Pakistan: a morte per i “balli misti”

E’ accaduto in un remoto villaggio Hazara, in Pakistan.

Islamabad, 28 mag. (Adnkronos/Aki) – Quattro donne e due uomini sono stati condannati a morte in Pakistan con l’accusa di aver ”macchiato l’onore” delle rispettive famiglie per aver ballato insieme durante una cerimonia nuziale in un remoto villaggio di Hazara, violando così ”le regole tribali di separazione tra i sessi”. Le donne, tutte sposate, sono state richiamate dai loro parenti e rinchiuse in una stanza del villaggio di Seertaiy, nel distretto di Kohistan. ”Una jirga tribale li ha dichiarati Ghul (fornicatori, ndr). E potrebbero essere uccisi in qualsiasi momento”, ha dichiarato Muhammad Afzal, il fratello maggiore dei due uomini condannati a morte. Afzal ha aggiunto che le donne accusate hanno cantato Mahiyas (canzoni popolari) durante una cerimonia di nozze e hanno danzato in presenza di Na-mehram (coloro che si possono sposare nell’Islam). La cerimonia nuziale si è svolta due mesi fa nel villaggio di Bando Baidar. Alcuni ospiti hanno ripreso con una videocamera del telefono le donne e gli uomini che cantavano e ballavano, come riferiscono fonti al quotidiano pakistano ‘The Express Tribune’. Il video amatoriale è stato poi inviato ai parenti delle donne. La tribù alla quale queste donne appartengono ha quindi convocato una jirga di saggi un mese fa. Questi ultimi hanno riconosciuto le donne e gli uomini colpevoli di violazione delle norme tribali e islamiche per aver cantato e ballato insieme. ”La jirga non si è preoccupata di sentire gli accusati e li ha condannati a morte”, ha detto Afzal a The Express Tribune. La jirga ha anche incaricato 40 giovani di uccidere i ”fornicatori”. Secondo il verdetto, gli uomini devono essere uccisi per primi. Le donne sotto accusa, due delle quali hanno figli piccoli, sono segregate in una stanza di un’abitazione di loro parenti nel villaggio. ”Sono legate con delle corde. Vengono affamate”, denuncia Afzal, mettendo anche in dubbio l’autenticità del video e affermando che è stato fabbricato ad arte per umiliare la sua famiglia. ”Dal momento che la nostra famiglia è benestante e possiede vasti ettari di foreste, frutteti e fattorie nel villaggio di Bando Baidar. Loro (i nostri rivali, ndr) hanno ordito un complotto per privarci delle nostre proprietà. Il capo della polizia locale ha confermato che la jirga ha condannato sei persone alla pena capitale. ”Ho parlato ai saggi della tribù e userò tutti i mezzi in mio possesso per fermare queste esecuzioni”, ha detto Abdul Majeed Afridi, funzionario del distretto di polizia, a The Express Tribune, spiegando di aver già inviato una pattuglia della polizia a Seertaiy per trovare le donne. Afridi, che ha visto il video, si dice d’accordo con Afzal, che di professione è avvocato. L’agente di polizia spiega infatti che nelle immagini si vedono donne che cantano Mahiyas e applaudono in una stanza. Poi si vedono degli uomini, ma lo sfondo è diverso.

NOTA

Gli hazara sono in gran parte di religione islamica sciita, sebbene alcuni di essi siano sunniti o ismailiti. Spesso risulta difficile distinguere gli hazara sunniti dai tagichi e dai pashtun, anch’essi sunniti. Gli hazara costituiscono un gruppo etnico che vive prevalentemente in una regione montuosa dell’Afghanistan centrale, nota come Hazarajat o Hazaristan. Rappresentano circa il 19-25% della popolazione afghana (tale stima è comunque approssimativa, dato che da decenni nel paese non si hanno censimenti accurati). Alcuni hazara, infine, vivono in Pakistan e Iran.

Amnesty International sul femmicidio

Dall'inizio del 2012 le donne uccise da mariti, ex e familiari, sono circa 60 (comprese le vittime collaterali)

Per la prima volta Amnesty International dichiara che il nostro Paese “deve superare la rappresentazione delle donne come oggetti sessuali e mettere in discussione gli stereotipi sul ruolo di uomini e donne nella società e nella famiglia”. Nell’ultimo Rapporto annuale, presentato due giorni fa a Roma, l’organizzazione che vigila sulle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo,  fa un richiamo esplicito all’Italia riprendendo in toto le raccomandazioni del Comitato Cedaw – che controlla l’applicazione  della “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” dell’Onu da parte dei paesi che l’hanno ratificata, tra cui c’è anche il nostro Paese –  fatte dopo la presentazione del “Rapporto Ombra” redatto dalla “Piattaforma Cedaw – 30 anni in corsa” e presentato l’anno scorso a New York, sulla condizione delle italiane. Chistrine Weise, presidente di Amnesty International Italia, dice che il problema degli stereotipi femminili e quello della violenza di genere, sono da considerare come priorità in Italia, e che l’elevato numero dei femmicidi che si stanno susseguendo giorno dopo giorno nel nostro Paese, dimostra la necessità di un intervento da parte delle Istituzioni e del Governo. “Per combattere la violenza di genere e i femmicidi, la prima cosa è il sostegno economico ai centri antiviolenza che devono essere finanziati e rafforzati –  ha detto Weise – e lo dico non come opinione personale ma in quanto presidente di Amnesty in Italia. L’assenza di un’azione reale per contrastare il fenomeno, è da considerare come una delle violazioni dei diritti umani molto grave”.

  • RAPPORTO AMNESTY INTERNATIONAL 2012 

Restrizioni alla libertà d’espressione in almeno 91 paesi

Maltrattamenti e torture in almeno 101 paesi, soprattutto nei confronti di persone che avevano preso parte a manifestazioni antigovernative

Condanne a morte eseguite in 21 paesi

Condanne a morte emesse in 63 paesi

Almeno 18.750 prigionieri nei bracci della morte

Almeno il 60 per cento delle violazioni dei diritti umani documentate da Amnesty International è legato all’uso di armi di piccolo calibro e armi leggere

Almeno 55 tra gruppi armati e forze governative arruolano bambini come soldati o ausiliari

Solo 35 paesi pubblicano rapporti nazionali sui trasferimenti di armi convenzionali

Ogni anno 500.000 persone muoiono per atti di violenza armata

  • PROSSIMI APPUNTAMENTI DI AMNESTY INTERNATIONAL

In questi giorni, e fino a martedì 29 maggio, è in corso un progetto educativo speciale: il tour de “L’autobus di Rosa”, un bus itinerante intorno a cui, attraverso un programma di letture e di laboratori nelle scuole e nelle piazze di Roma, Amnesty International Italia ha costruito una campagna di promozione dei diritti e della lettura. L’idea del progetto nasce dall’albo illustrato “L’autobus di Rosa”, patrocinato da Amnesty International Italia, attraverso il quale si può rileggere la storia di Rosa Parks e della sua lotta contro la segregazione razziale negli Usa. Quello che Rosa Parks subiva più di 60 anni fa, continua purtroppo ad accadere ancora oggi. Bambine/i e ragazze/i che visiteranno il bus potranno assistere a letture animate e attivarsi contro la segregazione che subiscono i bambini rom nelle scuole della Slovacchia. Sull’autobus, insieme ad Amnesty International Italia, la Tribù dei lettori e la casa editrice Orecchio Acerbo. www.amnesty.it/tour-autobus-di-rosa-tribu-dei-lettori-21-29-maggio-roma

Il 26 e 27 maggio si terrà la VIedizione delle Giornate dell’Attivismo. In tutte le maggiori piazze italiane da Torino a Catania, da Milano a Bari, da Genova a Palermo attiviste e attivisti di Amnesty International Italia distribuiranno AMNESTYN, il principio attivo che sostiene e dà energia ai diritti umani, raccontando la loro attività quotidiana per la difesa dei diritti umani e chiedendo di unirsi all’associazione diventando attiviste e attivisti. A Roma le Giornate dell’Attivismo saliranno su “L’autobus di Rosa” domenica 27 maggio  all’Auditorium Parco della Musica (Viale Pietro de Coubertin) dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18. www.amnesty.it/giornate-attivismo

Il 9 giugno Amnesty International Italia prenderà parte al Bologna Pride 2012 e rilancerà il suo appello ai governi affinché pongano fine alla discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali), garantiscano il loro diritto alla libertà d’espressione e le tutelino dagli attacchi violenti. A Bologna, l’associazione organizzerà due convegni: “Identità precarie: visibilità e militanza Lgbti in contesti ostili. La questione Pride a rischio” il 24 maggio e “Turchia, Russia, Albania, Italia: tra lotta all’omofobia e libertà d’espressione” l’8 giugno. Nel periodo del Pride, Amnesty International Italia ospiterà tre attivisti: Olga Lenkova (Associazione Coming Out di San Pietroburgo, Russia), Sevval Kilic (Istanbul Lgbtt Solidarity Association, Turchia) e Altin Hazizaj (Pink Embassy, Tirana, Albania). www.amnesty.it/bolognapride

Dal 14 al 21 luglio è in programma a Lampedusa il primo campeggio internazionale per i diritti umani. L’isola ancora una volta sarà teatro di un incontro fra la popolazione locale e chi vuole confrontarsi sui temi delle migrazioni, dei rifugiati, e su cosa è possibile fare per far convivere rispetto dei diritti e esigenze di chi a Lampedusa ci vive e di chi a Lampedusa ci approda. È prevista la partecipazione di circa 80 persone da tutta Europa. Dal 24 al 29 luglio Palermo ospiterà il Meeting europeo dei giovani: giovani attiviste e attivisti di Amnesty International si incontreranno per scambiarsi idee, conoscenza, pratiche e organizzare insieme una manifestazione conclusiva. Dal 30 luglio al 4 agosto ancora giovani, stavolta dai 15 ai 20 anni, interessati ai diritti umani e a passare una vacanza diversa, per confrontarsi con loro coetanei e per avere un primo contatto con l’associazione; l’occasione sarà la VI edizione di U4Rights!, che sarà ospitata nel Centro di educazione ambientale Panta Rei, sul lago Trasimeno (Pg). campogiovani@amnesty.it

 

Egitto: va in onda il niqab

 

 

Per evitare polemiche e personalizzazioni, riporto la notizia così come è apparsa in agenzia, grazie.

Il Cairo, 22 mag. – (Aki) – E’ polemica in Egitto per il canale televisivo satellitare Marya condotto da sole donne in niqab, ovvero con il velo integrale. L’emittente, “esclusivamente femminile”, come ha precisato la sua general manager Sheikha Safaa, sta testando le sue trasmissioni e fa sapere che agli uomini non sarà permesso di interferire nelle sue politiche editoriali o nei contenuti dei programmi. Sheikha Safaa ha precisato anche che il proprietario del canale, l’ultraconservatore salafita Sheikh Abu Islam Ahmad Abd Allah, avrà un ruolo solo “consultivo” per la sua “esperienza nei media”. “Il lavoro nell’emittente sarà condotto dalle sorelle, soprattutto perché le donne sono più brave a parlare delle proprie necessità”, ha detto, aggiungendo che l’emittente ”punta a togliere le ingiustizie” sulle donne velate che soffrono della marginalizzazione. Il titolare dell’emittente ha detto di aver scelto il nome Marya per la sua televisione in riferimento a Mariyah al-Qibtiyyah, una donna che venne donata al Profeta Maometto e che gli diede un figlio, Ibrahim. In un’intervista con Masrawy, il veterano della serie televisiva egiziana, Tarek Habib, ha denunciato l’idea di una emittente di sole donne velate affermando che il niqab è stato più volte usato per commettere reati. “E’ essenziale – ha aggiunto – conoscere l’identità e il sesso di chi va in onda e parla a milioni di telespettatori”. Anche l’attrice egiziana Athar Al Hakim, citata dalla rivista femminile Majalatouki, ha contestato l’emittente. ”Ho il diritto di sapere chi mi sta parlando dallo schermo televisivo – ha detto – La questione del niqab è un fatto che riguarda la sicurezza nazionale ed è inaccettabile nella società egiziana nonostante le diversità religiose”.

“Narrazioni ribelli” per donne rivoluzionarie

Il 25 marzo del 1911 è una data che tutte le donne dovrebbero conoscere, perché la Giornata Internazionale della Donna, cioè la Festa della Donna, ovvero l’8 marzo, nasce da lì. Per ricordare le lotte sociali e politiche delle donne, si parte dal terribile incendio che quel giorno distrusse la “Triangle Shirtwaist Company”, a New York City, un’azienda tessile che produceva appunto le shirtwaist, le camicette alla moda dell’epoca. Il palazzo di 10 piani conteneva 500 persone tra lavoratori e lavoratrici, ma la maggior parte erano giovani e giovanissime immigrate dalla Germania, dall’Italia e dall’Europa dell’est: ragazzine anche di 12, 13 e 14 anni, che lavoravano con turni di 14 ore al giorno per 6 ai 7 dollari la settimana. Lo sciopero delle operaie tessili, iniziato il 22 novembre 1909 e conosciuto come “la protesta delle 20.000”, iniziò proprio alla Triangle Company, e l’International Ladies’ Garment Workers’ Union – uno dei più importanti sindacati degli Usa – negoziò un contratto collettivo di lavoro – dopo uno sciopero di 4 mesi – che la Triangle si rifiutò di firmare. L’incendio che scoppiò due anni dopo, iniziò all’ottavo piano del palazzo e uccise 147 persone – per la maggior parte giovani operaie – perché Max Blanck e Isaac Harris, proprietari dell’azienda, si misero in salvo lasciando le donne nelle stanze dove lavoravano le cui porte erano state chiuse a chiave per paura che rubassero o facessero troppe pause. 62 delle 147 vittime si buttarono disperate dalle finestre con i vestiti in fiamme, altre si lanciarono sul montacarichi, altre cercarono di spaccare le porte, e il processo che seguì fu l’assoluzione per i porprietari e un’assicurazione 445 dollari per ogni operaia morta. Ora questa storia l’ha scritta con parole adatte Maria Rosa Cutrufelli, giornalista e scrittrice, nel racconto “Fuoco a Manhattan” contenuto nella raccolta “Lavoro vivo” (Edizioni Alegre, 2012), un libro che oggi alle 18.00 sarà presentato  al festival “Letteraria – Narrazioni ribelli” – che si svolge dal 23 al 25 maggio alla facoltà di Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma, Piazzale Aldo Moro 5 – dove si alterneranno lezioni, dibattiti, presentazioni e reading letterari, insieme alla redazione della “Nuova Rivista Letteraria”, semestrale di letteratura sociale, che ha tra i suoi redattori e redattrici, Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Maria Rosa Cutrufelli, Bruno Arpaia, Salvatore Cannavò. Il Festival è dedicato a Stefano Tassinari, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore prematuramente scomparso a 56 anni dopo una grave malattia.

Alcuni estratti dal racconto “Fuoco a Manhattan” di Maria Rosa Cutrufelli

 Ada mi disse: “Ecco la tua busta”. Io la presi, la infilai nel corpetto e in quell’istante… fu allora che scoppiò l’incendio. Non feci in tempo a gridare “aiuto!” che già la sala avvampava da cima a fondo. Bruciavano le stoffe, bruciava il legno sporco, imbevuto dell’olio che serviva per il macchinario, bruciavano le belle camicette già pronte e impacchettate per i negozi. Sul momento, dovete credermi, non pensai al pericolo: pensai al mio lavoro, alle tante ore di fatica che se ne andavano in quel modo inutile. Poi una frustata, un colpo di cinghia, schioccò dentro la mia testa e immediatamente corsi in direzione dell’uscita. Correvo io, correvano le mie compagne… Arrivate alla porta, cominciammo a scuoterla e a tentare di forzarla. Trenta, quaranta ragazze, tutte a spingere. Ma la porta non si apriva.

(…) 

Stavo ancora là affacciato a valutare la situazione, quando, come a un segnale, cominciarono a cadere le ragazze. Le vidi, come no. Le vidi. Cadevano dalle finestre, a grappoli, da sole o abbracciate l’una con l’altra, e le gonne in fiamme segnavano l’aria come la scia di una cometa. Alcune rimasero impigliate ai cornicioni fin quando i vestiti non si consumarono, bruciando. A quel punto caddero anche loro. E i pompieri furono costretti a ritirarsi: si spostarono sul lato opposto del marciapiede, per non essere travolti.

(…)

D’altronde mai, a New York, si era verificata una simile carneficina: 147 persone morte tra le fiamme! Tante ne contarono: 147. Ma non è esatto dire “persone”, bisognerebbe aggiungere che si trattava di ragazze, per lo più, e in massima parte italiane. Giovani, spesso giovanissime, quasi bambine.

(…)

Il processo si tenne a dicembre. Prima, però, i proprietari della Triangle offrirono ai familiari delle vittime una settimana di paga. Come fosse una gratifica natalizia… Purtroppo qualcuno non ebbe la forza di rifiutare, ma che volete, erano tempi di fame e quei soldi servivano, altroché se servivano! Tanto più che molte delle sopravvissute non avevano potuto ritirare la paga o l’avevano persa mentre cercavano di salvarsi. In ogni modo il signor Harris e il signor Blanck non ci rimisero neanche un centesimo. Anzi. La compagnia di assicurazione li rimborsò pagando 445 dollari – quattrocentoquarantacinque! – per ogni dipendente. Fatevi i conti…

(…)

A ventitré giorni dall’inizio del processo, il 27 dicembre, finalmente la giuria si ritirò per deliberare. Erano le 2,55 del pomeriggio, me lo ricordo eccome! Due ore dopo, alle 4,45, i giurati rientrarono in aula e il presidente lesse la sentenza: nessun colpevole… nessuno aveva colpa di quanto era accaduto.

(…)

Erano davvero tante, le ragazze: polacche, russe, irlandesi, tedesche, italiane del sud e anche del nord. Solo a quel piano, cento, duecento operaie. Forse di più. Ognuna con la propria lingua. Ma tutte cucivano bluse e camicie e lavoravano in uno spazio così stretto che, per manovrare le macchine, dovevano sedersi di sbieco.

 

PROGRAMMA

LETTERARIA – FESTIVAL DELLE NARRAZIONI RIBELLI

Dedicato a Stefano Tassinari

Mercoledì 23

Ore 16:00: Presentazione del festival

Ore 16:30: Lezione di Maria Rosa Cutrufelli sui romanzi delle stragi, sulle tracce del libro “I bambini della ginestra” (Frassinelli)

Ore 18:00: Presentazione della raccolta di racconti sul lavoro “Lavoro vivo” (Alegre) con gli autori: Maria Rosa Cutrufelli, Angelo Ferracuti, Carlo Lucarelli

Ore 20:00: Spazio Caffè letterario e aperitivo

Ore 21:00: Omaggio a Stefano Tassinari: reading musicale dalle sue opere, con la voce di Checchino Antonini, Maria Rosa Cutrufelli, Andrea Satta. Con le musiche di Andrea Satta e dei Tete de bois

Giovedì 24

Ore 16:00: Lezione di Pino Cacucci su Letteratura e Ribelli, sulle tracce del libro “Nessuno può portarti un fiore” (Feltrinelli)

Ore 18:00: Presentazione dell’ultimo numero della rivista “Letteraria. Semestrale di letteratura sociale” (Alegre) con interventi dei redattori: Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Maria Rosa Cutrufelli, Bruno Arpaia, Salvatore Cannavò

Ore 20:00: Spazio Caffè letterario e aperitivo

Ore 21:00: Reading musicale dal libro “Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo” (Alegre) e le musiche dei Kind Of Two.

Venerdì 25

Ore 16:00: Lezione di Bruno Arpaia su letteratuta e scienza, sulle tracce del libro “L’energia del vuoto” (Guanda)

Ore 18:00: Presentazione del libro di Daniel Bensaid “Una lenta impazienza” (Alegre), con: Felice Mometti (ricercatore), Maurizio Ricciardi (Docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna), Benedetto Vecchi (giornalista de Il manifesto)

Ore 20:00: Spazio Caffè letterario e aperitivo

Ore 21:00: Reading musicale dai libri “Scuola diaz vergogna di Stato” (Alegre) e “Diaz” (Fandango).
A seguire immagini dalle manifestazioni europee a Francoforte contro le politiche dell’austerità, e intervento di uno dei partecipanti della tre giorni “Blockupy Frankufurt”

Nessuno tocchi la 194

“SE LEI SI METTE SU UN TAVOLO DA CUCINA CON UNA PERSONA DAVANTI CHE HA UN FERRO DA CALZA IN MANO, LO FA PER URGENZA”

L’attacco è cominciato da un po’ ma quello che ci aspetta è una lotta contro il ritorno a un Medioevo Moderno. Servono armi, corazze, e un esercito pronto a rimandare al mittente la teoria serpeggiante che negare l’interruzione volontaria di gravidanza a una donna sia lecito perché così si sostiene la vita, perché così non vengono violati i diritti umani, perché così si evita di “uccidere bambini”. Oggi, a 34 anni dall’approvazione della legge 194 – che veniva approvata proprio il 22 maggio del ’78 – i fatti parlano da soli. In Italia il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dopo aver sfilato con la fascia tricolore a braccetto con cardinali e destra xenofoba alla “Marcia per la vita” inscenata a Roma durante la festa della mamma (ma che bel regalo!), ha negato il patrocinio del Comune (come se fosse suo) al Convegno “Obiezione di coscienza in Italia. Proposte giuridiche a garanzia della piena applicazione della legge 194 sull’aborto”, che si terrà oggi a Roma – alle ore 9.00, presso la Sala Capitolare del Senato di Piazza della Minerva – organizzata dall’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (AIED) e dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, in occasione del 34° anniversario dell’entrata in vigore della legge 194/78.  Monica Cirinnà, presidente della Commissione delle Elette, ha fatto sapere che “gli organizzatori hanno ripetutamente chiesto al Sindaco il Patrocinio all’evento di Roma Capitale con la campagna di diffusione nelle modalità previste, ma ogni sollecitazione è stata ignorata”, un convegno che per altro si pone l’obiettivo di “determinare, tramite proposte concrete, la corretta applicazione di una norma che legalizzando l’aborto ha prodotto una diminuzione delle interruzioni di gravidanza”. I dati Ministeriali oggi parlano  di una diminuzione degli aborti pari al 2,7% rispetto al 2009, e un decremento che raggiunge il 50,9% se confrontato il 1982. Ma allora la domanda è: perché sfilare con la fascia tricolore (che ha una valenza istituzionale e non personale) contro l’aborto e non dare il patrocinio a un’iniziativa che mira a informare sull’applicazione di una legge – la 194 – che in Italia è passata con un referendum popolare con l’88% di pareri favorevoli e che è, a tutt’oggi, una legge di Stato? Ieri alla Camera si è discusso sulla tutela dell’obiezione di coscienza nei casi di interruzione volontaria di gravidanza, di fine vita e di procreazione assistita, e un fronte bipartisan – Eugenia Roccella del Pdl, Luca Volonté e Paola Binetti dell’Udc, Massimo Polledri della della Lega, e Beppe Fioroni del Pd – ha sostenuto la mozione presentata al Governo da Volonté in cui si chiede di “dare piena attuazione al diritto all’obiezione di coscienza in campo medico e paramedico e a garantire la sua completa fruizione senza alcuna discriminazione o penalizzazione, in linea con l’invito del Consiglio d’Europa”, a cui si è contrapposta la mozione promossa da Maria Antonietta Farina Coscioni del Partito radicale, appoggiata da diversi deputati del Pd, che ha ricordato come il Consiglio d’Europa tuteli anche “l’inalienabile diritto di ogni individuo alla salute e la responsabilità dello Stato di garantire che ogni paziente riceva le cure mediche e i trattamenti sanitari legali entro i termini appropriati”. La realtà infatti è che in Italia l’80% dei medici è obiettore di coscienza e tra un po’ non ci sarà più nessuno in grado di effettuare interruzioni di gravidanza. Mesi fa, all’Ospedale San Camillo di Roma, la dottoressa Giovanna Scassellati – ginecologa a capo del Day Hospital nel reparto maternità e ginecologia dell’ospedale romano – raccontava che malgrado loro facciano aborto terapeutico, ricerca, informazione sulla contraccezione, inserimento della spirale, somministrazione della pillola Ru-486 (nel Lazio sono pochissimi i centri che la trattano), e siano quindi un centro d’eccellenza con colloqui preliminari e anamenesi prima della somministrazione della pillola abortiva, “su 21 colleghi – dice Scassellati – solo 7 di noi non sono obiettori di coscienza e naturalmente il lavoro è più difficile”. Molti medici scelgono di fare gli obiettori perché così hanno più tempo libero anche per le loro attività private, ma per Antonio Panti – presidente dell’Ordine dei medici di Firenze – anche se il medico fosse obiettore non può rifiutarsi di offrire consulenza informativa alla donna che vuole accedere alla 194, perché se l’obiezione non deve discriminare il medico, quest’ultimo deve comunque garantite il funzionamento del servizio sanitario pubblico in cui lavora. Di fatto se in Italia gli aborti sono diminuiti drasticamente è grazie a questa legge perché nel mondo – secondo un autorevole studio presentato a Londra e pubblicato sulla rivista Lancet – dal 2003 gli aborti sono calati di 600.000 nei paesi sviluppati ma sono aumentati di 2,8 milioni nei paesi emergenti: nel 2008 ci sono stati 6 milioni di aborti nei paesi ricchi ma nei paesi emergenti ce ne sono stati 38 milioni, e mentre la metà degli aborti globali sono clandestini di questi il 98% avviene in paesi dove le leggi sull’aborto sono restrittive. Quindi per far diminuire gli aborti occorre esportare la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e non toglierla dove già c’è. L’attacco alla salute della donna – che si ritroverebbe costretta all’aborto clandestino a rischio della sua stessa vita – non solo è lesivo per il suo diritto a effettuare un intervento in condizioni di sicurezza ma lede il principio fondamentale all’autodeterminazione perché è un diritto umano che concerne la donna – e solo la donna – in quanto non si può considerare quello che è nella sua pancia come un corpo estraneo da lei. In Italia nel 1981 gli italiani votarono NO all’abrogazione della legge 194 approvata nel ’78, malgrado ciò il comitato “No194” vuole un nuovo referendum abrogativo della legge adducendo l’argomento, non nuovo, che il diritto alla vita di chi è un nucleo di cellule è un diritto più importante di chi è già nata, cresciuta e paffuta, cioè della donna che di quella pancia è proprietaria assoluta. L’attacco avviene in maniera capillare sia attraverso le amministrazioni di destra regionali che rendono sempre più difficile l’accesso alla legge e cercano di modificare territorialmente questo diritto, sia a livello nazionale con la proposta di abrogazione della legge, ma anche a livello europeo. Sulle Regioni, oltre alla Lombardia che ha istituito il Fondo Nasko che dà alle donne che decidono di non abortire un contributo di 250 euro mensili per un anno e mezzo (una cifrona per crescere un figlio) e che è un modello che anche altre Regioni cercano di esportare, l’esempio del Lazio rimane uno dei più scandalosi. La legge proposta dalla consigliera regionale Olimpia Tarzia – Presidente Nazionale del Movimento per Politica Etica Responsabilità – ha tentato di spazzare via i consultori del Lazio per il loro ruolo centrale nell’ambito dell’interruzione volontaria della gravidanza per donne e ragazze a spese del Sistema sanitario nazionale, ma è stata bloccata in Commissione grazie alla sommossa dell’Assemblea Permanente delle donne che ha raccolto 1.200 firme contro la legge Tarzia. Ovviamente però in Italia quello che esce dalla porta cerca sempre di rientrare dalla finestra e la consigliera ha trovato lo stratagemma di inserire due emendamenti (visibili nelle quattro pagine qui sotto) alla legge presentata dall’assessore Aldo Forte sul “Sistema integrato degli interventi, dei servizi e delle prestazioni sociali per la persona e la famiglia nella Regione Lazio”, la cui discussione, che doveva svolgersi domani, è stata rimandata a giugno per le forti pressioni contro. Il nuovo modello che vi si propone parte dallo smantellamento del consultorio pubblico a vantaggio di quello privato, e mette al centro la famiglia, mettendo in secondo piano sia la decisionalità della donna che vuole abortire, sia la sua autonomia, come se fosse persona non in grado di intendere e di volere in quanto portatrice di qualcosa di cui lei non sa e non può avere consapevolezza (nella miglior tradizione cattolica della madonna portatrice-incubatrice del figlio di dio). Luigi Nieri, Capogruppo di Sinistra Ecologia Libertà nel Consiglio regionale del Lazio, ha sottolineato che “L’emendamento ripropone fedelmente le questioni centrali contenute nella legge Tarzia, come le tematiche antiabortiste e la formazione, su queste, del personale dei consultori, il riconoscimento delle sole coppie fondate sul matrimonio, il sostegno e l’accreditamento di consultori privati ispirati a questi principi, lo smantellamento dell’attuale rete dei consultori pubblici”. Olimpia Tarzia, dal suo punto di vista, ha parlato dell’opposizione alle sue proposte come “luoghi comuni, linguaggio stereotipato, fermo agli anni ’70”, senza prendere in considerazione che quello che lei propone alle donne è invece un ritorno al Medioevo, o al massimo alla Controriforma, dato che alcune clausole, come il verbale (anche se in forma anonima) redatto e mandato alla’assessorato regionale dopo che si è deciso se abortire o meno, ha proprio un vago sapore inquisitorio. Domenica scorsa è stato celebrato, al sicuro dell’aula Paolo VI in Vaticano, il “Life Day 2012” in cui si è ricordato come la legge 194 abbia finora causato “l’uccisione di 5 milioni e mezzo di bambini” (bambini?) e in questa occasione è stata varata l’iniziativa europea “Uno di noi” con cui il Vaticano chiede il riconoscimento dei diritti umani al concepito (cioè al feto) promosso da un comitato di 21 movimenti per la vita appartenti a 20 nazioni europee. La parvenza di modernità che le destre e la chiesa cattolica danno a questa privazione di diritto che colpisce le donne, è il richiamo ai diritti umani in cui però si considera la donna come se fosse un fantasma, o meglio come se non fosse, lei stessa, un essere umano. La Santa Romana Chiesa ha coinvolto tutti gli episcopati per chiedere all’Unione Europea che “il riconoscimento della dignità umana e il diritto alla vita di ogni essere umano fin dal concepimento sia trattato in un adeguato dibattito presso le istituzioni europee” – richiesta raccolta da l’11 maggio scorso a Bruxelles dove sarà possibile aderire fino al 2013 con l’obiettivo di coinvolgere tutti gli Stati europei – mentre a Strasburgo pochi giorni fa, in occasione della presentazione del rapporto annuale sui diritti umani, l’eurodeputato del Pdl, Sergio Silvestris, è rimasto turbato dal fatto che “quando si è discusso il rapporto annuale sui diritti umani nel mondo presentato dall’inglese Richard Howitt, il capitolo sui diritti della donna, ricco e articolato, ometteva di considerare le difficoltà di natura socio-economica che in molti casi sono alla base della scelta di interrompere una gravidanza”, un fatto che ha disturbato l’eurodeputato perché nei rapporti presso le istituzioni europee sulla condizione femminile si richiama spesso “il diritto della donna di accedere liberamente e gratuitamente a ogni tipo di sistema contraccettivo o abortivo”. Un interrogativo che potrebbe avere come risposta un’altra domanda: forse ci sarà un perché? Per non ripiombare con le gambe larghe su un tavolo da cucina con una mano che ti infila un ferro da calza nell’utero nella speranza che tu non muoia per l’emorragia, tutte le donne – e gli uomini che sanno di cosa stiamo parlando – si alzino in piedi e respingano questi deliri nel luogo appropriato: cioè in un brutto incubo.

Le donne sull’attentato a Brindisi

 

Sull’attentato a Brindisi davanti alla Scuola “Morvillo – Falcone”, in cui Melissa Bassi è morta a 16 anni mentre Veronica Capodieci – gravemente ferita nell’esplosione – ha ripreso coscienza da poche ore, le donne italiane prendono parola e lo fanno pubblicamente contro un attentato che ha colpito con violenza inaudita corpi doppiamente esposti: giovani donne minorenni che frequentavano una scuola prevalentemente femminile. Le donne del comitato “Se non ora quando” gridano: “Non ci piegherete, non piegherete l’Italia!”, mettendo nero su bianco un comunicato in cui si richiama alla reazione attraverso la parola, “le nostre parole che parlano di pace, di civiltà, di democrazia”, e ci si chiede “la barbarie in questo Paese si fa avanti con il volto più truce e devastante. Per portarci dove?”. La Casa Internazionale delle Donne esprime “dolore e rabbia” condividendo “l’allarme lanciato giorni fa dalle femministe francesi, che denunciavano la gravità e la pericolosità dell’affermarsi in Europa di movimenti razzisti, sessisti e neonazisti”, un’Europa che “sembra oggi priva di memoria”  e “concentrata solo su logiche economiche, in una involuzione reazionaria”, un vuoto che permette alla sfera pubblica di essere “occupata  dalle bande criminali, da gruppi della destra estrema, da chi ha interessi contrari alla democrazia, da chi vuole imporre con la violenza una soluzione politica e culturale autoritaria”, riconoscendo che “i processi autoritari iniziano sempre con l’attacco all’autonomia e alle libertà delle donne” e che “non  è  un caso che sia stata colpita una scuola prevalentemente  femminile, una scuola, in particolare, dove si mettono in atto pratiche esemplari di rispetto e di legalità e dove si creano gli anticorpi contro questa deriva autoritaria e criminale”. Femminismo a Sud parla direttamente di possibile “strategia della tensione”, utile “giusto per far precipitare l’Italia ancora più a destra, per favorire un altro po’ di repressione”, in cui vengono usati corpi di giovani donne, “adolescenti, con facce pulite ben esibite sulla stampa, a stimolare pruriti e morbosità, nei confronti delle quali lo Stato, la mafia e strutture dello stesso stampo patriarcale, sarebbero più che legittimate dall’indignazione popolare a muovere reazioni anche autoritarie di tutela paternalista”. Poi sul blog “Meno e Pausa”  leggo: “Ho una figlia, lo sapete, e da ieri in testa ho solo quest’idea assurda. E se al posto di quelle ragazze ci fosse stata lei? Tutte le figlie del mondo sono in pericolo finché c’è in giro chi decide di colmare con il sangue altrui il proprio niente. (…) Non so chi sia costui, dicono uno, fosse anche mezzo, ha preso 6 ragazze nel pieno dei loro sogni e delle loro speranze. Dicono abbia azionato il comando giusto al loro passaggio. Non mi è difficile da credere che fosse una persona sola, pazza, che ha problemi con chiunque, che fa il fascista per professione e che odia le donne per passione.  (…) Se solo qui, su questo blog, ricevo messaggi da parte di uomini pieni d’odio, con gli occhi iniettati di sangue al solo sentire parlare di donne, che si oppongono a qualunque descrizione sofferta di violenze subite. (…) Poteva esserci mia figlia a prendere le fiamme in faccia, con il petto lacerato, le membra contuse, l’odore di carne bruciata, e non oso immaginare il dolore dei parenti, delle madri, dei padri, lo strazio, le lacrime, perché solo a pensare anche lontanamente a questa possibilità mi monta su un dolore fisico e la rabbia, e resto a pugni stretti a misurare i tanti melissa, angelo mio con quella modalità alla trash-tv nazional-popolare che spettacolarizza e rende tutto così volgare, alla ricerca di morbosità e di resti di ossa frantumate da dare in pasto al pubblico. (…) Vi stiamo guardando, Brindisi. Vi guardiamo da tutta l’Italia e ogni vostro passo sappiate che riguarda tutti/e noi perché lì, in quella scuola, poteva esserci qualunque figlia”. Io, voi, noi, le nostre figlie, donne che da secoli sono campo di battaglia di cui gli uomini si vantano facendo brandelli di anime e corpi. E ieri, a Brindisi, ancora una volta, chiunque siano gli autori dell’atto, il messaggio viene scritto brutalmente sulla carne femminile con un chiaro valore simbolico. In un Paese, in un mondo, in cui siamo stufe di partorire carne da macello: noi vogliamo vivere e con dignità assoluta. Sarà ora di dire doppiamente basta.

L’Afghanistan a Chicago, comprese le donne

International Society for Human Rights (ISHR)

 

Domani e dopodomani (20 e 21 maggio) a Chicago si terrà il 25esimo summit della Nato – che riunisce i Capi di Stato e di Governo provenienti da circa 60 Paesi – e uno dei punti cruciali del vertice riguarderà la exit strategy dall’Afghanistan delle forze armate straniere prevista per la fine del 2014. L’ISAF (International Security Assistance Force) stabilita nel Paese dal 2001 e che conta oggi 130 mila soldati, si ritirerà lasciando la responsabilità della sicurezza all’esercito afghano, l’ANSF (Afghan National Security Forces). A Chicago si definiranno  responsabilità e quale sarà la nuova missione militare che sostituirà l’ISAF, restando nel territorio senza dovere garantire la sicurezza alla popolazione afghana o al Governo nel processo di pace. In una recente dichiarazione l’Afghan Women Network, la rete di associazioni afghane impegnate nelle tutela dei diritti delle donne e la onlus italiana Fondazione Pangea – che lavora da anni in Afghanistan e che fa parte della rete Afghana insieme all’Afghan Women Network – hanno espresso una grossa preoccupazione riguardo la transizione. Secondo Simona Lanzoni, direttrice dei progetti Pangea: “Attualmente, le donne afghane non si sentono tutelate e protette dall’ANSF, l’esercito militare afghano, che è assolutamente insensibile e impreparato alle questioni di genere, al riconoscere le donne nei loro diritti e nei reali bisogni. Ed è quindi di vitale importanza, che nel periodo di formazione e addestramento delle forze dell’ordine afghane vengano coinvolte le donne e che esse stesse entrino a far parte del corpo di polizia”. Pochi mesi fa, esattamente l’8 marzo di quest’anno, il governo di Karzai ha regalato alle donne afghane un “pacchetto” di restrizioni per cui le donne non sono autorizzate a viaggiare senza essere accompagnate da un uomo, non possono parlare con sconosciuti in luoghi pubblici come scuole, mercati e uffici, mentre in casa il marito può picchiare e maltrattare la moglie “nel caso che questo gesto sia compiuto in conformità con la sharia”. Un “codice di comportamento” approvato dal presidente Karzai ed emanato dal Consiglio degli Ulema, il principale organismo religioso del Paese, e malgrado le promesse di Karzai di una possibile riforma del diritto di famiglia, gli Ulema si occupano anche di divorzio, in un modo che non comprende i diritti delle donne. In Afghanistan, secondo il report di Human Right Wach, l’87% delle donne ha subito violenza, e per metà violenza sessuale, il 60% dei matrimoni è forzato e il 57% è con ragazze sotto i 16 anni, mentre il suicidio è uno dei modi per sfuggire alla violenza maschile. “La situazione delle donne in Afghanistan è peggiorata negli ultimi dieci anni di guerra e di occupazione Nato – ha detto mesi fa Samia Walid del Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) – e solo l’anno scorso sono stati 5.000 i casi di violenza registrati al Ministero per le pari opportunità e la Commissione per i diritti delle donne, ma molti altri sono quelli non pervenuti. Molte donne hanno paura di denunciare i torti subiti perché sanno che il potere giudiziario è corrotto e che il tribunale non darà loro ragione o risarcimento. Negli ultimi 5 anni sono aumentati i casi di stupri sulle ragazze ma anche di vere torture fisiche, e da qualche anno esiste una legge per cui un marito può violentare la moglie senza nessun problema legale”. Un contesto che quindi non fa ben sperare per le donne in questo momento di delicata transizione per il Paese. “In Afghanistan – spiega Lanzoni – le donne non hanno gli strumenti legali per portare avanti le loro richieste e il sistema legislativo fa acqua, mentre il sistema tradizionale è forte. Le donne hanno paura di uscire, quindi o c’è la solidarietà o sei da sola e paghi con la vita. A Chicago si discute la nuova strategia della Nato e si capirà anche cosa succederà rispetto alle donne afghane, e quanto loro pagheranno questa transizione. A luglio, però ci sarà anche l’incontro a Tokio dove si riuniranno i donatori per l’Afghanistan, e li si capirà davvero e fino in fondo cosa vogliono fare e con quanti soldi. Il problema potrebbe essere che, con un cambio strategico, anche i finanziamenti da un punto di vista civile potrebbero avere forti restrizioni. Quindi il problema sono i fondi per i civili e la paura è che siano le donne le prime a rimetterci. Per questo bisogna chiedere che le donne partecipino direttamente nelle decisioni e nei percorsi di pace. In Afghanistan oggi – continua Lanzoni – alle donne non è permesso uscire di casa da sole neanche se c’è un terremoto. Ed è per questa situazione che è arrivato il momento di dare la giusta attenzione ed applicazione alla risoluzione Onu 1325 in Afghanistan, uno strumento che coinvolge tutte le donne nei meccanismi del processo di pace, in quanto la metà della popolazione, quella femminile, non può restare inerme a pagare le conseguenze della guerra e deve poter costruire la pace”. La risoluzione 1325, “Pace, donne e sicurezza”, è un testo articolato sul ruolo delle donne prima, durante e dopo i conflitti, e chiede agli Stati di adottare una prospettiva di genere con una risposta dei bisogni specifici delle donne – che sono le prime e più gravi vittime dei conflitti – appoggiando le iniziative di pace delle donne locali e provvedendo a una partecipazione diretta di quest’ultime alle trattative di pace. La 1325 è infatti “una delle poche risoluzioni non tematiche ma trasversali – dice Luisa Del Turco, consulente esperta in cooperazione internazionale e politiche di genere – che comprende la specificità del ruolo e l’esperienza delle donne nelle situazioni di guerra e nei processi di pace, e quello che vi si chiede è sia protezione delle donne, che nei conflitti sono il campo di battaglia per eccellenza, ma anche la loro partecipazione attiva nelle missioni internazionali e ai negoziati di pace”. La conferenza di Chicago dovrebbe avere a cuore il bene della popolazione per il sostegno di un dialogo di pace reale, e per questo non può prescindere dal ruolo delle donne in questa delicata fase per l’Afghanistan.

– Sul sito di Fondazione Pangea si potrà seguire lo svolgimento del summit di Chicago attraverso una rassegna stampa aggiornata e commenti dello staff Pangea italiano e afghano.