Femminicidio, ai media il compito di raccontarlo senza pregiudizi (2013)

BN LuisaBetti

lauraboldrini.it – 18 novembre

di Luisa Betti

Alle porte del 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, resta prioritario in Italia un intervento culturale per contrastare un fenomeno strutturale che necessita la messa in campo di strumenti efficaci e di cui si parla continuamente.

Ma cosa significa cambiare la cultura?

La cultura non è un corpo estraneo, siamo noi e si può cambiare solo partendo da noi, dal nostro modo di pensare e con una consapevolezza che permetta di rintracciare stereotipi così radicati da risultare quasi invisibili. Ruoli che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità in base al sesso, condizionando le relazioni umane, e che sono l’humus su cui proliferano discriminazione e violenza.

Per avere giusta percezione di questa violenza, oltre a un serio monitoraggio, occorre quindi una narrazione fuori da pregiudizi, che nella loro spinta alla sottovalutazione del fenomeno, possono influenzare l’opinione pubblica e spesso anche gli addetti ai lavori. Tutto ciò con una conoscenza reale ed effettiva di quello di cui si dà informazione, a partire dagli stessi termini, dato che ormai in Italia spesso si confonde il termine femminicidio addirittura con l’uxoricidio.

Femmicidio e femminicidio hanno, invece, significati precisi che molta informazione sembra ignorare: il primo è il termine criminologico coniato da Diana H. Russel per le uccisioni di donne con movente di genere e su cui nel novembre 2012 a Vienna, l’Academic Councilon United Nations System (ACUNS), ha redatto un documento in cui si spiega che “il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze”, e che “le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere”; mentre il secondo, ovvero il femminicidio, è il termine sociologico coniato da Marcela Lagarde, che indica “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”, e quindi con un significato ben più complesso, sicuramente non ristretto ai mariti che uccidono le mogli.

La violenza contro le donne, però, non è un fenomeno né nuovo né italiano, e i dati dell’Onu ci dicono che nel mondo 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita, e che 600 milioni di donne vivono in nazioni che non la considerano un reato. Dati su cui si concentrano l’Onu, che quest’anno ha siglato una storica carta contro la violenza su donne e bambine (Commission on the Status of Women – CSW, 8/15 marzo), e il Consiglio d’Europa con la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011). Convezione che, ratificata dall’Italia quest’anno, oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, riconosce che il raggiungimento dell’uguaglianza è un elemento chiave per prevenire la violenza e chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, in quanto si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, le leggi possono rimanere inapplicate.

E proprio perché lo smantellamento di una rappresentazione stereotipata è fondamentale, tra le varie indicazioni, ci sono quelle che riguardano media e informazione sia nella Convenzione di Istanbul (art. 17) che nelle Raccomandazioni Cedaw all’Italia e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo. Riflettere su come tali indicazioni siano applicabili nel nostro Paese a giornali, telegiornali, speciali e programmi d’informazione tramite stampa, tv e web, è allora tra le priorità: non solo perché l’informazione influenza in maniera diretta come fosse “super partes” – a differenza di fiction o pubblicità – ma perché un’informazione non corretta, può procurare distorsioni con gravi ripercussioni nella vita delle persone.

Citando il “Rapporto Ombra” della “Piattaforma Cedaw” (New York, 2011): “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano perlopiù commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Fatti di cronaca presentati come isolati, che spesso trasformano la donna in offender e insinuano il dubbio che se la sia cercata, minimizzando il reato. Ma chi informa deve essere informato e non può prescindere da una preparazione adeguata. Ma allora perché la sottovalutazione della violenza contro le donne, persiste?

Di femminicidio, oggi, se ne parla sui giornali, in tv, sul web, ma spesso il meccanismo è strumentale e tratta questa violenza come un passepartout che fa notizia e su cui anche chi non ha competenze, può avventurarsi. Un pericolo, perché il pregiudizio della discriminazione di genere permane nella testa, e si riflette nel sostegno a una cultura che in ambito giudiziario trova ancora donne non credute. Donne che nel loro accesso alla giustizia sono rivittimizzate. Per questo, se i media sostengono tale sottovalutazione, sostengono anche la rivittimizzazione, giustificandola in ambito pubblico in una pericolosa connivenza. Pubblicare articoli negazionisti, insinuare il dubbio che forse la donna o la ragazza se la sia andata a cercare, concentrarsi sulla vita intima della donna, mettendo in primo piano le attenuanti per l’offender, e lasciare che giornalisti privi di strumenti appropriati ne diano informazione, sono elementi chiave per una vittimizzazione secondaria attraverso i media.

Un terreno scivoloso in un contesto culturale, come quello italiano, dove l’idea che continua a passare è che un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, siano ingrediente normale dei rapporti intimi.

Per queste ragioni, non basta essere “brave persone” o “professionisti”, e non basta essere “sensibili” ma bisogna essere preparati, studiare. Per dare corretta informazione su questa realtà e in generale sui diritti e le discriminazioni di genere, oltre ai seppur utilissimi blog, bisognerebbe allora entrare a pieno titolo nel tessuto del giornale, avviando un processo di trasformazione dentro le redazioni che dovrebbero essere attrezzate, non solo con linee di condotta, ma con redattrici e redattori formati ad hoc. Auspicare che le direzioni di testata, si avvalgano di queste figure da inserire anche con ruoli di responsabilità, dimostrando di comprendere davvero un problema che non riguarda solo le donne ma anche gli uomini, che nelle redazioni italiane occupano la maggioranza dei posti di comando, e che dovrebbero sentire l’urgenza di prendere in seria considerazione quanto detto.

Luisa Betti è giornalista, esperta di diritti umani, violazioni e discriminazioni su donne e minori. E’ tra le promotrici della Convenzione No More contro la violenza sulle donne – femminicidio, di cui è referente per Giulia. Fa parte di Articolo 21 scrive su Il Manifesto, cura il blog Antiviolenza del giornale online. Scrive sul blog La 27Ora del Corriere della sera.

Non regalate soltanto mimose (2013)

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Azione 04/mar/2013 –

Luisa Betti

Festa della donna A livello mondiale si stanno sviluppando movimenti nati per lottare contro il femminicidio-femmicidio: l’obiettivo è arrivare alla stesura di una convenzione internazionale nell’ambito dell’Onu

Su Wikipedia si legge che la festa della donna è nata «per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo». Ma l’8 marzo, che nel corso del tempo è diventata la giornata in cui si regalano mimose, quest’anno potrebbe riappropriarsi del suo significato originario grazie ai movimenti che si stanno sviluppando a livello planetario contro il femminicidio.

Il 14 febbraio è stata una tappa fondamentale in questo percorso perché milioni di donne e uomini nel mondo hanno danzato contro la violenza, rispondendo alla campagna «One Billion Rising» lanciata da Eve Ensler, autrice de I monologhi della vagina , che dal ’98 porta avanti il V-Day, ovvero il giorno della vagina. La scrittrice, che con questa iniziativa ha coinvolto 205 paesi, è arrivata a «One Billion Rising» dopo un lavoro di anni in cui è riuscita a pronunciare la parola «vagina» in 50 lingue e 140 Paesi diversi. In Bangladesh, dove tra il 2001 e il 2012 ci sono state 174’691 vittime di violenze (dote, attacchi con acidi, rapimenti, stupri, femmicidio e tratta), nel giorno di san Valentino 13’000 donne sono insorte in 64 distretti del Paese.

In India, dopo la morte della studentessa stuprata sul bus da 5 uomini mentre cercava di tornare a casa con il fidanzato, l’indignazione che si è riversata nelle piazze ha riportato l’attenzione del mondo su un fenomeno che in India ha contorni inquietanti e che solo grazie alle forti mobilitazioni è rimbalzata sui media internazionali. «In India – dice Eve Ensler – ho partecipato alle manifestazioni di indignazione seguite alla morte della ragazza di Delhi stuprata dal branco, e tante donne che marciavano mi hanno confessato commosse di sentirsi per la prima volta libere e unite». In questo Paese un mese fa una bimba di 6 mesi è stata ricoverata per le lesioni procurate da un tentativo di stupro, anche se la madre della piccola, che voleva denunciare il fatto, si è vista in un primo tempo rifiutare l’esposto perché la polizia sosteneva che le lesioni potevano essere state provocate dai morsi di un topo.

La cultura discriminatoria verso le donne, che porta alla mancanza di una vera prevenzione della violenza, è stata alla base della Commissione Varma riunita dal governo indiano dopo lo stupro del 6 dicembre: ma anche se la commissione ha messo in luce alcuni punti fondamentali come la violenza domestica (che è la forma di violenza più estesa anche in India), gli stupri delle forze militari nelle zone in conflitto, la complicità delle forze dell’ordine nelle violenze, il primo ministro Manmohan Singh, più che applicare norme specifiche di contrasto, ha preferito una legge che punisse fino all’ergastolo gli autori di femminicidio (in caso di morte o coma della vittima, e in presenza di una seconda condanna per stupro o violenza sessuale aggravata).

L’Europa nel 2011 a Istanbul ha prodotto la «Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica», in cui uno dei focus è appunto la violenza nei rapporti intimi che anche nei Paesi europei è la forma più estesa di violenza e che coinvolge migliaia di minori che vi assistono, o sono coinvolti, con conseguenze devastanti sul loro sviluppo. Il 70% dei femminicidi in Europa sono legati a violenze per mano di partner o ex già denunciati o segnalati ai servizi ma non adeguatamente allontanati, una sottovalutazione del rischio che produce morti che le istituzioni potrebbero evitare.

A Vienna il 26 novembre (Acuns – Academic Council on the United Nations System), si è svolto il «Simposio sul Femmicidio» in cui si è dichiarato che l’uccisione della donna «in quanto donna» è un crimine in cui sia dimostrabile la connessione con il genere della vittima. Durante questo incontro esperte e studiose si sono confrontate con tutte le forme di femmicidio-femminicidio, partendo anche dal rapporto tematico presentato a giugno alla 20.ma sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra e redatto dalla special rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo. Tappe di preludio ai lavori della 57.ma sessione del Csw (Commission on the Status of Women) dell’Onu presieduta da Michelle Bachelet, che si svolge dal 4 al 15 marzo a New York e che quest’anno ha come tema «L’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze», con focus specifici sul problema.

Secondo Bianca Pomeranzi, membro del Comitato per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne dell’ONU (Cedaw), la vera intenzione è portare le Nazioni Unite alla stesura di una convenzione internazionale contro la violenza sulle donne: «L’India e la parte asiatica insisteranno per avere questa convenzione anche se, a fronte di un grande interesse, il clima politico globale comprende la pressione di gruppi meno inclini alla laicità: Stati arabi, cattolici e protestanti, che introducono elementi di difficoltà nella discussione all’Onu». Per Pomeranzi alcuni Paesi con forte impronta religiosa tendono a mantenere un assetto patriarcale che è diventato un problema all’interno dell’ONU, considerato che non ha più la spinta dei movimenti delle donne come poteva accadere anni fa. «Discutere di femminicidio e discriminazioni fisiche delle donne – conclude – non sarà facile». Un ostacolo cui si opporranno però le donne che in tutto il mondo vogliono un’azione forte e decisa dell’ONU contro femminicidio e discriminazione.

Una carta Storica per le donne (2013)

ONU violenza

Azione 15/apr/2013 –

Luisa Betti

Accordo Onu Grande passo avanti per la tutela di donne e bambine nel mondo grazie all’impegno di Michelle Bachelet che ora torna in Cile per la corsa alla presidenza

«Questa è stata la mia ultima sessione della Csw (Commission on the Status of Women), perché per motivi personali tornerò nel mio Paese, anche se continuerò a lavorare per l’uguaglianza di genere e l’ empowerment delle donne». A parlare è Michelle Bachelet ( nella foto ) che ha lasciato la direzione esecutiva dell’UN Women (ente delle Nazioni Unite che promuove i diritti delle donne), per tornarsene in Cile dove si candiderà per la seconda volta alle presidenziali del 17 novembre come indipendente (il suo primo mandato è durato dal 2006 al 2010).

Un commiato che il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha commentato riconoscendo come il lavoro straordinario di Bachelet abbia «permesso di mobilitare e fare la differenza per milioni di persone in tutto il mondo». Successi che quest’anno l’ hanno vista protagonista di uno dei più grandi e importanti passi in avanti per la tutela di genere, attraverso la firma di 132 Paesi della Carta dell’Onu contro la violenza sulle donne nel mondo, uscita proprio da questa 57.ma Commission on the Status of Women che si è conclusa a metà marzo a New York, dopo 15 giorni di lavoro con donne, associazioni e istituzioni dell’intero Pianeta. Un accordo che finora non era stato possibile e che, seppur non vincolante, rappresenta un altro tassello nella lotta al femminicidio.

In questo testo di 17 pagine, le Nazioni Unite condannano la violenza contro donne e bambine, chiedono maggiore attenzione e accelerazione nel prevenire e rispondere al fenomeno, insistono sulla priorità della creazione di una rete di servizi a sostegno delle vittime e la fine dell’impunità dei responsabili, ribadendo il diritto alla salute sessuale e riproduttiva, a uguali diritti umani per uomini e donne, e condannando il matrimonio precoce e forzato, la selezione del sesso, le mutilazioni genitali femminili e i crimini commessi in nome dell’onore.

In particolare vengono riaffermate la Dichiarazione di Pechino e Piattaforma d’azione, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) e il protocollo opzionale, la Convenzione sui diritti del fanciullo, la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità e le Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

La Commissione sottolinea anche come «la violenza contro le donne significhi ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi o possa provocare, danno fisico, sessuale o psicologico o una sofferenza alle donne e le ragazze, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o arbitrarie privazione della libertà, sia in pubblico che nella vita privata».

Non solo, ma stabilisce la violenza domestica come una delle forme più ampie; conferma la violenza contro le donne e le ragazze come una delle violazioni più diffuse dei diritti umani nel mondo; e riconosce questa violenza quale manifestazione delle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, con sistemica discriminazione basata sul genere.

Inoltre in questa Carta «si esortano i governi, i soggetti attivi nel settore del sistema delle Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e regionali, delle donne e di altre organizzazioni della società civile e del settore privato, ad adottare le azioni a livello nazionale, regionale e globale», insistendo molto sul «raggiungimento della parità di genere e l’ empowerment delle donne in tutte le sue dimensioni», in quanto «essenziale per affrontare le cause profonde della violenza contro le donne e le ragazze».

Per chi ha partecipato ai lavori, come Barbara Spinelli (avvocato penalista di Giuristi democratici e esperta di femminicidio), la sensazione è stata che alcuni Paesi, come l’Austria, la Norvegia e lo Zambia, avessero una buona interazione tra istituzioni e Ong. «L’importanza di questo incontro – dice Spinelli – è che qui ogni anno si incontrano centinaia di donne che svolgono nei propri Paesi un ruolo fondamentale per la promozione e la difesa dei diritti di donne e bambine. Donne migranti, professioniste, accademiche, con un’altissima professionalità. Tutte le relatrici hanno convenuto sul fatto che questo fenomeno si sconfigge solo affiancando la lotta alla criminalità organizzata, a una rivoluzione culturale in grado di incidere sulla mentalità dei clienti e di creare condizioni adeguate per le donne nei Paesi di origine, modificando le tradizioni lesive dei diritti umani, potenziando l’accesso ai servizi, investendo per eliminare le discriminazioni nell’accesso al lavoro, allo studio, e tutti quei fattori che rendono le donne facili prede dei trafficanti». Quelle che si chiamano strategie integrate.

Eppure, malgrado i dati dell’Onu indichino che ancora oggi 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita e 603 milioni di donne vivono in nazioni che non la considerano un reato, non sono mancate obiezioni da parte di Egitto, Iran, Sudan, Arabia Saudita, Qatar, Honduras, mentre la Libia questa Carta non l’ha sottoscritta. Le resistenze si sono concentrate sul passo in cui si dice che la violenza contro le donne non può essere giustificata da «nessun costume, tradizione o considerazione religiosa», un concetto che ha provocato la rottura della rappresentante egiziana alla 57.ma Commission, Mervat Tallawy, che è andata contro il volere degli islamisti firmando la carta e dichiarando che «la solidarietà internazionale è necessaria per dare i poteri alle donne e prevenire quest’aria di repressione».

Tra i punti considerati inammissibili da alcuni Paesi islamici c’è anche la «piena uguaglianza nel matrimonio» che consente di denunciare il coniuge violento, e la garanzia di libertà sessuale per le ragazze con l’accesso ai contraccettivi. Accanto a loro nell’esprimere contrarietà si sono schierati anche il Vaticano (che ha un seggio all’Onu come Stato non membro e osservatore permanente), la Russia e l’Iran che hanno trovato sconveniente il passaggio sul diritto all’aborto e alla salute riproduttiva delle donne: un punto che, come successo nell’incontro di Rio+20 l’anno scorso, volevano cassare. E la Carta alla fine è passata solo grazie alla trattativa portata avanti da Michelle Bachelet.

La maggioranza degli Stati occidentali insieme ad alcuni Paesi musulmani come l’Egitto hanno firmato il documento superando divergenze e contrapposizioni ideologico-religiose.

Quando l’umanità violata è una donna asiatica (2011)

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Azione – 22/ago/2011

Luisa Betti

Al punto 9.2 della Carta dei Diritti Umani dell’Asia adottata nel 1998
nella conferenza di Kwangju in Corea del Sud
da più di 200 Ong e attivisti dei diritti umani, si legge: “Il crescente grado di militarizzazione di molte società asiatiche ha portato all’aumento degli atti di violenza contro le donne in situazioni di conflitto armato, incluso lo stupro di massa, il lavoro forzato, il razzismo, i rapimenti e l’allontanamento dalle loro abitazioni. Poiché alle donne vittime dei conflitti armati viene spesso rifiutata la possibilità di ottenere giustizia, la riabilitazione, compensi o indennizzo per i crimini di guerra subiti, è importante sottolineare che lo stupro sistematico è un crimine di guerra nonché un crimine contro l’umanità”. Parole che sottintendono come nella storia dei conflitti asiatici siano tristemente presenti stupri di massa continui, permanenti e istituzionalizzati. A partire dalle “donne di conforto” e dalla tragedia di Nanchino, ovvero dall’invasione della Cina da parte del Giappone nel ‘37, si contano circa 200.000 donne tra cui cinesi, coreane, filippine, indonesiane, tailandesi, vietnamite, malesi e perfino olandesi, che furono brutalizzate, stuprate e rese schiave sessuali dalle truppe nipponiche. “Dodici soldati mi violentarono uno dopo l’altro – descrive una filippina – e dopo mi venne data un’ora di pausa. Poi seguirono altri dodici soldati. Erano tutti allineati fuori dalla stanza aspettando il loro turno. Sanguinavo e provavo così tanto dolore che non mi reggevo in piedi. Il mattino seguente ero troppo debole per alzarmi e non riuscivo a mangiare. Provavo molto dolore e la mia vagina era gonfia. Piangevo e piangevo, chiamando mia madre. Non potevo oppormi ai soldati perché mi avrebbero uccisa. Che altro potevo fare? Ogni giorno, dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera, i soldati si allineavano fuori dalla mia stanza e dalle stanze delle altre sei donne che c’erano. Non avevo neanche il tempo di lavarmi al termine di ogni assalto. Di sera riuscivo solo a chiudere gli occhi e a piangere. Il mio vestito strappato si sarebbe sbriciolato a causa della crosta formata dal seme secco dei soldati. Mi lavavo con acqua calda e pezzi di vestito per essere pulita. Tenevo premuto il vestito sulla mia vagina come un impacco per alleviare quel dolore e il gonfiore”.

Donne costrette a sottoporsi a violenze continue da parte dei soldati e per questo chiamate “donne di conforto”, un incubo che ha avuto inizio con 223 stupri da parte della marina giapponese di stanza a Shanghai già nel ‘32, dove il Luogotenente Okamura inviò la richiesta per un bordello a uso militare, pianificando una prassi che durò per più di 10 anni. “La vita per noi non aveva più senso – racconta una sopravvissuta – e se qualcuna provava a ribellarsi, era la fine. Una sera la più giovane tra noi, che aveva forse 13 anni, cercò di sottrarsi alle attenzioni di un ufficiale giapponese particolarmente violento. Fummo tutte radunate nel cortile, la ragazza che aveva osato opporsi allo stupro venne trascinata per i capelli fin nel centro. Un soldato le staccò la testa di netto con la sciabola. E il suo corpo fu ridotto in tanti piccoli pezzi”. Le ragazze potevano essere decapitate, sepolte vive, bruciate, bastonate, date in pasto ai cani, con sadismo patologico, e il risultato di questo scempio fu che alla fine della Guerra tra i 50 tribunali istituiti in Asia, l’unico a emettere sentenze per “prostituzione forzata” fu quello a Batavia (Jakarta) in Indonesia in quanto neanche il Tribunale di Tokyo riconobbe la colpa degli autori di questo massacro. L’orrore nell’orrore però, fu che questo sistema sopravvisse e dopo la fine della II Guerra Mondiale, le truppe d’occupazione americane tennero in piedi le strutture facendone largo uso. Poi, negli anni ’60, la presenza militare americana nel Sud est Asiatico, in Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Birmania, provocò un sensibile balzo in avanti della prostituzione con aumenti anche di stupri, violenze su minori, maltrattamenti, prestazioni sessuali forzate e violenze di ogni genere: in Thailandia nel ‘50 c’erano 20.000 prostitute che dopo la costruzione delle basi americane diventarono 400.000 soltanto a Bangkok con il 30% di minorenni e con bambine che venivano stuprate e poi inserite nel mercato del sesso. Alla fine della guerra del Vietnam, a Saigon, c’erano circa 500.000 prostitute, mentre in Cambogia, dopo la firma degli accordi di pace quando giunsero 100.000 soldati, le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali, il numero delle prostitute passò da 6.000 a 20.000 nel giro di 2 anni. Gli americani crearono anche la più grande base Usa nella città di Olongapo, a Nord di Manila, che divenne un enorme bordello dove su 200.000 abitanti, 60.000 vennero ridotte a schiave sessuali compresi bambini.

Ora in Asia, ma non ne parla quasi nessuno, l’emergenza è in Birmania dove la guerra, nel Kachin e nello Shan, porta da 40 anni morti, torture e stupri di massa usati come arma per piegare la popolazione. Zau Raw, del Kachin Refugee Committee, parla di “soldati birmani in abiti civili che derubano e assaltano ininterrottamente in Kachin dal 9 giugno del 2011. In queste settimane 18 donne sono state violentate e 4 di loro sono state uccise dopo lo stupro, mentre una donna è stata stuprata davanti a suo marito”.Oggi in Birmania le donne subiscono, nel silenzio dei media internazionali, le conseguenze devastanti del conflitto, soprattutto al Nord, tra l’esercito governativo birmano e le milizie ribelli. Stupri sistematici sono stati denunciati da organizzazioni umanitarie: nel 2002 lo Shan Women’s Action Network ha pubblicato un rapporto, “Licenza di stupro”, che documenta, tra il ‘96 e il 2001, più di 600 rapimenti e assalti sessuali commessi dalle truppe birmane, mentre nel 2007 il rapporto State of Terror, della Karen Women’s Organisation, dava più di 4.000 abusi, rapimenti, assassini, torture in circa 200 villaggi. Qui lo stupro è un’arma di guerra da quando nel 1950 l’esercito birmano iniziò la repressione contro le milizie etniche. Nel giugno 2009 Nay Pay aveva 18 anni, era incinta di 8 mesi, e Naw Wah Lah aveva 17 anni e un bambino di 6 mesi, entrambe venivano dal villaggio di Kwee Law Plo: sono state fermate, violentate e uccise dai soldati birmani. Le donne sono spesso incarcerate e violentate nelle basi militari per mesi: nell’85% dei casi gli ufficiali violentano le ragazze per poi passare le vittime alle truppe per stupri di gruppo o per essere uccise, soffocate, pugnalate o bruciate, con il corpo che spesso è esposto come monito per la comunità. Alcune sopravvissute sono state trovate in stato d’incoscienza: Naang Hla, incinta di 7 mesi, dopo essere stata stuprata è rimasta sola in un rifugio nella giungla con diarrea e perdite di sangue, non riusciva né a camminare né a stare in piedi, e dopo 4 giorni ha partorito in uno stato confusionale; una bambina di 5 anni è stata trovata legata e semicosciente in una pozza di sangue, portata di corsa in ospedale, è stata ricucita per le lesioni gravissime riportate alla vagina lacerata dallo stupro. Le superstiti a questo scempio non hanno alcun sostegno in Birmania e non possono ottenere giustizia, e il fatto più grave è che sono completamente isolate dal resto del mondo in quanto le agenzie internazionali per i diritti umani non hanno accesso in Birmania.

Lo stupro ha echi lontani, è un certo modo di vedere la donna che ha radici difficili da sradicare sia in tempi di pace che in tempi di guerra: se la donna è considerata meno di niente in una società, sarà facile bersaglio nei momenti di tensione. In Nepal la violenza sessuale veniva usata da esercito e polizia come arma di punizione per le donne che si univano all’esercito maoista e spesso gli stupri avvenivano in pubblico. Nel conflitto tra Pakistan e Bangladesh nel ‘71 sono state stuprate circa 200 mila donne e se nessuna di queste ha mai ricevuto giustizia non c’è da stupirsi perché se in Bangladesh la legge sulla violenza sessuale prevede che lo stupro abbia testimoni, in Pakistan la Hodood Ordinance impone che uno stupro sia provato da 4 testimoni maschi e musulmani a carico della vittima la quale, qualora non riesca a provare la violenza, viene accusata di adulterio e va la prigione dove sarà regolarmente stuprata prima di essere lapidata.

“Da sempre lo stupro fa parte dei conflitti, è menzionato nella guerra di Troia e nella Bibbia, e qualcuno potrebbe perfino pensare che sia un danno collaterale. Ma in realtà non è così: lo stupro non è inevitabile”, dice Margotr Wallstrom, rappresentante speciale dell’Onu per le violenze sessuali nei conflitti aggiungendo che “la legislazione internazionale esiste ma il problema è che deve cambiare atteggiamento” in quanto gli stupratori non devono sentire di agire nella più totale impunità.

Un tema, quello della giustizia, riportato anche nel recente rapporto “Progress of the World Women: In Pursuit of Justice” (Il progresso delle donne nel mondo: alla ricerca della giustizia), redatto dalla UN Women, l’agenzia dell’Onu per le donne presieduta da Michelle Bachelet, ex presidente del Cile e ora Executive Director di UN Women, in cui si legge che troppo spesso “i crimini contro le donne non vengono divulgati” e che “milioni di donne nel mondo continuano a subire ingiustizia, violenze e disparità nelle loro case, nel loro posto di lavoro e nella loro vita sociale”, fattori che rendono difficile il superamento reale di una disparità tra uomini e donne.

Parenti serpenti, parenti assassini (2012)

IL MANIFESTO – 3 giugno 2012 –

Luisa Betti

Mura domestiche, mura nemiche. La quasi totalità della violenza maschile sulle donne, incluso l’omicidio, arriva dai familiari. Il 70% dei femminicidi è preceduto da richieste di aiuto delle donne ai servizi sociali. Segno che le istituzioni sottovalutano o ignorano questa strage silenziosa. 
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#femminicidio: confronto tra istituzioni, direttor* (e me)

INVITO - Convenzione di Istanbul e media

“Convenzione di Istanbul e Media”: un incontro per cambiare. Al Senato un tavolo sulla narrazione del femminicidio nell’informazione con le istituzioni, le direzioni dei giornali e la società civile

 “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”.

Così recita all’articolo 17, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica – ratificata dall’Italia ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77 – un articolo di cui si parla martedì 24 settembre alle ore 10 al Senato (Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari, Via della Dogana Vecchia, 29) per capire meglio come il nostro Paese possa implementare questa Convenzione ma soprattutto come recepire in profondità tutto quello che non solo questa convenzione, ma tutte le direttive internazionali rivolte al nostro Paese in materia, indicano in maniera chiara. In un convegno che non a caso s’intitola “Convenzione di Istanbul e Media”, e insieme alle presidenze di senato e camera, Grasso e Boldrini, la vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, illustrerà le motivazioni e la portata della Convenzione di Istanbul per quel cambiamento culturale che ormai da più parti viene sollecitato a gran voce. Un cambiamento che smantelli gli stereotipi di genere nel modo di pensare e nel modo di agire nel presente, e che nella realtà è il fulcro e il fondamento per un vero contrasto alla violenza contro le donne – femminicidio, di cui ormai siamo tutti al corrente. Ruoli definiti e stereotipati, che sono l’humus su cui proliferano la discriminazione e la violenza di genere. Un’azione che vede i media e soprattutto l’informazione “alta” di giornali e telegiornali su carta, tv e web, come i protagonisti di questa trasformazione. Per questi motivi, e non solo, l’idea di un incontro dove le istituzioni si aprono a un confronto diretto con chi questa informazione la fa e la dirige, senza tralasciare però quella fetta di società civile che su questi temi ha lavorato, e che tutt’ora produce pensiero e proposte.

Ed è per questo che al tavolo di martedì, oltre ai rappresentati istituzionali, siederanno la presidente Rai, Tarantola, e le direzioni di testate nazionali a grande tiratura, come De Bortoli (Corriere della Sera), Giannini (Repubblica), Varetto (Sky tg24), con anche quelle associazioni di settore, come Giulia e Articolo21, che su questa scommessa “di genere” hanno lavorato lanciando e attuando cambiamenti sostanziali nella narrazione della violenza sulle donne – femmincidio, a livello mediatico. Per quanto mi riguarda, e come rappresentante di queste due associazioni in quella sede, sono fiera di portare su quel tavolo tutto il lavoro svolto in questi  anni che, in maniera prima sotterranea e poi manifesta, ha cambiato molte cose, a partire dall’uso dei termini “femmicidio” e “femminicidio”.

Ma cosa significa cambiare la cultura? La cultura non è un corpo estraneo, la cultura siamo noi e si può cambiare solo partendo da noi, con una consapevolezza e una conoscenza che permetta di rintracciare stereotipi nascosti nelle pieghe profonde della società. La Convezione di Istanbul oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, ricononsce che il raggiungimento dell’uguaglianza è un elemento chiave per prevenire la violenza. Riconoscendo “la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere”, la Convenzione riconosce che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette a una posizione subordinata rispetto agli uomini”. Ma oltre a dare indicazioni di tipo giuridico, questa Convenzione insiste molto sulla prevenzione e sulla protezione attuabile attraverso una fitta e articolata rete di sostegno per le donne, ma soprattutto chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, nel senso che si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa le leggi possono anche rimanere inapplicate, come già succede in Italia e come sottolineato dalla Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nelle sue raccomandazioni al nostro Paese.

Detto ciò, non rimane che riflettere su come tali indicazioni siano implementabili in relazione ai media italiani, ma soprattutto rispetto all’informazione di giornali, telegiornali, speciali e programmi d’informazione tramite stampa, tv e web. Un’informazione che, qualora non venga data in maniera corretta, può procurare anche distorsioni e danni, in quanto nella formazione dell’opinione pubblica, dell’immaginario collettivo e nel sostegno degli stereotipi comuni, l’informazione tramite stampa, tv e web ha un ruolo fondamentale. Quando ho cominciato a monitorare l’informazione italiana con un “occhio di genere”, e occupandomi già di violenza su donne e minori, ho visto che malgrado in Italia l’80% della violenza fosse violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori di femmicidio fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), di cui solo il 10% con problemi psichici accertati, si parlava sempre di “raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, stress dovuto al lavoro o alla perdita del lavoro”, e si tracciava un profilo della donna che ricalcava stereotipi comuni, quasi a suggerire una complicità della donna stessa la quale, avendo provocato, tradito, esasperato, respinto l’uomo, si era ritrovata uccisa. Quando si trattava di un’uccisone dopo una lunga serie di maltrattamenti gravi in famiglia, nei giornali spesso il titolo riportava un’attenunate psichiatrica dell’autore e di solito il background culturale nell’illustrazione dei fatti, richiamava agli stereotipi femminili. Ma chi informa deve essere informato e non può prescindere da una formazione e una preparazione adeguata su temi che non sono di serie B, e che non possono essere improvvisati, soprattutto se si tratta di professionisti dell’informazione, come siamo appunto noi giornalisti e giornaliste. Ed è da qui che è cominciato il lavoro della rete delle giornaliste che avendo fatto tesoro di diversi input, hanno prodotto buone pratiche nei giornali in cui lavoravano, e hanno cominciato a dare un diverso rilievo al fenomeno non solo usando la parola “femminicidio”, ma creando una specie di osservatorio sul trattamento di tali argomenti.

Risolvere il problema culturale anche attraverso una corretta informazione, è il nodo: ma lo dobbiamo fare da sole continuando a punzecchiare direttori e caporedattori? Io farei un passo in più perché vorrei che in questo momento gli uomini che ricoprono ruoli decisionali in questo contesto e che sono la maggioranza (ma anche le donne seppur meno), scegliessero di ascoltarci prendendo in seria considerazione la possibilità di cambiamenti profondi che coinvolgano il tessuto stesso dell’informazione mediale, attraverso il recepimento di uno strumento eccezionale come è la Convenzione di Istanbul, nella sua interezza. La violenza maschile contro le donne non è un fenomeno né nuovo né solo italiano, e i dati dell’Onu ci dicono che nel mondo 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita, e che 600 milioni di donne vivono in nazioni che non considerano questa violenza un reato: una violazione di diritti umani planetaria. Le donne oggi sono l’avanguardia di un profondo cambiamento culturale che farà bene a tutti e che porterà vantaggi all’intera società e alle nuove generazioni, maschi o femmine che siano.

(Luisa Betti per Articolo21 e Giulia)

CONVEGNO

“Convenzione di Istanbul e Media” – Roma, 24 settembre h. 10,00

Senato della Repubblica – Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari – Via della Dogana Vecchia, 29

Indirizzo di saluto

Pietro GRASSO Presidente del Senato della Repubblica

Laura BOLDRINI Presidente della Camera dei Deputati

Introduce

Valeria Fedeli Vice Presidente del Senato della Repubblica

Ne parlano

Anna Maria TARANTOLA Presidente RAI

Mario CALABRESI Direttore de La Stampa

Ferruccio DE BORTOLI Direttore del Corriere della Sera

Massimo GIANNINI Vice Direttore de La Repubblica

Sarah VARETTO Direttore SKY TG24

Luisa BETTI Articolo21 e Giulia

Conclude

Luigi ZANDA Presidente Gruppo Partito Democratico 

Per accrediti, mandare email: segreteria.fedeli@senato.it