giudizio a prevalere, le spese sono talmente alte che quasi conviene accordarsi preventivamente e pagare il riscatto dall’omesso controllo.

Basta moltiplicare trentaquattro processi per la cifra media del costo di un processo (se qualcuno ha avuto la sventura.) per capire che è una partita persa in partenza. E che forse qualcosa si potrebbe anche fare per evitare che la libertà di stampa diventi una questione di reddito e di protezioni. Chi le ha la esercita, chi non le ha meglio se imbraccia il violino.

Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta) è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato. Così è.

Perché la legge è assurda? Perché è assurdo che gli effetti di un fallimento, di azioni in alcuni casi non proprio limpide degli editori, ricadano sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi. Perché è assurdo e anacronistico che un direttore possa controllare riga per riga un intero giornale – nel mio caso 15 per circa 800 pagine uniche sfornate al giorno – brevine e lettere comprese. Ed è anche inaccettabile poi che un direttore debba pagare per errori di professionisti che magari in tribunale hanno capito fischi per fiaschi o in una conferenza stampa hanno sbagliato un reato. Che dovrebbe fare quel direttore? Ogni sera verificare una per una le notizie? Chiamare tutti i tribunali per sapere se è vero che Tizio è stato condannato per corruzione e Caio per rapina?

L’impossibilità di esercitare un controllo del genere su professionisti, che fanno tanto di esame per iscriversi all’Ordine, non rende il reato troppo generico? Omesso controllo di che cosa se il controllo è impossibile? Diverso è il ruolo della direzione nella titolazione, nelle campagne di stampa. Quella è responsabilità diretta, anche penale se incorre in un reato. Peccato che per questo genere di reato sono stato condannato solo una volta, e alla fine la Cassazione ha addirittura stabilito che avevo ragione, che difendevo solamente la libertà di stampa. Peccato che in altri 33 casi mi sono dovuto difendere dall’indifendibile, senza responsabilità dirette sugli eventuali errori. Certo, potevo censurare qualche cronista. Sarebbe stato accettabile? Quando ho bloccato pezzi che contenevano evidenti caratteristiche di diffamazione, sono fioccate le accuse di censura. Figuriamoci.

Chiudo col carcere. Perché mi sembra davvero sproporzionato l’omesso controllo con la condanna al carcere. E in genere assurdo che possa esserci la possibilità del carcere per un reato d’opinione, figuriamoci in un caso in cui le responsabilità personali sono davvero minime. E mi auguro che questa situazione, per certi versi simile a quella di altri colleghi, possa spingere davvero sulla strada di una regolamentazione di questi casi assurdi. E, comunque, si discuta politicamente dei paradossi, delle ingiustizie e del fatto che il carcere per reati giornalistici non è mai un segno di libertà e democrazia.

La fragile difesa di Bongiorno e Hunziker: non era Pas ma Alienazione parentale

d-14-27

Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

Si sono sbagliate, non volevano dire Pas ma Alienazione parentale e chi le ha criticate, non ha capito cosa volevano dire. Questa la riposta di Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno alle critiche sollevate in questi giorni riguardo la proposta di legge che hanno presentato per punire con il carcere chi si macchia di un reato connesso alla Pas, anzi no, all’Alienazione parentale.

La bagarre è scoppiata in seguito alle affermazioni di Hunziker che, invitata da Fabio Fazio in prima serata a “Che tempo fa” domenica 10 maggio, ha parlato della proposta di legge dal titolo “Disposizioni penali in tema di abuso delle relazioni familiari o di affido”, pronunciando chiaramente la parola Pas (Sindrome di alienazione parentale), una malattia dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, assente dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e dall’ICD-10 (Classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati), rifiutata dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, la Società italiana di pediatrial’Ordine degli psicologi della Regione Lazio, la Rete nazionale dei centri antiviolenza (DiRe), e dichiarata pericolosa dal National District Attorneys Association (Istituto di ricerca dei procuratori americani) e dall’Associazione Spagnola di Neuropsichiatri.

Un’intervista, quella di Hunziker, che dopo un articolo apparso su questo blog ha sollevato una massiccia protesta di professionisti, avvocati, psicologi, psichiatri, e soprattutto di tutte quelle madri che denunciando un partner violento si sono viste sottrarre i figli portati in casa famiglia proprio in nome della Pas. Protesta che si è rincorsa e arroventata nei social e che ha culminato con una lettera aperta della Rete delle avvocate dei centri antiviolenza che, ribadendo l’inconsistenza della Pas e chiedendo immediata rettifica a Fabio Fazio e ai vertici Rai, ha chiarito come non solo “Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale (…), nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli”, ma che Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile”.

Casi che sembrano ignorati dall’avvocata Bongiorno e dalla sua socia Hunziker, che insieme gestiscono un’associazione che si prefigge di proteggere queste donne che subiscono violenza: “Doppia Difesa”.

La reazione è stata tale che stavolta è scesa in campo l’avvocata Bongiorno in persona e specificando che anche se Hunziker ha parlato chiaramente di Pas, in realtà loro intendevano un’altra cosa: l’Alienazione parentale. In un’intervista a “L’Espresso” l’avvocata si è dichiarata infatti sorpresa dal fatto che si fosse parlato di Pas. “Ma io non voglio affatto normare la Pas – ha precisato – io voglio normare un abuso”. La Pas, per Bongiorno, “E’ stata citata mentre spiegavamo in generale l’argomento, come una delle varie conseguenze psicologiche sui minori che alcuni sostengono esista”, “una parola che, peraltro, nel testo nemmeno compare”. E per chiarire la loro distanza dalla Pas è apparso anche un comunicato  in cui si dichiara che non solo la loro associazione “Doppia Difesa”, “ha l’obiettivo di combattere la violenza sulle donne e i minori” ma che con questa proposta di legge loro chiedono solo “che sia introdotta una legge sull’Alienazione parentale”.

“Abbiamo letto una serie di critiche a questa ipotesi – scrivono nel testo – e in particolare, ci ha colpito il dibattito, del tutto fuorviante, che si è aperto sulla Pas”, in quanto “Questa proposta non ha alcuna pretesa di normativizzare la Pas intesa come malattia”, specificando anche che molte di queste polemiche hanno banalizzato “un problema reale, che riguarda molte dinamiche familiari, facendo leva su argomentazioni demagogiche”. Quasi come se la violenza sulle donne e i minori che l’accompagnano, ampiamente citate nelle critiche di esperti e soprattutto dalla Rete delle avvocate dei centri antiviolenza, non possano essere considerate testimonianza di un triste spaccato dell’Italia.

Eppure Michelle Hunziker non ha avuto dubbi nel pronunciare la parola Pas e lo ha fatto più volte parlando della proposta di Bongiorno, ovviamente prima che qualcuno le facesse notare che la Pas non esiste. In un’intervista rilasciata a “Chi”, Michelle Hunziker aveva dichiarato che avrebbe presentato, insieme a Giulia Bongiorno, un disegno di legge per “tutelare i minori vittime della sindrome dell’alienazione genitoriale”, mentre sul suo profilo pubblico su Facebook aveva scritto testualmente: “Giulia Bongiorno ed io con DOPPIA DIFESA, abbiamo presentato una proposta di legge che tutela i bambini dalla Pas, sindrome da alienazione parentale”. Ma è proprio in tv e davanti a milioni di telespettatori che Hunziker non ha avuto dubbi nell’affermare che “Quando i genitori si separano – aveva dettoChe tempo fa – il figlio spesso diventa un’arma di ricatto” e che “Non solo il figlio soffre tantissimo perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato, che gli viene una sindrome che si chiama Pas, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.

Nello spiegare la legge quindi una delle promotrici parla più volte e insistentemente di Pas, ovvero di quella sindrome non scientifica e mai provata che ancora gira nei tribunali italiani, soprattutto per provare le false accuse di madri o minori maltrattati. E non a caso, da Fazio, Hunziker parla proprio di padri alienati e del figlio che “non riesce più magari a vedere il papà”, e non la mamma. Perché Hunziker, nella sua semplicità, dice il vero confermando quanto sollevato dalle critiche e spiegato dalle avvocate dei centri.

Ma allora ci chiediamo: è sufficiente cambiare il nome e passare da Pas ad Alienazione parentale per dare una risposta alle critiche?

Lo psichiatra Andrea Mazzeo, che da anni si occupa di difendere i bambini dalla Pas, spiega che tra Pas e Alienazione parentale la differenza è inesistente, perché le due espressioni indicano il medesimo concetto e che cambiare nome alla stessa sostanza è solo un escamotage per sfuggire ai numerosi rigetti: un tentativo già messo in atto negli USA dai sostenitori della Pas e criticato dalla comunità scientifica statunitense. “Non a caso – dice Mazzeo – in un recente articolo su una rivista di psicologia (Psicologia contemporanea, ndr), vengono proposti per la cosiddetta Alienazione parentale i medesimi otto criteri che Richard Gardner, il fondatore della Pas, aveva proposto come sintomi della Sindrome di Alienazione parentale, un dato che dimostra in maniera inequivocabile che si parli della stessa cosa”.

In realtà il concetto di Alienazione parentale è stato prima considerato una grave malattia dei bambini (Pas) e poi, dopo i respingimenti culminati con la dichiarazione del Ministero della salute che nel 2012 la dichiarò una non-malattia, trasformato dai suoi sostenitori da disturbo individuale a disturbo relazionale, ovvero da sindrome a condizione che, sempre secondo Mazzeo, presenta evidenti analogie con il vecchio concetto di plagio, e questo malgrado il plagio sia stato cancellato dall’ordinamento giudiziario italiano nel 1981 da una storica sentenza della Corte Costituzionale in quanto considerata “ipotesi non verificabile nella sua effettuazione e nel suo risultato, né è dimostrabile” – come appunto anche per l’Alienazione parentale. “Ma la cosa secondo me determinate – conclude lo psichiatra – è che non molto tempo fa il Tribunale di Milano ha rigettato la richiesta di una Ctu contenente la Pas in quanto inammissibile (Trib. Milano, sez. IX civ., decreto 13 ottobre 2014, ndr ), così come aveva fatto la sentenza di Cassazione per il caso di Cittadella. Ed è stato più o meno da quel momento che, pur mantenendo tutti i parametri della Pas, i suoi sostenitori l’hanno trasformata in Alienazione parentale. Nominare la Pas è diventato scomodo e così psicologi e psichiatri a volte neanche la nominano nelle Ctu (Consulenza tecnica d’ufficio, ndr) perché l’essenziale è comunque applicarla per allontanare i figli soprattutto dalle madri”.

Madri chiamate “malevoli” che mettendo in cattiva luce il padre attraverso false accuse di violenza domestica o abusi, hanno scientemente allontanato il figlio dal genitore che in questo modo viene alienato: Ctu in cui non si nomina la Pas ma la si applica semplicemente. Un’applicazione massiccia, quella della Pas alias Alienazione parentale, che ha causato e continua a causare allontanamenti dei bambini, prelievi forzosi, collocamenti in case famiglia, affidamenti congiunti in presenza di violenza domestica, senza che nessuno si renda davvero conto che, come hanno ricordato anche le avvocate dei centri antiviolenza, quando il motivo della separazione coniugale è la violenza in famiglia o addirittura gli abusi sessuali sui figli, i bambini hanno il pieno diritto di rifiutare il genitore violento o abusante.

Per la psicologa Elvira Reale, che dirige il Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) e ha fondato lo sportello antiviolenza del pronto soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli, “Non c’è differenza tra Pas e Alienazione parentale se non nel nome e nel fatto, risibile, che non si dà più valore a una sindrome di cui soffrirebbe il bambino ma a una relazione di coppia conflittuale che crea disagio nel bambino”. Reale spiega che, a parte queste differenze, il risultato è lo stesso, in quanto si parte in entrambi i casi dal rifiuto del bambino e lo si definisce immotivato sulla base di un pregiudizio: ovvero che un bambino che rifiuta un genitore è un’anomalia. In questo modo, partendo dal rifiuto, le accuse di maltrattamento del bambino verso un genitore, che è frequentemente il padre, vengono considerate come frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore, di solito la madre, sia che venga chiamata Pas sia che venga chiamata Alienazione parentale sia che non venga nominata affatto.

“L’esito di tutto ciò – conferma la psicologa – è che il bambino diventa inattendibile, per cui le sue parole sono inaffidabili, e data la presunzione di essere stato indottrinato e manipolato, non viene neanche ascoltato e si agisce per suo conto considerando a priori la necessità che sia subito riportato nel rapporto con l’altro genitore che è generalmente un padre accusato di maltrattamenti e violenze, e che ha anche le risorse per agire un’azione giudiziaria pressante. E questo viene fatto in contrasto con tutte le convenzioni e le leggi che tutelano e promuovono il diritto del bambino all’ascolto e a esprimere il suo punto di vista nel processo per l’affido”.

Grazie alla “scuola” fatta dalla Pas in questi anni tra psicologi e psichiatri, la maggioranza delle Ctu in tribunale, che sfornano diagnosi su cui i giudici basano la loro decisione di affido dei bambini, hanno quindi questa impostazione sia che nominino la Pas in via esplicita sia che non la nominino o che la chiamino in un altro modo, perché partono dal considerare la violenza contro le donne come un semplice conflitto di coppia in cui sono le donne a essere altamente conflittuali: non si distingue cioè, per impreparazione, la violenza domestica dalla semplice conflittualità in una coppia che si sta separando. Per la dottoressa Reale se la donna è resistente alla relazione di un partner violento e teme anche per il figlio, “sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima: un passato che non è mai valutato nelle Ctu”.

“Queste consulenze tecniche d’ufficio – continua – non sono quasi mai redatte da esperte di violenza domestica e si rifanno a teorie psicodinamiche o sistemiche relazionali che pongono la responsabilità dei fatti o in vicende individuali infantili, oppure in una relazione di coppia sempre paritaria e collusiva, anche se la violenza invece pone al suo fondamento, come afferma la Convenzione di Istanbul, una disparità di potere tra uomo e donna. Dalla mia esperienza – conclude la psicologa – la Pas o l’Ap viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli. Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa, nei casi di violenza, divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza. La violenza e lo stalking post-separativi hanno quindi come strumento tipico di vessazione l’uso strumentale dei figli sia per screditare la madre, ma anche, e questo lo si trova solo come tratto specifico di un comportamento maschile, come strumento di controllo e mezzo per avvicinare la madre per continuare a maltrattare, ingiuriare, svilire e picchiare la partner”.

Continuare a parlare di Pas o di Alienazione parentale o non nominarla affatto ma sostenerne il meccanismo, è quindi la stessa cosa ed è un incentivo per i padri violenti a continuare con le violenze rimanendo impuniti. Per questo una legge che considera l’Alienazione parentale (questa volta nominata chiaramente da Bongiorno) come base per un reato, sarebbe quindi comunque una legge basata sulla Pas che, oltretutto, rischierebbe di mandare in galera le donne che hanno subito violenza domestica e cercano di tutelare i loro figli.

E questo non perché non esistano separazioni conflittuali in cui i genitori (e non il bambino che deve essere lasciato fuori) non debbano fare un percorso, ma perché in Italia il concetto di Pas o Alienazione parentale, viene purtroppo applicato sistematicamente nei tribunali dei minori e nei tribunali civili a situazioni di violenza domestica non riconosciute nel momento della separazione, e quindi dell’affido, dove il minore è sempre più spesso o dato in affido condiviso, malgrado il padre sia un maltrattante, o prelevato dalla casa in cui vive e rinchiuso in casa famiglia. Questa è la realtà dell’Italia che conta la maggioranza dei casi in questo Paese, e che rappresenta una chiara violazione dei diritti umani, in cui Bongiorno e Hunziker si sono inserite, magari senza saperlo e sicuramente in buona fede.

Come ricordavano le avvocate dei centri antiviolenza, “Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne”. Per questo attendono ancora che la Rai e Fabio Fazio diano la possibilità di rettifica a quanto detto a “Che tempo che fa” da Michelle Hunziker.

Avvocate dei centri antiviolenza contro Hunziker e Bongiorno, chiedono rettifica a Fabio Fazio sulla Pas

 

Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

È diventata un’ondata di proteste, appelli, comunicati, lettere aperte e animate discussioni sui social, quella che è si scatenata a seguito di un articolo pubblicato su questo blog (“Hunziker e Bongiorno chiedono il carcere per chi si macchia di un reato inesistente“) qualche giorno fa. Il pezzo riportava le dichiarazioni fatte da Michelle Hunziker, intervistata da Fabio Fazio domenica 10 maggio, che ha parlato della proposta di legge dell’avvocata Giulia Bongiorno che vorrebbe punire con il carcere chi si macchia di un reato basato su una malattia che non esiste: la Pas (Sindrome di Alienazione parentale). “Quando i genitori si separano – aveva detto Hunziker a Che tempo fa – il figlio spesso diventa un’arma di ricatto, non solo il figlio soffre tantissimo perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato, che gli viene una sindrome che si chiama Pas, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.

Un’affermazione, questa, che ha mostrato quanto la show girl ignori la vera origine e gli effetti della Pas: una malattia, come già ampiamente documentato, mai dimostrata scientificamente, dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, classificata come non utilizzabile nei Tribunali dalla sentenza di Cassazione sul caso del bambino di Cittadella (il minore trascinato davanti la scuola), assente nelle due maggiori classificazioni internazionali dei Disturbi mentali (DSM e ICD), non considerata dall’APA (American Psychological Association), dichiarata pericolosa sia dal National District Attorneys Association (Istituto di ricerca dei procuratori americani) che dall’Associazione Spagnola di Neuropsichiatri, e infine rifiutata in Italia dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, la Società italiana di pediatria, l’Ordine degli psicologi della Regione Lazio e la Rete nazionale dei centri antiviolenza (DiRe), in quanto usata “in maniera strumentale dagli autori delle violenze che fanno leva sulla minaccia di sottrarre i figli per tenere le donne sotto il loro controllo”, sia nei tribunali dei minori che nei tribunali civili, al momento della separazione e della decisione dell’affido dei figli. Un avvertimento sostenuto anche dalle Nazioni Unite quando il Comitato CEDAW ha raccomandato all’Italia nel 2011, di monitorare “nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori”, in cui “possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale (Pas)”.

Un grido, quello della società civile, che si è levato per le dichiarazioni di Hunziker davanti a milioni di spettatori, a sostegno di una proposta, quella di Bongiorno, che va a infilarsi in un brutto buco nero di questo Paese: quello dei bambini inascoltati e sottratti alle madri che cercano di separarsi magari da un marito violento, e spesso dichiarate malevoli e alienanti riguardo un minore che, proprio per motivi legati agli abusi, non vuole vedere il genitore violento. Quello che crea perplessità infatti è che oltre all’ipotesi della prigione per il genitore “alienante” (di solito la madre) con diagnosi fatte da CTU (Consulenza tecniche d’ufficio) redatte da psicologi e psichiatri sulla base una sindrome inesistente, Hunziker e Bongiorno, che insieme hanno creato “Doppia difesa” per tutelare le donne maltrattate, non siano a conoscenza che per la maggior parte questi casi sono connessi a violenza domestica in cui gli offender usano proprio la Pas per contestare le  accuse e chiedere addirittura l’affido dei bambini per ricattare le madri maltrattate.

A chiarire questo punto in maniera esaustiva, è arrivata oggi la parola autorevole della Rete nazionale delle avvocate delle case delle donne e dei centri antiviolenza, che con una lettera intitolata “La Pas non esiste!”* e indirizzata alla presidente della Rai, al direttore di Raitre e a Fazio, hanno precisato come “Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale ad entrambi i genitori nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli”, e che “Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile”.

“La Pas – spiegano le avvocate – infatti è utilizzata dai padri maltrattanti nelle aule giudiziarie per screditare le donne che in sede di separazione richiedono protezione a favore dei figli che si rifiutano di incontrare il padre perché traumatizzati dai comportamenti violenti paterni”. Casi che le avvocate dei centri antiviolenza conosco bene e che sorprendentemente sono ignorati dall’avvocata Bongiorno e dalla sua socia Hunziker, che insieme gestiscono proprio un’associazione che dovrebbe proteggere queste donne che subiscono violenza. Per la Rete delle avvocate “L’Italia è tenuta, secondo gli obblighi assunti a livello internazionale con la ratifica dalla Convenzione di Lanzarote nell’ottobre 2012 e con la Convenzione di Istanbul nel 2013, ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare le donne e i minori da ogni forma di violenza, compresa la violenza assistita, cioè quella che subiscono i figli presenti alle condotte maltrattanti paterne nei confronti delle madri”, ma che è “proprio quando le autorità applicano tali principi che gli uomini maltrattanti si appellano alla Pas dipingendo le donne come madri malevoli che alienano i figli”.

“Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker – conclude la Rete – non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne”. Per questo, e per il danno che Fazio potrebbe aver procurato dando spazio a una notizia basata su un argomento così delicato e controverso senza aver fatto prima le dovute verifiche, le avvocate dei centri chiedono anche “una la tempestiva rettifica durante la trasmissione Che Tempo che fa sul tema della PAS, con esplicita precisazione che le fonti pubbliche e più autorevoli concordano nel ritenere la Pas scientificamente infondata”, chiedendo anche “che sia dato spazio all’approfondimento competente sul tema della violenza assistita”.

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TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DELLA RETE NAZIONALE DELLE AVVOCATE 

Alla Presidente della RAI

Anna Maria TARANTOLA

annamaria.tarantola@rai.it

Al Direttore Generale

Luigi GUBITOSI

luigi.gubitosi@rai.it

Al direttore di RAI TRE

Andrea VIANELLO

andrea.vianello@rai.it

Al conduttore di “Che tempo che fa” FABIO FAZIO

raitre.chetempochefa@rai.it

 

LA PAS NON ESISTE!
L’informazione scorretta contribuisce a discriminare le donne e a violare i diritti dei minori

Quale Rete nazionale delle avvocate delle case delle donne e dei centri antiviolenza impegnate nella difesa dei diritti delle donne in ambito civile e penale su tutto il territorio italiano, esprimiamo assoluto dissenso in ordine alle dichiarazioni rese dalla sig.ra Michelle Hunziker in qualità di rappresentante di DOPPIA DIFESA nel corso della sua trasmissione

‘Che tempo che fa’ del 10 maggio scorso sul tema della cosiddetta PAS.

La sig.ra Hunziker ha affermato che
“Quando i genitori si separano, il figlio spesso diventa un’arma di ricatto, non solo il figlio soffre tantissimo, perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato che gli viene una sindrome che si chiama PAS, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.
La PAS (Parental Alienation Syndrome, in Italia tradotta in “Sindrome di alienazione parentale”) non esiste e le sue teorizzazioni non hanno alcuna validità scientifica. Già il Comitato CEDAW nel 2011 ha invitato le autorità italiane ad arginare l’utilizzo nei tribunali di riferimenti alla “discutibile teoria della PAS” per limitare la genitorialità materna (Comitato CEDAW, 2011, paragrafo 51).
Il Ministero della Sanità, a seguito dell’interpellanza parlamentare n. 2-01706 del 16 ottobre 2012, seduta n.704, ha chiarito che “Sebbene la Pas sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine disturbo, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”.
La PAS, infatti, non trova alcun riconoscimento nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” (DSM) né nella “Classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati” (ICD-10), i due principali sistemi nosografici attualmente in uso ed è contestata dagli ordini professionali di riferimento.
La Corte di Cassazione nel 2013 è ritornata sulla questione precisando che la PAS non gode di nessuna validità scientifica e pertanto “nei giudizi in cui sia stata esperita c.t.u. medico-psichiatrica […] il giudice di merito è tenuto a verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare.” (Cass. Pen. n. 7041 del 20/03/2013).

Altrettanto seria è la produzione legislativa in materia, che non può prescindere dalle indicazioni che ci vengono dal diritto internazionale ed europeo.

Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne. Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale ad entrambi i genitori nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli. Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile. La PAS infatti è utilizzata dai padri maltrattanti nelle aule giudiziarie per screditare le donne che in sede di separazione richiedono protezione a favore dei figli che si rifiutano di incontrare il padre perché traumatizzati dai comportamenti violenti paterni.

L’Italia è tenuta, secondo gli obblighi assunti a livello internazionale con la ratifica dalla Convenzione di Lanzarote nell’ottobre 2012 e con la Convenzione di Istanbul nel 2013, ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare le donne e i minori da ogni forma di violenza, compresa la violenza assistita, cioè quella che subiscono i figli presenti alle condotte maltrattanti paterne nei confronti delle madri. L’Italia è tenuta di conseguenza ad adottare “le misure necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza e per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini”. Purtroppo è proprio quando le autorità applicano tali principi che gli uomini maltrattanti si appellano alla PAS dipingendo le donne come “madri malevoli” che alienano i figli. 

Alla luce di quanto esposto, riteniamo che la leggerezza con cui il servizio pubblico ha affrontato il tema così delicato della tutela dei diritti dei minori e la superficialità con la quale si diffondono informazioni errate e infondate concorrono con strategie di sistematica violazione dei diritti fondamentali delle donne e dei minori.

Chiediamo pertanto la tempestiva rettifica durante la trasmissione “Che Tempo che fa” sul tema della PAS, con esplicita precisazione che le fonti pubbliche e più autorevoli concordano nel ritenere la PAS scientificamente infondata. Chiediamo inoltre che sia dato spazio all’approfondimento competente sul tema della violenza assistita.

Roma, 16 maggio 2015

Avv. Teresa Manente, Roma – Avv. Simona Napolitani, Roma – Avv. Rossella Benedetti, Roma – Avv. Ilaria Boiano, Roma – Avv. Marta Cigna, Roma – Avv. Giusi Finanze, Roma – Avv. Giovanna Fava, Reggio Emilia – Avv. Elena Tasca, Bologna – Avv. Barbara Spinelli, Bologna – Avv. Samuela Frigeri, Parma – Avv. Daniela Manici, Parma – Avv. Cristina Capurso, Barletta – Avv. Anna Maria Raimondi, Napoli – Avv. Giovanna Cacciapuoti, Napoli – Avv. Sofia Lombardi, Napoli – Avv. Elisabetta Renieri, Firenze – Avv. Lorenza Razzi, Prato – Avv. Francesca Barontini, Pistoia – Avv. Marzia Pauluzzi, Gorizia – Avv. Elena Biaggioni, Trento – Avv. Loredana Piazza, Catania – Avv. Ippolita Sforza, Brescia – Avv. Sveva Insabato, Torino

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Chi volesse riprendere pezzi dell’articolo e/o parte delle citazioni contenute in questa pagina (compresa la lettera), è pregato di nominare la fonte, grazie.

Hunziker e Bongiorno chiedono il carcere per chi si macchia di un reato inesistente

L’avvocata aveva già chiesto l’ergastolo per i femmicidi tempo fa e ora insieme alla show girl svizzera chiama alle armi presentando una legge d’iniziativa popolare in cui chiede il carcere per chi si macchia di un crimine legato a una sindrome che non esiste e che sta devastando le donne e i bambini in Italia: quella dell’alienazione parentale

 

Michelle Hunziker e Fabio Fazio a "Che temo che fa" su Rai Tre

Michelle Hunziker e Fabio Fazio a “Che temo che fa” su Rai Tre

Domenica scorsa da Fazio è successo qualcosa che ha dell’incredibile: la show girl Michelle Hunzinker, è stata invitata alla trasmissione televisiva su Raitre, “Che tempo che fa”, e ha presentato davanti a milioni di spettatori una proposta di legge dall’avvocata Giulia Bongiorno, per punire penalmente chi “aliena” i bambini dal partner, classificando un reato in base a una sindrome dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, classificata come non scientifica e non utilizzabile dalla sentenza di Cassazione firmata dalla giudice Gabriella Luccioli sul caso del bambino di Cittadella (chi non ricorda le immagini del minore trascinato davanti la scuola) e messa al bando come pericolosa negli Stati Uniti – dove è nata grazie alle teorie del discusso Richard Gardner – e in Spagna per i danni che ha causato.

La proposta, che dovrà essere sostenuta con la raccolta delle firme necessarie per una legge di iniziativa popolare, è stata lanciata in pieno stile nazional-popolare proprio da Hunzinker e Bongiorno che qualche anno fa hanno dato vita a “Doppia Difesa”, un’associazione a tutela delle donne che subiscono violenza, e che per questo dovrebbero sapere quanto siano proprio queste donne, e i minori che le accompagnano, i primi soggetti esposti alla fantomatica, quanto mai pericolosa, alienazione parentale.

Il disegno di legge

La legge, dal titolo “Disposizioni penali in tema di abuso delle relazioni familiari o di affido”, si vorrebbe inserire “dopo l’art. 572 c.p. che punisce i maltrattamenti contro i familiari e i conviventi”, e intende “perseguire (con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni) particolari condotte di abuso dei rapporti intrafamiliari o di affido, volte a impedire l’esercizio della potestà genitoriale, ingenerando nel minore sentimenti di astio, disprezzo o rifiuto verso il genitore alienato”, ponendosi l’obiettivo di punire “il genitore affidatario nei confronti del non affidatario” ma dando anche la “possibilità di punire anche quelle condotte poste in essere ai danni del minore e di uno dei genitori da parte di un altro familiare”, allargando così il raggio d’azione anche ad altri elementi della famiglia. La legge punirebbe chiunque ostacoli “l’impedimento dell’esercizio della potestà genitoriale”: un concetto, quello della potestà, già superato nel diritto di famiglia con la “responsabilità genitoriale”, che qui invece viene ribadito a prescindere e senza specificare se il genitore rifiutato dal minore (“alienato”) possa invece essere veramente dannoso per il minore, come appunto nel caso di un genitore violento. Ma come si fa a rischiare di prendersi fino a tre anni di reclusione sulla base di una sindrome classificata da più parti come non scientifica e di cui sono stati ravvisati danni proprio su quei minori e su quelle donne che Bongiorno e Hunziker vorrebbero tutelare con “Doppia difesa”?

La Pas

Che la Pas (Parental alienation syndrome in Italia tradotto come Sap, Sindrome di alienazione parentale e poi usata anche solo con AP, Alienazione parentale) sia un raggiro, è stato già dichiarato da più parti. Giuliana Olzai, ricercatrice statistica e autrice del libro “Abuso sessuale sui minori. Scenari, dinamiche, testimonianze”, ricorda che “Come ben noto, la Pas non ha alcun riconoscimento scientifico né è inserita nelle due maggiori classificazioni internazionali dei Disturbi mentali (il DSM e l’ICD) e non è minimamente considerata dall’APA (American Psychological Association)”. Olzai sottolinea che l’Istituto di ricerca dei procuratori americani della National District Attorneys Association, nel 2003 ha scritto che “La Pas è una teoria non verificata che, se non contestata, può provocare conseguenze a lungo termine per il bambino che cerca protezione nei tribunali”, e che “è in grado di minacciare l’integrità del sistema di giustizia penale e la sicurezza dei bambini vittime di abusi”. Sempre negli Stati Uniti, e precisamente nella revisione delle linee guida per i giudici del 2006, si legge che la Pas è “Una sindrome screditata che favorisce gli abusanti di bambini in controversie per la custodia”, mentre l’Associazione Spagnola di Neuropsichiatri nel 2010 si è dichiarata contro l’uso della Pas perché “non ha fondamenti scientifici” e “la sua applicazione in tribunale comporta gravi rischi”. Ma sull’Alienazione parentale anche il nostro Ministero della Sanità si è pronunciato anni fa, e attraverso il Sottosegretario di Stato per la Salute ha dichiarato che “Sebbene la Pas sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine disturbo, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”.

In Italia quella che ha segnato un vero e proprio spartiacque è stata però la sentenza di Cassazione (n. 7041 del 20 marzo 2013) sul caso del bambino di Cittadella – che abbiamo visto in tv mentre era trascinato con forza fuori dalla scuola per essere portato in casa famiglia – che sottolinea “la mancata verifica dell’attendibilità scientifica della teoria posta alla base della diagnosi di sindrome di alienazione parentale”, contenuta invece nella CTU (Consulenza tecnica d’Ufficio) fatta dallo psichiatra e decisiva per il prelevamento coatto del bambino che abitava con la madre e non voleva andare con il padre. La sentenza descrive in maniera ampia i riferimenti accademici internazionali che disconoscono la Pas, sottolinea la sua assenza nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) e fa riferimento al suo fondatore, il “professor” Richard Gardner, come a un “volontario non retribuito” presso la Columbia University noto per “aver giustificato la pedofilia”. Una sentenza che essendo stata emessa dalla suprema corte fa giurisprudenza e che non solo ha riportato il bimbo nella casa materna ma ha ribadito il principio per cui un giudice, prima di esprimersi, è tenuto a verificare “il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale”, in assenza della cui verifica si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare” (testo integrale della sentenza).

Infine sia la Federazione nazionale degli Ordini dei medici che Società italiana di pediatria e l’Ordine degli psicologi della Regione Lazio si sono espressi contro la Pas, ma sono soprattutto i centri antiviolenza che, attraverso la rete DiRe, hanno messo in guardia sull’alienazione parentale in quanto le stesse avvocate che difendono le donne vittime di violenza e accompagnate da minori, si lamentano di ritrovarsi nella situazione per cui l’alienazione genitoriale viene usata “in maniera strumentale dagli autori delle violenze che fanno leva sulla minaccia di sottrarre i figli per tenere le donne sotto il loro controllo”, sia nei tribunali dei minori che nei tribunali civili al momento della separazione e della decisione dell’affido dei figli.

Violenza domestica e minori abusati

La proposta della Bongiorno, sponsorizzata pubblicamente da Hunzinker, entra a gamba tesa in quel vespaio che è diventato in Italia l’affido condiviso, entrato in vigore con la legge 54 varata nel 2006, che ha trovato un Paese impreparato a questa evoluzione legislativa e una schiera di avvocati e psicologi che hanno usato l’arma dell’inesistente Pas, per rinnegare maltrattamenti in famiglia e violenza domestica, provocando così danni sostanziosi sui soggetti più esposti: donne e minori in molti casi rivittimizzati in tribunale perché non creduti grazie alla Pas. Ma se “Doppia Difesa” offre consulenza, assistenza legale e psicologica a donne vittime di abusi, violenze e discriminazioni, dovrebbe essere a conoscenza dello spaventoso mondo della Pas, e soprattutto dovrebbe sapere che sono state proprio le Nazioni Unite, nelle Raccomandazioni del Comitato Cedaw all’Italia, a specificare di non prendere in considerazione la Pas.

Nella Raccomandazione 50/2011 CEDAW si legge testualmente: “Il Comitato ha notato che la Legge n.54/2006 ha introdotto l’affido condiviso (fisico) come via preferita in caso di separazione o divorzio. Tuttavia il Comitato è preoccupato per la mancanza di studi sugli effetti di questo cambiamento legale, in particolare alla luce di ricerche comparative che indichino gli effetti negativi sui minori, specialmente sui bambini più piccoli, in caso di imposizione dell’affido condiviso. Il Comitato è, inoltre, preoccupato per il fatto che, nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori, possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale (PAS)”. Mentre nella Convenzione di Istanbul. ratificata dall’Italia in maniera vincolante nel 2013, si legge che “Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini” (Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza).

Quello che infatti succede in Italia, e che forse non tutti sanno incluso Fabio Fazio, è che sempre più spesso donne che denunciano violenza domestica e hanno i figli che non vogliono vedere il padre proprio perché vittime di violenza assistita o subita, si ritrovano accusate di alienare questi minori grazie alla Pas che serve a dimostrare che la violenza non c’è e che è in realtà si tratta di una falsa accusa in quanto è la madre che mette contro la prole nei riguardi del padre, e questo senza neanche ascoltare le ragioni del minore: una situazione che questa legge aggraverebbe mandando queste donne anche in prigione.

Tribunali e affido coatto

Quello che bisogna sapere non è che i bambini dei genitori separati sono “affetti” da Pas, come ha sostenuto Hunzinker in Tv, ma che dal 2006 a oggi in Italia si è sviluppato intorno all’affido condiviso un vero inferno in cui gli abusi e le violenza in famiglia non sono più dimostrabili grazie alla Pas, perché oggi se un bambino non vuole vedere un genitore perché è stato abusato da lui o perché ha assistito a violenza sulla madre, è solo perché è “alienato”: tanto che ormai i giudici preferiscono togliere il minore anche al genitore accudente (in questi casi la madre) e mandarlo in casa famiglia pur di non rischiare. Un escamotage, l’alienazione parentale, che è diventata consuetudine nei tribunali grazie alla “pseudo-letteratura” che circola tra psicologi e psichiatri che redigono Ctu e Ctp usando sistematicamente una “malattia” non scientificamente provata ed esibendo un’ignoranza straordinaria verso le dinamiche della violenza intrafamiliare, tanto da non saperla neanche riconoscere.

Il vero bubbone qui è il numero spaventoso delle donne che pur subendo violenza da un partner, si ritrovano da una parte un ricorso per maltrattamenti in famiglia in procura, e un ricorso per l’affido in un tribunale civile o minori che spesso si conclude con l’affido condiviso o addirittura con l’affido ai servizi o la segregazione in casa famiglia. Madri che sempre più spesso rinunciano a denunciare per non sentirsi dire la frase, pronunciata da assistenti sociali, psicologi e psichiatri, che non è vero che il padre è violento ma che è lei a essere un’isterica che mette il bambino “contro” il padre e lo ”aliena” dal figlio.

L’inventore della Pas: Richard Gardner

Una realtà ancora più spaventosa quando si vanno a vedere i casi in cui è il minore che subisce violenza dal genitore maschio (che rappresenta la maggioranza dei casi di abusi): qui le madri che denunciano il marito-padre pedofilo rischiano grosso nel momento in cui si vanno a separare per allontanare l’abusante in quanto possono anche rischiare che il bambino, proprio grazie alla Pas, sia costretto a vedere il padre violento e in certi casi possa addirittura essere affidato a lui. Tutto questo grazie alla tesi delle “false accuse”, inventata per sfuggire alle condanne per pedofilia, basata sul sistema dell’alienazione ideata da Richard Gardner che negli Usa creò talmente tanti danni da essere bandita. Patrizia Romito, psicologa e docente all’Università di Trieste, precisa che “Gardner ha formulato delle raccomandazioni sulla terapia adatta ai genitori alienanti (le madri) e ai loro figli indottrinati. Egli parla di tre livelli di gravità della Sap: lieve, moderato e grave. Il trattamento sarebbe applicabile nei primi due livelli, mentre nel terzo sarebbe indispensabile trasferire la custodia del bambino al genitore alienato, ossia al padre denunciato per abuso (Gardner, 1998). La terapia proposta è di tipo familiare, in contesto coatto”. “Il terapeuta – spiega Romito – dovrebbe adottare un approccio autoritario, impiegando frequentemente minacce che siano credibili” e per quanto riguarda il rapporto con il bambino “dovrebbe ignorare le sue lamentele” perché, scrive Gardner: “deve avere la pelle dura ed essere in grado di tollerare le grida e le dichiarazioni sul pericolo di maltrattamento” (Gardner, 1999a; p. 201).

 

Parla lo stupratore della tassista: “Aspettavo l’autobus ma poi ho avuto un raptus”

Simone Borghese

Simone Borghese

Alla fine è stato trovato, e lui ha confessato dicendo che è stato un raptus. Si tratta dell’uomo che ha aggredito e stuprato la tassista romana di 43 anni che la scorsa settimana ha caricato sul taxi un cliente che si è fatto portare verso Ponte Galeria e che una volta arrivati in una strada isolata, ha assalito la donna. L’uomo, che si chiama Simone Borghese e ha 30 anni, è stato rintracciato perché un altro tassista che non era stato pagato e che aveva ricevuto il numero di cellulare di Borghese come garanzia, lo ha riconosciuto attraverso l’identikit divulgato, e ha fornito il numero alla polizia. Un italiano, giovane, separato e con una figlia di sette anni, che fa il cameriere a chiamata ed era apparentemente al di sopra di ogni sospetto: un uomo normale. Un uomo che ha confessato tutto e che per difendersi (e sottolineo la parola difendersi), ha dichiarato di avere avuto un raptus, sapendo, in questo modo, di poter sperare nelle attuanti. Secondo quanto riportato dal Corriere, Borghese avrebbe detto che stava aspettando l’autobus e che a un certo punto ha deciso di prendere il taxi e poi è stato assalito da raptus: “Non volevo, non mi è mai successa una cosa del genere. Quella mattina aspettavo l’autobus in via Aurelia. Avevo dormito da un amico lì vicino perché avevo fatto tardi al lavoro. Il bus non arrivava e così ho deciso di prendere il taxi. Al volante c’era lei. Le ho detto di portarmi a Ponte Galeria, ma durante il tragitto sono stato preso da un raptus: vicino a casa le ho fatto cambiare strada per arrivare in un viottolo sterrato, isolato, nei pressi di via Pescina Gagliarda. E lì fuori l’ho violentata”. Come se tutto fosse successo senza un perché, un momento d’impeto appunto.

Ma perché “conviene” parlare di raptus?

Su wikipedia leggiamo che “Il raptus (dal latino raptus, “rapimento”) è un impulso improvviso di forte intensità che porta un soggetto a episodi di parossismo, in genere violenti. Può portare a uno stato ansioso e/o alla momentanea perdita della capacità di intendere e di volere“, ma soprattutto che “Nell’ambito del diritto penale e della psichiatria forense la carenza di controllo degli impulsi può essere considerata condizione di momentanea incapacità di intendere e di volere e quindi come attenuante per la commissione di reati“. Ripetiamo “una momentanea incapacità di intendere e di volere”, che significa: l’ho fatto, e non posso dimostrare il contrario perché mi avete incastrato, però non lo volevo fare, è stato al di là delle mie intenzioni.

Riguardo l’abuso del raptus nei casi di violenza contro le donne fatto da giornali e nelle dichiarazioni delle forze dell’ordine – in quanto si tratta, per la maggioranza, di uomini assolutamente in grado di intendere e di volere – diversi psicologi e psichiatri hanno rilasciato dichiarazioni riguardo l’uso di questo termine nell’ambito della violenza contro le donne. Tra questi Claudio Mencacci, ex presidente della Società italiana di psichiatria (Spi) e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, che alla 27esima ora aveva dichiarato un po’ di tempo fa: “Sotto il cappello del raptus, o alcune volte della follia, si mette la violenza inaudita, quella imprevista, impulsiva. E non si considera mai che, guarda caso, quella violenza ha come oggetto i più fragili, i deboli, le persone indifese e quindi le più esposte. Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso?”. E poi aggiunge: “Noi, in psichiatria, tendiamo a escludere l’esistenza del raptus” che “serve molto a chi fa le perizie per giustificare le azioni di grande violenza e attenuare la gravità del fatto e la colpa di chi le commette”.

A completare questo quadro riguardo il raptus è il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane, in cui si leggeva infatti che i media spesso presentano gli offender “come vittime di raptus e follia omicida”, facendo pensare che si tratti di persone “portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa”, mentre solo una piccolissima parte è a causa di patologie psichiatriche.

Il fatto interessante è però che questa volta i giornali hanno riportato l’ipotesi del raptus come dichiarazione fatta dall’uomo che ha stuprato la tassista, e non come un elemento integrante o come reale movente dell’atto, e questo sia per le dichiarazioni trapelate dalla Procura (non per niente il caso è stato affidato alla Procuratrice Maria Monteleone a capo del pool antiviolenza della procura di Roma che ha magistrati formati sull’argomento), sia per la maggiore oculatezza che si sta creando anche nei media grazie alla massiccia campagna che noi tutte (giornaliste e società civile) abbiamo fatto in questi anni.

 

Tassista stuprata a Roma: le istituzioni non possono solo indignarsi

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Dieci giorni fa a Milano una donna viene stuprata a casa sua dal fattorino che consegna le pizze a domicilio dopo averne ordinato una, mentre l’altro ieri una tassista subisce uno stupro e una rapina a Roma da un cliente caricato in macchina che l’ha portata in una strada isolata per aggredirla, picchiarla e violentarla. In questi stessi giorni il governo Renzi presenta un Piano antiviolenza aspramente criticato dalle associazioni e dai centri antiviolenza in quanto non corrispondente ai bisogni delle donne e, malgrado i proclami, non coerente con quanto contenuto nella Convezione di Istanbul ratificata dall’Italia e strumento internazionale per contrastare la violenza sulle donne. Davanti a questi fatti, Salvini inneggia alla “castrazione chimica”, e il sindaco di Roma, Marino, si indigna e dichiara al Corriere che “le violenze e gli abusi a sfondo sessuale non soltanto sono estremamente gravi, ma anche vili: un vero crimine contro la comunità umana”, aggiungendo anche che la sua amministrazione “farà quanto è in suo potere per essere vicino alla donna vittima di violenza”, malgrado le romane che subiscono violenza siano molto più numerose.

Altrettanto, e giustamente, indignata è la deputata del Pd Fabrizia Giuliani che ieri ha fatto sapere come “La lotta alla violenza contro le donne deve diventare una priorità del Governo”. “E’ quanto mai importante – dice Giuliani – dare seguito concreto e rapido alle misure previste per il contrasto alla violenza, a cominciare dalla prevenzione. E’ necessario che tutte le figure istituzionali che hanno il compito di affrontare il fenomeno della violenza sessuale, cioè polizie, prefetture e presidi medici, siano in grado di coordinarsi tra loro e ricevano una adeguata formazione professionale. Questa è la risposta che ci sentiamo chiamati a dare come Istituzioni il cui impegno, anche attraverso il contributo delle associazioni, è cruciale per impedire che una donna possa essere vittima di stupro”.

Essendo d’accordo, parola per parola, con Giuliani, mi chiedo allora perché il suo partito, che è al governo di questo Paese, abbia redatto un Piano antiviolenza, presentato due giorni fa dalla consigliera di pari opportunità, Giovanna Martelli, che ha provocato la netta critica e la bocciatura di associazioni e centri antiviolenza che hanno salvato le donne italiane in tutti questi anni? E soprattutto perché le parlamentari che oggi si ritrovano in parlamento con un numero nettamente superiore alle scorse legislature (30%), e grazie proprio al voto delle donne, non fanno sentire la loro voce. Una voce che, tra le altre cose, si è assottigliata sempre di più da quando Renzi è diventato il presidente del consiglio. Due anni fa abbiamo avuto una ministra delle Pari Opportunità che in soli due mesi ha fatto un ottimo lavoro durante il governo Letta, una ministra che è stata spazzata via e mai sostituita da qualcuna che avesse lo stesso mandato, quindi lo stesso potere decisionale, e soprattutto le stesse capacità. E malgrado le donne italiane l’abbiano richiesta a gran voce, nessuna di queste donne che siedono oggi in parlamento ha fatto eco a quelle richieste fatte dal quelle stesse donne che probabilmente le hanno votate e grazie alle quali sono lì. Una voce, quello di deputate e senatrici, che con l’arrivo di Renzi si è ulteriormente affievolita, ammorbidita, come se bastasse nominare 8 ministre per risolvere i problemi delle donne in Italia. Il dialogo con la società civile femminil-femminista, timidamente avviato durante il governo Letta da Idem sui temi della violenza, è stato spazzato via senza che nessuna di loro dicesse pubblicamente: no, così non va bene, le donne non ci stanno, malgrado, durante la discussione parlamentare sulla Convenzione di Istanbul e poi sulla legge 119, si fossero aperti degli spiragli per la formazione di una rete delle parlamentari che gettassero un ponte tra le donne e le istituzioni.

Impedire uno stupro e prevenire la violenza sulle donne, significa prima di tutto trasformare la cultura, un obiettivo che l’attuale Piano antiviolenza si pone in modo inefficace e del tutto aleatorio, superficiale. Un compito difficile in un Paese in cui una donna non solo può aver paura di ordinare una pizza a domicilio o di fare la tassista, ma anche di sposare, convivere e fare figli con un uomo che poi si rivela violento, e quindi subirlo 24 ore su 24 in casa sua, anche per anni, dato che l’80% della violenza in Italia è domestica e dato che uscire dalla violenza è un percorso difficile e faticoso.

Non capire che l’errore che si innesta sul danno, diventa così un danno ancora maggiore e significa non avere una coscienza né umana né politica. Per questo invito le parlamentari italiane a riflettere sull’operato di questo governo sulla violenza, favorendo un confronto reale e includente con la società civile delle donne che è molto più avanti di quelle stesse istituzioni: istituzioni che pretendono di farsi carico di un problema senza ascoltare chi lo conosce a fondo, contravvenendo così alle stesse indicazioni della Convenzione di Istanbul.