Storie di donne: la sindaca di Lampedusa sbarca a Roma

Stasera al teatro Ambra alla Garbatella storie di donne: Neda, Hanifa e Rose, che dall’Iran, dall’Afghanistan e dal Kenya raccontano la loro schiavitù. Prima però (alle 19) la storia di un’altra donna, questa volta italiana e sindaca di un’isola, Lampedusa, diventata il simbolo di speranza e di morte legati all’immigrazione clandestina. E’ Giusi Nicolini, la sindaca coraggiosa che considera i clandestini che sbarcano sull’isola non dei numeri ma “persone” – come ci tiene lei stessa a specificare – una donna che paga la sua “umanità” con minacce e intimidazioni, e che stasera racconterà la sua storia, una storia che ci riguarda tutt*. Interverranno all’incontro anche Laura Boldrini, Shukri Said, Bengesi Battisti, Silvia Resta, Norma Martelli.

 

al Teatro Ambra alla Garbatella

(piazza Giovanni da Triora 15 – Roma, tel.  06 81173900 – http://www.ambragarbatella.com)

Donne e immigrazione: la trappola del mare.

Incontro con la sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini

a cura dell’on. Jean Leonard Touadì

L’on Jèan Leonard Touadì ha accolto con partecipazione l’appello che Giusi Nicolini ha rivolto all’Europa e con la Compagnia della Luna, compagnia teatrale di Nicola Piovani che produce La città di plastica, ha deciso di convocare questo incontro. Lampedusa, vive un dramma in maniera diretta e ravvicinata, un dramma che dovrebbe coinvolgere tutti. Lo scorso 4 novembre un barcone è naufragato tra la Libia e Lampedusa, in mare sono stati recuperati 11 corpi, senza fare notizia. “Ho lanciato questo appello all’Europa – spiega la Nicolini – per riaccendere le coscienze. Lo so che viviamo un momento di grave crisi. Ma la morte in mare di queste persone non può passare inosservata. Da quando sono diventata sindaco, a maggio scorso, mi sono stati consegnati già ben 21 cadaveri. E non conosciamo il numero delle persone rimaste in fondo al mare e che nessuno cercherà mai”.

Intervengono

Giusi Nicolini (sindaco di Lampedusa)

Laura Boldrini (portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – UNHCR),

Shukri Said (ass. Migrare)

Bengesi Battisti (il Sindaco di Corchiano – Associazione dei Comuni Virtuosi)

Silvia Resta (giornalista, autrice con Francesco Zarzana de La città di plastica)

Norma Martelli (regista de La città di plastica)

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Dopo l’incontro seguirà lo spettacolo della Compagnia della Luna in collaborazione con ass.Rondini e Progettarte

che presenta (dal 18 al 23 dicembre da martedì a sabato h. 21.00 – domenica h. 17.00)

LA CITTA’ DI PLASTICA nel giardino dei sogni

di Silvia Resta e Francesco Zarzana

con Claudia Campagnola

scene Camilla Grappelli e Francesco Pellicano

suono David Barittoni

regia Norma Martelli

poesia di Forough Farrokhzad letta da Antonella Civale 

Teatro Ambra alla Garbatella

La Compagnia della Luna in collaborazione con l’associazione Rondini e Progettarte presenta, dal 18 al 23 dicembre 2012 al Teatro Ambra alla Garbatella di Roma, La città di Plastica di Silvia Resta e Francesco Zarzana, interpretato da Claudia Campagnola, con la regia di Norma MartelliLa Città di Plastica rappresentato con successo a Roma per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, ha ricevuto il patrocinio di ALDA – Association of the Local Democracy Agencies (sede presso il  Consiglio d’Europa di Strasburgo), di Roma Capitale – Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico, della Regione Lazio – Assessorato alla Cultura Arte e Sport, della Provincia di Roma – Assessorato alle Politiche Culturali,  ed è stato invitato quest’anno nella rassegna internazionale “Migraction 5” al Theatre de l’Opprimé di Parigi. Lo spettacolo sostiene il WFP – Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Tre voci  dalle cronache dei nostri tempi, frutto di reportage giornalistici. Neda, Hanifa e Rose, sono  tre donne contemporanee, che dall’Iran, dall’Afghanistan e dal Kenya, ci raccontano  il dolore, realmente vissuto dalle protagoniste, di chi ancora oggi in quanto donna, non solo non può scegliere della propria vita ma anzi viene costretta a subire la completa mancanza di libertà. Dall’Iran, la voce di Neda Salehi Agha Soltan, la studentessa uccisa a Teheran, durante le proteste divampate dopo le elezioni presidenziali del 2009 e barbaramente represse dal regime.  La sua storia ha emozionato il mondo grazie alla diffusione di un video amatoriale che ne ha documentato la morte. Dall’Afghanistan, la storia di Hanifa. E lo strazio di migliaia di ragazze che per sfuggire alla schiavitù dei matrimoni combinati, all’orrore di un marito vecchio e brutto, scelgono di darsi fuoco. Si cospargono di benzina e si bruciano. Alcune muoiono, altre finiscono ustionate a vita. È la loro dannata strada per la libertà. Dal Kenya, l’ultima protagonista: si chiama  Rose. Come le rose che lei va a tagliare, nelle serre sul lago Neivasha. Costretta per pochi dollari a respirare polveri tossiche  e concimi killer, dieci ore al giorno sotto i teloni a più di quaranta gradi. Una città di plastica sorta per il profitto delle multinazionali, che produce tumori e fiori. Fiori che finiscono in occidente, comprati e scambiati come simbolo d’ amore.

 La Compagnia della Luna sta con Emergency

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In più nel Foyer del Teatro Ambra alla Garbatella

Mostra fotografica a cura del WFP – Programma Alimentare Mondiale

Tutto sulla sua testa

(Dal 18 al 23 dicembre)

“Tutto sulla sua testa”, una collezione di fotografie che gli operatori umanitari del WFP, il Programma Alimentare Mondiali delle Nazioni Unite che combatte la fame nel mondo, hanno scattato in vari Paesi del Sud del Mondo negli ultimi 30 anni. Le immagini sono tutte caratterizzate da soggetti femminili che trasportano cibo sulla testa e intendono raccontare il ruolo chiave delle donne nel garantire un futuro migliore alle famiglie e alla propria comunità.

www.claudiacampagnola.comhttp://www.facebook.com/Compagnia.dellaluna

A Firenze i figli di un dio minore

Domani, mercoledì 19 dicembre, a Firenze, presso la Sala delle Feste del Consiglio Regionale (via Cavour, 18), continuiamo a parlare di femminicidio con il convegno “Violenza su donne e bambini,  figli di un dio minore”, un incontro che si svolge all’interno di un ciclo di eventi su queste tematiche di cui ringrazio pubblicamente Frida Alberti e Sara Vatteroni per il loro impegno e la loro professionalità. Di seguito il programma del convegno e in fondo la traduzione delle raccomandazioni della Relatrice Speciale dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, presentate a giugno di quest’anno a Ginevra alla Ventesima sessione del Consiglio Diritti Umani.

 

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Fonte: sito del Comitato per la promozione e la protezione dei Diritti Umani

TRADUZIONE NON UFFICIALE A CURA DI ILENIA GRANITTO,

LAW/COMITATO PER LA PROMOZIONE

E PROTEZIONE DEI DIRITTI UMANI

Nazioni Unite

A/HRC/20/16/Add.2

Assemblea Generale                                                                                     Distr.: Generale

15 giugno 2012

Originale: inglese

Consiglio Diritti Umani

Ventesima sessione

Agenda item 3

Promozione e protezione di tutti i diritti umani,

civili, politici, economici, sociali e culturali

incluso il diritto allo sviluppo

Rapporto dello Special Rapporteur sulla violenza contro le donne,

le sue cause e conseguenze, Rashida Manjoo

Addendum

Missione in Italia* **

Sommario

Questo rapporto contiene i risultati emersi dalla visita in Italia dello Special Rapporteur  effettuata dal 15 al 26 gennaio 2012 sulla violenza contro le donne, le cause e le conseguenze. Esamina la situazione della violenza contro le donne nel paese prendendo in considerazione le cause e le conseguenze. Discute anche la risposta da parte dello Stato per prevenire tale violenza, proteggere e fornire rimedi alle donne che hanno subito tale violenza e per condannare e punire gli autori.

* Il sommario è circolato in tutte le lingue ufficiali. Questo rapporto, che è allegato al sommario, è circolato solo nella lingua in cui è stato presentato.

** Presentazione tardiva.

Annessi                                                                                                             [Solo inglese]

Rapporto dello Special Rapporteur sulla violenza contro le donne,

le sue cause e conseguenze rilevati nel corso della sua missione in Italia

(15–26 gennaio 2012)

Indice

Paragrafi     Pagine

I. Introduzione…… ……………………………………………………………………………………………. 1–5 4

II. Il contesto economico e politico italiano e le sue implicazioni per i diritti

delle donne …………………………………………………………………………………………………………… 6–13 5

A Popolazione …………………………………………………………………………………………. 6–8 5

B. Contesto politico ed economico …………………………………………………………….. 9–10 5

C. Status generale delle donne nella società ………………………………………………… 11 6

D. Donne e occupazione …………………………………………………………………….. 12–13 6

III. Manifestazioni di violenza contro donne e bambine ……………………………………….. 14–37 7

A. Violenza domestica ……………………………………………………………………………… 14–18 7

B. Femminicidio …………………………………………………………………………………………… 19–20 8

C. Violenza contro donne delle comunità Rom e Sinti ……………………. 21–24 8

D. Violenza contro le donne migranti ………………………………………………………….. 25–29 9

E. Donne nelle strutture di detenzione ………………………………………………………………. 30–35 10

F. Donne diversamente abili ……………………………………………………………………… 36–37 12

IV. Risposta dello Stato alla violenza contro le donne ………………………………………………. 38–63 12

A. Sviluppi del quadro legislativo ……………………………………………. 38–52 12

B. Sviluppi del quadro istituzionale e delle politiche …………………………. 53–63 16

V. Servizi di supporto per le donne vittime di violenza…………………………………………….. 64–66 17

VI. Sfide principali ………………………………………………………………………………………… 67–90 17

A. Accesso al quadro giurisdizionale/legale ………………………………………………………… 69–72 18

B. Donne vittime di forme multiple di discriminazione …………………………………….. 73–78 18

C. Donne nelle strutture di detenzione………………………………………………………………. 79–81 20

D. Donne e occupazione…………………………………………………………………….. 82–84 20

E. Raccolta dati e statistiche ………………………………………………………………… 85–86 21

F. Supporto coordinato e risposta ………………………………………………………… 87–90 21

VII. Conclusioni e raccomandazioni ………………………………………………………………. 91–97 22

A. Riforme legislative e politiche ………………………………………………………………………. 94 22

B. Mutamenti sociali e iniziative di sensibilizzazione ………………………………….. 95 23

C. Servizi di supporto …………………………………………………………………………………. 96 24

D. Raccolta dati e statistiche………………………………………………………………… 97 24

I. Introduzione

  1. Lo Special Rapporteur desidera esprimere la sua gratitudine al Governo dell’Italia per l’eccellente cooperazione esteso prima, durante e dopo la sua visita al Paese[1]. Durante la visita a Roma, Milano, Bologna e Napoli, si sono svolte consultazioni con gli alti funzionari dei ministeri degli Interni; difesa; giustizia; lavoro; politiche sociali e pari opportunità; affari; istruzione; sanità e per la cooperazione internazionale e l’integrazione. Il Relatore Speciale ha incontrato anche con i funzionari dell’UNAR,  l’ISTATe l’Istituto Nazionale di Economia Agraria. Ha tenuto incontri con i membri della Commissione Diritti Umani del Senato e del CIDU.
  1. I suoi incontri hanno anche compreso quelli con i Presidenti della Corte di Giustizia Minorile e la Corte di Cassazione, i rappresentanti del Tribunale per i minorenni  e del Tribunale di Roma e i membri dei Dipartimenti degli Affari giudiziari e dell’Amministrazione Penitenzieria, così come la Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri.
  1. Lo Special Rapporteur ha visitato il centro anti-violenza all’interno del Pronto Soccorso del Ospedale San Camillo di Roma, ed i centri antiviolenza a Roma e Imola. Ha incontrato i rappresentanti delle organizzazioni della società civile a Roma, Milano, Bologna e Napoli. La sua missione ha incluso anche visite al centro di immigrazione di Ponte Galeria a Roma; al carcere di Rebibbia di Roma; all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, al centro di detenzione per i Minorenni di Nisida, a Napoli, e al centro di detenzione per le donne di Pozzuoli, Napoli . Ha visitato un insediamento autorizzato per la comunità Rom e Sinti a Roma e ha partecipato a un evento pubblico sulla violenza contro le donne organizzato dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
  1.  Lo Special Rapporteur è grato a tutti i suoi interlocutori, in particolare alle vittime di violenza e alle donne detenute e nei centri antiviolenza che hanno condiviso le loro esperienze con lei.  Auspica un dialogo proficuo e costante con il governo e le altre parti interessate sull’attuazione delle sue raccomandazioni.

 II. Il contesto economico e politico italiano e le sue implicazioni per i diritti delle donne

  1. Popolazione

6. La popolazione in Italia è caratterizzata da un aumento della popolazione anziana a causa dei bassi tassi di natalità e l’aumento di aspettativa della vita[2]. Secondo i dati dell’Istituto Nazionale Italiano di Statistica (ISTAT), il 20,3 per cento della popolazione aveva 65 e più anni nel 2010. La popolazione è equamente divisa tra le donne e gli uomini[3].

7. Nel 2011 la percentuale di immigrati in Italia è aumentata del  7,9 % rispetto al 2010, principalmente a causa della nascita della seconda generazione di migranti. Gli stranieri non sono equamente distribuiti all’interno del paese con l’86,5 % concentrato nel nord e nel centro del paese e il resto nel Sud[4]. La maggior parte proviene da Ucraina, Marocco, Repubblica di Moldavia, Cina, Bangladesh, India, Egitto, Senegal, Albania e il Pakistan (CEDAW/C/ITA/Q/6/Add.1, cpv. 289). I migranti costituiscono il 7,4 % della popolazione con le donne che rappresentano circa la metà di tutti i migranti residenti in Italia[5].

8. A seconda della fonte, ci sono circa 130,000-170,000 Rom, Sinti e Camminanti che vivono in Italia e rappresentano lo 0,2 % della popolazione[6]. Circa la metà di tutti i Rom e Sinti che vivono in Italia sono cittadini italiani, mentre il 20-25 % vengono da altri Stati membri dell’Unione

Europea (la stragrande maggioranza dalla Romania), il resto viene da Stati non dell’Unione Europea oppure sono apolidi[7].

  1. B.    Contesto politico ed economico

9. L’Italia è governata da un governo tecnico composto di un nuovo Primo Ministro e il Consiglio dei Ministri a seguito del voto di fiducia del Parlamento italiano del novembre 2011. Le questioni politiche fondamentali comprendono la gestione e i tentativi di ridurre il debito pubblico italiano (120% del prodotto interno lordo), la salvaguardia del sistema bancario e il mantenimento dell’Italia nell’Euro Zone[8]. I rappresentanti di questo Governo riconoscono i loro limitati poteri e tempi per introdurre diffuse modifiche legislative e che il loro obiettivo principale è quello di concentrarsi sulle riforme strutturali del mercato economico e del lavoro per affrontare la crisi economica interna, che è aggravata dalla crisi regionale e internazionale.

10. Ai sensi delle modifiche costituzionali, una crescente autonomia è stata delegata alle autorità locali in Italia (CEDAW/C/ITA/6, par. 7). Un quadro giuridico (Legge No. 42/2009) e un processo in corso sul federalismo fiscale aumenteranno ulteriormente l’autonomia regionale in materia di imposte e oneri fiscali.

C. Condizione generale delle donne nella società

11. Gli stereotipi di genere, che predeterminano i ruoli di uomini e donne nella società, sono profondamente radicati[9]. Le donne portano un pesante fardello in termini di cura della casa, mentre il contributo degli uomini ad essa è tra i più bassi nel mondo[10]. Per quanto riguarda la loro rappresentanza nei media, nel 2006, il 53% delle donne che appaiono in televisione non parla, mentre il 46% è stato associato a temi quali il sesso, la moda e la bellezza e solo il 2% a questioni di impegno sociale e professionale[11].

D. Donne e occupazione

12. Nonostante l’articolo 51 della Costituzione, che rafforza il principio della parità di genere, le donne sono sottorappresentate nell’ambito degli impieghi pubblici e privati, sia a livello nazionale, regionale o locale (CEDAW/C/ITA/CO/6, comma 32.) . Secondo i dati forniti dal governo, le posizioni direttive senior in entrambi i settori, pubblico e privato, sono ancora dominate dagli uomini, anche nei luoghi di lavoro dove le donne costituiscono la maggioranza della forzalavoro[12]. Ad esempio, solo il 50% della gestione del personale nelle scuole e il 38 % dei medici sono donne[13]. All’interno della polizia di Stato, le donne nei vari gradi costituiscono il 14,9 % del personale, mentre nelle forze armate gli agenti di sesso femminile rappresentano il 3,48 % del personale totale[14]. Nel corpo dei Carabinieri, gli agenti di sesso femminile al di sopra del rango di sottufficiali rappresentano l’1,37% del personale totale[15].

13. Inoltre, vi sono significative differenze regionali nel tasso di disoccupazione con tassi bassi a nord ed alti nel sud[16]. Nel 2011 il tasso di disoccupazione delle giovani donne del Sud Italia è pari al 44,6% mentre il tasso medio di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 29,1%[17]. Le donne e i giovani hanno tassi di disoccupazione più alti rispetto agli uomini[18]. Le donne diversamente abili sono svantaggiate sia per quanto riguarda l’accesso all’occupazione sia per quanto riguarda il reddito[19]. Le donne migranti hanno otto volte più probabilità di essere impiegate in un lavoro poco qualificato dei loro omologhi italiani[20].

III. Manifestazioni di violenza contro donne e bambine

A.    Violenza domestica

14. I fornitori di servizi indicano che, con un tasso di diffusione fino al 78%[21], la violenza domestica è la forma di violenza più diffusa che continua a colpire le donne in tutto il paese. Da un’indagine nazionale condotta nel 2006 si stima che il 31,9 per cento delle donne tra i 16 ei 70 anni subiscano violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita e che il 14,3 per cento di loro subiscano almeno un episodio di violenza fisica o sessuale dal loro attuale o ex partner[22].

15. Inoltre, gli atti di violenza domestica sono per la maggior parte dei casi gravi, con il 34,5 per cento delle donne che denunciano di essere vittima di gravi episodi di violenza; il 29,7 per cento di loro ha dichiarato che era sufficientemente grave, mentre il 21,3 per cento delle vittime si è sentito in pericolo, quando la violenza è stata perpetrata. Eppure solo il 18,2 per cento di quelle donne considerava la violenza domestica un reato e il 36 per cento lo accettava come un fatto comune. Allo stesso modo, solo il 26,5 per cento delle donne considerava lo stupro o il tentato stupro un crimine[23].

16. La violenza domestica nella sfera privata rimane in gran parte invisibile e sotto denunciata[24]. Anche se le statistiche della Procura di Roma indicano un leggero aumento di denunce in materia di reati sessuali e violenza domestica nel 2010, il 96 per cento delle donne, vittime di atti violenti da parte di non partner, e il 93 per cento delle vittime di abusi da parte del partner non segnalano i casi alla polizia. Allo stesso modo, la maggior parte dei casi di stupro (91,6 per cento) non sono denunciati alla polizia. Inoltre, il 33,9 per cento delle donne che hanno subito violenza per mano di un partner e il 24 per cento da un non-partner non hanno mai parlato di quello che è successo loro (CEDAW/C/ITA/Q/6/Add.1, para . 90).

17. Lo Special Rapporteur è stato informato dei casi di violenza domestica portati dinanzi ai giudici che sono sbarrati da una prescrizione, a causa di lunghi ritardi nel completamento dei processi[25].Un esempio è l’esperienza di una madre a Napoli la cui figlia è stata uccisa dal marito. Nonostante la sua difesa fosse basata sul delitto passionale, è stato giudicato colpevole e condannato a 16 anni. Il suo processo d’appello è stata ritardato a causa del fatto che il Presidente fosse andato in pensione e della mancanza di un giudice di Corte d’appello che affrontasse la questione. se la questione non sarà conclusa in tempo, in termini di prescrizione della legge, sarà rilasciato il prossimo anno.

18. Ulteriori atti di violenza contro le donne possono essere perpetuati grazie alla tendenza al regime di affidamento condiviso dopo lo scioglimento delle unioni. Come risultato di questa situazione, alle donne divorziate o separate che hanno subito violenza domestica in alcuni casi può essere richiesto di mantenere stretti contatti con l’autore della violenza, per quanto riguarda l’educazione dei loro figli[26].

B. Femminicidio

19. Il continuum della violenza nella casa si riflette nel crescente numero di vittime di femminicidio. Dall’inizio degli anni 1990, il numero di omicidi di uomini da parte di uomini è diminuito, mentre il numero delle donne uccise da uomini è aumentato[27]. Un rapporto sul femminicidio basato sulle informazioni fornite dai media indica che nel 2010 ben  127 donne sono stati assassinate da uomini[28]. Di queste, il 70 per cento erano italiane e il 76 per cento degli autori erano anche  italiani[29]. Ciò contrasta con l’opinione comune che tali crimini siano commessi da uomini stranieri, percezione rinforzata dai media. Nel  54 per cento dei casi di femminicidio, l’autore era o un partner o ex partner e solo nel 4 per cento dei casi l’autore era sconosciuto alla vittima.

20. Le cause che portano al femminicidio comprendono la separazione di una coppia, il conflitto all’interno della relazione, l’”onore, la disoccupazione maschile e la gelosia da parte dell’autore “[30], fattori che spesso si sovrappongono e coesistono.

C.Violenza contro le donne delle comunità Rom e Sinti

21. Lo Special Rapporteur ha visitato un insediamento autorizzato per Rom e Sinti a Roma, originariamente costruito per ospitare 800 persone ma al momento della visita ne ospitava 1,200[31]. E’ stata informata che questo aumento è il risultato, tra l’altro, dell’aumento dei tassi di natalità nel campo e di sgomberi degli insediamenti irregolari autorizzati dal governo sulla base dello stato di emergenza amministrativa, decreti e ordinanze degli anni passati, in linea con la legislazione della protezione civile[32]. Interviste con gli abitanti del campo hanno inoltre rivelato una situazione caratterizzata dalla mancanza di un alloggio adeguato dove le famiglie di grandi dimensioni con figli e nipoti vivono in piccoli container, con acqua non potabile e condizioni igienico-sanitarie non sane, infrastrutture di riscaldamento e elettriche limitate. Il campo è emarginato dal resto della società italiana. Come ha dichiarato un residente: “Guardaci. Abbiamo vissuto per lungo tempo come animali in contenitori, nel ventunesimo secolo, perché lo Stato ci considera come nomadi. Perché non può fornirci appartamenti?”.

22. Interviste con le donne nell’insediamento rivelano che un generale pregiudizio sociale nei loro confronti si riflette anche nei media. Questo rafforza la loro mancanza di fiducia e di confidenza nella società italiana e nello Stato. Mentre le donne Rom in genere non denunciano le violenze alla polizia, un sondaggio rivela che il 26 per cento delle donne Rom intervistate hanno riferito di aver subito abusi da parte della polizia compresa la violenza fisica, trattamenti degradanti, commenti razzisti e offese sessuali[33]. Una donna anziana che vive nel campo ha inoltre informato lo Special Rapporteur della sua riluttanza e paura di andare fuori dal campo a cercare servizi sanitari e di altro tipo, nonostante la sua nazionalità europea, a meno che non sia accompagnata da coniuge o figlio.

23. Nel settore dell’occupazione, la maggior parte delle donne all’interno di questa comunità non può accedere facilmente al mercato del lavoro a causa di “discriminazione nei loro confronti, gravidanze e responsabilità familiari, basso livello o mancanza di istruzione e formazione professionale, e spesso, divieto da parte dei loro coniugi”[34]. Le donne intervistate hanno anche ricordato che la pressione della comunità può portare ad optare per rimanere a casa e dedicarsi alla famiglia, al fine di preservare la propria cultura. Coloro che cercano e riescono a trovare un lavoro sono stigmatizzate e discriminate anche attraverso “l’attribuzione di condizioni più difficili di lavoro, contratti a breve termine, con benefici occupazionali limitati, e sono spesso etichettate come ladre e persone pigre. Questo le porta a nascondere la loro origine ai datori di lavoro e ai colleghi[35].

24. Per quanto riguarda l’istruzione, i bambini, che costituiscono oltre il 40 per cento della popolazione Rom e Sinti[36], non frequentano regolarmente le scuole, nonostante le leggi e le politiche esistenti. Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il 54,7 per cento dei bambini di questi gruppi frequenta la scuola primaria, mentre solo il 1,3 per cento frequenta la scuola secondaria superiore. Lo Special Rapporteur è stato informato di una iniziativa della società civile in cui le madri delle comunità vengono assunte per assicurare l’istruzione dei figli. Lo fanno accompagnando i bambini da e per la scuola, interagendo con gli insegnanti per conto delle loro famiglie e incoraggiando le famiglie a mandare i propri figli, soprattutto le ragazze, a scuola. Nonostante tali misure, le interviste con le donne che vivono nel campo rivelano che la paura – di discriminazione, intolleranza, bullismo da parte degli alunni, degli insegnanti e della comunità esterna in generale, ma anche la paura di perdere la propria cultura etnica e identità – è la ragione principale per cui i genitori optano di non mandare i propri figli, soprattutto ragazze, a scuola. Altri motivi che contribuiscono alla dispersione scolastica delle ragazze sono le responsabilità domestiche, la povertà e i matrimoni in età precoce[37].

D.Violenza contro le donne migranti

25. Le donne migranti che si trovano in situazione irregolare nel Paese sono vittime di molteplici forme di discriminazione, ulteriormente amplificate dal “pacchetto sicurezza”[38]. Lo Special Rapporteur è stato informato durante un’intervista presso un Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di un caso in cui una donna migrante in situazione irregolare che ha denunciato un tentativo di stupro alla polizia è stata trasferita al CIE, invece di ottenere un’azione legale contro l’autore del reato. Incidenti come questi portano ad una ri-vittimizzazione continua e allo sfruttamento delle donne migranti, dal momento che la loro paura di essere arrestate agisce come un ostacolo alla denuncia.

26. Le leggi del pacchetto sicurezza hanno anche un impatto sulle donne migranti che si trovano nel paese in seguito a ricongiungimento familiare. Lo Special Rapporteur è stato informato dai mediatori culturali che lavorano sulle questioni dei migranti a Imola di casi in cui queste donne subiscono violenza domestica, economica e psicologica da parte dei loro coniugi. Il periodo di residenza legale obbligatorio di due anni costringe coloro che non hanno altre opzioni a vivere con coloro dai quali vengono abusate, al fine di acquisire la cittadinanza. La mancanza di informazioni sull’assistenza a loro disposizione da parte delle istituzioni pubbliche e private o di conoscenza del sistema di immigrazione italiana e della lingua aggrava ulteriormente la loro situazione.

27. La legislazione sull’immigrazione[39] prevede la possibilità di rilasciare permessi di soggiorno per motivi di protezione sociale alle donne vittime di tratta e sfruttamento, in seguito una dichiarazione del loro status e al completamento dei programmi di assistenza richiesti. Eppure, un colloquio con una vittima della tratta in attesa di deportazione in CIE ha rivelato che la paura di rappresaglie da parte dei trafficanti, che lei crede abbiano un potere materiale e spirituale su di lei e sulla sua famiglia, le impedisce di beneficiare di programmi di assistenza alle persone vittime di tratta.

28. In termini di occupazione, lo Special Rapporteur è stato informato che la maggior parte delle donne immigrate sono impiegate come badanti/lavoratrici domestiche in case private. Esse si occupano di una serie di compiti, dalla pulizia alla cura dei bambini, dei diversamente abili e degli anziani. Il lavoro di queste dipendenti compensa le carenze del sistema di welfare pubblico, che è costretto da un finanziamento insufficiente (CEDAW/C/ITA/Q/6/Add.1, par. 271) e dall’invecchiamento della popolazione che necessita assistenza.

29. Per quanto riguarda l’istruzione, i bambini migranti ricevono istruzione gratuita fino all’età di 16 anni[40]. Tuttavia, poiché sono considerati fonte di disagio e un problema che incide negativamente sull’efficacia dell’istruzione[41] una recente misura politica prevede un massimo del 30 per cento di studenti non-italiani per classe[42].

E. Donne nelle strutture di detenzione

30. Secondo i dati forniti dal governo, le donne in carcere rappresentano il 4 per cento della popolazione carceraria complessiva, il 50 per cento dei quali sono straniere[43]. In generale, i reati per i quali vengono accusate o condannate sono caratterizzati come cosiddetti reati di povertà, con un basso livello di pericolosità per la società.

31. Le condizioni di sovraffollamento e insalubrità sono un problema individuato durante le visite dello Special Rapporteur ai centri di detenzione. Ad esempio, nel centro di detenzione femminile a Pozzuoli, 12 donne, tra cui una donna incinta di 8 mesi e una donna di 60 anni, sono state confinate in una cella piena di fumo di sigarette, senza acqua calda con un bagno in comune[44]. Allo stesso modo, l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, sotto l’amministrazione regionale della Lombardia, che ospita donne e gli uomini che sviluppano disturbi di salute mentale, prima o dopo la loro incarcerazione, non solo è sovraffollato, ma anche a corto di personale. Questo è un potenziale rischio di sicurezza sia per i pazienti che per il personale[45].

32. In tutte le strutture di detenzione che lo Special Rapporteur ha visitato, sovraffollamento e  risorse limitate hanno contribuito ad aumentare le sfide in materia di accesso alle opportunità di lavoro all’interno del carcere. Per esempio, in una struttura di 198 detenuti, solo 5 avevano l’opportunità di lavorare con una cooperativa situata all’interno del carcere, per la durata del loro soggiorno in prigione[46]. Interviste con le detenute presso il carcere di Rebibbia e il Centro di Detenzione Femminile di Pozzuoli hanno evidenziato anche pratiche discriminatorie da parte del personale carcerario in termini di opportunità o criteri preferenziali per il lavoro, in base alle quali è accordata priorità a detenute condannate con pene lunghe rispetto a quelle con pene brevi o in attesa di giudizio.

33. In termini di accesso all’istruzione, considerato come uno dei mezzi per riabilitare i detenuti, in particolare i minori, colloqui privati con lo Special Rapporteur hanno rivelato che nel Centro di Detenzione Minorile di Nisida è prevista solo fino a livello di scuola media. Coloro che desiderano proseguire gli studi dovranno farlo una volta che vengono rilasciati. Nel frattempo, seguono classi riconosciute di scuola media, tra cui l’italiano se del caso. Ciò può comportare l’acquisizione di più di una licenza media cosa che ha portato ad irritazione e disinteresse verso l’istruzione da parte di alcuni bambini, come riferito nel corso delle interviste presso il Centro di Detenzione Minorile di Nisida. Lo Special Rapporteur ha rilevato l’offerta di formazione professionale si inserisce nel quadro degli sforzi volti a facilitare il reinserimento dei delinquenti minori nella società. Questi corsi sono in gran parte basati su ruoli stereotipati di uomini e donne, e comprendono la produzione della pizza e lavori di carpenteria per i ragazzi e la cucina per le ragazze.

34. Durante la sua visita all’ala femminile di una prigione, lo Special Rapporteur ha preso atto della condizione delle donne detenute con figli minori. Ha trovato che le strutture sono state separate dalle altre sezioni del carcere e che le condizioni sono soddisfacenti. Le donne intervistate nel carcere di Rebibbia erano tutte stranieri e si trovavano lì per piccoli reati legati alla proprietà, per lo più furti. I loro reclami erano connessi con il fatto che erano preoccupate per gli altri figli a casa e che si sarebbero dovute applicare pene alternative, quali gli arresti domiciliari.

35. Altre istanze portate all’attenzione del relatore speciale includono l’insoddisfazione per la qualità di alcuni gratuiti patrocini finanziati dallo Stato[47]; le pratiche discontinue seguite da alcuni giudici di sorveglianza nella revisione delle pene per il rilascio anticipato dei detenuti che soddisfino le condizioni per forme alternative di detenzione e la mancanza di informazioni e delle relative motivazioni, che possono favorire la rabbia e l’incomprensione tra i detenuti[48]. Inoltre, la detenzione dei detenuti transessuali nelle sezioni maschili della maggior parte delle prigioni li espone a ulteriori violenze[49].

F. Donne diversamente abili

36. Sono circa 1,8 milioni le donne che vivono con disabilità in Italia[50]. Le donne con disabilità, comprese quelle con disabilità psichiatriche, sono più esposte alla violenza fisica e sessuale sia domestica che da parte delle istituzioni[51]. Lo Special Rapporteur è stato informato di un caso emblematico di sfruttamento sessuale di violenza nel corso di un periodo di 40 anni nei confronti di una donna sordomuta. A scuola, era stata vittima di violenza, compresa la violenza sessuale, secondo quanto riferito, commessa da sacerdoti. Secondo la vittima, era stata presumibilmente anche violentata ripetutamente e messa incinta da un membro della famiglia e costretta a sottoporsi ad un aborto non sicuro senza il suo consenso. Mentre sul posto di lavoro, è stata presumibilmente violentata dal presidente di una ONG incaricata di fornire assistenza alle persone diversamente abili rimanendo incinta. Aveva dovuto lottare con la famiglia, gli ospedali e le associazioni per tenere il suo bambino e aveva dovuto crescerlo da sola. A casa, ha presumibilmente subito violenza domestica per diversi anni dal marito alcolizzato, dal quale dipendeva finanziariamente. La mancanza di informazioni su rimedi e servizi disponibili, nonché il timore di essere ulteriormente stigmatizzata le impediva di condividere il suo calvario e ricevere assistenza.

37. Inoltre, lo Special Rapporteur è stato informato dalla Associazione Disabili Rinnovamento Democratico di Imola che le donne con disabilità sono generalmente considerate esseri asessuati, incapaci di fondare e prendersi cura di una famiglia propria o di acquisire l’istruzione e di essere impegnate in attività di guadagno economico. Nonostante linee guidale esistenti /progressive legali e politiche per l’integrazione delle donne diversamente abili, in pratica a queste donne sono offerti talvolta programmi di formazione che le conducono verso posizioni subordinate e a ruoli inferiori nel mercato del lavoro e, di conseguenza, a lavori meno pagati[52].

IV. Risposta dello Stato alla violenza contro le donne

 A. Sviluppi del quadro legislativo

38. L’Italia è parte di una serie di strumenti internazionali e regionali sui diritti tra cui la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne e il suo Protocollo Opzionale, la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, il Protocollo per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, soprattutto donne e bambini, allegato alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine Organizzato, la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e il suo Protocollo n. 12 in materia di non discriminazione.

39. A livello nazionale, la Costituzione garantisce i diritti umani per tutti e stabilisce il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione e opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

1. La violenza contro le donne

40. Il quadro giuridico italiano per combattere la violenza contro le donne si è evoluto nel tempo. L’autorità maritale è stata abolita ed entrambi i coniugi hanno l’autorità legale di prendere decisioni, comprese quelle relative ai figli[53]. La violenza sessuale contro le donne è diventata ora un reato penale, piuttosto che un reato contro la morale pubblica, e viene perseguita su denuncia[54]. Il gratuito patrocinio viene fornito alle vittime di stupro, di stupro statutario e stupro di gruppo[55]. Le mutilazioni genitali femminili sono vietate e punite per legge, con supporto alle vittime, l’istituzione di numeri verdi e iniziative di sensibilizzazione dei cittadini incluse come parte delle misure di risarcimento[56].

41. Esiste una legge specifica sullo stalking che prevede la detenzione obbligatoria per gli atti di violenza sessuale anche da parte dei partner, ed è un reato aggravato se commesso contro minori e le persone diversamente abili[57]. Altre misure relative comprendono l’istituzione di una specifica unità all’interno della polizia (Carabinieri), un numero verde nazionale e finanziamenti statali destinati.

42. Affidamento condiviso dei genitori è la fattispecie predefinita nelle separazioni coniugali[58]. Lo special Rapporteur  è stato informato da una organizzazione della società civile di Bologna di un trend crescente in cui viene assegnato questo tipo di custodia da parte dei giudici, anche nei casi in cui i bambini sono stati direttamente o indirettamente, testimoni di violenza intrafamiliare. Ciò è dovuto all’esercizio di discrezionalità giudiziaria, in assenza di una legislazione specifica che affronti tali circostanze e che possa offrire rimedi per la protezione di donne e bambini. Lo Special Rapporteur nota che un certo numero di giudici del Tribunale dei Minori di Roma tentano di colmare la lacuna nella legge interpretando il “pregiudizio che può essere sofferto dal bambino” negli articoli 330 e 333 del Codice Civile, al momento di decidere circa la perdita di diritti parentali[59].

43. Misure di tutela giurisdizionale nel contesto della violenza intrafamiliare (artt. 342 bis e ter del Codice Civile) consentono un’applicazione ex parte ad un giudice civile in caso di urgenza. Sono fornite misure di protezione, quali la rimozione del colpevole dalla famiglia, che vieta alla persona di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, la possibilità presentare capi d’accusa per abuso emotivo e psicologico, interventi da parte dei servizi sociali o dei centri anti-violenza e il pagamento regolare di alimenti[60].  La violazione di tali misure di protezione civile è penalmente sanzionata con la reclusione o con una multa (art. 388 del Codice Penale).

2. Donne vittime di forme multiple di discriminazione

(a)  Donne Rom e Sinti 

44. Decreti e ordinanze di stato di emergenza amministrativa[61] sono stati adottati in conformità alla legislazione di protezione civile per regolare gli insediamenti di “comunità nomadi”, in cui sono considerati minacce alla sicurezza pubblica. Tali norme prevedono, tra l’altro, il censimento degli individui che vivono in “insediamenti nomadi”, il monitoraggio degli insediamenti autorizzati e lo sgombero di insediamenti irregolari, anche attraverso il ricorso alle agenzie di protezione civile, la polizia e l’esercito[62].

45. Lo Special Rapporteur riconosce il recente intervento del Consiglio di Stato che ha dichiarato nullo il Decreto di Stato di emergenza in relazione agli insediamenti nelle regioni di Campania, Lombardia e Lazio[63].

(b)  Donne migranti

46. Dal 2008 sono state introdotte una serie di misure restrittive in materia di migrazione, note come “pacchetto sicurezza”[64]. Il pacchetto prevede, tra l’altro, limitazioni all’accesso ad alcuni servizi di base per i migranti irregolari, rende un reato sanzionato con la reclusione affittare un alloggio ai migranti irregolari, e autorizza ronde di cittadini per garantire la sicurezza. Inoltre, la recente Legge n.  94/2009 criminalizza l’immigrazione irregolare, che rende punibile con una multa fino a 10.000 euro. Come reato previsto e punito d’ufficio, alcuni funzionari e agenti del servizio pubblico, esclusi quelli nei settori della sanità e dell’istruzione, hanno il compito di fornire informazioni in materia di migrazione irregolare. Non farlo è un reato ai sensi dell’articolo 331, comma 4, del Codice di Procedura Penale e degli articoli 361 e 362 del Codice Penale.

(c) Donne vittime di tratta

47. Legge n. 228/2003 contro la tratta di esseri umani ha introdotto il reato di riduzione di una persona o mantenimento di lui/lei in schiavitù o servitù, tratta di esseri umani e commercio di schiavi. Essa prevede inoltre la creazione di un programma a breve termine di protezione che garantisca l’alloggio, il cibo e le cure mediche alle vittime nei centri protetti.

48. La legislazione include anche uno speciale permesso di soggiorno per le vittime della tratta, come parte di un pacchetto di protezione sociale, che è indipendente da qualsiasi denuncia/ trasmissione di informazioni da parte della vittima per quanto riguarda i trafficanti. Offre inoltre alle vittime di tratta l’opportunità di un programma di integrazione più sostanziale[65].

(d) Donne diversamente abili

49. Gli articoli 3, 31, 37 e 51 della Costituzione proteggono le donne con disabilità da qualsiasi forma di discriminazione, sia nel campo del lavoro, sia nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive e/o durante la maternità. Altri strumenti legislativi forniscono una protezione in settori quali il diritto alla vita, alla salute, all’assistenza e all’integrazione sociale[66], l’inclusione nel mercato del lavoro e la protezione sociale[67], l’accesso al lavoro[68] e la tutela giurisdizionale in caso di discriminazione[69].

3 Donne nelle strutture di detenzione

50. Le condizioni delle donne in stato di detenzione, in particolare quelle con figli minori, sono migliorate nel corso degli anni. Alcune donne stanno beneficiando di misure alternative alla detenzione, che includono la libertà vigilata sotto la supervisione dei servizi sociali, gli arresti domiciliari, la semilibertà e programmi di rilascio condizionato[70] che vengono concessi dal Tribunale di Sorveglianza, a determinate condizioni.

51. Legge n 62/2011 sul rapporto tra le madri in carcere e i loro figli minori, promulgata nel 2011 prevede, inoltre, che le donne detenute che abbiano figli che vivono con loro, dovrebbero essere detenute in strutture di bassa sicurezza, invece della prigione ordinaria[71]. Inoltre, possono far vivere i figli con loro fino all’età di 6 anni.

4. Donne e lavoro

52. Un Codice di Pari Opportunità tra uomini e donne nel lavoro e dell’occupazione ribadisce i principi di uguaglianza e non discriminazione di genere; vieta qualsiasi forma di discriminazione basata sul sesso, che comporti o porti alla violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, e prevede misure per evitare tale discriminazione (CEDAW/C/ITA/Q/6/Add.1, cpv. 13). Un’altra normativa prevede la multa e la reclusione dei datori di lavoro nel caso di disparità retributiva tra uomini e donne[72]; il congedo parentale di due anni per genitori di bambini con gravi disabilità[73]; accordi sulla flessibilità del lavoro[74] e tutela della salute e della sicurezza sul lavoro[75].

B. Sviluppi del quadro istituzionale e delle politiche

53. Il Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO) e il Ministero del Lavoro, Affari Sociali e Pari Opportunità sono gli organismi governativi primari che lavorano nei settori della parità di genere e della violenza contro le donne.

54. Il DPO, sotto il Presidente del Consiglio dei Ministri, è responsabile della promozione e del coordinamento delle politiche per le pari opportunità e tutte le azioni governative per prevenire e rimuovere ogni forma di discriminazione.

55. Il DPO comprende l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, che ha numerose funzioni, tra cui: il monitoraggio di come i media nazionali ritraggono gruppi specifici; è il punto di riferimento designato per l’elaborazione di una strategia nazionale per l’inclusione delle comunità Rom e Sinti; è l’ufficio per l’attuazione del principio della parità di trattamento tra uomini e donne nell’accesso e alla fornitura di beni e servizi; ospita il Centro per la lotta contro la pedofilia e la pornografia infantile e il Comitato per il monitoraggio delle azioni avviate nell’ambito dei piani nazionali contro la violenza di genere e lo stalking. Il DPO supporta anche le amministrazioni locali nello stabilire e sviluppare il Comitati unici per garantire pari opportunità, per la promozione del benessere dei lavoratori e contro la discriminazione. La Commissione per le Pari Opportunità tra uomini e donne, all’interno del DPO, fornisce anche consulenza e supporto nella elaborazione e attuazione di politiche di pari opportunità.

56. Il Ministero del Lavoro, Affari Sociali e Pari Opportunità, attraverso il DPO è incaricato di attuare le politiche in materia di pari opportunità, compreso assicurare un’efficace promozione e il coordinamento di tutte le azioni governative in materia di diritti delle donne e pari opportunità nel settore della salute, della ricerca, dell’istruzione, dell’ambiente, della famiglia, del lavoro, degli uffici pubblici e della rappresentanza delle donne, della protezione dallo sfruttamento e dall’abuso sessuale, della lotta contro la pedofilia e la pornografia infantile e garantire la piena attuazione delle politiche di parità tra i sessi in materia di imprenditorialità e mercato del lavoro. Il Ministro inoltre promuove e coordina tutte le azioni per combattere la tratta e lo sfruttamento di esseri umani e la violenza contro donne e bambine.

57. Altri organismi governativi che hanno un ruolo diretto nella promozione dei diritti delle donne e dell’eliminazione della violenza contro le donne sono i seguenti.

58. Il Consigliere Nazionale per la Parità che si impegna iniziative volte alla realizzazione dei principi di pari opportunità e non discriminazione tra uomini e donne sul posto di lavoro. Il Consigliere coordina la Rete Nazionale di Consiglieri di Parità e Consiglieri Donne in diverse regioni e province.

59. La Commissione Interministeriale per la Prevenzione della Pratica della Mutilazione Genitale Femminile, che è attualmente in fase di rinvio, composto da esperti di organizzazioni governative competenti, nonché istituzioni non governative. Coordina gli interventi del governo volti al contrasto delle mutilazioni genitali femminili[76].

60. L’Osservatorio Nazionale sulla Situazione delle Persone con Disabilità è un organo tecnico e consultivo incaricato di sviluppare politiche nazionali per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità, nonché l’attuazione della Convenzione sui diritti delle persone diversamente abili.

61. Inoltre, l’Istituto Nazionale per la Promozione della Salute dei Lavoratori Migranti e il controllo delle questioni legate alla povertà all’interno del Ministero della Salute, le unità speciali anti-stalking del Corpo dei Carabinieri del Ministero della Difesa, le Unità Investigative specializzate della Polizia di Stato che si occupano dei crimini sessuali contro donne e bambini e gli altri organismi all’interno dei Ministeri della Giustizia, dell’Interno e della Cooperazione e l’Integrazione lavorano con il DPO e il Ministero del Lavoro, degli Affari Sociali e delle Pari Opportunità, per  contrastare la violenza contro le donne e la promozione dei diritti delle donne.

62. In aggiunta, la questione della violenza contro le donne viene affrontata attraverso la costituzione di un team specializzato di pubblici ministeri degli uffici della Procura. Essi sono responsabili dei procedimenti in fatto di abuso sessuale e di non rispetto degli obblighi di sostegno alla famiglia. A Roma, come in altre città, protocolli d’intesa sono firmati tra la magistratura e i centri anti-violenza e gli ospedali, per un azione efficace e coordinata in materia di violenza contro le donne e la protezione delle vittime.

63. A livello politico, il Governo ha sviluppato il Piano Nazionale di Azione per combattere la violenza contro le donne e lo stalking, il Piano Nazionale d’Azione sulle donne, la pace e la sicurezza (2010-2013) e il Piano Nazionale per l’inclusione delle donne nella forzalavoro (Italia 2020).

V. Servizi di supporto per le donne vittime di violenza

64. Durante la sua visita lo Special Rapporteur è stato informato del notevole aiuto alle donne vittime di violenza fornito dalle organizzazioni della società civile che gestiscono centri anti-violenza e centri d’ascolto anti-violenza in reparti di pronto soccorso all’interno degli ospedali. Lo Special Rapporteur riconosce la grande esperienza e competenza che esiste nella fornitura di servizi tra cui l’assistenza legale, sociale, psicologica ed economica alle vittime della violenza contro le donne. Nonostante la limitata disponibilità di risorse per questa attività, lo Special Rapporteur è stato informato di forme di partnership pubblico-privato, anche attraverso un sistema di gare d’appalto, che finora ha permesso di continuare questo lavoro per il bene delle donne e delle ragazze che hanno subito violenza.

65. Per quanto riguarda le istituzioni di istruzione superiore, gli incontri con docenti e studenti hanno rivelato il ruolo potenziale delle istituzioni educative per affrontare la violenza contro le donne, in particolare attraverso la ricerca sulla diffusione, le manifestazioni e le cause sistemiche e strutturali di disuguaglianza e discriminazione che più spesso portano alla violenza contro le donne.

66. Durante la sua missione, lo Special Rapporteur ha inoltre preso atto del ruolo positivo dei mediatori culturali per promuovere la conoscenza e la comprensione reciproca tra la società ospitante e le comunità migranti, che possono contribuire ad affrontare le varie forme di violenza contro le donne, e lo sviluppo di risposte culturalmente appropriate da parte dello Stato.

VI. Sfide principali

67. La violenza contro le donne resta un grave problema in Italia. Come forma più diffusa di violenza, la violenza domestica continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum della violenza in casa si riflette nel crescente numero di vittime di femminicidio da parte dei partner, coniugi o ex partner. La maggior parte delle manifestazioni di violenza sono sottovalutate nel contesto di una società patriarcale dove la violenza domestica non è sempre percepita come un crimine, dove le vittime in gran parte dipendono economicamente dagli autori di violenza, e persiste la percezione  che le risposte dello Stato non saranno opportune o utili.

68. Il quadro giuridico prevede largamente una protezione sufficiente per la violenza contro le donne. Tuttavia, è caratterizzato da frammentazione,  punizioni inadeguate dei colpevoli e mancanza di efficaci rimedi giuridici di risarcimento per le donne vittime di violenza. Questi fattori contribuiscono al silenzio e all’invisibilità che circondano la violenza contro le donne, le sue cause e le conseguenze.

A. Accesso al quadro giurisdizionale/legale

69. Le vittime di violenza e i rappresentanti della società civile che lo Special Rapporteur ha incontrato hanno messo in evidenza la lunga procedura penale, il mancato rispetto delle misure di protezione civile e l’inadeguatezza delle sanzioni pecuniarie e di detenzione nei confronti dei responsabili che hanno indebolito la natura protettiva di tali misure. Inoltre, i lunghi ritardi nel sistema giudiziario possono  incidere sull’esito di un caso. L’istituto della prescrizione permette ad alcuni casi di essere prescritto a causa dei ritardi nel sistema. Inoltre, la mancanza di coordinamento tra i giudici delle sezioni civile, penale e minorile nel trattare le misure di protezione a volte produce giudizi in contrasto fra loro.

70. Un altro problema ricorrente che emerge dalle interviste con le donne è il ritardo o il mancato pagamento degli alimenti da parte dei mariti, nonostante le leggi in vigore criminalizzano tale azione. Come conseguenza di questa violenza economica, stando alle informazioni fornite in un’intervista con le vittime, le donne sono costrette a vivere nei centri o con i parenti e a fare ricorso al sistema giudiziario per l’esecuzione del pagamento. Secondo le associazioni che forniscono assistenza legale alle vittime, ricorrere a procedure giudiziarie può richiedere molto tempo e sono costose e, a volte,  è un esercizio futile in quanto le relative risorse patrimoniali potrebbero non essere più disponibili al momento della decisione giudiziaria. La riluttanza dei giudici ad emettere le ordinanze che interrompono la disponibilità dei beni in attesa della conclusione della questione crea ulteriori svantaggi alle donne e ai bambini.

71. La pratica di concedere sistematicamente l’affidamento congiunto ai genitori, anche nei casi di violenza intrafamiliare testimoniata dai bambini, consente la perpetuazione della violenza domestica nei confronti delle donne separate e divorziate. La facoltà di limitare o interrompere i diritti dei genitori si verifica in rari casi di denuncia di tentato omicidio o di abuso di minore[77]. I casi in cui l’ex partner ha usato la custodia congiunta del figlio per mantenere la comunicazione e, indirettamente, continuare ad esercitare il controllo sulla sua ex compagna/moglie (compreso impedirle di scegliere il suo luogo di residenza) sono stati elencati allo Special Rapporteur[78].

72. Inoltre, lo Special Rapporteur è stato informato del Disegno di legge s957/2008 sull’affidamento condiviso congiunta che è attualmente in Parlamento. Questo Disegno di legge tiene contro della Sindrome di Alienazione Genitoriale per la determinazione dell’affido del minore. Questa sindrome è stata usata dagli uomini che abusano in altre giurisdizioni come terreno per escludere le donne dalla custodia genitoriale congiunta[79]. Gli attivisti argomentano che, se adottata, questa legge perpetuerebbe la violenza sofferta dalle donne. Le obbligherà a mantenere un contatto stretto con i loro aguzzini e creerà un clima di paura per le donne, in quanto le loro azioni saranno monitorate e potranno essere usate da chi abusare per argomentare che la donna sta tenendo lontano i figli dal padre.

 B. Donne vittime di forme multiple di discriminazione

73. La categorizzazione delle comunità Rom e Sinti come “nomadi”[80] – che richiede la creazione di uno stato di emergenza amministrativa e costante sorveglianza [81] – predetermina le condizioni in cui esse devono vivere e può contribuire a creare le circostanze in cui si verifica l’abuso sia domestico  che da parte della comunità.  La comunità vive in rifugi temporanei, in container, in accampamenti, spesso con condizioni di vita inadeguate, come osservato dallo Special Rapporteur nell’insediamento visitato.

74. Le donne e ragazze provenienti da queste comunità affrontano molteplici forme di violenza e discriminazione sulla base del sesso e dell’origine etnica. Ciò si riflette nella loro posizione di svantaggio in settori quali l’occupazione, l’istruzione, la sanità, gli alloggi inadeguati che occupano e gli sfratti arbitrari che subiscono. Questo a sua volta rafforza la loro mancanza di fiducia e le rende riluttanti a integrarsi con la società esterna. Nelle loro comunità, ciò si traduce in dipendenza dai membri maschi della loro famiglia che potrebbe essere fonte di violenza domestica. La mancanza di fiducia rafforza l’invisibilità del problema e quindi l’estensione non è nota, a livello di Stato e di non – Stato. Questo modello di vita alimenta il ciclo intergenerazionale della povertà che colpisce in particolare donne e ragazze.

75. Le sfide affrontate dalle donne immigrate irregolari come conseguenza delle misure legislative e politiche adottate per frenare l’immigrazione irregolare includono la creazione di strumenti alternativi, illegali che offrono loro servizi che non possono essere ottenuti con enti pubblici. Lo Special Rapporteur è stato informato da un organizzazione della società civile di Roma che le donne immigrate irregolari normalmente non cercano l’accesso alla giustizia o ai sistemi sanitari nonostante le leggi esistenti. La paura di essere denunciate e rimpatriate e la mancanza di informazioni sull’assistenza a loro disposizione gioca un ruolo importante in tali decisioni. Rappresentanti dell’organizzazione della società civile hanno anche riferito allo Special Rapporteur le molteplici forme di discriminazione incontrate dalle donne migranti nell’ambito dell’occupazione. A causa di pregiudizi e stereotipi, la percezione pubblica li inquadra generalmente come lavoratori domestici /badanti o lavoratori del sesso, a seconda della loro nazionalità.

76. In termini di istruzione, l’attuale politica di istituire una quota per gli studenti non italiani, può contribuire ulteriormente alla già significativa percentuale di abbandoni di minori delle comunità marginalizzate, in particolare delle ragazze che vivono in aree con una alta concentrazione di comunità di immigrati[82].

77. Per quanto riguarda le donne vittime di tratta, lo Special Rapporteur è stato informato da una organizzazione che assiste le donne vittime della pratica che, nonostante misure forti anti-tratta, le donne vittime di tratta preferivano richiedere asilo piuttosto che dichiarare la propria condizione. Ciò è dovuto al fatto che mancando informazione sulla assistenza a disposizione, incluso i servizi di counselling e accoglienza, la loro condizione psicologica e la paura di danni a se stesse o alle loro famiglie da parte dei trafficanti.

78. Le donne con disabilità sono state, per lungo tempo, viste come destinatari passivi di assistenza. Lo Stato, la società e persino i familiari percepiscono le donne diversamente abili come invisibili nella migliore delle ipotesi, un peso nella peggiore delle ipotesi. Le ragazze e le donne con disabilità tendono ad essere meno istruite a causa dell’opinione stereotipata che le considera come dipendenti e bisognose di cure. Educarle è quindi considerato non solo difficile, ma non necessario[83]. Questa percezione ha talvolta portato a una qualità inferiore di istruzione e, di conseguenza, l’occupazione in ruoli subalterni, nonostante gli strumenti legislativi esistenti e le politiche di integrazione delle persone con disabilità[84]. In termini di assistenza sanitaria, i colloqui con una organizzazione della società civile di Imola In termini di assistenza sanitaria, gli incontri con un CSO di Imola che lavora con donne con disabilità hanno evidenziato la mancanza di consultazione di queste donne per consentire loro di prendere decisioni consapevoli e appropriate in materia di salute e famiglia.

 C. Donne nelle strutture di detenzione

79.Per quanto riguarda le donne in detenzione, sono state sollevate molte perplessità circa il potere decisionale esteso dei giudici di sorveglianza. La percezione generale è che le decisioni appaiono influenzate da pregiudizi legati alla etnia della detenuta[85]. Nel corso delle interviste con lo Special Rapporteur al Centro di Detenzione Femminile di Pozzuoli, le donne hanno reiterato che decisioni inconsistenti, ritardi nel rispondere e a volte mancanza di risposta e di un processo rispettoso da parte dei giudici di sorveglianza rendeva l’accesso a misure alternative di detenzione difficile.

80. La legislazione sulla carcerazione in prigioni a bassa sicurezza di donne con minori fino a 6 anni può contribuire al miglioramento delle condizioni di vita e facilitare la loro reintegrazione nella società. Comunque, le sfide comprendono la garanzia che i requisiti per beneficiare di questo e di altri tipi di forme alternative della detenzione, come la detenzione in comunità (case famiglia protette; vedi Legge n.62/2011) siano comprensive di tutte le donne, in particolare delle Rom, Sinti e immigrate e di quelle senza fissa dimora. In aggiunta, è stata data la dovuta considerazione anche al fatto che non è nel migliore interesse del minore passare gli anni formativi in una prigione.

81.Sono di particolare preoccupazione le opportunità limitate di istruzione e di occupazione nelle strutture detentive, come indicato sopra. L’accesso limitato a tali opportunità, i limiti nelle risorse e le pratiche discriminatorie da parte del personale della prigione nell’allocare tali opportunità, fra l’altro, sono fattori che sono stati portati all’attenzione dello Special Rapporteur.

D. Donne e occupazione

82. Nonostante il quadro legislative sul lavoro e l’occupazione, il mercato del lavoro rimane dominato dagli uomini  con le posizioni manageriali ancora una prerogative maschile, anche in settori dove le donne formano la maggioranza della forzalavoro, come nelle scuole o nei servizi sanitari. Inoltre, la inadeguatezza dei servizi sociali disponibili per la cura dei bambini e l’assistenza agli anziani, come anche la pratica della firma di lettere di dimissioni in bianco al momento dell’assunzione[86] sono sfide che contribuiscono alla esclusione delle donne dall’occupazione.

83. Le donne immigrate che sono occupate nel servizio domestico/cura coprono il divario nel sistema del welfare sociale e sono esposte al rischio di sfruttamento e discriminazione da parte dei datori di lavoro – in primis per il timore di essere deportate nel caso di revoca dei loro contratti[87]. In molte case sono esposte a forme multiple di discriminazione e pregiudizi per la loro nazionalità; i loro contratti di lavoro generici e le diverse condizioni e responsabilità di lavoro, che spesso vanno oltre la  prestazione di cura fino ad includere il lavoro domestico; le loro ore di lavoro sono irregolari; i loro salari non sono pagati regolarmente e non vi sono opportunità di sviluppo di carriera[88].

84. Il quadro legislative e politico sul lavoro non protegge in maniera sufficiente le donne delle comunità marginalizzate che subiscono forme multiple di discriminazione.

 E. Raccolta dati e statistiche

85. Lo Special Rapporteur prende nota dei limiti negli sforzi delle istituzioni del Governo e delle organizzazioni della società civile nella raccolta disaggregata di dati e statistiche sulla violenza contro le donne, inclusi i femminicidi. La ricerca ISTAT 2006 sulla violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia è la fonte ufficiale più recente di dati e i suoi limiti includono il fatto che non riflette accuratamente la attuale prevalenza della violenza contro le donne e non include dati sulle donne diversamente abili, sulle donne Sinti, Rom o delle altre comunità vulnerabili.

86. Dati e statistiche disaggregate aggiornate sulla violenza contro le donne sono cruciali per progettare, implementare e monitorare leggi, politiche e programmi. La condivisione di tali dati fra gli enti addetti inclusi i ministeri competenti, le istituzioni per l’applicazione della legge, il potere giudiziario e le organizzazioni della società civile è necessaria per valutare l’impatto di tali misure.

 F. Supporto coordinato e risposta

87. Il quadro istituzionale per affrontare i diritti delle donne comprende un numero di enti e istituzioni governative, sia nella capitale che a livello regionale con mandate e funzioni similari. Il coordinamento fra questi enti pone sfide, incluso in termini di risorse umane e finanziarie, duplicazione e competizione.

88. In aggiunta, nel corso dei suoi colloqui con le autorità e i rappresentanti della società civile, lo Special Rapporteur è stato informato di occasioni in cui fondi destinati alla promozione e protezione dei diritti delle donne, ricevuti dalle autorità di Napoli da donatori come l’Unione Europea, sono stati restituiti o hanno il rischio di essere restituiti, in quanto non spesi.  Il mancato disborso di tali fondi alle associazioni per attività nel campo dei diritti umani sta portando alla chiusura di tali associazioni. I fatto che contribuiscono alla incapacità del Governo centrale di intervenire in tali casi inclusa la decentralizzazione del quadro istituzionale come previsto dalla Costituzione, le sfide derivanti dalla mancata volontà politica a livello locale e le procedure che possono impedire la capacità di gestione e di spesa dei fondi ricevuti. Tutto ciò allora incide sulla responsabilità del Governo centrale di soddisfare, con la dovuta diligenza, gli obblighi internazionali e nazionali di affrontare con efficacia la violenza contro le donne.

89. Per quanto riguarda le organizzazioni della società civile, persone con importante expertise e capacità, stanno lavorando per l’avanzamento dei diritti delle donne. Le sfide esistenti comprendono: la gestione dei fondi pubblici che può portare alla mancata implementazione di alcuni casi; una risposta coordinata ed efficace nell’affrontare la violenza contro le donne e le bambine e la messa in atto di partenariati strategici con i meccanismi internazionali e regionali per i diritti umani per sostenere la promozione e protezione dei diritti delle donne.

90. Secondo il DIRE, le sfide davanti ai centri anti-violenza includono: standards inadeguati o non comunemente accettati sui ruoli specializzati degli operatori dei servizi; la gestione e la responsabilità delle organizzazioni; il ruolo effettivo dei centri nella prevenzione e contrasto alla violenza; l’assenza e/o inconsistenza nell’ottenere i finanziamenti dal Governo per creare nuovi centri anti-violenza e mantenere gli esistenti e il fatto che i servizi di sostegno stanno attualmente raggiungendo solo un numero limitato di donne vittime di violenza. Le organizzazioni della società civile (incluso il DIRE) si sono fortemente espresse nello spiegare allo Special Rapporteur che da gennaio 2012, 14 centri anti-violenza avevano chiuso o erano a rischio di chiusura, con detrimento per le vittime.

Allo stesso modo, lo Special Rapporteur è stato informato da una organizzazione della società civile di un centro di emergenza in un ospedale di Roma che stava per chiudere uno sportello ascolto anti-violenza nel pronto soccorso, gestito e finanziato dalle associazioni di donne.

 VII. Conclusioni e raccomandazioni

91. Sono stati fatti sforzi da parte del Governo per affrontare il problema della violenza contro le donne inclusa l’adozione di leggi e politiche e la creazione e fusione di enti governativi responsabili per la promozione e protezione dei diritti delle donne. Ma questi risultati non hanno ancora portato ad una diminuzione della percentuale di femminicidi o si sono tradotti in un reale miglioramento della vita di molte donne e bambine, in particolare delle donne Rom e Sinti, delle donne migranti e delle donne diversamente abili.

92. Nonostante le sfide dell’attuale situazione politica ed economica, gli sforzi mirati e coordinate nell’affrontare la violenza contro le donne attraverso l’uso pratico ed innovativo di risorse limitate, questa necessità rimane una priorità. I livelli alti di violenza domestica, che contribuiscono ai livelli in crescita di femminicidi, richiedono una attenzione seria.

93. Lo Special Rapporteur vorrebbe offrire al Governo le seguenti raccomandazioni.

 A. Riforme legislative e politiche

94. Il Governo dovrebbe:

(a)  organizzare una struttura governativa unica apposite che si occupi ampiamente ed esclusivamente del problema di una uguaglianza di genere in maniera consistente e della violenza contro le donne in particolare, per evitare duplicazione e mancanza di coordinamento;

(b)  accelerare la creazione di una istituzione nazionale indipendente per i diritti umani con una sezione dedicata ai diritti delle donne;

(c)   adottare una legge specifica per la violenza contro le donne per risolvere l’attuale frammentazione che avviene in pratica a causa della interpretazione e implementazione dei codici civili, penali e procedurali;

(d)  affrontare il gap legislativo nel campo della custodia del minore e includere i principali provvedimenti relativi alla protezione delle donne che sono vittime di violenza domestica;

(e)  fornire formazione e addestramento per rafforzare le capacità dei giudici per affrontare in maniera efficace i casi di violenza contro le donne;

(f)   assicurare una assistenza di qualità attraverso il gratuito patrocinio da parte dello Stato alle donne vittime di violenza come previsto nella Costituzione e dalla Legge n.154/200 sulle misure contro la violenza nelle relazioni familiari;

(g)  promuovere forme alternative esistenti di detenzione, inclusi gli arresti domiciliari e in strutture a bassa sicurezza per le donne con bambini, con una attenzione particolare alla natura largamente non violenta dei crimini per i quali sono state incarcerate e nell’interesse migliore del minore;

(h)  adottare politiche a lungo termine, sensibili al genere e sostenibili per l’inclusione sociale e l’empowerment delle comunità marginalizzate con particolare attenzione alla salute delle donne, alla istruzione, al lavoro e alla sicurezza;

(i)   assicurare il coinvolgimento dei rappresentanti di queste comunità, in particolare delle donne, nel progettare, sviluppare e implementare politiche che avranno impatto su di loro;

(j)   garantire una continua offerta di educazione di qualità a tutti, incluso attraverso una applicazione flessibile del tetto del 30 per cento per gli studenti non italiani per classe, per fare sì che le scuole siano inclusive in modo particolare nei luoghi in cui la popolazione non italiana è alta;

(k)  emendare i provvedimenti del “Pacchetto sicurezza” in generale e il crimine di migrazione irregolare in particolare per garantire accesso alle donne migranti in situazione irregolare agli enti giudiziari e di applicazione della legge, senza il timore per la detenzione e la deportazione;

(l)    affrontare le attuali disparità di genere nei settori pubblici e privati per implementare efficacemente le misure fornite dalla Costituzione e da altra legislazione e politiche per aumentare il numero delle donne, incluse le donne dei gruppi marginali, nei settori politici, economici, sociali, culturali e giudiziari;

(m)Continuare a rimuovere gli impedimenti legislativi che incidono sull’occupazione delle donne, che sono esacerbati attraverso la pratica di far firmare lettere di dimissioni in bianco e posizioni e salari inferiori per le donne. Rafforzare il sistema del welfare sociale rimuovendo gli impedimenti alla integrazione delle donne nel mercato del lavoro;

(n)  Ratificare e implementare la Convenzione sulla competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori; la Convenzione internazionale per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, Convenzione ILO n. 189 (2011) sul lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici; la Convenzione Europea sulla Compensazione alle vittime di crimini violenti e la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.

 B. Mutamenti sociali e iniziative di sensibilizzazione

95. Il Governo dovrebbe anche:

(a)  continuare ad effettuare campagne di sensibilizzazione con lo scopo di eliminare comportamenti stereotipati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini in famiglia, nella società e sul lavoro;

(b)  rafforzare la capacità dell’UNAR a realizzare programmi per modificare la percezione sociale delle donne che appartengono alle comunità e gruppi marginalizzati;

(c)   continuare ad effettuare campagne di sensibilizzazione mirate, anche con le organizzazioni della società civile, per aumentare la consapevolezza della violenza contro le donne in generale e contro le donne dei gruppi marginalizzati in particolare;

(d)  addestrare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali.

 C. Servizi di supporto

96. Il Governo dovrebbe inoltre:

(a)  continuare ad adottare le misure necessarie, incluse quelle finanziarie per mantenere i centri antiviolenza esistenti e/o crearne nuovi per l’assistenza e la protezione delle donne vittime di violenza;

(b)  garantire che i centri operino secondo gli standards internazionali e nazionali per i diritti umani e che meccanismi di responsabilizzazione siano creati per monitorare il supporto fornito alle donne vittime di violenza;

(c)   favorire il coordinamento e lo scambio di informazione fra il potere giudiziario, la polizia e gli operatori psico-sociali e sanitari che si occupano della violenza contro le donne;

(d)  riconoscere, incoraggiare e sostenere partenariati pubblico-privati con le organizzazioni della società civile e le istituzioni educative del livello superiore, per fornire ricerche e pareri per affrontare la violenza contro le donne.

 D. Raccolta dati e statistiche

 97. Infine il Governo dovrebbe:

 (a) rafforzare la capacità dell’ISTAT, incluso attraverso la messa a disposizione di fondi consistenti per creare un sistema per la raccolta e analisi regolare e standardizzata dei dati disaggregati in base alle principali caratteristiche in modo da comprendere la grandezza, le tendenze e le forme di violenza contro le donne;

(b) garantire che nel raccogliere tale informazione l’ISTAT collabori regolarmente con le istituzioni ed organizzazioni che già lavorano sulla raccolta dati sulla violenza contro le donne  – comprese la polizia, i tribunali e la società civile. L’obbiettivo finale dovrebbe essere l’armonizzazione di linee guida per la raccolta dati e l’uso efficace di tale informazione da parte dello Stato e degli attori nono statali.

 


[1] Lo Special Rapporteur desidera ringraziare in particolare modo il Governo italiano  per aver accettato di rispondere al rapporto corrente in un lasso di tempo molto breve.

[2] Da Vinci project, An aging Europe: Challenges of the senior service sector in Italy, p. 2

[3] ISTAT, La popolazione italiana, 2012. Su http://www.istat.it/en/archive/51649.

[4] ISTAT, Popolazione straniera residente in Italia, 2011. Su http://www.istat.it/en/archive/40658.

[5] International Organization for Migration, Italy Facts and figures, 2010. Su http://www.iom.int/jahia/Jahia/italy.

[6] Senate of the Republic – Extraordinary Commission for the protection and promotion of human rights “Rapporto conclusivo dell’ indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Camminanti in Italia” (2011), p. 18.

[7] European Roma Rights Centre (ERRC), Osservazione and Amalipé Romanò, submission per la Revisione Periodica Universale, febbraio 2010, p. 1.

[8] Economist Intelligence Unit, Italy factsheet 2012.

[9] CEDAW/C/ITA/6, par. 151-152.

[10] ISTAT, Work life balance (2008), pp. 22-23. Su www3.istat.it/dati/catalogo/20080904_00/arg_08_33_conciliare_lavoro_e_famiglia.pdf.

[11] Piattaforma italiana, rapport ombra presentato al Comitato CEDAW, 2011, p. 26.

[12] Informazione fornita dal Ministero delle Pari Opportunità

[13]Ibid

[14] Informazione fornita dal Ministero della Difesa.

[15] Informazione fornita dal Corpo dei Carabinieri.

[16] United States Department of State, Background note on Italy, 2012.

[17] Secondo l’ISTAT, che è l’Istituto Nazionale di Statistica, si dovrebbe considerare che nel 2011 il grado di disoccupazione giovanile ha raggiungo una media del 29.1 per cento, anche se questa percentuale ha raggiungo il 44.6 per cento per le giovani donne residenti nel Sud Italia (ISTAT, Work-Force Survey, Media 2011).

[18] Secondo l’ISTAT, il 60.6 per cento delle madri fra i 25–54 anni è attiva nel mercato del lavoro e le impiegate rappresentano il  55.5 per cento, mentre i padri che lavorano raggiungono il 90.6 per cento (Reconciliation between work and family, ISTAT 2010).

[19] Comunque, viene evidenziato che nel 2010 solo il 6.4 per cento delle donne con limitazioni gravi lavoravano rispetto al 12.9 per cento degli uomini. Rispetto alla popolazione la percentuale è il 39.8 per cento donne rispetto al 61.1 per cento uomini. Anche rispetto al reddito guadagnato il disavanzo per le donne con limitazioni è evidente: circa il 70 per cento di queste donne, rispetto al 48.7 per cento di uomini con limitazioni gravi, hanno un reddito che oscilla fra lo 0 e 15,000 annuo (ISTAT, EUSILC Survey, 2010).

[20] In base ai risultati di uno studio effettuato sui dati sulla forzalavoro nel 2006, la percentuale di donne che hanno opportunità di lavorare nei segmenti caratterizzati da abilità lavorative inferiori è circa 8 volte più alta di quella delle donne  italiane mentre lo stesso per gli uomini stranieri è “solo” il doppio confrontato con gli uomini italiani (ISTAT, Foreigners in the labour market, 2009).

[21] Donne in rete contro la violenza (DIRE), III Rapporto Nazionale 2010 Statistiche, p. 1.

[22] ISTAT, Violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia (2006), p. 2. Il rapporto non include le donne non italiane.

[23] Ibid. p. 3.

[24] Informazione fornita dal Prof. Calloni nel corso di un evento a Milano.

[25] L’alta percentuale di prescrizione della violenza domestica nasce da termini più brevi per le sentenze e dai ritardi del sistema. Vedi il caso di una vittima di violenza la cui causa fu iniziata a ottobre 2005 ed il cui giudizio fu completato nel dicembre 2011. Mentre il ricorso pende, il caso sarà bloccato dalla prescrizione (P.F Corte di Roma n. 3203/04 RGNR).

[26] Piattaforma italiana, Rapporto Ombra, p. 103.

[27] Linda Laura Sabbadini, Gender Violence, discrimination and, economic statistics: new challenges in measures based on a gender approach (ISTAT, 2007), p. 5.

[28] Casa delle donne per non subire violenza, Indagine sul femminicidio in Italia (Bologna, 2012), p. 6.

[29] Ibid.

[30] B. Spinelli, Femicide and feminicide in Europe. Gender-motivated killings of women as a result of intimate partner violence. Expert group meeting on gender-motivated killings of women. Convened by the Special Rapporteur on violence against women, its causes and consequences, Rashida Manjoo, New York, 12 October 2011, par. 37.

[31] Informazione fornita da una intervista con il portavoce del campo.

[32] Decreto ministeriale (21 maggio 2008) sulla dichiarazione dello stato d’emergenza in Campania, Lazio e Lombardia (dichiarato nullo dal Consiglio di Stato con pronuncia n.  6050 del 16 novembre 2011); Ordinanze ministeriali nn. 3676/3677/3678 (30 maggio 2008) su urgenti misure di protezione civile per affrontare lo stato di emergenza e n. 3751 (1 aprile 2009) su urgenti misure addizionali di protezione civile per affrontare lo stato d’emergenza; Decreto ministeriale (28 maggio 2009) su urgenti misure di protezione civile per affrontare lo stato d’emergenza in Piemonte e Veneto; Decreto ministeriale (17 dicembre 2010) sulla proroga allo stato di emergenza nelle regioni Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte e Veneto. Da notare che lo stato amministrativo di emergenza menzionato differisce dallo stato di emergenza descritto nella Convenzione internazionale per i diritti civili e politici.

[33] ERRC, parallel submission to the Committee on the Elimination of Discrimination against Women on Italy, 2011, pp. 4–5.

[34] ERRC, parallel submission to the Committee on the Elimination of Discrimination against Women on Italy, 2011, p. 11.

[35] Ibid

[36] Senato della Repubblica, Rapporto Conclusivo, p. 5

[37] ERRC, parallel submission to the Committee on the Elimination of Discrimination against Women on Italy, 2011, p. 13.

[38] Decreto legge 91/1992 sul pacchetto sicurezza emendato e convertito in Legge n. 125/2008.

[39] Decreto legislative 286/1998 sull’immigrazione, in particolare l’articolo 18; Legge 228/2003 contro la tratta degli esseri umani (specialmente art. 13).

 

[40] Decreto Presidenziale 394/1999 Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero in accordo con il Decreto legislativo 286/1998.

[41] Arianna Santero, L’inserimento scolastico degli alunni migranti in Italia, Paper per la Espanet Conference “Innovare il welfare. Percorsi di trasformazione in Italia e in Europa”, Milano, settembre-ottobre 2011, p. 13. Lo Special Rapporteur prende nota della spiegazione del Governo circa i benefici del sistema di quota per la esclusione degli stranieri dal sistema educativo .

[42] Ministero dell’Istruzione, Direzione Scuola, Ordinanza n. 2 del 2012 sulla integrazione di studenti non italiani.

[43] Ministero Informazione fornita dal Ministero di Giustizia, Direzione Amministrazione Penitenziaria. In data 13 gennaio 2012, di 2,837 detenute in Italia, 1,168 erano straniere.

[44] Lo Special Rapporteur è stato soddisfatto di essere stata informata dopo la missione della sostituzione dei serbatoio dell’acqua rotti.

[45] Informazione fornita dall’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere.

[46] Informazione fornite nel corso delle interviste fatte al Centro di Detenzione Femminile di Pozzuoli.

[47] Le intervistate al CIE hanno menzionato la mancanza di interesse del gratuito patrocinio fornito durante le audizioni per l’espulsione.

[48] Circa 40 donne nel Centro di Detenzione Femminile di Pozzuoli  hanno menzionato che le loro richieste per forme di detenzione alternative non erano state valutate o valutate in maniera non coerente. Si è fatto riferimento di un giudice particolare attivo nel procedere in tale senso.

[49] Informazione fornita nel corso di una intervista con una persona transgender , vittima di violenza sessuale e fisica nel carcere.

[50] Informazione fornita dal Ministero della Sanità.

[51]  Disabled People International –Italy and Consiglio Nazionale sulla Disabilità, Report on women with disabilities and their human rights, 2012, p. 12

[52] Lo Special Rapporteur è stato informato dell’esistenza di leggi e politiche a garanzia dei diritti delle donne diversamente abili, inclusa l’offerta di assistenza nell’insegnamento mirata per una migliore integrazione nei settori educativi e occupazionali. Comunque, rappresentanti delle donne diversamente abili e il rapporto summenzionato della  Disabled People International – Italy e il Consiglio Nazionale sulla Disabilità (p. 6) confermano l’esistenza de facto di discriminazione.

[53] Legge n. 151/1975 emendante il diritto di famiglia.

[54] Legge n.  66/1996  contro la violenza sessuale.

[55] Legge n. 11/2009 sulla violenza sessuale e lo stalking e Legge n. 38/2009 sullo stalking.

[56] Legge n. 7/ 2006 sulla prevenzione e la proibizione delle mutilazioni dei genitali femminili.

[57] Legge No. 11/2009.

[58] Vedi Legge n. 54/ 2006 sulla custodia del minore.

[59] Piattaforma italiana, Rapporto Ombra, p. 100.

[60] Legge n. 154/2001 sulle misure contro la violenza nella relazioni familiari.

[61] Decreto ministeriale (21 maggio 2008) sulla dichiarazione dello stato di emergenza in Campania, Lazio e Lomabrdia (dichiarato nullo dal verdetto del Consiglio di Stato n. 6050 del 16 novembre  2011); Ordinanze ministeriali nn. 3676/3677/3678 (30 maggio 2008) su urgente misure di protezione civile per risolvere lo stato di emergenza e n. 51 (1 aprile 2009) su urgenti misure addizionali di protezione civile per affrontare lo stato di emergenza; Decreto ministeriale  (28 maggio 2009) su urgenti misure di protezione civile per affrontare lo stato di emergenza in Piemonte e Veneto; Decreto ministeriale (17 dicembre 2010) sulla proroga dello stato di emergenza nelle regioni Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte e Veneto. Da notare che lo stato amministrativo di emergenza citato differisce dallo stato di emergenza descritto dal Patto internazionale sui diritti civili e politici.

[62] La regioni coinvolte da questa misura sono Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte e Veneto.

[63] Ministero dell’Interno ed altri v. ERRC ed altri, Ordinanza del Consiglio di Stato n.  6050 di novembre 2011 che dichiara nullo il Decreto dei Ministri (21 maggio 2008) sull’emergenza nomadi.

64 Decreto legislativo 92/2008 sulla sicurezza pubblica convertito in Legge n. 125/2008; Legge n. 94/2009 sulla sicurezza pubblica

[65] Decreto legislativo 286/ 1998 sull’immigrazione (art. 18) emendato dalla Legge n. 189/2002.

[66] Legge n. 104/1992 sui diritti delle persone diversamente abili.

[67] Legge n. 68/1999 sul diritto al lavoro delle persone diversamente abili.

[68] Decreto ministeriale 91/2000 sull’accesso al lavoro delle donne con disabilità, Decreto legislativo 216/2003 sulla parità di trattamento nell’occupazione e nelle condizioni di lavoro, Decreto legislativo 145/2005 sulla parità di trattamento nell’accesso all’occupazione, alla formazione vocazionale, alla promozione e alle condizioni di lavoro, Decreto legislativo 198/2006 sul Codice per le pari opportunità.

[69] Legge 67/2006 sulla protezione giuridica delle persone con disabilità.

[70] Codice di Procedura Penale, art.656; Legge n. 354/1975, artt. 48–51, 54.

[71] Legge n. 62/2011 sul rapporto fra madri detenute e i loro figli minori.

[72] Decreto legislativo 5/2010 sul divario salariale uomo-donna.

[73] Decreto legislativo 151/2001 sulla protezione della maternità e della paternità.

[74] Legge n. 183/2010 sulla delegazione al Governo di materie connesse con il lavoro faticoso e gli incentive all’occupazione.; Legge n. 183/2011 su modifiche che riguardano alcuni istituti del lavoro.

[75] Decreto legislativo 81/2008  per salvaguardare la sicurezza e la salute dei lavoratori.

[76] Legge n. 11/2009 e Legge n. 38/2009 sullo stalking. La Commissione è attualmente in fase di essere ri-istituita.

[77] Informazione fornita da una organizzazione della società civile di Bologna.

[78] Piattaforma italiana, Rapporto Ombra, p. 100.

[79] Disegno di Legge S957/2008 sulla custodia congiunta, presentato al Senato nel marzo 2011.

[80] Lo Special Rapporteur è stato informato del fatto che il termine “nomade” non veniva più utilizzato nella Strategia Nazionale per la Inclusione Sociale delle comunità Rom, Sinti e Caminanti di novembre 2011. Ha comunque notato come il termine viene continuato ad essere usato da alcuni funzionari statali.

[81] Nel corso della visita a Roma di un campo Rom lo Special Rapporteur ha notato la presenza di telecamere di sicurezza installate davanti al cancello per controllare i residenti del campo, in linea con il pacchetto sicurezza.

[82]Informazione fornita da una organizzazione della società civile di Bologna.

[83] Disabled People International –Italy e Consiglio Nazionale sulla Disabilità, Rapporto sulle donne diversamente abili e i loro diritti umani, 2012, p. 6.

[84] Ibid.

[85]Alessandra Gualazzi, Chiara Mancuso e Annalisa Mangiaracina, “Back door sentencing. in Italy: common reasons and main consequences for the recall of prisoners”, European Journal of Probation, Vol. 4, No.1 (2012), p. 80

[86] Lo Special Rapporteur ha apprezzato l’informazione che il disegno di legge sulle misure di riforma del mercato del lavoro che inter alia mira a risolvere il problema delle dimissioni in bianco è stato approvato dal Consiglio dei Ministri a marzo 2012.

[87] Informazione fornita da una organizzazione della società civile di Imola. Lo Special Rapporteur ha preso nota che nel caso di revoca di contratti dei lavoratori domestici immigrati, la Legge n.. 129/2011 fornisce loro un massimo di 6 mesi di tempo per cercare lavoro presso un altro datore di lavoro. In caso di insuccesso, sono allora rimpatriati.

[88] Piattaforma italiana, Rapporto Ombra, p. 126.

Afghanistan: 200 minori nelle prigioni Usa di Bagram

Bagram prison in Afghanistan

“Gli Stati Uniti hanno ammesso che ci sono oltre 200 bambini afgani detenuti a Bagram e questi sono bambini sono stati arrestati dalle forze degli Stati Uniti” ha detto in una intervista Heather Barr di Human Rights Watch in Afghanistan, “e Human Rights Watch – ha aggiunto – ha sottoposto questo problema specifico alle Nazioni Unite”. Oltre alla preoccupazione per la detenzione dei bambini all’interno del carcere militare, Barr parlato di un trattamento verso i minori che vanno contro le regole internazionali. “Abbiamo visitato Bagram nel marzo dell’anno scorso e siamo stati molto preoccupati per questo problema –ha continuato – perché non solo i bambini ci sono ma sono tenuti nelle stesse cellule insieme agli adulti, un fatto non accettabile secondo gli standard internazionali. I minori nel carcere – ha concluso – non hanno accesso ai servizi specializzati per i servizi educativi per bambini e adolescenti, e ad altri programmi che dovrebbero essere loro forniti secondo il diritto che gli spetta”. Nella prigione della base aerea statunitense di Bagram, a nord di Kabul, almeno 200 ragazzini sono tratenuti quindi in una detenzione che viola tutte le norme internazionali.

Georgette Gagnon, responsabile per i Diritti Umani dell’UNAMA, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan ha assicurato che la questione verrà analizzata con attenzione e che la denuncia di Human Rights Watch non cadrà nel vuoto. Durante la conferenza stampa che si è svolta giorni fa a Kabul, Georgette Gagnon ha anche parlato del Rapporto delle Nazioni Unite riguardo le donne afghane che continuano a subire violenza, nonostante le leggi specifiche di tutela varate nel 2009 (Evaw) fatta per contrastare le diverse forme di violenza tra cui i matrimoni forzati, la vendita di donne, la pratica di ba’ad – che richiede il prezzo di una ragazza per risolvere una controversia – e l’auto-immolazione.

Nel nuovo rapporto pubblicato dalla Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Still a Long Way to Go: Implementation of the Law on Elimination of Violence again Women in Afghanistan), si sottolinea “la mancata denuncia della violenza, nonché la mancanza di indagini anche dopo una segnalazione”. “L’insicurezza che domina e la debolezza dello Stato di diritto hanno ulteriormente ostacolato l’accesso delle donne alle istituzioni della giustizia formale”, ha detto Gagnon. Nelle 42 pagine del rapporto, che ha riguardato 22 di 34 province dell’Afghanistan, è stato riscontrato un aumento del numero di violazioni registrati dalla polizia e dai pubblici ministeri, rispetto ai risultati UNAMA di un anno fa anche se, secondo Gagnon, sono “solo la punta di un iceberg di episodi di violenza contro le donne in tutto il paese”.

Giorni fa è stata uccisa anche Nadia Sidiqi, a capo del dipartimento per le questioni femminili del governo di Laghman, stessa sorte della sua predecessora Hanifa Safi, che guidava prima di lei il dipartimento. Il rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan, Nicholas Haysom, ha detto che i funzionari delle donne come la signora Sidiqi sono stati “mirati specificamente per la sua difesa di alto profilo sui temi della violenza contro le donne e promozione dei diritti umani”.

Diritti umani e protezione delle donne al Mae

Domani, mercoledì 12 dicembre, dalle ore 9.30 in poi, sarò qui:

PANEL I – “Protection of Women”  –  Sala Gaja

Chair: Barbara Terenzi, Coordinator Comitato promozione e protezione dei diritti uman, Fondazione Basso Sezione Internazionale

Secretary:  Debora Sanguinato, Officer of Human Rights & Advocacy Unit VIS

Discussants:

  • Luisa Betti, Journalist Women and Children Rights Expert
  • Luisa Del Turco, International Cooperation Advisor and Gender Expert
  • Oria Gargano, President BeFree
  • Bianca Pomeranzi, CEDAW member
  • Alessandra Servidori, National Equality Counsellor

da unipd-centrodirittiumani

Convegno internazionale “Centralità della persona e tutela dei diritti umani nel mondo contemporaneo”, Ministero degli Affari Esteri, Roma, 12 dicembre 2012

Il Comitato italiano per la promozione e protezione dei diritti umani e il Volontariato internazionale per lo sviluppo (VIS), in collaborazione con il Ministero degli Esteri, organizzano il Convegno internazionale “Centralità della persona e tutela dei diritti umani nel mondo contemporaneo”. Il Convegno, che si svolgerà nella giornata di 12 dicembre 2012 presso la Sala Conferenze Internazionali del Ministero degli affari Esteri a Roma, è l’evento conclusivo dell’edizione 2012/2013 del ciclo di incontri seminariali “La promozione dei Diritti Umani: dalla teoria alla pratica” svoltosi a Roma nei mesi di ottobre-dicembre 2012. Tra i relatori del Convegno, il Prof. Antonio Papisca, professore Emerito dell’Università di Padova e fondatore del Centro Diritti Umani del medesimo ateneo, il quale interverrà nell’ambito del Panel tematico dedicato alla “Libertà di religione e protezione delle minoranze”. Altri tre Panel approfondiranno, rispettivamente, “La protezione delle donne”, “Gli indicatori per i diritti umani e l’Indice universale dei diritti umani”, La protezione dei civili nelle aree di conflitto”. A conclusione del Convegno avrà luogo la cerimonia di premiazione degli elaborati e la consegna dei diplomi agli studenti che hanno frequentato con successo il ciclo di incontri”.

Per ulteriori informazioni è possibile rivolgersi a: corsi@comitatodirittiumani.net / 06 3691-4050/7231

http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/AreaGiornalisti/NoteStampa/2012/12/20121207_ConvegnoDirittiUmani.htm

 

 

International Conference

 “Centrality of the Human Being and Protection of Fundamental Rights in the Contemporary World”

ROME

12th December 2012, from 9:30 to 17:30

Sala Conferenze Internazionali – Ministry of Foreign Affairs

PROGRAMME

 

REGISTRATION (9:30- 10:00)

Welcome Coffee (9:30- 10:00)Sala Mappamondi

PLENARY SESSION (10:00 – 11:00) – Sala Conferenze Internazionali

  • Welcome address – Giulio Terzi di Sant’Agata, Minister of Foreign Affairs
  • Pietro Marcenaro, President Extraordinary Commission for the Protection and the Promotion of Human Rights  at the Senate
  • Vincenzo Scotti, President of Link Campus University
  • Carola Carazzone, President VIS
  • Barbara Terenzi, Coordinator Comitato promozione e protezione dei diritti umani, Fondazione Basso Sezione Internazionale
  • Diego Brasioli, Italian Ministry of Foreign Affairs

PANELS (11:20 – 13:00)

PANEL I – “Protection of Women”  –  Sala Gaja

Chair: Barbara Terenzi, Coordinator Comitato promozione e protezione dei diritti uman, Fondazione Basso Sezione Internazionale

Secretary:  Debora Sanguinato, Officer of Human Rights & Advocacy Unit VIS

Discussants:

  • Luisa Betti, Journalist  women and children rights expert
  • Luisa Del Turco, International Cooperation Advisor and Gender Expert
  • Oria Gargano, President BeFree
  • Bianca Pomeranzi, CEDAW member
  • Alessandra Servidori, National Equality Counsellor

PANEL II –“Religious Freedom and Protection of Minorities” Sala Conferenze Internazionali

Chair: Massimo Introvigne, Coordinator of the Observatory on Religious Freedom established by the Italian Minister of Foreign Affairs and the City of Rome

Secretary:  Mercedes Guaita, Territorial Coordination VIS – ICC

Discussants:

  • Gabriella Habtom, Secretary of the UN Committee on the Elimination of Racial Discrimination (CERD), OHCHR
  • Paolo Naso, Professor of Political Science, Coordinator of the Master’s programme in Religion and Cultural Mediation, University La Sapienza, Rome
  • Antonio Papisca, Professor Emeritus of the University of Padua, Chairholder, UNESCO Chair in Human Rights, Democracy and Peace, founder of the Interdepartmental Centre on Human rights, University of Padua
  • Patrick Thornberry, CMG, Emeritus Professor of International Law, Keele University, UK and member of the Committee on the Elimination of Racial Discrimination (CERD) 
  • Agneta Ucko, Director Arigatou Foundation e Global Network of Religions for Children, Ginevra

PANEL III – “Universal Human Rights Indicators and Index” – Sala Nigra

Chair:  Carola Carazzone, President VIS

Secretary:  Melania Ruello, Comitato promozione e protezione dei diritti umani

 Discussants:

  • Nicolas Fasel, Expert on Human Rights Indicators, OHCHR
  • Gustavo Gozzi, Professor of History of Political Thought, Director of the Master in Human Rights, Migration, Development, University of Bologna
  • Gabriella Habtom, Secretary of the UN Committee on the Elimination of Racial Discrimination (CERD), OHCHR
  • Tommaso Rondinella, Researcher, Technical-Scientific Secretariat to the Presidency at ISTAT

PANEL IV – “Protection of Civilians in Conflict Areas” – Sala Aldo Moro

Chair:  Diego Brasioli, President of the Inter-Ministerial Committee on Human Rights, Italian Ministry of Foreign Affairs

Secretary:  Giovanna Gnerre Landini, Comitato promozione e protezione dei diritti umani

Discussants:

Lunch Break (13:00-14:30) – Sala Mappamondi

SIDE EVENT –  Sala Aldo Moro 13,00-14,30 (lunch break)

FINAL PLENARY SESSION– Sala Conferenze Internazionali

 STUDENTS PANEL  (14:30 – 15:30)

Presentation of a selection of proposals for a plan of action developed during the Academic Year

CONCLUSIONS

Outputs of Panel (15:30-16:30)

Chairs & Secretaries

Final Remarks (16:30 – 17:30)

  • Carola Carazzone, President VIS
  • Monnanni Massimiliano, Institutional Relations, “Telefono Azzuzzo”
  • Ersiliagrazia Spatafora, Professor of International Jurisdictions, Government Agent at the European Court of Human Rights
  • Barbara Terenzi Coordinator Comitato promozione e protezione dei diritti umani, Fondazione Basso Sezione Internazionale

 

 

Un Nobel che non riconosce il diritto alla pace

Oggi il premio Nobel per la Pace 2012 è stato assegnato, con una cerimonia nel muncipio di Oslo, all’Unione Europea dal presidente del Comitato del Nobel Thornbjoern Jagland, al presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, il presidente della commissione Europea, Jose Manuel Barroso e il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz. Il presidente Van Rompuy al discorso di accettazione del premio Nobel, ha detto: “Voglio rendere omaggio a tutti gli europei che hanno sognato un continente di pace e a quelli che lo hanno reso una realtà”. L’Unione Europea ha reso noto che devolverà la somma ricevuta con il premio Nobel a progetti umanitari a favore di bambini vittime della guerra e dei conflitti integrandola con un importo equivalente per raggiungere i 2 milioni di euro. In realtà però questa assegnazione del Nobel per la pace all’Unione Europea ha avuto molte critiche perché a molti è sembrato una premiazione non appropriata. Ed è in questa direzione che pubblico volentieri l’intervento di Micòl Savia – rappresentante permanente dell’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici alle Nazioni Unite di Ginevra – che spiega come l’UE si sia di fatto contrapposta più volte e in diverse occasioni, nella sede delle Nazioni Unite a Ginevra in cui lei stessa era presente, al riconoscimento del Diritto umano alla pace.

Grazie 

(chiunque fosse interessato al contenuto di questo intervento è pregato/a di riportare correttamente la fonte)

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Nobel per la promozione di un diritto che “non esiste”

Cronaca dell’Unione Europea per impedire il riconoscimento del Diritto umano alla pace

di Micòl Savia – rappresentante permanente dell’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici alle Nazioni Unite di Ginevra

“Oggi, 10 dicembre 2012, l’Unione Europea ha ritirato il Premio Nobel per la Pace. E’ questa una notizia che offende profondamente. Non solo perché sono decenni che l’Unione Europea mette in pratica, sia a livello interno che esterno, politiche che violano tutti i principi più elementari della convivenza pacifica nonché i diritti fondamentali di milioni di cittadini in tutto il mondo. Ma anche perché sono decenni che l’UE si oppone con forza dentro le Nazioni Unite a qualsiasi riconoscimento formale del Diritto alla pace. La pace è l’obiettivo principale delle Nazioni Unite, la ragione stessa per cui sono state create. Tuttavia fino ad oggi non è ancora stato possibile codificare e incorporare il diritto umano alla pace nel nostro sistema di diritto internazionale.Come ha denunciato il senatore canadese Douglas Roche, “il lavoro realizzato fino ad ora all’interno del sistema delle Nazioni Unite per sviluppare il diritto umano alla pace è uno dei segreti meglio custoditi del mondo. La cultura della guerra impregna a tal punto l’opinione pubblica da soffocare le voci che sostengono che il diritto alla pace è un diritto fondamentale di ogni essere umano ed il principale requisito per l’esercizio degli altri diritti umani.”

Nel 1984 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò a larga maggioranza una storica Dichiarazione sul Diritto dei Popoli alla Paceche proclamava solennemente che tutti “i popoli della Terra hanno il sacro diritto alla pace” e che la salvaguardia e la promozione di questo diritto costituiscono un dovere fondamentale per ogni Stato. Durante la votazione i paesi europei si astennero, rifiutandosi di appoggiare tali affermazioni e mettendo subito in chiaro quella che sarebbe stata la loro costante posizione ostruzionista sul tema. Negli anni successivi sono stati fatti diversi tentativi per dare un contenuto più concreto a questo “sacro diritto” e renderlo così più efficace. Tentativi a cui l’UE si è sistematicamente opposta. “Il diritto alla pace non esiste” hanno continuato a ripetere, rifiutando anche solo di discuterne in ambito internazionale. Per loro la pace non è un tema di competenza di organismi multilaterali e democratici come l’Assemblea Generale, l’Unesco o il Consiglio dei Diritti Umani, perché lì sono solo una minoranza. L’unico organo che riconoscono competente in materia è il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ovviamente controllano.

Nel gennaio 1997 l’allora Direttore Generale dell’Unesco, Federico Mayor, riconoscendo che la pace è una condizione indispensabile per l’esercizio dei diritti umani, propose di proclamare il Diritto umano alla pace ed includerlo nella lista dei diritti già riconosciuti. A tal fine fu elaborata una bozza di Dichiarazione prontamente distribuita tra ai Capi di Stato affinché facessero pervenire le loro osservazioni in merito. L’iniziativa, appoggiata da una schiacciante maggioranza di Stati, scatenò un’asprissima polemica culminata il 6 novembre 1997 durante la 29° Conferenza Generale dell’ Unesco quando i paesi europei, uno dopo l’altro, presero la parola per esprimere la loro ferma opposizione al progetto: “Non dobbiamo cercare di trasformare un’aspirazione in un diritto. Asteniamoci dal creare un nuovo diritto umano alla pace che è pericoloso” (Austria); “La Dichiarazione confonde pace e diritti umani, che devono invece essere affrontati separatamente” (Danimarca);“Un nuovo diritto potrebbe creare illusioni” (Francia); “E’ di moda appoggiare e creare nuovi diritti quando quelli che già esistono non sono rispettati” (Italia); “è inopportuno che l’ Unesco si intrometta in questo campo; “questa discussione è una perdita di tempo” (Svezia), e così via.

Il sig. David Adams, uno dei principali artefici delle politiche per la Pace dell’ Unesco, assistette sgomento al dibattito: “mentre alcuni stati avevano paura che [il diritto alla pace] avrebbe potuto essere talmente efficace da interferire con il loro diritto a fare la guerra, io mi sentivo frustrato per la sua mancanza di efficacia e per l’incapacità dell’ Unesco di incidere realmente a favore della pace.” In effetti nel 2000, quando terminò il mandato di Federico Mayor e gli Stati Uniti tornarono a dominare l’organizzazione, l’ Unesco abbandonò il progetto di contribuire alla codificazione del diritto umano alla pace. Il discorso fu tuttavia ripreso e portato avanti in altre sedi da altri paesi, prima fra tutti Cuba, una piccola isola caraibica del Terzo Mondo, che tante energie ha generosamente consacrato a questa importante battaglia. Il dibattito continuò anche nella società civile portando nel 2006 all’adozione della famosa Dichiarazione di Luarca.

Una decina di anni fa Cuba, con l’appoggio di vari paesi e di un network di 1800 ong, introdusse il tema nel Consiglio dei Diritti Umani. Anche in questa sede l’opposizione dell’UE è stata ferrea. Per fortuna l’Europa rappresenta solo una minoranza di voti e così, pur se a fatica, il diritto alla pace ha recentemente conosciuto sviluppi interessanti. Nel 2009, tenuto conto del fatto che alcuni paesi continuavano a mettere in dubbio l’esistenza stessa del diritto umano alla pace, Cuba presentò un progetto di risoluzione per chiedere all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite di organizzare un workshop sul diritto dei popoli alla pace con la partecipazione di esperti internazionali al fine di chiarire il contenuto e la portata di tale diritto.

L’UE si oppose in blocco alla proposta, affermando sostanzialmente che il Consiglio dei Diritti Umani non era la sede opportuna per discutere dell’argomento. La risoluzione fu tuttavia approvata con 32 voti a favore, 13 contro ed un’astensione  e il workshop si celebrò a Ginevra nei giorni 15 e 16 dicembre 2009.  Nel giugno 2010 Cuba presentò un nuovo progetto di risoluzione per chiedere che il Comitato Assessore del Consiglio dei diritti Umani, in consulta con gli Stati membri, la società civile, il mondo accademico e gli altri attori rilevanti, preparasse un progetto di Dichiarazione sul Diritto dei Popoli alla Pace. L’UE, ringraziando la delegazione cubana per l’iniziativa, chiese che la risoluzione fosse messa ai voti, annunciando che avrebbero votato contro: “Non crediamo che il Comitato Assessore faccia buon uso del suo tempo occupandosi di questo argomento”.

Leggendo il testo della risoluzione le ragioni dell’opposizione appaiono evidenti. Il testo riafferma il diritto allo sviluppo, il ripudio della guerra ed in generale della violenza per il raggiungimento di fini politici, la necessità di un nuovo ordine democratico internazionale. Parla di sovranità, integrità territoriale, indipendenza e autodeterminazione. E, come le precedenti risoluzioni, sottolinea che la profonda frattura che divide la società umana tra ricchi e poveri e la breccia sempre più grande che esiste tra il mondo sviluppato e il mondo in via di sviluppo rappresentano una grave minaccia per la prosperità, la pace, i diritti umani, la sicurezza e la stabilità mondiali”. Troppo per la “pacifica” Europa. La risoluzione fu infine approvata con 31 voti a favore, 14 contrari ed un’astensione. Tutti i paesi dell’UE rappresentati nel Consiglio votarono contro, insieme agli Stati Uniti, per certo anche loro governati da un premio Nobel per la pace.

Dopo un lungo processo di consultazioni, a cui l’UE si è addirittura negata a partecipare, il Comitato Assessore ha presentato un interessante progetto di Dichiarazione che di fatto raccoglie la maggior parte degli spunti ricevuti da governi e società civile. Il testo, composto da 14 articoli, per quanto perfettibile, rappresenta un enorme passo avanti rispetto alla solenne dichiarazione del 1984. Il Comitato Assessore suggerisce in primo luogo di cambiare il termine originale “Diritto dei popoli alla pace” in “Diritto alla Pace” tout court, ritenuto più adeguato in quanto permette di includere tanto la dimensione collettiva come la individuale di tale diritto. Di fatto il progetto di Dichiarazione supera la tendenza restrittiva a considerare la pace principalmente come un diritto collettivo ed a relazionarlo in forma esclusiva con temi come guerra e disarmo. Il diritto alla pace è un diritto appartenente a tutti gli esseri umani senza alcuna distinzione o discriminazione (art.1). E la pace non è solo assenza di violenza: tutti abbiamo “il diritto a vivere liberi da paura e miseria” e “vivere senza miseria implica il godimento del diritto a uno sviluppo sostenibile e dei diritti economici, sociali e culturali”. (art. 2). Negli articoli successivi il testo affronta vari temi relazionati con la pace e la sicurezza internazionale (disarmo, educazione alla pace, obiezione di coscienza al servizio militare, compagnie militari e di sicurezza private, resistenza e opposizione all’oppressione, operazioni di peacekeeping, etc). Tuttavia, riconoscendo che “la diseguaglianza, l’esclusione, la povertà generano violenza strutturale che è incompatibile con la pace e devono essere eliminate”, la Dichiarazione stabilisce, altresì, standard di pace positiva in aree come diritto allo sviluppo, diritto ad un ambiente salubre, diritti di rifugiati e migranti, etc.

Quando nel giugno 2012 il Comitato Assessore ha presentato il risultato del suo lavoro al Consiglio dei Diritti Umani, l’UE si è limitata a prenderne nota, ribadendo la sua posizione: “Restiamo dell’idea che il diritto alla pace non esista nel diritto internazionale”. Cuba si è fatta, invece, ancora una volta parte diligente ed ha preparato una risoluzione per dare il passo seguente: creare un Gruppo di Lavoro Intergovernativo con il mandato di negoziare il testo di una futura Dichiarazione delle Nazioni Unite sul Diritto alla pace sulla base del progetto presentato dal Comitato Assessore. Cercando di ottenere il più ampio consenso possibile, Cuba ha convocato una serie di riunioni informali con i delegati di tutti gli Stati interessati al fine di discutere il testo della risoluzione ed apportare, ove possibile, eventuali modifiche. Durante queste riunioni, i paesi europei hanno sollevato ogni tipo di obiezione. Si sono soprattutto dichiarati molto preoccupati per il progetto di Dichiarazione presentato dal Comitato Assessore, chiedendo pertanto che fosse eliminato qualsiasi riferimento a tale documento che per loro è vago e lacunoso in quanto non specifica la relazione esistente tra la pace ed i diritti umani. Si sono opposti all’idea di creare un Gruppo di Lavoro Intergovernativo, suggerendo di organizzare invece un altro workshop, simile a quello a cui si erano opposti tre anni prima. Hanno sostenuto che le due previste sessioni di 7 giorni di lavoro del Gruppo Intergovernativo avrebbero comportato un inutile spreco di denaro, sviando fondi ed energie da temi ben più importanti. Al che il delegato cubano ha osservato giustamente che visto che il Consiglio aveva appena speso due milioni di dollari per inviare una contestata Commissione d’Inchiesta in Siria, forse si poteva stanziare mezzo milione in favore del diritto alla pace.

Alla fine, grazie a profusi sforzi diplomatici ed alla pressione della società civile, la decisione di creare un Gruppo di Lavoro Intergovernativo al fine di elaborare una Dichiarazione sul Diritto alla pace è stata adottata dal Consiglio con 34 voti a favore, 12 astensioni ed un solo voto contrario, quello degli Stati Uniti. L’Unione Europea, “tenuto conto di tutti i difetti del presunto diritto alla pace e dei suoi effetti potenzialmente negativi sui diritti umani”, si è astenuta in blocco. Durante il dibattito la Gran Bretagna è intervenuta per dichiarare, anche a nome di Canada e Olanda, che “se fossero stati membri del Consiglio avrebbero votato ‘No’ a questa risoluzione”, preannunciando che considereranno con molta attenzione una loro eventuale partecipazione ai lavori del suddetto Gruppo di Lavoro.

L’opposizione europea al concetto di diritto alla pace così come si sta progressivamente sviluppando in seno alle Nazioni Unite è comprensibile. Si tratta, infatti, di un concetto della pace diametralmente opposto a quello che cercano d’imporre i governi di Europa e Stati Uniti con le loro bombe ed i loro eserciti. Tutti sanno che non può esserci pace senza giustizia sociale. Ma come sempre le democrazie occidentali decidono di ignorare i centinaia di milioni di persone che soffrono costantemente per non avere cibo da mangiare, un posto in cui vivere, un lavoro, assistenza sanitaria, educazione. D’altronde, perché un continente che spende centinaia di miliardi di euro all’anno per le spese militari, dovrebbe collaborare allo sviluppo del diritto alla pace?”

Lisa, un altro femminicidio annunciato

Anarkikka, il personaggio di Stefania Spanò
(da cui sbirciare il mondo)

Lisa Puzzoli, 22 anni, è morta venerdì 6 dicembre verso le 18.30 a Villaorba di Basiliano, un paese vicino Udine, accoltellata dal suo ex, Vincenzo Manduca, un macellaio 27enne residente a Santa Sofia, in provincia di Forlì-Cesena, con cui aveva una figlia di due anni. Lisa era rimasta incinta nella breve relazione avuta con l’uomo e da cui era nata una bambina di cui Vincenzo, aveva messo in dubbio la paternità tanto da far iniziare un procedimento con verifica del dna. Alcune amiche, dopo la tragedia, hanno raccontato come Lisa fosse perseguitata dal suo ex da tempo, confermando che i problemi erano iniziati da dopo la nascita della piccola soprattutto per i contrasti sull’assegno di mantenimento, e descrivendo quello che per Lisa è stata una tortura: “L’ha picchiata, le ha rotto lo sterno, un giorno ha chiuso Lisa con la bimba in macchina. Per lei vivere era diventato un incubo, non usciva di casa, aveva paura di lui, veniva seguita sempre dai genitori”. Lei viveva con la bambina in una casa vicina ai genitori, e il suo ex l’ha raggiunta con un coltello in tasca uccidendola davanti al fratello appena la donna ha aperto la porta di casa. Lui era andato da lei per parlarle, e lei aveva aperto la porta, come fece Stefania Noce, circa un anno fa, con il suo ex fidanzato che la massacrò a coltellate, uccidendo anche il nonno che cercò di difenderla. Ma Lisa aveva segnalato la sua situazione, aveva denuciato il suo ex e aveva fatto come anche la ministra della giustizia Severino ha suggerito, alla vigilia del 25 novembre (Giornata internazionale contro la violenza sulle donne), dicendo che chi subisce violenza deve denunciare e che “la donna non reagisce perché non è supportata, è isolata, si vergogna e ritiene che l’amore possa vincere tutto e questo è un grande errore”. Lisa invece questo errore non l’aveva fatto e il suo ex lo aveva denunciato per ben tre volte e lo aveva portato in tribuanle per avere l’assegno di mantenimento per la bambina di cui lui aveva anche messo in dubbio la paternità. Ed è per questo che oggi i genitori di Lisa, il fratello, ma anche tutte noi ci chiediamo: a cosa serve tirare fuori il coraggio e denunciare, se poi le donne non vengono ascoltate, e se non vengono applicate le norme esistenti? Come la sorella di Carmela – la ragazza uccisa a Palermo un mese fa – che aveva chiesto aiuto ai carabinieri per fermare il suo ex che la perseguitava, anche Lisa non è stata ascoltata in maniera adeguata, e il suo ex poteva avvicinarsi alla sua casa tranquillamente con una scusa che è costata la vita di Lisa.

Se oggi la piccola è costretta a ritrovarsi senza una madre e con un padre assassino, la responsabilità non è né di Lisa, né dei genitori, e lo stesso autore del delitto ne è responsabile solo in parte, perché essendo stato segnalato il pericolo che la donna correva, il vero responsabile di questa morte, come di altre, è lo Stato italiano. Lisa è la 118sima vittima di femminicidio in Italia, comprese le vittime collaterali, dall’inizio dell’anno e fa parte di quell’85% di donne che hanno subito e subiscono violenza all’interno di relazioni intime, ma soprattutto è compresa in quel 70% di donne uccise che avevano già segnalato episodi di violenza. Ed è questo dato che ci fa capire che la vera responsabilità di questa morte è lo Stato, le isituzioni, e in particolare un governo che seppur sollecitato da mesi sulla questione del femmincidio in Italia – da tutte le donne e da tutte le associaizoni e in particolare da quelle che hanno promosso e aderito alla Convenzione No More! – non ha concretamente alzato un dito. A cosa serve che il governo italiano firmi la Convenzione europea di Istanbul contro la violenza domestica, se poi non solo non la ratifica ma soprattutto non la adegua alla situazione italiana nell’applicazione di politiche dirette e immediate che abbiano l’obiettivo di prevenire, più che di punire, il femminicidio su scala nazionale? Che ce ne facciamo di nuove leggi contro il femminicidio (ce ne sono già due depositate: il ddl Serafini e il ddl Bongiorno-Carfagna) se quelle che esistono non vengono applicate? Perché gridare e indignarsi “dopo” la morte di queste donne torturate e vessate per anni in casa, fuori casa, da mariti, ex, fidanzati, che si sentono liberi di compiere reati su donne che non godono di nessuna tutela e protezione, malgrado in Italia esistano norme che vanno in questa direzione? A che serve dare l’ergastolo a chi uccide la moglie, se prima non si cerca di salvare le donne che sono in pericolo?

La mamma di Lisa, Mariella Zanier, ha detto chiaro e tondo: “Sapevamo che prima o poi sarebbe successo qualcosa di terribile a Lisa. Questa è una morte annunciata”, e il padre, conferma che “C’erano state denunce per maltrattamenti, poi la sentenza del tribunale, il mese scorso, per la bambina. Nonostante questo non è stato possibile prevenire l’uccisione di nostra figlia. A questo punto mi chiedo a cosa serva la legge se non tutela una ragazza dalla violenza, se non impedisce una tragedia come questa. Adesso io e mia moglie restiamo qui con una bambina di due anni da crescere”. L’uomo che ha ucciso Lisa era stato denunciato per stalking, minacce e lesioni, e si è presentato da lei con la scusa di discutere aspetti legati al mantenimento della figlia, ma con sé aveva un coltello con cui ha ucciso la donna, una premeditazione che Lisa non poteva sapere ma che poteva immaginare se qualcuno glielo avesse fatto notare. Chi? Le istituzioni a cui si era rivolta per essere tutelata, per esempio. Lisa ha acconsentito di ascoltare il suo assassino, anche se malvolentieri, perché non era consapevole, fino in fondo, del pericolo che correva: ma questo è un classico nelle dinamiche di femminicidio in ambito di relazioni intime perché se lo Stato non interviene in maniera adeguata, e consapevole del rischio che la donna può correre, perché se ne deve rendere conto la donna che in fondo con quell’uomo ha convissuto e che magari un tempo era anche diverso? Se le stesse istituzioni, che sono lì per questo, non sono in grado di valutare un rischio così alto, perché dovrebbe rendersene conto la donna, che vive già una condizione di stress e di frustrazione grave dovuti alla violenza che subisce? Quanti sono, ancora oggi, gli uomini che dopo maltrattamenti, persecuzioni, botte, violenza, torture e anche stupri, girano e perseguitano liberamente le ex, e si presentano a casa con la scusa di vedere i figli, o altro, solo per vessare e minacciare?

Nell’incontro con i giudici che si è svolto la scorsa settimana a Roma, “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare”, è stato messo in evidenza da tutti i presenti, come la violenza nelle relazioni intime sia la forma più estesa della violenza contro le donne, e come all’interno della famiglia siano presenti reati come maltrattamenti, ingiurie, atti persecutori, violenza fisica ed economica ma anche sequestro di persona e tortura, con effetti devastanti nei confronti dei minori quando presenti. Solo alla Procura di Roma sono stati avviati circa 6.000 procedimenti in un anno riguardanti le varie forme di violenza contro le donne, e in particolare Maria Monteleone, procuratrice aggiunta alla Procura della Repubblica di Roma, ha sottolineato come “Molte delle realtà familiari, all’interno delle quali si scatenano forme di violenza indicibile, si caratterizzano anche per il fatto che queste violenze si protraggono nel tempo con conseguenze devastanti per le vittime che sono nella quasi totalità donne. Si consideri che molti dei fatti che poi evolvono in condotte aggressive di maggiore gravità, spesso sono preceduti da episodi che vengono minimizzati e trascurati, e che anche dagli organi inquirenti sono trattati come banali liti, dando luogo all’avvio di molti procedimenti che finiscono al giudice di pace rubricati come ingiurie, diffamazioni, minacce o lesioni volontarie semplici: il tutto con gli intuibili esiti. Bisogna avere la capacità e la disponibilità per attenzionare ogni episodio di violenza che è portato a conoscenza delle forze dell’ordine. E’ un dato acquisito che in pochi casi la violenza si ferma a un singolo fatto, mentre risulta che molto spesso ci si trovi di fronte a un crescendo di gravità, e un intervento tempestivo può impedire che la situazione evolva in maniera ancora drammatica. Innanzi tutto si deve assicurare un’effettiva e concreta assistenza legale alla vittima fin dal momento in cui deve presentare la querela o la denuncia – continua Monteleone – e bisogna introdurre modifiche legislative specifiche per la parte offesa anche nella fase delle indagini preliminari. In tale ambito rientra il ruolo fondamentale che deve essere riconosciuto alle associazioni a tutela delle donne che svolgono un ruolo delicatissimo e che vanno potenziate. E’ innegabile come nei casi più gravi, e sono molti, sia necessaria una strategia di sostegno e di presa di coscienza della vittima di tale sua qualità, ovvero di farle acquisire la consapevolezza che è parte offesa nel processo e che deve riappropriarsi dei propri diritti in quanto persona”.

Monteleone ha insistito sul fatto che “La strategia  nella quale occorre muoversi è che la violenza su una donna non è un fatto privato, non riguarda soltanto l’autore e la sua vittima, ma è un fatto che va a incidere sulle fondamenta di una società civile, quindi impone l’intervento dello Stato”, indicando possibili modifiche che non vadano nella direzione della punizione, anche perché quando una donna è morta poco importa che l’uomo vada all’ergastolo (come vorrebbe la coppia Bongiorno-Carfagna). “E’ auspicabile – dice Monteleone – che nel caso di lesioni volontarie sia considerata come circostanza aggravante la qualità di coniuge o convivente della vittima, e ciò potrebbe avvenire attraverso la modifica del n. 2 dell’art. 576 codoce penale, al quale rinvia l’art. 585, che attualmente contempla come aggravante l’ipotesi del fatto commesso contro l’ascendente o il discendente. A ciò aggiungerei l’introduzione di nuove e specifiche misure precautelari che consentano al pubblico ministero di disporre immediatamente e provvisoriamente l’allontanamento dalla casa familiare e/o il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Tra i reati spia che devono essere attenzionati in modo particolare, non vi è dubbio che debbano esserci gli atti persecutori”. In questo incontro è stato più volte ribadito che il problema non è l’inasprimento della pena ma la sua giusta esecuzione attraverso le normative già presenti, in quanto si ravvisa spesso, nei tribunali, la mancanza della sua effettività o comunque la minimizzazione di certi comportamenti lesivi. E che di fronte alla massima garanzia dell’imputato, si debba prevedere la massima assistenza e protezione della vittima, che molte volte non ha piena consapevolezza, tanto da riferire erroniamente a se stessa, parte della responsabilità di ciò che è accaduto.

 

Femminicidio: i tribunali aprono al confronto

Una settimana fa si è svolto uno degli incontri più interessanti sul tema della violenza contro le donne-femminicidio fatti su questo tema negli ultimi anni, particolarmente proficuo perché si sono seduti intorno a un tavolo diverse competenze (operatori e operatrici di giustizia, sanità, forze dell’ordine, giornalismo, avvocatura, e società civile) che si sono confrontate su una strategia concreta di contrasto alla violenza contro le donne. Una tavola rotonda dal titolo “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare”, durata circa 6 ore (presso la Fondazione Lelio Basso di Roma), che ha avviato un dialogo tra chi lavora in ambiti diversi sulla violenza contro le donne, ognuno con la sua specificità, ma tutte legate da un filo rosso: la prevenzione alla violenza. Gli interventi si sono concentrati infatti sull’applicazione di una strategia di prevenzione e tutela delle donne, più che sull’aspetto punitivo, con grande accordo sul fatto che è la prevenzione a giocare un ruolo fondamentale per affrontare il femmincidio. Tra tutto è emerso più volte la necessità della ratifica della Convenzione Europea di Istanbul da parte dell’Italia e la necessità di politiche mirate e dirette a un contrasto reale alla violenza sulle donne. In particolare la violenza nelle relazioni intime è stata indicata da tutti come forma più estesa della violenza contro le donne, ed è all’interno della famiglia che sono stati ravvisati reati come maltrattamenti, ingiurie, atti persecutori, violenza fisica ed economica ma anche sequestro di persona e tortura, con effetti devastanti nei confronti dei minori quando presenti. Solo alla Procura di Roma sono stati avviati circa 6.000 procedimenti in un anno riguardanti le varie forme di violenza contro le donne.

E’ stato evidenziato come la crisi italiana sia un altro degli ostacoli al contrasto al fenomeno sia per il finanziamento “a singhiozzo” dei centri antiviolenza, che sono cruciali, sia per politiche dirette e immediate in tutti i settori destinati, o da destinare, con questo scopo. Infine è stato detto da più parti che il problema riguardo la punizione di questi reati, non è l’inasprimento della pena ma la sua giusta esecuzione attraverso le  normative già presenti, in quanto si ravvisa spesso, nei tribunali, la mancanza della sua effettività o comunque la minimizzazione di certi comportamenti lesivi. Di fronte a una violenza non può essere accettato che ci sia, nella fase preliminare, la massima garanzia dell’imputato mentre non sia prevista la massima assistenza e protezione della vittima, che molte volte – soprattutto quando il procedimento si apre con un pregresso di anni di maltrattamenti in famiglia – non ha piena consapevolezza del suo status, tanto da riferire erroniamente a se stessa parte della responsabilità di ciò che è accaduto. La violenza contro le donne non deve essere mai minimizzata, e l’approccio investigativo, di tutela, e di prevenzione deve prevedere una formazione specialistica che abbia un quadro intero ed esaustivo sul fenomeno stesso, ed è inaccettabile, per esempio, che ancora oggi procedimenti riguardanti questi reati possano essere discussi davanti al giudice di pace, come spesso succede. Su questo l’accordo è stato praticamente unanime in quanto si è intercettato il bisogno della formazione specialistica a tutti i livelli: dai giudici, agli avvocati, forze dell’ordine, psicologi (sia in ambito strettamente sanitario che nelle consulenze al’interno dei tribunali), ma anche di chi opera nell’informazione e chi lavora nei centri antiviolenza.

Riporto di seguito il comunicato/documento redatto alla fine dell’incontro dalle organizzatrici della tavola, e i contributi dei singoli interventi che sono stati raccolti ed editati.

Grazie

 

Comunicato/documento sulla Tavola rotonda “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare” 

(a cura di Luisa Betti e Antonella Di Florio)

Il tavolo di discussione che si è svolto a Roma presso la Fondazione Lelio Basso (30 – 11 – 2012) sul tema “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario”, voluto e organizzato da Luisa Betti (giornalista esperta diritti donne e minori), Antonella Di Florio (presidente sezione Tribunale di Roma), e Tiziana Coccoluto (giudice Tribunale di Roma), che hanno coinvolto Magistratura Democratica, Giulia (Rete nazionale delle giornaliste) e Giuristi democratici, ha analizzato e avviato un percorso di analisi e confronto tra chi lavora in ambiti diversi sulla violenza contro le donne: un dialogo proficuo tra giustizia, psicologia, informazione e società civile. Un tavolo che, con un lavoro di integrazione, vuole sollecitare istituzioni, governo e ministeri preposti, a un’azione trasversale per un efficace contrasto sulla violenza contro le donne, che sia però in un’ottica di prevenzione e di protezione, prima che di punizione.

Antonella di Florio (presidente sezione Tribunale civile di Roma), introducendo i lavori, ha ricordato come questo “convegno è stato pensato nel marzo del 2012 quando le vittime di femminicidio erano, in Italia, 37”, mentre “oggi sono diventate 117, comprese le vittime collaterali”. “Ora – dice Di Florio – nessuno può più negare che l’uccisione delle donne configuri una fattispecie specifica che risponde a presupposti peculiari e nessuno ritiene che si possa più parlare genericamente di omicidio”, in quanto “la particolarità dei moventi e delle circostanze in cui il delitto viene commesso, consente di coniare e pronunciare senza timore, il termine di femminicidio, rispetto al quale c’era stato finora qualche rifiuto, qualche reticenza”.

Al tavolo sono emersi vari punti come l’esigenza di una corretta attuazione delle norme già vigenti in ambito giuridico, sia penale che civile, in quanto, come sottolineato da Barbara Spinelli (avvocata penalista, esperta femminicidio), anche l’Onu ha individuato nell’ordinamento italiano, “a fronte di un invidiabile, ma pur sempre perfettibile, impianto normativo”, “il problema dell’implementazione delle norme esistenti, viziata dal pregiudizio di genere”. Dopo il quadro internazionale dato da Spinelli, che ha spiegato come femmicidio e il femminicidio siano “due neologismi coniati per evidenziare la predominanza statistica della natura di genere della maggior parte degli omicidi e violenze sulle donne”, Maria Monteleone (procuratrice aggiunta Procura di Roma) ha dato chiara situazione della gravità della violenza domestica in Italia, auspicando una “adeguata investigazione sui fatti che possono evolvere in reati di maggiore gravità, e che spesso sono preceduti da episodi minimizzati anche dagli organi inquirenti”. Monteleone, nel suo intervento, ha proposto alcune modifiche mirate alla prevenzione e alla tutela maggiore delle vittime di violenza: “Innanzi tutto si deve assicurare una effettiva e concreta assistenza legale alla vittima fin dal momento in cui deve presentare la querela o la denuncia – ha spiegato – e bisogna introdurre modifiche legislative specifiche per la parte offesa anche nella fase delle indagini preliminari. Occorre – ha concluso – prendere atto che la vittima di questi fenomeni criminosi riveste una posizione particolare in un sistema processuale, il nostro, che è troppo sbilanciato a favore dell’autore del delitto, al quale vengono assicurate le più ampie garanzie possibili”. Monteleone ha sottolineato che “il fenomeno della violenza che caratterizza le relazioni familiari è oggettivamente molto grave, perché sono statisticamente elevati i nuovi procedimenti che ogni anno vengono iscritti” (circa 6.000), e che “sempre più frequentemente si deve fare ricorso alla adozione di misure cautelari”. “E’ un dato acquisito – dice Monteleone – che in pochi casi la violenza si ferma ad un singolo fatto, mentre risulta che molto spesso ci si trovi di fronte a un crescendo di gravità, e un intervento tempestivo può impedire che la situazione evolva in maniera ancora drammatica”.

Franca Mangano (presidente sezione Tribunale di Roma), ha ben spiegato l’attuazione dell’illecito endofamiliare, come fonte autonoma di risarcimento del danno, in sede civile, e una maggiore tutela dell’individuo: “Grazie alla l. n. 154/200 – ha detto Mangano – il giudice civile, alla stessa stregua del giudice penale, può adottare ordini di protezione per allontanare familiari e conviventi che costituiscano un pericolo per l’incolumità e per la serenità psichica di altri componenti il nucleo familiare”, e se “accanto a questo sistema cautelare, il giudice civile provvede al risarcimento del danno derivante dal fatto reato o dall’illecito civile”, è anche vero che “la maggiore criticità risiede nella difficoltà di quantificare il danno che una violenza sessuale o una condotta violenta in genere, produce sulla salute della donna, sulla sua dignità e sulla sua capacità di autodeterminazione”.

Eliva Reale (psicologa reponsabile dello sportello antiviolenza dell’ospedale San Paolo di Napoli) ha sottolineato il bisogno di eziologie corrette con “un’attivazione autonoma del campo sanitario in tema di anti-violenza che preveda la riformulazione di prassi diagnostiche e d’intervento”, e ha chiesto il respingimento, da parte di giudici, di Ctu (Consulenze tecniche d’ufficio) fatte da psicologi qualora, in sede di separazioni e affido di minori, non tengano conto – nel caso siano presenti – di violenza domestica e di abuso su minori, distinguendo la conflittualità dalla violenza, ed evitando in ogni modo che durante i processi la donna che ha subito questa violenza venga considerata sullo stesso piano dell’offender. “Davanti a questa tragica realtà – ha detto Reale – è essenziale la formazione di psicologi ai temi sanitari della violenza contro le donne in cui sia chiaro che la violenza del partner agisce come grave stressor sulla vita delle donne e dei minori”.

Luisa Betti (giornalista esperta diritti donne e minori) ha evidenziato la necessità di un cambiamento della cultura a partire dall’uso della parola femminicidio che deve essere riempito di contenuti e non usato come un semplice slogan dai media: una “rivoluzione” che passa attraverso una corretta informazione che smetta di ricalcare stereotipi secondo i quali la donna è anche responsabile del suo stupro (provocatrice) e dove il marito “geloso” uccide la moglie in un “raptus” perché fuori di sé (e quindi “meno grave”). “Chi scrive sui giornali – dice Betti – e sostiene certi stereotipi, indirettamente giustifica e sostene quelle pericolose attenunati culturali che permettono agli offender di usufruire di allegerimenti di pena, senza che questo scandalizzi o indigni nessuno nell’opinione pubblica. Un esempio – conclude – è la sentenza del Tribunale di Belluno dell’anno scorso in cui un uomo, che ha stuprato una donna minacciandola con l’accetta, ha usufrutito di attenuanti in quanto la donna doveva sapere a cosa andava incontro perché conosceva il debole che l’uomo nutriva nei suoi confronti, come è scritto nella sentenza che lo ha condannato a 2 anni invece di 8 come chiesto dal pm. Un fatto che nessun giornale, tranne il mio blog Antiviolenza sul Manifesto, ha ripreso criticandone i presupposti appunto culturali”.

Elisabetta Rosi (consigliere in Corte di Cassazione) ha poi non solo ribadito “il ruolo sussidiario che la legislazione penale riveste, così come previsto nell’ambito delle strategie della Convenzione europea di Istanbul contro la violenza sulle donne, che vedono nella prevenzione e soprattutto nella protezione delle vittime, la chiave di volta del contrasto al fenomeno della violenza”, ma ha anche sottolienato l’importanza dell’adeguamento di un linguaggio “differente” per quanto riguarda le sentenze che molte volte entrano nel merito delle violenze di genere, “sviluppando la consapevolezza della necessità di un uso della lingua italiana coerente con il rispetto dei diritti anche delle vittime particolarmente vulnerabili, nella redazione delle sentenze e degli altri provvedimenti giudiziari”.

Giovanni Diotallevi (consigliere in Corte di Cassazione), ha sottolineato come “anche la risposta organizzativa della Corte di Cassazione, per assicurare tempestività e prevedibile uniformità alle decisioni su questa materia, ha previsto una razionalizzazione nella distribuzione degli affari concernenti questa tipologia di reati, limitando la competenza a due sole sezioni”. Diotallevi ha fatto presente che “l’applicazione della legge sullo stalking e le modifiche sulla disciplina dei maltrattamenti in famiglia, con la relativa problematica del c.d. mobbing, richiedono approfondimenti progressivi e affinamento di sensibilità giurisprudenziali”, e che “l’opportuniutà di un approccio integrato di saperi si rivela indispensabile rispetto anche all’individuazione di mezzi ulteriori e diversi, rispetto a quello esclusivamente repressivo, che rischia di intervenire solo nel momento più doloroso delle vicende”.

Luisa Pellizzari (direttrice Servizio Operativo Centrale, Ministero degli Interni), insieme a Chiara Giacomoantonio (vice questore aggiunto SCO), ha esposto i passi avanti, fatti grazie all’innovazione delle “strutture dedicate alla trattazione dei reati commessi in pregiudizio di donne e minori”, con una “una sezione ad hoc specializzata nelle indagini concernenti lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia e il turismo sessuale in danno di minori, competenza che, negli anni, è stata estesa ai reati commessi in ambito domestico e allo stalking”. “Il monitoraggio interforze degli omicidi consumati sul territorio nazionale, effettuato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza – ha detto Pellizzari – ha evidenziato, che la maggior parte di quelli commessi in pregiudizio di donne è maturato in un contesto familiare: in particolare, dal 2010 ad oggi, del totale degli omicidi con vittima di sesso femminile, circa il 70% è stato commesso in ambito familiare”.

A fronte di un trend che per quanto riguarda il femmincidio in Italia va a crescere (125 donne uccise nel 2010, 137 nel 2011), le parti che si sono riunite intorno a questo tavolo hanno, ognuna con una specificità, mirato a una strategia interdisciplinare, e da parte di tutti gli interventi è emerso che uno dei nodi fondamentali per un serio contrasto alla violenza contro le donne, è la formazione riguardo la violenza di genere verso tutti coloro che hanno “a che fare” con questi temi: magistrati, avvocati, operatrici dei centri antiviolenza, psicologi, giornalisti che informano l’opinione pubblica su questo fenomeno, forze dell’ordine, personale dei pronto soccorsi, ecc.

A questo proposito Vittoria Tola (responsabile nazionale dell’Udi e tra le promotrici della Convenzione No more!), ha riportato nella discussione “il caso della ragazzina di Montalto stuprata da un gruppo di amici che hanno avuto la solidarietà di un intero paese, sindaco in testa: un’adolescente che all’epoca aveva 15 anni e che oggi ne ha 22 mentre il processo deve ancora concludersi”. Tola ha ribadito come “la violenza contro le donne sia un fenomeno culturale, un fenomeno iscritto nella tradizione che viene da lontano, e che appartiene alla mentalità. Una cultura che in questo caso significa l’insieme delle idee, valori, strutture fisiche e simboliche che definiscono le norme di un determinato popolo o comunità, definendo anche e soprattutto un potere e chi lo esercita in maniera dominante ed egemonica”. La Convenzione No More!, ha tentato di indicare ambiti e priorità su cui intervenire contro la violenza sulle donne chiedendo, tra le altre cose, l’immediata verifica del Piano Nazionale varato nel 2011 e la ratifica della Convenzione di Istanbul; ma ha anche lanciato il grido di quella società civile e di quelle associazioni che negli anni hanno organizzato centri antiviolenza in tutta Italia, un grido al quale il presidente del consiglio Mario Monti, come asserisce Tola, “non ha ancora risposto dopo mesi di richieste”.

Un ringraziamento speciale va a tutti coloro che sono intervenuti

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Di seguito i contributi alla Tavola rotonda “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare” (30/11/2012) – (Per chi volesse riprenderne i contenuti, anche in parte, è pregato/a di citarne correttamente la fonte, grazie)

 

Introduzione

Antonella Di Florio – presidente sezione Tribunale di Roma

“Questo convegno è stato pensato nel marzo del 2012 partendo da un articolo scritto da Luisa Betti sul Manifesto, quando le vittime di femminicidio erano, in Italia, 37. Oggi sono diventate 117 comprese le vittime collaterali. Ora nessuno può più negare che l’uccisione delle donne configuri una fattispecie specifica che risponde a presupposti peculiari e nessuno ritiene che si possa più parlare genericamente di omicidio. La particolarità dei moventi e delle circostanze in cui il delitto viene commesso consente di coniare e pronunciare senza timore il termine di femminicidio, rispetto al quale c’era stato finora qualche rifiuto, qualche reticenza. Sono stati fatti alcuni passi avanti. Registriamo, infatti, percorrendo gli eventi  a ritroso: il grande successo e la grande risonanza della giornata contro la violenza dello scorso 25 novembre; la sottoscrizione della Ministra Elsa Fornero, lo scorso 27 settembre, della Convenzione Europea di Istanbul depositata l’11.5.2011 che, però, non è stata ancora ratificata dall’Italia – anche se la ratifica è stata promessa entro la fine della legislatura; alcune proposte di legge – sia quella presentata dalla senatrice Serafini sia quella proposta da Buongiorno-Carfagna – che, con tutti i limiti anche contenutistici, si trovano però a fine legislatura; e ancor prima l’approvazione della legge sullo stalking. A tutto ciò si aggiunga anche il cambiamento del linguaggio giornalistico che pronuncia la parola femminicidio prima desueta o meglio non coniata, la tendenza a una migliore formazione degli operatori sociali e la creazione di una buona sinergia fra gli Uffici di Procura e i centri di accoglienza delle donne vittime, e la costante attività di lavoro e di sensibilizzazione dei Centri Antiviolenza. Ma tutto questo – che già è un grande passo avanti – sembra non bastare e sembra non arrestare il progressivo aumento del fenomeno. Il femminicidio è diffuso spaventosamente in tutto il mondo. La Turchia, in particolare, ha dato la paternità alla Convenzione Europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, ed è stato il primo paese a ratificarla perché è uno degli Stati più coinvolti o almeno uno dei paesi in cui tale spaventosa barbarie riesce ad essere registrata con dati raccapriccianti: il 42 % di donne con più di 15 anna ha subito violenza fisica e sessuale, e la percentuale sale al 47% nelle campagne. Qui tra febbraio e marzo del 2012 sono state uccise 52 donne, ma nello stesso periodo del 2010 ne erano state uccise 217, e una su tre è stata uccisa perché aveva chiesto il divorzio. Il contenuto della Convenzione di Istanbul – che cerca di unificare la lotta contro il fenomeno in tutti i Paesi europei ma che è aperta anche a Stati fuori dall’Europa – è altamente emancipatorio: dedica molte disposizioni alle forme di prevenzione e molte altre alle forme di protezione delle vittime prevedendo espressamente la necessità che venga, ad esempio, garantito il diritto al risarcimento del danno, diritto già in passato affermato attraverso la direttiva 2004/80 recepita in Italia con il Dlvo 204/2007 del quale peraltro si hanno scarse notizie di effettiva applicazione: diritto che presenta una particolare importanza perché la sua affermazione consente alla vittima di liberarsi di ogni senso di colpa – che purtroppo permane ovi si scampi alla tragedia – attraverso l’affermazione  dell’altrui totale responsabilità dell’aggressione. I principi affermati nella Convenzione di Istanbul sono di grande importanza ma è altrettanto importante che non rimangano lettera sulla carta e che vengano tradotti in strumenti concreti sia per prevenire ulteriori reati sia per apprestare un’adeguata protezione a chi dovesse ancora essere colpita dalla folle violenza di una cultura che confonde l’amore con l’ossessione del possesso e giustifica talvolta, ancora nel 2012 , il femminicidio con la lesione dell’onore. Questo convegno è stato pensato come un’incontro – fra più operatori che dolorosamente si sono dovuti occupare di casi di violenza – finalizzato a combattere per la libertà delle donne a non morire: le  parole di tutti saranno un piccolo grande contributo per vincere questa grande battaglia”.

Interventi

Barbara Spinelli – avvocata penalista, esperta femmincidio

“Il femmicidio e il femminicidio sono due neologismi coniati per evidenziare la predominanza statistica della natura di genere della maggior parte degli omicidi e violenze sulle donne. Femmicidio è l’uccisione della donna in quanto donna (cifr. Diana Russell), e nella ricerca criminologica include anche quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di pratiche sociali misogine. Femminicidio è “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia” (cifr. Marcela Lagarde). Si tratta di due categorie di analisi sociologica e criminologica. In alcuni paesi, in particolare dell’America Latina, si è scelto anche di introdurre nei codici penali le fattispecie o le aggravanti di femmicidio o di femminicidio. La scelta spesso ha costituito un atto simbolico a fronte di situazioni di sistematica violazione dei diritti delle donne, di altissimi gradi di impunità, e di revisioni strutturali di impianti normativi che si caratterizzavano per contenere già prima previsioni che al contrario erano apertamente discriminatorie nei confronti delle donne. Dunque in quei luoghi l’introduzione di fattispecie con una specificità di genere ha costituito una sorta di misura speciale temporanea per accelerare il cambio culturale nel riconoscimento del disvalore degli atti di violenza compiuti nei confronti delle donne. Certo un simile utilizzo del diritto penale non troverebbe ragione nell’ordinamento italiano, dove, come evidenziato dall’Onu, a fronte di un invidiabile, ma pur sempre perfettibile, impianto normativo, resta il problema dell’implementazione delle norme esistenti, viziata dal pregiudizio di genere. La violenza maschile sulle donne costituisce una violazione dei diritti umani, della quale il femminicidio costituisce la manifestazione più estrema. La codificazione del femminicidio quale violazione dei diritti umani, è avvenuta nell’ambito del sistema di diritto internazionale umanitario internazionale e regionale. In Italia, anche rispetto ad altri Paesi europei, persiste una significativa difficoltà per le Istituzioni e per i giuristi a concepire la necessità di un approccio giuridico e politico alla violenza maschile sulle donne che la affronti quale violazione dei diritti umani. Di conseguenza, le politiche e le riforme legislative difficilmente rispondono all’esigenza di attuare le obbligazioni istituzionali in materia – come prevenire la violenza maschile sulle donne, proteggere le donne dalla violenza maschile, perseguire i reati che costituiscono violenza maschile, procurare compensazione alle donne che hanno subito violenza maschile – nei modi e nelle forme indicati dalle Nazioni Unite (Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw e della Relatrice Speciale Onu contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo). Si ricorda infatti che anche in materia di violenza maschile sulle donne, gli Stati sono tenuti non solo a non violare direttamente i diritti umani delle donne, ma anche ad esercitare la dovuta diligenza per impedire violazioni dei diritti fondamentali posti in essere dai privati. Si configura una responsabilità dello Stato, qualora i suoi apparati non siano in grado, attraverso l’esercizio delle funzioni di competenza, di proteggere, attraverso l’adozione di misure adeguate, il diritto alla vita e all’integrità psicofisica delle donne, o qualora l’aggressione da parte di privati a questi diritti fondamentali sia favorita dal mancato o difficile accesso alla giustizia da parte della donna. In tal senso, si ricorda che l’Italia nel 2009 è già stata condannata dalla CEDU (Majorano c. Italia). Il problema principale che caratterizza l’inadeguatezza delle risposte istituzionali alla violenza maschile sulle donne in Italia, è rappresentato dal mancato riconoscimento da parte delle Istituzioni della persistente esistenza di pregiudizi di genere, e dell’influenza che questi esercitano sull’adeguatezza delle risposte istituzionali in materia. C’è infatti una vera e propria tendenza alla rimozione, del fatto che fino a ieri il sistema giuridico italiano era profondamente patriarcale: chi ricorda la data della riforma del diritto di famiglia, che ha abolito la potestà maritale? E le riforme del codice penale che abolito l’attenuante – per gli uomini – del delitto d’onore e hanno spostato la violenza sessuale da reato contro la morale a reato contro la persona? Il fatto è che quella stessa mentalità ancora oggi è profondamente radicata nel pensiero degli operatori del diritto e, in assenza di formazione professionale sul riconoscimento della specificità della violenza maschile sulle donne e delle forme in cui si manifesta e degli indicatori di rischio che espongono la donna alla rivittimizzazione, spesso si risolve in sentenze dalle motivazioni anche palesemente sessiste ovvero nella mancata ricezione di denunce-querele ovvero nella mancata adozione di misure cautelari a protezione della donna, il tutto descritto dalle Nazioni Unite come il persistere di atteggiamenti socio-culturali che condonano la violenza di genere. La percezione di inadeguatezza della protezione da parte delle sopravvissute al femminicidio in Italia risponde a un problema reale, confermato dai dati ormai noti: 7 donne su 10 avevano già chiesto aiuto prima di essere uccise, attraverso una o più chiamate in emergenza, denunce, prese in carico da parte dei servizi sociali. Allora occorre anche da parte degli operatori del diritto sollecitare i soggetti istituzionali preposti al corretto adempimento delle obbligazioni internazionali in materia di prevenzione e contrasto al femminicidio. In particolare sul fronte della prevenzione, con la predisposizione di sistemi di efficace e uniforme raccolta dei dati sulla vittimizzazione e sulla risposta del sistema giudiziario (con dati pubblici, disponibili online e costantemente aggiornati); e la formazione di genere per tutti gli operatori del diritto. Mentre sul fronte della protezione bisogna favorire la formazione di sezioni specializzate, l’intervento anche in emergenza da parte di “volanti specializzate”, e favorire linee-guida e protocolli di azione nazionali da adottarsi per i vari uffici (protocolli di intervento per le forze dell’ordine, protocolli della magistratura inquirente sulla conduzione delle indagini, protocolli per l’adozione degli ordini di protezione, ecc.) per facilitare anche l’organizzazione delle procure e dei giudici per le indagini preliminari e per l’esecuzione della pena in maniera tale da trattare in via prioritaria le situazioni di violenza nelle relazioni di intimità. A cui aggiungere un maggiore coordinamento tra tribunale per i minorenni, procura della repubblica, tribunale civile, anche attraverso la previsione di obblighi di comunicazione, e il divieto di mediazione per i reati famigliari. Sul fronte della persecuzione bisogna invece favorire l’immediata implementazione della direttiva europea del 2012 sulle vittime di reato e sul fronte della compensazione portare avanti la formazione professionale per favorire il riconoscimento della specificità dei danni nei casi di violenza di genere. Infine è necessario anche incentivare l’utilizzo del sequestro conservativo dei beni dell’indagato in fase di indagini preliminari, introdurre misure atte ad anticipare la finalità riparatoria della costituzione di parte civile nel processo penale, attraverso interventi tempestivi che prevedano anche una protezione economica della parte offesa”.

Maria Monteleone – procuratrice aggiunta, Procura della Repubblica di Roma

“È opportuno precisare che con l’espressione femminicidio indichiamo non soltanto l’uccisione della donna, ma anche ogni forma di violenza alla donna in quanto tale, cioè ogni azione criminale che si caratterizzi per essere perpetrata da un uomo nei confronti di una donna, alla quale spesso è stato (o è) legato da una relazione affettiva: un marito, un convivente, un fidanzato, il padre, il fratello ovvero un uomo comunque vicino alla donna. Il primo elemento di valutazione è che i dati statistici stanno a dimostrare come il fenomeno della violenza che caratterizza le relazioni familiari è oggettivamente molto grave, perché sono statisticamente elevati i nuovi procedimenti che ogni anno vengono iscritti. L’altro aspetto drammatico è proprio la forma e le caratteristiche della violenza che si esercita sulle donne che assume connotazioni di notevole pericolosità sotto il profilo della condotta e degli effetti che determina sulle persone coinvolte, tanto che sempre più frequentemente si deve fare ricorso alla adozione di misure cautelari, e quella di più frequente applicazione è la custodia in carcere. Molte delle realtà familiari, all’interno delle quali si scatenano forme di violenza indicibile, si caratterizzano anche per il fatto che queste violenze si protraggono nel tempo con conseguenze devastanti per le vittime che sono nella quasi totalità donne: si pensi ai nuclei familiari multietnici che spesso sono portatori di culture molto diverse dalle nostre e che spesso per lungo tempo restano impermeabili anche ai principi  fondamentali del nostro sistema che non riconoscono neppure che la donna sia soggetto di diritti in quanto persona e che la considerano poco più che un oggetto. Le violenze che caratterizzano le famiglie sono un numero molto elevato e soprattutto sfuggono a qualsiasi controllo e spesso anche alla repressione. Non vi è dubbio che l’approccio con queste forme di criminalità, proprio in ragione della loro specificità, richiedono un approccio investigativo di tipo specialistico, perché solo chi conosce approfonditamente le dinamiche tipiche di queste forme di violenza può predisporre e assicurare interventi adeguati, e questo non può essere ignorato da chi riceve la notizia di reato che deve rapportarsi con la vittima con modalità adeguate e non certo burocratiche. Intendiamo dire che l’approccio investigativo a queste forme di violenza non può prescindere da alcuni elementi significativi. Si consideri che molti dei fatti che poi evolvono in condotte aggressive di maggiore gravità, spesso sono preceduti da episodi che vengono minimizzati e trascurati e che anche dagli organi inquirenti sono trattati come banali liti tra vicini o condominiali, dando luogo all’avvio di molti procedimenti che finiscono al giudice di pace rubricati come ingiurie, diffamazioni, minacce o lesioni volontarie semplici: il tutto con gli intuibili esiti. Bisogna avere la capacità e la disponibilità per attenzionare ogni episodio di violenza che è portato a conoscenza delle forze dell’ordine. E’ un dato acquisito che in pochi casi la violenza si ferma ad un singolo fatto, mentre risulta che molto spesso ci si trovi di fronte a un crescendo di gravità, e un intervento tempestivo che può impedire che la situazione evolva in maniera ancora drammatica. Il piano di intervento, anche conseguente alla entrata in vigore della legge n.172 del 2012 – conversione della Convenzione di Lanzarote – impone la revisione delle relazioni tra P.M. e organi inquirenti (si consideri gli effetti della modifica dell’art. 351 c.p.p.), che deve essere capace di dare risposte concrete ed efficaci in tempi adeguati alle esigenze delle vittime. Risposte che sappiano riconoscere il fenomeno e determinarsi di conseguenza, impostando una strategia investigativa a vasto raggio mirata alla tutela della donna e dei minori, assicurando anche un supporto e un’assistenza economica, ove necessaria. Per restare sempre sul piano della concretezza, sia pure molto velocemente, voglio fare alcune riflessioni e anche proposte di interventi normativi che, a mio avviso, sarebbero necessari. Innanzi tutto si deve assicurare un’effettiva e concreta assistenza legale alla vittima fin dal momento in cui deve presentare la querela o la denuncia, e bisogna introdurre modifiche legislative specifiche per la parte offesa anche nella fase delle indagini preliminari. Occorre prendere atto che la vittima di questi fenomeni criminosi riveste una posizione particolare in un sistema processuale, il nostro, che è troppo sbilanciato a favore dell’autore del delitto, al quale vengono assicurate le più ampie garanzie possibili. In tale ambito rientra il ruolo fondamentale che deve essere riconosciuto alle associazioni a tutela delle donne che svolgono un ruolo delicatissimo e che vanno potenziate. E’ innegabile come nei casi più gravi (e sono molti) sia necessaria una strategia di sostegno e di presa di coscienza della vittima di tale sua qualità, ovvero di farle acquisire la consapevolezza che è parte offesa nel processo e che deve riappropriarsi dei propri diritti in quanto persona. Una delle constatazioni più frequenti in questo tipo di investigazioni è che molte donne sembrano non rendersi conto della gravità dei torti subiti, e in alcuni casi  vi è anche l’esigenza di aiutare e sostenere la donna in un percorso di ricostruzione come persona: e tutto ciò è difficilmente conciliabile con i tempi e le regole del processo. Sul piano giuridico bisognerebbe quindi valutare l’opportunità di alcune modifiche mirate che prendano in considerazione la realtà dei fatti. E’ auspicabile che nel caso di lesioni volontarie sia considerata come circostanza aggravante la qualità di coniuge o convivente della vittima, e ciò potrebbe avvenire attraverso la modifica del n. 2 dell’art. 576 c.p. (al quale rinvia l’art. 585), che attualmente contempla come aggravante l’ipotesi del fatto commesso contro l’ascendente o il discendente. A ciò aggiungerei l’introduzione di nuove e specifiche misure precautelari che consentano al pubblico ministero (o eventualmente anche all’ufficiale di p.g.) di disporre immediatamente e provvisoriamente l’allontanamento dalla casa familiare e/o il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Tra i reati spia che devono essere attenzionati in modo particolare, non vi è dubbio che debbano esserci gli atti persecutori, ed è certamente da introdurre anche la disposizione vigente per la violenza sessuale che rende non rimettibile la querela. Si consideri che tale delitto spesso assume forme gravi e impone l’adozione di misure cautelari personali che dovrebbero cessare appena la vittima rimette la querela: si tratta di una circostanza che talvolta espone la vittima a pressioni e minacce proprio per rimettere la querela. Il comma 2 renderebbe necessario consentire l’adozione di un provvedimento di sequestro conservativo prima e a prescindere dall’esercizio dell’azione penale, e quindi già nella fase delle indagini preliminari, al fine di assicurare in via cautelativa il futuro ed eventuale adempimento degli obblighi di restituzione e risarcimento danni alle vittime del reato. Non possiamo accontentarci della risposta repressiva, anche se arriva e spesso anche tardivamente, e dobbiamo studiare un sistema penale e processuale nel quale la finalità riparatoria e risarcitoria  assuma un ruolo centrale. Intendo dire che alla vittima di gravi maltrattamenti in famiglia può non bastare la condanna del maltrattante se a seguito di ciò, nonostante la cessazione delle violenze, la stessa si ritrova senza possibilità economiche e con figli da mantenere, magari del tutto dimenticati dal padre. In questo settore si determinano dinamiche e relazioni di natura economica che condizionano fortemente le scelte delle persone e che ci hanno indotto a coniare l’espressione di vera e propria violenza economica. La strategia  nella quale occorre muoversi è che la violenza su una donna non è un fatto privato, non riguarda soltanto l’autore e la sua vittima, ma è un fatto che va a incidere sulle fondamenta di una società civile, quindi impone l’intervento dello Stato. Sarebbe auspicabile quindi che tutto ciò si traducesse in una efficace strategia preventiva: la violenza di genere deve essere, prima che repressa, prevenuta”.

Maria Luisa Pellizzari – direttrice Servizio Operativo Centrale, Ministero degli Interni

“Il Servizio Centrale Operativo è una struttura di polizia centrale altamente specializzata per il contrasto alla criminalità organizzata – non di matrice terroristica ed eversiva – e comune in tutte le sue manifestazioni più pericolose e in qualunque composizione etnica si esprima. Ha funzioni di impulso e coordinamento informativo e operativo delle Squadre Mobili delle Questur, e partecipa direttamente alle indagini delle Squadre Mobili nei casi di particolare complessità. Nel corso degli anni ha assunto sempre più importanza, anche nelle attività seguite dallo SCO (Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato), il contrasto della violenza di genere, tematica nella quale la Polizia di Stato ha sempre avuto un’esposizione di primo piano, essendo stata la prima Forza di polizia a dotarsi, fin dai primi anni Sessanta, di una struttura dedicata, con il Corpo di Polizia Femminile. Nel corso degli anni, parallelamente alla riorganizzazione della Polizia di Stato, anche le strutture dedicate alla trattazione dei reati commessi in pregiudizio di donne e minori sono stati innovati. Infatti, nel 1996 sono stati istituiti, presso ogni Questura, gli Uffici Minori, incardinati nelle Divisioni Anticrimine e deputati allo svolgimento dell’attività di prevenzione. Nel 1998, invece, è stata costituita, presso ogni Squadra Mobile, una sezione ad hoc specializzata nelle indagini concernenti lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia e il turismo sessuale in danno di minori, competenza che, negli anni, è stata estesa ai reati commessi in ambito domestico e allo stalking. Gli operatori assegnati agli Uffici che si occupano di tale tematica ricevono una specifica formazione multidisciplinare che pone al centro dell’attenzione le vittime e le modalità più efficaci per prevenire la recrudescenza delle violenze. Ciò può essere ottenuto attraverso una corretta valutazione dei fattori di rischio e la conseguente valutazione del rischio di recidiva, che può arrivare alla commissione dell’omicidio, nei casi più gravi. Al riguardo, attesa l’estrema importanza della formazione in un settore così delicato, lo SCO, avvalendosi della collaborazione di docenti del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università di Napoli e di operatori dell’associazione Differenza Donna, che gestisce centri antiviolenza nella provincia di Roma, ha sperimentato, in numerosi corsi di formazione, il metodo S.A.R.A., acronimo che sta per Spousal Assault Risk Assessment, ovvero Valutazione del rischio di aggressione della partner. Il monitoraggio interforze degli omicidi consumati sul territorio nazionale, effettuato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, ha evidenziato, infatti, che la maggior parte di quelli commessi in pregiudizio di donne è maturato in un contesto familiare (in particolare, dal 2010 ad oggi, del totale degli omicidi con vittima di sesso femminile, circa il 70% è stato commesso in ambito familiare). L’Italia, possiamo dire, ha una legislazione avanzata in tal senso, pur non essendovi una fattispecie penalistica di violenza domestica. Da ultimo, la L. 23 aprile 2009, n. 38 ha introdotto il delitto di atti persecutori, colmando un vuoto giuridico che non consentiva agli operatori di polizia di intervenire in tutti quei casi ai limiti della rilevanza penale. L’esperienza di questi anni di applicazione della nuova norma ha confermato che anche lo stalking si concretizza nella maggior parte di casi tra partner ed ex-partner.  Sotto il profilo delle misure di intervento, la legge ha dotato il Questore dello strumento, di tipo preventivo, denominato ammonimento, che offre una tutela anticipata alla vittima di stalking che non intende presentare una formale denuncia-querela. Dopo più di tre anni di applicazione l’ammonimento è risultato efficace nell’impedire che i comportamenti persecutori siano portati a ulteriori conseguenze. La sua funzione dissuasiva, determinata dal fatto che l’inosservanza delle prescrizioni contenute nel provvedimento comporta la procedibilità d’ufficio per atti persecutori, è dimostrata dal fatto che, allo scorso 26 novembre 2012, solo il 18% dei soggetti ammoniti è risultato recidivo, venendo successivamente denunciato o arrestato per atti persecutori”.

Elvira Reale – psicologa e responsabile dello sportello antiviolenza presso l’ospedale San Paolo di Napoli

“La violenza contro le donne si combatte su vari fronti: politico, culturale, giudiziario e, non ultimo, sul piano sanitario, un settore che finora non è stato coinvolto in maniera adeguata, diretta e autonoma. Eppure, almeno dal 2002, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha indicato come la violenza contro le donne – in particolare l’intimate partner violence – sia la eziologia comune di molte patologie (in primis la depressione) e come sia necessaria una trasformazione delle prassi sanitarie, diagnostiche e trattamentali, per cogliere questa realtà. Fa parte di una buona pratica media e psicologica fare diagnosi appropriate collegate a eziologie corrette, e per fare questo la sanità deve introdurre nella valutazione anamnestica i fatti di violenza pregressa sia per le donne sia per i minori. Tutto ciò passa attraverso un’attivazione autonoma del campo sanitario in tema di anti-violenza che preveda la riformulazione di prassi diagnostiche e d’intervento. L’OMS consiglia, ad esempio, lo screening generale per la violenza di tutte le donne che arrivano a qualsiasi servizio sanitario, ed esistono una serie di strumenti ormai codificati per visualizzare la presenza e gravità degli eventi di violenza nella vita di una persona e per valutarne gli effetti post-traumatici. E mentre s’ipotizzano e si sperimentano buone prassi sanitarie – come a Napoli dove da 4 anni è in atto presso l’Ospedale San Paolo, un pronto soccorso psicologico – rimangono in atto vecchie prassi non confortate da dati scientifici e quindi pregiudizievoli per la salute delle donne e dei minori. Un esempio per tutti è la recente sentenza al processo riguardo l’uccisione di Fiorinda di Marino in cui l’omicida è stato giudicato incapace di intendere e di volere sulla base di una perizia incompetente in materia di violenza di genere, e senza un riscontro critico di fatti e prove – che potevano invece indicare un quadro difensivo di tipo simulatorio. Un discorso specifico meritano poi le perizie psicologiche e le attività dei Ctu (Consulenza tecnica d’ufficio) in campo civile quando si deve decidere dell’affido dei minori nel momento in cui le donne giungono alla separazione attraverso denunce di violenze, e dove la recente prassi psicologico-giudiziaria può sottrarre il minore con la forza al suo ambiente abituale, nell’intento di correggere ipotetiche storture relazionali. Le Ctu incompetenti sono quelle che non valutano i fatti di violenza a monte del contenzioso giudiziario e nascondono questa realtà con un semplice richiamo alla conflittualità, criterio bipartisan che pone donne e uomini non come vittima e offender ma al medesimo livello di responsabilità, di fronte a una violenza che invece presuppone un dislivello di potere e quindi una diversa responsabilità tra vittima e carnefice. La violenza contro le donne in queste Ctu non è valutata, e quindi non è neanche valutato l’effetto del maltrattamento assistito che spesso genera rifiuto del genitore maltrattante, generando timori e ansie nel minore e riferiti coerenti con questi vissuti. Molte di queste Ctu, che omettono una seria anamnesi sui fatti di violenza antecedenti che motiverebbero nel minore questo comportamento di rifiuto, si orientano a trovare un nuovo colpevole, e in modo ideologico e pregiudizievole lo individuano nella madre come madre malevola. Con una metodoglogia non confortata da prove – come l’ascolto attento del minore o di altri testimoni – codesta madre diventerebbe l’agente del rifiuto del minore che si rifiuterebbe di vedere l’altro genitore solo perché indottrinato da una mamma che agisce per motivi emotivi non precisati (rancorosità, invidia, desiderio di possesso esclusivo del figlio, ecc.). Ctu formulate in tal senso e accettate dal giudice anche quando vi siano procedimenti penali in atto. Davanti a questa tragica realtà è essenziale la formazione di psicologi ai temi sanitari della violenza contro le donne in cui sia chiaro che la violenza del partner agisce come grave stressor sulla vita delle donne e dei minori – la cui tutela costituisce un diritto ben più pressante di quello alla bigenitorialità – e che i suoi effetti sulla salute sono più o meno gravi in dipendenza di fattori quali intensità, frequenza, durata della violenza e induzione di una percezione di minacciosità sulla vita e sull’integrità psico-fisica. Oltre alla dotazione di strumenti adeguati per valutare e diagnosticare gli effetti della violenza su donne e minori (tra cui Elvira Reale, Maltrattamento e violenza sulle donne, vol. 1 e 2, Franco Angeli, ndr), occorrerebbe altresì anche che i giudici, di fronte a perizie che oscurano i dati di violenza pregressi, si assumessero la responsabilità di una valutazione autonoma in dissenso con tali elaborati disponendo altre consulenze, e sostenendo dichiarazioni di incompetenza di tali Ctu in ambito processuale perché non coerenti con lo specifico tema della violenza, qualora emerga nel caso in giudizio. In un cammino di cambiamenti e modifiche nei nostri assetti istituzionali sia sanitari (medici, psicologici e psichiatrici) sia giudiziari – così come oggi ci chiede la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e contro la violenza domestica – occorre che siano messi in campo nuovi strumenti di lettura e decodifica dei processi di salute/malattia, nonché dei comportamenti delle vittime di violenza familiare (donne e minori) e dei comportamenti dei partner maltrattanti e violenti. Inoltre occorre che siano sospese e/o poste sotto osservazione critica,  prassi psicologico-giudiziarie sancite dall’abitudine e da consolidati rapporti fiduciari che contengono però al loro interno il richiamo viziato a tecniche e costrutti scientifici indimostrati – come ad esempio la sindrome di alienazione parentale (Pas) di Gardner – e comunque negazionisti, in via pregiudiziale, di quel fenomeno della violenza contro le donne che la Convenzione di Istanbul, firmata a settembre dall’Italia e di cui in questi giorni si chiede a gran voce la ratifica, ci impone di valutare in ogni sede”.

Luisa Betti – giornalista esperta diritti donne e minori

“Rispetto all’anno scorso, quest’anno il 25 novembre è stato diverso: per la Giornata mondiale contro al violenza si sono moltiplicate le inziative in tutta Italia, anche grazie alla Convenzione nazionale contro la violenza No More!, con un’attenzione dei mass media che è stata altissima sul femmincidio. Una cosa molto positiva, che rende l’idea di come l’informazione possa essere centrale nel contrastare la violenza contro le donne, attraverso un’informazione corretta che non racconti la storiella della “donna che se l’è cercata” ma che dia giusto peso al fenomeno del femmincidio con dovuta documentazione e con un approccio diverso al genere. Un’informazione che può contribuire fortemente al cambiamento di una cultura ampiamente assecondata anche dalle istituzioni, e fertile terreno sul quale la violenza sulle donne prolifera. E questo a partire dall’uso della parola femminicidio che deve essere però riempita di contenuti e non usata come un semplice slogan sia dai politici che dai media: una rivoluzione culturale che passa anche attraverso un’informazione che smetta di ricalcare stereotipi secondo i quali la donna sarebbe, anche lei, complice del suo stupro – provocatrice o preda – e dove il marito o il fidanzato geloso uccide la donna in un raptus perché fuori di sé, macchiandosi così di un reato meno grave che richiama culturalmente al delitto d’onore. E invece di denunciare, si considera tutto questo normale, soprattutto se i reati vengono consumati in famiglia per cui una donna che si rivolge alla caserma più vicina può essere ancora oggi liquidata con un vada a casa e faccia pace, o se una ragazza perseguitata da un ex fidanzato stalker si rivolge ai carabinieri, come è successo alla sorella di Carmela uccisa a Palermo due mesi fa, può capitare che si senta dire di cambiare numero di cellulare. In realtà chi fa giornalismo ricalcando questi stereotipi, non solo non dà la dimensione della gravità di quello che succede manipolando gravemente la realtà, ma indirettamente giustifica e sostiene quelle pericolose attenuanti culturali che permettono agli offender anche di usufruire di alleggerimenti di pena, senza che questo scandalizzi o indigni nessuno nell’opinione pubblica. Un esempio è la sentenza del Tribunale di Belluno dell’anno scorso in cui un uomo, che ha stuprato una donna minacciandola con l’accetta, ha usufrutito di attenuanti in quanto la donna doveva sapere a cosa andava incontro perché conosceva il debole che l’uomo nutriva nei suoi confronti – come è scritto nella sentenza che lo ha condannato a 2 anni invece di 8 come chiesto dal pm. Un fatto che nessun giornale, tranne il mio blog Antiviolenza sul Manifesto, ha ripreso criticandone i presupposti appunto culturali”.

Giovanni Diotalleviconsigliere in Corte di Cassazione

“Questo incontro ha raggiunto un obiettivo importante, direi fondamentale: raccogliere più competenze funzionali a raggiungere una consapevolezza informata sul tema della violenza sulle donne. Una consapevolezza culturale espressa da chi, in momenti diversi, si occupa di informazione, prevenzione, accertamento e repressione dei comportamenti delittuosi di genere. Ed è importante sottolineare come questa nuova sensibilità emerga in un momento in cui, non a caso , vi è una convergenza di strumenti internazionali: la legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione di Lanzarote, la sottoscrizione della Convenzione di Istanbul, e l’approvazione della direttiva europea del 2012 sulle vittime del reato, che pongono al centro del dibattito, più aspetti del problema complessivo. E’ giusto sottolineare come anche la risposta organizzativa della Corte di Cassazione, per assicurare tempestività e prevedibile uniformità alle decisioni su questa materia, ha previsto una razionalizzazione nella distribuzione degli affari concernenti questa tipologia di reati, limitando sostanzialmente la competenza a due sole sezioni. L’applicazione della legge sullo stalking e le modifiche  sulla disciplina dei maltrattamenti in famiglia, con la relativa problematica del mobbing, richiedono infatti approfondimenti progressivi e affinamento di sensibilità giurisprudenziali. L’opportuniutà di un approccio integrato di saperi si rivela dunque indispensabile rispetto anche all’individuazione di mezzi ulteriori e diversi, rispetto a quello esclusivamente repressivo, che rischia di intervenire solo nel momento più doloroso delle vicende. La buona riuscita dell’istituto dell’ammonimento, con riferiemento alla repressione dello stalking, la possibilità di enuclerare strumenti di mediazione, anche prima della decisione del giudice, la realizzazione di un circuito effettivo di sostegno della vittima, a prescindere dall’intervento giurisdizionale, e comunque l’accompagnamento concreto della vittima stessa nel suo percorso processuale, sono elementi di necessitata novità per il raggiungimento di obiettivi soddisfacenti”.

Franca Mangano – presidente sezione Tribunale di Roma

“Cercherò di fare una rapida carrellata sugli strumenti processuali con i quali il giudice civile può prevenire e sanzionare le degenerazioni violente delle relazioni familiari, allo scopo di individuare le più rilevanti criticità e i possibili sviluppi evolutivi in vista di una più efficace tutela delle vittime. Grazie alla l. n. 154/200, il giudice civile, alla stessa stregua del giudice penale, può adottare ordini di protezione per allontanare familiari e conviventi che costituiscano un pericolo per l’incolumità e per la serenità psichica di altri componenti il nucleo familiare. Con il vantaggio che il giudice civile può essere chiamato a intervenire anche se la condotta violenta o intimidatoria non si configura come reato o se la vittima – come spesso accade – non vuole presentare querela. Inoltre il giudice può unire alla misura dell’allontanamento, ordini di erogazione di somme a sostegno della famiglia o invio ai servizi sociali (centri antiviolenza, ecc.). Accanto a questo sistema cautelare, il giudice civile provvede al risarcimento del danno derivante dal fatto reato o dall’illecito civile. La maggiore criticità risiede nella difficoltà di quantificare il danno che una violenza sessuale o una condotta violenta in genere, produce sulla salute della donna, sulla sua dignità e sulla sua capacità di autodeterminazione. La giurisprudenza si affatica attorno alla ricerca di criteri che assicurino un serio ristoro alla sofferenza delle donne vittime di violenza, ma gli strumenti processuali (Ctu, criteri medico-legali, valutazioni psicologiche) non offrono sempre risposte soddisfacenti. Le più incoraggianti prospettive di sviluppo della giurisprudenza, si rinvengono in quelle (poche) pronunce che riconoscono l’illecito endofamiliare, come fonte autonoma di risarcimento del danno. Si tratta di una giurisprudenza che ha abbandonato la cultura dell’immunità familiare dinanzi alla responsabilità civile e che non sacrifica i valori della dignità e della libertà della persona ai principi di solidarietà e di tolleranza, in nome dei quali i soprusi più infami perpetrati all’interno della famiglia rimangono senza sanzione. Il vantaggio più evidente è che, grazie a questa ricostruzione, la condanna a risarcire il danno derivante da una condotta illecita può concorrere con le sanzioni tipiche del diritto della famiglia: addebito, sequestro dei beni, esclusione dalla gestione dei beni comuni. La principale criticità risiede nella difficoltà della donna, che chiede di essere risarcita, di provare i comportamenti del proprio partner: a volta sfuggenti, ma per lo più limitativi della sua autonomia e libertà personale (c.d. mobbing familiare). Anche per rimediare a questo problema, una parte della dottrina costruisce un onere probatorio più attenuato per la vittima che chiede di essere risarcita, configurando la responsabilità per illecito endofamiliare, come una responsabilità para-contrattuale sul genere del sistema configurato per la responsabilità medica, e sulla base di una premessa di doverosa protezione del soggetto debole (malato, donna ecc.)”.

Elisabetta Rosi – consigliere in Corte di Cassazione

“Va ribadito il ruolo sussidiario che la legislazione penale riveste, così come previsto nell’ambito delle strategie della Convenzione Europea contro la violenza sulle donne e contro la violenza domestica – varata a Istanbul l’anno scorso – che vedono nella prevenzione e soprattutto nella protezione delle vittime, la chiave di volta del contrasto al fenomeno della violenza contro le donne. Certamente un’efficace azione di protezione delle vittime dalle offese penalmente rilevanti che si manifestino inizialmente – come stalking, maltrattamenti, lesioni personali, violenze sessuali, ecc. – contribuisce a inibire il crescendo dei comportamenti di sopraffazione che caratterizzano le violenze contro le donne, crescendo che spesso conduce al femminicidio. Un’efficace azione di protezione potrebbe inoltre facilitare l’emersione di molte situazioni che restano invisibili, nella iniziale fenomenologia, o che sono presentati dalle stesse donne in modo da occultare la situazione di violenza subìta: come ad esempio le dichiarazioni al pronto soccorso di accidentalità delle lesioni (come il giustificare ecchimosi dicendo di essere caduta dalle scale). Sarebbe certamente auspicabile che la ratifica della Convenzione di Istanbul costituisse l’occasione per dare implementazione alla direttiva dell’Unione europea n. 29 del 2012 che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione di tutte le vittime di reato, con particolari disposizioni per le vittime della violenza nelle c.d. close relationship. Tale intervento è ancor più necessario in quanto il nostro sistema processuale penale deve fare i conti con il problema, ormai sistemico, dei tempi di durata dei processi penali non ragionevoli non solo riguardo agli imputati, ma anche in riferimento alle vittime. Intanto, in attesa di un intervento organico e non più differibile, occorre che il sistema giudiziario insista per l’inserimento tra i criteri di priorità nella trattazione dei processi, dei reati relativi alla violenza di genere; e promuova la modifica di approccio culturale da parte dei giudici verso tale tipo di reati, non solo stabilendo una formazione permanente sulle tematiche di genere aperta ai contributi delle diverse professionalità non giuridiche, ma sviluppando la consapevolezza della necessità di un uso della lingua italiana coerente con il rispetto dei diritti anche delle vittime particolarmente vulnerabili, nella redazione delle sentenze e degli altri provvedimenti giudiziari. E infine cooperi con le tutte le iniziative che vogliano riconoscere alla vittima i diritti di assistenza ed eventuale  protezione nel processo”.

Vittoria Tola – responsabile nazionale Udi e tra le promotrici della Convenzione “No More!” contro la violenza sulle donne–femminicidio

“I problemi evidenziati dalle diverse relazioni dimostrano la straordinaria complessità del fenomeno e l’articolazione e le difficoltà delle risposte necessarie. Anche solo a volersi fermare  sulle ultime considerazioni che riguardano la eccessiva lunghezza dei processi e il problema del risarcimento delle vittime e di come sia difficile definire un criterio, mi chiedo quanto sia valutabile, per esempio, nel caso della ragazzina di Montalto stuprata da un gruppo di amici che hanno avuto la solidarietà di un intero paese (sindaco in testa), la vita distrutta di un’adolescente che all’epoca aveva 15 anni e che oggi ne ha 22, mentre il processo deve ancora concludersi. Un processo che nel frattempo ha distrutto la vita della ragazza, quella della sorella, del fratello, della madre e del padre. Una giovane che ha perso la scuola, lei che sognava di andare all’università, da cui si è ritirata per quanto stava male, lei che era la più brava della classe, accontentandosi di lavoretti che non la mettono a contatto con la gente del luogo. Tutto questo quando allo stupro non corrisponde nessuna solidarietà sociale e culturale, a cui si aggiunge la vittimizzazione secondaria anche in tribunale. Mi chiedo come siano valutabili i danni psico-fisici di una donna torturata e annichilita dal marito o dal compagno di fronte a i suoi figli: danno psicologico, fisico, sociale, un danno nel corpo che diventa malattia, come diceva Elvira Reale. Anch’io ho visto sviluppare tumori come quello che ha ucciso Donatella Colasanti (la ragazza sopravvissuta nello stupro del Circeo), o malattie gastroenterologiche che resistono a farmaci e interventi chirurgici, o malattie cardiache e/o mentali. Per dare un ordine di grandezza solo dei costi sanitari delle vittime di violenza domestica, l’Inghilterra ha valutato una cifra pari a circa 125 euro per abitante del Regno Unito. Gli interventi di questo tavolo dovrebbero essere proposte e rilanciate in modo pubblico dal ministro della giustizia, dell’interno, della sanità dimostrando non solo di conoscere il lavoro degli operatori delle strutture che li riguardano, ma anche per avere consapevolezza delle potenzialità e dei punti critici dello Stato che rappresentano. Perchè non ha detto niente la ministra Fornero, che oltre al ministero del Welfare ha il coordinamento di tutte le politiche sulla violenza come ministra delle pari opportunità? Perchè Monti non ci ha ricevuto come chiesto dalla Convenzione No more! per ascoltare quanto chiedevamo? La Convenzione No More! ha tentato di indicare gli ambiti e le priorità su cui intervenire a partire da dati mai raccolti in modo sistematico ma riassunti dalla stampa come appunto il numero dei femmincidi in Italia che il ministero degli interni non ha mai raccolto in maniera organica. Un fenomeno grave che non sparisce mettendo la testa sotto la sabbia, soprattutto se l’ambito è quello della famiglia che è il cuore di relazioni violente e che coinvolge l’ambito penale e civile. Oggi discutiamo di femminicidio e di che cosa questa parola significhi ma le parole per dire la verità in questo paese fanno sempre fatica ad affermarsi come rivelatrici di senso e di realtà. Forse perché sono fenomeni che molti pensano come problemi privati e quindi fuori del patto sociale che definisce lo Stato e che si definisce come patto sociale tra uomini da cui le donne sono escluse: nonostante abbiamo firmato la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazioni contro le donne. Storicamente veniamo da una violenza maritale e patriarcale accettata anche nei codici. Una violenza che emerge come richiesta di reato contro la persona e non contro la morale, come recitava il Codice Rocco, quando il movimento delle donne lanciava la legge di iniziativa popolare nel 1979: una battaglia che durerà 16 lunghi anni con voti laceranti in parlamento perché molti, in quella sede, non volevano affrontare proprio lo stupro coniugale. Sappiamo com’è finita, e mentre le donne costruivano i centri antiviolenza, maturava la legge del 2001 per l’allontanamento del familiare violento. Lo stalking, già definito dal DPO e dal ministero della giustizia, pur essendo stato sollevato da tempo come questione legata alle molestie persecutorie, è stato lasciato in eredità al governo di centro destra che lo ha deformato e collocato in un dibattito politico dove la violenza contro le donne virava spesso verso politiche emergenziali e securitarie, oltre che xenofobe. Oggi, anche in concomitanza con la consapevolezza dell’alto numero di femminicidi, con la necessità della ratifica della Convenzione di Istanbul – che molti dicono possibile già in questo fine di legislatura – si propongono nuove leggi. Eppure prima di lanciare nuove proposte, soprattutto di tipo penale – che danno la risposta più facile ma meno necessaria per le vittime – sarebbe necessario fare una verifica attenta della nostra legislazione, e capire se servono altre leggi e di che tipo, o se servono politiche precise di aiuto alle donne, politiche di formazione di tutti coloro che sono coinvolti nell’accoglienza, nel recupero, nella difesa e nella tutela di una donna che subisce violenza. In un contesto in cui la prevenzione si opera attraverso la maturazione di una nuova coscienza con obiettivi culturali che si devono porre anche nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle università, e soprattutto attraverso i mass media. Si dice sempre che la violenza contro le donne è un fenomeno culturale, un fenomeno iscritto nella tradizione, che viene da lontano, che appartiene alla mentalità. Ma cultura in questo caso va usata nella sua accezione antropologica dove significa l’insieme delle idee, valori, strutture fisiche e simboliche che definiscono le norme di un determinato popolo o comunità, definendo anche e soprattutto un potere e chi lo esercita in maniera dominante ed egemonica. In questo senso rimanda a una precisa forma storica, millenaria e potente, in crisi ma capace di colpi di coda formidabili: un patriarcato con forme ancora dominanti nella mentalità collettiva, soprattutto in Italia”.