Hunziker e Bongiorno chiedono il carcere per chi si macchia di un reato inesistente

L’avvocata aveva già chiesto l’ergastolo per i femmicidi tempo fa e ora insieme alla show girl svizzera chiama alle armi presentando una legge d’iniziativa popolare in cui chiede il carcere per chi si macchia di un crimine legato a una sindrome che non esiste e che sta devastando le donne e i bambini in Italia: quella dell’alienazione parentale

 

Michelle Hunziker e Fabio Fazio a "Che temo che fa" su Rai Tre

Michelle Hunziker e Fabio Fazio a “Che temo che fa” su Rai Tre

Domenica scorsa da Fazio è successo qualcosa che ha dell’incredibile: la show girl Michelle Hunzinker, è stata invitata alla trasmissione televisiva su Raitre, “Che tempo che fa”, e ha presentato davanti a milioni di spettatori una proposta di legge dall’avvocata Giulia Bongiorno, per punire penalmente chi “aliena” i bambini dal partner, classificando un reato in base a una sindrome dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, classificata come non scientifica e non utilizzabile dalla sentenza di Cassazione firmata dalla giudice Gabriella Luccioli sul caso del bambino di Cittadella (chi non ricorda le immagini del minore trascinato davanti la scuola) e messa al bando come pericolosa negli Stati Uniti – dove è nata grazie alle teorie del discusso Richard Gardner – e in Spagna per i danni che ha causato.

La proposta, che dovrà essere sostenuta con la raccolta delle firme necessarie per una legge di iniziativa popolare, è stata lanciata in pieno stile nazional-popolare proprio da Hunzinker e Bongiorno che qualche anno fa hanno dato vita a “Doppia Difesa”, un’associazione a tutela delle donne che subiscono violenza, e che per questo dovrebbero sapere quanto siano proprio queste donne, e i minori che le accompagnano, i primi soggetti esposti alla fantomatica, quanto mai pericolosa, alienazione parentale.

Il disegno di legge

La legge, dal titolo “Disposizioni penali in tema di abuso delle relazioni familiari o di affido”, si vorrebbe inserire “dopo l’art. 572 c.p. che punisce i maltrattamenti contro i familiari e i conviventi”, e intende “perseguire (con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni) particolari condotte di abuso dei rapporti intrafamiliari o di affido, volte a impedire l’esercizio della potestà genitoriale, ingenerando nel minore sentimenti di astio, disprezzo o rifiuto verso il genitore alienato”, ponendosi l’obiettivo di punire “il genitore affidatario nei confronti del non affidatario” ma dando anche la “possibilità di punire anche quelle condotte poste in essere ai danni del minore e di uno dei genitori da parte di un altro familiare”, allargando così il raggio d’azione anche ad altri elementi della famiglia. La legge punirebbe chiunque ostacoli “l’impedimento dell’esercizio della potestà genitoriale”: un concetto, quello della potestà, già superato nel diritto di famiglia con la “responsabilità genitoriale”, che qui invece viene ribadito a prescindere e senza specificare se il genitore rifiutato dal minore (“alienato”) possa invece essere veramente dannoso per il minore, come appunto nel caso di un genitore violento. Ma come si fa a rischiare di prendersi fino a tre anni di reclusione sulla base di una sindrome classificata da più parti come non scientifica e di cui sono stati ravvisati danni proprio su quei minori e su quelle donne che Bongiorno e Hunziker vorrebbero tutelare con “Doppia difesa”?

La Pas

Che la Pas (Parental alienation syndrome in Italia tradotto come Sap, Sindrome di alienazione parentale e poi usata anche solo con AP, Alienazione parentale) sia un raggiro, è stato già dichiarato da più parti. Giuliana Olzai, ricercatrice statistica e autrice del libro “Abuso sessuale sui minori. Scenari, dinamiche, testimonianze”, ricorda che “Come ben noto, la Pas non ha alcun riconoscimento scientifico né è inserita nelle due maggiori classificazioni internazionali dei Disturbi mentali (il DSM e l’ICD) e non è minimamente considerata dall’APA (American Psychological Association)”. Olzai sottolinea che l’Istituto di ricerca dei procuratori americani della National District Attorneys Association, nel 2003 ha scritto che “La Pas è una teoria non verificata che, se non contestata, può provocare conseguenze a lungo termine per il bambino che cerca protezione nei tribunali”, e che “è in grado di minacciare l’integrità del sistema di giustizia penale e la sicurezza dei bambini vittime di abusi”. Sempre negli Stati Uniti, e precisamente nella revisione delle linee guida per i giudici del 2006, si legge che la Pas è “Una sindrome screditata che favorisce gli abusanti di bambini in controversie per la custodia”, mentre l’Associazione Spagnola di Neuropsichiatri nel 2010 si è dichiarata contro l’uso della Pas perché “non ha fondamenti scientifici” e “la sua applicazione in tribunale comporta gravi rischi”. Ma sull’Alienazione parentale anche il nostro Ministero della Sanità si è pronunciato anni fa, e attraverso il Sottosegretario di Stato per la Salute ha dichiarato che “Sebbene la Pas sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine disturbo, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”.

In Italia quella che ha segnato un vero e proprio spartiacque è stata però la sentenza di Cassazione (n. 7041 del 20 marzo 2013) sul caso del bambino di Cittadella – che abbiamo visto in tv mentre era trascinato con forza fuori dalla scuola per essere portato in casa famiglia – che sottolinea “la mancata verifica dell’attendibilità scientifica della teoria posta alla base della diagnosi di sindrome di alienazione parentale”, contenuta invece nella CTU (Consulenza tecnica d’Ufficio) fatta dallo psichiatra e decisiva per il prelevamento coatto del bambino che abitava con la madre e non voleva andare con il padre. La sentenza descrive in maniera ampia i riferimenti accademici internazionali che disconoscono la Pas, sottolinea la sua assenza nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) e fa riferimento al suo fondatore, il “professor” Richard Gardner, come a un “volontario non retribuito” presso la Columbia University noto per “aver giustificato la pedofilia”. Una sentenza che essendo stata emessa dalla suprema corte fa giurisprudenza e che non solo ha riportato il bimbo nella casa materna ma ha ribadito il principio per cui un giudice, prima di esprimersi, è tenuto a verificare “il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale”, in assenza della cui verifica si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare” (testo integrale della sentenza).

Infine sia la Federazione nazionale degli Ordini dei medici che Società italiana di pediatria e l’Ordine degli psicologi della Regione Lazio si sono espressi contro la Pas, ma sono soprattutto i centri antiviolenza che, attraverso la rete DiRe, hanno messo in guardia sull’alienazione parentale in quanto le stesse avvocate che difendono le donne vittime di violenza e accompagnate da minori, si lamentano di ritrovarsi nella situazione per cui l’alienazione genitoriale viene usata “in maniera strumentale dagli autori delle violenze che fanno leva sulla minaccia di sottrarre i figli per tenere le donne sotto il loro controllo”, sia nei tribunali dei minori che nei tribunali civili al momento della separazione e della decisione dell’affido dei figli.

Violenza domestica e minori abusati

La proposta della Bongiorno, sponsorizzata pubblicamente da Hunzinker, entra a gamba tesa in quel vespaio che è diventato in Italia l’affido condiviso, entrato in vigore con la legge 54 varata nel 2006, che ha trovato un Paese impreparato a questa evoluzione legislativa e una schiera di avvocati e psicologi che hanno usato l’arma dell’inesistente Pas, per rinnegare maltrattamenti in famiglia e violenza domestica, provocando così danni sostanziosi sui soggetti più esposti: donne e minori in molti casi rivittimizzati in tribunale perché non creduti grazie alla Pas. Ma se “Doppia Difesa” offre consulenza, assistenza legale e psicologica a donne vittime di abusi, violenze e discriminazioni, dovrebbe essere a conoscenza dello spaventoso mondo della Pas, e soprattutto dovrebbe sapere che sono state proprio le Nazioni Unite, nelle Raccomandazioni del Comitato Cedaw all’Italia, a specificare di non prendere in considerazione la Pas.

Nella Raccomandazione 50/2011 CEDAW si legge testualmente: “Il Comitato ha notato che la Legge n.54/2006 ha introdotto l’affido condiviso (fisico) come via preferita in caso di separazione o divorzio. Tuttavia il Comitato è preoccupato per la mancanza di studi sugli effetti di questo cambiamento legale, in particolare alla luce di ricerche comparative che indichino gli effetti negativi sui minori, specialmente sui bambini più piccoli, in caso di imposizione dell’affido condiviso. Il Comitato è, inoltre, preoccupato per il fatto che, nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori, possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale (PAS)”. Mentre nella Convenzione di Istanbul. ratificata dall’Italia in maniera vincolante nel 2013, si legge che “Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini” (Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza).

Quello che infatti succede in Italia, e che forse non tutti sanno incluso Fabio Fazio, è che sempre più spesso donne che denunciano violenza domestica e hanno i figli che non vogliono vedere il padre proprio perché vittime di violenza assistita o subita, si ritrovano accusate di alienare questi minori grazie alla Pas che serve a dimostrare che la violenza non c’è e che è in realtà si tratta di una falsa accusa in quanto è la madre che mette contro la prole nei riguardi del padre, e questo senza neanche ascoltare le ragioni del minore: una situazione che questa legge aggraverebbe mandando queste donne anche in prigione.

Tribunali e affido coatto

Quello che bisogna sapere non è che i bambini dei genitori separati sono “affetti” da Pas, come ha sostenuto Hunzinker in Tv, ma che dal 2006 a oggi in Italia si è sviluppato intorno all’affido condiviso un vero inferno in cui gli abusi e le violenza in famiglia non sono più dimostrabili grazie alla Pas, perché oggi se un bambino non vuole vedere un genitore perché è stato abusato da lui o perché ha assistito a violenza sulla madre, è solo perché è “alienato”: tanto che ormai i giudici preferiscono togliere il minore anche al genitore accudente (in questi casi la madre) e mandarlo in casa famiglia pur di non rischiare. Un escamotage, l’alienazione parentale, che è diventata consuetudine nei tribunali grazie alla “pseudo-letteratura” che circola tra psicologi e psichiatri che redigono Ctu e Ctp usando sistematicamente una “malattia” non scientificamente provata ed esibendo un’ignoranza straordinaria verso le dinamiche della violenza intrafamiliare, tanto da non saperla neanche riconoscere.

Il vero bubbone qui è il numero spaventoso delle donne che pur subendo violenza da un partner, si ritrovano da una parte un ricorso per maltrattamenti in famiglia in procura, e un ricorso per l’affido in un tribunale civile o minori che spesso si conclude con l’affido condiviso o addirittura con l’affido ai servizi o la segregazione in casa famiglia. Madri che sempre più spesso rinunciano a denunciare per non sentirsi dire la frase, pronunciata da assistenti sociali, psicologi e psichiatri, che non è vero che il padre è violento ma che è lei a essere un’isterica che mette il bambino “contro” il padre e lo ”aliena” dal figlio.

L’inventore della Pas: Richard Gardner

Una realtà ancora più spaventosa quando si vanno a vedere i casi in cui è il minore che subisce violenza dal genitore maschio (che rappresenta la maggioranza dei casi di abusi): qui le madri che denunciano il marito-padre pedofilo rischiano grosso nel momento in cui si vanno a separare per allontanare l’abusante in quanto possono anche rischiare che il bambino, proprio grazie alla Pas, sia costretto a vedere il padre violento e in certi casi possa addirittura essere affidato a lui. Tutto questo grazie alla tesi delle “false accuse”, inventata per sfuggire alle condanne per pedofilia, basata sul sistema dell’alienazione ideata da Richard Gardner che negli Usa creò talmente tanti danni da essere bandita. Patrizia Romito, psicologa e docente all’Università di Trieste, precisa che “Gardner ha formulato delle raccomandazioni sulla terapia adatta ai genitori alienanti (le madri) e ai loro figli indottrinati. Egli parla di tre livelli di gravità della Sap: lieve, moderato e grave. Il trattamento sarebbe applicabile nei primi due livelli, mentre nel terzo sarebbe indispensabile trasferire la custodia del bambino al genitore alienato, ossia al padre denunciato per abuso (Gardner, 1998). La terapia proposta è di tipo familiare, in contesto coatto”. “Il terapeuta – spiega Romito – dovrebbe adottare un approccio autoritario, impiegando frequentemente minacce che siano credibili” e per quanto riguarda il rapporto con il bambino “dovrebbe ignorare le sue lamentele” perché, scrive Gardner: “deve avere la pelle dura ed essere in grado di tollerare le grida e le dichiarazioni sul pericolo di maltrattamento” (Gardner, 1999a; p. 201).

 

Parla lo stupratore della tassista: “Aspettavo l’autobus ma poi ho avuto un raptus”

Simone Borghese

Simone Borghese

Alla fine è stato trovato, e lui ha confessato dicendo che è stato un raptus. Si tratta dell’uomo che ha aggredito e stuprato la tassista romana di 43 anni che la scorsa settimana ha caricato sul taxi un cliente che si è fatto portare verso Ponte Galeria e che una volta arrivati in una strada isolata, ha assalito la donna. L’uomo, che si chiama Simone Borghese e ha 30 anni, è stato rintracciato perché un altro tassista che non era stato pagato e che aveva ricevuto il numero di cellulare di Borghese come garanzia, lo ha riconosciuto attraverso l’identikit divulgato, e ha fornito il numero alla polizia. Un italiano, giovane, separato e con una figlia di sette anni, che fa il cameriere a chiamata ed era apparentemente al di sopra di ogni sospetto: un uomo normale. Un uomo che ha confessato tutto e che per difendersi (e sottolineo la parola difendersi), ha dichiarato di avere avuto un raptus, sapendo, in questo modo, di poter sperare nelle attuanti. Secondo quanto riportato dal Corriere, Borghese avrebbe detto che stava aspettando l’autobus e che a un certo punto ha deciso di prendere il taxi e poi è stato assalito da raptus: “Non volevo, non mi è mai successa una cosa del genere. Quella mattina aspettavo l’autobus in via Aurelia. Avevo dormito da un amico lì vicino perché avevo fatto tardi al lavoro. Il bus non arrivava e così ho deciso di prendere il taxi. Al volante c’era lei. Le ho detto di portarmi a Ponte Galeria, ma durante il tragitto sono stato preso da un raptus: vicino a casa le ho fatto cambiare strada per arrivare in un viottolo sterrato, isolato, nei pressi di via Pescina Gagliarda. E lì fuori l’ho violentata”. Come se tutto fosse successo senza un perché, un momento d’impeto appunto.

Ma perché “conviene” parlare di raptus?

Su wikipedia leggiamo che “Il raptus (dal latino raptus, “rapimento”) è un impulso improvviso di forte intensità che porta un soggetto a episodi di parossismo, in genere violenti. Può portare a uno stato ansioso e/o alla momentanea perdita della capacità di intendere e di volere“, ma soprattutto che “Nell’ambito del diritto penale e della psichiatria forense la carenza di controllo degli impulsi può essere considerata condizione di momentanea incapacità di intendere e di volere e quindi come attenuante per la commissione di reati“. Ripetiamo “una momentanea incapacità di intendere e di volere”, che significa: l’ho fatto, e non posso dimostrare il contrario perché mi avete incastrato, però non lo volevo fare, è stato al di là delle mie intenzioni.

Riguardo l’abuso del raptus nei casi di violenza contro le donne fatto da giornali e nelle dichiarazioni delle forze dell’ordine – in quanto si tratta, per la maggioranza, di uomini assolutamente in grado di intendere e di volere – diversi psicologi e psichiatri hanno rilasciato dichiarazioni riguardo l’uso di questo termine nell’ambito della violenza contro le donne. Tra questi Claudio Mencacci, ex presidente della Società italiana di psichiatria (Spi) e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, che alla 27esima ora aveva dichiarato un po’ di tempo fa: “Sotto il cappello del raptus, o alcune volte della follia, si mette la violenza inaudita, quella imprevista, impulsiva. E non si considera mai che, guarda caso, quella violenza ha come oggetto i più fragili, i deboli, le persone indifese e quindi le più esposte. Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso?”. E poi aggiunge: “Noi, in psichiatria, tendiamo a escludere l’esistenza del raptus” che “serve molto a chi fa le perizie per giustificare le azioni di grande violenza e attenuare la gravità del fatto e la colpa di chi le commette”.

A completare questo quadro riguardo il raptus è il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane, in cui si leggeva infatti che i media spesso presentano gli offender “come vittime di raptus e follia omicida”, facendo pensare che si tratti di persone “portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa”, mentre solo una piccolissima parte è a causa di patologie psichiatriche.

Il fatto interessante è però che questa volta i giornali hanno riportato l’ipotesi del raptus come dichiarazione fatta dall’uomo che ha stuprato la tassista, e non come un elemento integrante o come reale movente dell’atto, e questo sia per le dichiarazioni trapelate dalla Procura (non per niente il caso è stato affidato alla Procuratrice Maria Monteleone a capo del pool antiviolenza della procura di Roma che ha magistrati formati sull’argomento), sia per la maggiore oculatezza che si sta creando anche nei media grazie alla massiccia campagna che noi tutte (giornaliste e società civile) abbiamo fatto in questi anni.

 

Tassista stuprata a Roma: le istituzioni non possono solo indignarsi

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Dieci giorni fa a Milano una donna viene stuprata a casa sua dal fattorino che consegna le pizze a domicilio dopo averne ordinato una, mentre l’altro ieri una tassista subisce uno stupro e una rapina a Roma da un cliente caricato in macchina che l’ha portata in una strada isolata per aggredirla, picchiarla e violentarla. In questi stessi giorni il governo Renzi presenta un Piano antiviolenza aspramente criticato dalle associazioni e dai centri antiviolenza in quanto non corrispondente ai bisogni delle donne e, malgrado i proclami, non coerente con quanto contenuto nella Convezione di Istanbul ratificata dall’Italia e strumento internazionale per contrastare la violenza sulle donne. Davanti a questi fatti, Salvini inneggia alla “castrazione chimica”, e il sindaco di Roma, Marino, si indigna e dichiara al Corriere che “le violenze e gli abusi a sfondo sessuale non soltanto sono estremamente gravi, ma anche vili: un vero crimine contro la comunità umana”, aggiungendo anche che la sua amministrazione “farà quanto è in suo potere per essere vicino alla donna vittima di violenza”, malgrado le romane che subiscono violenza siano molto più numerose.

Altrettanto, e giustamente, indignata è la deputata del Pd Fabrizia Giuliani che ieri ha fatto sapere come “La lotta alla violenza contro le donne deve diventare una priorità del Governo”. “E’ quanto mai importante – dice Giuliani – dare seguito concreto e rapido alle misure previste per il contrasto alla violenza, a cominciare dalla prevenzione. E’ necessario che tutte le figure istituzionali che hanno il compito di affrontare il fenomeno della violenza sessuale, cioè polizie, prefetture e presidi medici, siano in grado di coordinarsi tra loro e ricevano una adeguata formazione professionale. Questa è la risposta che ci sentiamo chiamati a dare come Istituzioni il cui impegno, anche attraverso il contributo delle associazioni, è cruciale per impedire che una donna possa essere vittima di stupro”.

Essendo d’accordo, parola per parola, con Giuliani, mi chiedo allora perché il suo partito, che è al governo di questo Paese, abbia redatto un Piano antiviolenza, presentato due giorni fa dalla consigliera di pari opportunità, Giovanna Martelli, che ha provocato la netta critica e la bocciatura di associazioni e centri antiviolenza che hanno salvato le donne italiane in tutti questi anni? E soprattutto perché le parlamentari che oggi si ritrovano in parlamento con un numero nettamente superiore alle scorse legislature (30%), e grazie proprio al voto delle donne, non fanno sentire la loro voce. Una voce che, tra le altre cose, si è assottigliata sempre di più da quando Renzi è diventato il presidente del consiglio. Due anni fa abbiamo avuto una ministra delle Pari Opportunità che in soli due mesi ha fatto un ottimo lavoro durante il governo Letta, una ministra che è stata spazzata via e mai sostituita da qualcuna che avesse lo stesso mandato, quindi lo stesso potere decisionale, e soprattutto le stesse capacità. E malgrado le donne italiane l’abbiano richiesta a gran voce, nessuna di queste donne che siedono oggi in parlamento ha fatto eco a quelle richieste fatte dal quelle stesse donne che probabilmente le hanno votate e grazie alle quali sono lì. Una voce, quello di deputate e senatrici, che con l’arrivo di Renzi si è ulteriormente affievolita, ammorbidita, come se bastasse nominare 8 ministre per risolvere i problemi delle donne in Italia. Il dialogo con la società civile femminil-femminista, timidamente avviato durante il governo Letta da Idem sui temi della violenza, è stato spazzato via senza che nessuna di loro dicesse pubblicamente: no, così non va bene, le donne non ci stanno, malgrado, durante la discussione parlamentare sulla Convenzione di Istanbul e poi sulla legge 119, si fossero aperti degli spiragli per la formazione di una rete delle parlamentari che gettassero un ponte tra le donne e le istituzioni.

Impedire uno stupro e prevenire la violenza sulle donne, significa prima di tutto trasformare la cultura, un obiettivo che l’attuale Piano antiviolenza si pone in modo inefficace e del tutto aleatorio, superficiale. Un compito difficile in un Paese in cui una donna non solo può aver paura di ordinare una pizza a domicilio o di fare la tassista, ma anche di sposare, convivere e fare figli con un uomo che poi si rivela violento, e quindi subirlo 24 ore su 24 in casa sua, anche per anni, dato che l’80% della violenza in Italia è domestica e dato che uscire dalla violenza è un percorso difficile e faticoso.

Non capire che l’errore che si innesta sul danno, diventa così un danno ancora maggiore e significa non avere una coscienza né umana né politica. Per questo invito le parlamentari italiane a riflettere sull’operato di questo governo sulla violenza, favorendo un confronto reale e includente con la società civile delle donne che è molto più avanti di quelle stesse istituzioni: istituzioni che pretendono di farsi carico di un problema senza ascoltare chi lo conosce a fondo, contravvenendo così alle stesse indicazioni della Convenzione di Istanbul.

 

 

 

 

Piano Antiviolenza: governo Renzi allo sbaraglio

piano-violenze-di-genereDopo diversi rinvii e incertezze, è stato presentato oggi a Roma il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere (come previsto dall’articolo 5 della legge 119 che nel suo interno conteneva norme per il contrasto alla violenza contro le donne). Un momento atteso per un Piano che è passato di mano in mano e che ha avuto traversie ben prima della sua nascita, con le dimissioni della ex ministra Josefa Idem che fu costretta a passare, suo malgrado, le redini delle Pari opportunità alla viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, durante il governo Letta, fino ad arrivare all’attuale Giovanna Martelli, consigliera di pari opportunità del presidente del consiglio, Renzi.

Un Piano straordinario che ha avuto nella sua incubazione un lungo momento di confronto in un tavolo interministeriale, e precisamente quello che Idem aveva ideato come task force ad hoc sulla violenza contro le donne e che doveva essere, nelle sue intenzioni, un tavolo istituzionale affiancato da un altro tavolo in cui si sarebbero sedute le associazioni che da tempo lavorano in Italia sul fenomeno. Un confronto che la viceministra Guerra ha abilmente assottigliato, non solo togliendo di mezzo il tavolo della società civile ma decidendo di invitare a quello interministeriale soltanto alcune associazioni del vasto panorama italiano, e precisamente quelle che oggi hanno firmato dichiarazioni congiunte contro l’attuale Piano varato da Giovanna Martelli: un comunicato critico che nasce dal fatto che alla fine neanche quelle associazioni che sono state invitate al tavolo interministeriale, sono state prese in seria considerazione nella stesura del Piano antiviolenza. DiRe, Telefono Rosa, Udi, Pangea e Maschile Plurale – questi i gruppi che hanno partecipato al tavolo istituzionale – lamentano oggi che “il ruolo dei centri antiviolenza risulta depotenziato in tutte le azioni del piano e vengono considerati alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale senza alcun ruolo se non quello di meri esecutori di un servizio”, che “la distribuzione delle risorse viene frammentata senza una regia organica e competente e che quindi, non avrà una ricaduta sul reale sostegno dei percorsi di autonomia delle donne”, e infine che “il sistema di governance delineato nel Piano implica e non garantisce il buon funzionamento di tutto il sistema nazionale e pone inoltre problemi giuridici di coordinamento a livello locale”,  vanificando “il funzionamento delle reti territoriali già esistenti indispensabili per una adeguata protezione e sostegno alle donne”. Un comunicato, quello delle associazioni, in cui viene fatto notare sia che “il linguaggio del Piano è discriminatorio rispetto al genere”, sia che al suo interno “non c’è la declinazione al femminile quando si parla di figure professionali femminili”, e che “la funzione dell’Istat, l’istituzione dello Stato che fino ad oggi ha raccolto, validato ed elaborato i dati sulla violenza di genere, è cancellata dal Piano”.

Affermazioni che ci fanno capire come questo Piano sia stato elaborato, in quanto malgrado si dica che “Ai fini della predisposizione del Piano – si legge nel testo – è stato richiesto il contributo delle Amministrazioni centrali competenti, delle Regioni e degli enti locali, nonché delle Associazioni impegnate sul tema della violenza sulle donne”, si capisce come questa inclusione in realtà non ci sia mai stata sia perché la società civile italiana non ha partecipato – in quanto molto più ampia – sia perché quella che è stata interpellata, nemmeno è stata ascoltata. Ma che significa tutto questo?

La doppia Governance

A leggerlo, il Piano presentato da Martelli, appare come un manifesto di buone intenzioni con grandi proclami copiati qua e là, ma senza una reale e concreta intenzione di contrastare la violenza sulle donne. Manca cioè l’indicazione pratica e precisa su chi fa cosa e come la fa, facendo anche intravedere la possibile grande confusione che si potrà creare sull’esistente, e il grande spreco che avverrà di quelle già esigue risorse nel coprire l’essenziale. Un risultato provocato dalla mancanza di una realistica fotografia della realtà del fenomeno e anche dal fatto che nessuno, prima di fare questo Piano, è andato a vedere cosa aveva prodotto il primo Piano antiviolenza nazionale varato in Italia dalla ex ministra Mara Carfagna (e già in scadenza tre anni fa). Nelle molte parole del testo, si legge che “Contrastare la violenza maschile contro le donne richiede necessariamente il riconoscimento del fatto che essa si configura all’interno della nostra società come un fenomeno di carattere strutturale e non episodico o di carattere emergenziale”, si citano le Nazioni Unite, la Convenzione di Istanbul, le raccomandazioni Internazionali, ma stranamente non se ne tiene veramente conto, come se fosse una presa in giro. Si parla di “multifattorialità”, “fenomeno strutturale”, “approccio olistico”, “contrasto allo stereotipo di genere” ma senza dare reali strumenti concreti per un cambiamento profondo, e senza porsi il problema che per attuare una trasformazione così radicale sono necessari finanziamenti adeguati.

Il Piano parla di una “strategia basata su una governance multilivello”, le cui redini sono ben strette nelle mani del governo che si avvale del Dipartimento per le Pari Opportunità per le “funzioni centrali di direzione” e per coordinare un sistema e la pianificazione “delle azioni in sinergia con le Amministrazioni centrali, le Regioni, gli Enti locali e le realtà del Privato Sociale e dell’associazionismo non governativo impegnate nel contrasto alla violenza e nella protezione delle vittime (Centri Anti Violenza)”. Da una parte, dice il Piano, rimarrà il tavolo interistituzionale presieduto dalle PO e composto da Interno, Giustizia, Salute, Istruzione, Esteri, Sviluppo Economico, Difesa, Economia, Lavoro, Regioni, enti locali; e dall’altro, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, si attiverà “un apposito Osservatorio nazionale sul fenomeno della violenza, con il compito di supportare il Tavolo interistituzionale”, in cui è prevista la partecipazione, oltre dei rappresentanti istituzionali, “anche delle Associazioni impegnate sul tema della violenza sulle donne”: ci sarà cioè un “Tavolo di Coordinamento”, costituito da “Prefettura, Forze dell’Ordine, Procura della Repubblica, Comuni, Associazioni e gli organismi del Privato Sociale e dell’associazionismo non governativo, ASL/Aziende ospedaliere (operatori dei Pronto Soccorso), Parti sociali, Associazioni di categoria”, con la costituzione quindi di una governance politica che controlla tutto, e una governance tecnica di secondo livello, in cui tutti saranno apparentemente sullo stesso piano. Un disegno in cui la società civile non avrà un ruolo decisionale né un peso reale, con la conseguente perdita dell’occasione di allargare importanti metodologie sperimentate nel tempo dalle donne per le donne, a livello nazionale. Associazioni e centri antiviolenza saranno così usati e controllati nel loro operato – con dati sensibili che dovranno fornire facendo parte di questa governance tecnica – in cui una parte predominante lo avranno comunque i Prefetti (come già ipotizzato nella stesura del testo nominato “Codice rosa” del tavolo degli Interni che prevedeva che tutti i soggetti nominati facessero riferimento al Prefetto designato al vertice di questa governance e ora astutamente corretto nel Piano).

Finanziamenti

In poche parole i centri antiviolenza e le reti locali delle donne avranno un ruolo secondario e al massimo di supporto all’azione istituzionale che renderà conto al governo il quale però a oggi, a leggere il Piano, non ha la più pallida idea su come si presenta la violenza sulle donne in questo Paese. Una sensazione che si vede bene dai finanziamenti stanziati:

  • 10 milioni di euro per il 2013 (Legge 119/2013)
  • 10 milioni di euro per il 2014 (Legge 147/2013)
  • 9 milioni di euro per il 2015 (Legge n.147/2013)
  • 10 milioni di euro per il 2016 (Legge n. 147/2013).

Soldi dei quali “nell’ambito delle risorse stanziate di cui sopra e relative agli anni 2013-2015”: 13 milioni di euro sono stati ripartiti, in sede di Conferenza Stato-Regioni, tra le Regioni e le Province Autonome per la “formazione, inserimento lavorativo, all’autonomia abitativa per le donne vittime di violenza, sistemi informativi relativi ai dati”; 7 milioni di euro per la prevenzione; 7 milioni di euro per “progetti per sviluppare la rete di sostegno alle donne e ai loro figli e attraverso il rafforzamento dei servizi territoriali, dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza, prevenzione, contrasto che, a diverso titolano, entrano in relazione con le vittime”; 2 milioni di euro per la “Banca dati nazionale dedicata al fenomeno della violenza sulle donne basata sul genere”.

Peccato che i soldi del 2013 e ’14 siano stati già spesi con bandi regionali di cui ancora non abbiamo avuto riscontro nella ripartizione che è stata fatta: un gruzzolo, quello del Piano, di cui rimangono i 9 milioni del 2015 e i 10 milioni del 2016 che non bastano neanche per rifinanziare i centri antiviolenza, le case rifugio e gli sportelli di ascolto già esistenti sul territorio nazionale. Finanziamenti esigui che, insieme all’accordo Stato-Regioni fatto lo scorso anno in cui venivano date rigide linee per i requisiti dei centri antiviolenza italiani, finirà per ridurre alla fame i centri più deboli, riducendo così la già esigua presenza di strutture nate dalle donne e per le donne. Centri antiviolenza che saranno comunque usati, grazie al Piano, “nella rilevazione e trasmissione delle informazioni acquisite nel corso delle attività”. Perché un altro trabocchetto è quello che riguarda i dati e precisamente l’Istat dalle cui mani è stata tolta l’elaborazione sulla violenza contro le donne, in quanto è presso il Dipartimento per le pari opportunità che “viene costituita una Banca dati nazionale dedicata al fenomeno”, con un altro gruppo di esperti – che pullulano nel Piano e che non sono mai specificati per la loro qualità, professionalità e criteri di scelta – “avente il compito di elaborare proposte di progettazione e di sviluppo del sistema informativo della Banca dati”. Un Gruppo che avrà il compito, di “elaborare proposte di collaborazione con Istat”: un Istituto che ha sempre svolto egregiamente la sia funzione, e che chiamerei, anche qui, più in un rapporto di controllo con il Dpo che di collaborazione.

Comunicazione, educazione e formazione

Sulla comunicazione poi, il Piano sfiora il ridicolo: “Obiettivo prioritario deve essere quello di sensibilizzare gli operatori dei settori dei media per la realizzazione di una comunicazione e informazione, anche commerciale, rispettosa della rappresentazione di genere e, in particolare, della figura femminile anche attraverso l’adozione di codici di autoregolamentazione da parte degli operatori medesimi”. Si parla cioè di sensibilizzazione e non di formazione specifica, e di un codice di autoregolamentazione che nessuno mai seguirà (soprattutto i giornalisti), mischiando tutto ciò che è comunicazione – dall’informazione alla pubblicità – e mostrando una totale ignoranza su tutto quello che la società civile ha fatto a riguardo negli ultimi anni: un lavoro apprezzato all’estero ma non nel Paese di appartenenza. Senza individuare percorsi differenti e mirati che distinguano fiction, giornali, pubblicità, ecc. il Piano Martelli si preoccupa esclusivamente del linguaggio (vietati “volgarità e turpiloquio”) senza guardare né ai contenuti né alla testa di chi confeziona informazioni e immaginari, e non regala una sola riga ai criteri di formazione specifica, richiamando solo a una vaga attivazione di “programmi di formazione in collaborazione con l’ordine professionale dei giornalisti, finalizzati allo sviluppo e al rispetto di un’ottica di genere nell’informazione”, ma soprattutto delega una parte così complessa e così essenziale per la prevenzione della violenza – che significa prima di tutto trasformazione culturale in cui la parte mediatica è uno strumento potentissimo – a un altro dei tanti “gruppi di esperti”, di cui è disseminato il piano e di cui non si sa nulla (né criteri di scelta né le linee su cui svolgerà il lavoro né da chi sarà composto). Un gruppo che si dovrà occupare anche di modificare il linguaggio “nella pubblica amministrazione” e tutto a titolo gratuito: insomma un tutto fare di dubbia utilità che dovrà svolgere un lavoro delicatissimo a gratis e senza criteri prestabiliti né competenze specifiche e senza alcuna linea di demarcazione nell’universo mediale con rispettive e differenziate azioni per ogni ambito specifico, senza probabilmente avere gli strumenti adatti per un cambiamento duraturo.

Sull’educazione poi, altra chiave di volta per la trasformazione della mentalità, si parla “di educare alla parità e al rispetto delle differenze”. E per fare questo cosa fa? “il Governo provvederà a elaborare un documento di indirizzo che solleciti tutte le istituzioni scolastiche autonome ad una riflessione e ad un approfondimento dei temi legati all’identità di genere e alla prevenzione della discriminazione di genere, fornendo, al contempo, un quadro di riferimento nell’elaborazione del proprio curricolo all’interno del Piano dell’Offerta Formativa”. Cioè ancora una volta il nulla. Ci sarà poi l’opportunità di fare una formazione dei docenti che però non sarà obbligatoria e la possibilità di rivedere i libri di testo “sulla base anche dei documenti elaborati dal Gruppo di esperti sul linguaggio di genere” (di cui sopra), “fermo restando la libertà di scelta e di rispetto dei destinatari dei libri di testo, nonché della libertà di edizione”. Nel senso che nessuno è obbligato a fare nulla se non lo vuole o non lo desidera, in barba alla Convenzione di Istanbul nel suo complesso.

Per la formazione di chi ha a che fare con le donne che vivono violenza (un punto fondamentale), a elaborare le linee è stato il tavolo del ministero della Sanità che ha deciso la formazione per tutti e senza distinzione, e il risultato è stato che “Fermo restando il fatto che la Convenzione di Istanbul impegna gli Stati a porre in essere misure atte a garantire una specifica formazione per le figure professionali che si occupano delle vittime e degli autori di atti di violenza di genere e domestica”, il Piano prevede una formazione specifica per operatori e operatrici, mandando al mittente la raccomandazione di un personale femminile che accolga le donne fatta dalle associazioni. Il Piano prevede così formazione per “assistenti sociali, educatrici/tori professionali, operatrici/tori socio-sanitari, mediatrici/tori culturali, volontarie dei Centri Antiviolenza, delle Case rifugio, volontarie/i del soccorso, forze dell’ordine, docenti di ogni ordine e grado, ispettrici/ori del lavoro, responsabili di gruppi sociali anche informali e di comunità religiose, consigliere/i di parità regionali e provinciali, operatrici/ori degli Sportelli di ascolto, Operatrici/tori dei servizi per le politiche attive del lavoro”, e addirittura “Operatrici/tori dedicati alla gestione delle graduatorie per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica”: insomma tutti ma senza specificare però né chi fa questa formazione né le sue linee differenziate secondo gli ambiti, ma soprattutto non si fa cenno alcuno a uno dei nodi fondamentali, ovvero la formazione della magistratura e di quei giudici che si trovano poi a decidere sulla pelle donne e di quegli psicologi e psichiatri che spesso con le loro Ctu mandano in casa famiglia molti di quei bambini e bambine che assistono a violenza domestica sulle madri, o che la subiscono – tanto che c’è da aspettarsi che in un Paese come questo nella formazione per chi opera contro la violenza sulle donne spunti anche la Pas (sindrome di alienazione parentale) che sta massacrando le donne che denunciano violenze su se stesse e sui figli e che chiedono di separarsi da mariti violenti sia ai tribunali dei minori che ai tribunali civili.

La valutazione del rischio

A dimostrare la smaccata incompetenza di chi ha redatto questo Piano, è però la parte che riguarda le “Linee di indirizzo per la Valutazione del Rischio” che per il Dpo “sono orientative e non vincolanti” in quanto “rappresentano un metodo di valutazione semplificato da mettere a disposizione delle operatrici e degli operatori che si trovano a trattare situazioni di violenza contro le donne”, mentre il fattore della valutazione rischio può salvare le donne dal femmicidio: e allora perché è facoltativo? Stessa vaghezza per il Reinserimento socio-lavorativo delle donne che escono dalla violenza (chi lo fa? chi ne è responsabile?) su cui si parla di “individuazione di un referente e/o un’equipe di professionisti di riferimento della rete stessa”.

Infine, il ministero della sanità non raccoglierà i dati sulla violenza (scandaloso), mentre non si parla né di formazione specifica dei giudici (fondamentale), ma neanche di corsi specifici nelle Università che sono il fulcro per la formazione delle nuove leve in ogni ambito: dai medici, ai giornalisti, ai docenti stessi, alle operatrici, magistratura, ecc. In questo Piano sono assenti pezzi essenziali e tutto sembra rimanere al caso, ma soprattutto manca di quel mero senso pratico come di chi cerca di risolvere un problema complesso di cui non ha assolutamente cognizione, dando tutto in mano a gruppi di lavoro non ben definiti con assenza completa di specificazione, di linee guida, di criteri di reclutamento, ben ontano quindi dalla metodologia della Convenzione di Istanbul a cui si richiama. Un dubbio, quello dell’incompetenza di chi ha redatto il Piano, che era già sorto quando abbiamo visto pubblicate sul sito delle Pari opportunità le linee, ancora più vaghe, di questo Piano affinché il “pubblico” esprimesse la sua opinione: un escamotage di falsa apertura che ha causato solo l’intervento di troll che hanno infestato le pagine.

La validità del Piano decorre dal 2015 fino al 2017.*

 

*Chi volesse riprendere pezzi dell’articolo e parte delle sue citazioni, è pregato di nominare la fonte, grazie.

Vandana Shiva arriva a Milano con il contro-Expo 2015

Vandana Shiva

Vandana Shiva

Perché l’Expo che si inaugura a Milano in questi giorni non è un motivo di orgoglio per l’Italia che lo ospita e perché rappresenta più una passerella di chi la Terra l’affama che non di chi la sostiene. A spiegarlo sull’Huffigton Post oggi è Vandana Shiva, attivista e ambientalista, che da sempre porta avanti una dura battaglia contro le multinazionali che stanno distruggendo il Pianeta e la nostra salute. Multinazionali come “Mc Donald’s, Coca Cola, Monsanto, Syngenta, Nestlè, Eni, Dupont, Pioneer”, e così via, le quali, ricorda Vandana Shiva “Si sono accordate tra loro per brevettare i nostri semi, per influenzare la ricerca scientifica, per negare ai cittadini il diritto di essere informati, attraverso leggi sull’etichettatura degli Ogm. Le multinazionali che hanno distrutto i nostri terreni e la nostra salute e che ora saranno tutte all’Expo”.

“Multinazionali – dice ancora Vandana Shiva – che ci hanno portato malattie e malnutrizione attraverso i prodotti chimici e gli Ogm, attraverso il cibo-spazzatura e alimenti trasformati, e che hanno speso negli ultimi decenni grandi quantità di denaro per la pubblicità e per le pubbliche relazioni con un’azione di lobbying, volta a influenzare le politiche e ad affermare, in maniera del tutto falsa, che i loro prodotti sfamino il mondo”. Un Expo che ha cementificato ettari di terreno per poter esistere e che espone “un cibo fatto da un’aggregazione di zuccheri e grassi, inadatto a nutrire le persone e dannoso per la nostra salute e soprattutto dei nostri figli”. Per questo Vandana rilancia i piccoli agricoltori che producono il 70% per fabbisogno mondiale e che resistono contro il monopolio dell’agroindustria mondiale che sta spolpando il Pianeta, ribadendo il cosa fare con frasi decise: “Dobbiamo fare di tutto per difendere un modello agroalimentare – scrive Vandana nel suo blog – fondato sull’agricoltura familiare, come quello italiano, europeo e di molti altri paesi. Dobbiamo riaffermare l’orgoglio dei tanti piccoli agricoltori di tutto il mondo che hanno tenuto a costo di grandi difficoltà, i loro campi e che li coltivano con i metodi biologici ed ecologici. Dobbiamo cogliere l’occasione per incontrare persone che incrociano difficilmente i temi della difesa della biodiversità e che magari pensano che la questione del cibo sia solo un tema di quello che si riesce a mettere in tavola e non una questione centrale per ridefinire l’economia e la democrazia”. Un approccio che rappresenta l’occasione “per superare la linearità che produce scarti materiali (i rifiuti) e scarti sociali (i poveri, gli emarginati, i disperati) e arrivare finalmente alla chiusura del cerchio ecologico”.

Per parlare di questo e altro, il Padiglione della Società Civile all’interno di Expo Milano 2015, Banca Etica, Fondazione Triulza e Navdanya International presenteranno domani, sabato 2 maggio (dalle 11:00 alle 13:30), il manifesto Terra Viva, elaborato da un panel di esperti guidati da Vandana Shiva con il contributo di ricercatori da tutto il mondo. Un documento di analisi e denuncia, e una proposta su come superare il paradigma dell’economia lineare in favore di una circolarità da recuperare non solo nella gestione dell’ambiente e dell’agricoltura, ma anche nelle scelte economiche e sociali. A parlare ci saranno, oltre Vandana Shiva, don Luigi Ciotti, il ministro Maurizio Martina e il presidente di Banca Etica Ugo Biggeri (da confermare la presenza di Hilal Elver, special rapporteur dell’Onu per il Diritto al Cibo).

Come sottolinea Vandana Shiva ricordando Ghandi: “Noi possiamo sopravvivere come specie solo se viviamo in accordo alle leggi della biosfera. La biosfera può soddisfare i bisogni di tutti se l’economia globale rispetta i limiti imposti dalla sostenibilità e dalla giustizia. Come ci ha ricordato Gandhi: La Terra ha abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di alcune persone”.

A 23 anni prelevata da casa sua e rinchiusa in casa famiglia: succede in Italia

Francesca Mastrolonardo

Francesca Mastrolonardo da http://www.tusciaweb.eu

Conosco Francesca, conosco Laura, conosco la vita tranquilla che faceva Francesca a Tuscania contornata dall’amore della madre e di tutta la comunità intorno, conosco la storia di una madre che ha accudito la figlia con disabilità da quando questa figlia l’ha messa al mondo. Conosco la vicenda di un padre che esercita violenza psicologica nei confronti della madre usando la figlia come arma di ricatto nei suoi confronti. Conosco l’ignoranza di molti giudici e il business delle case famiglia, in cui vengono portati bambini prelevati dalle loro famiglie e dalle loro madri e portati via, anche per motivi non gravi e indimostrati. Conosco tutto questo e anche di più, ma la storia di una ragazza di 23 anni che viene prelevata da casa sua e costretta a essere rinchiusa in una casa famiglia non la conoscevo, questo è un abuso e per questo faccio un appello diretto. Chiedo alle mie amiche avvocate che conoscono bene la materia, di aiutare questa donna che sta subendo un’ingiustizia senza pari, e chiedo che i responsabili di questa vicenda, scandalosa per un Paese come l’Italia che ha ratificato convenzioni internazionali per la protezione delle donne, siano individuati anche in ambito dello Stato che permette un abuso così abnorme. Chiedo alle colleghe giornaliste di divulgare questo scandaloso fatto avvenuto in sordina nella provincia del viterbese perché rappresenta una pagina oscura, come già altre, di cosa può succedere nei tribunali italiani e come le donne non siano protette da una violenza che in questo caso è sia privata che pubblica. E infine chiedo alle istituzioni e alle parlamentari donne che grazie anche a noi sono in parlamento, di rappresentarci e di fare una interrogazione parlamentare su questo caso di abuso.

Grazie

Conferenza Stampa su Francesca Mastrolonardo

 

da www.tusciaweb.eu

Tuscania – L’avvocato Mezzetti e il giornalista Ruotolo raccontano la storia di Francesca Mastrolonardo, giovane con disabilità media, allontanata dalla famiglia per essere trasferita in un centro di assistenza a Narni – Entrambi chiedono che venga riportata a casa

A 23 anni le viene tolta la libertà ed è strappata via alla madre

Tuscania – (p.p.) -”A 23 anni le viene tolta la libertà ed è strappata alla madre”. L’avvocato Enrico Mezzetti si scalda nel raccontare la storia di Francesca Mastrolonardo, una giovane di 23 anni, con disabilità media, che dall’oggi al domani si è ritrovata in una casa-famiglia, lontana dalla cure della madre con cui viveva nel centro storico di Tuscania. Francesca seguiva un corso di ippoterapia, dipingeva e leggeva. Poi, il fulmine a ciel sereno. A bussare alla sua porta, il 27 marzo scorso, i carabinieri di Tuscania che, eseguendo un provvedimento del tribunale di Viterbo, l’hanno trasferita in un centro a Narni. All’improvviso, il suo mondo è crollato. L’avvocato, che porta avanti questa battaglia, insieme al giornalista Francesco Ruotolo, chiede che sulla vicenda non cali il silenzio. E anche la madre della giovane Laura Tramma, straziata dal dolore, spera di riavere presto sua figlia. “Francesca Mastrolonardo – esordisce Francesco Ruotolo -, maggiorenne e non interdetta, il 27 marzo, dopo un’istanza del tribunale, è stata accompagnata, contro la sua volontà, in una casa famiglia di Narni, perché non ci sarebbe accordo tra i genitori sul suo percorso riabilitativo. Il problema, invece, è un altro e cioè la restituzione della libertà a una donna, privata dei suoi diritti. Questo provvedimento è profondamente iniquo. Stranissimo. Incredibile. Vogliamo porre l’attenzione su questa vicenda, affinché il tribunale ponga rimedio. C’è come un sequestro di persona e la sottrazione di una persona agli affetti famigliari, alle amicizie e ai posti che abitualmente frequenta”.

L’avvocato Enrico Mezzetti è passato quindi a illustrare l’aspetto giuridico. “Non possiamo attendere i tempi della giustizia che potrebbero essere lunghi. Di mezzo, c’è la libertà di una persona maggiorenne, strappata, contro la sua volontà, alla madre con cui vive da sempre. Anche i carabinieri, che hanno dovuto eseguire l’ordine, sono rimasti particolarmente scossi per essere stati costretti a prendere una ragazza e portarla via”. Per il legale, il paradosso sta nel fatto che, secondo il provvedimento, la 23enne sarebbe la beneficiaria di questa situazione. “Sarebbe fatto per il suo bene, ma mi chiedo dove sia”. Il disappunto dell’avvocato, però, dipende da altro. “Negli anni, sono state fatte delle relazioni che hanno confermato l’affidamento di Francesca alla madre. Da quella del giudice Mattei, ai documenti degli assistenti sociali di Vetralla e Tuscania che hanno sempre mostrato perplessità sull’allontanamento della giovane da casa”. Per Mezzetti, il provvedimento del giudice tutelare sembra non tenerne conto. “Non ha mai ascoltato Francesca e l’ha solo allontanata da casa. Noi non ci fidiamo delle cure della casa famiglia che verrà a costare al comune di Tuscania un centinaio di euro al giorno e non vogliamo che Francesca diventi un pacco sballottato da una parte all’altra. Non ci fidiamo del giudice tutelare, non ci fidiamo della neuropsichiatra e, a occhi chiusi, della casa famiglia. Crediamo che la madre sia la persona più adatta”.

Mezzetti, il 2 aprile, ha depositato un ricorso alla Corte di appello di Roma e una denuncia penale per i fatti avvenuti e a futura memoria. “A oggi il fascicolo non è stato ancora assegnato a nessun magistrato. Una ragazza non può aspettare tutto questo tempo. Vogliamo riportarla a casa perché riprenda la sua vita e il suo percorso riabilitativo. Due volte a settimana fa ippoterapia in un maneggio, va in un centro giovanile dove dipinge e fa sculture in ceramica e vende le sue opere nel mercato rionale. Cucina, si occupa della casa e raggiunge da sola e a piedi il centro giovanile. Tutto questo non le può essere tolto”.

I famigliari sono sconvolti. Da un giorno all’altro si sono visti togliere Francesca e di lei, da allora, non si hanno più notizie. “Abbiamo diritto a conoscere il percorso formativo di mia nipote – dice Roberta la zia della ragazza -, quando si sveglia, se e quali medicinali assume. Il suo, è stato un sequestro fuori da ogni logica umana. Ingiustificabile. Inoltre, i servizi sociali non fanno altro che chiamare la casa famiglia che, dichiarandosi esecutore di ordini superiori, si rifiuta di rispondere. Siamo sconvolti “. Strazianti le parole della mamma di Francesca Laura Tramma che rivuole sua figlia. “Vivevamo in una casetta antica, adatta a lei. Piccola. Lei ci stava bene e, prima che accadesse questa tragedia – si blocca come se un groppo in gola le impedisse di parlare – si era pulita tutte le finestre. Lei a Tuscania aveva una vita e, invece, nell’ultima chiamata che ha potuto farmi, mi ha detto che le hanno tolto la libertà. Il giudice tutelare e l’amministratrice di sostegno non sanno niente della mostra, del negozietto, della casetta. Dell’ippoterapia. Delle vacanze che le organizzo ponendole degli obiettivi affinché li raggiunga. Niente”.

I famigliari annunciano, nei prossimi giorni, una manifestazione sotto il tribunale di Viterbo.

L’avvocato Mezzetti spera che su questa vicenda non cali il silenzio. “Il giudice non ha consultato nessuna delle persone coinvolte in questa vicenda, né sono stati visitati i servizi sociali e i centri che lavorano per la riabilitazione della giovane. Inoltre, usa i pareri emessi negli anni e favorevoli all’affidamento di Francesca alla madre per arrivare, però, a una conclusione totalmente opposta e cioè l’allontanamento. Una strada percorribile e valida già da domani ci sarebbe – conclude l’avvocato -, con la revoca o la sospensione del provvedimento. Con questo giudice, però, non credo accadrà. Noi rivogliamo Francesca a casa”.

La Convenzione di Istanbul entra in Rai

Convenzione-Istanbul

Domani, venerdì 27 marzo dalle 11 in poi, alla Rai di Viale Mazzini, si svolge un incontro dal titolo “Istanbul chiama Roma” organizzato da Commissioni Pari Opportunità della Rai e Usigrai, per approfondire gli articoli della Convenzione di Istanbul che riguardano il ruolo dell’informazione, della sensibilizzazione e dell’educazione. La Convenzione europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica è stata ratificata dall’Italia ed è in vigore dal 1 agosto 2014. In Italia, a oggi, la sua applicazione è ancora molto indietro e sono ancora troppo poco e troppo lenti i passi che sono stati fatti per una sua reale e totale applicazione. Oltre alla legge 119, varata un anno e mezzo fa all’interno di un impopolare piano sicurezza, e il Piano antiviolenza straordinario che in essa era contenuta e prevista, ma che al momento è ancora in cantiere – dopo essere passato dalle mani della ex viceministra Guerra all’attuale consigliera per le pari opportunità, Martelli – manca sul suolo italiano il sostanziale recepimento di tale convezione, non solo pratico am anche ideologico, a partire proprio dall’accento che in essa viene posto sulla collaborazione e un non superficiale coinvolgimento di tutta quella società civile che da molto tempo lavora sulla violenza contro le donne: associazioni e reti che, per quanto riguarda poi l’informazione e la sensibilizzazione, sono state in questi ultimi anni le principali fonti di cambiamento e di trasformazione, compreso lo sdoganamento definitivo, in questo Paese, del termine femminicidio. Uno dei punti fondamentali dell’incontro potrà essere quindi parallelizzare quello che è scritto nella Convenzione di Istanbul, che è una piattaforma complessa e articolata e che con molta fatica è stata redatta dal Consiglio d’Europa e che in Italia ora è vincolante, e quello che è stato recepito nel nostro Paese e con quali prospettive per una sua reale applicazione a 360 gradi.

da ilvelino.it

“Istanbul chiama Roma” è l’iniziativa – si legge in un comunicato stampa del sindacato dei giornalisti Rai – che vede insieme le Commissioni Pari Opportunità della Rai e dell’Usigrai il 27 marzo alle 11.00. Un incontro-dibattito nella Sala degli Arazzi di Viale Mazzini 14 incentrato su alcuni capitoli chiave della Convenzione di Istanbul. Per tutte le dipendenti e i dipendenti Rai sarà un’occasione di riflessione e confronto per approfondire temi particolarmente significativi che riguardano la sensibilizzazione, l’educazione, la formazione, l’informazione e la comunicazione. Interverranno la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, la consigliera del Presidente del Consiglio in materia di pari opportunità Giovanna Martelli, la direttrice di Rai Fiction Eleonora Andreatta e la giornalista Luisa Betti, esperta di diritti di donne e minori. In apertura il saluto della presidente della Rai Anna Maria Tarantola. Prevenire la violenza sulle donne è alla base della Convenzione, ma dal confronto scaturirà anche l’importanza di avere sempre maggiori strumenti per fornire un racconto corretto e coerente su tematiche complesse e delicate, come prevede la mission del servizio pubblico.