Se quello delle donne diventa un movimento globale

Nel mondo i diritti delle donne continuano a essere ignorati, stravolti e spesso rimessi in discussione anche in quei Paesi in cui erano stati dati per acquisiti. Negli Stati Uniti, per esempio, si prospetta un ritorno indietro di 50 anni con l’amministrazione Trump, mentre in Italia per certi aspetti il ritorno indietro c’è già, con una legge sull’interruzione di gravidanza ormai svuotata da dentro con la sua disapplicazione grazie all’obiezione di coscienza: un Occidente apparentemente paladino dei diritti (in cui si fa riferimento sempre a un altrove) ma che in realtà presenta non poche derive reazionarie e conservatrici. In questo contesto, e senza che nessuno ne parli, si sta però delineando un movimento che se unito potrebbe dare vita a un nuovo vero movimento internazionale antagonista: quello delle donne. Per ora l’appuntamento per alcune è lo sciopero generale l’8 marzo.

(da Azione 12/12/2016)

Le manifestazioni anti-Trump all’indomani della sua elezione: si ripeteranno il 21 gennaio (AFP)

Proteste femminili – Una «marcia delle donne su Washington» è prevista il 21 gennaio, giorno dell’insediamento di Donald Trump: è la risposta alle dichiarazioni machiste del neo eletto presidente americano

12.12.2016
 di Luisa Betti Dakli

È prevista per il 21 gennaio a Washington nel giorno dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca, e si prospetta come un avvenimento storico. È la marcia delle donne contro Donald Trump che ha già più di 100’000 adesioni, da quando una nonna hawaiana ha invitato 40 dei suoi amici a manifestare contro la nuova amministrazione: un’idea ispirata alla storica marcia sul Mall dove Martin Luther King pronunciò il celebre «I Have a Dream», e diventata virale in pochissimo tempo.

«Accogliamo con favore i nostri alleati di sesso maschile e vogliamo che quest’azione sia il più inclusiva possibile», ha detto una delle organizzatrici. Una dimostrazione pacifica che rappresenti le donne di tutte le provenienze, razze, religioni, età e che sotto lo slogan «i diritti delle donne sono diritti umani», porti nelle strade la voce di chi durante la campagna elettorale si è sentito minacciato da Trump – compresi LGBTQ (acronimo che sta per lesbiche, gay, bisessuali e trasgender), nativi, neri, musulmane, i diversamente abili. Una dichiarazione d’intenti nei confronti del neo presidente che, oltre ad aver affermato che un vip può fare ciò che vuole con una donna prendendola per i genitali e oltre le denunce pubbliche di donne molestate da lui nel corso degli anni, ha più volte espresso l’idea che l’interruzione di gravidanza dovrebbe essere vietata, paventando l’istituzione di un tribunale anti-aborto presso l’Alta Corte.

Ma Trump è stato eletto in un clima di controriforma in materia di diritti che non riguarda solo gli Stati Uniti, e che in un momento di crisi stagnante prende di mira i soggetti più esposti con l’aggancio della paura. Un attacco che molte donne hanno deciso di non stare a guardare.Nel mondo una donna su 7 subisce una forma di violenza maschile: in Marocco 6 su 10 vivono una violenza domestica che solo il 3% denuncia, in Tunisia il 78% viene molestata nei luoghi pubblici e in Messico i femminicidi sono migliaia.

A Londra un rapporto delle autorità locali (GLA) ha segnalato come la violenza domestica sia aumentata del 57% in 4 anni nella sola città, mentre a Bruxelles il 60% delle donne dichiara di aver subito intimidazioni sessuali.Il 25 novembre scorso, durante la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in Francia le associazioni sono sfilate per le strade di Parigi al grido «Debout contre les violences faites aux femmes» (In piedi contro la violenza); mentre in Turchia le donne sono scese in piazza, in un clima di repressione, con le mani viola dipinte col volto di una bimba contro una legge che avrebbe legalizzato lo stupro delle minori prevedendo il matrimonio riparatore, e hanno vinto. Una proposta fatta dal partito Akp del presidente Erdogan con quella che l’Unicef ha definito una «amnistia per i colpevoli di abusi sui minori», e che dopo la contestazione è stata ritirata.

In Spagna, lo stesso giorno, la polizia ha divulgato un video di un’aggressione avvenuta a San Juan de Alicante in cui un uomo colpiva ferocemente la compagnia per poi prenderla per i capelli e trascinarla per le scale di un luogo pubblico ripreso da una telecamera. Qui il governo di Mariano Rajoy (Partido Popular) un anno fa è riuscito a limitare l’aborto dai 16 ai 18 anni, previo consenso dei genitori, malgrado il grande movimento delle donne che nel 2014 portò in piazza centinaia di migliaia di persone facendo ritirare la proposta di legge che avrebbe cancellato del tutto l’interruzione di gravidanza.Un diritto, quello all’aborto, che riceve attacchi ovunque e su più fronti, fino alla teorizzazione esasperata dell’embrione come essere umano che deve essere difeso in quanto tale.

In Polonia – dove dal 2015 il partito di maggioranza è Diritto e Giustizia (Pis), conservatore e di destra – le donne hanno difeso la cancellazione totale dell’aborto, che sebbene sia applicato solo se la madre è in pericolo, nel caso di malformazione del feto o di stupro, avrebbe spazzato via anche la norma applicata in maniera restrittiva: una proposta fatta dai cattolici e appoggiata dalla Conferenza episcopale polacca con 100 mila firme raccolte. Ma la Czarny Protest (La protesta in nero) è stata vincente, e le migliaia di donne scese per le strade di Varsavia, Danzica e altre città, hanno avuto la meglio su Kaczyński, leader del Pis, che aveva dichiarato: «Vogliamo che le donne partoriscano anche se il bambino è gravemente malformato, affinché possa venire battezzato, seppellito e avere un nome».

In Italia Valentina Miluzzo di 32 anni, incinta di due gemelli, è morta al quinto mese di gravidanza all’Ospedale Cannizzaro di Catania perché, dopo aver espulso il primo feto morto, un medico «perché obiettore di coscienza si sarebbe rifiutato di estrarre il feto, che aveva gravi difficoltà respiratorie, fino a quando fosse rimasto vivo»: un episodio su cui il Ministero della salute ha svolto un’indagine, concludendo che «non si evidenziano elementi correlabili all’obiezione di coscienza». Eppure nella denuncia presentata alla Procura si legge che dopo il ricovero della donna per dilatazione dell’utero anticipata, e dopo 15 giorni di osservazione, Valentina comincia a peggiorare perché «dai controlli – si legge – emerge che l’altro feto respira male e che bisognerebbe intervenire, ma il medico di turno si rifiuta perché obiettore: “fino a che è vivo io non intervengo”, avrebbe detto».Un Paese, l’Italia, in cui la legge 194 che regola l’Igv  (interruzione volontaria di gravidanza) è resa ormai inapplicabile dato che la maggior parte dei medici è obiettore, e in cui ogni 3 giorni una donna viene uccisa da uomini all’interno di relazioni intime: strangolate, colpite con oggetti vari, finite a coltellate, bastonate, chiuse in sacchi dell’immondizia e abbandonate, bruciate vive, e spesso uccise con i propri figli, per un numero che rimane stabile sui 125 femminicidi all’anno. Donne che non hanno fatto in tempo a chiedere aiuto ai centri antiviolenza, continuamente a rischio chiusura per mancanza di fondi, nell’assenza totale di un Piano nazionale che contrasti la violenza in maniera sistematica – compresa la prevenzione – e dove spesso rischiano di non essere credute nei tribunali e nei commissariati quando vanno a chiedere di essere protette.

Una situazione che il 26 novembre scorso ha portato in piazza 250’000 persone contro la violenza maschile – inclusi LGBTQ e uomini – con lo scopo di denunciare l’inefficienza delle istituzioni. Sotto lo slogan «Non una di meno», preso in prestito dalle argentine, la Rete centri antiviolenza (DiRe), l’Unione delle donne in Italia (Udi), e la Rete Io decido, hanno creato un comitato che ha raccolto migliaia di adesioni organizzando una mobilitazione dal basso che in Italia non si vedeva da tempo, e che è continuata il giorno dopo con l’avvio di tavoli di discussione a cui hanno partecipato 1300 delegate per la scrittura di un Piano antiviolenza femminista.

Manifestazione trattata dai Tg della sera come una notizia di costume e società, e relegata alle ultime notizie senza rilievo politico, per un movimento che ha in programma uno sciopero generale l’8 marzo prossimo, in sintonia con i movimenti dell’America Latina che a ottobre sono scesi in piazza dopo che Lucia Perez – una ragazza di 16 anni – è morta per essere stata drogata, stuprata, torturata e impalata in Argentina – dove i casi di femminicidio sono aumentati del 78% dal 2008 al 2015, malgrado ci sia una legge.

Oggi «Ni Una Menos» – termine nato nel 2015 quando in 300’000 manifestarono per Chiara Páez uccisa incinta a 14 anni dal fidanzato di 16 e sotterrata nel giardino con l’aiuto dei genitori di lui – è diventato un grido di battaglia a cui aderiscono migliaia di donne in Messico, Bolivia, Perù, Uruguay, Guatemala, Cile, ma anche italiane, spagnole e francesi: movimenti per i quali il prossimo appuntamento sarà l’8 marzo per una mobilitazione che potrebbe diventare uno sciopero globale.

Ma quali diritti?

“Il 2016 è stato un anno disastroso per i diritti umani nel mondo”, ha detto ieri Zeid Raad Al Hussein l’Alto commissario delle Nazioni Unite alla vigilia della Giornata dei diritti umani che si celebra oggi, passando in rassegna i nuovi flussi migratori, il traffico di armi e di droga, il cambiamento climatico, il terrorismo globale, le guerre in corso – soprattutto Siria e Yemen – e la crisi economica. Un andamento però che non riguarda soltanto le zone di conflitto o il resto del mondo, ma una svolta generale che va nella direzione di un arretramento, in materia di diritti, che sembra affermarsi ovunque.

Negli Usa il nuovo presidente è atteso sul piede di guerra dalle donne e da tutte le persone che si sono sentite minacciate durante la sua campagna elettorale per la promessa di cancellare molti dei diritti conquistati: donne americane che il 21 gennaio invaderanno Washington al grido “i diritti delle donne sono diritti umani”, per protestare contro Donald Trump nel giorno del suo insediamento alla Casa Bianca. Con più di 136.000 adesioni un mese e mezzo prima della marcia, queste donne vogliono chiarire subito che a quei diritti conquistati con dura lotta, e pubblicamente minacciati da Trump durante la sua campagna elettorale, non ci rinunceranno, e lo diranno forte con una dichiarazione d’intenti che sarà aperta a tutti quelli che si sono sentiti additati da lui: donne di tutte le età, culture, razze ma anche uomini, LGBTQ, nativi, neri, musulmane, diversamente abili.

Dimenticando l’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei diritti Umani, ovvero che “Tutti gli esseri umani nascono uguali in dignità e diritti”, Trump ha fatto ben capire nella sua campagna elettorale che le donne – insieme ad altri “diversi” come clandestini, LGBTQ, disabili, ecc. – non sono tra quegli “esseri umani”: affermando che un vip può fare ciò che vuole con una donna prendendole i genitali, scrivendo che “le molestie e violenze sessuali sono la logica conseguenza della vicinanza di uomini e donne”, impegnandosi a ritirare gli ordini esecutivi emessi da Obama riguardo la parità di retribuzione, dicendo pubblicamente che l’interruzione di gravidanza dovrebbe essere vietata e che le donne che la praticano dovrebbero essere punite, e promettendo l’istituzione di un tribunale anti-aborto presso l’Alta Corte, mettendo così in seria discussione la Roe v. Wade (la legislazione sull’aborto negli Usa) e lasciando liberi gli Stati di decidere – promessa a cui l’Ohio ha già risposto con un progetto di legge che vieta l’interruzione in ogni caso, anche in presenza di malformazione del feto o in caso di stupro.

Decisioni che non solo ledono la libertà di ogni donna a decidere sul proprio corpo ma che rimettono continuamente in discussione un diritto democraticamente deciso, e questo in un Paese che questi diritti li ha contribuiti a metterli nero su bianco.

Come in Italia, dove il diritto è nato, e in cui le donne hanno portato in piazza 250 mila persone per ribadire il diritto a vivere una vita libera dalla violenza maschile, nonché la libertà di decidere sul proprio corpo di fronte a una lesione quotidiana: un Paese in cui le istituzioni violano una legge votata con un referendum che regola l’interruzione di gravidanza, la 194, fino anche a far morire una donna incinta in un ospedale per la non applicazione di un suo diritto a essere tutelata, come è successo a Valentina Milluzzo.

Un’Europa che con le sue istituzioni paladine dei diritti umani, sta prendendo una deriva reazionaria che per prima cosa attacca i diritti acquisiti colpendo le fasce più esposte, le donne e i giovani, e assiste senza dire una parola al rafforzamento di una dittatura come quella di Erdogan in Turchia che con la sua agenda islamica procede spedita verso un presidenzialismo – in Parlamento con una proposta di riforma costituzionale – che sancisce un regime già in atto e che con gli arresti di massa, uccisioni arbitrarie, uso della tortura, in questi anni ha violato più di un articolo contenuto nella Dichiarazione del ’48, come per esempio: “Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato”, oppure “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti” (articolo 5), o ancora “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione” (articolo 19). Un regime che solo 15 giorni fa – mentre il mondo celebrava la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – ha tentato di far passare una legge che avrebbe reso legale lo stupro sulle bambine attraverso il matrimonio riparatore, una proposta definita dall’Unicef come una “amnistia per i colpevoli di abusi sui minori”, e ritirata solo grazie alla fortissima contestazione delle donne scese in strada.

Un mondo, quello delle istituzioni che promuovono i diritti umani, che si è dimenticata di alzare la voce quando qualche giorno fa la nota avvocata per i diritti umani, Azza Soliman fondatrice del Centro per l’assistenza legale alle donne egiziane (CEWLA), è stata arrestata al Cairo con l’accusa di finanziamenti illeciti dall’estero – primo arresto di una probabile nuova ondata di repressione nel Paese – ma che in realtà è stata presa di mira dalle autorità da quando ha dichiarato pubblicamente di essere testimone oculare della morte dell’attivista del partito egiziano Alleanza popolare socialista, Shaimaa al-Sabbagh, uccisa nel 2015 delle forze dell’ordine durante una manifestazione pacifica in piazza Tahrir al Cairo. Assassinio per il quale era stato condannato a 15 anni di reclusione l’agente Yassin Hatem Salah Eddin con una sentenza però annullata in un secondo tempo, come molte sentenze sospese a carico di agenti di polizia responsabili delle uccisioni di circa 900 manifestanti nella rivolta di piazza nel 2011 in Egitto. Autorità sospettata di essere responsabile, tra le altre, anche della morte sotto tortura di Giulio Regeni, al quale oggi Amnesty International dedica la giornata insieme a Edward Snowden (l’ex informatico della Cia che con le sue rivelazioni ha dato il via al Datagate autoesiliato in Russia), Bayram Mammadov e Giyas Ibrahimov (giovani attivisti azeri condannati a 10 anni di carcere per aver pubblicato su fb la foto di una scritta irridente su una statua di Heydar Aliyev, defunto ex presidente), Máxima Acuña (la donna peruviana che difende la propria terra dall’aggressione di Yanacocha), e Ilham Tohti (intellettuale uiguro condannato all’ergastolo in Cina con l’accusa di aver incitato la popolazione al separatismo), e “a tutte le persone che hanno subito o continuano a subire violazioni di quei meravigliosi 30 articoli” con la maratona mondiale di raccolta firme “Write for Rights”.

In queste ore Human Rights Watch francese ha lanciato sui social la campagna #ProtectSchools e #SafeSchoolsDeclaration ponendo l’attenzione su un’altra fascia tra le più esposte nel mondo: quella dei bambini e delle bambine. Una campagna per la protezione delle scuole nelle zone in conflitto, chiedendo direttamente al presidente Hollande di aderire alla “Dichiarazione sulle Scuole Sicure” (Safe Schools Declaration) nata nel 2015 a Oslo a cui hanno aderito già 56 Paesi. Dichiarazione che impegna a “dissuadere i militari dal commettere attacchi alle scuole impegnandosi a indagare e perseguire come crimini di guerra chi coinvolge le scuole” e a non utilizzare le scuole come quartier generale, depositi per le armi, ecc. “Gli attacchi contro gli studenti e le scuole sono un problema globale che richiede una risposta globale urgente – dice Bénédicte Jeannerod che dirige HRW francese – e la dichiarazione sulla sicurezza nelle scuole contiene diverse misure che i Paesi coinvolti possono adottare volontariamente”. Scuole trasformati in caserme o basi militari in almeno 26 paesi che hanno vissuto conflitti armati tra il 2005 e il 2015 da parte anche di quegli stessi Paesi che pur sbandierando oggi i diritti umani come diritti da rispettare, non escludono interventi militari, con soldati che occupano l’intera scuola, o solo una parte, esponendo ad attacchi e a violenze gli studenti e le studentesse che continuano a frequentare la scuola, con bambini e insegnanti feriti o uccisi, locali danneggiati o distrutti: una presenza particolarmente minacciosa per le ragazze, che tendono a disertare l’istruzione quando i soldati si installano al loro interno.

Per l’Unicef ogni giorno 4 tra scuole e ospedali vengono bombardati o occupati da gruppi o forze armate, nonostante la normativa internazionale esistente sia molto chiara in tema di protezione dei civili – Convenzione di Ginevra del 1949 e Protocolli aggiuntivi 1977 – e sebbene questi attacchi rappresentino una delle 6 gravi violazioni contro l’infanzia identificate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Uccisione e mutilazione dei bambini, Reclutamento come soldati, Violenza sessuale sui minori, Attacchi contro scuole e ospedali, negazione di accesso agli aiuti umanitari per i bambini, sottrazione di minori). E questo in un contesto dove, sempre secondo l’Unicef, circa 535 milioni di bambini nel mondo (1 su 4) vivono situazioni di conflitto armato in cui spesso non accedono a cure mediche, istruzione, nutrizione e protezione, con circa 50 milioni sradicati dal loro contesto. In Afghanistan circa metà dei bambini non accede all’istruzione e in Sud Sudan il 59% non va a scuola, nello Yemen 10 milioni di minori sono coinvolti nel conflitto in atto, e in Siria 500 mila bambini vivono in 16 aree sotto assedio, tagliati fuori dall’assistenza umanitaria. Solo in questi ultimi giorni 31.500 persone sono state sfollate dalla parte orientale di Aleppo, e di questi la metà sono bambini, in una guerra dove anche quei Paesi che oggi promuovono i diritti umani, partecipano.

Le donne portano in piazza 250mila italian* contro la violenza

Manifestazione

Mentre cammino accanto al fiume di persone che scorre per via Cavour a Roma, incontro un’amica che non vedo da un po’ e che, venendomi incontro con il volto sorridente, mi dice: “Quanto tempo lo abbiamo pensato? quante volte abbiamo desiderato di vedere in piazza tante donne come oggi? Tutte quelle riunioni, tutte le cose scritte, tutte le nottate fatte, e guarda oggi, guarda quante persone in piazza abbiamo portato. Oggi noi donne abbiamo vinto, dovranno farsene una ragione”. È vero, ieri quella che ha attraversato Roma è stata un’onda che in un pomeriggio d’autunno ha travolto le strade. Il giorno dopo la Giornata internazionale contro la violenza maschile, l’Italia ha detto no a questa violenza e sì al diritto di ogni donna a vivere libera dal femminicidio.

Una data che rimarrà storica, quella del 26 novembre, in cui nella Capitale il gruppo di donne dietro lo striscione “Non una di meno”, che ormai conta migliaia di adesioni, sono state seguite da 250 mila persone provenienti da ogni parte del Paese per sfilare da piazza Esedra e San Giovanni in un corteo fatto da tutt*: maschi, femmine, bambini, bambine, studenti e studentesse, persone di ogni età, e ognuna portatrice di una realtà diversa. Un’onda colorata, danzante, pacifica e aperta a tutt*, che ha avuto il coraggio di rendere visibile la propria forza senza gridare. Nessuna bandiera di partito, nessuna istituzione, solo un unico grande fiume: donne che ogni giorno combattono sul campo come guerriere in prima linea, donne che ci rimettono i soldi, la vita, gli spazi privati, perché sono convinte che quello che stanno facendo è giusto e va fatto malgrado, o proprio a causa, delle inefficienze dello Stato e di fronte a istituzioni che continuano a pronunciare promesse senza seguito, a fare patti non rispettati, a pronunciare parole che poi cadono inesorabilmente nel vuoto, in un Paese famoso per le sue buone norme mai pienamente applicate.

L’Italia oggi si sveglia così, con centinaia di migliaia di essere umani che finalmente sono scesi in piazza per rivendicare diritti negati: donne, uomini, bambini e bambine, ma anche trans, lesbiche, gay, diversamente abili accanto a quelle donne che a partire dalla rivendicazione di un contrasto reale alla violenza maschile, sono riuscite a far diventare quella piazza, la piazza dei diritti, quelli mai rispettati o addirittura violati, quelli che fanno capire il grado di civiltà di un Paese.

“Non siamo più disposte a perdere in alcuna parte del mondo nessuna donna per mano di un uomo o a causa dell’obiezione di coscienza o per qualsiasi altra forma di violenza”, dice Tatiana Montella della rete Io Decido, uno dei gruppi promotori di Non una di meno insieme a Udi (Unione donne in Italia) e D.i.Re (Rete dei centri antiviolenza). In piazza ci sono centri antiviolenza e associazioni sparse per tutto il territorio nazionale: da Firenze, Lecce, Brindisi, Terni, dalla Sicilia al Piemonte, insieme alle donne ucraine che ballano l’hopak, le musulmane che cantano, e sopratutto tantissimi uomini che ritengono che il patriarcato non solo non sia morto ma che sia qualcosa che riguarda anche loro. Gli slogan sono nuovi e vecchi: da “Come mai noi non decidiamo mai, d’ora in poi decidiamo solo noi” a “Insieme siamo venute, insieme torneremo, Non una di meno, non una di meno”. Una piazza che viene dal basso, ordinata e spedita anche grazie a un’organizzazione eccellente – che ha ricevuto i complimenti dalla stessa questura – colorata e danzante ma con le idee chiare.

Sui cartelli scritte che inneggiano alla libertà dei corpi, alla piena applicazione della 194 contro l’obiezione di coscienza, la fine della precarizzazione del lavoro e contro le molestie, ma soprattutto si chiede uno stop definitivo al femminicidio con le foto delle donne uccise dall’inizio dell’anno attaccate a un cartellone. “Oggi si parla di una donna uccisa ogni 3 giorni – dice Vittoria Tola dell’Udi – ma in realtà non sappiamo cosa succede veramente riguardo la violenza sulle donne. Non abbiamo dati dei pronto soccorso, delle forze dell’ordine, i dati sui processi e sulle condanne, quelli dei servizi territoriali, dalle assistenti sociali e dei comuni. Abbiamo solo i dati, non completi, dei centri antiviolenza, e due indagini Istat in quasi 10 anni”.

Quello che manca è in definitiva non solo i soldi – su cui è giallo dato che il governo dice sempre che sono stati stanziati mentre alcuni centri muoiono di fame e chiudono per mancanza di fondi – ma un piano coerente che contrasti una volta per tutte la violenza maschile contro le donne con piena applicazione delle norme esistenti – prima fra tutte l’implementazione della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica) – e non solo riguardo il femminicidio ma anche riguardo altri diritti tra cui l’applicazione della 194: un piano che comporta un serio lavoro su una trasformazione culturale molto citata nei discorsi ma mai effettivamente pianificata con strumenti adatti.

Due giorni fa è stato presentato lo spot della Rai per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che ricorreva il 25 novembre, in cui vengono intervistati bambini e bambine che dicono davanti a una telecamera: Io voglio fare la veterinaria, la stilista, il musicista, e poi a un certo punto una bambina dice “Quando sarò grande finirò in ospedale perché mio marito mi picchia”. Un messaggio in cui la televisione di Stato dà per scontato che nella vita di una donna debba in ogni modo essere compresa la violenza, più o meno in linea con quello che in “Transforming a Rape Culture”, Emilie Buchwald, Pamela R. Fletcher e Martha Roth definiscono come “cultura dello stupro”, ovvero “Una cultura che condona come normale il terrorismo fisico ed emotivo contro donne” e in cui “sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sia un fatto della vita, inevitabile come la morte o le tasse”. Spot la cui rimozione immediata è stata chiesta dai comitati delle pari opportunità della Federazione nazionale della stampa italiana (FNSI), dell’Usigrai e della stessa Rai, dalla società civile, come il gruppo “Rebel Rebel” che ha lanciato una petizione online, e naturalmente da “Non una di meno” che ha scritto una lettera aperta alla presidente della Rai, Monica Maggioni, per far ritirare lo spot.

Da quando nel 2006 l’informazione identificava con lo “stupratore tipo” l’immigrato rumeno, malgrado l’Istat ci dicesse che l’80% della violenza maschile sulle donne era agito da partner o ex e quindi maschi adulti bianchi, le cose sono cambiate ma non abbastanza.

La presentazione nel 2011 del Rapporto ombra alle Nazioni Unite fatto dalle associazioni sulla non completa applicazione della Cedaw (Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna) in Italia, la successiva mobilitazione delle donne il 13 febbraio dopo 20 lunghi anni di Berlusconi (con tutto quello che quel periodo ha comportato nell’esasperare l’oggettivizzazione del corpo femminile), le Raccomandazioni delle Nazioni Unite riguardo la necessità di una trasformazione culturale del nostro Paese – sia per porre fine alla discriminazione delle donne sia per contrastare la violenza maschile in maniera sistematica – e soprattutto la ratifica della Convenzione di Istanbul passata sotto la pressione della società civile, hanno contribuito a un cambiamento reale che in questi ultimi dieci anni ha fatto diventare il femminicidio una parola di uso comune e la violenza come un problema di tutt*, creando una consapevolezza che prima non c’era.

Un lavoro a 360 gradi fatto dalle donne e dall’associazionismo in cui tutte hanno lavorato nei propri spazi di azione – a lavoro, in ambito privato, o nelle diverse forme di attivismo e professioni – e che hanno fatto fare grandi passi in avanti a tutta la società, e questo in un contesto in cui le istituzioni hanno a volte accolto le richieste (facendone anche battaglie personali nei casi più felici), ritardando però troppo spesso gli interventi, o addirittura ostacolando il cambiamento, e questo sotto gli occhi di tutt*. Un equilibrio ormai traballante che finalmente si è rotto con la manifestazione di ieri che è il prodotto sia di questo instancabile lavoro delle donne nei vari ambiti – proseguito in diversi segmenti e accelerato in questi ultimi anni proprio sul tema della violenza maschile – sia dall’aver saputo, a un certo punto, mettere da parte le differenze per unirsi su obiettivi comuni, seppur faticosamente.

Alla vigilia del 25 novembre, Elizabeth Huayita di 29 anni, è stata uccisa dal compagno, Vittorio Fernando Vincenzi, davanti ai bambini a Seveso in una dinamica molto comune: una storia finita dove l’idea di perdere il possesso della donna con cui conviveva ha portato l’uomo a uccidere la compagna, mentre lei, che non si era mai rivolta a un centro antiviolenza, probabilmente non aveva chiara la valutazione del rischio che stava correndo. E questo accadeva mentre l’Eures ci diceva che le donne uccise con movente di genere in Italia quest’anno sono 116 e che la maggior parte dei femmicidi avviene in relazioni intime, perché malgrado sia vero che la violenza sulle donne in Italia sia in calo, esiste sempre lo zoccolo duro della violenza domestica e degli stupri: una violenza che in generale è diventata più crudele, più efferata, dove le donne che denunciano sono in aumento ma non sono ancora abbastanza (solo il 36%).

Ma perché le donne non denunciano?

Perché le donne in Italia non si sentono protette, perché se una donna decide di denunciare e poi sente dire che se l’è cercata, o addirittura non è creduta, e quindi non viene protetta perché la stessa istituzione che dovrebbe proteggerla sottovaluta il rischio e non applica le norme che comunque si dovrebbero-potrebbero applicare per evitare che venga colpita di nuovo, rivittimizzata o uccisa, quella donna continuerà a prendere le botte a casa, dato che potrebbe anche perdere i figli. Una settimana fa un giudice che si è visto davanti una donna massacrata ha scarcerato e non ha ordinato l’allontanamento del partner perché anche lui aveva dei lividi, dato che lei aveva osato difendersi, e quindi ha deciso che non era violenza ma i due avevano litigato e anche lei gliele aveva suonate. Oltre alla vittimizzazione secondaria, che induce la donne a non denunciare, c’è poi la scarsa valutazione del rischio che viene sempre imputata alla donna che vive una violenza – ma come faceva lei a stare con uno così? – senza considerare che sono proprio le istituzioni a non riconoscerla – aveva denunciato tre volte ma è stata uccisa.

In Italia può accadere che le donne perdano l’affidamento dei propri figli perché dopo aver denunciato una violenza del partner si possono ritrovare in un Tribunale ordinario o dei minori che non considerando la situazione come violenza ma conflitto, valutino i genitori sullo stesso piano e interpretino lo stato della donna, che magari subisce violenza da anni in casa, come instabile da psicologi che relazioneranno in una Ctu che codesta madre non è affidabile, anzi malevola.

Al di là delle promesse delle istituzioni, in Italia le donne, i bambini e le bambine che vivono la violenza maschile sono in un mare di guai: un mondo in cui entri e non sai né come né quando potrai uscire e dove se incontri la persona giusta, hai delle possibilità, altrimenti no. Quindi sia nel contrasto che nella prevenzione, malgrado i passi avanti fatti con grande fatica, le mancanze sono ancora enormi: nei tribunali, nelle forze dell’ordine, nei pronto soccorso, nell’ancora esiguo numero dei rifugi e dei centri antiviolenza che vivono con fatica, nell’ascolto, nell’accoglienza, nella rilevazione dei dati, nella scuola, nella narrazione del fenomeno e quindi nella trasformazione culturale – che è un nodo fondamentale della prevenzione. E questo in un ambito di diritti fondamentali come quello di vivere una vita fuori dalla violenza.

Ed è davanti a tutto questo che le donne hanno deciso non solo di manifestare la propria presenza, forse considerata finora troppo sotterranea, ma anche di scrivere un Piano antiviolenza femminista, grazie a un sapere che, sebbene non riconosciuto né preso in considerazione da chi governa, è più che prezioso perché accumulato in anni di lavoro sul campo.

Un percorso di scrittura di un Piano femminista contro la violenza che inizia oggi a Roma alla Facoltà di Psicologia, e che arriva dopo che, malgrado le richieste, nessuno si è mai immaginato di valutare l’esito del primo Piano antiviolenza della ex ministra Carfagna, e dopo l’ennesima brutta figura del governo con il Piano antiviolenza straordinario (come se la violenza che è strutturale avesse bisogno di un piano d’emergenza e in cui si è fatto finta di chiamare ai tavoli una parte delle associazioni), rimesso poi subito nel cassetto per la vergogna.

Ora che le donne sono scese in piazza, dove è stata dimostrata una forza eccezionale nel richiamare centinaia di migliaia di persone alla protesta su diritti sempre più corrosi, si incontreranno in otto tavoli: dal piano giuridico, alla salute, scuola, narrazione, fino al sessismo, lavoro, migranti e ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza. In particolare su alcuni tavoli è interessante notare come già dalle prime indicazioni sia chiaro quale sia la strada da fare e quali sono le disfunzioni su cui lavorare. Per il piano legislativo, ad esempio, si legge che “l’effettività del quadro legislativo esistente è compromessa dall’assenza di specializzazione di tutti gli operatori coinvolti, dalla mancanza di coordinamento tra il sistema penale, civile e minorile e dalla non tempestività della risposta delle istituzioni”, e che “i principi della Convezione di Istanbul, si scontrano, nella pratica, in ambito penale, con la mancata applicazione delle misure cautelari, l’inadeguatezza della tutela processuale delle vittime/testimoni; lo scarso riconoscimento degli strumenti risarcitori; in ambito civile, con provvedimenti in materia di affidamento dei figli minorenni che non tengono conto della violenza assistita e di misure volte a garantire la sicurezza dei minori nell’esercizio del diritto di visita”: un quadro che già di per sé, in queste 5 righe, dovrebbe mettere in allarme qualunque ministro della giustizia. Per il lavoro al tavolo si parlerà “di 1 milione 224mila donne tra i 15 e i 65 anni che hanno subito molestie o ricatti sessuali (…), pari all’8,5% delle lavoratrici attuali o passate”, mentre per la salute riproduttiva si affronterà la violenza “prima, durante e dopo il parto”, e un’obiezione di coscienza che “ormai ha quasi svuotato di senso la legge 194, sia per quanto riguarda il diritto all’aborto sia per la contraccezione di emergenza”, e che con la morte di Valentina Milluzzo ci fa capire come in Italia oggi il femminicidio non solo non sia adeguatamente contrastato all’interno delle relazioni intime, ma stia ormai entrando a pieno titolo anche negli ospedali.

 

La forza delle donne

“Prendiamo con estrema serietà la promessa del presidente Donald Trump di voler ribaltare le sentenze della Corte Suprema sulle garanzie concesse alle donne come Roe v. Wade (ndr, legislazione sull’aborto negli Usa), e il suo impegno a ritirare gli ordini esecutivi emessi dal presidente Obama, riguardanti la garanzia della parità di retribuzione. Abbiamo combattuto questo tipo di minacce finora e abbiamo vinto. Lo faremo di nuovo”. Con queste parole Marcia Greenberger, co-presidente del National Women’s law center, ha accolto le elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che durante la sua campagna elettorale ha detto più volte che l’aborto dovrebbe essere vietato, che chi ha interrotto gravidanze dovrebbe essere punita, e “le molestie e violenze sessuali sono la logica conseguenza della vicinanza di uomini e donne”.

In Argentina a ottobre migliaia di donne sono scese in piazza dopo che Lucia Perez, una ragazza di 16 anni, è stata drogata, stuprata, torturata, impalata nel giorno in cui si svolgeva un incontro nazionale con 70 mila donne in un Paese dove, malgrado una legge contro il femminicidio, “i casi stanno aumentando e diventando sempre più violenti e perversi” – come afferma la giudice della Corte Suprema Elena Highton de Nolasco – in quanto questa legge non viene applicata né fatta rispettare. In Polonia, sempre a ottobre, le donne hanno manifestato e scioperato in massa per difendere la cancellazione totale del diritto all’aborto, che sebbene sia applicato solo se la madre è in pericolo di vita, se c’è una grave malformazione del feto o in caso di stupro, avrebbe spazzato via anche la norma applicata in maniera restrittiva. In Italia Valentina Miluzzo di 32 anni, incinta di due gemelli, è morta al quinto mese di gravidanza all’Ospedale Cannizzaro di Catania perché, dopo aver espulso il primo feto morto, un medico obiettore “si sarebbe rifiutato di estrarre il feto che aveva gravi difficoltà respiratore fino a quando fosse rimasto vivo perché obiettore di coscienza”, mentre Anna Manuguerra, casalinga di 60 anni uccisa a coltellate dal marito a Trapani l’altro ieri, è la 124esima vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno a oggi. Donne che non hanno fatto in tempo a chiedere aiuto ai centri antiviolenza continuamente a rischio chiusura per mancanza di fondi, come in Sardegna o nel Lazio, in un Paese in cui può capitare che uomini esponenti di Forza Nuova propongano l’apertura di un centro antiviolenza – come a Massa Carrara in Toscana – o che un centro antiviolenza operante sia sgomberato con le donne dentro perché utilizza tre stanze invece di due, come a Lecce.

Eppure, malgrado il mainstreming ne abbia parlato poco o niente, sono mesi che centinaia di donne s’incontrano in diversi luoghi d’Italia per discutere un’azione unitaria nel tentativo di innestare un’inversione di tendenza reale su tutela della salute, diritto all’aborto, precarizzazione del lavoro, distruzione del welfare, violenza maschile sulle donne, spinte dalla ormai tangibile inefficacia istituzionale nell’affrontare quello che nel complesso possiamo chiamare come: i diritti delle donne. Anche se nessuna testata nazionale ne ha parlato, l’8 ottobre più di cinquecento donne di ogni età, provenienti da svariate parti d’Italia e appartenenti a diverse realtà associative, si sono incontrate a Roma per trovare un modo unitario nel contrastare il femminicidio e riunendosi sotto lo slogan: “Non una di meno”, che pur essendo partito da tre realtà associative (Udi, DiRe e Io decido), raccoglie oggi migliaia di adesioni in tutta Italia. Un incontro che ha definito in maniera concorde la violenza non come un fatto privato ma “come un fenomeno strutturale e trasversale” sostenuto anche da politiche istituzionali, educative, sociali, economiche, e alimentato da una cultura discriminatoria continuamente ribadita da una narrazione mediatica ancora troppo spesso rivittimizzante: un fenomeno che potrà essere contrastato solo attraverso “un cambiamento culturale radicale che contrasti anche il tentativo d’istituzionalizzazione degli stessi centri antiviolenza”, portatori a loro volta di un sapere e di un cambiamento di mentalità prezioso maturato negli anni di lavoro con le donne sopravvissute. Una violenza che colpisce anche lesbiche e transessuali, che costringe le donne a essere ancora umiliate nei commissariati e nei tribunali perché spesso non credute, che insegna alle ragazze e alle bambine una cultura e una storia che le ammaestra ma nega la loro stessa identità perché fatta solo da uomini, in un Paese dove chi opera sulla violenza o si imbatte su tematiche di genere, non ha ancora una formazione obbligatoria e quindi spesso è inadeguato al compito che gli si presenta e che dovrebbe competergli (come forze dell’ordine, magistratura, assistenti sociali, psicologi, e anche giornalisti).

Un’assemblea a cui si è arrivate dopo diversi incontri e che, richiamandosi alle argentine, curde e polacche come esempio della capacità delle donne di ribaltamento dello status quo, ha deciso di indire il 26 novembre una manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne “aperta a tutt* coloro che assumono la violenza di genere come problema prioritario nei processi di trasformazione dell’esistente”, e che sarà presentata in conferenza stampa a Roma mercoledì 23 novembre (sala Federazione nazionale della stampa – Fnsi, Corso Vittorio Emanule II 349, ore 11.30), con un richiamo a manifestare che è solo l’inizio di un percorso che prosegue già il giorno dopo, il 27 novembre, con l’insediamento di 8 tavoli tematici per la scrittura di un Piano antiviolenza femminista: decisione presa sulla base del superamento del primo Piano antiviolenza, varato dalla ex ministra Mara Carfagna, e dopo aver preso atto delle aspre critiche che hanno accompagnato la presentazione del Piano Antiviolenza straordinario messo insieme dalla ex consigliera di Renzi per le Pari opportunità, Giovanna Martelli, fallito ancora prima di essere applicato. Tavoli, quelli delle donne, che si occuperanno nello specifico della narrazione della violenza nei media, dell’educazione alle differenze, diritto alla salute, del piano legislativo e giuridico, dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, del femminismo migrante, del lavoro e Welfare, e del sessismo nei luoghi misti. Un tentativo di colmare non solo il grande vuoto lasciato dal governo nella non implementazione della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica) – in vigore dal 2014 e contenente indicazioni precise per il contrasto alla violenza maschile sulle donne – ma anche di affrontare un quadro ampio di applicazione di diritti, quelli delle donne, a oggi sempre più evanescenti in Italia.

Assemblea, quella dell’8, a cui si deve aggiungere un altro importante raduno, fatto a Osimo a fine ottobre, che ha fatto incontrare circa 200 donne provenienti da diverse città sotto lo slogan “Rebel Rebel”, e dove è emerso – anche qui – il bisogno di unificare diversi approcci di lavoro e differenti percorsi politici, per la costruzione di un’azione unitaria in vista di grandi obiettivi: un gruppo, fra tutti, che senza dubbio ha aderito alla manifestazione del 26 novembre contro la violenza maschile delle donne, al di là delle differenze che fino a oggi hanno fin troppo diviso il femminismo italiano, coscienti che l’attacco al corpo delle donne non è un fenomeno solo italiano e si manifesta in maniera sempre più aggressiva. “C’è un attacco generalizzato alle donne in tutti i Paesi”, ha detto a Osimo Irene Donadio, Advocacy Officer per l’International Planned Parenthood Federation (IPPF): “E se prendiamo per esempio la teoria del gender, vediamo come sebbene fino al 2006 fosse un tema relegato alla ricerca accademica, da un certo punto in poi in Germania, in Francia, Ungheria, Polonia e in Slovacchia, sono stati ripresi alcuni articoli usciti negli Stati Uniti che interpretavano il gender come una battaglia nefasta delle femministe e dei gay per deviare tutti i bambini forzandoli a diventare in massa transgender, o istigandoli alla masturbazione in pubblico”. Come sottolinea un’interessante ricerca tedesca dal titolo “La battaglia sul gender come collante dei nuovi movimenti nazionalisti”, in questi Paesi gruppi di estrema destra hanno reclutato persone cavalcando la paura del gender e quindi presentando un programma in cui la difesa della famiglia, come difesa dell’unità nazionale, preserva da queste “perversioni”.

Per Linda Laura Sabbadini dell’Istat – rimossa mesi fa senza motivo e tra numerose polemiche da direttora del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’istituto e senza la quale oggi non sapremmo nulla sulle donne che subiscono violenza in Italia – “Dobbiamo essere coscienti di quanto si è sviluppata la forza delle donne perché se da un lato stiamo perdendo qualcosa, dobbiamo anche avere presente le cose che abbiamo conquistato, e dobbiamo riflettere sul fatto che oggi abbiamo bisogno di rilanciarci collettivamente e non più solo su un piano individuale nei nostri luoghi di lavoro e di azione”. Rispetto alla violenza sulle donne, Sabbadini ha dato un quadro preciso a chi l’ascoltava durante l’incontro marchigiano: “Nell’ultima indagine rispetto a 8 anni fa la violenza contro le donne è in diminuzione, e che anche se è stabile lo zoccolo duro dei femmicidi e degli stupri, quindi le forme più gravi, quella fisica, psicologica e sessuale è diminuita in maniera trasversale. Accanto alla diminuzione però – continua – c’è un incattivimento della violenza e questo è un nodo fondamentale perché oltre a questo, è aumentata anche la percentuale delle donne che hanno avuto paura di perdere la vita durante l’atto di violenza, e questo vuol dire che è aumentato il numero di chi si trova all’interno dell’escalation della violenza agita da partner”. Per Sabbadini un altro dato interessante è che le donne che riconoscono la violenza sono raddoppiate (36%) e malgrado siano ancora una minoranza, questo ci fa capire come sia in atto un aumento di consapevolezza che forse ci spiega quel calo per cui oggi le donne hanno maggiore capacità di prevenire la violenza perché hanno una maggiore capacità di interromperla prima che aumenti. Un dato che spiega che anche sulla violenza qualcosa è cambiato: se 8 anni fa, quando si è fatta la prima indagine, la violenza era considerata un fatto privato e le donne non ne parlavano con nessuno, adesso, sebbene ancora la maggioranza sia sommersa, cresce il numero delle donne che va ai centri antiviolenza e che denuncia, perché comunque se ne parla di più, e questo grazie all’azione delle donne e alla controinformazione che in questi anni ha contribuito a far crescere un sentimento di condanna verso la violenza sulle donne che prima non c’era, arrivando anche al mainstreming (sebbene spesso in maniera distorta).

In questi giorni la Presidenza della Commissione bilancio ha concordato, su proposta del Presidente Boccia, la votazione di 12 emendamenti al ddl di bilancio 2017 sottoscritti da deputate dell’Intergruppo per le donne, i diritti e le pari opportunità, tra cui compaiono: estensione del congedo a lavoratrici autonome vittime di violenza inserite in percorsi di protezione; incentivi per l’occupazione delle donne vittime di violenza; destinazione di 24 milioni del Fondo per le politiche di pari opportunità al piano antiviolenza, servizi territoriali, centri antiviolenza; indennizzo per gli orfani di femminicidio. Proposte che seppur non ancora passate, e comunque non sufficienti in un quadro d’insieme ancora fin troppo indefinito (come per esempio la mancanza di un efficiente Piano antiviolenza nazionale), sono nate dalla ricerca di un dialogo con la società civile riunite intorno al tavolo “Le donne, condizione della crescita” promosso dalla presidente della camera, Laura Boldrini, con una metodologia che dovrebbe essere la norma per tutte le istituzioni, anche e soprattutto per il Dipartimento delle pari opportunità, di cui ha oggi delega la ministra Elena Boschi, la quale però ancora adesso, davanti a una società civile di donne che ormai conta migliaia di realtà sul territorio nazionale e che il 26 novembre si mobiliterà per rendere visibile la sua presenza, continua a convocare sulla violenza tavoli con associazioni composti da dieci persone.

Melito, specchio di un’Italia che non vuole cambiare

Immagine di Anarkikka (autrice Stefania Spanò)

Immagine di Anarkikka (autrice Stefania Spanò)

Il caso di Melito Porto Salvo, in Calabria, dove una ragazza ha denunciato di essere stata stuprata da 8 uomini per due anni consecutivi nel silenzio più totale della famiglia che sapeva e della comunità in cui la ragazza viveva, sta scuotendo le coscienze di un Paese che ogni volta s’indigna per rimanere, o tornare, al punto di partenza.

La ragazza, che ha iniziato a subire stupri dall’età di 13 anni, ha fatto una ricostruzione attenta e dettagliata, come hanno dichiarato gli inquirenti, grazie alla sua lucidità e grazie agli appunti meticolosamente annotati su un taccuino. Ragazza che per anni è stata caricata su un’auto fuori da scuola e portata in luoghi diversi per essere stuprata e fotografata e quindi ricattata nel caso volesse parlare. Ragazza che in un tema ha buttato in mare aperto la sua bottiglia con un messaggio disperato, attirando così l’attenzione di insegnanti che hanno cercato di aiutarla parlando con un madre impaurita e impreparata ad affrontare una vicenda che coinvolge un figlio di un maresciallo, il fratello di un poliziotto e un rampollo della ‘ndrangheta locale.

Una vicenda in cui tutti parlano di orrore, soprattutto per la risposta di questo piccolo paese in cui un parroco invita al silenzio, un altro parla di vittime generiche solidarizzando con gli offender, e un sindaco se la prende con una giornalista che informa dicendo la verità, ovvero che una parte di Melito solidarizza con gli stupratori e parla della ragazza come “una che non sa stare al suo posto”, insomma una poco di buono. Un caso platealmente analogo a quello di Montalto di Castro dove la ragazza fu violentata da quelli che dovevano essere suoi amici, e stigmatizzata con un sindaco e parte della cittadinanza che difendeva i suoi stupratori in quanto “bravi ragazzi che avevano sbagliato”. Un caso, quello di Melito, dove come per il caso di Sara di Pierantonio, uccisa e arsa viva dal suo ex in una strada alla Magliana a Roma, l’indignazione riguardo il silenzio di quei passanti che non si sono fermati malgrado le urla della vittima, è diventato un orrore che si aggiunge all’orrore.

Una premessa necessaria, questa, per capire che quando si parla di violenza contro le donne non serve andare in Calabria per imbattersi nell’omertà e soprattutto non c’è bisogno di spendere parole piene d’indignazione ogni volta che una famiglia viene sterminata da un padre respinto dalla moglie, ogni volta che un adolescente dà fuoco alla fidanzatina che lo lascia, o che una ragazza viene stuprata dal branco e ridotta al silenzio, perché per comprendere l’indifferenza, ma soprattutto il pregiudizio sui comportamenti femminili, basta alzare gli occhi dal proprio naso.

Una nota emblematica, in tutta la storia della ragazza di Melito, è infatti il consiglio che viene dato a Davide Schimizzi, il presunto fidanzato della ragazza che ha dato avvio agli stupri di gruppo, da parte del fratello poliziotto il quale lo invita a negare e a dire che non ricorda nulla, nella più classica delle situazioni: la parola mia contro la tua, che è il sistema più usato nei processi per stupro in cui quasi sempre si cerca di insinuare il dubbio sul consenso della vittima (la mia parola contro la tua appunto), e che è la chiave della rivittimizzazione per cui la donna viene a sua volta processata invece che essere ascoltata e quindi tutelata.

Non è una novella che le donne spesso non denunciano, in un Paese come il nostro in cui il 90% della violenza maschile rimane sommersa, proprio per la paura di non essere credute e di essere giudicate come provocatrici nei confronti dell’uomo. Donne che pur subendo stupri e violenze fisiche per anni a casa propria o dall’ex partner, non vanno a denunciare non solo per ignoranza dell’esistenza di leggi a loro tutela ma proprio perché temono di entrare in un altro incubo in cui non saranno credute in quelle caserme e quegli stessi tribunali dove avrebbero il diritto di andare a cercare protezione. Escluse alcune eccezioni, l’impreparazione delle forze dell’ordine e di molti magistrati sul tema è ancora tale in Italia, che queste donne spesso faticano a essere considerate credibili di fronte a pregiudizi che si basano sia sulla loro condizione di persone traumatizzate da quello che hanno subito (quindi appaiono insicure per la paura di rappresaglie o ancora psicologicamente sotto stress e per questo giudicate poco attendibili), o passate al setaccio per il loro comportamento passato (che tipo di donna sei per non meritarti una violenza maschile? quanto puoi provocare? Lo sapevi che ti poteva succedere, quindi perché non ti sei sottratta?).

Un metro di giudizio, quello della femmina dai facili costumi che si merita una violenza o della donna esasperante che alla fine si ritrova per forza uccisa dal marito, non troppo distante dalla mentalità degli abitanti di Melito o di quelli di Montalto di Castro: casi che non sono poi così isolati. La colpevolizzazione della donna, che in questo caso è rivittimizzazione, è infatti la via più facile da sostenere perché in realtà fa parte di un modo di pensare comune e mai morto in questo nostro convivere, e che quindi non è prerogativa solo di un pesino sperduto della Calabria – un pensiero che ci aiuterebbe a esorcizzare quello che invece può avvenire ovunque – e che impera ancora, sotto forma di pregiudizio più o meno evidente o velato, in quella mentalità profondamente machista che non solo troviamo nelle battute del vicino di casa ma anche in quelle stesse istituzioni che dovrebbero proteggere e intervenire a tutela di queste donne, al di là del loro passato e al di là della loro personalità.

Pregiudizi che sulle donne pesano, ancora oggi, come una scure ferma a mezz’aria sulla testa di noi tutte e che necessita di una vera trasformazione culturale che dia un giusto peso al fenomeno, che cambi la mentalità iniziando a formare adeguatamente tutte le forze dell’ordine presenti sul territorio, tutti i magistrati che si occupano di processi del genere, gli operatori, gli avvocati, ma anche i giornalisti che raccontano e informano, gli insegnanti che educano i ragazzi e le ragazze a un rispetto delle reciproche differenze, e le stesse istituzioni e quella politica che deve essere più presente e più preparata ad affrontare il problema: perché non è possibile che ogni volta si debba sperare nella fortuna di incontrare un poliziotto o un giudice sensibile, o un insegnante che non ha paura di intervenire. Non è più tollerabile dopo tutto questo, non adesso.

Per le ragazze giovani poi il discorso si complica. In una recente ricerca di We World è stato riportato come molti giovani percepiscano la violenza domestica come un fatto privato da sbrigare in famiglia e che le ragazze che subiscono violenza a volte se la cercano per come vanno abbigliate: parole che quindi non vengono solo dalla bocca dei cittadini di Melito e che dovrebbero farci riflettere su quanto sia importante partire dal cambiamento di mentalità fin dalle scuole a partire dagli insegnati stessi. Un clima in cui se una ragazza subisce una violenza fisica o sessuale, evento meno inusuale di quanto si possa credere, non solo faticherà a prenderne consapevolezza, ma non saprà neanche a chi e come raccontare la sua storia senza la paura di essere colpevolizzata per come si è proposta allo sguardo maschile. Eventualità che porta a un silenzio che non è solo una prerogativa di Melito Porto Salvo ma di un’Italia in cui il delitto d’onore è stato abolito nel 1981 e in cui una legge sulla violenza sessuale è passata solo nel 1996, cioè dopo quasi 20 anni e sei legislature in cui si stentava a riconoscere questi reati non più come contro la morale ma contro la persona.

Qui ancora 6 milioni 788 mila donne subiscono nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: 652 mila stupri e 746 mila tentati stupri. A dichiararlo, circa un anno fa, era l’Istat che nella sua nuova ricerca sulla violenza contro le donne in Italia diceva che se i partner attuali o ex erano quelli a commettere le violenze più gravi, il 10,6% delle donne che subivano violenze sessuali avevano meno di 16 anni. A Ferragosto di quest’anno il Viminale ha reso noto che dal 1 agosto 2015 al 31 luglio 2016, le donne uccise sono state 138 su un totale di 398 omicidi: numeri che confermano un andamento analogo a quelli degli anni prima, ovvero che malgrado gli omicidi siano in calo, i femminicidi si mantengono più o meno costanti.

E se è vero che nei giorni scorsi la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi, che oggi ha la delega alle Pari opportunità, ha dichiarato di voler stanziare 19 milioni di euro aggiuntivi per contrastare la violenza sulle donne, ha anche dichiarato di aver scoperto che “quasi 10 milioni dei 31 messi a disposizione lo scorso biennio da Stato e Regioni non sono stati utilizzati”: un’affermazione sconcertante se pensiamo a quanti centri antiviolenza sono con l’acqua alla gola o addirittura stanno per chiudere i battenti. Centri che sono essenziali per situazioni come quella della ragazza di Melito in quanto porto sicuro dove approdare per cercare di tirarsi fuori dall’orrore. Centri che sono la chiave non solo per contrastare la violenza maschile ma anche per la prevenzione e quella trasformazione culturale senza la quale non andremo da nessuna parte.

Alla luce di quanto finora detto non c’è dubbio allora che la responsabilità più grande qui non ce l’ha né la madre che ha avuto paura di denunciare e che probabilmente non sapeva dove mettere le mani in un ambiente così chiuso e giudicante, né l’ignoranza di un parroco o la sfacciataggine di un sindaco, ma le istituzioni italiane che hanno messo nel cassetto a marcire l’implementazione del più importante strumento di contrasto e prevenzione contro la violenza sulle donne, che è la Convenzione di Istanbul ratificata tre anni fa dal Parlamento italiano. Istituzioni che invece di appoggiare e aumentare i centri antiviolenza, li ha portati in questi anni allo sfinimento favorendo la loro chiusura e rendendo impossibile la loro sopravvivenza. Un Paese così inefficiente che pur leggendo sui giornali di un femminicidio ogni tre giorni ancora oggi non ha avuto il tempo e la voglia di monitorare l’efficacia del Piano Antiviolenza passato con la ex ministra Carfagna, né quindi di mettere in campo il nuovo Piano antiviolenza straordinario che sarebbe il caso di rivedere sulla base dei risultati di quello passato per verificare cosa è meglio fare. Istituzioni che ha nei cassetti del parlamento leggi importanti come la costituzione di una Commissione di indagine per sapere in maniera capillare cosa si è fatto finora e dove sono stati gli sbagli, quali sono i buchi da colmare, e che però sta lì, inerme come lettera morta perché il Paese ha altre priorità.

Se tutto questo non verrà sbloccato, e in tempi brevi, possiamo dire tranquillamente che il parroco, il sindaco e tutti gli abitanti che sostengono gli stupratori della ragazza a Melito, hanno vinto.

 

 

La Chernobyl oltre il 2000 e i suoi nipoti radioattivi

A 30 anni dallo scoppio del reattore 4 in Ucraina, pubblico oggi un articolo inedito scritto da me e mio marito, Astrit Dakli, all’interno di un progetto di video inchiesta sui bambini nati dai figli di Chernobyl, ideato insieme venticinque anni dopo la tragedia. Il progetto nacque dalla coincidenza dei nostri ambiti di lavoro: i bambini per me, Chernobyl per lui. Astrit è stato uno dei primi giornalisti ad andare sul luogo dell’esplosione nel 1986, e fece il suo lavoro di reporter senza alcuna protezione e tornando in Italia con un’allergia della pelle alla luce solare che lo ha sempre costretto a compensare con vitamina B e a coprirsi quando si esponeva ai raggi: una reazione cutanea che nessun medico è mai riuscito a diagnosticare con esattezza. Astrit non sapeva di soffrire, già in quel momento, di una rara malattia genetica che colpiva il suo cervello e per cui è morto quest’anno dopo una lunga lotta, ma ci siamo sempre chiesti, nel tempo, se quel viaggio avesse mai potuto influire su questa sua malattia.

La Chernobyl oltre il 2000 e i suoi nipoti radioattivi

A cura di Luisa Betti e Astrit Dakli

 

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Era il 26 aprile del 1986 quando il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, esplose provocando la contaminazione radioattiva di vaste zone anche a grandi distanze. “L’esposizione alle radiazioni in un incidente come quello di Chernobyl nel 1986 – spiega il Dottor Tony Nicholson, Vice Presidente di The Royal College of Radiologists del Regno Unito e Decano della facoltà di radiologia clinica – può avere effetti sulla salute di diverse generazioni di persone, non solo per coloro che vivevano nelle sue vicinanze al momento dell’evento”. In poche parole, se 25 anni corrispondono a una intera generazione, significa che oggi nascono i nipoti della catastrofe, e che molti di questi bambini sono affetti da gravi patologie anche se nati da genitori sani. “Le radiazioni possono causare danni allo sperma degli uomini e all’apparato riproduttore delle donne. Il risultato di tutto ciò è che i figli possono nascere con difetti congeniti, come gravi stati cardiaci o anomalie cerebrali. Alcuni di questi difetti saranno fatali, altri richiederanno un intervento chirurgico o comprometteranno la qualità della vita dei bambini. Quindi molti di quelli che pensavano di essere sfuggiti a tutto ciò, o di aver subito il minimo degli effetti, potranno vedere adesso questi effetti sui loro figli”, conclude Nicholson.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Agenzia per l’Energia Atomica non sono d’accordo e ancora adesso sostengono che le vittime potenziali sono poche migliaia, mentre medici e scienziati che lavorano nelle zone più contaminate di Russia, Bielorussia e Ucraina sanno che in realtà ci sono milioni di persone che hanno subìto danni, e soprattutto ci sono tantissimi bambini che ancora devono nascere e sono a rischio di mutazioni genetiche. “Un piccolo gruppo di cui faccio parte sta chiedendo alla Commissione Europea il sostegno di uno studio corretto e indipendente di tutte le conseguenze per la salute dell’incidente di Chernobyl”, ha spiegato il Professor Dillwyn Williams dello Strangeways Research Laboratory di Cambridge, lo scorso gennaio. E anche i medici dell’ospedale oncologico pediatrico di Minsk, in Bielorussia, dell’ospedale per la protezione radiologica di Vilne, nell’est dell’Ucraina, e dell’ospedale pediatrico di Kiev, non hanno dubbi sul fatto di trovarsi davanti a un insolito incremento nel numero di tumori, mutazioni e malattie del sangue legati all’incidente nucleare di 25 anni fa. Ma dimostrare che la mortalità infantile negli ultimi vent’anni è aumentata significativamente o che molti bambini che oggi soffrono di malattie genetiche, malformazioni degli organi interni e tumori alla tiroide a causa della peggior fuoriuscita di radioattività mai avvenuta, è un’impresa. “Ci sono genitori che danno alla luce bambini con malattie e con disabilità – dice Linda Walker dell’associazione UK Chernobyl Children’s Project che assiste orfanotrofi in Ucraina e Bielorussia – ma non si stanno portando avanti adeguate ricerche su questo fenomeno.”

Ma andiamo a vedere nello specifico cosa succede, cosa è successo e cosa potrebbe succedere: “Le centrali nucleari producono trizio, iodio 131 e plutonio che, se inalato in una sola frazione di milligrammo, è letale per una persona”, dice il professor Giuseppe Miserotti, presidente dell’Ordine dei medici di Piacenza e membro dell’Isde, l’Associazione dei medici per l’ambiente affiliata alla International society of doctors for the environment, intervistato quest’anno subito dopo il disastro della centrale nucleare di Fukushima, in Giappone, causato dal terremoto e dallo tsunami del 26/03/2011. “Il primo problema è costituito dal trizio, che è idrogeno a massa pesante, tre volte di più dell’idrogeno normale (…) Nelle donne in gravidanza che assorbono trizio succede che le staminali del feto, che sono sensibilissime, subiscono una prima radiazione in cui vi sarebbe una specie di preparazione pro-leucemizzante del clone, mentre successive radiazioni potrebbero provocare direttamente la malattia. Quindi il destino di molti di questi bambini si giocherebbe ancora quando sono in utero. Poi c’è la catena alimentare, peraltro, caratterizzata dall’imprevedibilità dell’assorbimento perché anche la distanza dalle centrali condizionerebbe la quantità di trizio assorbito: vi sono studi pubblicati che evidenziano come quantità di trizio non trascurabile possano ancor essere significative a distanze di centinaia di chilometri dall’impianto nucleare. Il trizio si concentra nel sangue e rimane nell’uomo per tantissimo tempo, a seconda della costituzione fisico-chimica dei diversi tessuti e del tipo di radionuclide”.

Oltre al trizio però ci sono altre sostanze, come il cesio 137, lo stronzio 90, lo iodio 131 e il plutonio. “Nei reattori delle centrali – continua il professor Miserotti – si forma anche il plutonio che, se inalato anche in sola frazione di milligrammo, è letale. Anche lo iodio 131 viene assorbito nella catena alimentare, e in questo caso entra in scena la tiroide dei bambini che è talmente golosa di iodio che l’assorbimento è velocissimo. In uno studio di qualche anno fa (dati Cnr sugli effetti di Chernobyl, ndr) si vede che dal 1987 in poi, nei luoghi limitrofi a Chernobyl, c’è un aumento lineare dell’incidenza del cancro alla tiroide negli adulti e, dato su cui riflettere, ce n’è uno molto più importante nei bambini; con patologie che, quando vengono in evidenza, si trovano in uno stadio molto più avanzato, con metastasi linfonodali e polmonari con una frequenza molto superiore alla media. Un’altra patologia studiata sempre a Chernobyl è la cardiomiopatia da cesio, che genera infarti senza fenomeni infiammatori (Studi del dottor Yuri Bandazhevskij, ndr). L’Oms ha sempre ammesso soltanto che Chernobyl ha prodotto 4.000 vittime. Sono andato a vedere cosa ha detto Eugenia Stepanova, ricercatrice del Centro scientifico del governo ucraino: «Siamo pieni di casi di cancro della tiroide, mutazioni genetiche che non sono state registrate nei dati perché erano sconosciute venti anni fa». E ancora il vicecapo della Commissione di valutazione per la radioprotezione: «Abbiamo studi che dimostrano come 34.499 persone, di quelle che partecipavano alla ripulitura, sono morte di cancro». Il tasso di mortalità è aumentato del 30%. Queste informazioni sono state ignorate dall’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ente nato sostanzialmente per la promozione del nucleare civile”.

Infine il sopracitato studio del dottor Bandazhevsky e di sua moglie Galina Bandazhevskaya, medici di fama internazionale esperti dei danni causati dalle radiazioni sull’essere umano, afferma che “Con il tempo i problemi aumentano invece di diminuire: le statistiche dicono che in 8 anni, dal 2000 al 2008, i bambini che si ammalano a causa delle radiazioni sono aumentati del 50%. Le malattie sono difficilmente diagnosticabili: il 28,9% presenta malformazioni, anche interne, che possono passare inosservate ai primi esami, mentre il 19% dei bambini presenta problemi al sistema nervoso centrale. Anche il cancro alla tiroide (l’organo più colpito in giovane età) è in sensibile aumento. L’assorbimento delle radiazioni varia da individuo a individuo, e in particolare nei bambini risulta essere più rapido. Nelle regioni colpite esiste una figura medica specializzata, il cardio-ritmologo, in quanto l’incidenza delle aritmie cardiache è molto alta e richiede una formazione particolare; è frequente che bambini di 8-10 anni necessitino di un pacemaker per sopravvivere, senza garanzie che la patologia non si aggravi negli anni successivi. L’organo più colpito in assoluto nei bambini è la tiroide, con gravi conseguenze sullo sviluppo come l’osteoporosi; altri organi colpiti frequentemente sono cuore, reni, cervello e fegato (…) La fase più critica è la gravidanza. Nei bambini nati morti i radionuclidi sono presenti in tutti gli organi, rendendo impossibile una diagnosi attendibile sulla causa del decesso del feto”.

Sconto di pena all’ex che l’ha massacrata: Elisa racconta la sua storia

Elisa Consoli

Elisa Consoli

“Mi prendeva per i capelli e mi sbatteva la testa al muro, e poi mi bruciava la carne con le sigarette per farmi rinsavire”. Con queste parole inizia il lungo racconto di Elisa Consoli che nel 2014 ha vissuto l’incubo della violenza da parte del suo insospettabile fidanzato (F.M.) il quale, condannato in primo grado a 8 anni di reclusione per maltrattamenti e lesioni, ha avuto ieri in appello uno sconto che ha ridotto la sua pena a 6 anni e tre mesi. “La difesa ha puntato sul fatto che la condanna fosse elevata rispetto ai reati – spiega l’avvocato di Elisa, Massimiliano Santaiti – dato che i due avevano un rapporto intimo, ignorando completamente quello che è il fulcro della violenza domestica, ovvero che si consuma proprio nei rapporti intrafamiliari e che per questo può essere di una violenza devastante, protratta nel tempo e con danni enormi per la vittima, come nel caso di Elisa”.

Un segnale non positivo, questa sentenza, in un’Italia che dice di voler contrastare la violenza contro le donne senza riuscire ancora a mettervi freno e che dopo aver messo la Convenzione di Istanbul in un cassetto, ha sollevato pochi giorni fa dal suo incarico all’Istat Linda Laura Sabbadini che la violenza maschile l’ha saputa contare dando visibilità a queste donne, che nessuno calcolava, e dando numeri precisi sulla pervasività della violenza domestica e dell’enorme sommerso di chi non denuncia.

“In appello si è fatto riferimento, a mo’ di scusante, alla sindrome di Sindrome di Stoccolma – continua Santaiti – sostenendo che Elisa fosse consenziente alla violenza subita: un’enormità se si pensa alle torture e alle sevizie che questa ragazza ha subito nel periodo in cui è stata segregata”. La prima sentenza del 30 aprile 2015 aveva infatti condannato F. M. a 8 anni di reclusione per maltrattamento e lesioni (art 133 cp) “visti la personalità dell’imputato ed una reiterazione delle condotte aggressive e visti i gravi precedenti per atti di violenza e predatori, visto lo stato di prostrazione cagionato ad Elisa e vista l’intensità del dolo”: una sentenza rimessa in discussione in un appello che riducendo la condanna farà discutere su quale sia la reale considerazione di questi reati in Italia da parte delle istituzioni, compresi i danni sostanziali che provocano, e sul fatto che anche un autore di violenze gravi può in fondo cavarsela con sconti di pena progressivi, come succede spesso, annullando così il deterrente che è una delle chiavi del contrasto al femminicidio.

Nel suo percorso di uscita dalla violenza, Elisa ha subito diverse operazioni: ha ricostruito il naso che era rotto e completamente storto, e ha tolto la tiroide. Ma le conseguenze devastanti non sono state solo fisiche perché oggi Elisa non lavora più e vive segregata in casa con i genitori e la sorella, nella paura di essere perseguitata da amici e conoscenti del suo ex che vivono a pochi isolati dal suo, e nel terrore di non riuscire a rifarsi una vita e di non essere adeguatamente protetta nel momento in cui lui avrà scontato la sua pena. “L’ultima frase che mi ha detto – confessa Elisa – è stata: tu mi vuoi lasciare ma io ti amo quindi se mi lasci ti vengo a cercare, ti riprendo, ti porto in pineta e poi prima ti do fuoco a te e poi mi do fuoco io”. Una promessa che ancora oggi fa rabbrividire.

I fatti risalgono al 2014 quando Elisa, che era appena uscita dall’ospedale dove era arrivata per uno svenimento in metro, fu prelevata in macchina e portata a casa del fidanzato. “I miei si erano allontanati un momento, e quando mi ha preso per un braccio e mi ha fatto salire in macchina dicendo ora tu vieni con me, pensavo scherzasse, non pensavo facesse sul serio”, racconta la ragazza. Fatti su cui F. M. si è sempre dichiarato “dispiaciuto ma non pentito”, sostenendo che la donna fosse consenziente e di averle dato al massimo “due o tre schiaffi”, “un calcio”, e di averla “presa per i capelli”.

Ma la storia di Elisa è un’altra.

Lei è una ragazza normale, bella, solare. Fa la parrucchiera ed è campionessa di ballo latino americano. Una vita che oggi ricorda come se non fosse stata la sua, come se quelle foto con il viso sorridente e i capelli lunghi non fosse stata mai lei. “Lui con me ha seguito tre fasi – dice Elisa – prima la violenza sentimentale, poi quella psicologica e infine quella fisica, con cui mi ha quasi uccisa”. Quando arrivò al pronto soccorso, dopo aver vissuto con lui per mesi, Elisa era irriconoscibile: pesava 35 chili in meno, era ricoperta di lividi e aveva una parte consistente della testa senza capelli. Nei certificati medici si legge: “Alopecia da strappo traumatico, tumefazioni, contusioni, escoriazioni, ustioni varie, frattura delle ossa nasali” ma anche “contusioni multiple del capo, del torace, del ginocchio”, e ancora “contrattura muscolare”, “dolore condro-sternali e blocco articolare di entrambe le spalle”.

L’uomo che l’ha ridotta così, l’aveva conosciuto nel marzo del 2014, uscendo con un’amica con cui nemmeno voleva andare: “Siamo uscite e lei mi disse che saremmo andate prima da un suo amico, così l’ho assecondata anche se non avevo voglia, e quando sono entrata lui sedeva lì, sul divano: un ragazzo gentile, carino, premuroso, un uomo di cui qualsiasi ragazza si può innamorare, uno che non penseresti mai capace di tutto quello che poi ha fatto”.

Elisa, come inizia questa storia?

“Io ero tranquilla, facevo la parrucchiera, ero normale. Lui era gentile. Ci siamo conosciuti, poi mi ha cercata, ci siamo sentiti, siamo usciti insieme e poi ci siamo fidanzati. All’inizio era perfetto: ero coccolata, viziata, lui era premuroso, e dopo due mesi ha comprato le fedine d’oro. E io mi domandavo: ma sarà vero?”

E poi?

“Poi le prime domande strane sul mio passato: che tipo di rapporti avevo avuto, con chi ero stata. Io gli dicevo: perché ti interessa? a me non interessa con chi sei stato, sto con te, basta. Una sera però mi viene a prendere a lavoro, è strano, innervosito e mi dice: ho incontrato il cugino del tuo ex e mi ha detto che sei stata con quello 4 anni e otto mesi e non cinque come avevi detto tu, sei una bugiarda. Ed è stato quello il momento in cui ho cominciato a percepire che qualcosa stava andando dalla parte sbagliata”.

Dove?

“Stava diventando aggressivo, mi offendeva dicendomi che ero una puttana, una zoccola e voleva sapere con quanti uomini ero stata e le dimensioni del loro pene: prendeva una bottiglietta, una zucchina. Un incubo. Anche perché io non parlavo mai di sesso, non mi piaceva, io ero molto chiusa, e lui mi forzava”.

Quando è cominciata la violenza fisica?

“La prima volta che mi mise le mani addosso eravamo sotto casa mia, mi ha dato un pugno sotto, poi mi ha messo le mani al collo. Il giorno dopo mi ha chiesto scusa, piangeva, ma poi mi controllava sempre di più e io ho cominciato a perdere peso, circa 15 chili in due mesi e non mi rendevo conto che era iniziata anche la violenza psicologica. Poi quando mi ha portata a casa sua ho capito che ero nei guai”.

Quali guai?

“Mi ha portata via in macchina dall’ospedale dopo essere stata dimessa per uno svenimento in metro, ma pensavo che fosse uno scherzo. E invece da lì è cominciato tutto. Per me era meglio una pisoltellata, perché è stata un’agonia interminabile”.

Può spiegare meglio?

“Mi ha portata a casa sua e ha chiuso la porta dietro di noi isolandomi dall’esterno. I miei mi chiamavano e lui mi diceva: rispondi e dì ai tuoi che da stasera dormi a casa mia, digli che c’hai 26 anni che fai come ti pare, che stai con me, e da ora in poi vivi a casa mia. Io gli dicevo che dovevo andare a casa, avevo addosso solo un paio di pantaloncini e la maglietta, mica potevo stare così. E insistevo dicendo che sarei andata a casa anche se lui non voleva, ed è a quel punto che ho notato che l’espressione del suo viso era cambiata, era diverso, strano, e allora ho avuto timore e invece di discutere ho pensato di assecondarlo momentaneamente. Pensavo: aspetto che si sbollenta e poi vado a casa. E invece no”.

Perché?

“Perché mentre sto al telefono con mia madre lui mi costringe a mettere il viva voce e tenendomi in una morsa la coscia, mi sussurra: o dici a tua madre che stai qua per tua volontà o io ti stacco la testa. Ed è stato lì che ho capito che si metteva male e mi sono fermata, ho cercato di fare mente locale, e mi chiedevo: ma davvero che sta succedendo a me? Un uomo di 80 chili, alto due metri, con l’espressione da squalo che mi teneva in scacco a casa sua.

E dopo?

“Da lì in poi è cominciata una convivenza di cazzotti, botte, calci e pugni su costole, reni e stomaco. E quando gli gridavo che era un pazzo, malato e che me ne volevo andare, lui mi dava pugni ovunque e una volta mi ha fatto cadere il dente davanti. È così che si crea un punto di non ritorno in cui lui non ha più remore perché ti sente in suo potere”.

Lei reagiva? Ha cercato di difendersi?

Ho cercato in tutti i modi di tenergli testa e di difendermi ma lui allora prendeva l’accendino, lo accendeva per pochi secondi, e poi mi metteva l’accendino rovente sulla carne dicendomi: vediamo quanto resisti. Vediamo chi la spunta. C’è solo una possibilità che io smetta, è cioè che tu fai quello che dico io.

Ha mai cercato di scappare?

“Sì, ho cercato di scappare mentre lui dormiva: ero arrivata quasi alla porta, quando da dietro ho sentito una mano che mi ha preso per capelli e mi ha trascinata di schiena sulla scala di cui ricordo ogni scalino. E dopo pugni, morsi, capelli strappati, ginocchiate, schiaffi, calci in testa ed è lì che mi ha rotto il naso con una manata da sotto. Ne ho prese talmente tante che non so come io sia rimasta viva. Ed è ovvio che poi non ci ho più riprovato.

Quanto è stata punita per questo suo tentativo di sottrarsi?

“Molto perché da quel momento in poi ha cominciato a prediligere gli spigoli del bagno su cui poteva farmi sbattere per bene. Un giorno mi ha dato un cazzotto in testa e mi ha scacciato due vertebre. Mi ricordo che mi si è appannata la vista e ho perso i sensi mentre lui mi gridava: guarda che mi hai fatto fare! Quando mi sono svegliata ero zuppa d’acqua perché cercava di rianimarmi tirandomi l’acqua addosso: avevo la testa come un pallone e mi facevano male tutti i denti”.

Cosa le contestava esattamente?

“Era geloso, possessivo e si inventava le cose per potermi massacrare. Malgrado fossi reclusa in casa sua, un giorno s’inventa che io facevo la cascamorta con un suo amico, che tra l’altro è gay. Quella sera mi disse: io ti ammazzo, ti faccio capire dove hai sbagliato, tu mi hai fatto male e io ora ti faccio provare quello che soffro io. Mi stava dietro le spalle e sapevo che se mi muovevo lui mi avrebbe massacrata. All’improvviso mi atterra con un calcio da dietro e mi ricordo solo che il dolore fisico mi levava l’aria: mi dava cazzotti ovunque caricandoli, come fanno i pugili, e mentre mi massacrava mi diceva che mi amava”.

Ha mai pensato di poter morire?

“Certo e per questo cercavo di non andare mai completamente ko perché avevo paura che se mi accasciavo mi avrebbe finita, ma non ce la facevo più: ero gonfia, mi colava il sangue dal naso e le botte erano talmente tante che non sentivo più il dolore ma solo la pelle tirare. Un giorno ho cercato di reagire mettendogli una mano sulla giugulare per disperazione ma io sono troppo piccola in confronto a lui e quando lui mi ha stretto tutta la gola con una sola mano, io ho lasciato la presa, e mentre mi strozzava mi ha detto: ora ti saluto, e mi ha infilato la lingua in bocca finché non ho morso la lingua. A quel punto mi ha lasciata ma mi ha dato un rovescio che mi ha fatto girare la testa come l’esorcista”.

Ma alla fine è riuscita a scappare.

“Sì, perché a un certo punto il fratello più piccolo, che abitava con lo zio di fronte casa sua, ha cercato di aiutarmi mentre lui era con il padre a pescare e ha chiamato i miei genitori. Così sono riuscita a evadere sotto gli occhi della madre che mi controllava. Ero in uno stato pietoso: scalza, pesavo 36 kili, ero piena di lividi, massacrata, non sembravo io, non mi riconoscevano”.

E cosa ha fatto?

“Appena uscita da lì mia madre e mia sorella mi hanno portato in ospedale dove una dottoressa invece di accogliermi a dovere, mi chiede subito se uso stupefacenti. La mia fortuna è stata un’infermiera bravissima che ha capito tutto e con la scusa di vedere i tatuaggi mi ha fatta spogliare piano piano e ha visto in che stato ero”.

La violenza è stata refertata?

“Sì, gli infermieri sono stati bravissimi anche se il medico nel certificato si dimenticò di mettere la prognosi di 21 giorni con cui scatta l’arresto immediato, e ne indicò solo 20 senza notare la gravità della situazione e minimizzando il mio stato fisico malgrado il massacro fosse evidente”.

E poi ha denunciato?

“Certo, subito. In queste condizioni vado anche al commissariato dove racconto i fatti a un poliziotto che masticando la gomma mi guarda e mi fa: e poi chi è uscito il dandy, il freddo, il libanese. A regazzì, hai visto troppo romanzo criminale.

Ed è tornata a casa senza seguire un piano di protezione e di assistenza?

Mia madre lo ha chiesto, ma le risposte sono state evasive. Allo sportello del Grassi (ospedale di Ostia, ndr) mi hanno dato un appuntamento con la psicologa dopo due mesi e al commissariato mi hanno liquidata. Così ci siamo rinchiuse in casa ma io stavo malissimo e avevo paura.

Lui l’ha cercata?

“Subito dopo è venuto sotto casa mia dove noi vivevamo con la porta sbarrata e le persiane sempre chiuse. Diceva di essersi pentito, che mi amava, che dovevo tornare con lui. Insisteva, stava sempre sotto casa. Ed è stato grazie alla totale assenza di protezione, alla mancanza di misure cautelari e di assistenza nei miei confronti che lui ha avuto la possibilità di rientrare in gioco. Persone così non mollano e se si sentono impunite vanno fino in fondo. E tu che sei stata in balìa di uno così o hai qualcuno di esperto che ti dice cosa fare oppure rimani in balìa perché hai paura, sei terrorizzata, non sai quali sono i tuoi diritti e non sai come uscire dalla situazione”.

E cosa ha fatto?

“Ho resistito ma poi lui ha cominciato a minacciare la mia famiglia, soprattutto mia sorella: mi diceva come era vestita, i suoi orari, dove andava, cosa faceva, sapeva tutto, probabilmente la pedinava. E ho cominciato a temere per la sua incolumità”.

Aveva paura?

“Sì ma dovevo anche risolvere e non sapevo cosa fare perché non volevo toccasse mia sorella, e dato che non mi fidavo più delle istituzioni, pensavo a come proteggerla io, e lui, approfittando della mia debolezza, ha affondato il coltello nella mia psiche. Ed è per questo che, per proteggere la mia famiglia, a un certo punto ho pensato di sacrificarmi tornando con lui pur di non mettere in pericolo loro”.

Era cosciente a cosa andava incontro?

“Non avevo scelta, perché se fosse successo qualcosa a mia sorella o a mia madre non me lo sarei mai perdonato. Meglio io che loro”.

E quando è tornata a casa del suo ex?

“I primi giorni non mi ha sfiorato neanche con un dito ma parlava continuamente di matrimonio e vedendo la mia ritrosia s’indispettiva e a un certo punto ha perso la pazienza e ha ricominciato con le botte, ed è stato sotto minaccia che mi portata a fare le pubblicazioni”.

E poi?

“Mi ha costretta a sposarlo dopo 15 giorni. Mi ha fatto truccare per nascondere i segni e ha organizzato un matrimonio senza nessuno dei miei parenti. Mentre stavo lì, ho cercato di comunicare con il pubblico ufficiale fissandola negli occhi nella speranza che si accorgesse del labbro gonfio e dell’occhio nero sotto il trucco, ma non c’è stato niente da fare. Si è messa la fascia e ci ha sposati senza che io potessi fiatare”.

Il matrimonio ha cambiato qualcosa?

“Da sposata è rimasto buono per un po’ ma dopo quattro giorni mi ha ripreso la fede per impegnarsela”.

E le percosse?

“Ricomincia prima con le dimensioni del pene del mio ex ragazzo, voleva che gliele disegnassi, prendeva il matterello, le zucchine e poi me li tirava addosso. Botte a iosa, ormai ero sua moglie quindi ero roba sua. È stato a quel punto che mio padre è andato a parlare con il suo e lo ha convinto ad aiutarmi, nella disperazione assoluta, da uomo a uomo, da padre a padre”.

E cosa è successo?

“Io non ce la facevo più, pesavo 29 chili, e quando il padre di lui è venuto a casa dicendo che l’indomani sarei andata a fare colazione con lui e poi sarei andata a trovare i miei genitori, ho capito che mio padre era andato a parlarci”.

Il suo ex come ha reagito?

“Lui naturalmente si è opposto e i due hanno cominciato a litigare, e per far vedere di chi ero, mi ha preso per i capelli e mi ha messo due dita negli occhi. È stato suo padre a fermarlo e mentre lo teneva mi diceva: scappa, quella è la porta, vai via ora!”

E lei?

“Io ero impietrita, non mi si muovevano le gambe, ero priva di forza, ormai avevo interiorizzato il terrore. Fortunatamente il padre di lui lo ha capito e ha portato via il figlio, lo ha caricato in macchina e se ne è andato. A quel punto sapevo che quella era l’occasione giusta e anche se non mi reggevo in piedi ho raccolto tutte le mie forze, ho chiamato mio padre, ho sceso le scale così com’ero, e sono scappata, sotto gli occhi di sua madre che lo ha subito avvertito”.

È riuscita a tornare a casa, quindi?

“Sì ma disfatta, stremata ed è li, dopo mesi, che ho cominciato a sentire i dolori che ormai non sentivo più per assuefazione”.

Cosa ha fatto?

“Con le ultime forze che mi erano rimaste e con i 29 chili che avevo addosso, sono andata a fare una nuova denuncia dove, fortunatamente ho incontrato Isabella Solicelli, l’ispettrice di polizia, che ha fatto un verbale eccezionale per cui lui è stato arrestato senza indagini preliminari e messo agli arresti domiciliari. La mia salvezza”.

Adesso, cosa farà?

“Sono giovane, vorrei rifarmi una vita ma lontano da qui, in un altro posto. I miei però non hanno molte possibilità e non riescono a prendere una casa altrove, che sarebbe l’unica soluzione per ricominciare a vivere, con un nuovo lavoro, una nuova vita, nuove amicizie. Io e mia sorella viviamo nella paura continua di ritorsioni e siamo segregate in casa, non usciamo quasi mai. Qui mi sento braccata, osservata, è come se la violenza continuasse nei vicoli di questo quartiere, negli occhi dei suoi amici che ritengono la sua condanna paradossalmente ingiusta”.

Se potesse chiedere, cosa vorrebbe?

“Vorrei più protezione dallo Stato e vorrei che le istituzioni aiutassero me e chi come me si ritrova in una situazione di violenza e vuole uscirne definitivamente. Perché la mia situazione, come quella di altre, non finisce con la condanna di chi ti ha massacrata e non è una cosa facile in quanto dopo la denuncia comincia un nuovo martirio. Noi abbiamo avuto il coraggio di scappare e denunciare, ora tocca a loro rendere giustizia dandoci la possibilità di ricominciare a vivere, di reinserirci in una vita dignitosa, protetta, senza il terrore di ritorsioni e soprattutto senza aver paura del momento in cui il tuo torturatore sarà di nuovo in libertà. Altrimenti sono tutte chiacchiere”.*

 

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