Femminicidio: davvero basta una sentenza esemplare?

giunta-toti-su-prevenzione-della-violenza-di-genere-donne-e--20570.660x368

L’altro ieri Muhamed Vapri, 62 anni, ha ucciso con un coltello da cucina la moglie Diana Vapri Kon di 52, con la quale viveva in una palazzina di via Goito a Busto Arsizio: una coppia di albanesi con tre figli maggiorenni che lavoravano e avevano ormai la cittadinanza italiana da anni. I giornali scrivono che probabilmente lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo, come se fosse normale prendere a coltellate una persona che desidera separarsi, mentre giornalisti indefessi continuano a intervistare i vicini i quali descrivono la coppia come affiatata e innamorata, quasi fosse una morte senza un briciolo di logica. Alcune testate riportano anche che non risulta che Diana Vapri Kon abbia mai sporto denuncia verso il marito, una precisazione a cui verrebbe da ribattere: perché, sarebbe servito a qualcosa in Italia?

In questi stessi giorni abbiamo letto che la Corte d’Appello di Messina ha condannato i giudici della Procura di Caltagirone che, ignorando le 12 denunce fatte da Marianna Manduca nei confronti dell’ex marito Saverio Nolfo, hanno concorso alla sua uccisione da parte dell’uomo per “inerzia”: una svista che in Italia potrebbe essere estesa a molte istituzioni che non credendo o sottovalutando la parola delle donne che denunciano una violenza, espongono queste stesse al rischio di ulteriori violenze e anche alla morte. Ma la ciliegina di questa storia è un’altra: sì perché Saverio Nolfo sarebbe stato ritenuto anche un padre modello, tanto da ottenere l’affidamento dei figli da parte del tribunale siciliano. Un uomo che poi ha ucciso la moglie a coltellate.

La responsabilità dello Stato nei confronti non solo di Marianna Manduca ma di tutte le donne, è enorme e riguarda più o meno potenzialmente tutte noi: perché se l’elenco delle donne che sono state uccise malgrado le denunce arrivano al 70% dei femmicidi, nessuno conta le donne che ancora adesso, in questo momento, vengono messe a tacere sulle violenze subite dal partner con il ricatto di non vedere più i figli se non si dimostrano accondiscendenti e collaboranti nel corso di delicate separazioni in cui la violenza domestica non viene riconosciuta dagli stessi magistrati grazie alle valutazioni errate di psicologi e assistenti sociali, intenti a stigmatizzare queste donne come madri malevoli e terribili manipolatrici, pur di salvare l’idea del pater familias. E nessuno conta quante di queste donne, pur di non perdere i figli, vivono una violenza tra le mura di casa in silenzio e nel pericolo costante di essere fatte fuori da chi vive in casa con loro, non per il timore di lasciare il marito ma per la paura di perdere i bambini che potrebbero essere rinchiusi da un giorno all’altro e senza preavviso alcuno, in una casa famiglia o addirittura affidati al padre violento.

Pensare che una grave responsabilità delle istituzioni italiane sia soltanto la negligenza dei magistrati che non hanno valutato il rischio che Marianna Manduca stava correndo, così come quelli che non hanno protetto Elisaveta che si è vista uccidere il figlio mentre la difendeva dai colpi del marito, Andrej Talpis, e per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasbugo, è assai riduttivo di questi tempi.

E allora oggi a cosa serve che Caterina Mangano, Giovanna Bisignano e Mauro Mirenna, abbiano riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, se lo Stato che si macchia di femminicidio non si preoccupa di andare a indagare fino in fondo se stesso e le sue disfunzioni?

A cosa serve la rete tra “tutti gli attori del sistema” per la protezione delle donne – come ha detto Francesca Puglisi (PD), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio al Senato – se prima non si indaga in maniera sistematica e precisa cosa succede tutti i giorni nei tribunali italiani quando una donna cerca di separarsi da un partner violento soprattutto in presenza di figli minori?

Ecco, questo sarebbe davvero interessante da sapere. (Ma di questo, e di molto altro, parleremo domani con gli addetti ai lavori).

Copia di VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE E DEI MINORI

La Pas entra in Viminale grazie a Hunziker e Bongiorno, i centri antiviolenza insorgono e l’Onu bacchetta l’Italia

C’è una madre che sembra ridotta uno straccio. E’ una donna che racconta la sua storia: quella di un figlio abusato sessualmente dal padre all’età di quattro anni, un marito che la picchiava e che ha cercato di ucciderla. Un bambino che oggi ha 8 anni e che il tribunale dei minori costringe a vedere il padre malgrado la sua volontà a non voler vedere più il suo abusante. Un obbligo che il giudice ha deciso malgrado le indagini in penale e malgrado un abuso certificato da un grande ospedale di Roma, una scoperta agghiacciante che portò, a suo tempo, questa madre a denunciare quell’uomo e a separarsi subito. Una decisione che gli sta costando cara perché se da un lato il tribunale penale sta proseguendo l’inchiesta, dall’altra le perizie e la Ctu del tribunale dei minori l’accusa di essere una madre malevola che si oppone al ricongiungimento tra padre e figlio il quale grida, inascoltato, il suo disagio e la volontà di non vedersi più davanti quell’uomo come invece è costretto a fare. “E’ come se l’abuso sessuale certificato, il disagio del bambino e le indagini che si svolgono in penale non esistessero – dice la sua avvocata – è assurdo, la trattano come se fosse responsabile delle violenze del marito, come se fossi lei la criminale, e questo grazie alla maledetta alienazione parentale che ormai mettono in tutte le Ctu che i giudici continuano a chiedere”. La donna conferma e aggiunge: “Dicono che mi oppongo al rapporto tra padre e figlio, che sto alienando mio figlio dal padre e che se lui si rifiuta la colpa è mia, sono io che lo manipolo. Della violenza che ha subito mio figlio non si parla, non la prendono proprio in considerazione, anzi l’assistente sociale mi ha anche detto che se non lo porto agli incontri con il padre, il tribunale ci mette 5 minuti a togliermelo e metterlo in casa famiglia. Sono disperata”.

Di storie così ne ho sentite tante in questi anni.

Le gemelline di Napoli che ogni sera venivano molestate sessualmente dal padre che imponeva loro di fare il bagnetto: un uomo che, cacciato dalla moglie e denunciato, è stato assolto per “lavaggi maldestri” perché considerato comunque un buon padre a dispetto di una madre alienante.

Il giovane collocato a 700 chilometri da casa, dove è tornato con mezzi di fortuna da solo e a piedi scappando dalla casa famiglia dove è stato per 4 anni, dopo essere stato prelevato con la forza da scuola dato che la madre era stata giudicata inadeguata dal tribunale dei minori.

La bambina di otto anni che, dopo aver raccontato dettagliatamente le violenze sessuali subite dal padre, si è vista costretta a incontrare il suo abusante perché i periti del tribunale erano convinti che dovesse riappacificarsi con la figura paterna, mentre la madre disperata era costretta a stare zitta perché minacciata di essere accusata di alienare la figlia dal genitore.

Storie di ordinaria follia in un Paese dove ci si lamenta perché le donne non denunciano la violenza vissuta in casa dal partner, senza prendere in considerazione che quando queste donne denunciano vengono rivittimizzate e addirittura criminalizzate da quelle stesse istituzioni che dovrebbero invece sostenerle e aiutarle. Il fenomeno della violenza domestica, che in Italia raggiunge il 70% della violenza sulle donne, ha un aspetto che le istituzioni continuano a non voler vedere: l’enorme sommerso che non dipende dal masochismo delle donne stesse ma dall’inefficienza dello Stato, dalla paura di subire un processo, oltre alla violenza, e adesso anche dal terrore di perdere i propri figli per vederli rinchiusi in casa famiglia o addirittura affidati a un padre violento proprio grazie all’alienazione parentale, che ormai si è infiltrata nei tribunali tra la maggior parte degli psicologi che compilano le Ctu (consulenza tecnica d’ufficio) richiesta ormai come prassi dal giudice quando si tratta di separazioni con minori. Un boomerang che ormai è nota a tutte le signore che vanno per ricevere giustizia e escono massacrate e bollate come criminali: punite come “madri malevole” pericolose, per aver messo in discussione il nucleo familiare e la patria potestà. Un boomerang che si chiama Alienazione parentale (o Sindrome di alienazione parentale che è la stessa cosa) e che davanti a una richiesta di giustizia, fa arrivare a queste donne l’accusa di non voler far vedere i figli all’altro genitore, di alienarli e di metterli contro il coniuge o l’ex partner, senza nessun ascolto né dei minori né delle donne che denunciano e si separano dai maltrattanti, riguardo le violenze vissute.

La colpa, in quelle stanze, è sempre delle madri qualsiasi cosa succeda: lei è super protettiva, lei è una nevrotica, lei è inadatta a fare a madre, è una madre nociva perché è lei che mette il bambino contro suo padre, lei è esagerata perché quest’uomo è comunque un buon padre, lei si è cercata quest’uomo quindi non si lamenti, lei fa la vittima ma in realtà lo vuole solo alienare dal padre. Insomma una serie di giudizi redatti da periti, psicologi e assistenti sociali, assolutamente impreparati in materia di violenza domestica e che invece di andarsi a studiare come s’imposta un colloquio con una donna che ha subito violenza, ricorrono in maniera indistinta alla mediazione – vietata dalla Convenzione di Istanbul in caso di violenza domestica – e applicano al caso, ormai metodicamente, una sindrome inesistente e mai dimostrata: la Pas-Alienazione parentale che ristabilisce di fatto un patriarcato cancellato solo sulla carta in questo Paese.

Ma oggi c’è di più. Si è andati oltre.

Del fatto che questa sindrome sia un’inesistente bufala non riconosciuta scientificamente, e malgrado ciò applicata nei tribunali italiani, se ne è parlato molto e sono anni che insieme ad altri denunciamo questa grave violazione del diritto, su cui l’Italia è stata redarguita, ovviamente non ascoltata, anche dall’Onu. Oggi però assistiamo a qualcosa di osceno perché come se non bastasse la lobby pro-Pas ha trovato due sponsor inaspettate: Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno, che pur avendo dato vita a un’associazione che dovrebbe assistere le donne che subiscono violenza, “Doppia difesa”, sponsorizzano l’Alienazione parentale – cavallo di battaglia di uomini e partner violenti nei tribunali quando si parla di affido dei minori – costruendo così un sistema di “doppia accusa” proprio nei confronti delle donne. La show-girl e l’avvocata hanno infatti presentato mesi fa una proposta di legge a iniziativa popolare che vorrebbe mandare addirittura in galera chi si macchia dell’inesistente sindrome (Pas alias Alienazione parentale), eludendo i racconti delle donne che hanno avuto, e hanno tutt’ora, a che fare con la Pas: storie andrebbero ascoltate attentamente da chi si prefigge di aiutarle.

“Ma io non voglio affatto normare la Pas io voglio normare un abuso: chi mi critica non ha letto la mia proposta, che alla Pas non fa cenno”, aveva detto mesi fa l’avvocata Giulia Bongiorno all’Espresso dopo le accuse mosse dai centri antiviolenza su questa proposta di legge, aggiungendo di non aver mai immaginato che “anziché esaminare la proposta, si inventasse una polemica estrapolando da un discorso molto più ampio una parola che, peraltro, nel testo nemmeno compare”.  E per chiarire la loro distanza dalla Pas era anche apparso un comunicato  in cui si dichiarava che l’associazione “Doppia Difesa” aveva “l’obiettivo di combattere la violenza sulle donne e i minori” e che con questa proposta di legge loro chiedevano solo che fosse “introdotta una legge sull’Alienazione parentale”. Una gaffe nella gaffe, dato che la Sindrome di alienazione parentale (Pas) e l’Alienazione parentale sono la stessa cosa (un escamotage linguistico usato dagli “esperti di Pas” dal momento in cui è stata respinta in diversi ambiti istituzionali come il Ministero della salute e la Cassazione), e dato che la stessa Bongiorno, durante la presentazione della proposta di legge fatta a Milano, di fronte a una platea accuratamente scelta, aveva chiaramente parlato di Pas, e quindi di Sindrome di alienazione parentale, dicendo che “i minori sono della comunità e non solo dei genitori, e siccome è stato scoperto che esiste una sindrome che è la sindrome della Pas che in realtà crea un problema psicologico fortissimo nel figlio utilizzato come strumento, a nostro avviso deve esistere una fattispecie incriminatrice che sanziona chi strumenta il figlio” – parole molto chiare forse dimenticate durante l’intervista rilasciata all’Espresso. Presentazione in cui Michelle Hunziker ha chiarito come la loro associazione, che si è occupata di stalking e discriminazione, ha poi anche ricevuto “tantissime richieste di aiuto da parte di padri che non riescono a vedere i loro bambini, che si separano e sono disperati” e che “questa legge si chiamerà Alienazione parentale che provoca la sindrome sul minore della Pas, ma è una violenza anche sul papà o sulla mamma che vive questa cosa” (il testo è rintracciabile nel video postato su Youtube da Affari Italiani).

Dichiarazioni che dimostrano prima di tutto che loro stesse hanno parlato, e parlano, di Pas e Alienazione parentale in maniera indistinta – contrariamente a quanto dichiarato da Bongiorno nelle dichiarazioni successive – ma soprattutto evidenziano quanto le due promotrici di una legge così importante, tanto da prevedere misure detentive, abbiano davvero poco chiaro sia la provenienza e la storia della Pas (Buongiorno dice che “è stato scoperto” senza dare nessun riferimento) sia la fattispecie e lo sviluppo del fantomatica sindrome, ora trasformata in disturbo (Alienazione parentale senza sindrome) dai professionisti della Pas stessa. Le polemiche suscitate e la rivolta delle avvocate dei centri antiviolenza italiani, che mesi fa hanno contestato questa proposta e l’uso strumentale di concetti poco chiari con una lettera aperta alla Rai – dato che Hunziker aveva lanciato questa proposta su Rai tre durante una sua intervista da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” – non hanno avuto però l’effetto sperato: le due signore non solo non hanno chiesto un confronto per capire di più su quale terreno si stavano avventurando ma hanno rilanciato la sfida, dopo l’estate, con uno spot sulla pseudo Alienazione parentale al Festival di Venezia, che da pochi giorni va in onda nelle case italiane, in cui chiedono anche dei soldi (dona due euro per combattere la Pas). Un affronto che ha superato le soglie della decenza quando lo spot è stato presentato alla Scuola di perfezionamento delle Forze di polizia come si vede chiaramente sul sito del ministero degli Interni.

Eventi che hanno creato di nuovo lo sdegno dei centri antiviolenza che si sono visti costretti a scrivere nuovamente per chiarire come “L’Alienazione parentale (AP) nuova definizione della ex PAS (sindrome di alienazione parentale) è uno strumento di pura invenzione di chi vuole paralizzare le scelte di vita delle donne che desiderano separarsi da un uomo violento”, e che “Lanciare una campagna contro una sindrome inesistente al fine di sostenere un progetto di legge che vorrebbe introdurre il reato di alienazione parentale, significa fare danno a tutte le donne che hanno figli e vogliono separarsi da un uomo violento”. Tanto che DiRe (la Rete dei centri antiviolenza italiani) si chiede: ma “Doppia difesa avrà assistito donne che vogliono separarsi dal violento e non riescono a tenerlo lontano dalla loro vita perché ci sono i figli?”. Parole che se sono scritte da chi lavora da 30 anni sulla violenza maschile sulle donne e salva queste stesse donne anche dalla morte, devono avere un senso e devono essere ascoltate: il numero delle mamme che oggi hanno paura a separarsi da mariti violenti, perché terrorizzate di perdere i bambini attraverso l’accusa di alienare figli che non vogliono vedere il genitore abusante, è in crescita proprio grazie al dilagare della Pas – AP nei tribunali attraverso le perizie degli psicologi e l’azione di avvocati super addestrati.

Tralasciando volutamente tutti i riferimenti già elencati tante volte in tanti articoli scritti in questi anni su quanti hanno ricusato la pseudo-Pas, mi soffermo oggi e volutamente su un fatto molto grave, ovvero sull’evidenza che malgrado le raccomandazioni dell’Onu, la bocciatura della Cassazione e del Ministero della salute, malgrado l’assenza della Pas dal Dsm, e malgrado tutti gli appelli, la Pas continua a essere usata nei tribunali e accettata come prassi nel più assoluto silenzio delle istituzioni italiane che se da una parte si vantano di aver messo a punto strumenti contro la violenza domestica, dall’altra non mettono un freno a una delle più gravi violazioni dei diritti umani nel nostro Paese, mentre hanno il dovere di mettere al bando questo strumento di ricatto per le donne, rendendo incostituzionale l’uso della Pas – Alienazione parentale (come è stato già fatto in Spagna e negli Stati uniti dove ha fatto seri danni), definendolo, quello sì, come un reato perseguibile per legge.

Un silenzio che sta provocando un danno irreparabile con bambini prelevati a forza da casa e a scuola, strappati dalle mani delle proprie madri senza alcun preavviso, donne che sono costrette a chiedere di vedere i figli in casa famiglia come se facessero l’elemosina, umiliate da assistenti sociali da cui vengono rivittimizzate e trattate come criminali della peggior specie, e che da un po’ di tempo vengono addirittura denunciate per calunnia dal momento che hanno osato segnalare un abusante. Una situazione che imploderà in maniera devastante con bambini sedati, isolati dai propri affetti, scaraventati da una parte all’altra, ridotti a pupazzi senza volontà, inascoltati e spostati come pacchi e tutto perché un tal Richard Gardner, abusante a sua volta, ha costruito una sindrome ad hoc, la Pas, per cui “su un bambino che è manipolato dal genitore affidatario (la madre) e denigra e rifiuta il genitore non affidatario (il padre), si deve tener conto che le eventuali denunce di abusi paterni sarebbero sempre false (false denunce in fase di separazione), e che terapia deve essere coatta, con minacce al bambino e alla madre, con trasmissione delle informazioni al giudice, e nessuna riservatezza” (Patrizia Romito, Corso di formazione, “Violenze contro le donne e i minori: connessioni, continuità e discontinuità”). Gardner che nel dare indicazioni scriveva che il terapeuta del bambino alienato “deve avere la pelle dura ed essere in grado di tollerare le grida e le dichiarazioni sul pericolo di maltrattamento” (Gardner, 1999a; p. 201).

Riflessioni a cui aggiungiamo che proprio poche settimane fa l’Italia è stata redarguita dall’Onu in quanto, pur avendo le norme e rispettando sulla carta le linee guida internazionali, non riesce a garantire la tutela delle donne e dei figli che le accompagnano dalla violenza maschile, perché, secondo il V rapporto del Comitato ONU sui diritti economici, sociali e culturali (E/C.12/ITA/CO/5, Documento1 del 28 ottobre 2015), il problema è rappresentato proprio dalla scarsa applicazione delle misure previste e quindi dalla carenza di tutele effettive.

Cosa aspettano allora le istituzioni italiane, il governo che si vanta delle sue leggi che rimangono solo sulla carta, i magistrati che ordinano prelevamenti coatti, a vietare che i bambini che sono in una separazione con un genitore violento siano rinchiusi in casa famiglia o affidati al padre abusante per merito di una sindrome che non esiste, inventata da uno pseudo professore venuto alla ribalta mediatica negli Usa grazie al caso Allen e oggi sponsorizzata in maniera del tutto irresponsabile in Italia?

Per non parlare dei giornalisti, colleghi che per la maggior parte continuano a trattare l’argomento come se non fosse accaduto nulla a Cittadella, dove il bambino che venne trascinato fuori dalla scuola per essere messo in casa famiglia era stato dichiarato “alienato” dalla madre nei confronti del padre. Come se tutti questi casi di sottrazione di minore con accusa di madre malevola, alienante, inadeguata fossero normali e non degne di un approfondimento, casi descritti o tralasciati senza che nel cervello dei colleghi sorga spontanea la domanda: ma che cosa sta succedendo? Un fenomeno che ha al suo interno tratti inquietanti se, d’altra parte, quei pochi giornalisti che se ne sono occupati in maniera approfondita, sono stati minacciati in qualche modo, compresi i senatori e le senatrici perseguitati perché anni fa fermarono la proposta di legge arrivata alla commissione giustizia al senato in cui si chiedeva, con il ddl 957 ,proprio di inserire la Pas (Alienazione parentale) nella modifica della legge che regola l’affido condiviso (56/2006) e che non passò proprio grazie all’ascolto dei senatori nei confronti della società civile e delle associazioni che lavoravano contro la violenza sulle donne e che avvertirono della pericolosità di queste modifiche. Modifiche che in maniera trasversale ai partiti, la lobby pro-Pas ha cercato di far entrare in tutti i modi con numerosi disegni di legge e proposte – ce ne sono almeno una decina in ogni legislatura – nel tentativo di farne passare almeno una.

Insomma dove c’è la Pas, ora camuffata in AP, c’è qualcuno che pur di far passare come valida questa sindrome falsa e ascientifica, è pronto a tutto, tanto che chi prova a fermarla o a informare in maniera critica, può passare dei guai. Ma allora facciamoci anche un’altra domanda: ma dietro la Pas o l’Alienazione parentale, dietro tutto questo accanimento e questa determinazione a far passare come buona una cosa che non esiste, malgrado le critiche e i respingimenti, cosa ci sta?

Forse un business così fiorente per cui vale la pena combattere? Oppure qualcosa di più?

Credo che anche Bongiorno e Hunziker dovrebbero farsi queste domande perché come sono sicura che il loro operato sia fatto in buona fede, così anche sono certa che qualcosa di poco chiaro si nasconda dietro al fantomatico mondo della Alienazione parentale, alias Pas che, guarda caso, colpisce in maniera massiccia le madri e quasi mai i padri.

 

Perché la violenza maschile sulle donne prevede una vittima e un offender

showimg2

C’era una volta un libro che si chiamava “Non credere di avere diritti” della Libreria delle donne di Milano (Rosenberg & Sellier) che spiegava come inseguire l’uguaglianza tout court significasse per le donne rimanere subalterne all’ordine patriarcale: un libro che elencando le conquiste fatte fino a quel momento (1987), spiegava che l’emancipazione senza un cambiamento strutturale della società basata su un potere maschile, non era sufficiente a cambiare la condizione delle donne in maniera profonda: conquiste che, sebbene ne avessero migliorato le condizioni di vita, non avevano intaccato quello che era, e continuava a essere, il nodo del potere maschile e il suo esercizio. Un titolo che riprendeva un’annotazione di Simone Weil del 1941 in cui esortava a non puntare su una politica di rivendicazioni ma a tenere aperto l’orizzonte del diritto e della giustizia, scrivendo: “Non cre­dere di avere dei diritti. Cioè, non offu­scare o defor­mare la giu­sti­zia, ma non cre­dere che ci si possa legit­ti­ma­mente aspet­tare che le cose avven­gano in maniera con­forme alla giu­sti­zia; tanto più che noi stessi siamo ben lungi dall’essere giu­sti”.

Diritti sui quali sempre Luisa Muraro, in “Tre lezioni sulla differenza sessuali e altri scritti” (Orthotes Editrice, 2011) e rileggendo “Le tre ghinee” di Virginia Woolf , avverte come sulla “problematica dei diritti, cioè la politica come noi la vogliamo, non basata sui diritti ma sulla libertà e sulla forza che può venire dai rapporti tra donne”, “il supremo diritto conquistato dalle donne è quello di poter vivere senza dipendere dal rapporto personale con questo o con quell’uomo: padre, marito, figli”. “Basarsi sui diritti, è un fondamento molto precario. Secondo Virginia Woolf – continua Muraro – la cosa necessaria e sufficiente è che non ci sia dipendenza materiale da un uomo”, in quanto se “i diritti hanno spesso questo statuto di cose concesse e ritirabili”, “il diritto a guadagnarsi da vivere, Virginia Woolf è sicura che le donne non se lo faranno portare via”, e quindi “Altri diritti non servono”.

Ma siamo sicure che sia ancora così? O siamo tornate un po’ indietro? È vero che le donne hanno acquisito il diritto supremo a non dipendere da nessuno ma è anche vero che nel tempo questo diritto è stato intaccato pesantemente e, tra spinte e controspinte, non ha comunque risolto quella discriminazione basata su un rapporto sbilanciato tra i sessi che essendo espressione concreta della violenza maschile nel suo esercizio del potere, respinge con forza e combatte in prima linea (e con strumenti propri di un potere coercitivo) quella libertà delle donne di cui parlava Woolf. Insomma, le donne, grazie a questo diritto supremo, sono diventate libere davvero?

Anna Simone in “Sessismo democratico” avverte chi pensa che le donne siano ormai libere di costruire pensieri, opinioni, storia, ridisegnando la mappa di un potere “al femminile”, si sbaglia perché le libertà acquisite negli ultimi 30 anni non sono bastate a rendere le donne soggetti, e quindi agenti, in un quadro di potere che ripropone “rigide ripartizioni che, a loro volta, generano procedure di esclusione e interdetti orientati ad assimilare la costruzione stessa dei discorsi alla funzionalità del sapere-potere” (Foucault). Un potere che decide in base a parametri di scelta che confermano un diretto sostegno al potere stesso. Simone spiega come il potere maschile “democratico” usi il corpo femminile, comprendendo al suo interno le conquiste delle donne in questo ultimo scorcio di secolo e piegandole docilmente a nuovi (vecchi) stereotipi in cui sono comunque rintracciabili i tre grandi filoni: del femminile (cura e protezione), del femminino (femme fatale mangiatrice di uomini) e del femminismo (donne esigenti e rompiscatole). Il neo-patriarcato usa così la stessa libertà femminile a fini strumentali facendo del corpo delle donne, adesso come prima, una tavola su cui è sempre l’uomo a spostare le pedine: un “ritorno al patriarcato sotto nuove vesti” con una strumentalizzazione che non è sempre chiara neanche alle donne più consapevoli. Su questo terreno si muove un sessismo che, democraticamente, mentre con una mano accarezza i nuovi ruoli che le donne hanno faticosamente conquistato, impartisce posizioni, differenziazioni, caselle che nulla hanno a che vedere con la libertà delle donne.

Una riflessione che conferma la precarietà dei diritti e della pura rivendicazione della Libreria delle donne e di Luisa Muraro, mettendo in guardia le donne stesse, nel quadro di quei diritti acquisiti ma regolamentati dal potere maschile, rispetto a una vera e libera indipendenza basata su una reale autodeterminazione delle donne. Riflessione che suggerisce un pensiero anche sullo stato attuale, compreso l’erosione sostanziale di quel diritto supremo dell’indipendenza che nella realtà vede le donne sempre più, e oggettivamente, messe in una condizione di esclusione acuita da esigenze legate a una crisi economica in cui sono loro le prime a essere messe alla porta: il tutto accompagnato dal ripristino anche teorico, dello stereotipo della donna che sta a casa e fa figli, con un attacco plateale anche a quei diritti che pur non essendo risolutivi, hanno permesso una vita diversa a moltissime donne.

Che la questione dei diritti non sia quindi sovrapponibile a quella della libertà e dell’autodeterminazione, è fuori discussione, come è anche fuori discussione l’adattamento che le conquiste delle donne nel corso degli ultimi due secoli siano comunque state regimentate da un potere maschile al fine di renderle il meno eversive possibili – e che ha continuato a esercitare le sue forme di violenza che vanno dalla discriminazione fino alla soppressione fisica. Detto ciò è pur vero che quei diritti, rivendicati e conquistati, sono stati e continuano a essere una base importante per affermare bisogni fondamentali: come il diritto all’aborto, quello dell’indipendenza economica con parità di salario e di mansioni, fino al diritto di vivere una vita libera dalla violenza maschile, e di esprimere una sessualità e un diritto all’autodeterminazione a partire dal proprio corpo. Desideri e bisogni senza i quali sarebbe difficile pensare di costruire anche il resto, e che malgrado non siano l’obiettivo primario per una reale affermazione di libertà, sono oggi rimessi gravemente in discussione, e quindi affatto scontati, come dimostra l’attacco globale alla salute delle donne, il tentativo dei governi di gestire una crisi economica intaccando il diritto al lavoro delle donne stesse cercando di rimandarle a casa a fare figli e ai lavori di cura con un grosso risparmio anche in materia di welfare, fino al tentativo di arginare la violenza in maniera paternalistica, ma soprattutto inefficace, senza affrontare il vero nodo (culturale) di una società che condona la violenza maschile come un ingrediente normale nella vita di una donna. Diritti che hanno permesso e permettono a molte donne di affrontare un percorso personale di autodeterminazione e di superamento di condizioni fortemente discriminate, in un contesto dove la disparità dei rapporti di potere tra uomini e donne è ancora vivo e abbraccia tutti i luoghi del mondo, nessuno escluso, compresi anche quei paesi che hanno raggiunto una certa parità sul piano sociale e politico (che dimostrano che la strada da fare è ancora lunga e tortuosa).

La violenza maschile sulle donne, che attraversa tutti i luoghi del Pianeta senza distinzione di età, classe sociale, cultura e religione, diventa così paradigma per saggiare la vera condizione delle donne nella realtà che in finale si concretizza in una estesa, quanto strutturale, discriminazione del genere femminile che, da un minimo di esclusione a un massimo di soppressione fisica (femmicidio), e con diverse forme, è presente ovunque nel mondo con stereotipi che permeano trasversalmente ogni essere umano.

La violenza maschile diventa così la cartina di tornasole sulla vera condizione delle donne – anche di quelle che pensano di non averla mai vissuta in nessuna forma – e rappresenta bene il terreno su cui ci muoviamo e in cui le donne fanno molta più fatica a vivere: un panorama così pervasivo da sembrare quasi impossibile ma che presenta un fenomeno planetario di discriminazione profonda che va dalla violenza domestica – presente in tutto il mondo come la forma più pervasiva – alle mutilazioni genitali, fino alla schiavitù sessuale, la tratta, i matrimoni precoci e forzati, il gendercidio, lo stupro di guerra, e così via. Situazioni concrete che nessuna di noi, purtroppo, si inventa per il piacere di narrare donne vittime di violenza: una violenza a cui anche donne “vincenti”, quelle che i diritti li hanno sperimentati fino a vere e proprie scalate di potere, sono esenti.

Come indicato dalle statistiche di Morten Kjærum, Direttore dell’Agenzia dell’Unione europea per i Diritti fondamentali, in Europa non solo il lavoro ma anche un alto grado di istruzione e un posto da manager o una posizione sociale di rilievo con posti apicali, cioè neanche la totale autonomia e quel diritto supremo di indipendenza, rende le donne immuni dalla violenza che, anzi, in luoghi come questi si esprime a volte in maniera più brutale. Cosa c’è di meglio che sottomettere una donna indipendente e autorevole per ribadire la supremazia del potere maschile? Donne che pur non appartenendo allo stilema di vittima, vengono devastate da questa violenza che spesso sfiora la tortura.

Giorni fa TK Brambilla scriveva fa sul sito della Libreria delle donne che “I centri antiviolenza ci raccontano infatti che vittime di violenza maschile tra le mura domestiche sono anche donne che potremmo chiamare “vincenti”, donne che hanno studiato, che occupano posti di lavoro di rilievo, donne che si muovono nel mondo con coraggio. E magari è proprio questo loro volere essere libere a scatenare la violenza degli uomini che non accettano la libertà femminile. Sappiamo infatti che il momento di maggiore rischio per le donne è proprio quando decidono di andare via. A scatenare la peggiore violenza è la forza di quelle donne, non la loro presunta debolezza. L’ingiustizia esiste, le donne ne sono vittime in tutto il mondo e non è occultandola che si dà risposta alla richiesta di giustizia. Una donna vittima di violenza maschile che si mostra, che rifiuta la vergogna che su di lei ha da sempre gravato e esce dal silenzio, non mostra la miseria femminile ma quella maschile”.

“I condizionamenti culturali, sociali e economici, la paura, la perdita di autostima e l’isolamento determinati dalla violenza” non sono quindi fattori secondari, e sono questi stessi fattori, e non la loro narrazione, a determinare una vittima di un sopruso, di un abuso, di una violenza: fattori del tutto oggettivi e non soggettivi di cui la donna non è responsabile a causa di un profilo psicologico deviato ma in quanto prodotto oggettivo di una società discriminante a tutti i livelli. Dire che esiste una donna forte (che vince) e una donna debole (che perde), non solo è falso ma significa fare il gioco del patriarcato perché è proprio quello che gli uomini vorrebbero far passare scaricandosi la coscienza da una responsabilità che, in materia di violenza e di discriminazione di genere, riguarda invece proprio loro e l’immaginario imposto in nome di una superiorità basata solo su un pregiudizio e uno stereotipo, ovvero culturale. Sfido chiunque a portarmi davanti  una donna che sceglie consapevolmente di vivere in una situazione di violenza per fare la vittima. Ma c’è di più, perché proprio chi sbandiera questa falsa superiorità “tra donne migliori e donne peggiori” apre la voragine della vittimizzazione: queste donne perché si sentono “vittime”? vogliono essere consolate? Fanno finta? Sono delle perverse? O magari sono pazze, come vengono accusate da perizie psicologiche quando un tribunale sta per sottrarre loro i figli perché hanno denunciato il marito per violenza domestica. Un atteggiamento che, questo sì, rivittimizza le donne che non solo hanno difficoltà a uscire da una situazione di violenza per inefficienza dello Stato e la pesantezza dei fattori oggettivi, ma che non è supportata neanche dal pensiero femminista che dovrebbe stare al suo fianco e in prima linea: non vittimizzando ma raccontando quello che succede in maniera oggettiva e fornendo analisi approfondite.

Sono teorie che, negando il dato oggettivo della violenza – che in quanto tale presuppone una vittima e un offender per la natura stessa del rapporto di forza e di ricatto che si viene a creare – e disconoscendo lo status di vittima, creano la rivittimizazzione. Teorie che mancano di una base fondamentale: un rapporto diretto con la realtà, la realtà fatta di carne e ossa di quelle donne che con molta fatica hanno il coraggio di denunciare un uomo violento, che magari hanno in casa e che è anche il padre dei loro figli, da cui dipendono anche economicamente, e che in un sistema patriarcale come questo si alzano e reagiscono a rischio della propria vita in un contesto che non sempre le sostiene, a partire dai tribunali stessi. Dire quindi che la vittima si riduce a “fare la vittima” ed è tale perché non reagisce e non si difende operando così la propria autodeterminazione, è non solo ignoranza sul fenomeno reale ma anche un’offesa a tutte quelle donne che, al di là della differenza sociale, culturale, religiosa e di età, subiscono violenza maschile e sono anche morte per questo. Vai a dire a una donna che è stata sfigurata con l’acido in faccia che fa la vittima, ma diglielo guardandola negli occhi (se ancora ci vede).

Anche in questo caso, in materia di violenza maschile contro le donne, siamo quindi di fronte a una sottovalutazione del problema che sminuisce la portata oggettiva del fenomeno riducendolo a un fatto di autodifesa personale della donna stessa e che non mette in campo nessuna riflessione spazzando via secoli di pensiero femminista sull’autodeterminazione, alleandosi da una parte con la cattiva coscienza maschile (la violenza è un problema delle donne che esasperano, se la cercano, ecc.) e dall’altra con quella istituzione che minimizza ed espone le donne stesse a una violenza che mette a serio rischio anche la loro vita.

L’avvocata Teresa Manente, penalista e referente nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza nonché responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna, chiarisce come “Quando le donne querelano e le loro storie finiscono comunque nel sangue quello che non funziona è la sottovalutazione del problema. E parlo di forze dell’ordine e magistratura che dovrebbero indirizzarla immediatamente a un centro antiviolenza e valutare la possibilità di misure cautelari efficaci a tutela sua e dei figli. E invece sa che succede delle volte quando non c’è specializzazione in materia? Che si avvisa il marito per tentare una riconciliazione o si parla di conflitto coniugale, un conflitto che presuppone parità che invece è uno dei punti chiave delle storie di violenza domestica in cui lo stato di soggezione della donna è reale con violenze e minacce che annientano la sua libertà di autodeterminazione, che non ha niente a che vedere con il conflitto coniugale”. D’altra parte per la psicologa Elvira Reale, che a Napoli dirige la U.O. di Psicologia Clinica e il Centro Studi di genere dell’Associazione Salute Donne, “chiamare le donne che subiscono violenza persone in difficoltà richiama problematiche soggettive ed uguaglia le donne a qualsiasi altra persona in difficoltà mentre la dizione vittime di violenza di genere richiama i processi oggettivi di vittimizzazione del contesto, compreso in primis quello familiare, ed è in linea con la terminologia internazionale. Donne in difficoltà è una terminologia che appartiene ad un contesto clericale/istituzionale che ha così indicato le donne bisognose di assistenza, mentre il termine vittima, nella sua etimologia dal latino, rinvia a una condizione di persona legata ovvero privata della libertà, cosa che risponde meglio al significato intrinseco della violenza, soprattutto familiare, che tende a privare le donne della loro libertà e diritto di scelta”.

Non c’è niente di cui vergognarsi, né quando si vive una situazione di violenza né quando la si racconta. E come suggerisce Edda Billi nel commento a questo articolo: “E’ pur vero che con le nostre lotte femministe qualcosa in questo mondo l’abbiamo cambiata ma ho sempre detto che purtroppo è vero che il patriarcato è morto ma che ha un fratello gemello che si è fatto vivo…”.

Grazie Edda

 


*(Per un approfondimento  invece sul femminismo – individualista e materialista – rimando alla interessante lettura dell’articolo di Maria Rossi qui di seguito)

Un femminismo per donne ricche e vincenti. E’ davvero auspicabile? *

di Maria Rossi

Power feminism versus victim feminism

Uno dei testi fondanti della “critica alla vittima” è Fire with fire di Naomi Wolf, libro che, pubblicato nel 1993, dà avvio al post-femminismo. Per l’autrice, negli anni Ottanta le donne hanno acquisito, grazie al movimento che le rappresenta, maggiore rilievo, visibilità e considerazione politica, hanno potuto accedere alla sfera pubblica e ricoprire incarichi manageriali in misura molto più ampia rispetto al passato. La parità fra i sessi potrebbe rivelarsi, dunque, un obiettivo facilmente e rapidamente raggiungibile, se non fosse ostacolato  sia dalla scarsa fiducia delle donne nella potenza dei propri desideri e nella capacità di cogliere le opportunità che il sistema politico ed economico offre a tutti che  dall’esistenza di una corrente del femminismo che, per affrontare le sfide del presente, adotta atteggiamenti inappropriati e controproducenti. Naomi Wolf lo definisce “femminismo vittimario” (victim feminism), cui ne contrappone un altro in grado di esaltare la forza delle donne (power feminism).

Il primo, a suo dire, esorta le donne ad assumere lo status di vittime della violenza, del potere maschile o del patriarcato ed eleva la sofferenza a merito, ingenerando un senso di impotenza, di debolezza, di passività, di disconoscimento della propria forza interiore. Idealizza il genere femminile rappresentandolo come ontologicamente incline al pacifismo, alla cura e alla cooperazione, mentre concepisce gli uomini come naturalmente propensi all’aggressività, alla violenza e alla competitività.  Sul piano dei comportamenti sessuali si rivela moralistico, giudicante e prescrittivo. Celebra l’uguaglianza, l’anonimato, la sorellanza e valuta criticamente, in ragione del suo anticapitalismo, l’affermazione personale e il perseguimento del successo economico, politico e sociale.

Il power feminism presenta caratteri opposti: esalta la forza delle donne e le incita ad appropriarsi del potere; riconosce che l’aggressività, la violenza, la competitività sono costitutive tanto dell’identità femminile quanto di quella maschile, combatte il sessismo, ma non è misandrico, non esprime giudizi moralistici sulla sessualità, valorizza l’individuo, celebra l’aspirazione e il raggiungimento  del successo e l’acquisizione della ricchezza.

Psicologizzazione e responsabilizzazione

Naomi Wolf travolge e amalgama nella sua critica mistificante, confusa e semplicistica femminismo della differenza, radicale, materialista, marxista, anarchico, black in quanto accomunati, a suo parere, dall’identificazione delle donne come vittime, lemma assunto nell’accezione di “oppresse”, una realtà che l’autrice nega in quanto disconosce la potente e sistematica influenza che le categorie di genere, classe e razza esercitano sulla collocazione sociale dei soggetti, sul loro accesso alle risorse, sull’attribuzione dei ruoli, sulla divisione del lavoro, sulle discriminazioni, sulla violenza, sulle posizioni gerarchiche, sulle opportunità e sulla gamma di scelte disponibili, nonché sui rapporti di dominio e di sfruttamento esistenti.

La saggista statunitense attribuisce ad un tratto caratteriale, la “forza femminile”, il potere taumaturgico di infrangere le barriere  rappresentate da questi sistemi di classificazione e di inquadramento economico e sociale degli individui. Ricorre in tal modo alla psicologizzazione, ossia all’interpretazione della realtà in termini psicologici ed individualistici piuttosto che politici, economici e sociali, “un meccanismo potente per disinnescare la consapevolezza dell’oppressione e la potenziale ribellione”, ” una tattica di depoliticizzazione a sostegno dello status quo e dei rapporti di potere dominanti”, come lo definisce la psicologa sociale e femminista materialista Patrizia Romito.

Inoltre, l’enfatizzazione della forza individuale come elemento in grado di rimuovere tutti gli ostacoli  disloca sulle vittime la responsabilità dell’oppressione che subiscono, un processo questo che si rivela essere una delle principali modalità contemporanee di esercizio del dominio.

In un interessante saggio intitolato Les figures de la domination pubblicato sulla Revue française de sociologie Danilo Martuccelli, docente di sociologia all’Università Paris-Decartes, individua  nel principio di responsabilizzazione uno dei principali meccanismi di iscrizione soggettiva della dominazione. Esso si sostanzia nell’ingiunzione al soggetto a percepirsi, sempre e ovunque, responsabile non solo delle proprie azioni, ma anche degli eventi che gli capitano.  Di qui la sollecitazione a mobilitare le  risorse interiori per agire in modo efficace, per affrontare e risolvere da solo qualsiasi problema (dalla violenza, alla povertà, alla disoccupazione). In caso di fallimento, il soggetto, incitato ad assumersi i rischi della propria condizione, viene colpevolizzato, processo che consente alla società di sottrarsi a qualsiasi tipo di responsabilità nei confronti dei suoi componenti più fragili e che permette, al contempo, agli appartenenti ai ceti dominanti di legittimare sia la propria posizione che le diseguaglianze esistenti. [cfr. anche Caroline Guibet Lafaye, La domination sociale dans le contexte contemporain in Recherches sociologiques et anthropologiques  ] Se, infatti, lo status di un individuo viene attribuito interamente al merito, all’impegno, alla forza interiore, è evidente come la ripartizione disuguale della ricchezza, delle risorse, dei mezzi di produzione finisca per apparire equa.

Quanto alla violenza maschile sulle donne, se si ritiene di poterla sconfiggere proponendo modelli  femminili che incarnano i “valori” della potenza e del successo, ciò significa  non solo che si ignora la dinamica del fenomeno, la composizione sociale e il carattere delle vittime, fra le quali si annoverano anche brillanti e determinate professioniste, ma, soprattutto, che, consapevolmente o meno, si imputa a quelle fra loro che non sono in condizioni di poterne uscire rapidamente  la responsabilità di subirla. Si profila così il rischio di innescare un processo di colpevolizzazione e di stigmatizzazione delle vittime  disprezzate in quanto reputate fragili, impotenti, passive, in una parola, perdenti, mentre il ruolo dei maltrattanti viene occultato.

Un processo già in atto, anzi, dominante, come attesta il fatto che il 65,9% degli oltre  1300 studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado cui è stato somministrato  di recente un questionario sulla violenza di genere condivida l’affermazione secondo cui ” se una donna viene maltrattata continuamente la colpa è sua perché continua a vivere con quest’uomo“.

Le femministe non dovrebbero contrastare queste radicate convinzioni? E pensano di farlo contrapponendo le donne vincenti e di successo a quelle deboli e perdenti? Ad essere rimossi sono, ad ogni modo, i rapporti sociali di potere, di dominio che si stabiliscono fra  i sessi, così come fra le classi.

Il testo di Naomi Wolf si presta ad ulteriori, rapide considerazioni.

Nessuna pensatrice femminista, che io sappia, interpreta la violenza come un tratto psicologico costitutivo della natura maschile, ma la considera piuttosto come una manifestazione di relazioni imperniate sull’oppressione e sulla dominazione. Non mi soffermo, però, su questo punto già trattato in modo acuto e pertinente da altri, in particolare da Luisa Betti , da Massimo Lizzi   e dal Ricciocorno . Contrariamente a quanto ritiene Wolf, poi, affrontare il tema della violenza e rappresentarla non contribuisce a riprodurla, ma, al contrario,  a rivelarla e a denunciarla,  facendola affiorare dagli imperscrutabili recessi della vita privata, per  poterla efficacemente combattere.  O si pensa forse di sconfiggerla occultandola e rimuovendola dal discorso pubblico? Non si comprende, infine, perché il successo, il conseguimento di uno status sociale elevato, l’arricchimento, l’accesso al potere debbano rappresentare aspirazioni e valori condivisi da tutte le donne.  Perché dovrebbe essere considerato un bene concorrere al funzionamento del modo di produzione capitalista e alla riproduzione dei rapporti di dominio, di oppressione e di sfruttamento che lo caratterizzano?

La forza delle oppresse

Non vorrei che dalla lettura dell’articolo si deducesse la mia contrarietà ad evocare la “forza” del femminismo. Al contrario! La ritengo fondamentale, ma la interpreto come il potere che scaturisce dalla consapevolezza della propria condizione di oppresse e dalla volontà di opporvisi e di lottare per la liberazione individuale e collettiva delle donne. Vorrei pertanto concludere il post con le splendide parole di Christine Delphy, la fondatrice del femminismo materialista:

“Molte donne tengono sulla propria oppressione un discorso teorico. Ma la lotta politica, se non è alimentata dall’esperienza vissuta, quasi carnale, della realtà dell’oppressione, diventa una battaglia filantropica. E quando le donne diventano le filantrope di se stesse e non ricordano più, o vogliono dimenticare, che sono loro le umiliate e offese di cui parlano, perdono la loro forza. Difendere, ritrovare le sorgenti di questa forza è un’altra delle sfide del nuovo secolo per il movimento femminista. E per tutti i movimenti che lottano contro l’oppressione.”

*da Femminismo e materialismo

Femminicidio, rivittimizzazione e Convenzione di Istanbul

 

Roma, 19 settembre 2014 – In occasione dell’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul

CONFERENZA “AL SICURO DALLA PAURA, AL SICURO DALLA VIOLENZA”

Camera dei deputati – Palazzo Montecitorio

Sessione I “Cambiare la mentalità sulla violenza contro le donne”

 “Femminicidio: il ruolo dell’informazionela rivittimizzazione mediatica e la Convenzione di Istanbul” 

relazione di Luisa Betti Dakli

In “Transforming a Rape Culture”, Patricia Donat e John D’Emilio definiscono la cultura dello stupro come “un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne”, una cultura che “condona come normale il terrorismo fisico ed emotivo contro donne” e in cui “sia gli uomini che le donne assumono la violenza come un fatto della vita inevitabile”. Per contrastare la violenza contro le donne, inteso come fenomeno strutturale e non emergenziale, si parla della necessità di un cambiamento di mentalità, una trasformazione culturale che porti all’adeguata consapevolezza che stereotipi e ruoli imposti sono così radicati nel modo di vivere da risultare spesso invisibili. Modelli che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità esclusivamente in base al sesso e senza altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane. Gabbie invisibili, sia per le donne che per gli uomini, e humus culturale su cui prolifera una discriminazione di genere che è già una forma di violenza in quanto considera la donna come un oggetto da conquistare, possedere, controllare, ed eventualmente sopprimere.

L’aspetto internazionale

Dal punto di vista internazionale, dati Onu ci dicono che nel mondo 7 donne su 10 subiscono una forma di violenza nel corso della vita, e che 600 milioni di donne vivono in nazioni che non lo considerano un reato. Un fenomeno planetario su cui Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa hanno recentemente delineato contenuti e forme di contrasto, sia con le “conclusioni condivise” per l’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro donne e ragazze, nel marzo 2013 (UN Women – 57a Commission on the Status of Women, 4/15 marzo 2013, New York), sia con la “Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, presentata a Istanbul nel 2011 e ora in vigore negli Stati che l’hanno ratificata, compresa l’Italia. Documenti che insistono chiaramente sul pensante ruolo degli stereotipi. Nelle conclusioni della 57a CSW si legge che “La violenza di genere è una forma di discriminazione che nega o ostacola il godimento da parte delle donne e della bambine dei diritti umani e delle libertà fondamentali, e che è intrinsecamente correlata agli stereotipi di genere”; mentre nella Convenzione di Istanbul si legge che “il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”. Sulla stretta relazione tra femmicidio e stereotipi, durante il simposio viennese della “Academic Councilon United Nations System” (ACUNS) del novembre 2012, esperte tra cui Diana EH Russell, Michelle Bachelet, Rashida Manjoo, hanno redatto un documento in cui viene chiarita la radice di genere delle varie forme di violenza contro le donne fino all’uccisione: “il femmicidio – si legge – è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze”, e le cause “sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere”. Sul femminicidio è stata la Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, a rompere il tabù presentando a Ginevra nel giugno 2013 il primo “Rapporto tematico sul femminicidio”, dove ha chiarito che la matrice della discriminazione delle donne non ha confini e oltrepassa paesi, società e religioni diverse tra loro nel mondo, e che “il riconoscimento dei diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per fronteggiare questa violazione dei diritti umani”. Femminicidio che, ricordiamo, è il termine sociologico coniato da Marcela Lagarde, come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Un significato ben più complesso e ampio di quanto ancora oggi mass media e opinione pubblica gli attribuisca.

La violenza maschile contro le donne è quindi una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi, ed è oggi rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale a culture e società diverse tra loro, ed esteso a ogni classe sociale e a ogni età. Eppure è ancora un fenomeno pervasivo tanto che per affrontare il cambiamento culturale necessario, è prioritario avere chiaro il problema, la sua complessità, il fatto che è strutturale e non emergenziale, e che si manifesta attraverso stereotipi evidenti in tutti gli ambiti della convivenza umana: nel sociale, nel privato, nel politico, nel pubblico, ovunque.

La Convenzione di Istanbul e l’Italia

In particolare in Italia il pregiudizio verso l’inferiorità femminile è così radicato che un occhio attento non si rende conto di quanto la discriminazione di genere sia una costante nella vita di una donna: una discriminazione che è già di per sé una forma di violenza. Imparare a memoria libri di testo in cui il proprio genere è cancellato, percepirsi come inadeguata per nascita, essere discriminate da parte dei propri genitori di fronte a fratelli maschi, sottostare alle avance indesiderate come se fossero normali, considerarsi oggetto da conquistare e possedere, è il più profondo esproprio della soggettività che un essere vivente possa subire. Ed è una violenza. La Convezione di Istanbul, oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, riconosce “la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere” e insiste sulla prevenzione e sulla protezione, prima che sulla punizione, suggerendo una fitta e articolata rete di sostegno per donne e i bambini che le accompagnano, ma soprattutto chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, nel senso che si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, le leggi possono anche rimanere inapplicate o essere distorte. Convenzione che stabilisce esattamente cosa s’intenda per violenza contro le donne: “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”, (…) “compresa la violenza domestica, che colpisce le donne in modo sproporzionato” e che comprende “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia”. Concetti che nel nostro Paese non sono ancora entrati nel tessuto sociale che spesso relega la violenza sulle donne alla violenza sessuale, e solo recentemente alla violenza fisica costante.

Per applicare quindi la Convenzione di Istanbul, perché sia efficace, è necessaria una chiara percezione della violenza che non la sottovaluti fino a considerarne il rischio di vita della donna e dei minori, un cambiamento profondo che non può avvenire senza interventi mirati e competenti, seri investimenti di denaro e di forze, e senza un approccio interdisciplinare che metta sul tavolo tutti gli elementi che ruotano intorno a questa sfera d’interesse. Ma avere una chiara percezione della violenza sulle donne, significa da una parte partire da dati precisi e da un serio monitoraggio sull’efficienza attuale delle istituzioni nel contrastarla, e dall’altra occorre intervenire massicciamente sulla narrazione stessa della violenza assicurandosi che sia fatta fuori dagli stereotipi, in quanto una narrazione distorta rappresenta una delle spinte principali alla sottovalutazione del femminicidio.

Sul ruolo dei media

Alcune indicazioni della Convezione di Istanbul erano già state indicate dalle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) – che sorveglia l’applicazione della “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne” ratificata dal nostro Paese nell’85 con adesione al Protocollo opzionale nel 2002 – e dalle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013. Tra queste vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Passi in cui sottolineerei la formazione sui diritti delle donne per gli operatori della comunicazione affinché si eviti una rappresentazione stereotipata di uomini e donne, e la partecipazione all’elaborazione e all’attuazione di politiche, oltre che all’elaborazione di linee guida, come indica la Convenzione di Istanbul. È opportuno riflettere su come tali indicazioni siano implementabili nel nostro Paese in relazione all’informazione che ha bisogno, per sua natura e carattere, di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un problema e di quello che accade.

L’informazione e la narrazione della violenza contro le donne

Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2006) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche e di denunce, ricalcando il solito background stereotipato nell’illustrazione dei fatti e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse il pregiudizio discriminatorio e alcuni cliché sia sulle donne, trattate come prede o come tentatrici “che se la sono cercata”, sia rispetto a un argomento considerato inferiore e privo di una sua dimensione specifica all’interno delle redazioni, cercando di non raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi in cronaca nera. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi e una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava. A un certo punto il femminicidio era diventato il passepartout su cui anche chi non aveva competenze, poteva aspirare a fare il suo scoop. Un pericolo perché lentamente il livello scende e ci si ritrova non solo a non mettere in discussione gli stereotipi ma si sostiene una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità che ha coinciso con il ristabilimento di quegli stessi stereotipi che sono alla base della violenza contro le donne. Molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altri. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. In realtà tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, e da qui la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su una condizione che dura da millenni con ruoli ben definiti e socialmente operanti, ci potrà essere indignazione ma non scienza. Una superficialità che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando stanchezza e disinteresse, e portando al “quasi” silenzio, anzi a un vero e proprio ritorno al passato, con il ripristino integrale di quegli stereotipi di cui abbiamo parlato, malgrado il femminicidio sia ancora presente nel nostro Paese.

Oggi l’onda della sovraesposizione mediatica sulla violenza contro le donne, che in Italia ha ancora un’altissima percentuale di sommerso, si è esaurita e il risultato è che la parola femminicidio è stata non chiarita ma relegata, e si è tornati a trattate la violenza sulle donne come un fatto di cronaca nera isolato e sporadico, attraverso una narrazione morbosa che per rendere più appetibile il racconto va nuovamente a scavare nel torbido, indugiando su aspetti da fiction, facendo ancora una volta leva su stereotipi culturali, con il risultato di minimizzare la gravità del reato, cancellare la vittima, insistere su improbabili profili psicologici dell’offender e sulla follia di un momento (era un bravo ragazzo, era un padre premuroso, ecc), spingendo così sia alla sottovalutazione della percezione della violenza – in fondo è una cosa che può succedere – e quindi rivittimizzando le donne che la vivono e anche quelle che sono state uccise. Il giornalismo italiano, a parte alcune eccezioni, ha ripreso con grande disinvoltura a descrivere i casi di femmicidio – femminicidio come se fossero un romanzo d’appendice o una fiction, casi che vengono presentati in maniera morbosa e accattivante, storielle su cui avventurarsi con inutili descrizioni come: “Sette coltellate a gola e corpo. Dopo aver fatto l’amore. Dopo averle sussurrato parole dolci”, con ingredienti a base di sesso, violenza, sangue e morte. Ne sono un esempio l’informazione data sui femmicidi avvenuti in Italia tra luglio, agosto e settembre per i quali si è tornati a parlare di motivazioni passionali e raptus di follia, abbandonando parole come femminicidio, violenza domestica, controllo e possesso sulla donna, e tracciando macabri scenari da film horror nella ricostruzione dei fatti. E mentre si insiste sulle attenuanti psichiatriche dell’offender descritti per lo più con profili da bravi ragazzi – “era un padre modello” o “era un ragazzo veramente d’oro” – la donna uccisa, presa a coltellate, buttata giù dal balcone o addirittura decapitata, sparisce, e si legge giusto il nome e il cognome in poche righe. È stato così per Alessandra Agostinelli, una donna di 34 anni uccisa a coltellate dall’ex marito, Emiliano Frocione, nel frosinate; per Oksana Martseniuk, 38 anni, accoltellata e poi decapitata il 24 agosto a Roma da Federico Leonelli, 35 anni; per Alessandra Pelizzi, 19 anni, uccisa dall’ex fidanzato Pietro Maxymilian Di Paola, 20 anni, che a Milano ha buttato la ragazza giù dal 7° piano per poi buttarsi anche lui perché non poteva sopportare di essere stato lasciato da lei.

Come evitare la rivittimizzazione mediatica e cambiare la cultura

Un triste scenario, quello della narrazione del femminicidio, che dimostra come la grande tentazione del comodo stereotipo comune, prenda inevitabilmente il sopravvento se le misure per attuare un vero cambiamento culturale non sono adeguate, serie e profonde. Nell’Italia che ha ratificato la Convenzione di Istanbul si è tornati a dare notizia di un femminicidio, che magari arriva dopo una lunga serie di maltrattamenti in famiglia, con un titolo che apre sull’attenuante psichiatrica dell’autore con i solti raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, stress dovuto alla perdita del lavoro, o con un profilo della vittima che possa giustificare l’atto di un poveretto respinto dalla donna che ama o da un uomo normale che a un certo punto perde la testa. Un’informazione che in questo modo torna a sostenere un sistema che giustifica indirettamente il reato come se fosse nella norma, un reato di minor gravità, sostenendo così quella cultura di cui la violenza si nutre. E la rivittimizzazione, in questo caso attraverso i media, diventa realtà. Un caso esemplare e di respiro internazionale, è quello di Pistorius che è apparso per mesi su tutti i giornali del mondo mentre piangeva disperato e vomitava in aula perché scosso dalla morte della fidanzata da lui stesso uccisa. Celebrato come l’eroe sconvolto per l’accaduto, suo malgrado, Pistorius è stato condannato per omicidio colposo, e non volontario, della fidanzata Reeva Steenkamp, grazie a una sentenza in cui la giudice Thokozile Masipa ha confermato che l’offender ha sparato attraverso la porta del bagno uccidendo la donna perché pensava che si trattasse di un ladro. Giudice che non ha accettato la tesi del raptus, preferendo la negligenza – cioè lo ha fatto consapevolmente ma non voleva – senza tener conto delle testimonianze dei vicini, che avevano sentito urlare la donna prima degli spari, e che di fronte a una relazione conflittuale e forse una propensione troppo spiccata dell’uomo per le armi, ha detto che le relazioni sono “dinamiche”, decidendo che quello sarebbe stato “un giudizio” sulla questione e stracciando così pagine intere scritte su femmicidio e femminicidio.

Trattare le donne come se fossero perenni inadeguate che se la cercano, farle sparire anche dalla notizia della propria morte perché vittime di un femminicidio, significa ucciderle due volte. Mettere sullo stesso piano la violenza maschile con la reazione femminile di fronte a una violenza fisica e/o psicologica, dare voce all’autore della violenza senza dotarsi di strumenti di approccio e analisi adeguate, tracciare improbabili profili dell’offender senza indagare, può essere considerata causa di una rivittimizzazione mediatica. Un atteggiamento che ha tenuto ben lontani i giornalisti da molti centri antiviolenza, i quali, per molto tempo, si sono rifiutati di dare in pasto le storie delle donne come se fosse materiale da scoop: un gap, tra la realtà della violenza e l’informazione, che ha creato danni enormi sulla percezione del problema. Soprattutto in un contesto culturale ancora così discriminatorio per le donne, dove l’idea che continua a passare è che comunque un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, siano un ingrediente scontato dei rapporti intimi: una convinzione che nei tribunali, nelle caserme, e in alcune perizie psicologiche (CTU), espone la donna a grave rischio, in quanto la violenza psicologica nei rapporti d’intimità, non è una semplice conflittualità della relazione ma violenza vera e propria, come indica la stessa Convenzione di Istanbul.

Conclusioni

Esercitare violenza attraverso il linguaggio non significa quindi solo insultare, offendere, ferire ma esercitare una violenza invisibile sui processi d’identità della persona che in questo caso si estende al genere e che forzano la realtà. Titolare l’articolo di cronaca di un femmicidio con “dramma della gelosia”, oppure “uomo uccide per gelosia”, o ancora “uccisa per motivi passionali”, significa deviare la percezione del fatto dando un’informazione sbagliata perché il femmicidio è una conseguenza estrema della violenza di genere e rappresenta la volontà – e non la follia – di un totale controllo sulla donna che se non è “mia” non può essere di nessun altro. Per questo le linee guida, indicate dalla Convenzione di Istanbul, hanno bisogno della competenza di chi si occupa di violenza sulle donne ma sa anche come si fa un giornale e come funziona una redazione, linee che dovrebbero comunque essere accompagnate da politiche mirate a una formazione qualificata degli operatori della comunicazione senza la quale è impossibile cambiare l’informazione e quindi anche la cultura. Il pregiudizio della discriminazione di genere e la sottovalutazione che ne consegue, è così ampia da esigere un sistema di contrasto a 360 gradi, come indica la Convenzione di Istanbul, e con un approccio interdisciplinare dove le parti in causa lavorino in tandem sulle proprie specificità ma con scambio proficuo di saperi e di idee. E questo non solo per giudici, psicologi, avvocati, operatori e forze dell’ordine, ma anche per i media, e soprattutto per quell’informazione che vuol essere oggettiva nel suo ampio raggio d’azione. Un problema che si risolve solo mettendo le persone competenti al posto giusto: perché se il problema è strutturale e culturale, l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, diventa uno dei fattori propulsivi per il cambiamento.

Per dare una corretta informazione, che non sia soltanto attraverso i seppur utilissimi e validissimi blog e rubriche, è necessario entrare a pieno titolo nel tessuto vivo del giornale, avviando un processo di trasformazione dentro le redazioni che vorremmo fossero attrezzate, non solo con linee di condotta, ma con redattrici e redattori formati su questi temi che possano produrre una nuova cultura, un nuovo modo di vedere le cose. Una specie di occhio di genere che nei vari desk possa rintracciare e stimolare un nuovo linguaggio e un modo non stereotipato di raccontare la realtà. Come esiste il giornalista di esteri, interni, cultura, sarebbe auspicabile che della violenza sulle donne e sui minori non si occupasse né il cronista né il redattore di turno, ma qualcuno che sa maneggiare l’argomento. Lo mettereste uno che fa sport a fare la pagina di economia? Credo di no. *

*In caso di riproduzione anche parziale dei contenuti di questo blog, si chiede di citare la fonte, grazie


OSPITI DELLA CONFERENZA – “AL SICURO DALLA PAURA, AL SICURO DALLA VIOLENZA” – presso Camera dei deputati – Palazzo Montecitorio

(i video integrali sono visibili sul sito della camera e su You Tube)

Roma, 19 settembre 2014 • il Consiglio d’Europa è la principale organizzazione di difesa dei diritti umani del continente. Include 47 Stati membri, 28 dei quali fanno anche parte dell’Unione europea. Tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa sono segnatori della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, un trattato concepito per proteggere i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto. La Corte europea dei diritti dell’uomo supervisiona l’attuazione della Convenzione negli Stati membri. Presenti Laura Boldrini, Pres. Camera dei deputati, Italia; Gabriella Battaini-Dragoni, Vice Segretaria generale del Consiglio d’Europa; Anne Brasseur, Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, Federica Mogherini, Ministro degli Affari Esteri, Italia.

• Preludio Da vittime ad artefici del proprio destino – Morten Kjærum, Direttore, Agenzia dell’Unione europea per i Diritti fondamentali; Katharine Quarmby, giornalista e scrittrice, Regno Unito; Giusi Fasano, giornalista, e Lucia Annibali, avvocato, Italia

• Sessione I° Cambiare la mentalità sulla violenza contro le donne – Moderatore: Maria Gianniti, giornalista, Italia; Alberto Contri, Presidente della Fondazione ‘Pubblicità Progresso’, Italia; Susana Camarero Benítez, Sottosegretario di Stato per i Servizi sociali e l’Eguaglianza, Spagna; Marceline Naudi, assistente sociale, Malta; Ingvild Næss Stub, Sottosegretario di Stato, Ministero degli Affari esteri e delle Relazioni con l’UE, Norvegia; Gauri van Gulik, difensore dei diritti delle donne, Human Rights Watch; Luisa Betti, giornalista, Italia

• Sessione II La Convenzione di Istanbul: ‘pietra miliare’ nella lotta alla violenza contro le donne – Moderatore: Mendes Bota, Presidente della Rete parlamentare “Women free from Violence”, Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa; Ingibjorg Gisladottir, Direttrice regionale per l’Europa e l’Asia centrale, UN Women; Christine Chinkin, London School of Economics, Regno Unito; Ángeles Carmona Vergara, Presidente dell’Osservatorio sulla Violenza di genere e domestica, Spagna; Maria Monteleone, magistrato specializzato in casi di violenza contro le donne, Italia; Anna Gustavsson, Soprintendente e Direttrice di Progetto, Polizia della Contea di Skåne, Margot Olsson, Coord, Programma integrato violenza domestica, Amministrazione centrale dei Servizi Sociali di Malmö, Svezia; Rosa Logar, Direttrice esecutiva del Centro di Intervento contro la violenza domestica di Vienna, Austria; Michele LeVoy, Direttrice della Piattaforma per la cooperazione internazionale sugli immigrati privi di documenti (PICUM); Laurens Jolles, Rappresentante regionale, Rappresentanza regionale dell’UNHCR per l’Europa sud-orientale

Conclusioni – Moderatore: Michele Nicoletti, Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare COE; Feride Acar, membro CEDAW, già membro del CAHVIO, Turchia; Michael Bocheneck, Direttore esecutivo, Diritto e politiche internazionali, Amnesty International; Andrea Orlando, Ministro della Giustizia, Italia; Gabriella Battaini-Dragoni, Vice Segretaria generale del Consiglio d’Europa.

Entrata in vigore, come si applica la Convenzione di Istanbul?

LOCANDINA CONVEGNO ISTANBUL 1Domani, venerdì 19 settembre dalle ore 10 in poi, a palazzo Montecitorio (via Campo Marzio 78) si parlerà di violenza contro le donne e dell’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul ratificata anche dall’Italia, nella conferenza “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza” organizzata dalla Presidenza della Camera, il Ministero degli esteri e il Consiglio d’Europa. Oltre a diversi e interessanti sessioni di discussione su politiche integrate e azione giudiziaria, alla presenza di rappresentanti istituzionali italiani e stranieri, in tarda mattinata vi sarà la sessione “Cambiare la mentalità sulla violenza contro le donne”, dove nello specifico intervengo insieme ad altr* sul ruolo dei media e dell’informazione. Invito a chi è interessat* a prendere contatti per accreditarsi (di seguito allego il comunicato della camera con i riferimenti e il programma), nella speranza di fare un po’ di chiarezza e di riprendere un discorso lasciato a metà.

Aula Gruppi parlamentari – Venerdì dalle 10 diretta webtv

LOCANDINA CONV ISTANBUL 2

Venerdì 19 settembre, a partire dalle ore 10, si terrà la Conferenza “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza – L’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul”. L’evento, promosso dalla Camera dei deputati con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e con il Consiglio d’Europa, si terrà nell’Aula dei Gruppi parlamentari, in Via di Campo Marzio 78.

La sessione di apertura sarà inaugurata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, cui seguiranno gli interventi di Gabriella Battaini-Dragoni, Vice Segretario Generale del Consiglio d’Europa, di Anne Brasseur, Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, e del Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri, Benedetto della Vedova. La Conferenza, strutturata in quattro sessioni, terminerà nel pomeriggio con le conclusioni di Gabriella Battaini-Dragoni e di Andrea Orlando, Ministro della Giustizia.

L’iniziativa sarà trasmessa in diretta sulla webtv della Camera dei deputati. “La violenza contro le donne – dichiara la Presidente della Camera, Laura Boldrini – non può e non deve più essere considerata un fatto privato, da nascondere per paura o per vergogna tra le pareti di casa.

E’ un fatto che riguarda la società, e per questo le istituzioni hanno il dovere di occuparsene. Ed è indispensabile – conclude la Presidente – anche il coinvolgimento dell’altro sesso: dalla violenza usciremo soltanto quando gli uomini si convinceranno che il problema è innanzitutto il loro.” La “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica” (Council of Europe Convention on Preventing and Combating Violence Against Women and Domestic Violence) costituisce il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la creazione di un quadro normativo di tutela contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne.

Allo stato attuale la Convenzione è stata firmata da 36 Stati membri del Consiglio d’Europa. Sono 14 gli Stati, tra cui l’Italia, che hanno proceduto alla ratifica dello strumento, entrato in vigore il primo agosto 2014. Una dichiarazione congiunta dei rappresentanti degli stati del Consiglio d’Europa che hanno ratificato la Convenzione di Istanbul verrà pronunciata in diverse lingue per evidenziare ulteriormente la natura paneuropea di questo strumento giuridico.

La Conferenza del 19 settembre mira a celebrare il ruolo della Convenzione di Istanbul quale strumento privilegiato nella tutela delle donne dalla violenza di genere e domestica. Verranno discusse misure concrete che gli Stati possono adottare in materia di prevenzione, protezione e punizione dei responsabili degli abusi e confrontate esperienze e buone pratiche tra tutti i partecipanti. L’evento intende rivolgersi a tutti i soggetti coinvolti nella realizzazione e nell’esecuzione della Convenzione di Istanbul, ed in particolare: Autorità governative, parlamentari e locali; esponenti del Potere giudiziario e delle forze di polizia; Organizzazioni internazionali e regionali e relativi Organi ed Agenzie; ONG e Società civile.

Giornalisti, fotografi e cineoperatori che intendano partecipare ai lavori della conferenza, dovranno accreditarsi presso l’Ufficio Stampa della Camera dei Deputati (Tel. 06 6760 2125 – 2866 / mail: sg_portavoce@camera.it ).

Come non contrastare la violenza sulle donne

annarikka

La campagna di sensibilizzazione e l’attivismo per contrastare la violenza contro le donne che negli ultimi tra anni ha lavorato su questo terreno in maniera instancabile, ha fallito.

Ma come? E perché si è arrivati a tanto?

Il progressivo declino dell’attenzione sulla questione violenza da parte delle istituzioni italiane di fronte alle continue sollecitazioni da parte della società civile, che ha avuto un picco nel 2012 per poi scemare non verso l’archiviazione ma una vera e propria distorsione, creerà seri danni a tutto il Paese. La dimostrazione di questa volontà di non affrontare in maniera adeguata il problema, è stata prima di tutto l’aver costretto alle dimissioni la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, che è stata l’unica ad aver iniziato un serio percorso di costruzione di dialogo che mettesse in collegamento chi della materia si occupa da anni e con grande professionalità, e le istituzioni. Un progetto che avrebbe coinvolto tutta la società civile “esperta” (tutta) ma che probabilmente avrebbe dato fastidio a chi ancora è al governo, un fastidio che ne ha decretato la fine. A questo, si è aggiunta la scelta dell’allora presidente del consiglio, Enrico Letta, di non nominare una nuova ministra delle pari opportunità ma di dare tutto in mano alla viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, che malgrado la buona volontà ha deciso di coinvolgere nei 7 tavoli creati per portare avanti il progetto lasciato in sospeso, solo alcune delle associazioni coinvolte dalla Idem con una forma di interlocuzione che ha avuto come conseguenza sia il malcontento di alcune organizzazioni coinvolte ma soprattutto la spaccatura all’interno della società civile che si era mossa fino a quel momento in maniera compatta, malgrado le differenze, producendo un lavoro pratico e anche culturale e intellettuale di altissimo livello, apprezzato anche all’estero. Una scelta che ha prodotto uno sfilacciamento e ridotto drasticamente l’impatto nei confronti delle istituzioni. A quel punto il gioco era fatto e il nuovo governo ha potuto tranquillamente fare quello che ha fatto: nominare 8 ministre su 16 senza una ministra delle pari opportunità che portasse avanti quel lavoro specifico già iniziato – un lavoro che avrebbe migliorato il nostro Paese così arretrato sulle questioni di genere – e infine scegliendo di non dare nessuna delega delle pari opportunità e quindi fermando questo percorso, immobilizzandolo. La conseguenza di tutto ciò, è stato: un calo di attenzione generale, la possibilità di far passare in cavalleria le direttive Onu, sia della Cedaw che della Special Rapporteur Rashida Manjoo, e soprattutto mettere nel cassetto la Convezione di Istanbul ratificata dal parlamento nel maggio dell’anno scorso, e che diventerà effettiva ad agosto dopo la ratifica di dieci Paesi. Oltre a questo, la conseguenza più grave è stata che persone singole, organizzazioni, associazioni varie che non si sono mai occupate di questo, se da una parte sono state sensibilizzate, dall’altra hanno visto un possibile business e improvvisando, hanno messo in piedi progetti e proposte che non tengono conto dell’esperienza e del lavoro di quelle associazioni che con un lavoro sul campo di 20/30 anni lontano dai riflettori, hanno costruito alcune linee guida del contrasto alla violenza contro le donne in Italia, contribuendo fortemente al progresso del Paese malgrado finanziamenti sempre incerti e sul filo del rasoio.

La decisione quindi di fa di arrivare nelle casse delle Regioni, e senza precise indicazioni che rispettino il lavoro svolto finora, quei 17 milioni di euro stanziati per due anni nel pacchetto sicurezza varato dal governo nel 2013 – e in cui compaiono anche norme sul contrasto alla violenza sulle donne – sembra chiarire la vera intenzione di questo governo: il disinteresse totale nel contrastare il femminicidio da parte.

Adesso, prima in un articolo apparso sul Sole 24 ORE (27 giugno 2014) e poi in un comunicato di DiRe (la rete che raggruppa più della metà dei centri antiviolenza che da anni operano in Italia), si fa presente che i soldi stanziati per contrastare la violenza contro le donne, saranno destinati alle Regioni che, senza direttive nazionali e malgrado l’attuazione della Convenzione di Istanbul sia alle porte, provvederanno a finanziare progetti su base di bandi, mentre “secondo una mappatura in base a criteri illeggibili – scrive Dire – di questi 17 milioni, ai 352 Centri Antiviolenza e Case Rifugio, toccheranno solo 2.260.000 euro, circa 6.000 euro per ciascun centro”, una cifra che porterà molti centri a chiudere e quindi obbligherà molte donne italiane a rimanere a casa e a subire violenza fisica, sessuale, psicologica, economica (dato che l’80 in Italia è violenza domestica), con il benestare delle istituzioni stesse. DiRe precisa che “tutti i centri, pubblici e privati, saranno finanziati allo stesso modo, senza tenere conto del fatto che diversamente dai privati i centri pubblici hanno sedi, utenze e personale già pagati”, e che questa scelta del governo contravviene in modo netto alla “Convenzione per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica” (Istanbul 2011), che l’Italia ha ratificato e che prevede siano destinate: adeguate risorse finanziarie e umane per la corretta applicazione delle politiche integrate, misure e programmi per prevenire e combattere tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, incluse quelle svolte da organizzazioni non governative e dalla società civile (Articolo 8).Sottolinea cioè il fatto che mentre la Convenzione di Istanbul privilegia il lavoro dei centri e strutture indipendenti – che è una garanzia per le donne che chiedono aiuto – “il governo sceglie di destinare la maggior parte dei finanziamenti alle reti di carattere istituzionale” mettendo le basi – aggiungo io – per un controllo capillare di quello che succede nelle case italiane e per poter pilotare al meglio non l’uscita dalle donne dalla violenza e la loro indipendenza ma il ristabilimento dello status quo (siamo sempre un Paese con un forte impianto cattolico), tralasciando le cause e quindi impedendo un vero e proprio percorso di superamento della discriminazione di genere: un’idea che trapelava già da parte di alcune forze politiche all’interno del dibattito parlamentare, e dallo stesso pacchetto sicurezza approvato dalla maggioranza del parlamento, fortemente voluto dal ministero degli interni dove come consigliera delle pari opportunità c’è Isabella Rauti.

Per non dover tornare indietro nel tempo a un non augurabile Medio Evo, l’unica via è quindi quella del confronto e del ricompattamento all’interno della stessa società civile, di quelle associazioni e organizzazioni che si erano ritrovate insieme nella conferenza indetta dall’allora ministra Idem, dove figuravano più di cento associazioni specificamente operanti sulla violenza contro le donne, e che oggi dovranno riprendere la parola in modo autorevole e determinante.


magmaaaa

Oggi, giovedì 3 luglio alle ore 17:00 nell’Aula B 14 della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione DISSE (Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche
Via Salaria 113, Roma), viene presentato il numero monografico sul femminicidio della rivista “M@gm@”. Nel numero è presente, tra gli altri, il mio saggio “Femminicidio: per un’informazione che superi la rivittimizzazione mediatica” che sviluppa l’impatto della narrazione della violenza contro le donne nei media d’informazione e il loro impatto sociale.

da “Violenza maschile e femminicidio”
Vittoria Tola – Giovanna Crivelli (a cura di)
M@gm@ vol.12 n.1 Gennaio – Aprile 2014

FEMMINICIDIO: PER UN’INFORMAZIONE CHE SUPERI  LA RIVITTIMIZZAZIONE MEDIATICA

Di Luisa Betti

Si parla spesso di un cambiamento culturale per contrastare la violenza contro le donne in quanto fenomeno strutturale. Ma cosa significa cambiare la cultura? La cultura non è un qualcosa di estraneo e si può cambiare solo partendo da noi. Per questo cambiare la cultura, significa cambiare il modo di pensare, con una consapevolezza e una conoscenza che permetta di rintracciare stereotipi e ruoli nascosti nelle pieghe profonde della società, e così tanto radicati nel nostro modo di essere, da risultare quasi invisibili. Stereotipi che sono parte integrante del nostro modo di vivere, e che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità in base al sesso, e senza alcuna altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane attraverso un pregiudizio. Ruoli definiti, gabbie invisibili ma pesantissime, che sono l’humus su cui proliferano la discriminazione e la violenza di genere con un pregiudizio così interno alla società che anche l’occhio più attento può non rendersi conto. Una discriminazione che è già una forma di violenza che considera la donna come un oggetto da conquistare, possedere, controllare, e non un soggetto.

(continua cliccando su “M@gm@”)

 Ne discutono:

Vittoria Tola
Responsabile Nazionale UDI Unione Donne in Italia
Curatrice del numero monografico

Orazio Maria Valastro
Direttore Scientifico della rivista M@gm@

Maria Immacolata Macioti
Comitato Scientifico della rivista M@gm@

Introducono:

Prof. Sandro Bernardini
Direttore Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche

Prof. Enzo Nocifora
Presidente Area Didattica SSPS

 

Saranno presenti le autrici:

Giovanna Crivelli
Responsabile UDI Catania

Luisa Betti
Giornalista

Stefania Cantatore
Responsabile UDI Napoli

Paola Castagnotto
Centro Anti Violenza Ferrara

Laura Corradi
Docente Università degli Studi della Calabria

Simona Lanzoni
Fondazione Pangea onlus

Delia La Rocca
Docente Università degli Studi di Catania

Maria Rosa Lotti
Centro Anti Violenza Le Onde di Palermo

Elisabetta Rosi
Consigliere Corte di Cassazione

Rosangela Pesenti
Counsellor Professionista e Analista Transazionale

Maria (Milli) Virgilio
Docente Università degli Studi di Bologna

 

Partita l’onda di “One Billion Rising for Justice”

4dwAlY=--Donne - Contro la violenza sulle donne e bambine. Domani in tutto il mondo una mobilitazione internazionale nata dal lavoro di Eve Ensler, autrice dei "Monologhi della vagina". Quest'anno il tema è la giustizia. 
Molti dei nostri sostenitori – spiega Eve Ensler – ci hanno scritto per dirci che quest’anno volevano andare oltre, andare più in profondità, affrontare la questione dell’impunità e della mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni, quali fattori significativi nella perpetuazione della violenza contro le donne. E un miliardo per la giustizia, chiama le sopravvissute, e coloro che le hanno aiutate, a rompere il silenzio attraverso l’arte, la danza, le processioni, i rituali, con canzoni, parole, testimonianze e altre modalità che meglio esprimano il loro senso di ribellione, i loro bisogni, i loro desideri e la loro gioia”.

Il mondo balla per la giustizia: oggi One Billion Rising

13 febbraio @ 15.10 – Luisa Betti da pagina99

e su articolo21  e Lauraboldrini.it

One Billion Rising questa volta è “for justice” e cioè “un appello per promuovere una giustizia rivoluzionaria”, come la chiama Monique Wilson direttrice dell’evento mondiale che anche quest’anno chiede di danzare contro la violenza su donne, ragazze e bambine. Una mobilitazione internazionale nata dal lavoro di Eve Ensler che ha portato per anni in giro per il mondo i suoi “Monologhi della vagina”, e che lo scorso anno ha voluto lanciare il XV anniversario del V-Day, chiamando un miliardo di donne e uomini in una mobilitazione che ha visto più di 10mila eventi sparsi per tutto il Pianeta.  Ma la danza non basta ed è per questo che OBR domani, 14 febbraio, punterà il suo dito dritto verso la giustizia, o meglio contro l’ingiustizia che colpisce trasversalmente tutte le donne di ogni età, ceto sociale, cultura, paese e provenienza. “Molti dei nostri sostenitori – spiega Eve Ensler – ci hanno scritto per dirci che quest’anno volevano andare oltre, andare più in profondità, affrontare la questione dell’impunità e della mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni, quali fattori significativi nella perpetuazione della violenza contro le donne. E un miliardo per la giustizia, chiama le sopravvissute, e coloro che le hanno aiutate, a rompere il silenzio attraverso l’arte, la danza, le processioni, i rituali, con canzoni, parole, testimonianze e altre modalità che meglio esprimano il loro senso di ribellione, i loro bisogni, i loro desideri e la loro gioia”. “One Billion Rising for justice” è quindi un evento non perché si balla ma perché se è vero che nel mondo “in media, almeno una donna su tre è stata picchiata, abusata sessualmente o aggredita dal partner durante la sua vita”, come riporta l’Onu, questa è l’occasione in cui molte persone vengono raggiunte da un messaggio preciso sulla violenza contro le donne, e soprattutto le associazioni e chi lavora sul territorio può unirsi, confrontarsi e fare rete per spingere in quello che è la specificità del proprio luogo (come dimostra la mappa) dandosi forza reciproca.


Per questo il 14 febbraio non si ballerà soltanto
: per domani le donne bosniache hanno ottenuto di far discutere in parlamento la legge sulla sull’indennità di guerra per gli stupri subiti durante il conflitto, e in Perù il Demus, un’organizzazione che si batte per migliaia d’indigene sterilizzate durante il regime Fujimori e per le tutte le donne stuprate durante il conflitto armato, ha messo un processo “finto” in cui chiama in causa lo Stato per adempiere all’obbligo di dare il giusto risarcimento alle donne con una Corte presieduta da importanti personalità come Cecilia Medina Quiroga, ex presidente della Corte dei diritti dell’uomo Inter-Americana (IACHR). In tutta l’America Latina, che ha il più alto tasso di femminicidio nel mondo, dal Guatemala alla Colombia, il Costa Rica, Panama, Cile, El Salvador, tutte e tutti gli attivisti si sono mobilitati da mesi sia nelle comunità rurali, che cercando canali di interlocuzione con funzionari governativi, e in Messico si sta lavorando per ospitare 12.000 persone nella Plaza de la Constitución di fronte alla Cattedrale di Città del Messico. In Sud Africa, sia a Città del Capo che Johannesburg, si affrontano due grandi temi: la violenza contro la comunità LGBT e gli stereotipi maschili, mentre i gruppi di donne del Sud-Est e Asia meridionale – Filippine, IndiaNepal, Bangladesh, Indonesia, Thailandia – chiedono uno sviluppo economico e ambientale sostenibile per le donne nel sud del mondo e la fine della militarizzazione e dell’intervento straniero nelle zone di conflitto. In Usa le campagne sono tantissime e ci si concentra su immigrate, diritti delle farmworker, le molestie sessuali sul luogo di lavoro, trafficking e turismo sessuale.

Negli ultimi 20 anni ci son state 20.000-50.000 donne stuprate in Bosnia, 250.000-500.000 in Ruanda, 50.000-64.000 in Sierra Leone, e una media di 40 donne stuprate al giorno nella Repubblica Democratica del Congo: stupri di guerra per cui ancora adesso molti dei responsabili, sono rimasti impuniti (dati Onu). Le spose bambine sono circa 60 milioni con territori, sempre secondo l’Onu, come il Medio Oriente in cui la situazione è difficile da valutare perché il fenomeno non è censito, e Paesi come lo Yemen dove l’elenco delle “piccole spose” che muoiono di parto è un bollettino di guerra. Nei 14 anni di guerra civile liberiana il 40% delle donne ha subito violenze con conseguenze psichiche e fisiche devastanti, e nella sanguinosa guerra civile in Sierra Leone migliaia di donne, ragazze e bambine sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali, mentre un numero imprecisato di donne e ragazze sono state violentate in Darfur, nel Sud Sudan e sui Monti Nuba durante conflitti dove venivano spezzate le gambe alle ragazze che scappavano per evitare lo stupro, secondo Amnesty International. Donne che nei campi profughi di Kenya, Ciad, Etiopia, Eritrea, continuano a essere vioolentate appena si allontanano dalla propria locazione per fare legna da ardere. Una violenza che si combatte a partire dalla parola, dalla rottura del silenzio e con il racconto delle storie individuali, come chiede Eve Ensler. Per una giustizia reclamata e pretesa che metta in luce la violenza contro le donne non solo come violenza fisica o sessuale ma come violenza che nasce dalla discriminazione di genere da quando una persona nasce femmina. “Il richiamo alla giustizia – dice Nico Corradini, una delle responsabili di OBR Italia – non è solo riferito all’accesso delle donne alla giustizia ma esprime il desiderio di una vita in cui sia possibile una maggiore giustizia sociale a partire da una reale parità tra uomini e donne in tutti gli ambiti della vita quotidiana: a scuola, in famiglia, sul lavoro, ovunque. Questo – spiega – è un movimento che arriva veramente a tutti e che può divulgare anche quello che molti non sanno o che conoscono solo superficialmente”. OBR, che ha anche appoggiato la campagna spagnola e poi europea #yodecido per l’accesso delle donne all’interruzione di gravidanza volontaria contro i tentavi di cancellarla, come quello del governo spagnolo, valuta come passo importante di una società, l’autodeterminazione delle donne, e riguardo la violenza non rinuncia a sottolineare la necessità dell’applicazione della Convenzione di Istanbul che dà “un quadro completo di come affrontare il tema e per definire azioni che vanno dai centri antiviolenza alla prevenzione, l’educazione, e la sensibilizzazione in ogni ambito: passi necessari per un cambiamento culturale profondo”, conclude Corradini.
Parlare di violenza contro le donne, e di una maggiore giustizia sociale, significa parlare di un fatto che tocca tutte in diversi modi e in diverse fasi della vita, e in cui le istituzioni e le autorità troppo spesso non intervengono o intervengono in maniera superficiale o inefficace, esponendo in ogni caso e ulteriormente la donna che chiede giustizia. Sia la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (2011), e sia la Carta redatta dalla 57a “Commission on the Status of Women” dell’Onu (2013), sottolineano come la violenza contro le donne comprenda “ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi o possa provocare, danno fisico, sessuale o psicologico o una sofferenza alle donne e le ragazze, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o arbitrarie privazione della libertà, sia in pubblico che nella vita privata”, a cui si aggiunge l’esportazione a “governi, soggetti attivi nel settore del sistema delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali e regionali, delle donne e di altre organizzazioni della società civile e del settore privato, ad adottare le azioni a livello nazionale, regionale e globale”, per “il raggiungimento della parità di genere e l’empowerment delle donne in tutte le sue dimensioni”, in quanto “essenziali per affrontare le cause profonde della violenza contro le donne e le ragazze”. Questo perché ancora adesso, come sottolineato anche dal rapporto di Michelle Bachelet, ex responsabile di UN Women oggi presidente del Cile – “Il progresso delle donne nel mondo: alla ricerca della giustizia” (2012) – troppo spesso “i crimini contro le donne non vengono divulgati” e che “milioni di donne nel mondo continuano a subire ingiustizia, violenze e disparità nelle loro case, nel loro posto di lavoro e nella loro vita sociale”, fattori che rendono difficile il superamento reale di una disparità tra uomini e donne. Una discriminazione presente non solo in paesi “lontani” ma anche nella civile Europa, come la Danimarca dove “un certo numero di reati e abusi sessuali non consensuali in cui la vittima è indifesa a causa di una malattia o ebrezza, non sono punibili per legge se il perpetratore e la vittima sono spostati”, o la Norvegia dove “nonostante il numero di stupri denunciati alla polizia sia aumentato, più dell’80% di questi casi sono stati chiusi prima di giungere in tribunale” (Rapporto Amnesty International 2012).

Link del video ufficiale

Link per la mappa mondiale degli eventi

Link elenco completo eventi in Italia

Roma

13.30 Piazza di Spagna hula hoop di Carla Kearns, a seguire flash mob di Linda Foster, Parcour dancers e HoW

16.00 Piazza Cavour scalinata di Palazzo di Giustizia flash mob di Differenza Donna a cui aderisce la Casa internazionale delle donne di Roma

17.00 Piazza Immacolata a San Lorenzo flash mob di Alamiré onlus

17.00/19.00 Testaccio, Città dell’Altra Economia readings, flash mob e installazione dell’artista rap Chiara Rapaccini con i suoi “Amori Sfigati” a cura dell’associazione Feminil C

19.00 Trastevere, via della Lungara 19, serata conclusiva alla Casa Internazionale delle Donne, con proiezioni di film, tra cui Rising di Eve Ensler e Tony Stroebel, readings, musica, cibo e danze con Nicoletta Salvi

Milano

18.00 Piazza Duomo lettura di alcuni testi di Eve Ensler e flash mob sulle note di Break the Chain, inno ufficiale di One Billion Rising (a tutti i partecipanti è chiesto di indossare un capo rosso e un capo nero, i colori della campagna)

18.30 Piazza San Fedele proiezione del film Le parole non bastano più, organizzato da Intervita

21.00 Spazio Luce messa in scena dei Monologhi della vagina di Eve Ensler

Radio Popolare (FM 107.60), in diretta dagli studi di Milano, manderà in onda la canzone Break the Chain, inno della campagna, alle ore 14:00, alle 17:00 e alle 18:00, per i flash mob delle città che vorranno collegarsi tramite lapp RADIO per smartphone o in streaming su www.radiopopolare.it

Flash mob

Bologna

17.30 Piazza Maggiore

Firenze

19.00 Piazza Santa Maria Novella

Napoli

11.00 Piazza Enrico De Nicola davanti al tribunale

16.00 Piazza del Plebiscito

Palermo

17.00 Piazza Vittorio Emanuele Orlando davanti al tribunale

Trieste 
18.00 Piazza dell’Unità