L’Onu dice che il femminicidio esiste

Quando si dice che l’ignoranza è una brutta bestia ci viene da ridere, ma quanto dobbiamo rivendicare il fatto che essere ammazzate come donne, e quindi essere vittime riconosciute di femminicidio, o quando qualcuno ci dice che se una donna rimane incinta dopo uno stupro deve essere stato il volere di Dio, ci potrebbe anche scappare un urlaccio. Ma con una differenza: che mentre allo sfondone del candidato senatore dell’Indiana (Usa), Richard Mourdock, che giorni fa si è detto contrario all’aborto anche dopo uno stupro perché sarebbe “voluto da Dio”, ha risposto direttamente Barak Obama dicendo che “Le donne sono perfettamente in grado di prendere questo tipo di decisioni, e gli uomini politici non hanno il diritto di interferire”; qui da noi non solo nessuno ribatte a chi nega il femminicidio, ma anzi (non so se con verifica del direttore o meno) ciò viene pubblicato da giornali che ritengono così di dare voce a un pluralismo che però è privo di notizie reali, e in più lo fa fare in una rubrica dedicata alle donne.

Negli Usa, in questa campagna elettorale che vede il corpo delle donne come campo di battaglia privilegiato del Gop (le elezioni presidenziali si svolgono il 6 novembre) e dove la follia rasenta il ridicolo, si è dibattuto sullo “stupro legittimo” grazie al repubblicano Todd Akin –  vicino a Paul Ryan –  il quale ha avuto la faccia tosta di dire che se una donna viene veramente stuprata secerne un liquido che uccide gli spermatozoi e che quindi, se è un vero stupro, lei non può rimanere incinta: una teoria non nuova ai repubblicani ma sostenuta già nel 1988 dal senatore della Pennsylvania, Stephen Freind, che asseriva che le donne raramente rimangono incinta da uno stupro, perché gli “attacchi violenti” causano una “infertilità temporanea” e quindi la probabilità di rimanere incinta in questi casi è di “uno su milioni e milioni e milioni”.

Negli Usa, e precisamente in Ohio, il senatore repubblicano Josh Mandel ha chiesto di vietare l’aborto se viene anche solo captato il battito cardiaco del feto, mentre il repubblicano Bobby Franklin ha chiesto che le vittime di stupro siano definite non “vittime” ma “accusatrici”. A tutto ciò Barak Obama ha avuto il coraggio di rispondere con fermezza e senza mezze parole, dichiarando pubblicamente dove sta e cosa pensa, e qui invece che fanno gli uomini che hanno responsabilità di diverso tipo?

Stanno in silenzio, troppo in silenzio, soprattutto di fronte ad affermazioni che possono essere molto pericolose, oltre che inquietanti.

Mentre è ancora vivo nel pensiero la morte di Carmela, una ragazza di 17 anni, che è morta cercando di salvare la sorella dalle coltellate del suo ex fidanzato, l’altro giorno a Trecastagni (Catania), un uomo ha lanciato l’asciugacapelli – ancora attaccato alla corrente – nella vasca piena d’acqua mentre la partner faceva il bagno, per poi cospargerla di alcol cercando di darle fuoco con un accendino.

In Italia l’80% della violenza si consuma all’interno di relazioni intime, mentre il 70% dei femmincidi avvengono in un contesto in cui servizi o forze dell’ordine sono già stati preavvertiti del rischio – come è successo nel caso di Lucia, sorella di Carmela, che aveva in qualche modo chiesto aiuto ai carabinieri. Questi dati, presenti nel rapporto della Special Rapporteur dell’Onu venuta in Italia quest’anno per verificare lo stato del nostro Paese in materia di violenza sulle donne, sono stati elaborati e aggregati grazie allo sforzo delle associazioni che lavorano sul territorio nazionale contro la violenza maschile sulle donne, perché i dati ufficiali sulla materia in Italia sono fermi alla indagine Istat del 2006. E come per la violenza anche per gli omicidi con movente di genere, il trend in rialzo è dato dagli studi e la pazienza di alcuni centri antiviolenza che hanno cominciato a un certo punto a contare i femminicidi perché, in assenza di dati ufficiali, si rendevano conto – lavorandoci in maniera costante – che il fenomeno era grave e urgente da affrontare.

Sul femminicidio quindi si pongono due chiarimenti per chi le cose non le sa: il primo, è la questione dei dati, la seconda è sul perché si chiamano femminicidi.

Sui dati in Italia non c’è un osservatorio nazionale ufficiale sui femminicidi come in Francia e in Spagna, in quanto il ministero non è in grado (anche se è cosa semplice) di elaborare dati in maniera differenziata, ma l’urgenza ha messo a lavoro organizzazioni che lavorano sulla violenza che hanno cominciato pazientemente a contare (Casa delle donne di Bologna) estraendo dalla stampa di questi ultimi anni (dal 2006) le donne uccise per motivi di genere facendo una meticolosa ricerca da cui è emerso che il numero aumentava di anno in anno. Il dato quindi pur non essendo ufficiale, è reale: perché sono morti vere a fronte poi di un sommerso che sicuramente è più grande. Quindi, in base a ciò, se è vero che, come sostengono i dati del ministero degli interni, gli omicidi nel complesso in Italia sono diminuiti, in questo numero minore di morti, quelli che possono essere classificati come femminicidi hanno un trend in aumento. Quindi nell’attesa che escano fuori i dati sulla violenza che la ministra Fornero ha promesso con una nuova indagine Istat, e nella speranza che anche in Italia sia istituito un osservatorio nazionale sul femminicidio, noi le morte ammazzate ce le contiamo, e non è una cosa fuori luogo dato che la stessa  Special Rapporteur dell’Onu ha usufruito, nel suo soggiorno in Italia, dei dati delle organizzazioni che lavorano sulla violenza che hanno molto più chiara delle istituzioni la situazione su questo problema.

Per quanto invece riguarda l’Onu – che non è un organo schizofrenico che dà i numeri e poi fa il primo rapporto tematico sul femmincidio – riporto quanto segue.

Il 25 Giugno alle Nazioni Unite di Ginevra, nel corso della, Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto alla violenza sulle donne, ha presentato in quella sede il “Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere” e il “Rapporto sulla violenza esito della sua missione in Italia dello scorso Gennaio”, e da lì sono anche uscite le “Raccomandazioni al governo italiano” in cui si pone l’accento sulla raccolta dati anche in rapporto alle associazioni che già fanno questo lavoro:

D. Statistiche e raccolta dei dati

97. Infine, il Governo dovrebbe:

(a) Rafforzare, anche attraverso lo stanziamento di fondi consistenti, la capacità dell’ISTAT al fine di istituire un sistema di regolare raccolta e analisi dei dati, attraverso parametri standardizzati, disaggregandoli in base alle caratteristiche più rilevanti al fine di capire l’entità, le tendenze e le manifestazioni della violenza sulle donne;

(b) Assicurare che nella raccolta di tali informazioni, l’ISTAT collabori regolarmente con le istituzioni e organizzazioni che già lavorano alla raccolta dei dati sulla violenza contro le donne – tra cui le forze dell’ordine, i tribunali e la società civile. L’obiettivo finale dovrebbe essere l’armonizzazione delle linee guida per la raccolta dati e l’uso di tali informazioni in modo efficace da parte di attori istituzionali e non.

 

Per quanto invece riguarda il “Rapporto tematico annuale sugli omicidi basati sul genere”:

CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI

SIDE EVENT

ITALIA – VIOLENZA CONTRO LE DONNE – FEMICIDIO – RISOLUZIONE

UNSC 1325

25 Giugno, 2012

15:00 – 17:00

Palais des Nations – Aula XXI

Dichiarazione di Rashida Manjoo

“Care colleghe e amiche,

Innanzitutto vorrei ringraziare l’Associazione Internazionale dei Giuristi Democratici, la rete italiana dei centri antiviolenza (DIRE), la Fondazione Pangea, Women’s UN Report Network e tutti gli altri sponsor, per avermi invitato ad aprire questo panel sulla violenza nei confronti delle donne e il femicidio in Italia. Questo evento è quanto mai appropriato dal momento che quest’anno ho condotto la prima missione paese ufficiale del mandato in Italia e ho dedicato il mio rapporto tematico alla questione degli omicidi delle donne basati sul genere.

Il rapporto tematico affronta gli omicidi di donne, sia quelli che avvengono in famiglia che nella comunità, quelli perpetrati o condonati dallo Stato. A livello mondiale, l’incidenza delle diverse manifestazioni di tale violenza è in aumento, con termini quali femicidio, feminicidio, delitti d’onore, delitti passionali ecc. usati per definire questi atti. Il mio rapporto sostiene che la mancanza di responsabilità e trasparenza per questi crimini rappresenta la norma.

Più che una nuova forma di violenza, gli omicidi di genere sono la conseguenza estrema di altre forme di violenza nei confronti delle donne. Tali omicidi non sono incidenti isolati, che avvengono improvvisamente e inaspettatamente, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo.

Il rapporto sulla mia missione in Italia analizza questa serie continuativa di violenze. La violenza domestica, la forma più estesa di violenza, continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum di violenza all’interno delle mura domestiche riflette un crescente numero di vittime di femicidio da parte di partner, mariti, o ex-fidanzati. Purtroppo, la maggior parte delle manifestazioni di violenza non viene denunciata perché le vittime vivono in un contesto culturale maschilista dove la violenza domestica non sempre è percepita come un crimine; dove le vittime in gran parte dipendono economicamente da chi è responsabile della violenza; e dove persiste ancora la percezione che la risposta dello stato non è appropriata o utile. La questione della risposta dello Stato alla violenza nei confronti delle donne è sottolineata anche nel mio rapporto tematico, che analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale negli omicidi di genere, che sono causati da atti o omissioni dello Stato. La violenza istituzionale nei confronti delle donne e delle loro famiglie può includere: la tolleranza, la colpevolizzazione delle vittime, le difficoltà di accesso alla giustizia, l’efficacia dei rimedi, le minacce, la negligenza, la corruzione, gli abusi da parte dei pubblici ufficiali. In questo contesto femicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle istituzioni pubbliche – data l’inefficacia delle politiche di prevenzione, protezione e tutela della vita delle donne che hanno subito molteplici forme di violenza nel corso della loro vita.

Il mio rapporto tematico del 2012 fornisce un quadro generale, a livello mondiale, delle tendenze e delle forme di omicidio di genere nei confronti delle donne, che stanno raggiungendo proporzioni allarmanti. Queste comprendono: gli omicidi di donne accusate di stregoneria, i delitti di donne e ragazze in nome dell’onore, gli omicidi in situazioni di conflitto armato; le uccisioni di donne indigene; le forme estreme di omicidi violenti di donne, come quelli legati alle bande criminali, alla criminalità organizzata, ai traffici di droga, alla tratta di esseri umani, i crimini legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e ogni altra forma di violenza sulle donne, tra cui gli infanticidi femminili.

Nel caso specifico dell’Italia, secondo le statistiche che ho ricevuto durante la mia visita nel paese, mentre il numero di omicidi di uomini su uomini è diminuito dall’inizio del 1990, il numero di donne uccise dagli uomini è aumentato. Un rapporto sul femicidio basato sulle informazioni raccolte dai media indica che nel 2010, 127 donne sono state uccise dagli uomini. Nel 54% dei casi, il responsabile era un partner o ex-partner e solo nel 4% dei casi l’aggressore era uno sconosciuto. Il 70% di tutti i casi di femicidio ha riguardato donne italiane e nel 76% dei casi anche gli aggressori erano italiani, al contrario di quanto si crede comunemente, che tali crimini siano commessi da stranieri, un luogo comune generalmente rafforzato dai media.

In tutto il mondo, le manifestazioni di omicidi di genere contro le donne sono incorporate nel contesto culturale e sociale e continuano ad essere accettate, tollerate o giustificate – e l’impunità è la regola. La responsabilità dello stato di agire con la dovuta diligenza per la promozione e la tutela dei diritti delle donne è scarsa. Alcun passi intrapresi dagli Stati per rispettare l’obbligo della dovuta diligenza nel prevenire la violenza nei confronti delle donne comprendono l’adozione di una legislazione specifica, lo sviluppo di campagne di sensibilizzazione e la previsione di corsi di formazione per gruppi di professionisti, inclusa la polizia, le procure e i membri della giustizia. Alcuni Stati hanno adottato Piani d’Azione Nazionali sulla violenza nei confronti delle donne nello sforzo di coordinare le attività tra e all’interno delle agenzie governative e di avere un approccio multi-settoriale alla prevenzione della violenza.

Nel caso dell’Italia, sono stati fatti sforzi da parte del governo attraverso l’adozione di leggi e politiche, compreso il Piano d’Azione Nazionale contro la violenza, e l’istituzione e la fusione di organismi governativi responsabili della promozione e protezione dei diritti delle donne. Tuttavia, questi risultati non hanno portato a una riduzione del numero di femicidi o non si sono tradotti in miglioramenti reali nella vita di molte donne e ragazze. Dal momento che il femicidio in molti casi è il culmine di una serie di abusi commessi contro le donne da mariti e partner, l’accesso alla giustizia è fondamentale per rompere questa spirale di violenza. Inoltre ho appreso che in Italia restano ancora diversi ostacoli per quanto riguarda i rimedi relativi a casi di violenza domestica. Per esempio, sono stata informata di casi di violenza domestica portati alle corti non perseguibili perché caduti in prescrizione, a causa dei lunghi ritardi nella chiusura dei casi.

É chiaro che mentre gli Stati hanno avviato vari programmi di prevenzione, ci sono molte lacune in questo lavoro. Bisogna accentuare l’approccio olistico nel prevenire gli omicidi di genere in tutte le misure adottate dagli Stati per indagare e sanzionare la violenza, in particolare nell’elaborare, implementare e valutare la legislazione, le politiche e i piani nazionali d’azione.

Il mio rapporto tematico conclude ricordando come i sistemi regionali e internazionali di diritti umani hanno interpretato l’obbligo di dovuta diligenza degli Stati nei casi che riguardano gli omicidi di genere. La violenza nei confronti delle donne è stata affermata in molti strumenti per i diritti umani e dagli organismi per i diritti umani come una violazione dei diritti e delle libertà fondamentali delle donne. Gli omicidi di donne costituiscono una violazione tra le altre del diritto alla vita, all’eguaglianza, alla dignità, alla non discriminazione e il diritto a non essere sottoposto a tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumane o umilianti.

Gli Stati hanno quindi l’obbligo di prevenire, investigare e punier tutti i casi di omicidi di genere contro le donne, così come di garantire la riparazione alle vittime e alle loro famiglie.

Vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro un dibattito proficuo per il panel di oggi”.

No More Femmincidio! una firma antiviolenta

Per fermare il femminicidio in Italia la Convenzione nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio (redatta dalle associazioni che lavorano in tutta Italia contro la violenza di genere), lancia un appello che può riassumersi con il grido “No More femminicidio!” e invita ad aderire e a sottoscrivere la Convenzione nazionale mandando una email a convenzioneantiviolenza@gmail.com La Convenzione “No More!”, presentata una settimana fa a Roma, mette sul piatto l’idea di una sorta di Stati generali su violenza – femminicidio promuovendo una mobilitazione permanente fatta di incontri, eventi e iniziative per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica su quello che accade oggi in Italia: iniziative che culmineranno il 25 novembre nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne in cui le associazioni e le realtà della società civile che hanno redatto, condiviso, o aderito ai contenuti e le richieste di questa proposta, potranno coordinarsi in un unica grande iniziativa “No More!” con eventi sparsi su tutto il territorio nazionale. Su questa base la Convenzione fa APPELLO alle realtà nazionali e locali, alle singole persone, a chi vuole che questa mattanza abbia fine, a sottoscrivere questa Convenzione (mandando una email con scritto: “aderisco alla Convenzione No More!”), e a promuovere fino al 25 novembre iniziative nella propria città, nelle proprie regioni, nelle proprie sedi locali, portando ovunque il documento della Convenzione a cui hanno già aderito, tra le altre, Bianca Pomeranzi dell’Onu (Comitato Cedaw) e l’On. Rosa Villecco Calipari.

Nei suoi contenuti, che hanno lo scopo di combattere la violenza e di tutelare le donne (e per questo firmare la Convenzione significa combattere la violenza contro le donne – femminicidio), la Convenzione “No More!” chiede alle istituzioni e al governo di verificare fin da subito l’efficacia del Piano Nazionale contro la violenza varato dal governo nel 2011, e l’immediata revisione del Piano stesso ritenendo fondamentale che

– sia ratificata immediatamente la Convenzione del Consiglio d’Europa (Istanbul 2011) sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica, e siano ottemperate le raccomandazioni conclusive rivolte all’Italia dal Comitato CEDAW del 2011 e dalla Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne del 2012;
 – sia costruito e rafforzato il sistema di servizi pubblici e convenzionati sul territorio a partire dai centri antiviolenza;
 – sia garantita la formazione di tutti i soggetti che lavorano, nei vari settori, con le vittime di violenza e i minori in un’ottica di genere;
 – sia vietato, in caso di separazione e affido dei minori, nei casi di violenza domestica e  assistita o subita dai figli chiediamo, l’affido condiviso e  che venga applicato come prassi l’affido esclusivo al genitore non violento; sia vietato l’utilizzo della sindrome di alienazione parentale (PAS) in ambito processuale ed extraprocessuale; e non sia consentito l’utilizzo di tecniche di mediazione familiare in ambito processuale e da assistenti sociali.
 – vi siano interventi tempestivi a difesa dell’incolumità delle donne che denunciano violenze in conformità agli obblighi derivanti allo Stato dagli accordi internazionali ed in attuazione dei principi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani in materia di violenza sulle donne;
 –  sia stabilita una rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea in materia di violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale, da parte dei diversi servizi coinvolti con la loro rielaborazione e la pubblicazione da parte dell’ISTAT;
 – vengano rese comunicanti le banche dati delle forze dell’ordine;
 – si adottino corsi di formazione su violenza di genere – femminicidio per i giornalisti che già svolgono la professione nelle redazioni e per chi si appresta a svolgerla (scuole di giornalismo e master);
 – vengano rivolte campagne di sensibilizzazione nazionali e locali a contrasto della violenza maschile sulle donne rivolte a tutta la popolazione e in particolare agli uomini;
 – nella scuole e nelle università, la didattica contenga anche gli argomenti della discriminazione e la violenza di genere, e che in particolare sia fatta attenzione all’adozione di libri di testo che non veicolino pregiudizi di genere nel linguaggio e nei contenuti.
 – in particolare chiede al Presidente del consiglio Mario Monti e ai suoi Ministri
di incontrare il coordinamento della Convenzione.
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Microcredito in Italia

 Il microcredito, che è stata una salvezza per molte donne nel mondo, approda in Italia. Per questo ricevo e pubblico con piacere il convegno che si svolge oggi alla Provincia di Roma organizzata da RITMI – Rete Italiana di Microfinanza in collaborazione con Fondazione Pangea onlus.

“Microcredito, la strada per favorire 

l’inclusione economica e sociale in tempi di crisi. 

Quale ruolo per enti pubblici e istituzioni private?”

  • Dibattito Pubblico 
  • Lunedì 22 ottobre 2012 ore 16.00 – 19.00 
  • Palazzo Valentini – Sala Di Liegro Via IV Novembre, 119/a – Roma 

L’iniziativa è promossa dalla Rete Italiana di Microfinanza – RITMI, che raccoglie le principali istituzioni, profit e no profit, che operano nell’ambito del microcredito. Si tratta di organizzazioni costantemente impegnate a rendere effettivo l’accesso al credito e ai diversi servizi finanziari per le persone e le imprese tradizionalmente escluse.

L’obiettivo è quello di riflettere, confrontarsi e discutere con rappresentanti di enti pubblici e realtà private che hanno avviato iniziative di microcredito e/o di inclusione sociale e lavorativa.

Questo lavoro assume una rilevanza particolare di fronte alla gravità della crisi sociale ed economica che colpisce il paese e alle potenzialità che il microcredito ha saputo dimostrare a livello internazionale ed europeo nel costruire risposte efficaci e innovative di contrasto alla disoccupazione e all’esclusione sociale. Appare evidente che in Italia, lo sviluppo del microcredito è praticabile solo coinvolgendo in modo innovativo le reti sociali territoriali e le istituzioni locali.

Il dibattito della giornata si propone di approfondire le criticità e gli ostacoli che rendono insufficienti le risposte del microcredito nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Il principale quesito a cui vorremmo che i partecipanti rispondessero è il seguente: “Come istituzioni pubbliche e attori privati possono lavorare insieme alla creazione di reti territoriali, dense e diffuse di microfinanza?” 

Programma: 

16.00 Registrazione partecipanti

16.30 Dialogheranno con il pubblico:

Savino Pezzotta, Deputato, Coordinatore dell’Intergruppo Parlamentare sulle Strategie Europee per la Crescita, l’Occupazione, la Democrazia economica e la Sostenibilità finanziaria

Claudio Cecchini, Assessore alle Politiche Sociali della Provincia di Roma

Luca Remmert, Presidente della Commissione per il Microcredito dell’ACRI -Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa

Faisel Rahman, Presidente della EMN – European Microfinance Network

Graziano Del Rio, Presidente dell’ANCI- Associazione Nazionale Comuni Italiani – in attesa di conferma 

Ivan Fadini, Presidente dell’Associazione The Hub Roma

Andrea Kirschen, Responsabile dell’ufficio italiano del FEI – Fondo Europeo per gli Investimenti

Alessandro Messina, Responsabile Ufficio Relazioni con le Imprese e Progetti Speciali Federazione Italiana delle BCC-CRA

Modera Simona Lanzoni, Vicepresidente di RITMI e di Fondazione Pangea onlus.

18.45 Conclusioni di Giampietro Pizzo, Presidente di RITMI – Rete Italiana di Microfinanza

 

Con il patrocinio della Provincia di Roma organizzato da RITMI – Rete Italiana di Microfinanza in collaborazione con Fondazione Pangea onlus Per iscrizioni e info: infomicrocredito@pangeaonlus.org tel. 06 4815335 

 

Pas, tribunali: ma che cos’è una CTU?

Il 16 ottobre, su Rainuno, le poltrone di Bruno Vespa hanno ospitato alcuni invitati che hanno parlato sul caso del bambino portato via dalla scuola e messo in una casa famiglia, di cui i giornali parlano da giorni e il cui video ha fatto il giro del mondo. Tra gli invitati a “Porta a porta“, c’erano Vincenzo Spadafora, garante dei minori e dell’adolescenza, Simonetta Matone, vicepresidente del DAP (Dipartimento amministrativo penale), Alessandra Mussolini, presidente parlamentare per i minori, Andrea Coffaro, avvocato della madre del bambino, Carlo Rossetto, presidente della associazione padri separati (di cui fa parte come vicepresidente il padre del bambino), Claudio Foti, psicologo e psicoterapeuta consulente della madre, Paolo Crepet, psichiatra, Maurizio Masciopinto, direttore relazioni esterne del dipartimento Pubblica Sicurezza. Durante la trasmissione Maurizio Masciopinto ha affermato: “il deus ex machina dell’operazione di prelevamento del bambino era il consulente tecnico d’ufficio” , a cui la magistrata Simonetta Matone ha ribattuto, leggendo parte della sentenza in cui si afferma: “in mancanza dello spontaneo accordo (…) le decisioni del caso (…), cioè la consegna del bambino al padre, saranno adottate dal padre affidatario che potrà avvalersi, se strettamente necesario, dell’ausilio dei servizi sociali e della forza pubblica nelle forme più discrete e adeguate al caso”.  A un certo punto Mussolini fa notare che la casa famiglia è stata scelta dal padre e dallo psichiatra e a ciò aggiunge che “questo è un grave errore perché la struttura deve essere non di parte ma del CTU (consulente tecnico d’ufficio, rdn) che non è il CTP, consulente tecnico di una parte, deve essere il consulente tecnico d’ufficio, e il consulente tecnico d’ufficio essendo imparziale, perché deve eseguire un ordine del magistrato, non può trascinare lui stesso il bambino insieme al padre”. 

Su queste affermazioni, e di fronte a un video che mostra il consulente tecnico d’ufficio entrare fisicamente nell’operazione di prelevamento, un gruppo di esperte di diritti e salute dei minori, avvocate e psicologhe, dell’Associazione Salute Donne di Napoli, hanno chiesto di chiarire alcuni dei dati emersi nel corso del programma appresi dai 1.740.000 telespettatori, quindi di pubblico dominio, con una lettera indirizzata all’Ordine dei medici Federazione Nazionale, al Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di (…), che pubblichiamo qui sotto per dare informazione delle azioni della società civile sensibilizzata sul caso, e con il permesso dell’Associazione Salute Donne di Napoli che se ne assume completamente la responsabilità di forma e contenuto. La lettera viene riportata nel rispetto della privacy mentre i dati e le affermazioni sopra riportate sono andate in onda su Raiuno il 16 ottobre 2012 e quindi di pubblico dominio.

Associazione Salute Donna a

  • Ordine dei medici Federazione Nazionale
  • Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi
  • Procura della Repubblica presso il Tribunale di (…)

 

Oggetto: il bambino conteso di (…), notizie apprese nella trasmissione Porta a Porta del 16 ottobre 2012

Questa associazione impegnata nella difesa della salute e dei diritti delle donne e dei loro figli minori ha appreso – durante la trasmissione “Porta a porta” del 16 ottobre 2012 – direttamente dal dott. Maurizio Masciopinto, direttore relazioni esterne del dipartimento Pubblica Sicurezza, che dice che il “deus ex machina dell’operazione di prelevamento del bambino (…)”, durante l’orario scolastico, era stato il consulente tecnico di ufficio, dott. (…). Tale ruolo si è anche appreso non era stato affidato al consulente tecnico dalla Corte di Appello di (…). Infatti la dottoressa Matone, nel suo intervento in trasmissione, leggendo il decreto, specificava che le modalità del prelevamento del bambino erano state affidate al padre, con facoltà di rivolgersi in modo discreto all’aiuto dei servizi sociali e della forza pubblica.

L’onorevole Mussolini correttamente ha fatto rilevare che un CTU in quel caso aveva assunto la veste impropria di consulente di parte venendo meno al suo ruolo super partes, affidatogli dal tribunale all’atto dell’incarico di consulenza. Essendo di estrema gravità quanto appreso, chiediamo all’ordine in cui è iscritto il dott. (…), (ordine dei medici o degli psicologi) di intervenire sulla  vicenda, chiarendo se il doppio ruolo di consulente di ufficio e di consulente al servizio di una parte (quella paterna) sia compatibile con la correttezza della professione medico/psicologica, ammessa dal codice deontologico e, in caso contrario, di prendere i provvedimenti conseguenti ed adeguati agli eventi descritti pubblicamente che hanno avuto tra l’altro la  massima risonanza ed impatto sull’opinione pubblica.

Chiediamo poi alla  procura di (…) di acquisire la registrazione della trasmissione di “Porta a Porta” onde stabilire, dalle notizie emerse, eventuali condotte penalmente rilevanti a carico del dott. (…) relativamente alla sua presenza accanto al padre del minore nella “operazione di prelevamento del piccolo (…)”.

Chiediamo inoltre alla Procura, alla luce del “vincolo professionale” con il padre del bambino manifestato dal CTU nelle operazioni di prelevamento, di accertare se quel vincolo fosse già presente all’atto dell’espletamento della  relazione tecnica di ufficio, impedendo in questo caso al CTU l’assunzione di un agire professionale libero ed imparziale, necessario a garantire entrambe le parti nella dialettica processuale.

Napoli 17.10.2012

Al Giornale di Sallusti che mi chiama “avvoltoio femminista”

Si ricomincia, appena tocco la PAS (Sindorme di alienazione parentale) qualcuno salta sul pero, e chissà perché. Non solo, perché questa volta la calunnia, l’offesa, la diffamazione, arriva da un giornale che si chiama “Il Giornale” e che ha come direttore Alessandro Sallusti: quello che ha pubblicato il famoso articolo di Renato Farina (alias Dreyfus alias Betulla) per cui è stato condannato a 14 mesi di reclusione per mancato controllo – pezzo in cui si augurava la pena di morte per un giudice tutelare, il medico e i genitori di una ragazzina di 13 anni la quale, secondo Farina, era stata costretta dagli adulti a interrompere una gravidanza – e che recentemente è stato sanzionato dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia con la censura disciplinare per aver pubblicato in prima pagina e in primo piano la foto di una minorenne con il seno seminudo e bruciato mentre era accasciata a terra ferita dopo lo scoppio della bomba di Brindisi. Dopo tutto quello che questo Giornale ha dimostrato in materia di correttezza, e rispetto dell’informazione e dei fatti, e dopo tutto quello che i media, soprattutto la televisione, hanno detto e scritto sulla storia del bambino di Padova – su cui non mi sono neanche soffermata perché nel mio articolo ho parlato di Pas –  questo Giornale, a firma di un signore che si chiama Roberto Scafuri (che non conosco e non mi conosce), titola:

Ci mancavano le femministe,

tra gli avvoltoi del bimbo conteso di Padova

nel suo pezzo il signor Scafuri scrive chiamandomi in causa con quanto segue:

“(…) Abbiamo scritto condizionamento, e non altro, perché nello sciocchezzaio ascoltato è ricomparsa una pregiudiziale violenta, che associa mammismo e femminismo in una miscela esplosiva, e contro la quale in Italia si rischia di venire senz’altro linciati sul posto. Nulla di nuovo, rispetto al conformismo degli anni Settanta. Un’alleanza pregiudiziale che contesta l’esistenza della «Sindrome di allontanamento genitoriale» (Pas), scredita la figura dello psichiatra inventore (morto suicida) e la relega pressappoco a uno stratagemma dei maschi stupratori per non perdere le loro vittime predilette. «Una patologia inesistente ma usata nei tribunali», scrive tra l’altro Luisa Betti sul Manifesto ( e magari lo fosse). L’articolista non esita a dare del «pedofilo» all’inventore del metodo di rilevazione medico-scientifica, lo psichiatra Richard Gardner. E a sostenere assunti di gravità indecente, tipo: «in verità la Pas serve spesso per tappare la bocca ai bambini che non vengono presi in considerazione nei loro racconti», avvalorati da dichiarazioni di una sconosciuta docente padovana di Psicologia sociale e di comunità”.

Ebbene, dato che il signor Scafuri non mi conosce e probabilmente non sa molte cose, metto al corrente lui e il suo direttore che ha fatto pubblicare questo articolo:

1 – che io gli anni Settanta non li ho fatti perché ero troppo piccola;

2 – che la pregiudiziale violenta di “mammismo e femminismo” è una cosa che si è inventato lui e che si può rivendere questa trovata attribuendosi la paternità perché non mi riguarda;

3 – che lo psichiatra Gardner ha il passato che ha, e me ne dispiace ma non è colpa mia;

4 – che la Pas è inesistente ma non lo dico io (ahimé) perché non è stata né riconosciuta ufficialmente da nessuno né scientificamente provata come malattia;

5 – che la Professoressa Patrizia Romito – che ha appunto detto che la Pas viene spesso usata per tappare la bocca ai bambini -non è docente dell’Università di Padova ma di Trieste, e non è una emerita sconosciuta ma una delle più importanti esperte su questi temi in Italia apprezzata anche all’estero (e chi si occupa di questi argomenti lo sa, come per esempio la giornalista del Guardian che l’ha intervistata nel 2008);

6 – che non sono un’articolista, cioè una che scrive sui giornali, ma una giornalista professionista regolarmente iscritta all’Ordine dei giornalisti;

7 – che ho già ricevuto minacce per aver scritto su Pas e ddl 957 (per la modifica dell’affido condiviso in discussione al senato) a cui è corrisposta altrettanta solidarietà, e che spero lui non sia di quella compagnia;

9 – che non somiglio affatto a un avvoltoio e che qui gli avvoltoi ce li facciamo arrosto con le patate;

8 – e che al resto risponde Giulia (Rete nazionale delle giornaliste libere e autonome) qui di seguito:

Sallusti, chi è l’ avvoltoio?

GiULiA denuncia il Giornale che con l’epiteto “Avvoltoio femminista” ha attaccato una nostra giornalista, Luisa Betti, che con scrupolo e impegno da anni scrive di violenza alle donne e di PAS.

Avvoltoio femminista: con questo epiteto Il Giornale ha attaccato una giornalista del manifesto e di GiULiA, Luisa Betti, che con scrupolo e impegno da anni scrive di violenza alle donne e di PAS, la pseudo Sindrome di alienazione parentale, e per questo è da tempo oggetto di minacce. Non accettiamo lezioni di giornalismo da chi, anche grazie a un nostro esposto, è stato condannato per avere scritto il falso diffamando altre persone ed e’ stato censurato dall’Ordine della Lombardia per avere violato la Carta di Treviso a tutela dei minori (sull’attentato alla scuola Morvillo di Brindisi). La disinformazione non paga. La PAS, assurta alle cronache nel caso del bimbo di Padova prelevato con forza dalla polizia, è una teoria priva di basi scientifiche, messa al bando in Spagna e Germania: non ci stancheremo di dirlo e di scriverlo, con buona pace del Giornale. Alla collega attaccata e insultata la nostra solidarietà”.

9 – infine mi viene un dubbio: che qualcuno si sia voluto togliere un sassolino dalla scarpa per quello che ho scritto sul vergognoso articolo antiabortista scritto da Renato Farina riguardo l’interruzione di gravidanza della ragazza 13enne che ha portato Sallusti in tribunale?

Perché ci tocca difendere “InDifesa”?

 

L’11 ottobre è stata celebrata la Giornata mondiale della bambina indetta dalle Nazioni Unite, che ha avuto come tema le spose bambine, sviluppato in una conferenza stampa a New York con il report “Marrying Too Young: End Child Marriage” (Unfpa), insieme all’inaugurazione della mostra fotografica “Too young to wed” di Stephanie Sinclair.

Ban Ki-moon, Segretario generale dell’Onu, ha mandato un messaggio in cui si diceva che “Le ragazze sono vittime di discriminazioni, violenze e abusi ogni giorno in tutto il mondo” e che “Questa allarmante realtà è alla base della Giornata Internazionale della bambina”.

A questo si è aggiunto la campagna di “Girls not Brides”, un’associazione mondiale formata da 180 organizzazioni e che lavora contro il matrimonio precoce, e quella di “Plan International”, che si batte per la scolarizzazione delle bambine e che ha lanciato “Because I’m a girl”.

In Italia Terre des Homme ha proposto la campagna “InDifesa” in cui oltre all’appello accorato per la situaione delle bambine in Italia e nel mondo, ha reso pubblici dati in cui risulta che le bambine sono doppiamente esposte: per età e per genere. Grazie a loro si è potuto verificare come in Italia si sarebbe passati da 4.319 minori vittime di violenza del 2010 alle 4.946 del 2011, di cui il 61% sono bambine e in cui, per quanto riguarda lo specifico della violenza sessuale, le femmine arriverebbero a circa l’83% del totale. Nel mondo Terre des Homme ci ha fatto sapere che 130-140 milioni di ragazze hanno subito una mutilazione genitale (circoncisione, escissione, infibulazione) e che 3 milioni di bambine rischiano ogni anno di essere sottoposte a questa pratica in 28 Paesi dell’Africa e del Medio-Oriente; a ciò si aggiunga che su un totale che oscilla tra i 300 mila e un milione e 200 mila all’anno di minori sottoposti a trafficking, le bambine e le ragazze sono più della metà (UNODOC), mentre tra i 250 mila bambini soldato impiegati negli eserciti regolari e irregolari di 85 Paesi, 100 mila sono femmine costrette a subire violenze  sessuali terribili. Si conta infine che da 500 milioni a 1 miliardo e mezzo di minori siano sottoposti a forme di violenza e maltrattamento (ONU), e che mentre i maschi sono più esposti a violenze fisiche, le femmine subiscono in maggioranza violenze sessuali soprattutto all’interno delle mura domestiche da parenti o conoscenti (OMS). In Cina e in India mancano all’appello 100 milioni di bambine, uccise alla nascita o mai nate dopo la prima ecografia che ha mostrato il sesso del feto: bambine “mancanti” che rispecchiano una società che giudicandole inutili o addirittura un peso per la famiglia, le discrimina prima di nascere.

E’ per tutti questi buoni motivi che mi sento in dovere di respingere categoricamente tutte le accuse di discrimine verso i minori riguardo questo blog, che già da mesi circola nel web, e che ora coinvolge anche organizzazioni accreditate come Terre des Homme. A chi fosse sfuggito, sono le stesse Nazioni Unite che si preoccupa di fare una differenziazione di genere nei suoi interventi, a partire dalla stessa Unicef che, quando opera piani d’emergenza sui minori esegue verifiche a partire da una differenziazione di bisogni in base al genere. Qui non si discrimina nessuno, i bambini sono bambini e bambine, e si cerca di focalizzare problemi di discriminazioni di genere inerenti ai diritti violati sui minori in sintonia con le indicazioni internazionali. E’ per questo, e per i motivi sopra citati, che in risposta al commento che è stato fatto nei confronti di Terre des Homme, riporto qui la lettera di Paolo Ferrara, responsabile della Comunicazione e del Fundraising di Terre des Hommes Italia (un uomo), avvertendo che ogni altro commento che usi un linguaggio offensivo, diffamatorio e denigrante nei confronti di chiunque, sarà moderato, una precauzione che mi ritrovo ormai troppo spesso a dover ribadire su questo blog e altrove.

Infine colgo l’occasione per ringraziare tutti gli uomini che si battono per i diritti delle donne che sono i diritti di tutti per un mondo migliore.

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IL COMMENTO

“Più violenze su minori: bambine (da sempre) a rischio maggiore”

Antonio Scrive:
17 ottobre 2012 alle 10:30

“La vergognosa campagna sessista di Terres Des Hommes – spinta probabilmente da ragioni economiche (leggasi finanziamenti) – non da certo autorevolezza al suo blog, che rimane discriminatorio (a maggior ragione e con l’”imprimatur” di TDH) nei confronti dei bambini di sesso maschile. Può girarla come vuole, ma sempre discriminatorio è. Non è una questione di numeri, ma di principi. “Prima donne e bambine”…la dice tutta”.

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LA RISPOSTA

Paolo Ferrara, responsabile della Comunicazione e del Fundraising di Terre des Hommes Italia

Gent.mo Antonio, cara Luisa, intervengo sulla questione perché, anche se raramente, mi è già capitato di leggere argomenti come quelli inseriti nel commento.

La campagna “indifesa” non è sessista, né vuole esserla, così come non lo è la decisione delle Nazioni Unite di proclamare una giornata mondiale delle bambine. Se considerassimo tale una scelta del genere dovremmo considerare sessista anche la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne (perché non sugli uomini), ma sono sicuro che Antonio non pensa che vada cancellata una simile giornata.

La giornata nasce da una presa d’atto: abbiamo proclamato la parità di genere, abbiamo definito i diritti universali dell’uomo (intendendo con ciò l’intera umanità) ma possiamo davvero dire che le donne siano trattate allo stesso modo degli uomini? Possiamo davvero dire che le bambine siano trattate allo stesso modo dei bambini? I dati raccontano purtroppo una realtà diversa e non possiamo continuare a chiudere gli occhi. Spero che Antonio convenga su questo.

Possiamo ragionare sulle risposte da dare alla discriminazione di genere. Secondo noi, e secondo la maggior parte delle organizzazioni attive sui diritti umani, le Nazioni Unite arrivano colpevolmente in ritardo nella proclamazione di una Giornata Mondiale delle Bambine, ma almeno ci sono arrivate: questo, al di là della retorica, significa trovare un’occasione in cui unire le forze di tutti per fare luce sul gender gap, sulla violenza di genere e sulla discriminazione di genere. Certo, significa anche, nell’indifferenza generale, provare a raccogliere fondi per dare vita a progetti concreti, ma né le Nazioni Unite, né le ONG si illudono che basti una giornata.

Il punto però mi sembra un altro: in un mondo ideale basterebbero gli strumenti che abbiamo a disposizione e le dichiarazioni di principio che abbiamo formulato in questi anni. In un mondo ideale non ci sarebbe bisogno di leggi sulle quote rosa, sul congedo parentale maschile, né sarebbero necessari aggravanti di pena per reati efferati che colpiscono alcune categorie di persone.

Ma questo non è un mondo ideale. E il fatto che l’Italia, tanto per fare un esempio, non abbia le quote rosa o non obblighi al congedo parentale maschile o non faccia educazione alle differenze di genere non ci ha resi migliori di altri paesi. Anzi: come scrive Luisa Betti, siamo stati più volte denunciati per il perdurare delle discriminazioni di genere, per la bassa partecipazione delle donne alla vita lavorativa, per l’inesistente partecipazione alla vita politica o nei board dei consigli di amministrazione delle donne. Per arrivare a riequilibrare le cose, come dimostrano gli esempi del nord europa, purtroppo servono azioni positive, per quanto lei le possa definire discriminatorie o sessiste. Senza, forse avremo soddisfatto il nostro bisogno di rimanere coerenti con principi assoluti, ma non avremo affrontato i problemi reali che ci trasciniamo da anni.

Ma mi lasci parlare anche del personale, senza stare nel generico. Non so se lei abbia una moglie e dei figli. Io sì. La mia compagna è stata messa in condizioni di dover lasciare il lavoro che lei stessa aveva creata a causa della gravidanza, che agli occhi di un presidente maschio, le aveva fatto meritare un demansionamento. Questa è la cultura  in cui viviamo Antonio (e se le dicessi di che organizzazione si tratta, renderebbe conto di quanto siamo messi male). Anche qui in Italia. Non solo in India o in Bangladesh.

Io personalmente come cittadino (e come uomo/maschio) non ho nessuna voglia di essere complice. E sono contento (orgoglioso, in realtà) che l’organizzazione per cui lavoro abbia fatto questa scelta.

Grazie mille a lei che ha posto il problema e grazie a Luisa Betti sia per l’articolo che per il commento.

Paolo Ferrara

Terre des Hommes Italia

Cronaca di Fornero contestata a Torino

Durante la contestazione di ieri alla ministra Elsa Fornero presente al convegno sulla violenza “Mai più complici” organizzato da Snoq a Torino

 

Video della Contestazione alla ministra Elsa Fornero, avvenuta ieri durante il convegno sulla violenza contro le donne “Mai più compici” che si è svolto alle OGR di Torino organizzato da Snoq

Per dovere di cronaca e per il rispetto dell’informazione corretta e della verità, avendo preso visione e letto il comunicato di Snoq sull’apertura dei lavori di domenica 14 ottobre al convegno “Mai più complici” sulla violenza a Torino (dove ero presente), e pubblicato anche dal sito di Giulia (rete nazionale delle giornaliste Libere e autonome) e da cui mi dissocio, chiarisco quanto segue.

Il convegno “Mai più complici” sulla violenza contro le donne organizzato da “Se non ora quando” a Torino questo week end, si è aperto ieri mattina in questo modo: dopo l’introduzione delle organizzatrici che illustrano il convegno, arriva la ministra del lavoro – con delega alle pari opportunità – Elsa Fornero, e il sindaco della città Piero Fassino. I due arrivano nella grande stanza delle OGR (Officine grandi riparazioni) quasi insieme verso le 9.30, ma il sindaco ha da fare e quindi parla per primo perché, sottolinea, lui come sindaco la domenica ha da fare più di una ministra. Fassino prende subito la parola, parla per 10 minuti, poi saluta e se ne va. La ministra crede che sia arrivato il suo turno – tra introduzione di Snoq e il sindaco è passata già una mezz’ora – e sale i tre scalini arrivado sul palco e prendendo il microfono, ma non fa in tempo ad aprire bocca che viene interrotta: sono un gruppo di donne e ragazze che si alzano e fanno un loro intervento, come se ne vedono tanti, alzando in aria cartelli cui c’è scritto che le donne senza un lavoro non possono uscire dalla violenza. Lo gridano, e a gran voce, ma chi le ha ospitate non è pronta alla sorpresa e non gradisce. Sconcerto, irritazione, paura che quell’incursione possa rovinare il convegno che pur essendo stato organizzato come un incontro chiuso – con tanto di pre-iscrizione valutata e confermata per email – non prevede interventi “fuori lista” in una platea composta da circa 250 persone. Si sentono parole urlate da entrambi gli “schieramenti” che in pochi secondi si sono formati: c’è chi grida “siete antidemocratiche”, chi si para davanti loro, chi urla alla ministra che le donne, senza lavoro, non sono libere di uscire dalla violenza. A chiedere ad alta voce le ragioni delle misure che Fornero ha deciso come ministra del lavoro sono il Collettivo AlterEva e la Rete Donne Fiom. Gridano perchè non ce la fanno a stare lì sedute zitte ad ascoltare, sono arrabbiate perché la ministra sulla questione del lavoro ha preso misure che danneggiano inevitabilmente anche le donne. Si parla di dimissioni i  bianco, dell’articolo 18 spazzato via, di salari più bassi per le donne, ma poi parlano anche di 194 e di come le autonomie regionali stiano svuotando la corretta applicazione della legge sulla interruzione di gravidanza. Nel frattempo berretti e divise fanno cerchio intorno ai tafferugli, a una certa distanza ma arrivano. Una di loro, Giulia, viene invitata sul palco dalla ministra che è calma, non ha paura, e si dice disposta a interloquire con loro. Una volta salita su, Fornero dà il microfono a Giulia, ma le parole di Giulia sono troppo forti perché a mezzo metro di distanza una donna dice all’altra: “Noi siamo i suoi sacrifici umani”. Fornero non ce la fa a convincere Giulia che le sue sono state decisioni giuste, e c’è uno strano tira e molla di microfono tra le due. Ma poi, nel suo intervento Fornero spiegherà molto chiaramente la sua idea “di genere” dicendo che il governo “ha chiamato noi” (cioè lei che è una donna) a fare un lavoro difficile, facendoci capire che quando c’è una cosa grave, un problema grosso da risolvere, sono le donne a essere chiamate.

Poi le contestatrici escono, perché la ministra dice che anche uomini l’hanno contestata ma con più “educazione”, che loro vogliono solo “la tribuna”, e che forse è meglio provare “ignorare” continuando l’intervento. Dopo Fornero parlerà con loro, ma solo dopo il suo intervento e infatti lo farà, fuori le ascolterà davvero e dirà loro di scrivere una lettera. Fornero poi continua, la burrasca è passata, e anche le organizzatrici del convegno Snoq si calmano, ora è Fornero a parlare e ci spiega, passeggiando sul palco con il microfono in mano, quello che ha fatto riguardo alle donne in tema di lavoro dicendo che il dipartimento delle pari opportunità ha due progetti importanti, tra cui uno sull’imprenditoria femminile. Poi parla anche di violenza sulle donne, che è il tema del convegno, dicendo che è stata in Sudafrica, che ha letto un libro sulla violenza, e che è riuscita anche a capirsi con donne molto lontane da lei, donne di un altro continente, donne “nere” che la violenza la conoscono. Poi chiarisce che ha insistito con Monti della necessità di firmare la Convenzione di Istanbul perchè era passata da due anni e mezzo, “l’avevano firmata tutti meno che noi” e che alla fine era andata lei, con la delega del ministero degli esteri, a firmare a Strasburgo. Poi conclude e se ne va. Dopo poco sale sul palco Lidia Ravera che deve recitare un monolo, ma prima prende il microfono e dice: “Mi dispiace che la ministra Fornero abbia parlato e sia andata via, perché anch’io avrei voluto dirle alcune cose, perché è innegabile che una donna che non ha lavoro e indipendenza economica non riesce a liberarsi dalla violenza”.