I bambini che lo Stato italiano non protegge

FEDERICO convegno

I bambini e le bambine devono essere ascoltati: quando parlano, quando manifestano un disagio, quando comunicano agli adulti segnali inconfondibili. Questo il tema dell’incontro che oggi si svolge oggi, a Roma, dal titolo “La tutela del minore dentro il conflitto genitoriale” che riprende le fila della protezione dei bambini e delle bambine all’interno di dinamiche di violenza domestica, a partire dalla vicenda e dal ricordo di Federico Barak. A organizzare il convegno è la mamma di Federico, Antonella Penati, presidente dell’associazione “Federico nel cuore onlus” e responsabile del “Movimento per l’infanzia” della Regione Lombardia, e ad aprire il convegno stamattina ci saranno Donatella Ferranti, presidente della commissione giustizia alla camera, e Don Ciotti, fondatore del gruppo Abele e presidente di Libera.

Federico Barak è stato ucciso a otto anni dal padre nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto. Era il 25 febbraio del 2009 e, come è stato più volte ripetuto in tutti i procedimenti che si sono succeduti in questi anni nei confronti del servizio che lo aveva in custodia, nessuno poteva prevedere una tragedia di questo tipo. Eppure è successo e Federico è stato ucciso nel momento in cui era sotto la protezione di una struttura pubblica, quindi dello Stato italiano, dopo che con un provvedimento del tribunale dei minori era stato deciso, per il bene del piccolo, non solo che Federico dovesse incontrare il padre, per un equilibrato rapporto genitoriale, ma  che essendo i due genitori inadeguati – anche la madre che fino a quel momento lo aveva cresciuto – fosse posto sotto la tutela dei servizi di San Donato, con collocazione domiciliare materna. Potestà che, pur essendo lasciata ai genitori, veniva però esercitata dai servizi “per la tutela dello sviluppo del minore e del suo bisogno di crescita nel tentativo (…) di garantire un recupero ed un sereno svolgimento del rapporto tra genitore e figlio”.

Ma Federico è stato ucciso con uno sparo di arma da fuoco e 24 coltellate proprio da quel padre di cui lo Stato voleva garantire una presenza costante nella vita del bambino e per lo sviluppo di una vita equilibrata: ma come è potuto accadere tutto questo e soprattutto come è successo in un ambito garantito come un servizio pubblico?

Il padre, che si è suicidato subito dopo, ha avuto tutto il tempo di uccidere il figlio e se stesso senza che nessuno potesse intervenire per sottrarre un bambino di 8 anni che lottava contro un uomo di 52: ma dove stava lo staff del servizio che si occupava di garantire la crescita del piccolo Federico e che su di lui aveva l’esercizio della potestà decisa dal Tribunale, e che quindi doveva provvedere anche alla sua tutela fisica, oltre che psicologica?

Secondo la ricostruzione processuale, sia la psicologa che l’assistente sociale che avevano in carico Federico, erano assenti al momento del fatto, mentre l’educatore, che monitorava direttamente gli incontri tra padre e figlio, stava andando a bussare alla porta dell’assistente sociale sotto richiesta del padre di Federico, lasciando così solo quest’ultimo per un lasso di tempo che comunque, data la ricostruzione dei fatti, non può essere stato un attimo. Come ha ricostruito l’autopsia il bambino avrebbe avuto il tempo di scappare e di tentare di sottrarsi alla morte difendendosi con le braccia e con le mani dai fendenti del padre; e quando un medico e uno psicologo sono accorsi sentendo le urla, la scena che hanno riferito era quella di un fatto criminoso che era in gran parte già attuato, con il bambino sotto il corpo dell’uomo che infieriva con gli ultimi fendenti sul corpicino supino sotto di lui, per poi togliersi la vita tagliandosi le vene e colpendosi al ventre. Un’aggressione già compiuta contro la quale neanche il tentativo del medico di allontanare l’uomo con una sedia e poi con l’estintore, ha valso a nulla. Dov’erano quindi l’educatore, la psicologa e l’assistente sociale che avevano in custodia il bambino? Ma soprattutto questo Stato che si era preso in carico Federico, giudicando entrambi i genitori come inadeguati, poteva immaginare che il signor Barak avesse premeditato l’omicidio del figlio portandosi dietro pistola e un coltello di 20 centrimetri?

Per i tre gradi di giudizio che sono succeduti in questi anni la risposta è no.

Dopo questo omicidio la madre di Federico, Antonella Penati, ha denunciato i servizi che avevano in custodia suo figlio per verificarne la responsabilità nelle 3 persone che direttamente avevano sotto la tutela Federico con un mandato da parte del Tribunale dei minori, e che in quel momento erano assenti durante l’incontro. Una denuncia che all’inizio è stata addirittura archiviata e che poi è stata istruita solo per richiesta insistente dell’avvocato della signora Penati: sentenze che in primo grado ha assolto tutti e tre gli imputati, in appello ha condannato solo la psicologa responsabile della struttura, e che infine la Cassazione, due settimane fa, ha deciso di riportare alla sentenza di primo grado, assolvendo di nuovo tutti coloro che avevano sotto tutela il bambino e dando alla signora Penati l’onere delle spese processuali.

Eppure leggendo i documenti del processo e le sentenze, qualcosa non quadra.

Come riporta la mamma di Federico, quando il bambino aveva 4 anni, dopo la separazione e dopo un periodo di latitanza, il Barak si ripresentò “pretendendo di vedere il bambino” con minacce e persecuzioni. “Io non volevo – dice Penati – perché era violento, faceva uso di droghe, e soffriva di un disturbo bipolare della personalità, ma furono i carabinieri a consigliarmi di richiedere l’affidamento esclusivo visto la pericolosità del padre e per questo mi sono rivolta al Tribunale che ha accolto la mia richiesta ma che per prassi doveva trovare l’avvallo dei servizi sociali territoriali per la verifica del nucleo”. Dalle carte processuali si deduce infatti che in realtà la violenza di Barak era già emersa chiaramente e che malgrado la richiesta di aiuto della donna, non solo l’uomo fosse rimasto indenne da ogni accertamento da parte dei servizi (sia sulla violenza che sull’uso di droghe) ma che alla fine fosse stata Antonella Penati ad essere stigmatizzata come una donna ansiosa e “sopra le righe”, e soprattutto sotacolante nella ripresa dei rapporti tra padre e figlio, con un processo di rivittimizzazione da parte dello stesso Stato ed esposizione sia della signora che del minore. Antonella Penati, essendosi rivolta al tribunale dei minori per tutelare il bambino visto il comportamento del padre, ha sempre insistito sulla pericolosità dell’uomo che l’aveva aggredita più volte fisicamente, che la pedinava, la minacciava di sottrargli il bambino e la sottoponeva a stalking e che lei stessa aveva denunciato, ma senza mai essere stata ascoltata. Una violenza sottovalutata dai servizi sociali, dal Tribunale e quindi dallo Stato italiano, che ha messo a rischio sia la vita della donna che la vita del bambino, e che invece di difendere l’incolumità delle vittime, le ha esposte in maniera fatale.

“Quando ho incontrato la psicologa del servizio da subito si è dimostrata contraria alle mie istanze – dice Penati – e mi diceva che il bambino aveva diritto di vedere il padre comunque. Lei sminuiva o ignorava i miei racconti, nonostante tutta una serie di indicatori di rischio per stalking, minacce anche al bambino, denunce per aggressioni a mia madre e a me. Parlava di Pas (sindrome di alienazione parentale, ndr) e diceva Lei discrimina la figura genitoriale”.

Un caso in cui la negligenza e la mancata vigilanza del servizio, dovrebbe essere giudicata in maniera ancora più grave, dato che era chiaro come fossero consistenti i fattori di rischio in una situazione di violenza domestica attuata da un ex partner. Una situazione incongruente, quella della piena assoluzione dei responsabili del centro, dato che  si tratta dello stesso Stato italiano che da una parte ratifica la “Convenzione europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica” (in cui tutte queste dinamiche sono molto chiare e vincolanti per il nostro Paese), e dall’altra non riesce a delineare le responsabilità di chi non avendo creduto alla donna che denunciava la violenza dell’uomo, etichettandola anzi come “ansiosa” o “iperprotettiva” e addirittura “ambivalente”, ha esposto Federico a quella stessa violenza che lo ha condannato a morte.

Secondo la Convenzione di Istanbul infatti: “Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini” (Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza).

E come riporta la testimonianza di un’altra psicologa in equipe nel centro riguardo alla psicologa e all’assistente sciale che seguiva Federico:

borghese

 

mentre il prete, che conosceva bene Penati, confermava che

don alfredo

 

 Tutte le persone che erano vicine a Penati e a suo figlio hanno infine testimoniato che la donna, a più riprese, aveva esplicitato i suoi timori riguardo la violenza dell’ex partner, come testimoniano anche le denunce fatte dalle stessa e mai prese in considerazione né dal tribunale dei minori né dai servizi sociali. Una sottovalutazione che è costata la vita a un bambino di 8 anni solo perché l’uomo ha deciso di uccidere il figlio (che non poteva avere con sé come fosse un oggetto suo, e quindi in un quadro che rientra nel femminicidio) e non la ex compagna. Un omicidio che si è potuto consumare solo in un momento in cui il bambino, malgrado tutto, non era sufficientemente protetto e che  non si è verificato in presenza della madre la quale, avendo consapevolezza della violenza dell’uomo, tutelava in tutti i modi se stessa e suo figlio.

Una violenza esplicitata dal dottor Parini in modo chiaro:

dottor Parini

 

e anche dal dottor Mazzonis che seguiva Federico:

sentenza 2 - psicologo mazzonis

 

Ma allora perché l’Italia che si preoccupa di ratificare la Convenzione di Istanbul e di stilare un Piano nazionale per contrastare la violenza contro le donne e che due anni fa a varato una legge sulla violenza domestica, non entra nei tribunali dei minori e nei servizi sociali di tutta Italia dove migliaia di bambini vengono sottratti a madri che denunciano il partner di violenza domestica e che nel tentativo di separarsi si trovano costrette a un affido condiviso o a incontri forzati attraverso perizie che non poggiano su basi scientifiche ma proprio su quegli stereotipi culturali che il contrasto alla violenza di genere denuncia? Tribunali  che inaudita altera parte procedono mettendo sullo stesso piano il genitore accudente con il genitore maltrattante o violento? Come dimostra il caso di Federico in cui la signora Penati, che aveva cresciuto fino a quel momento da sola il piccolo, è stata messa sullo stesso piano di un genitore scomparso, inaffidabile, tossicodipendente e soprattutto violento.

Perché le donne che da una parte lo Stato italiano vuole proteggere, vengono poi invece esposte a rischio di vita e di ulteriori violenze da quello stesso Stato che ignora le sue stesse leggi e le sue stesse disposizioni in merito?

Secondo i dati i bambini che a oggi sono stati posti dai Tribunali italiani temporaneamente fuori dalla propria famiglia d’origine, sarebbero circa 30 mila, e di questi moltissimi sono vittime di una ingiustizia senza fine che si consuma dentro i tribunali italiani ai danni dei bambini e delle bambine che lo Stato si vanta di proteggere. Madri che denunciano violenze domestiche e che non vengono credute, sottovalutate, etichettate come “malevole”, ansiogene, iperprotettive, o addirittura isteriche, e quindi inadatte a crescere i propri figli e per questo punite. Donne che, seppure con un procedimento penale contro il proprio ex per violenze domestiche, si ritrovano poi un tribunale dei minori che impone loro un affido condiviso perché “se anche un uomo è violento non significa che non sia un buon padre”, come dimostra infatti il caso di Federico Barak. Madri accusate di false accuse e di aver manipolato i figli tanto da farli ammalare della fantomatica Pas (sindrome di alienazione parentale) che sebbene sia stata dichiarata più volte inesistente e inutilizzabile, continua a essere usata nei tribunali come routine. e senza che nessuno la vieti per legge. Ma allora chiediamocelo una volta per tutte: che Stato è quello che Stato che ipocritamente propaganda una protezione che non è in grado di esercitare e che nel momento in cui fa errori così mastodontici, come nel caso Barak, non è capace neanche di riconoscere i propri errori e le proprie responsabilità, mettendo così a rischio tutti i bambini italiani?

 

 

India: donne psichiatrizzate trattate peggio degli animali

donne indiane

Donne peggio degli animali

Luisa Betti
(da Azione 9/2/2015)

HRW Il rapporto dell’organizzazione denuncia lo stato delle ragazze rinchiuse nei manicomi indiani dove subiscono violenze e abusi

L’inquietante rapporto di «Human Rights Watch» ( Trattate peggio degli animali ) sulle donne internate per problemi psichiatrici in India è il frutto di una ricerca condotta dal 2012 al novembre 2014 con sopralluoghi e interviste in 24 strutture tra ospedali psichiatrici, centri di riabilitazione e istituti residenziali a Nuova Delhi, Calcutta, Mumbai, Pune, Bangalore e Mysore. Con 200 interviste a donne con disabilità, alle famiglie, a Ong, medici, funzionari di governo e polizia, è stato redatto un rapporto su come le ricoverate subiscano violenze con la doppia discriminazione di genere e malata mentale: donne che una volta rinchiuse, vivono «nell’isolamento, nella paura, nell’abuso, senza alcuna speranza di fuga» – come riferisce Kriti Sharma che ha condotto la ricerca.

Un Paese, l’India, che uffcialmente dichiara il 2,21 per cento di disabilità, anche se il Ministero della Salute sostiene una percentuale che si aggira sul 6-7 (74,2-86’500’000) per disturbi mentali e il 1-2 per cento (12,4-24’700’000) per gravi disturbi mentali: cifre ritenute comunque troppo basse dagli esperti, per il secondo Paese più popoloso del globo.

Ma cosa ha trovato HRW in queste strutture? In molti di questi posti i gabinetti erano «infestati e traboccanti di feci con un fetore nauseabondo che permeava i reparti adiacenti»: il Pune Mental Hospital su 100 bagni per 1850 pazienti, ne aveva 25 funzionanti: «una situazione che rende la defecazione all’aperto la norma», riferisce il dottor Vilas Bhailume. La maggior parte delle donne incontrate hanno costantemente tirato fuori pidocchi dai loro capelli durante le interviste in strutture che spesso le rasa forzatamente. Ameena, 40 anni con schizofrenia, ha raccontato: «Ci danno il sapone solo il venerdì e non abbiamo asciugamani. Ci laviamo i denti con dentifricio in polvere sulle dita e quando dobbiamo cambiare i vestiti rimaniamo nude mentre aspettiamo la lavanderia».

Donne e ragazze che vengono internate dalle famiglie che lasciano recapiti e nomi sbagliati per non essere più rintracciabili, e che possono essere rinchiuse per motivi che non hanno a che fare con la malattia mentale, in quanto se un marito, un padre o un tutore dichiara che una donna è psicologicamente labile, quest’ultima perde la capacità giuridica dopo l’esame medico e su presentazione di due certificati. Referti su cui il magistrato può emettere un ordine per il trattamento in ospedale psichiatrico dopo il quale la donna o è ripresa dalla famiglia, o viene inviata a un istituto: e questo malgrado nel 2007 l’India abbia ratificato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.

HRW ha scoperto che ragazze che hanno avuto rapporti fuori dal matrimonio, o sono state stuprate, possono essere internate per il disonore. Ma può essere anche un marito che desidera disfarsi della moglie. Come è successo a Deepali, 46 anni con quattro figli, che nel 2007 ha avuto un attacco di panico ed è stata prelevata dalla polizia e portata in un ospedale psichiatrico a Delhi. «Sono stata circondata da dieci poliziotti che mi hanno presa a calci – dice Deepali – e solo dopo ho scoperto che mio padre e mio marito avevano firmato il mio internamento».

O come Vidya, una naturopata che ha raccontato di essere stata internata dal marito che voleva sbarazzarsi di lei con un divorzio senza passarle gli alimenti, per disabilità mentale. «Si sono presentati a casa un medico, un infermiere e un ragazzo dicendo che dovevano fare vaccinazioni obbligatorie – ha detto – e prima che me ne rendessi conto, mi hanno iniettato qualcosa che mi ha addormentato. La mattina dopo non capivo dove fossi e una signora mi ha detto che ero in un reparto psichiatrico. Non potevo uscire né telefonare. Più tardi ho scoperto che mio marito aveva organizzato tutto ed è stata mia madre a tirarmi fuori un mese dopo».

Donne che possono essere fermate per strada e internate senza consenso e che una volta dentro «vengono colpite dal personale che tira i capelli e le getta a terra trascinando il corpo sul pavimento», come descrive Devika, o picchiate con bastoni e denigrate dall’assistente sociale o minacciate con l’elettroshock per prendere le medicine. Un trattamento umiliante che si spinge oltre. Siamo trattate peggio delle bestie».

Donne che non hanno assistenza neanche se si fanno male, come riporta Rachna Bharadwaj, il sovrintendente di Asha Kiran, che ha parlato di una ragazza tornata nella struttura da un ospedale psichiatrico che malgrado avesse «un braccio che pendeva inerte sul lato, nessuno si era preso la briga di curarla», o di una donna che con un’ulcera al piede infettata da vermi neri non era stata disinfettata.

Per quelle poi che subiscono uno stupro non c’è alcuna speranza. «Ho cercato di raccontare a un medico quello che mi era successo – dice Rakhi – ma lui ha detto che stavo mentendo». Nel caso di donne con disabilità psichiche il problema è essere credute e ciò rende gli offender impuniti, perché è la stessa polizia che si rifiuta di registrare il caso. «Se lei è un malato mentale – dice un poliziotto – non ha una mente cosciente, e quindi come può affermare di essere stata violentata?». Ma la presenza di personale maschile in reparti femminili mette le donne a rischio elevato. Radha, un’assistente sociale di Kolkata, racconta di una donna violentata nell’ospedale psichiatrico di Pavlov in maniera del tutto indisturbata: «In tarda serata – ha detto a HRW – il personale è venuto a dare le medicine e uno di loro è andato dentro il bagno. Le donne non sono al di fuori dalle camere la notte e le infermiere cercavano una ragazza sparita, quando a un certo punto è riapparsa dietro l’uomo che era uscito dal bagno e con i vestiti e la schiena bagnati. Al mattino quella ragazza ha detto a un’infermiera che era stata violentata la sera prima».

Stupri da cui possono anche arrivare gravidanze indesiderate: come è successo a molte donne che si ritrovano incinte senza poter denunciare i propri offender.

L’azione delle donne italiane

Luisa Betti - AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes - Femme d’Histoire 7 febbraio 2015 -

Luisa Betti – AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes
– Femme d’Histoire 7 febbraio 2015 –

Report per l’intervento durante la tavola rotonda organizzata dalle Femmes d’Histoire all’interno della Conferenza “Intorno al Mediterraneo. La forza delle donne”, e moderato dalla giornalista Stéphanie Duncan, con Maria Al Abdeh (Siria), Pinar Selek (Turchia), Faouzia Farida Charfi e Nadia Khiari (Tunisia), che si è svolto ieri al Palais des Congrès et de la Culture di Le Mains (Parigi). All’evento hanno partecipato anche Nicole Ballon (Francia), Sonia Dayan-Herzbrun e Nora Hamdi (Algeria).

AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes 

Femme d’Histoire 7 febbraio 2015

L’azione delle donne italiane

Luisa Betti

 

Politica

Nel parlamento italiano attualmente le donne sono presenti al 30% con un salto in avanti del 10% rispetto alla scorsa legislatura, e su 16 ministri sette sono donne. Nella corsa al Quirinale, dopo le dimissioni del presidente della Repubblica Napolitano, sono circolati insistentemente per la candidatura diversi nomi femminili e per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, sono state due donne a governare i grandi elettori ricoprendo le più alte cariche dello Stato: Laura Boldrini come presidente della camera e Valeria Fedeli come presidente del senato (vicaria del presidente Piero Grasso che suppliva al vacante presidente della Repubblica dopo dimissioni di Napolitano). Nel suo discorso inaugurale il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha usato un linguaggio sessuato rivolgendosi a donne e uomini, ricordando che “il diritto alla Costituzione significa anche garantire (…) che le donne non debbano avere paura di violenze e discriminazioni”. Se oggi però il presidente della Repubblica italiana si preoccupa di nominare le donne nel suo primo discorso pubblico e se nei media si parla delle donne ai vertici delle istituzioni, è grazie alla mobilitazione che le donne italiane hanno rilanciato negli ultimi anni. Donne che hanno lavorato senza tregua, cercando di incidere fortemente nella direzione di un cambiamento culturale ancora in corso e tutto da vedere. Italiane che, dopo anni di sopportazione del modello berlusconiano del “maschio alfa” e dell’uso e consumo del corpo femminile, si sono organizzate e riunite in diverse reti e hanno dato avvio a un serrato lavoro sui diritti delle donne, scoperchiando quello che c’era sotto l’oggettivizzazione del corpo femminile – che ci ha resi famosi in tutto il mondo tramite la tv – portando a galla la discriminazione e la violenza legate a quegli stereotipi di donna che per antonomasia avrebbe dovuto essere sempre disponibile e pronta all’obbedienza del maschio, individuandola nella forma più endemica: ovvero la violenza nelle relazioni intime.

La violenza contro le donne

Uno dei pochi meriti di Berlusconi è stato quello di esasperare così tanto la cultura machista, tirando fuori il peggio dell’italiano medio, che dopo la scesa in piazza di un milione di donne, c’è stato un continuo fiorire di reti e aggregazioni femminili e il dibattito femminista è tornato a essere pubblico. Ma è stato dopo la presentazione del “Rapporto ombra” all’Onu (Cedaw) sulla reale situazione delle donne in Italia – fatto da una rete di associazioni femministe nel 2011 – che il tema della violenza sulle donne e gli stereotipi ha preso il volo. L’intervento diretto delle Nazioni Unite nel gennaio del 2012 ha fatto approdare sul suolo italiano la special rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo, e le successive raccomandazioni sue e del comitato della Cedaw al nostro governo che hanno stimolato un’attenzione che partendo dal femminicidio ha allargato la discussione sugli stereotipi maschili e femminili, sull’educazione alla differenza nella scuola, la rappresentanza delle donne, il rapporto tra donne e potere, la salute, ecc. Le giornaliste hanno riportato nella comunicazione ciò che succedeva nei centri antiviolenza, divulgando dati corretti sulla violenza e rendendo così pubblico quello che fino a quel momento non aveva spazio nei giornali e telegiornali: a partire dal fatto che in Italia l’80% della violenza sulle donne è violenza domestica, e che 7 femmicidi sul 10 sono opera di partner o ex partner. Ed è cominciato un lavoro comune e trasversale di donne nelle diverse professioni su come affrontare il femminicidio con fitti incontri, tavole rotonde ed eventi pubblici, con il coinvolgimento di donne appartenenti a generazioni anche lontane tra loro. Un’ondata che ha riportato all’attualità i diritti di donne, non più ridotte solo a “belle statuine”, e che ha fatto rinascere date come il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, o l’8 marzo, non più come giorni da ricordare ma come periodi dell’anno in cui sviluppare iniziative sui diritti delle donne. Una pressione trasversale, anche sulle istituzioni, che nel maggio del 2013, ha portato l’Italia a essere uno dei primi Paesi a ratificare l’importante Convenzione europea sulla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul 2011).

Le istituzioni

Il richiamo e il battage è stato tale che nella legislatura in corso ci sono state figure istituzionali che hanno risposto a questo richiamo delle donne in maniera importante: la presidente della camera Boldrini ha stimolato in ogni sua dichiarazione un uso del linguaggio non sessista chiedendo esplicitamente di essere chiamata signora presidente e non signor presidente, e attirando su di sé attacchi misogini e vere aggressioni sessiste anche sul web – minacce a cui molte femministe sono sottoposte nel momento in cui fanno informazione su questi temi – rendendo pubblica così  la forte discriminazione delle donne in Italia; mentre la vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, ha tra le altre cose presentato un disegno di legge per istruire una commissione d’inchiesta sull’efficienza dello Stato nel contrasto alla violenza sulle donne e sui bambini sottratti alle mamme dai tribunali italiani, che però è fermo.

Ma è stata l’ex ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, che ha messo in atto una innovazione che le è costata la poltrona. Idem, il giorno dopo il suo insediamento di due anni fa, ha convocato tutte le associazioni di donne (più di cento) che lavorano sulla violenza, avviando così un vero dialogo, come mai era stato fatto prima in Italia, tra le istituzioni e la società civile. Sulla base di queste richieste aveva poi formato una task force ministeriale e dei tavoli con le associazioni delle donne, in cui lei stessa si sarebbe fatta garante nel creare un ponte tra le richieste delle donne e lo Stato su un problema che il movimento aveva portato a galla con un approccio a 360 gradi: dalla giustizia, alla formazione, la prevenzione, la salute, la protezione, la trasformazione culturale, l’educazione, la scuola, ecc, sulla base della Convenzione di Istanbul. Un approccio che le è costato caro. Poco prima che si insediassero i tavoli, è iniziato nei confronti nella ministra un vero e proprio linciaggio mediatico che mettendo al centro l’affaire amministrativo riguardo la palestra e la casa di sua proprietà a Ravenna, che riguardava poche migliaia di euro di tasse, la ministra è stata fatta passare come una “furbetta” che voleva truffare lo Stato. E proprio nel Paese che Berlusconi ha governato per 20 anni tutelando i suoi affari personali in maniera plateale anche attraverso leggi ad personam, questa donna si è vista coperta di fango, con una persecuzione e una violenza mediatica che, insieme a un isolamento senza precedenti all’interno del suo stesso partito (il PD), l’ha portata alle dimissioni. Ed è stato qui che abbiamo avuto la certezza che il governo aveva paura di quello che stavamo facendo.

Dopo aver varato un “decreto sicurezza” con all’interno alcune norme per il contrasto alla violenza sulle donne che ha fatto discutere ampiamente il movimento femminista perché incompleto e soprattutto perché usato come passepartout per far passare norme di controllo sociale altrimenti impopolari, né il capo del governo Letta né l’attuale premier Renzi, hanno più nominato una ministra delle pari opportunità che potesse concludere quel lavoro così come era stato iniziato. In particolare il precedente presidente del consiglio, Letta, ha dato la delega alla viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, la quale sotto il diktat del presidente si è vista bene dal convocare tutte le associazioni invitando ai tavoli soltanto alcune (e non sempre rappresentative), dando il via a una consultazione parziale che ha spaccato lo stesso movimento che fin a quel punto, sebbene con differenze e contrasti, era proceduto insieme. Associazioni che, seppur sedute a quei tavoli, hanno denunciato di non essere state ascoltate nella maniera in cui speravano.

Renzi, che ha promosso alcune figure di donne come le ministre nominate da lui, si è però tenuto la delega alle pari opportunità nominando una consigliera, la deputata Giovanna Martelli, senza autonomia decisionale, su un Piano antiviolenza che è stato pubblicato online nel tentativo di colmare l’errore della partecipazione del basso, ma con l’unico risultato di essere bersaglio di troll e di commenti offensivi.

Stereotipi

In un Paese come l’Italia dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, siamo al 69° posto nel Gender Gap, la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne. Secondo dell’Eures, Istituto di Ricerche Economiche e Sociali, in Italia ci sono una vittima di femmicidio ogni due giorni e 7 femmicidi su 10 sono compiuti tra le mura domestiche con un aumento del 14% tra il 2012 e il 2013. Eppure il femminicidio, malgrado sia considerato ormai ampiamente come una violazione dei diritti umani, in Italia è ancora percepito come “meno grave” rispetto ad altri reati sia dall’opinione pubblica che da molte istituzioni, e la volontà di risoluzione non è reale perché anche il Piano antiviolenza appare, così com’è, inadeguato e insufficiente. Secondo una ricerca della onlus WeWorld-Intervita (report “Rosa shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere”), 1 Italiano su 5 è convinto che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza, che denigrare una donna non è una violenza, e per 1 italiano su 3 la violenza domestica è prima di tutto una cosa che deve essere risolta in famiglia. Sottovalutazione, quella della violenza sulle donne, e stereotipi di genere che sono ancora presenti in troppi tribunali italiani dove anche i giudici stentano a riconoscere la violenza all’interno delle mura domestiche scambiandola per semplice “conflittualità” e rivittimizzando la donna che denuncia, colpevolizzandola indirettamente come responsabile della violenza che subisce, grazie al pregiudizio per cui la parola di una donna vale meno di quella di un uomo.

Donne e potere

A oggi, e malgrado la forza del movimento delle donne italiane, lo Stato italiano fatica a recepire completamente i messaggi della società civile che lavora ogni giorno in questi ambiti e che, come riconosciuto da enti internazionali e dall’Onu, è più avanti delle istituzioni stesse e che per questo dovrebbe essere più ascoltata.

Un altro tipo di risultato ha invece avuto l’informazione in cui è aumentata l’attenzione al linguaggio e al trattamento di argomenti che riguardano il femminicidio, anche se siamo ancora lontani dall’obiettivo. Informazione che oscilla tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora parole come raptus o delitto passionale, e chi invece incoraggia una narrazione differente, soprattutto attraverso blog e rubriche dove le giornaliste hanno creato una certa autonomia, parallela all’informazione ufficiale. E questo anche perché nei media, malgrado la presenza femminile nelle redazioni, i ruoli di responsabilità vengono assegnati inequivocabilmente a uomini: un dato fondamentale se si pensa che chi decide cosa mettere in pagina, su una testata, sono i direttori o i capiredattori centrali. Secondo l’Osservatorio di Pavia che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle donne nelle testate italiane occupa posti di comando come direzione, vicedirezione, caporedattore centrale. In politica, anche se abbiamo 7 ministre, a livello regionale e dei comuni in Italia solo il 19,7% dei ruoli elettivi o di nomina sono al femminile, mentre per le posizioni chiave – Quirinale, Province, ministeri, parlamento, Regioni, giunte e consigli comunali – il 79,27% degli incarichi è in mano agli uomini, contro il 19,73% delle donne. Nei consigli regionali su un totale di 1.065 rappresentanti di tutta Italia: 919 sono uomini e 146 sono donne, e le donne presidenti sono solo il 10%. Analizzando la composizione del parlamento, se la percentuale di donne è passata dal 30% sul totale dei deputati e senatori, solo 16% ricopre i ruoli più importanti come capogruppo, presidente di commissione, ufficio di presidenza; mentre nel governo, se si prende in considerazione viceministri e sottosegretari, si arriva al 27% di donne.

E anche se la presenza nei ruoli chiave di donne che portano avanti politiche per le donne non basta (molte ancora cadono nell’omologazione maschile o nell’obbedienza al capo maschio), e anche se rimane la critica femminista a un modello (maschile) che strutturalmente è fallimentare, è anche vero che oggi le donne italiane non vogliono più essere discriminate né messe da parte ma vogliono decidere, e non solo sulle politiche di genere, con gli uomini che finalmente si dovrebbero mettere in ascolto.

Lavoro

In Italia il tasso di occupazione femminile non raggiunge lo standard europeo fissato al 60% e le donne occupate tra i 15 e i 64 anni è del 46,5%, un’occupazione che cala al 38% con l’arrivo di un figlio e arriva al 15,7% in caso di due figli. Donne che con il jobs act (la nuova legge del presidente Renzi sul lavoro) saranno ancora più esposte nel momento in cui avessero la malaugurata idea di procreare e alle quali il presidente ha pensato di regalare 80 euro al mese per qualche anno. Ma risolvere la crisi dei paesi riportando le donne a casa a fare i lavori di cura in un contesto che ha ormai reso quasi inesistente il welfare, è il sogno di molti premier che così risparmierebbero soldi da investire in strutture e toglierebbero di mezzo donne per tirare fuori miracolosamente nuovi posti di lavoro. Una manovra, quella di Renzi sul lavoro, che attraverso i nuovi contratti brevi non darà alcuna garanzia di stabilizzazione e consentirà ai datori di lavoro di non ricorrere alle dimissioni in bianco o indagare sulle intenzioni procreative, perché basterà fare contratti brevi non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravidanza.

Salute

Per quanto riguarda poi il diritto alla salute e all’interruzione di gravidanza volontaria, in Italia la legge 194 subisce attacchi continui e su questo la presenza dei movimenti cattolici è determinante, e mette in pericolo la sua applicazione dato che oltre l’80% dei ginecologi è obiettore di coscienza e le donne respinte dalle strutture che ricorrono all’aborto clandestino con interruzioni illegali sono calcolate dal ministero della Sanità intorno alle ventimila: una cifra che ma che in realtà si aggira sui 40/50 mila. Ma l’autodeterminazione riguarda anche come mettere al mondo un figlio o una figlia nel momento in cui la donna lo decide, e su questo in Italia è finalmente approdato un interessante dibattito che sta crescendo intorno al parto, o meglio all’autodeterminazione su come partorire: un tema che mette in discussione l’apparato di controllo istituzionale degli ospedali sulla donna che partorisce e che, ancora oggi, sottrae a lei il potere decisionale con vere e proprie torture come l’essere legate a letto o il taglio alla vagina.

Conclusione

I temi della libertà di scelta, autodeterminazione, discriminazione in ogni ambito pubblico e privato, pari opportunità sul lavoro, il femminicidio, la rottura degli stereotipi a partire dal linguaggio e dall’educazione, la trasformazione radicale della cultura patriarcale e paternalistica, il confronto con una gestione femminile del potere, la salute riproduttiva, il welfare: rimangono i punti fondamentali del dibattito femminista italiano che se da una parte è riemerso in maniera forte e pubblicamente, dall’altra si sta scontrando con istituzioni che tendono più a contenere che ad ascoltare, ma anche con una rigidità interna del movimento stesso che tende, in questo momento, a individualizzare e a spezzettarsi, perdendo così di vista l’obiettivo principale. Fattori che stanno pericolosamente facendo abbassare il livello di guardia.

La forza delle donne dal Mediterraneo a Parigi

“Intorno al Mediterraneo. La forza delle donne”: ne parliamo sabato 7 febbraio all’incontro organizzato dalle Femmes d’Histoire e moderato dalla giornalista Stéphanie Duncan al Palais des Congrès et de la Culture di Le Mains, Parigi.

CONFERENZA PARIGI2

AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE

La force des femmes

Rencontres Femmes d’Histoire

 

Samedi 7 Février 2015 / Le Mans – Palais des Congrès et de la Culture

rue d’Arcole
72000 LE MANS – Paris
Tel : 02 43 43 59 59

ENTRÉE LIBRE

Valoriser les actions des femmes d’hier et d’aujourd’hui et mettre en perspective leur engagement dans la vie sociale, artistique, économique et politique, c’est ce que propose l’association Femmes d’histoire en organisant chaque année, au Palais des Congrès et de la Culture du Mans, des rencontres thématiques. Le thème ” Autour de la méditerranée / La force des femmes” a été retenu pour 2015. Cette 10ème édition proposera un regard historique et contemporain sur la place accordée aux femmes dans les civilisations méditerranéennes.

Conférences, tables rondes et débats menés par Stéphanie Duncan, animatrice de l’émission ‘‘Les femmes toute une histoire’’ sur France inter.

MATINÉE

9h30 INAUGURATION DES RENCONTRES

suivie de la présentation de l’exposition par Nadia Khiari.

Mots de bienvenue et ouverture officielle des rencontres par Nicole Ballon, Présidente de l’association ‘‘Femmes d’Histoire’’, Jean-Claude Boulard Sénateur-maire et Jacqueline Pedoya, adjointe au maire, chargée du rayonnement de la Ville.

10h CONFÉRENCES

Femmes de la Méditerranée, entre conflit des patriarcats et affirmation des libertés individuelles

Sonia Dayan-Herzbrun

photo SDH

Sociologue et philosophe française, professeure émérite à l’université Paris 7 Denis Diderot. Elle travaille entre autre sur la question du genre au Moyen-Orient et les rapports hommes-femmes dans les mouvements actuels. Auteur de Le Moyen-Orient en mouvement,   co-dirigé en 2012 avec Azadeh Kian, revue Tumultes (éditions Kimé)  et de Femmes et politique au Moyen-Orient, Paris, (éditions L’Harmattan), 2005.

Les femmes sous la guerre

Nora Hamdi

Hamdi 1 photo de JF Paga Grasset 2014

Romancière, cinéaste algérienne. Elle est notamment l’auteur , Des poupées et des anges, (éditions Au diable Vauvert) adapté au cinéma en 2008, ainsi que d’un essai sur la guerre d’Algérie vécue par des femmes, La Maquisarde, (éditions Grasset), 2014.10h45 > 11H15 DÉBAT AVEC LE PUBLIC11H15 > 11H30 Pause et dédicaces d’ouvrages avec le concours de la librairie L’herbe entre les dalles11H30 > 12H30 Projection du documentaire MéditerranéennesMille et un combatsde Serge Moati, 2013, 52 minDans les révolutions en Tunisie comme en Égypte, des femmes ont été en premières lignes pour manifester leur soif de démocratie et de liberté.Ces luttes, elles les partagent avec d’autres femmes en Espagne, en Israël mais aussi en Italie et au Maroc.Projection suivie d’un débat.

APRÈS – MIDI

14H30 TABLE RONDE

Des femmes aux engagements multiples

Maria Al Abdeh

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Docteur en microbiologie, activiste syrienne, membre fondateur du mouvement Syrien de Non violence et directrice exécutive de l’association syrienne Soriyat pour le développement humanitaire qui œuvre depuis 2012 pour le soutien et le renforcement des femmes syriennes à l’intérieur du pays et dans les pays voisins.

Luisa Betti

LUISA BETTI2

Journaliste italienne, experte en droit des femmes et des enfants et spécialiste des discriminations.  En Italie, elle a œuvré à la promotion de la convention ‘‘No More’’ contre les violences faites aux femmes. Elle anime des séminaires d’enseignants et des formations pour les avocats et diverses institutions.

Faouzia Farida Charfi

Faouzia Charfi

Enseignant-chercheur en sciences physiques, tunisienne, ancienne secrétaire d’État à l’Enseignement supérieur du gouvernement provisoire (2011). Condamnée par la Cour de sûreté de l’Etat en 1968-1969 pour appartenance au mouvement politique PERSPECTIVES. Elle est l’auteur de La science voilée, (éditions O. Jacob), Paris, 2013.

Nadia Khiari

photo nadia

Artiste tunisienne, caricaturiste, peintre, enseignante en arts plastiques et directrice artistique d’une galerie d’art. Avec son chat, WillisFromTunis, elle a remporté en Italie le prix 2014 pour la section ‘‘satire politique sur des dessins satiriques’’. Elle exposera 25 caricatures au Palais des Congrès le 7 février 2015.

Pinar Selek

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Sociologue et politologue turque, spécialiste des rapports de domination et de l’action collective. Militante antimilitariste, féministe et écrivaine, exilée en France, elle est persécutée par le pouvoir turc depuis 1998, menacée de prison à vie, malgré trois acquittements. Auteur de Loin de chez moi… mais jusqu’où ?, (éditions iXe), 2012, La maison du Bosphore, (éditions Liana Lévi), 2013, Devenir un  homme en rampant, (éditions l’Harmattan), 2014, Parce qu’ils sont Arméniens, (éditions Liana Lévi), février 2015.

16H30 > 17H15 DÉBAT AVEC LE PUBLIC

17H15 > 17H30 Pause et dédicaces d’ouvrages avec le concours de la librairie L’herbe entre les dalles

17H30 > 19H15

Projection du film Des poupées et des anges de Nora Hamdi,  2008, 1h42 suivie d’une discussion avec Nora Hamdi.

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Entre banlieue et capitale, amour et violence, à travers leur quotidien, Chirine et Lya cherchent leur place de femme dans un monde où l’humanité tente de survivre.

Exposition
Dessins de Nadia Khiari
NADIA FINAL 663x407

Artiste tunisienne, caricaturiste, peintre.
Exposition de 25 caricatures. Avec son chat Willis from Tunis, elle a remporté en Italie le prix 2014 pour la section ‘‘Satire politique sur des dessins satiriques’’.

Rencontre au lycée Gabriel Touchard en compagnie de Nadia Khiari, le 6 février.

Présentation au lycée Bellevue de l’exposition de Nadia Khiari du 4 au 13 mai 2015.

Projection À la Médiathèque Louis Aragon
Allez Yallah !
Allez yallah affiche

de Jean-Pierre Thorn, 2006, 1h52,
samedi 31 janvier à 14h30
Ainsi qu’une sélection de documents. En partenariat avec la médiathèque Louis Aragon.

Accès libre et gratuit dans la limite des places disponibles.