Federico Barakat ucciso dal padre e il ruolo dei servizi sociali

Federico Barakat

Federico Barakat

da 27esimaora.corriere.it

di Luisa Betti

Federico Barakat è stato ucciso a otto anni dal padre nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto, colpito prima con una pistola e poi con 24 coltellate senza che nessuno fosse presente e in grado di proteggerlo malgrado fosse in affidamento ai servizi sociali e malgrado gli incontri fossero vigilati. Era il 25 febbraio del 2009 e Federico era in quelle stanze perché un provvedimento del tribunale dei minori aveva deciso che il piccolo dovesse incontrare il padre malgrado fosse stata la madre, Antonella Penati, a rivolgersi al tribunale dei minori per la richiesta di decadenza della podestà paterna dopo che il suo ex era ricomparso dal nulla con la pretesa di avere con sé il bambino anche con la minaccia. Ma “per la tutela dello sviluppo del minore e del suo bisogno di crescita” – come si legge in una delle sentenze che sono seguite alla denuncia nei confronti degli operatori dei servizi – il tribunale dei minori non prese in considerazioni le istanze della donna, e anzi “nel tentativo di garantire un recupero ed un sereno svolgimento del rapporto tra genitore e figlio”, decise di affidare l’esercizio della potestà su Federico ai servizi sociali di San Donato Milanese, mettendo così sullo stesso piano un padre inesistente e minaccioso, e una madre accudente che cercava di proteggere se stessa e il figlio. Un padre, suicida subito dopo aver colpito il figlio, che fin dalla sua ricomparsa perseguitava Penati e che lei stessa ha in seguito più volte denunciato come pericoloso per violenze fisiche: segnalazioni che non furono mai ascoltate da chi aveva in affidamento il piccolo, che invece ha sempre considerato Penati come una madre inadeguata, troppo ansiosa, quasi un’isterica.

Oggi Federico non c’è più ma Antonella Penati rischia tutt’ora, pur avendo perso il figlio proprio perché nessuno ascoltò la sua parola, di passare ancora adesso come una visionaria. Ce lo confermano, le sentenze che si sono susseguite in questi anni, in seguito alla denuncia che Penati fece per ricercare le responsabilità di quello Stato che pur prendendosi in carico il figlio, non è stato in grado di difenderlo. Le tre sentenze che sono state emesse dopo che Penati ha chiesto che venisse verificata la responsabilità dello staff che aveva sotto tutela Federico, sono il frutto di tre gradi di giudizio in cui i tre operatori sono stati assolti in primo grado e in Cassazione, mentre la Corte d’appello aveva condannato la psicologa responsabile dello staff, dottoressa Elisabetta Termini. Ma la sentenza del 27 gennaio con cui la Cassazione rigetta la sentenza della corte d’appello di Milano, assolve tutti gli operatori (leggi il post che sulla 27ora ha scritto Cristina Obber), condanna Penati a pagare le spese processuali e rigetta il ricorso fatto dalla procuratrice generale, Laura Bertolè Viale, per la carenza di motivazione della assoluzione degli altri due (assistente sociale Nadia Chiappa ed educatore Stefano Panzeri), va oltre.

Rendendo pubbliche le motivazioni della sentenza emessa dalla commissione presieduta dal giudice Pietro Antonio Sirena in Cassazione, ieri in una sala del comune di Milano, durante la conferenza stampa, la mamma di Federico ha detto che si tratta di un vero e proprio “occultamento della verità” nei riguardi dell’omicidio di suo figlio, affermando che sebbene “le testimonianze, la ricostruzione, la dinamica che ha portato all’omicidio, siano tutte lì scritte nero su bianco, alla fine nessuna responsabilità viene attribuita allo Stato e tutto viene ricondotto a una tragica e imprevedibile fatalità”, quando è chiaro – anche dalle carte – che l’accaduto poteva essere evitato solo se fossero state prese in considerazione le sue numerose segnalazioni. “La psicologa – dice Penati – mi minacciò che se non avessi ritirato la denuncia nei confronti del padre di Federico, mi avrebbe accusata di alienare il bambino dal padre e che quindi poteva farmi portare via mio figlio. Fatto sta che Federico è stato ucciso quando io non c’ero, perché lui sapeva che lo avrei difeso a costo della mia vita”. Un ricatto che suona familiare a molte donne italiane che recandosi al tribunale dei minori o ai servizi sociali per chiedere aiuto e per allontanare e proteggere i propri figli da un partner violento, alla fine si ritrovano costrette a una mediazione – che in caso di violenza domestica è vietata – e messe sullo stesso piano del partner maltrattante, considerato comunque un buon padre anche se violento, e rivittimizzate per l’assoluta impreparazione degli operatori pagati dalle tasse degli italiani, che non riescono a discernere una violenza nei rapporti intimi da una conflittualità di coppia. Donne che, come per Antonella Penati, nell’ignoranza più assoluta di tutta la letteratura internazionale sul tema ma anche delle leggi del nostro Stato sulla violenza domestica, vengono etichettate come “madri malevole”, inadeguate e pazze visionarie che descrivono falsi abusi per togliere il papà ai propri figli, e che rischiano la sottrazione dei loro bambini, solo perché si sono “permesse” di denunciare la pericolosità di un partner violento da allontanare, e che invece spesso viene “imposto” al minore in incontri più o meno protetti.

Il caso Barakat è però emblematico su tutti, in quanto quello che emerge in maniera evidente è la volontà: esattamente la volontà di non rintracciare la responsabilità e la negligenza dei servizi sociali e dello Stato, che è in linea con il mantenimento dello status quo italiano in cui sebbene vengano recepiti convenzioni internazionali come la Cedaw e la Convenzione di Istanbul sulla discriminazione e la violenza sulle donne e sui minori che l’accompagnano, e sebbene le istituzioni insistano nello spingere le donne a denunciare partner violenti promettendo protezione, quello che ancora decide sulla vita delle persone è la mentalità arcaica che la parola di una donna valga meno di quella di un uomo, che un uomo violento può essere comunque un buon padre, che una madre ce denuncia un partner violento è una che si inventa le cose, in definitiva che la violenza sulle donne è una cosa normale e quindi non degna di nota effettiva. E questo anche di fronte a fatti eclatanti come quello di Federico Barakat.

Ma per non riconoscere queste responsabilità ci vuole anche una certa maestria: nella sentenza di primo grado del caso Barakat, s’insiste sul fatto che la potestà era rimasta ai genitori e che fosse stato dato al servizio solo l‘esercizio di essa, in quella di Cassazione si va avanti e si legge che il provvedimento del tribunale dei minori “non derivava dalla necessità di tutelare l’incolumità fisica del bambino ma dall’esigenza di garantire un adeguato sviluppo del minore in presenza di genitori inadeguati, e che entro tale confini doveva essere interpretato l’ambito di controllo demandato dall’ente pubblico”, e quindi che “le finalità protettive erano – unicamente – al sostegno educativo e psicologico del bambino, a fronte della esasperata conflittualità della coppia genitoriale” , contravvenendo così a ogni logica che vuol prendersi cura dell’aspetto “morale-educativo” di una persona tralasciando quello di base, e cioè la sua esistenza fisica, e soprattutto contraddicendo platealmente la Convenzione europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica – redatta a Istanbul e ratificata dall’Italia in maniera vincolante nel 2013 – in cui si legge testualmente che “Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini” (Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza). Un passo che sebbene non fosse “legge” ai tempi dell’omicido Barakat, dovrebbe essere comunque conosciuto e tenuto in considerazione oggi da chi ha deciso e scritto le motivazioni della sentenza di Cassazione, in quanto chiarisce come in un contesto di ipotetico pericolo, il diritto di visita di un genitore non può sovrastare il diritto all’incolumità fisica dei bambini, sempre e comunque. Un punto che nel ricorso che la signora Penati farà alla Corte dei diritti umani di Strasburgo – come annunciato ieri in conferenza stampa da lei e dal suo legale, avvocato Federico Sinicato – avrà di sicuro il suo peso dato che si tratta di una norma europea vincolante alla luce della quale non si può non leggere il fatto accaduto, e al quale si potrà aggiungere diversi punti: come il non riconoscimento di una situazione di violenza nei rapporti intimi, la rivittimizzazione della signora Penati fatta in maniera grave e reiterata dai responsabili dello staff, il non riconoscimento della violenza assistita da parte di Federico nella dinamica familiare, la mancata valutazione dei fattori di rischio della signora e del figlio, il mancato ascolto della donna e del minore. A rimarcare questa mancanza di preparazione delle responsabili del caso, sono le diverse testimonianze rese agli atti ed è proprio quella rilasciata da un’altra psicologa in equipe nel centro che fa pensare, in quanto riguardo alla psicologa e all’assistente sociale che seguivano Federico, riferisce come le sue colleghe parlassero solo di “conflittualità e delle minacce che il Barakat faceva alla madre” e di “ambivalenza della madre”, dividendo così la pericolosità del Barakat in due sfere non connesse e responsabilizzando la donna della violenza subita, sempre sulla scorta della fantasia che un uomo violento verso una partner non è pericoloso verso terzi e che è la donna che se la cerca. Ed è lo stesso Don Alfredo, prete che sosteneva Penati, a riferire che malgrado la donna avesse chiesto aiuto “alle dottoresse Termini e Chiappa, queste oltre a risponderle che erano sue fissazioni, l’avevano spesso vessata e trattata con superficialità, (…) dicendole che era stata lei a scegliersi quell’uomo” (testimonianze agli atti).

Sebbene quindi fosse chiaro che il signor Barakat era un uomo violento per le denunce di Penati e sebbene il dottor Parrini del Policlinico di San Donato avesse informato il centro della “pericolosità del Barakat” (testimonianza agli atti), non solo le responsabili non presero provvedimenti all’epoca, ma vengono ancora oggi sostenute e avallate in questa inadempienza dalla Cassazione che non considera questo fatto come grave e dirimente, non facendo riferimento all’ampia letteratura anche giuridica in proposito.

In tutte e tre le sentenze non si legge mai la parola violenza malgrado sia una storia che trasuda violenza e che culmina con l’atto finale di uccisione di un figlio da parte di un padre che si è voluto vendicare su una donna che non riconosceva il suo potere e la proprietà del maschio: in completa sintonia con la logica del femminicidio. Nelle sentenze si parla invece di “conflittualità di coppia”, dando la responsabilità a entrambi i genitori, tanto che nella sentenza di Cassazione si accenna anche a una mediazione tra i due ipotizzata dal centro: cosa che in caso di violenza in relazioni intime è vietata e che invece non viene contestata in nessun modo come comportamento negligente nella sentenza. Come anche, e questo forse più grave, che sia stata accolta l’istanza della psicologa sul fatto di non poter revocare gli incontri tra padre e figlio che invece, in presenza di situazioni che anche ipoteticamente pericolose non per l’incolumità fisica ma per l’equilibrio psicologico del minore, possono essere revocati in qualsiasi momento anche solo con una refertazione medica sul bambino che non vuole vedere il padre per fondati motivi: come succedeva per Federico che aveva paura di vedere il padre, come testimoniato dal Dottor Mazzonis, che seguiva il piccolo, e che aveva chiesto al centro che “gli incontri tra Federico e il padre fossero rallentati in virtù della forte insofferenza e del timore che il minore provava nei suoi confronti” (testimonianza agli atti).

Fatti che in quest’ultima sentenza non vengono messi in evidenza ma in cui anzi viene ribadito come non ci fossero, per gli operatori che vigilavano su Federico, “comportamenti indicativi del malessere derivante dalla relazione con il padre, tali da far scattare in capo la garante il dovere di segnalazione al tribunale dei minori”.

Il problema di fondo è che queste sentenze sul caso Barakat, sposano in pieno la linea di condotta dei servizi sociali che non viene mai messa in discussione con strumenti adatti, mentre invece è stata proprio la miopia, la superficialità e la mancanza di preparazione dello staff del centro che aveva in affidamento il piccolo a determinare una cattiva attenzione. Una superficialità ribadita dal legale di Penati, l’avvocato Sinicato, che proprio ieri ha messo in rilievo come nel centro di San Donato Milanese, malgrado sia potuto entrare un uomo con una pistola e un coltello che ha ucciso il figlio, ancora non si sia provveduto a installare un semplice metal detector.

Un’impreparazione che non coinvolge solo il centro di San Donato Milanese ma moltissimi servizi sparsi per tutta Italia in cui le donne che cercano un aiuto, ancora troppo spesso trovano l’inizio di un incubo. Il vero nodo della questione, ovvero il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni di una violenza nelle relazioni intime in atto da parte dell’uomo, fa perpetuare lo stereotipo dell’uomo che anche se violento è un buon padre, e della donna troppo emotiva e ansiosa, e quindi meno credibile dell’uomo. Per questo più volte ieri si è parlato della necessità di una Commissione d’inchiesta bicamerale che valuti il comportamento reale delle istituzioni nell’affrontare oggi sul territorio italiano il contrasto alla violenza contro donne e minori, la reale applicazione delle leggi e delle convenzioni internazionali, il destino di quei bambini che si ritrovano in una situazione di violenza domestica e che vengono costretti ad affidi coatti, messi in casa famiglia e dati in affidamento ai servizi sociali come Federico. Una Commissione che in realtà è stata già presentata in Senato con un disegno di legge proposto dalla vice presidente Valeria Fedeli, e sottoscritta trasversalmente da tutte le forze e dalla maggioranza delle senatrici, e che non viene ancora discusso ma che in realtà sarebbe il primo strumento per verificare mancanze, storture, ingiustizie e negligenze gravi, come nel caso di Antonella Penati.

Ma la storia giudiziaria che riguarda Federico Barakat, appare torbida fin dall’inizio per la richiesta di archiviazione della denuncia che la madre fece subito dopo nei confronti dei tre operatori per mancata vigilanza sul bambino, richiesta che fu accolta e che solo in un secondo momento, sotto sollecitazione della parte offesa, fu respinta. Una richiesta d’archiviazione che oggi suona quasi un avvertimento.

 

I bambini che lo Stato italiano non protegge

FEDERICO convegno

I bambini e le bambine devono essere ascoltati: quando parlano, quando manifestano un disagio, quando comunicano agli adulti segnali inconfondibili. Questo il tema dell’incontro che oggi si svolge oggi, a Roma, dal titolo “La tutela del minore dentro il conflitto genitoriale” che riprende le fila della protezione dei bambini e delle bambine all’interno di dinamiche di violenza domestica, a partire dalla vicenda e dal ricordo di Federico Barak. A organizzare il convegno è la mamma di Federico, Antonella Penati, presidente dell’associazione “Federico nel cuore onlus” e responsabile del “Movimento per l’infanzia” della Regione Lombardia, e ad aprire il convegno stamattina ci saranno Donatella Ferranti, presidente della commissione giustizia alla camera, e Don Ciotti, fondatore del gruppo Abele e presidente di Libera.

Federico Barak è stato ucciso a otto anni dal padre nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto. Era il 25 febbraio del 2009 e, come è stato più volte ripetuto in tutti i procedimenti che si sono succeduti in questi anni nei confronti del servizio che lo aveva in custodia, nessuno poteva prevedere una tragedia di questo tipo. Eppure è successo e Federico è stato ucciso nel momento in cui era sotto la protezione di una struttura pubblica, quindi dello Stato italiano, dopo che con un provvedimento del tribunale dei minori era stato deciso, per il bene del piccolo, non solo che Federico dovesse incontrare il padre, per un equilibrato rapporto genitoriale, ma  che essendo i due genitori inadeguati – anche la madre che fino a quel momento lo aveva cresciuto – fosse posto sotto la tutela dei servizi di San Donato, con collocazione domiciliare materna. Potestà che, pur essendo lasciata ai genitori, veniva però esercitata dai servizi “per la tutela dello sviluppo del minore e del suo bisogno di crescita nel tentativo (…) di garantire un recupero ed un sereno svolgimento del rapporto tra genitore e figlio”.

Ma Federico è stato ucciso con uno sparo di arma da fuoco e 24 coltellate proprio da quel padre di cui lo Stato voleva garantire una presenza costante nella vita del bambino e per lo sviluppo di una vita equilibrata: ma come è potuto accadere tutto questo e soprattutto come è successo in un ambito garantito come un servizio pubblico?

Il padre, che si è suicidato subito dopo, ha avuto tutto il tempo di uccidere il figlio e se stesso senza che nessuno potesse intervenire per sottrarre un bambino di 8 anni che lottava contro un uomo di 52: ma dove stava lo staff del servizio che si occupava di garantire la crescita del piccolo Federico e che su di lui aveva l’esercizio della potestà decisa dal Tribunale, e che quindi doveva provvedere anche alla sua tutela fisica, oltre che psicologica?

Secondo la ricostruzione processuale, sia la psicologa che l’assistente sociale che avevano in carico Federico, erano assenti al momento del fatto, mentre l’educatore, che monitorava direttamente gli incontri tra padre e figlio, stava andando a bussare alla porta dell’assistente sociale sotto richiesta del padre di Federico, lasciando così solo quest’ultimo per un lasso di tempo che comunque, data la ricostruzione dei fatti, non può essere stato un attimo. Come ha ricostruito l’autopsia il bambino avrebbe avuto il tempo di scappare e di tentare di sottrarsi alla morte difendendosi con le braccia e con le mani dai fendenti del padre; e quando un medico e uno psicologo sono accorsi sentendo le urla, la scena che hanno riferito era quella di un fatto criminoso che era in gran parte già attuato, con il bambino sotto il corpo dell’uomo che infieriva con gli ultimi fendenti sul corpicino supino sotto di lui, per poi togliersi la vita tagliandosi le vene e colpendosi al ventre. Un’aggressione già compiuta contro la quale neanche il tentativo del medico di allontanare l’uomo con una sedia e poi con l’estintore, ha valso a nulla. Dov’erano quindi l’educatore, la psicologa e l’assistente sociale che avevano in custodia il bambino? Ma soprattutto questo Stato che si era preso in carico Federico, giudicando entrambi i genitori come inadeguati, poteva immaginare che il signor Barak avesse premeditato l’omicidio del figlio portandosi dietro pistola e un coltello di 20 centrimetri?

Per i tre gradi di giudizio che sono succeduti in questi anni la risposta è no.

Dopo questo omicidio la madre di Federico, Antonella Penati, ha denunciato i servizi che avevano in custodia suo figlio per verificarne la responsabilità nelle 3 persone che direttamente avevano sotto la tutela Federico con un mandato da parte del Tribunale dei minori, e che in quel momento erano assenti durante l’incontro. Una denuncia che all’inizio è stata addirittura archiviata e che poi è stata istruita solo per richiesta insistente dell’avvocato della signora Penati: sentenze che in primo grado ha assolto tutti e tre gli imputati, in appello ha condannato solo la psicologa responsabile della struttura, e che infine la Cassazione, due settimane fa, ha deciso di riportare alla sentenza di primo grado, assolvendo di nuovo tutti coloro che avevano sotto tutela il bambino e dando alla signora Penati l’onere delle spese processuali.

Eppure leggendo i documenti del processo e le sentenze, qualcosa non quadra.

Come riporta la mamma di Federico, quando il bambino aveva 4 anni, dopo la separazione e dopo un periodo di latitanza, il Barak si ripresentò “pretendendo di vedere il bambino” con minacce e persecuzioni. “Io non volevo – dice Penati – perché era violento, faceva uso di droghe, e soffriva di un disturbo bipolare della personalità, ma furono i carabinieri a consigliarmi di richiedere l’affidamento esclusivo visto la pericolosità del padre e per questo mi sono rivolta al Tribunale che ha accolto la mia richiesta ma che per prassi doveva trovare l’avvallo dei servizi sociali territoriali per la verifica del nucleo”. Dalle carte processuali si deduce infatti che in realtà la violenza di Barak era già emersa chiaramente e che malgrado la richiesta di aiuto della donna, non solo l’uomo fosse rimasto indenne da ogni accertamento da parte dei servizi (sia sulla violenza che sull’uso di droghe) ma che alla fine fosse stata Antonella Penati ad essere stigmatizzata come una donna ansiosa e “sopra le righe”, e soprattutto sotacolante nella ripresa dei rapporti tra padre e figlio, con un processo di rivittimizzazione da parte dello stesso Stato ed esposizione sia della signora che del minore. Antonella Penati, essendosi rivolta al tribunale dei minori per tutelare il bambino visto il comportamento del padre, ha sempre insistito sulla pericolosità dell’uomo che l’aveva aggredita più volte fisicamente, che la pedinava, la minacciava di sottrargli il bambino e la sottoponeva a stalking e che lei stessa aveva denunciato, ma senza mai essere stata ascoltata. Una violenza sottovalutata dai servizi sociali, dal Tribunale e quindi dallo Stato italiano, che ha messo a rischio sia la vita della donna che la vita del bambino, e che invece di difendere l’incolumità delle vittime, le ha esposte in maniera fatale.

“Quando ho incontrato la psicologa del servizio da subito si è dimostrata contraria alle mie istanze – dice Penati – e mi diceva che il bambino aveva diritto di vedere il padre comunque. Lei sminuiva o ignorava i miei racconti, nonostante tutta una serie di indicatori di rischio per stalking, minacce anche al bambino, denunce per aggressioni a mia madre e a me. Parlava di Pas (sindrome di alienazione parentale, ndr) e diceva Lei discrimina la figura genitoriale”.

Un caso in cui la negligenza e la mancata vigilanza del servizio, dovrebbe essere giudicata in maniera ancora più grave, dato che era chiaro come fossero consistenti i fattori di rischio in una situazione di violenza domestica attuata da un ex partner. Una situazione incongruente, quella della piena assoluzione dei responsabili del centro, dato che  si tratta dello stesso Stato italiano che da una parte ratifica la “Convenzione europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica” (in cui tutte queste dinamiche sono molto chiare e vincolanti per il nostro Paese), e dall’altra non riesce a delineare le responsabilità di chi non avendo creduto alla donna che denunciava la violenza dell’uomo, etichettandola anzi come “ansiosa” o “iperprotettiva” e addirittura “ambivalente”, ha esposto Federico a quella stessa violenza che lo ha condannato a morte.

Secondo la Convenzione di Istanbul infatti: “Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini” (Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza).

E come riporta la testimonianza di un’altra psicologa in equipe nel centro riguardo alla psicologa e all’assistente sciale che seguiva Federico:

borghese

 

mentre il prete, che conosceva bene Penati, confermava che

don alfredo

 

 Tutte le persone che erano vicine a Penati e a suo figlio hanno infine testimoniato che la donna, a più riprese, aveva esplicitato i suoi timori riguardo la violenza dell’ex partner, come testimoniano anche le denunce fatte dalle stessa e mai prese in considerazione né dal tribunale dei minori né dai servizi sociali. Una sottovalutazione che è costata la vita a un bambino di 8 anni solo perché l’uomo ha deciso di uccidere il figlio (che non poteva avere con sé come fosse un oggetto suo, e quindi in un quadro che rientra nel femminicidio) e non la ex compagna. Un omicidio che si è potuto consumare solo in un momento in cui il bambino, malgrado tutto, non era sufficientemente protetto e che  non si è verificato in presenza della madre la quale, avendo consapevolezza della violenza dell’uomo, tutelava in tutti i modi se stessa e suo figlio.

Una violenza esplicitata dal dottor Parini in modo chiaro:

dottor Parini

 

e anche dal dottor Mazzonis che seguiva Federico:

sentenza 2 - psicologo mazzonis

 

Ma allora perché l’Italia che si preoccupa di ratificare la Convenzione di Istanbul e di stilare un Piano nazionale per contrastare la violenza contro le donne e che due anni fa a varato una legge sulla violenza domestica, non entra nei tribunali dei minori e nei servizi sociali di tutta Italia dove migliaia di bambini vengono sottratti a madri che denunciano il partner di violenza domestica e che nel tentativo di separarsi si trovano costrette a un affido condiviso o a incontri forzati attraverso perizie che non poggiano su basi scientifiche ma proprio su quegli stereotipi culturali che il contrasto alla violenza di genere denuncia? Tribunali  che inaudita altera parte procedono mettendo sullo stesso piano il genitore accudente con il genitore maltrattante o violento? Come dimostra il caso di Federico in cui la signora Penati, che aveva cresciuto fino a quel momento da sola il piccolo, è stata messa sullo stesso piano di un genitore scomparso, inaffidabile, tossicodipendente e soprattutto violento.

Perché le donne che da una parte lo Stato italiano vuole proteggere, vengono poi invece esposte a rischio di vita e di ulteriori violenze da quello stesso Stato che ignora le sue stesse leggi e le sue stesse disposizioni in merito?

Secondo i dati i bambini che a oggi sono stati posti dai Tribunali italiani temporaneamente fuori dalla propria famiglia d’origine, sarebbero circa 30 mila, e di questi moltissimi sono vittime di una ingiustizia senza fine che si consuma dentro i tribunali italiani ai danni dei bambini e delle bambine che lo Stato si vanta di proteggere. Madri che denunciano violenze domestiche e che non vengono credute, sottovalutate, etichettate come “malevole”, ansiogene, iperprotettive, o addirittura isteriche, e quindi inadatte a crescere i propri figli e per questo punite. Donne che, seppure con un procedimento penale contro il proprio ex per violenze domestiche, si ritrovano poi un tribunale dei minori che impone loro un affido condiviso perché “se anche un uomo è violento non significa che non sia un buon padre”, come dimostra infatti il caso di Federico Barak. Madri accusate di false accuse e di aver manipolato i figli tanto da farli ammalare della fantomatica Pas (sindrome di alienazione parentale) che sebbene sia stata dichiarata più volte inesistente e inutilizzabile, continua a essere usata nei tribunali come routine. e senza che nessuno la vieti per legge. Ma allora chiediamocelo una volta per tutte: che Stato è quello che Stato che ipocritamente propaganda una protezione che non è in grado di esercitare e che nel momento in cui fa errori così mastodontici, come nel caso Barak, non è capace neanche di riconoscere i propri errori e le proprie responsabilità, mettendo così a rischio tutti i bambini italiani?

 

 

India: donne psichiatrizzate trattate peggio degli animali

donne indiane

Donne peggio degli animali

Luisa Betti
(da Azione 9/2/2015)

HRW Il rapporto dell’organizzazione denuncia lo stato delle ragazze rinchiuse nei manicomi indiani dove subiscono violenze e abusi

L’inquietante rapporto di «Human Rights Watch» ( Trattate peggio degli animali ) sulle donne internate per problemi psichiatrici in India è il frutto di una ricerca condotta dal 2012 al novembre 2014 con sopralluoghi e interviste in 24 strutture tra ospedali psichiatrici, centri di riabilitazione e istituti residenziali a Nuova Delhi, Calcutta, Mumbai, Pune, Bangalore e Mysore. Con 200 interviste a donne con disabilità, alle famiglie, a Ong, medici, funzionari di governo e polizia, è stato redatto un rapporto su come le ricoverate subiscano violenze con la doppia discriminazione di genere e malata mentale: donne che una volta rinchiuse, vivono «nell’isolamento, nella paura, nell’abuso, senza alcuna speranza di fuga» – come riferisce Kriti Sharma che ha condotto la ricerca.

Un Paese, l’India, che uffcialmente dichiara il 2,21 per cento di disabilità, anche se il Ministero della Salute sostiene una percentuale che si aggira sul 6-7 (74,2-86’500’000) per disturbi mentali e il 1-2 per cento (12,4-24’700’000) per gravi disturbi mentali: cifre ritenute comunque troppo basse dagli esperti, per il secondo Paese più popoloso del globo.

Ma cosa ha trovato HRW in queste strutture? In molti di questi posti i gabinetti erano «infestati e traboccanti di feci con un fetore nauseabondo che permeava i reparti adiacenti»: il Pune Mental Hospital su 100 bagni per 1850 pazienti, ne aveva 25 funzionanti: «una situazione che rende la defecazione all’aperto la norma», riferisce il dottor Vilas Bhailume. La maggior parte delle donne incontrate hanno costantemente tirato fuori pidocchi dai loro capelli durante le interviste in strutture che spesso le rasa forzatamente. Ameena, 40 anni con schizofrenia, ha raccontato: «Ci danno il sapone solo il venerdì e non abbiamo asciugamani. Ci laviamo i denti con dentifricio in polvere sulle dita e quando dobbiamo cambiare i vestiti rimaniamo nude mentre aspettiamo la lavanderia».

Donne e ragazze che vengono internate dalle famiglie che lasciano recapiti e nomi sbagliati per non essere più rintracciabili, e che possono essere rinchiuse per motivi che non hanno a che fare con la malattia mentale, in quanto se un marito, un padre o un tutore dichiara che una donna è psicologicamente labile, quest’ultima perde la capacità giuridica dopo l’esame medico e su presentazione di due certificati. Referti su cui il magistrato può emettere un ordine per il trattamento in ospedale psichiatrico dopo il quale la donna o è ripresa dalla famiglia, o viene inviata a un istituto: e questo malgrado nel 2007 l’India abbia ratificato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.

HRW ha scoperto che ragazze che hanno avuto rapporti fuori dal matrimonio, o sono state stuprate, possono essere internate per il disonore. Ma può essere anche un marito che desidera disfarsi della moglie. Come è successo a Deepali, 46 anni con quattro figli, che nel 2007 ha avuto un attacco di panico ed è stata prelevata dalla polizia e portata in un ospedale psichiatrico a Delhi. «Sono stata circondata da dieci poliziotti che mi hanno presa a calci – dice Deepali – e solo dopo ho scoperto che mio padre e mio marito avevano firmato il mio internamento».

O come Vidya, una naturopata che ha raccontato di essere stata internata dal marito che voleva sbarazzarsi di lei con un divorzio senza passarle gli alimenti, per disabilità mentale. «Si sono presentati a casa un medico, un infermiere e un ragazzo dicendo che dovevano fare vaccinazioni obbligatorie – ha detto – e prima che me ne rendessi conto, mi hanno iniettato qualcosa che mi ha addormentato. La mattina dopo non capivo dove fossi e una signora mi ha detto che ero in un reparto psichiatrico. Non potevo uscire né telefonare. Più tardi ho scoperto che mio marito aveva organizzato tutto ed è stata mia madre a tirarmi fuori un mese dopo».

Donne che possono essere fermate per strada e internate senza consenso e che una volta dentro «vengono colpite dal personale che tira i capelli e le getta a terra trascinando il corpo sul pavimento», come descrive Devika, o picchiate con bastoni e denigrate dall’assistente sociale o minacciate con l’elettroshock per prendere le medicine. Un trattamento umiliante che si spinge oltre. Siamo trattate peggio delle bestie».

Donne che non hanno assistenza neanche se si fanno male, come riporta Rachna Bharadwaj, il sovrintendente di Asha Kiran, che ha parlato di una ragazza tornata nella struttura da un ospedale psichiatrico che malgrado avesse «un braccio che pendeva inerte sul lato, nessuno si era preso la briga di curarla», o di una donna che con un’ulcera al piede infettata da vermi neri non era stata disinfettata.

Per quelle poi che subiscono uno stupro non c’è alcuna speranza. «Ho cercato di raccontare a un medico quello che mi era successo – dice Rakhi – ma lui ha detto che stavo mentendo». Nel caso di donne con disabilità psichiche il problema è essere credute e ciò rende gli offender impuniti, perché è la stessa polizia che si rifiuta di registrare il caso. «Se lei è un malato mentale – dice un poliziotto – non ha una mente cosciente, e quindi come può affermare di essere stata violentata?». Ma la presenza di personale maschile in reparti femminili mette le donne a rischio elevato. Radha, un’assistente sociale di Kolkata, racconta di una donna violentata nell’ospedale psichiatrico di Pavlov in maniera del tutto indisturbata: «In tarda serata – ha detto a HRW – il personale è venuto a dare le medicine e uno di loro è andato dentro il bagno. Le donne non sono al di fuori dalle camere la notte e le infermiere cercavano una ragazza sparita, quando a un certo punto è riapparsa dietro l’uomo che era uscito dal bagno e con i vestiti e la schiena bagnati. Al mattino quella ragazza ha detto a un’infermiera che era stata violentata la sera prima».

Stupri da cui possono anche arrivare gravidanze indesiderate: come è successo a molte donne che si ritrovano incinte senza poter denunciare i propri offender.

L’azione delle donne italiane

Luisa Betti - AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes - Femme d’Histoire 7 febbraio 2015 -

Luisa Betti – AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes
– Femme d’Histoire 7 febbraio 2015 –

Report per l’intervento durante la tavola rotonda organizzata dalle Femmes d’Histoire all’interno della Conferenza “Intorno al Mediterraneo. La forza delle donne”, e moderato dalla giornalista Stéphanie Duncan, con Maria Al Abdeh (Siria), Pinar Selek (Turchia), Faouzia Farida Charfi e Nadia Khiari (Tunisia), che si è svolto ieri al Palais des Congrès et de la Culture di Le Mains (Parigi). All’evento hanno partecipato anche Nicole Ballon (Francia), Sonia Dayan-Herzbrun e Nora Hamdi (Algeria).

AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes 

Femme d’Histoire 7 febbraio 2015

L’azione delle donne italiane

Luisa Betti

 

Politica

Nel parlamento italiano attualmente le donne sono presenti al 30% con un salto in avanti del 10% rispetto alla scorsa legislatura, e su 16 ministri sette sono donne. Nella corsa al Quirinale, dopo le dimissioni del presidente della Repubblica Napolitano, sono circolati insistentemente per la candidatura diversi nomi femminili e per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, sono state due donne a governare i grandi elettori ricoprendo le più alte cariche dello Stato: Laura Boldrini come presidente della camera e Valeria Fedeli come presidente del senato (vicaria del presidente Piero Grasso che suppliva al vacante presidente della Repubblica dopo dimissioni di Napolitano). Nel suo discorso inaugurale il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha usato un linguaggio sessuato rivolgendosi a donne e uomini, ricordando che “il diritto alla Costituzione significa anche garantire (…) che le donne non debbano avere paura di violenze e discriminazioni”. Se oggi però il presidente della Repubblica italiana si preoccupa di nominare le donne nel suo primo discorso pubblico e se nei media si parla delle donne ai vertici delle istituzioni, è grazie alla mobilitazione che le donne italiane hanno rilanciato negli ultimi anni. Donne che hanno lavorato senza tregua, cercando di incidere fortemente nella direzione di un cambiamento culturale ancora in corso e tutto da vedere. Italiane che, dopo anni di sopportazione del modello berlusconiano del “maschio alfa” e dell’uso e consumo del corpo femminile, si sono organizzate e riunite in diverse reti e hanno dato avvio a un serrato lavoro sui diritti delle donne, scoperchiando quello che c’era sotto l’oggettivizzazione del corpo femminile – che ci ha resi famosi in tutto il mondo tramite la tv – portando a galla la discriminazione e la violenza legate a quegli stereotipi di donna che per antonomasia avrebbe dovuto essere sempre disponibile e pronta all’obbedienza del maschio, individuandola nella forma più endemica: ovvero la violenza nelle relazioni intime.

La violenza contro le donne

Uno dei pochi meriti di Berlusconi è stato quello di esasperare così tanto la cultura machista, tirando fuori il peggio dell’italiano medio, che dopo la scesa in piazza di un milione di donne, c’è stato un continuo fiorire di reti e aggregazioni femminili e il dibattito femminista è tornato a essere pubblico. Ma è stato dopo la presentazione del “Rapporto ombra” all’Onu (Cedaw) sulla reale situazione delle donne in Italia – fatto da una rete di associazioni femministe nel 2011 – che il tema della violenza sulle donne e gli stereotipi ha preso il volo. L’intervento diretto delle Nazioni Unite nel gennaio del 2012 ha fatto approdare sul suolo italiano la special rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo, e le successive raccomandazioni sue e del comitato della Cedaw al nostro governo che hanno stimolato un’attenzione che partendo dal femminicidio ha allargato la discussione sugli stereotipi maschili e femminili, sull’educazione alla differenza nella scuola, la rappresentanza delle donne, il rapporto tra donne e potere, la salute, ecc. Le giornaliste hanno riportato nella comunicazione ciò che succedeva nei centri antiviolenza, divulgando dati corretti sulla violenza e rendendo così pubblico quello che fino a quel momento non aveva spazio nei giornali e telegiornali: a partire dal fatto che in Italia l’80% della violenza sulle donne è violenza domestica, e che 7 femmicidi sul 10 sono opera di partner o ex partner. Ed è cominciato un lavoro comune e trasversale di donne nelle diverse professioni su come affrontare il femminicidio con fitti incontri, tavole rotonde ed eventi pubblici, con il coinvolgimento di donne appartenenti a generazioni anche lontane tra loro. Un’ondata che ha riportato all’attualità i diritti di donne, non più ridotte solo a “belle statuine”, e che ha fatto rinascere date come il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, o l’8 marzo, non più come giorni da ricordare ma come periodi dell’anno in cui sviluppare iniziative sui diritti delle donne. Una pressione trasversale, anche sulle istituzioni, che nel maggio del 2013, ha portato l’Italia a essere uno dei primi Paesi a ratificare l’importante Convenzione europea sulla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul 2011).

Le istituzioni

Il richiamo e il battage è stato tale che nella legislatura in corso ci sono state figure istituzionali che hanno risposto a questo richiamo delle donne in maniera importante: la presidente della camera Boldrini ha stimolato in ogni sua dichiarazione un uso del linguaggio non sessista chiedendo esplicitamente di essere chiamata signora presidente e non signor presidente, e attirando su di sé attacchi misogini e vere aggressioni sessiste anche sul web – minacce a cui molte femministe sono sottoposte nel momento in cui fanno informazione su questi temi – rendendo pubblica così  la forte discriminazione delle donne in Italia; mentre la vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, ha tra le altre cose presentato un disegno di legge per istruire una commissione d’inchiesta sull’efficienza dello Stato nel contrasto alla violenza sulle donne e sui bambini sottratti alle mamme dai tribunali italiani, che però è fermo.

Ma è stata l’ex ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, che ha messo in atto una innovazione che le è costata la poltrona. Idem, il giorno dopo il suo insediamento di due anni fa, ha convocato tutte le associazioni di donne (più di cento) che lavorano sulla violenza, avviando così un vero dialogo, come mai era stato fatto prima in Italia, tra le istituzioni e la società civile. Sulla base di queste richieste aveva poi formato una task force ministeriale e dei tavoli con le associazioni delle donne, in cui lei stessa si sarebbe fatta garante nel creare un ponte tra le richieste delle donne e lo Stato su un problema che il movimento aveva portato a galla con un approccio a 360 gradi: dalla giustizia, alla formazione, la prevenzione, la salute, la protezione, la trasformazione culturale, l’educazione, la scuola, ecc, sulla base della Convenzione di Istanbul. Un approccio che le è costato caro. Poco prima che si insediassero i tavoli, è iniziato nei confronti nella ministra un vero e proprio linciaggio mediatico che mettendo al centro l’affaire amministrativo riguardo la palestra e la casa di sua proprietà a Ravenna, che riguardava poche migliaia di euro di tasse, la ministra è stata fatta passare come una “furbetta” che voleva truffare lo Stato. E proprio nel Paese che Berlusconi ha governato per 20 anni tutelando i suoi affari personali in maniera plateale anche attraverso leggi ad personam, questa donna si è vista coperta di fango, con una persecuzione e una violenza mediatica che, insieme a un isolamento senza precedenti all’interno del suo stesso partito (il PD), l’ha portata alle dimissioni. Ed è stato qui che abbiamo avuto la certezza che il governo aveva paura di quello che stavamo facendo.

Dopo aver varato un “decreto sicurezza” con all’interno alcune norme per il contrasto alla violenza sulle donne che ha fatto discutere ampiamente il movimento femminista perché incompleto e soprattutto perché usato come passepartout per far passare norme di controllo sociale altrimenti impopolari, né il capo del governo Letta né l’attuale premier Renzi, hanno più nominato una ministra delle pari opportunità che potesse concludere quel lavoro così come era stato iniziato. In particolare il precedente presidente del consiglio, Letta, ha dato la delega alla viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, la quale sotto il diktat del presidente si è vista bene dal convocare tutte le associazioni invitando ai tavoli soltanto alcune (e non sempre rappresentative), dando il via a una consultazione parziale che ha spaccato lo stesso movimento che fin a quel punto, sebbene con differenze e contrasti, era proceduto insieme. Associazioni che, seppur sedute a quei tavoli, hanno denunciato di non essere state ascoltate nella maniera in cui speravano.

Renzi, che ha promosso alcune figure di donne come le ministre nominate da lui, si è però tenuto la delega alle pari opportunità nominando una consigliera, la deputata Giovanna Martelli, senza autonomia decisionale, su un Piano antiviolenza che è stato pubblicato online nel tentativo di colmare l’errore della partecipazione del basso, ma con l’unico risultato di essere bersaglio di troll e di commenti offensivi.

Stereotipi

In un Paese come l’Italia dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, siamo al 69° posto nel Gender Gap, la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne. Secondo dell’Eures, Istituto di Ricerche Economiche e Sociali, in Italia ci sono una vittima di femmicidio ogni due giorni e 7 femmicidi su 10 sono compiuti tra le mura domestiche con un aumento del 14% tra il 2012 e il 2013. Eppure il femminicidio, malgrado sia considerato ormai ampiamente come una violazione dei diritti umani, in Italia è ancora percepito come “meno grave” rispetto ad altri reati sia dall’opinione pubblica che da molte istituzioni, e la volontà di risoluzione non è reale perché anche il Piano antiviolenza appare, così com’è, inadeguato e insufficiente. Secondo una ricerca della onlus WeWorld-Intervita (report “Rosa shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere”), 1 Italiano su 5 è convinto che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza, che denigrare una donna non è una violenza, e per 1 italiano su 3 la violenza domestica è prima di tutto una cosa che deve essere risolta in famiglia. Sottovalutazione, quella della violenza sulle donne, e stereotipi di genere che sono ancora presenti in troppi tribunali italiani dove anche i giudici stentano a riconoscere la violenza all’interno delle mura domestiche scambiandola per semplice “conflittualità” e rivittimizzando la donna che denuncia, colpevolizzandola indirettamente come responsabile della violenza che subisce, grazie al pregiudizio per cui la parola di una donna vale meno di quella di un uomo.

Donne e potere

A oggi, e malgrado la forza del movimento delle donne italiane, lo Stato italiano fatica a recepire completamente i messaggi della società civile che lavora ogni giorno in questi ambiti e che, come riconosciuto da enti internazionali e dall’Onu, è più avanti delle istituzioni stesse e che per questo dovrebbe essere più ascoltata.

Un altro tipo di risultato ha invece avuto l’informazione in cui è aumentata l’attenzione al linguaggio e al trattamento di argomenti che riguardano il femminicidio, anche se siamo ancora lontani dall’obiettivo. Informazione che oscilla tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora parole come raptus o delitto passionale, e chi invece incoraggia una narrazione differente, soprattutto attraverso blog e rubriche dove le giornaliste hanno creato una certa autonomia, parallela all’informazione ufficiale. E questo anche perché nei media, malgrado la presenza femminile nelle redazioni, i ruoli di responsabilità vengono assegnati inequivocabilmente a uomini: un dato fondamentale se si pensa che chi decide cosa mettere in pagina, su una testata, sono i direttori o i capiredattori centrali. Secondo l’Osservatorio di Pavia che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle donne nelle testate italiane occupa posti di comando come direzione, vicedirezione, caporedattore centrale. In politica, anche se abbiamo 7 ministre, a livello regionale e dei comuni in Italia solo il 19,7% dei ruoli elettivi o di nomina sono al femminile, mentre per le posizioni chiave – Quirinale, Province, ministeri, parlamento, Regioni, giunte e consigli comunali – il 79,27% degli incarichi è in mano agli uomini, contro il 19,73% delle donne. Nei consigli regionali su un totale di 1.065 rappresentanti di tutta Italia: 919 sono uomini e 146 sono donne, e le donne presidenti sono solo il 10%. Analizzando la composizione del parlamento, se la percentuale di donne è passata dal 30% sul totale dei deputati e senatori, solo 16% ricopre i ruoli più importanti come capogruppo, presidente di commissione, ufficio di presidenza; mentre nel governo, se si prende in considerazione viceministri e sottosegretari, si arriva al 27% di donne.

E anche se la presenza nei ruoli chiave di donne che portano avanti politiche per le donne non basta (molte ancora cadono nell’omologazione maschile o nell’obbedienza al capo maschio), e anche se rimane la critica femminista a un modello (maschile) che strutturalmente è fallimentare, è anche vero che oggi le donne italiane non vogliono più essere discriminate né messe da parte ma vogliono decidere, e non solo sulle politiche di genere, con gli uomini che finalmente si dovrebbero mettere in ascolto.

Lavoro

In Italia il tasso di occupazione femminile non raggiunge lo standard europeo fissato al 60% e le donne occupate tra i 15 e i 64 anni è del 46,5%, un’occupazione che cala al 38% con l’arrivo di un figlio e arriva al 15,7% in caso di due figli. Donne che con il jobs act (la nuova legge del presidente Renzi sul lavoro) saranno ancora più esposte nel momento in cui avessero la malaugurata idea di procreare e alle quali il presidente ha pensato di regalare 80 euro al mese per qualche anno. Ma risolvere la crisi dei paesi riportando le donne a casa a fare i lavori di cura in un contesto che ha ormai reso quasi inesistente il welfare, è il sogno di molti premier che così risparmierebbero soldi da investire in strutture e toglierebbero di mezzo donne per tirare fuori miracolosamente nuovi posti di lavoro. Una manovra, quella di Renzi sul lavoro, che attraverso i nuovi contratti brevi non darà alcuna garanzia di stabilizzazione e consentirà ai datori di lavoro di non ricorrere alle dimissioni in bianco o indagare sulle intenzioni procreative, perché basterà fare contratti brevi non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravidanza.

Salute

Per quanto riguarda poi il diritto alla salute e all’interruzione di gravidanza volontaria, in Italia la legge 194 subisce attacchi continui e su questo la presenza dei movimenti cattolici è determinante, e mette in pericolo la sua applicazione dato che oltre l’80% dei ginecologi è obiettore di coscienza e le donne respinte dalle strutture che ricorrono all’aborto clandestino con interruzioni illegali sono calcolate dal ministero della Sanità intorno alle ventimila: una cifra che ma che in realtà si aggira sui 40/50 mila. Ma l’autodeterminazione riguarda anche come mettere al mondo un figlio o una figlia nel momento in cui la donna lo decide, e su questo in Italia è finalmente approdato un interessante dibattito che sta crescendo intorno al parto, o meglio all’autodeterminazione su come partorire: un tema che mette in discussione l’apparato di controllo istituzionale degli ospedali sulla donna che partorisce e che, ancora oggi, sottrae a lei il potere decisionale con vere e proprie torture come l’essere legate a letto o il taglio alla vagina.

Conclusione

I temi della libertà di scelta, autodeterminazione, discriminazione in ogni ambito pubblico e privato, pari opportunità sul lavoro, il femminicidio, la rottura degli stereotipi a partire dal linguaggio e dall’educazione, la trasformazione radicale della cultura patriarcale e paternalistica, il confronto con una gestione femminile del potere, la salute riproduttiva, il welfare: rimangono i punti fondamentali del dibattito femminista italiano che se da una parte è riemerso in maniera forte e pubblicamente, dall’altra si sta scontrando con istituzioni che tendono più a contenere che ad ascoltare, ma anche con una rigidità interna del movimento stesso che tende, in questo momento, a individualizzare e a spezzettarsi, perdendo così di vista l’obiettivo principale. Fattori che stanno pericolosamente facendo abbassare il livello di guardia.

La forza delle donne dal Mediterraneo a Parigi

“Intorno al Mediterraneo. La forza delle donne”: ne parliamo sabato 7 febbraio all’incontro organizzato dalle Femmes d’Histoire e moderato dalla giornalista Stéphanie Duncan al Palais des Congrès et de la Culture di Le Mains, Parigi.

CONFERENZA PARIGI2

AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE

La force des femmes

Rencontres Femmes d’Histoire

 

Samedi 7 Février 2015 / Le Mans – Palais des Congrès et de la Culture

rue d’Arcole
72000 LE MANS – Paris
Tel : 02 43 43 59 59

ENTRÉE LIBRE

Valoriser les actions des femmes d’hier et d’aujourd’hui et mettre en perspective leur engagement dans la vie sociale, artistique, économique et politique, c’est ce que propose l’association Femmes d’histoire en organisant chaque année, au Palais des Congrès et de la Culture du Mans, des rencontres thématiques. Le thème ” Autour de la méditerranée / La force des femmes” a été retenu pour 2015. Cette 10ème édition proposera un regard historique et contemporain sur la place accordée aux femmes dans les civilisations méditerranéennes.

Conférences, tables rondes et débats menés par Stéphanie Duncan, animatrice de l’émission ‘‘Les femmes toute une histoire’’ sur France inter.

MATINÉE

9h30 INAUGURATION DES RENCONTRES

suivie de la présentation de l’exposition par Nadia Khiari.

Mots de bienvenue et ouverture officielle des rencontres par Nicole Ballon, Présidente de l’association ‘‘Femmes d’Histoire’’, Jean-Claude Boulard Sénateur-maire et Jacqueline Pedoya, adjointe au maire, chargée du rayonnement de la Ville.

10h CONFÉRENCES

Femmes de la Méditerranée, entre conflit des patriarcats et affirmation des libertés individuelles

Sonia Dayan-Herzbrun

photo SDH

Sociologue et philosophe française, professeure émérite à l’université Paris 7 Denis Diderot. Elle travaille entre autre sur la question du genre au Moyen-Orient et les rapports hommes-femmes dans les mouvements actuels. Auteur de Le Moyen-Orient en mouvement,   co-dirigé en 2012 avec Azadeh Kian, revue Tumultes (éditions Kimé)  et de Femmes et politique au Moyen-Orient, Paris, (éditions L’Harmattan), 2005.

Les femmes sous la guerre

Nora Hamdi

Hamdi 1 photo de JF Paga Grasset 2014

Romancière, cinéaste algérienne. Elle est notamment l’auteur , Des poupées et des anges, (éditions Au diable Vauvert) adapté au cinéma en 2008, ainsi que d’un essai sur la guerre d’Algérie vécue par des femmes, La Maquisarde, (éditions Grasset), 2014.10h45 > 11H15 DÉBAT AVEC LE PUBLIC11H15 > 11H30 Pause et dédicaces d’ouvrages avec le concours de la librairie L’herbe entre les dalles11H30 > 12H30 Projection du documentaire MéditerranéennesMille et un combatsde Serge Moati, 2013, 52 minDans les révolutions en Tunisie comme en Égypte, des femmes ont été en premières lignes pour manifester leur soif de démocratie et de liberté.Ces luttes, elles les partagent avec d’autres femmes en Espagne, en Israël mais aussi en Italie et au Maroc.Projection suivie d’un débat.

APRÈS – MIDI

14H30 TABLE RONDE

Des femmes aux engagements multiples

Maria Al Abdeh

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Docteur en microbiologie, activiste syrienne, membre fondateur du mouvement Syrien de Non violence et directrice exécutive de l’association syrienne Soriyat pour le développement humanitaire qui œuvre depuis 2012 pour le soutien et le renforcement des femmes syriennes à l’intérieur du pays et dans les pays voisins.

Luisa Betti

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Journaliste italienne, experte en droit des femmes et des enfants et spécialiste des discriminations.  En Italie, elle a œuvré à la promotion de la convention ‘‘No More’’ contre les violences faites aux femmes. Elle anime des séminaires d’enseignants et des formations pour les avocats et diverses institutions.

Faouzia Farida Charfi

Faouzia Charfi

Enseignant-chercheur en sciences physiques, tunisienne, ancienne secrétaire d’État à l’Enseignement supérieur du gouvernement provisoire (2011). Condamnée par la Cour de sûreté de l’Etat en 1968-1969 pour appartenance au mouvement politique PERSPECTIVES. Elle est l’auteur de La science voilée, (éditions O. Jacob), Paris, 2013.

Nadia Khiari

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Artiste tunisienne, caricaturiste, peintre, enseignante en arts plastiques et directrice artistique d’une galerie d’art. Avec son chat, WillisFromTunis, elle a remporté en Italie le prix 2014 pour la section ‘‘satire politique sur des dessins satiriques’’. Elle exposera 25 caricatures au Palais des Congrès le 7 février 2015.

Pinar Selek

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Sociologue et politologue turque, spécialiste des rapports de domination et de l’action collective. Militante antimilitariste, féministe et écrivaine, exilée en France, elle est persécutée par le pouvoir turc depuis 1998, menacée de prison à vie, malgré trois acquittements. Auteur de Loin de chez moi… mais jusqu’où ?, (éditions iXe), 2012, La maison du Bosphore, (éditions Liana Lévi), 2013, Devenir un  homme en rampant, (éditions l’Harmattan), 2014, Parce qu’ils sont Arméniens, (éditions Liana Lévi), février 2015.

16H30 > 17H15 DÉBAT AVEC LE PUBLIC

17H15 > 17H30 Pause et dédicaces d’ouvrages avec le concours de la librairie L’herbe entre les dalles

17H30 > 19H15

Projection du film Des poupées et des anges de Nora Hamdi,  2008, 1h42 suivie d’une discussion avec Nora Hamdi.

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Entre banlieue et capitale, amour et violence, à travers leur quotidien, Chirine et Lya cherchent leur place de femme dans un monde où l’humanité tente de survivre.

Exposition
Dessins de Nadia Khiari
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Artiste tunisienne, caricaturiste, peintre.
Exposition de 25 caricatures. Avec son chat Willis from Tunis, elle a remporté en Italie le prix 2014 pour la section ‘‘Satire politique sur des dessins satiriques’’.

Rencontre au lycée Gabriel Touchard en compagnie de Nadia Khiari, le 6 février.

Présentation au lycée Bellevue de l’exposition de Nadia Khiari du 4 au 13 mai 2015.

Projection À la Médiathèque Louis Aragon
Allez Yallah !
Allez yallah affiche

de Jean-Pierre Thorn, 2006, 1h52,
samedi 31 janvier à 14h30
Ainsi qu’une sélection de documents. En partenariat avec la médiathèque Louis Aragon.

Accès libre et gratuit dans la limite des places disponibles.

Continua la saga del caso Loris sulle madri cattive che uccidono: e i padri?

"Saturno che divora suo figlio" (1636), Pieter Paul Rubens

“Saturno che divora suo figlio” (1636), Pieter Paul Rubens

Continua la vivisezione mediatica su Veronica Panarello che ormai è diventato l’argomento principe di tutti i programmi d’informazione e i talk show televisivi nonché di pagine e pagine di giornali che ormai scrivono anche quando qualcuno starnutisce. La madre di Loris – il bambino di 8 anni ucciso il 29 novembre a Santa Croce Camerina – è al momento l’unica indiziata per l’omicidio del figlio, e anche se continua a dichiararsi innocente, ormai il processo pubblico è stato fatto. Da poco trasferita dal carcere di Catania a quello di Agrigento, la signora Pannarello ormai la conosciamo tutti: il suo viso, il fatto che si è tinta i capelli varie volte, sappiamo del suo passato più di quanto non sappiamo delle persone a noi vicine, e soprattutto abbiamo l’idea chiara che sia, come ha scritto il gip: “una madre di indole malvagia”, “cinica” e con “volontà di far soffrire”, “un’indole violenta”, “incapace di controllare gli impulsi omicidi”. Un profilo che oltre a essere una condanna, e qualora anche fosse lei l’assassina, è più un giudizio morale e sembra più scritto da un tribunale dell’inquisizione che da un giudice per le indagini preliminari. E su questo filone che sostiene una cultura che non solo stigmatizza ma demonizza una madre infanticida in quanto “malvagia”, e non solo possibile autrice di un crimine gravissimo, c’è tutto il circolo mediatico italiano che nella maggior parte si mette in moto creando un enorme fiction a puntate per inchiodare spettatori e spettatrici a una gogna pubblica e sottoponendo a tortura mediatica la strega di turno, indegna anche di un trattamento da persona (eventualmente anche rea) che vive nel XXI secolo. Perché non esistono diritti per una strega, una donna che ormai, anche con un processo ancora tutto da svolgere, non gode già più di nessun diritto, neanche quelli concessi a un criminale.

Un sostegno mediatico capace di fare a pezzi simbolicamente e materialmente una persona nel momento in cui decide che di quel corpo di madre degenere potrà farne un uso lucroso, alzando lo share (e quindi guadagno) grazie a novelli roghi costruiti sulla piazza mediatica che hanno come spettatori e spettatrici milioni di persone pronte a nutrirsi dei pezzi di quel corpo reietto e malvagio: come se la condanna simbolica di quella strega fosse così introiettata da non poter essere messa neanche in discussione anche se, per il momento, la fase del giudizio è ancora preliminare.

Un banchetto cannibalico che ogni giorno si consuma puntuale: dal particolare del cuscino di rose della madre di Loris che non è stato fatto entrare in chiesa durante il funerale del piccolo (che notizia), alla sensitiva che avrebbe dato “una mano importante agli inquirenti” dichiarando che “Veronica sarebbe la responsabile dell’uccisione di Loris” (un vero scoop).

Un banchetto che diventa splatter quando tv e stampa rimescolano nel torbido di conflittualità familiari già presenti prima dell’omicidio rilanciando anche “news interessanti sull’inquietante ritratto di Veronica” da parte della “sorella Antonella la quale ha scelto il settimanale Giallo per lanciare un appello alla madre del piccolo ucciso, incitandola a parlare ed a dire tutta la verità”; o come il fuori onda in cui Alessandra Borgia, inviata di Barbara D’Urso sul caso di Loris (Pomeriggio Cinque), si accorda con il cameraman per far apparire il più naturale possibile l’incontro spacciato come casuale con il cacciatore Orazio Fidone che ha trovato il corpo del bambino.

Come già detto altrove, è chiaro quindi che lo stereotipo della madre che per forza deve rientrare nel modello di mamma “buona e accudente” senza macchia né imperfezioni, impone la mannaia del boia che deve fare a pezzi chi trasgredisce l’ordine simbolico (maschile) costituito, come fosse la condanna esemplare di una moderna strega che non trova scampo prima della sua reale ed eventuale condanna in sede di giudizio, come la legge ci spaccia che sia. Un trattamento che dimostra come alla base ci sia una disparità basata sul genere comprovata dal fatto che malgrado i padri che uccidono i propri figli siano in un numero nettamente maggiore, la resa mediatica è diversa, e anche se la speculazione e la morbosità è simile, i ruoli si ribaltano perché un padre ha sempre delle ragioni quando commette un atto criminoso anche grave – e se non ce l’ha è un raptus senza giudizi morali – e per lui non c’è nessun rogo mediatico (quelli sono solo per le streghe). In fondo la tragedia è quella che racconta di Medea e non di Saturno che divorava i propri figli, quella è cosmogonia, cioè la naturale creazione del mondo.

Eppure nel giro di pochi anni sono stati numerosi, solo in Italia, i casi di femmicidio con figli uccisi per vendicarsi della moglie o della ex compagna. Primo tra tutti l’infanticidio del piccolo Claudio, buttato giù da Ponte Garibaldi dal padre alle 6 del mattino per vendicarsi della compagna da tempo vittima di violenza domestica, un caso che sebbene abbia destato sdegno generale non ha creato lo stesso enorme carrozzone mediatico messo su per Veronica o il caso di Cogne – che è durato anni con presenza mediatica costante e sistematica. Così è successo anche sulla morte della ragazzina di 12 anni uccisa nel sonno ad agosto dal padre, Roberto Russo, che con un coltello da cucina ha ucciso la figlia minore, cercando di ammazzare anche la maggiore di 14 anni ferita gravemente: un atto che è stato spiegato a causa di una “crisi matrimoniale con la moglie, che lo aveva lasciato alcuni giorni fa” e che l’uomo non ha retto cercando così di vendicarsi uccidendo le figlie. Un caso che pochi ricordano ma che è successo pochi mesi fa vicino Catania a San Giovanni la Punta e su cui le indagine si sono svolte “con il massimo riservo”.

Ma ce ne sono altri. Sempre quest’anno a Treviso un agricoltore 62enne, Sisto De Martin, ha ucciso la moglie Teresa Reposon di 56 anni e il figlio Cristian di 20 anni: fracassando la testa a lei e tagliando la gola a lui. A Pescara Massimo Maravalle di 47 anni, che ha soffocato il piccolo Maxim di 5 anni tappando con una mano il naso e con l’altra la bocca, è stato prosciolto un mese fa per problemi psichiatrici e dichiarato dalla perizia incapace “di intendere e di volere in maniera assoluta”: “un uomo angosciato, distrutto”, descritto come un “genitore affettuosissimo” che si è reso conto di quello che ha fatto – malgrado i problemi psichiatrici – e su cui è emerso che in realtà avesse intenzione di uccidere anche la moglie.

I primi di novembre, in Umbria, un uomo di 44 anni, Mustafà Hajjaji, ha ucciso i figli – Ahmed di 8 anni e la sorellina Jiahane di 12 anni – sgozzandoli e lasciando sui muri scritte fatte con il sangue, per vendetta contro la moglie che lo aveva lasciato. Mentre su Gianpiero Mele, il 28enne che ha ucciso il figlio Stefano di due anni nel 2010 e per questo condannato a 30 anni, ora la Cassazione dispone un nuovo processo. L’uomo, descritto dalla stampa come “un ragazzo modello dalla faccia pulita”, “conosciuto nel suo paese per il suo carattere socievole, per l’impegno dimostrato da sempre nello studio e nella vita” che però “quel maledetto giorno” ha ucciso il figlio lasciando una lettera “in cui traspare l’odio e la rabbia verso la compagna”, un uomo quindi che si è vendicato della moglie uccidendo il figlio piccolo. Un uomo, Giampiero Mele, “che dopo aver acquistato della corda in un negozio di ferramenta vicino alla sua casa al mare, fece un cappio, legò il figlioletto ad una porta e cercò di impiccarlo. Poi, per alleviarne le sofferenze, impugnò un taglierino (acquistato nella stessa ferramenta) e gli tagliò la gola”: particolari di un omicidio che i giornali hanno spiegato come “dettato dalla gelosia e dalla paura di essere abbandonato dalla propria compagna”. A Caltanissetta Maurizio Gisabella, un padre separato, ha soffocato i figli – la piccola Gaia di due anni e il fratello Carmelo di 10 – lasciando una lettera alla moglie con scritto “Spero che proverai rimorso”: una lettera descritta dai media come “straziante” e che l’uomo avrebbe redatto prima di uccidere i figli e di buttarsi dal sesto piano per chiarire la sua vendetta contro la ex moglie.

E che dire infine del caso di Motta Visconti in cui un padre, Carlo Lissi, si è sbarazzato dell’intera famiglia considerata come un peso? L’uomo ha ucciso la moglie Cristina Omes di 38 anni e i figli Giulia di 5 e il piccolo Gabriele di 20 mesi, nella villetta vicino Milano uccidendo tutti a coltellate. Un femmicido con doppio infanticidio deciso a tavolino che l’uomo ha cercato di nascondere fino alla fine e su cui anche se i media hanno speculato, lo hanno fatto viaggiando su stereotipi completamente diversi rispetto a quello della mamma di Loris: un caso clamoroso di un padre che stermina tutta la famiglia perché invaghito di un’altra donna, dopo il quale nessuno però ha ricostruito le storie di tutti i padri che negli ultimi 30 anni hanno ucciso i propri figli, come si è fatto adesso dopo la morte di Loris su diverse testate anche di un certo peso.

Ad Ancona Luca Giustini ha ucciso a coltellate la figlia di 18 mesi nel lettino ma nessun gip ha parlato di “indole malvagia e crudeltà”, e anzi si è parlato subito e solo di raptus e di una follia di un momento – escluso subito per Veronica Panarello – aggiungendo che l’uomo era stressato negli ultimi tempi, come riportato dai vicini, mentre altri “hanno parlato di un rapporto di coppia in crisi”, o di “un momento di furore per un pianto prolungato”. Elementi di narrazione che preparano il terreno alle attenuanti che saranno poi sicuramente dibattute in tribunale.

Ma allora perché se una donna uccide lo fa in quanto “femmina cattiva o malvagia” mentre se a uccidere è un uomo, anche in maniera cruenta e con movente di vendetta verso la donna, allora è solo un momento di follia, o per stress o per sbaglio?

Quale peggior stereotipo – portato al suo estremo – è quello che condanna le madri al rogo e concede attenuanti ai padri che sopprimo i propri figli per vendetta contro le donne, se non la cultura che poggia sull’esercizio di un potere maschile che ha alla base il fatto naturale che l’uomo possa disporre della propria famiglia – madri e figli compresi – in quanto pater familias? La patria potestà del maschio come supremo ordine delle cose, esiste ed è ancora viva e profondamente radicata nella mentalità comune ed è per questo che non ci si rende conto di quanto queste narrazioni siano sbilanciate in quanto specchio di questa struttura patriarcale. Chi comanda a casa è ancora il maschio e quello che succede dietro le mura di casa è un fatto privato dove l’uomo può esercitare il suo potere naturalmente e fino alle estreme conseguenze: come per l’incesto così anche per l’infanticidio.

I centri antiviolenza spiegano il perché (e il come)

Logo del Coordinamento regionale centri antiviolenza dell'Emilia Romagna

Logo del Coordinamento regionale centri antiviolenza dell’Emilia Romagna

Pochi giorni fa è apparsa sul web un’intervista sul presunto “business” dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna gestiti da donne: un dibattito che mi sono vista piombare direttamente sul mio profilo facebook (in cui l’autrice dell’intervista ha poi cancellato i post) in cui citava direttamente la Casa delle donne di Bologna su una donazione di un milione di euro ricevuta da un donatore anni fa e sui finanziamenti che ricevono i centri antiviolenza dell’Emilia Romagna. L’articolo, intitolato “Marzia Schenetti, vittima di stalking: “Vi racconto il business delle associazioni anti-violenza sulle donne”, è stato pubblicato su “Quelsi Quotidiano” ed è stato ripreso sui social network e usato per mettere in discussione l’operato dei centri creati e gestiti dalle donne, proprio in un momento in cui, con l’imminente varo del Piano antiviolenza del governo Renzi, è chiara l’esiguità dei finanziamenti su tutto il territorio nazionale ed è chiaro il tentativo di istituzionalizzazione della rete di supporto ai percorsi di contrasto alla violenza maschile sulle donne: quale metodo migliore per farsi spazio buttando il fango nel ventilatore in una giungla dove il motto “mors tua vita mea” è quanto mai attuale? Senza nulla togliere al diritto di criticare e di pensarla diversamente, è indubbio che un’operazione così frontale lasci delle perplessità, soprattutto se l’argomentazione non è supportata da solide basi documentate. La gestione dei finanziamenti e la differenza tra centri più ricchi e centri più piccoli (in cui non entra l’illegalità), non è una cosa che possa essere affrontata puntando il dito, perché esistono situazioni diverse. Senza contare poi che un centro antiviolenza non si improvvisa e che anche chi pensa di poterne “mettere su uno” chiedendo poi i finanziamenti per fare il business, deve tener conto che quelli gestiti dalle donne con una storia femminista alle spalle non sono semplici servizi ma si basano proprio su una professionalità creata nel tempo che rispetta l’autodeterminazione, la libera scelta della donna che inizia un percorso per uscire dalla situazione di violenza per cui cerca aiuto e le linee internazionali. Ma più che l’articolo in sé quello che mi ha colpito è stato l’eco che ha avuto questa intervista pubblicata su un sito chiaramente di destra e chiaramente di nicchia, ripreso da ambiti diversi che mai prenderebbero in considerazione articoli pubblicati su un sito di questo tipo tanto più su questo argomento. Quindi più che il contenuto, mi ha meravigliato l’uso che di questo contenuto è stato fatto, come di chi accompagna la mano di chi lancia il sasso facendo poi finta di niente. Per questo voglio pubblicare la risposta del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna redatta dall’avvocata Susanna Zaccaria del Foro di Bologna, che chiarisce anche bene cosa sono e su quali basi agiscono i centri, e di cui mi sembra importante sottolineare quattro punti, ovvero che:

1-“I centri, per scelta, offrono supporto relazionale e percorsi di empowerment affinché le donne si rafforzino e si proteggano dalle relazioni danneggianti, ricostruendo nuove traiettorie di vita”;

2-“I centri antiviolenza si occupano di violenza di genere contro le donne, cosa ben differente e che non si può confondere con i dissapori e/o conflitti all’interno di una coppia. Nei casi di violenza la mediazione è considerata inefficace e pericolosa, tanto che viene espressamente vietata dalla Convenzione di Istanbul e da tante raccomandazioni internazionali”;

3-“Ai centri antiviolenza si rivolgono donne di tutte le provenienze sociali, e la classe più rappresentata è quella media. Le associazioni che li animano sono apartitiche, e si muovono nell’ambito del femminismo, essendo impegnate con determinazione nel promuovere politiche pubbliche che incidano sulla differenza di potere tra i sessi, che è la base e l’origine della violenza contro le donne, fermamente convinte che la violenza alle donne riguardi tutte le donne”.

4-“I centri antiviolenza vengono giustamente interpellati e coinvolti nelle attività di formazione rivolte a vari soggetti e professioni, in virtù della ormai trentennale esperienza e del patrimonio di conoscenze prodotto, come per altro suggerisce la Convenzione di Istanbul”.


da ilportodellenuvole

Ricevo e pubblico questa lettera dall’avvocata Susanna Zaccaria del Foro di Bologna, chiedendo di aiutarmi a diffonderla sul web.

Scrivo la presente a nome e per conto del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna che rappresento, dopo aver preso visione dei contenuti apparsi  sul quotidano on line qelsi il 10 dicembre scorso dal titolo Vi racconto il buisness delle associazioni antiviolenza

Preme fornire le seguenti precisazioni:

A quanto consta, la signora Marzia Schenetti non si è rivolta a nessun centro aderente al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna per avere un aiuto per la situazione di violenza che ha subito, quindi non può parlare per esperienza diretta. Lo ha fatto invece per la presentazione di un suo libro, (cosa che è avvenuta) e successivamente per avere la retribuzione di un suo spettacolo teatrale. In questa seconda occasione le è stato risposto che – pur apprezzando il suo impegno artistico a favore della tematica della violenza contro le donne  non era possibile finanziare uno spettacolo teatrale, non avendo il centro antiviolenza fondi da destinare a questo scopo.

La mission dei centri antiviolenza, in linea con tutte le disposizioni internazionali, oltre a quella di fare promozione per un cambiamento della cultura e della politica, è quella di offrire supporto e percorsi di protezione alle donne che chiedono aiuto per uscire dalla violenza (counseling, ospitalità, supporto alla ricerca del lavoro, ecc.), non quella di erogare contributi direttamente alle donne che si rivolgono a loro, se non nella forma di rimborsi per i trasporti, il vitto, le spese telefoniche, ecc. Per questa esigenza, oltre al supporto dei servizi sociali territoriali, nella regione Emilia-Romagna esiste la Fondazione vittime di reato (www.regione.emilia-romagna.it/fondazione-per-levittime- dei-reati) alla quale ci si può rivolgere per avere un contributo che possa –  almeno in parte – risarcire il danno che la violenza ha prodotto. I centri, per scelta, offrono supporto relazionale e percorsi di empowerment affinché le donne si rafforzino e si proteggano dalle relazioni danneggianti, ricostruendo nuove traiettorie di vita. I centri antiviolenza si sono sempre battuti perché lo stato riconosca un adeguato risarcimento alle vittime e di fatto indirizzano alla Fondazione vittime di reato molti casi ogni anno. Le avvocate che fanno riferimento ai centri antiviolenza, oltre a fare consulenza gratuita presso i Centri, supportano le donne con il gratuito patrocinio laddove è permesso dalla legge e in linea con le disposizioni dell’Ordine degli avvocati.
Le attività della Casa delle donne di Bologna (e lo stesso si può dire per gran parte dei centri aderenti al Coordinamento) sono solo parzialmente coperte da fondi pubblici, per il resto si provvede con donazioni private, progetti, fundraising, destinazione del 5 per mille e un grande numero di ore di lavoro  volontario messo a disposizione anche dalle operatrici retribuite.

Il milione di euro che è stato donato nel 2010 alla Casa delle donne di Bologna da un donatore privato è stato impiegato, come da sua richiesta, per comprare un immobile destinato a casa rifugio di emergenza con 9 posti letto, che nel solo 2013 ha ospitato 85 tra donne e bambini. Una parte della donazione è stata impiegata per allargare gli spazi adibiti ad ufficio dove si svolgono i tanti servizi rivolti alle donne che subiscono violenza; la restante quota in parte è stata utilizzata per finanziare i servizi e sopperire alla carenza di fondi pubblici di questi ultimi 5 anni di attività della Casa delle donne.

Tutti i bilanci della Casa delle donne di Bologna vengono forniti agli enti finanziatori (Comune e Provincia di Bologna, e tutti i 50 Comuni della provincia di Bologna). Lo stesso avviene per tutti i centri aderenti al Coordinamento. Sul sito http://www.casadonne.it sono inoltre presenti i bilanci sociali della Casa delle donne del 2008 e del 2011, e il prossimo verrà fatto per l’anno 2014.
È gravemente lesivo dell’onorabilità della Casa delle donne e dei 13 centri riuniti nel Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna sostenere che i bilanci manchino di trasparenza: ogni singola spesa viene rendicontata, sia quelle relative alle attività dell’associazione stessa, ai servizi prestati fino ad arrivare a quelle relative al vitto, all’alloggio, ai trasporti e alle schede telefoniche delle donne e dei bambini ospitati: nel 2013 i centri aderenti al Coordinamento hanno ospitato 351 tra donne e bambini/e, e hanno seguito 3.176 donne (si veda: http://www.centriantiviolenzaer.it/images/pdf/dati/brochure%202014_web- 1.pdf).

Nei centri antiviolenza non esistono “salvatrici” ma donne professioniste di lunghissima esperienza che, a fronte di una continua formazione personale e di gruppo, sostengono con competenza le donne che hanno subito violenza nelle loro scelte, rispettandone la riservatezza, non scavalcando mai la loro volontà tantomeno spingendole a denunciare, impegnandosi insieme a loro a costruire percorsi praticabili di uscita dalla violenza, sapendo benissimo quali e quante siano le difficoltà da superare. Posto che il lavoro di ogni donna (e uomo) dovrebbe essere retribuito adeguatamente, le operatrici che lavorano nei centri antiviolenza sono in parte retribuite, in parte volontarie. Il volontariato, anche da parte delle operatrici retribuite, è sempre necessario a fronte dell’esiguità delle risorse reperite, e purtroppo alcuni centri sono costretti a contare esclusivamente su quello. Se da una parte il volontariato è un valore aggiunto e testimonia l’impegno politico che anima i centri, dall’altra parte usufruire nei centri di solo volontariato può costituire un forte limite quando si tratta di fornire con continuità il sostegno necessario a rispondere ai tanti bisogni delle donne. Molti percorsi di supporto durano vari mesi, e coinvolgono diversi soggetti della rete intorno alla donna: assistenti sociali, forze dell’ordine, tribunali, strutture di ospitalità, scuola, datore di lavoro, familiari, ecc. in un difficile intreccio perché l’aiuto sia integrato, coordinato e rispetti la volontà della donna.

I centri antiviolenza vengono giustamente interpellati e coinvolti nelle attività di formazione rivolte a vari soggetti e professioni, in virtù della ormai trentennale esperienza e del patrimonio di conoscenze prodotto, come per altro suggerisce la Convenzione di Istanbul. Il protocollo tra Anci Emilia-Romagna e il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, che recepisce quello tra Anci nazionale e D.i.Re (l’associazione nazionale dei centri antiviolenza), rinforza questa acquisizione. Ogni ente/organizzazione d’altronde è libero di coinvolgere nella formazione qualsivoglia professionista o ente, come le Università, gli Ordini professionali, ecc., e questo di fatto avviene   continuamente. I centri non hanno certo una sorta di monopolio arbitrario delle risorse, senza rendicontazione oggettiva di quello che fanno (tutti sono tenuti a rendicontare agli enti finanziatori), fa fede invece la serietà e la continuità delle relazioni con i contesti locali, istituzionali e non solo.
Nei centri antiviolenza della regione riuniti nel Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna (organismo formalizzato nel 2009, www.centriantiviolenzaer.it ) è attivo uno Sportello lavoro, al quale qualsiasi donna che ha subito violenza può rivolgersi. I centri antiviolenza si attivano in tutti i modi per un sostegno a lungo termine: sostegni per la crescita professionale come corsi di italiano e per la patente, stage e corsi professionalizzanti, laboratori, facilitazioni per la scolarizzazione dei figli, ecc. Il Coordinamento è anche garante della qualità, della formazione e della metodologia impiegata dai singoli centri, proprio perché le donne che si rivolgono a loro trovino competenza e professionalità uniformi.
I centri antiviolenza si occupano di violenza di genere contro le donne, cosa ben differente e che non si può confondere con i dissapori e/o conflitti all’interno di una coppia. Nei casi di violenza la mediazione è considerata inefficace e pericolosa, tanto che viene espressamente vietata dalla Convenzione di Istanbul e da tante raccomandazioni internazionali.

Ai centri antiviolenza si rivolgono donne di tutte le provenienze sociali, e la classe più rappresentata è quella media. Le associazioni che li animano sono apartitiche, e si muovono nell’ambito del femminismo, essendo impegnate con determinazione nel promuovere politiche pubbliche che incidano sulla differenza di potere tra i sessi, che è la base e l’origine della violenza contro le donne, fermamente convinte che la violenza alle donne riguardi tutte le donne. Di fatto, hanno criticato tutti i governi che si sono succeduti negli anni, per la loro assenza o scarsità di iniziativa sul tema.

I centri antiviolenza non solo comprendono appieno la necessità di aiutare i maltrattanti, ma alcuni di essi hanno contribuito a fondare centri per uomini che usano violenza, ad es. a Ferrara (Cam Ferrara). Il fatto che si tratti di luoghi e staff separati dal centro antiviolenza è a tutela delle vittime ed è richiesto dalle raccomandazioni internazionali.

Stante la prospettazione fornita in tale articolo, avente contenuto fortemente diffamatorio rispetto all’attività dei centri antiviolenza riuniti nel dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza onlus di Bologna in particolare, chiedo la pubblicazione di quanto sopra, riservandomi, in difetto, ogni più ampia tutela in favore dei soggetti che rappresento.

Distinti saluti

Avvocata
Susanna Zaccaria – Foro di Bologna