Rompere quel “dannato silenzio”

Per il 25 novembre, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, Genova Palazzo Ducale Fondazione Cultura, ha realizzato un video in collaborazione con Genova Città Digitale. L’iniziativa ha il patrocinio dell’Associazone Ligure dei Giornalisti e della Commissione Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa. Il video si intitola “Dannato silenzio”, e mostra il volto di 32 donne mentre una striscia nera, sui cui compaiono i numeri degli stupri e il tipo di violenze subite dalle donne, scorre coprendo le loro bocche. Da vedere senza commentare: Dannato silenzio

La violenza illustrata

Come trattano la violenza i Mass Media in Italia? I giornali e le televisioni, su cosa puntano quando parlano di fatti cruenti legati alla violenza sulle donne? Cosa dicono a proposito dei fatti e a quali stereotipi si rifanno per avere un effetto sicuro su chi legge? Il Video analisi contro la violenza sulle donne a cura di Bollettino di guerra (http://bollettino-di-guerra.noblogs.org) illustra appunto cosa l’informazione mette in risalto quando tratta di un femminicidio, di una violenza sessuale, nei casi di stupro di minorenni, ecc. Non ha bisogno di commenti, è solo da vedere: Violenza sulle donne: attraverso quali immagini viene illustrata la notizia?

L’UE censura sé (e le afghane in carcere)

 

“In-Justice: The Story of Afghan Women in Jail”, ovvero “In-giustizia: la storia di donne Afghane in carcere”, il documentario che l’Unione Europea ha commissionato per documentare lo stato delle donne nelle carceri afghane, non sarà divulgato pue essendo stato commissionato dalla stessa UE per denunciare il dramma di queste detenute. Oltre al danno quindi anche la beffa, perché si tratta di una documentazione video sulle donne che in Afghanistan scontano pene detentive nel carcere, anche con i loro figli piccoli, e sono donne che hanno vissuto drammi senza eguali: chi sconta una pena detentiva di 12 anni per aver subito uno stupro dal cugino, e per essersi rifiutata di sposarlo dopo essere rimasta incinta, chi perché è scappata da un marito violento, chi ha fatto sesso fuori dal matrimonio, o chi semplicemente si è ribellata a una schiavitù permanente e legale. “C’è un gran numero di questi casi che finiscono nelle prigioni”, ha detto Heather Barr, ricercatrice dello Human Rights Watch che lavora sulle donne in carcere in Afghanistan. Il motivo è che l’esposizione delle donne in video sarebbe pericolosa, un problema leggittimo che si può superare oscurando o trattando le riprese, ma che in realtà è stata letta da più parti come una scusa, in quanto si ipotizza che l’UE avrebbe paura di danneggiare i suoi rapporti con il governo afghano, che in realtà è complice diretto di questa situazione delle donne nel suo Paese. Secondo l’Onu ci sono circa 300-400 donne che in Afghanistan sono in carcere accusate di “crimini morali”: sesso fuori dal matrimonio, fuga da violenza dpmestica, violenza sessuale, ecc. (fonti: http://www.ap.org/; http://www.giornalettismo.com)

 

Non è horror ma una sentenza del Tribunale

Il 13 luglio 2011 il Tribunale di Belluno ha pronunciato la seguente sentenza, depositata l’11/10/2011.
Il Tribunale ha condannato un uomo perché “per motivi abbietti, costringeva.. gravemente minacciandola con un’ascia che teneva sul letto durante lo stupro al fine di eseguire il delitto di violenza sessuale, con violenza consistita nel tenerla ferma, a subire atti sessuali consistiti in un rapporto vaginale completo con eiaculazione”. Si legge nella sentenza che  l’imputato “sotto minaccia di una accetta, ebbe a costringere.. ad avere con lui ben due rapporti sessuali completi; e ciò nonostante la donna continuasse a piangere mentre il.. esaudiva i suoi istinti sessuali, incurante dello stato d’animo della stessa (tanto da leccarle le lacrime)”. Si legge inoltre che la parte offesa “..pur essendo stata talvolta contraddetta e smentita in alcune parti della propria deposizione dibattimentale dalle risultanze investigative compiute, è da ritenersi del tutto attendibile e credibile in relazione a quello che è il nucleo essenziale delle proprie dichiarazioni, ossia il racconto reso dalla stessa in merito alla violenza subita”. Questa in sintesi la vicenda: la donna, che svolge un’attività di commercio e vendita di automobili, un giorno, mentre serve al tavolo di un locale, conosce l’uomo, che successivamente la contatta più volte e le “fa la corte”, riferendole anche della sua intenzione di acquistare un’auto. Le propone quindi di andare a pranzo con lui e altri signori per discutere di un nuovo lavoro( in tale occasione la donna  inoltre spera di vendergli un’auto). Giunta all’appuntamento , poiché le altre persone ritardano, viene invitata a salire a casa sua a prendere un thè: dopo aver atteso chiacchierando alcune ore, l’uomo la minaccia con l’accetta e la stupra.
Il PM chiede una condanna a 7 anni, il Tribunale lo condanna a 2 anni con la sospensione condizionale della pena, riconoscendogli l’attenuante  “di cui all’ultimo comma dell’art.609 bis c.p. ritenuta prevalente sulla contestata aggravante di cui all’art. 609 ter n.2 c.p.” perché: “La donna, del resto, era consapevole del debole che il.. nutriva per lei; è la stessa ad aver riferito in aula che il. già da tempo, si era mostrato “galante” nei suoi confronti telefonandole anche con insistenza pur sempre con la scusa di trovarle dei clienti per la vendita delle auto; inoltre, era stato generoso negli apprezzamenti personali nei suoi confronti quando l’aveva conosciuta la prima volta.Pertanto , sotto il profilo della concreta offesa arrecata, si deve desumere che verosimilmente vi fu all’inizio dell’incontro una accettazione da parte della donna della possibilità che la situazione con il.. potesse andare oltre. La.. per quanto dalla stessa riferito, non ebbe alcuna remora ad entrare in casa del., che ben sapeva avere un debole per lei avendola corteggiata per tutto il tempo in cui era stata in..” (viene riportato il luogo in cui la donna aveva temporaneamente lavorato come cameriera)” ed anche successivamente né a rimanere in cucina a chiacchierare con lui per molto tempo (circa 2 ore), senza pranzare. D’altro canto la.. non poteva nemmeno dirsi una donna sprovveduta in merito alle relazioni uomo-donna, e ciò sia per il ruolo familiare ricoperto, quale madre di famiglia, sia per il lavoro che svolgeva nell’ambito del commercio e che la portava  ad avere necessariamente maggiori contatti con il genere maschile (vendeva autovetture)”.

Albania: escalation di violenza fatta in casa

© Top-Channel TV, Albania

In crescita la violenza domestica anche in Albania, un fenomeno che attraversa, anche qui come nel resto del mondo, tutte le fasce sociali, ad di là che si tratti di città, zone rurali, periferie, e al di là dello status economico. Oltre al sommerso, i dati ufficiali dicono che se nel 2009 i casi denunciati sono stati 1.217, mentre nel 2010 sono arrivati a 1.998, quasi 800 in più, un’emergenza che ha fatto aumentare le richieste di “Protezione immediata/ordini restrittivi” da 841 del 2009 a 1.230 del 2010. Dall’analisi di questi dati risulta che per la quasi totalità si tratta di una volontà di controllo totale del marito rispetto alla moglie, mentre negli altri casi si tratta di genitori maltrattanti verso i figli. La campagna nazionale partita nel 2000: “Non stare zitti!”, ha portato ad affrontare il fenomeno che, per lo più, rimane ancora un fatto considerato “privato” da più parti. Nel 2006, la legge su “Misure di prevenzione della violenza nei rapporti familiari” è passata in parlamento per le forti pressioni della società civile e una petizione sottoscritta da 20.000 persone, ma anche se questa legge sancisce che l’autore della violenza deve abbandonare la casa nel momento in cui sia emesso un “ordine di protezione”, in realtà vittima e abusante continuano a rimanere sotto lo stesso tetto con conseguenze terribili. Sevim Arbana, dell’associazione “Utili alle donne albanesi”, dice tristemente che “è un dato di fatto che, dall’inizio del 2011, vi siano stati più casi di donne assassinate e nessun colpevole in galera. E questo dimostra chiaramente che la legge non funziona. Gli strumenti previsti trovano impedimenti nella catena di applicazione e non ci sono rifugi per le vittime dove possano iniziare a ricostruirsi una vita”. Anche in Albania il concetto di violenza si sta allargando e dalla classificazione dei dati emerge che la violenza avviene in diverse forme: psicologica, economica (in particolare nelle aree urbane), fisica (in particolare nelle aree rurali), sessuale (è la più sommersa), mentre le donne che la subiscono violenza vanno dai 18 ai 23 anni e dai 37 ai 45, e che le vittime

più vulnerabili sono disabili, migranti e rom.

Birmania: stupro di guerra asiatico

Sumlot Roi Ja è di etnia Kachin, ha 28 anni e una bambina di 14 mesi. È stata prelevata dai soldati birmani il 28 ottobre dal suo villaggio di Hkai Bang, nel distretto di Bhamo, nel nord del Myanmar poco distante dal confine con la Cina, portata nella caserma di Mu Bum e stuprata per giorni dalle truppe, è stata poi lasciata nuda a disposizione dei soldati nuda sulla piattaforma per montare la guardia fino a quando è stata abbandonata sulla linea di confine tra i soldati governativi e la zona controllata dai ribelli del Kachin Indipendence Army (KIA). Il giorno prima del prelievo di Sumlot Roi Ja, tre ragazzine di etnia cinese nello Stato Shan, originarie del distretto di Muse, sono state stuprate e uccise dai soldati governativi. Non se ne parla molto sui giornali italiani, ma in Birmania la guerra, nel Kachin e nello Shan, ha 40 anni e ha alle spalle una lunga storia di morte e di stupri usati come arma di guerra per piegare la popolazione. Zau Raw, del Kachin Refugee Committee, ha parlato di “soldati birmani in abiti civili che derubano e assaltano ininterrottamente in Kachin dal 9 giugno del 2011”. Stupri sistematici da parte delle truppe birmane sono stati denunciati da organizzazioni umanitarie: nel 2002 lo Shan Women’s Action Network ha pubblicato “Licenza di stupro”, che documenta tra il ‘96 e il 2001, più di 600 rapimenti e assalti sessuali; nel 2007 State of Terror, della Karen Women’s Organisation, dava più di 4.000 abusi, rapimenti, assassini, torture in circa 200 villaggi. Nel 2009 Nay Pay aveva 18 anni, era incinta di 8 mesi, e Naw Wah Lah aveva 17 anni e un bambino di 6 mesi, entrambe venivano dal villaggio di Kwee Law Plo: sono state fermate, violentate e uccise dai soldati birmani. Nell’85% dei casi gli ufficiali violentano le ragazze per poi passare le vittime alle truppe per stupri di gruppo o per essere uccise, soffocate, pugnalate o bruciate, con il corpo spesso esposto come monito. Naang Hla, incinta di 7 mesi, è stata stuprata ed è rimasta sola nella giungla con diarrea e perdite di sangue: dopo 4 giorni ha partorito. Una bambina di 5 anni è stata trovata legata e semicosciente in una pozza di sangue, portata di corsa in ospedale, dove è stata ricucita per le lesioni alla vagina lacerata dallo stupro. Women’s League of Burma (WLB), un’associazione umanitaria con base in Thailandia, ha realizzato un documentario, “Garantire giustizia alle donne”, con una inchiesta su 18 casi di violenze che si sono consumate solo negli ultimi mesi su donne tra i 12 e i 50 anni, tra cui una ragazza al nono mese di gravidanza. Le superstiti a questo scempio non hanno alcun sostegno inBirmania e non possono ottenere giustizia.

Aumenta la violenza sui bambini italiani

In Italia i dati sui bambini che subiscono violenza sono aumentati: dai 4.178 registrati dalla Polizia di Stato nel 2009 si è passati ai 4.293 nel 2010. Le vittime di violenza sessuale sono stati 763 nel 2010, con 349 vittime di violenza sessuale aggravata, mentre 186 bambini sono stati picchiati in famiglia in maniera grave con intervento di assistenza medica e denuncia per abuso dei mezzi di correzione e disciplina. 1.004 hanno subito gravi maltrattamenti in famiglia, 319 sono stati abbandonati. Sono dati resi pubblici da Terre des Hommes (www.terredeshommes.it) in questi giorni, all’interno della campagna “IO Proteggo i Bambini” per la prevenzione della violenza sull’infanzia in Italia e nel mondo, e sta anche sensibilizzando i Comuni d’Italia proponendo un Manifesto insieme al CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento all’Infanzia), che impegni le istituzioni locali sulla prevenzione della violenza sui bambini e la loro protezione una priorità. Raffaele Salinari, presidente di Terre des Hommes ha fatto un caloroso appello affinché il nuovo governo di Mario Monti non prenda nella sua “scure” anche i bambini e si impegni a non tagliare quello che è già difficile fare con interventi sia di prevenzione che di monitoraggio e soccorso dei minori che subiscono violenza o che sono a rschio: “Coerentemente con i propositi di accresciuta attenzione all’equità sociale espressi da Mario Monti – ha detto Salinari – ci auguriamo che essa si estenda alle categorie più vulnerabili e che il nuovo corso della politica italiana si distingua per un rinnovato impegno nei confronti dei diritti dei bambini”.  Più che un augurio mi sembra una preghiera (in ginocchio e sui ceci).