Parla lo stupratore della tassista: “Aspettavo l’autobus ma poi ho avuto un raptus”

Simone Borghese

Simone Borghese

Alla fine è stato trovato, e lui ha confessato dicendo che è stato un raptus. Si tratta dell’uomo che ha aggredito e stuprato la tassista romana di 43 anni che la scorsa settimana ha caricato sul taxi un cliente che si è fatto portare verso Ponte Galeria e che una volta arrivati in una strada isolata, ha assalito la donna. L’uomo, che si chiama Simone Borghese e ha 30 anni, è stato rintracciato perché un altro tassista che non era stato pagato e che aveva ricevuto il numero di cellulare di Borghese come garanzia, lo ha riconosciuto attraverso l’identikit divulgato, e ha fornito il numero alla polizia. Un italiano, giovane, separato e con una figlia di sette anni, che fa il cameriere a chiamata ed era apparentemente al di sopra di ogni sospetto: un uomo normale. Un uomo che ha confessato tutto e che per difendersi (e sottolineo la parola difendersi), ha dichiarato di avere avuto un raptus, sapendo, in questo modo, di poter sperare nelle attuanti. Secondo quanto riportato dal Corriere, Borghese avrebbe detto che stava aspettando l’autobus e che a un certo punto ha deciso di prendere il taxi e poi è stato assalito da raptus: “Non volevo, non mi è mai successa una cosa del genere. Quella mattina aspettavo l’autobus in via Aurelia. Avevo dormito da un amico lì vicino perché avevo fatto tardi al lavoro. Il bus non arrivava e così ho deciso di prendere il taxi. Al volante c’era lei. Le ho detto di portarmi a Ponte Galeria, ma durante il tragitto sono stato preso da un raptus: vicino a casa le ho fatto cambiare strada per arrivare in un viottolo sterrato, isolato, nei pressi di via Pescina Gagliarda. E lì fuori l’ho violentata”. Come se tutto fosse successo senza un perché, un momento d’impeto appunto.

Ma perché “conviene” parlare di raptus?

Su wikipedia leggiamo che “Il raptus (dal latino raptus, “rapimento”) è un impulso improvviso di forte intensità che porta un soggetto a episodi di parossismo, in genere violenti. Può portare a uno stato ansioso e/o alla momentanea perdita della capacità di intendere e di volere“, ma soprattutto che “Nell’ambito del diritto penale e della psichiatria forense la carenza di controllo degli impulsi può essere considerata condizione di momentanea incapacità di intendere e di volere e quindi come attenuante per la commissione di reati“. Ripetiamo “una momentanea incapacità di intendere e di volere”, che significa: l’ho fatto, e non posso dimostrare il contrario perché mi avete incastrato, però non lo volevo fare, è stato al di là delle mie intenzioni.

Riguardo l’abuso del raptus nei casi di violenza contro le donne fatto da giornali e nelle dichiarazioni delle forze dell’ordine – in quanto si tratta, per la maggioranza, di uomini assolutamente in grado di intendere e di volere – diversi psicologi e psichiatri hanno rilasciato dichiarazioni riguardo l’uso di questo termine nell’ambito della violenza contro le donne. Tra questi Claudio Mencacci, ex presidente della Società italiana di psichiatria (Spi) e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, che alla 27esima ora aveva dichiarato un po’ di tempo fa: “Sotto il cappello del raptus, o alcune volte della follia, si mette la violenza inaudita, quella imprevista, impulsiva. E non si considera mai che, guarda caso, quella violenza ha come oggetto i più fragili, i deboli, le persone indifese e quindi le più esposte. Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso?”. E poi aggiunge: “Noi, in psichiatria, tendiamo a escludere l’esistenza del raptus” che “serve molto a chi fa le perizie per giustificare le azioni di grande violenza e attenuare la gravità del fatto e la colpa di chi le commette”.

A completare questo quadro riguardo il raptus è il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane, in cui si leggeva infatti che i media spesso presentano gli offender “come vittime di raptus e follia omicida”, facendo pensare che si tratti di persone “portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa”, mentre solo una piccolissima parte è a causa di patologie psichiatriche.

Il fatto interessante è però che questa volta i giornali hanno riportato l’ipotesi del raptus come dichiarazione fatta dall’uomo che ha stuprato la tassista, e non come un elemento integrante o come reale movente dell’atto, e questo sia per le dichiarazioni trapelate dalla Procura (non per niente il caso è stato affidato alla Procuratrice Maria Monteleone a capo del pool antiviolenza della procura di Roma che ha magistrati formati sull’argomento), sia per la maggiore oculatezza che si sta creando anche nei media grazie alla massiccia campagna che noi tutte (giornaliste e società civile) abbiamo fatto in questi anni.

 

Lydia Cacho a Roma

MARTEDì 7 OTTOBRE ORE 18:00 ALLA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE (Via della Lungara, 19 Roma) incontro pubblico con LYDIA CACHO in occasione dell’uscita italiana di “I DEMONI DELL’EDEN” (Fandango Libri). Interverranno LUISA BETTI, LORETTA BONDI’, BARBARA SPINELLI. “Le mafie mi vogliono morta non per quello che so, ma per quello che voi e le vostre figlie saprete leggendo i miei libri.” Lydia Cacho

In diretta dall’inferno: i libri inchiesta di Lydia Cacho

CACHO

Perché lo stupro coniugale è un tabù, e non solo in Italia

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In un recente rapporto dell’Unicef, “Hidden in Plain Sight”, si legge che un’adolescente su tre in India viene regolarmente picchiata e violentata dal proprio marito, e che in 190 Paesi del mondo circa 84 milioni di ragazze che hanno o hanno avuto una relazione stabile, è stata vittima di violenza psicologica, fisica o sessuale da parte del marito o del partner, e che circa il 70% delle giovani vittime di violenza fisica o sessuale nelle reazioni intime non hanno mai chiesto aiuto perché non lo ritenevano un problema. Un modo di pensare, quello che all’interno di una coppia sia tutto lecito basta sia l’uomo ad avere questa libertà di decisione, che svela il fulcro della discriminazione delle donne legato allo stereotipo della madre-moglie che nel momento in cui oltrepassa la soglia di casa diventa automaticamente oggetto privato dell’uomo che se l’è scelta. Ma non bisogna andare lontano, per capire come la violenza sulle donne – fisica, sessuale, psicologica o economica – all’interno di una relazione intima, sia ancora un tabù intoccabile nel mondo.

In Italia si è dibattuto aspramente sulla sentenza della Cassazione che ha accolto il ricorso di un 48enne veneto condannato per maltrattamenti e per violenza sessuale sulla moglie (artt. 572 e 609 bis c.p), disponendo un nuovo esame del caso sulla possibilità di applicare le attenuanti all’uomo e annullando con rinvio la sentenza della Corte d’appello di Venezia (07/10/2013) che aveva rifiutato la richiesta di uno sconto di pena dell’offender, confermando la sentenza di condanna del Tribunale di Vicenza.

In particolare la Suprema Corte – sentenza 39445 – ha accolto la richiesta del ricorrente che “deduce come debba assumere rilevanza la qualità dell’atto compiuto (e segnatamente il grado di coartazione, il danno arrecato e l’entità della compressione) più che la quantità di violenza fisica esercitata”, dichiarando che “nella specie è mancata ogni valutazione globale del fatto in particolare in relazione al fatto che le violenze sarebbero sempre state commesse sotto l’influenza dell’alcol”, e che “ai fini della concedibilità dell’attenuante di minore gravità, assumono rilievo una serie di indici, segnatamente riconducibili (…) al grado di coartazione esercitato sulla vittima, alle condizioni, fisiche e mentali, di quest’ultima, alle caratteristiche psicologiche, valutate in relazione all’età, all’entità della compressione della libertà sessuale ed al danno arrecato alla vittima anche in termini psichici”, concludendo infine “che così come l’assenza un rapporto sessuale completo non può, per ciò solo, consentire di ritenere sussistente l’attenuante, simmetricamente la presenza dello stesso rapporto completo non può, per ciò solo, escludere che l’attenuante sia concedibile, dovendo effettuarsi una valutazione del fatto nella sua complessità”.

Sentenza di fronte alla quale donne singole e appartenenti ad associazioni, si solo alzate per condannare questo rinvio che aprirebbe una porta alle attenuanti per l’offender, senza però andare a fondo su quello che veramente sottintende un’indicazione che in un caso come questo rimanda il pacco al mittente dicendo: riguardatelo bene che manca qualcosa.

Il primo fatto contestato è che “le violenze sarebbero sempre state commesse sotto l’influenza dell’alcol”, e per questo forse meno gravi: un dato in cui la giurisprudenza indica che se è vero che l’art. 91 c.p. esclude l’imputabilità – o prevede la riduzione della pena applicabile nel caso di parziale incapacità – quando l’ubriachezza sia dovuta a caso fortuito o forza maggiore, cioè se è “accidentale”, è anche vero che l’ubriachezza volontaria o colposa, non esclude né diminuisce l’imputabilità (art. 92 c.p.). Un fattore però, quello dell’alcol, che un esperto della materia saprebbe essere ingrediente costante di una parte della violenza domestica nel mondo – soprattutto nei Paesi nordici – dove però l’uso di alcol da parte del partner violento non determina l’atto in sé, in quanto l’offender è considerato violento a prescindere, a riprova del fatto che non tutti gli ubriachi sono violenti. Un concetto che è alla base della comprensione del fenomeno della violenza sulle donne e di come agisce un offender per il quale i problemi da cui è afflitto non possono essere attenuanti del femminicidio.

Quello che però sorprende di più, in Italia e per quanto riguarda i maltrattamenti in famiglia e la violenza sessuale nei rapporti intimi, è la reale applicazione della legge 119 che ha introdotto a ottobre 2103 misure per rendere più incisivi gli strumenti della repressione penale dei fenomeni di “maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e di atti persecutori”, indicando nelle “Circostanze aggravanti” (art. 609ter) proprio quelle commesse “nei confronti di persona della quale il colpevole sia il coniuge, anche separato o divorziato, ovvero colui che alla stessa persona è o è stato legato da relazione affettiva, anche senza convivenza” (5-quater). Normative che dovrebbero aver dato maggior peso alle violenze che avvengono nella coppia, che sono l’80% della violenza complessiva in Italia, ma che stentano ancora a essere completamente assorbite nell’applicazione della giurisprudenza.

Il dato costante, e questo non solo in Italia, è il fatto che davanti a una violenza domestica si metta in discussione il danno arrecato alla donna: perché forse una donna che viene stuprata e picchiata da un marito ha conseguenze fisiche e psicologiche minori? Oppure è lei che ha un profilo psicologico anomalo dato che ha sposato un uomo violento? O magari non era proprio un no ma un nì e quindi la responsabilità è a metà? In fondo le relazioni sentimentali, si sa, sono conflittuali e per essere violenza deve “scorrere il sangue”. Un modo di pensare, ancorato a stereotipi discriminatori delle donne, che porta a una dubbia applicazione delle norme esistenti, anche valide, e che costringe ancora oggi le donne a esibire prove della violenza subita – in quanto non creduta fino in fondo e quindi costretta a dimostrare pubblicamente e in maniera estenuante di essere stata sottoposta a maltrattamento e a stupro – fino a un’esposizione rivittimizzante. Eppure è la stessa Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia e ora in vigore, a sottolineare non solo la gravità della violenza domestica (indicata anche nel titolo) in tutte le sue forme, ma anche a specificare che le Parti devono mirare “ad evitare la vittimizzazione secondaria” (Articolo 18 – Obblighi generali) che significa non sottoporre le donne a ulteriore violenza anche, tra le altre forme, nel momento in cui si verifica l’accaduto nei tribunali e se ne narra in sedi pubbliche.

Ma la verità è un’altra e risiede in un tabù, e cioè che lo stupro, ancor più della violenza fisica, all’interno di una relazione intima o di un matrimonio, è considerato una violenza di serie B: un fatto per cui se non arrivi massacrata e lacerata, o addirittura morta, non è dimostrabile fino in fondo. Un problema culturale che riguarda i doveri coniugali di una donna relegata al ruolo di moglie-madre che non è solo italiano e che attraversa tutte le società del Pianeta. Diciamo pure che rimane la punta di diamante della discriminazione delle donne in una cultura che non ammette che i diritti umani disturbino la quiete familiare e soprattutto mettano in discussione la sua riproducibilità biologica attraverso il “mezzo” femminile, costi quel che costi. Ed è per questo, come ripetuto tante volte, che si possono fare le migliori leggi dell’Universo ma che se non si cambia la cultura tutto rimane inalterato.

Viviane Monnier è co-fondatrice del primo numero verde nazionale francese “Violences conjugales”, e oltre a fare parte dell’Osservatorio sulla violenza contro le donne della Lobby Europea delle donne, dirige il centro antiviolenza “Halte Aide aux Femmes battues” (HAFB) di Parigi, e secondo lei anche in Francia, che è più avanti di noi su molte cose, ci sono buone leggi che continuano a non essere applicate per una questione di mentalità: un buco che produce un sommerso indescrivibile. “Nei tribunali – dice Viviane Monnier – i giudici hanno una professione libera, sono indipendenti ma soprattutto sono intoccabili. Molti pensano di essere neutri, e magari ti dicono anche che sono sensibili sulla violenza contro le donne, eppure ancora adesso davanti a un tribunale gli elementi di prova per una violenza domestica, dove magari ci sono dei bambini, non bastano mai, e spesso si sente ancora la frase che se anche un marito è violento in fondo può essere comunque un buon padre. Una mentalità che si perpetua in maniera devastante tanto che se le sanzioni applicate per le violenze fatte da sconosciuti fossero applicate anche per la violenza domestica, avremmo le prigioni piene di uomini che invece stanno a casa e continuano a fare quello che sappiamo”.

“Anche se oggi va meglio rispetto a quando ho cominciato questo lavoro – continua Monnier – succede ancora che se un marito fa due anni di prigione significa che ha massacrato la moglie, e il termine di paragone è che se quell’uomo avesse fatto a una sconosciuta quello che ha fatto alla moglie, sarebbero stati sicuramente dai 5 ai 10 anni. Ma nel penale la tragedia è nello stupro delle donne da parte del partner – spiega – perché nell’immaginario collettivo per chi vive con qualcuno le relazioni sessuali sono un atto dovuto, ed è per questo che lo stupro coniugale viene denunciato da pochissime donne che in realtà si vergognano e si convincono che sia normale che un marito le costringa ad avere rapporti sessuali. Non entra in testa che lo stupro esiste anche all’interno di relazioni coniugali e convivenze. Questo è il tabù più forte. E allora come fai a denunciare quando sai che non sarai creduta? In verità quando le donne denunciano, spesso la reazione in tribunale è: sì, ma qual è la prova del danno che hai subito? Se è uno sconosciuto la prova è il Dna ma per il marito questa prova non c’è. E allora va accompagnata da violenze fisiche e psicologiche che però devono essere pesanti e devastanti, altrimenti non sussistono. E poi vuoi sapere che fine fanno queste denunce? Molte vengono archiviate”.

(trad. di Tiziana Jacoponi)

 


 

 

Sentenza 39445/14 della Corte Suprema di Cassazione – Terza sezione penale

sentenza1

 

sentenza2

 

sentenza3

 

#Violenza sulle donne, mattanza silenziosa (2010)

processo per stupro

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IL MANIFESTO – FUORIPAGINA 25/11/2010

Luisa Betti

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, l’associazione D.i.re, Donne in rete contro la violenza che coordina 58 centri in tutta Italia, lancia un grido disperato per fermare la chiusura dei centri e delle case di accoglienza che ospitano donne devastate da abusi e violenze. Sono Carmen, Vichi, Mariolina, Eleonora, che sono arrivate ieri a Roma, alla Casa Internazionale delle donne di via della Lungara, per testimoniare cosa succede a Palermo, Cosenza, Udine, Latina, Viterbo, e per raccontare che non sanno più come e dove accogliere donne violentate, maltrattate, picchiate e abusate, perché non sanno come pagare bollette, affitti, assistenza, per chi è costretta a scappare. Sono avvocate, psicologhe, antropologhe, operatrici che lavorano con grande professionalità e con una forza motrice al posto del cuore.

“Da noi è tutto volontariato ormai – racconta Carmen Currò del Cedav di Messina – tu vedi professioniste di alto livello che di giorno lavorano al centro gratis e la notte fanno le baby sitter. Sono due anni che non abbiamo finanziamenti e per andare avanti facciamo sottoscrizioni, feste, però adesso siamo allo stremo”. Soluzioni creative dettate dalla disperazione di chi una mano sulla coscienza se la mette davvero, come Eleonora Baldacci del “Iotunoivoi” di Udine, che ha ipotecato la sua casa per pagare i debiti del centro, ben 100 mila euro, “e con me era d’accordo anche la mia famiglia – dice con un sorriso – non possiamo lasciare per la strada queste donne, come si fa ad abbondare una ragazzina di 12 anni abusata da tutti i conviventi della madre? Me lo devono spiegare gli Enti locali che ci stanno tagliando i fondi, che facciamo, la rimandiamo a casa? Noi accogliamo 300 donne l’anno e sono tutte situazioni tragiche”.

Ma la guerra è guerra e queste donne non si fermeranno di fronte a un semplice: no, mi dispiace. Al centro “Erinna” di Viterbo coordinato da Anna Magni, le donne sono soprattutto italiane e non straniere, perché il problema della violenza sessuale non è un problema di sicurezza come la maggioranza dei mass media italiani vuol far passare, e si tratta di abusi, violenze sessuali, maltrattamenti, umiliazioni fino all’urina versata sul corpo e minacce di morte, cose atroci di cui molte donne non sono neanche consapevoli perché non riescono a capire quello che stanno subendo soprattutto se sono all’interno del matrimonio. “A Viterbo – continua Anna Magni – abbiamo avuto tre casi di stupro da parte del branco ma la maggior parte sono tutti abusi in famiglia, e non avendo la possibilità di un rifugio a volte ospitiamo noi queste donne o ci autotassiamo per pagare un albergo”.

Ma veniamo ai dati nazionali: questi centri nel 2009 hanno accolto sul territorio italiano 13.587 donne, delle quali 9.126 italiane e 3.859 straniere, per un totale di 49.158 colloqui, quasi 50.000 donne prese per mano e condotte fuori da un incubo. “La situazione più comune è la violenza in famiglia – conferma Emanuela Moroli, presidente di Differenza donna di Roma – ma adesso stiamo sfiorando il 90%, e la cosa tragica è che sono sempre partner o ex partner o anche i parenti più stretti. Figure che più sono vicine e più sono pericolose con un livello altissimo di stalking che spesso sfocia nell’omicidio. Quest’anno in 26 giorni tra ottobre e novembre sono state uccise 19 donne, quasi una donna ogni due giorni, una cosa che non succede neanche nei paesi in cui c’è il delitto d’onore. E ti rendi conto che è una mattanza, e che rispetto a questa mattanza le istituzioni e gli Enti locali sono indifferenti, anzi ostili, perché non capiscono la ragione per cui dovrebbero dare i soldi ai centri antiviolenza, e lo sai perché? perché pensano che non sia un fenomeno importante, non si rendono conto della distruzione devastante che una violenza porta in una famiglia, su una donna, sui bambini. Queste istituzioni non sono solo indifferenti, sono ignoranti”.

Un’ignoranza che nel 2010 ha causato 115 morti tutte ascrivibili a violenze da parte di uomini, un vero e proprio femminicidio in costante aumento dal 2006 a oggi, e questi sono dati che non solo confermano l’alto rischio che le donne maltrattate corrono, ma che individuano nella società italiana il pericolo più grosso, perché il 76% degli assassini sono uomini italiani e per la precisione il 36% sono mariti, il 18% conviventi, il 9% ex, il 13% parenti. Come la ragazza di Terracina uccisa qualche giorno fa dal suo ex, un uomo agli arresti domiciliari che un anno prima l’aveva accoltellata ma che non era stato considerato pericoloso, ma allora uno si chiede: perché la ragazza è andata a casa sua? “Perché la percezione del pericolo da parte della donna è in relazione a come l’uomo viene considerato dalle istituzioni – risponde Mariolina Martelli del centro “Lilith” di Latina – se l’uomo non viene allontanato subito, o è anche ai domiciliari come in questo caso, la donna percepisce un pericolo minore e si espone, cioè si mette lei stessa in pericolo di morte. Anche se, e questo lo dico in tutta sincerità, le donne che si rivolgono al centro non muoiono, perché vengono sostenute e imparano a proteggersi, imparano a distinguere”.

Una rete di donne, una rete di mani tese difficile da spezzare, come quelle di Vichi Zoccoli e delle sue operatrici, venute a Roma da Cosenza per dire che il rifugio del Centro “Roberta Lanzino” lo hanno dovuto chiudere perché non avevano più soldi: “E’ un dolore profondissimo vedere queste donne che ti vengono a bussare direttamente a casa perché non sanno dove andare. Una di loro, dopo la chiusura del rifugio, ha chiamato i carabinieri per una settimana, tutti i giorni chiedendo aiuto, non sa che fare né dove andare. Il rischio di queste donne è di vita o di morte, e se le donne muoiono perché non sono ascoltate e soccorse, le istituzioni si devono prendere la responsabilità di queste morti”.

A dare un’occhiata alle raccomandazioni internazionali a sostegno dei centri antiviolenza vengono i brividi: “Devono essere assicurati finanziamenti di base sia per le istituzioni di donne che per tutte le organizzazioni impegnate nell’obiettivo di combattere la violenza contro le donne” (Risoluzione del Parlamento Europeo sulla violenza contro le donne, Doc. A2-44/86), oppure “Tutti i governi nazionali devono essere obbligati a creare e a finanziare un’offerta esaustiva e gratuita di supporto alle donne maltrattate e ai loro figli” (Forum esperti Conferenza Ue, 1999), ma poi esplode la rabbia quando vai sul blog della ministra alle Pari opportunità, Mara Carfagna, e leggi che ci sarebbero ben 18 milioni di euro stanziati per il Piano nazionale contro la violenza sulle donne e lo stalking , dichiarazioni in netto contrasto con la chiusura a domino dei centri antiviolenza, in contrasto con la realtà e il buon senso. E allora la domanda sorge spontanea: i soldi ci sono o non ci sono? E se ci sono dove sono finiti?

“I 500 mila euro che erano stanziati per Napoli non sappiamo che fine hanno fatto”, dice Annamaria Raimondi del centro “Aurora” di Napoli. “Noi siamo l’eccellenza in Italia – spiega Annamaria – non c’è un altro centro come il nostro sul territorio nazionale. Siamo coordinate con l’Unità di psicologia clinica della Asl di Elvira Reale e il Centro clinico per i maltrattamenti in famiglia, e abbiamo il protocollo con il Centro ascolto psicologico. Tu dirai, che vuol dire? Te lo spiego, è un servizio di accoglienza psicologica al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli, per cui quando arriva una donna violentata o maltrattata all’ospedale viene immediatamente soccorsa, sostenuta e indirizzata al centro, non solo, perché viene fatta subito una perizia da una esperta e scatta la segnalazione in Procura in tempo reale con attestazione psicologica e la sintesi della storia. Questo facciamo noi. Un servizio con una professionalità che se la sognano, e sai qual è la verità? Che se non arrivano i soldi, noi chiudiamo a febbraio”.

Domani è la Giornata internazionale contro la violenza sessuale su donne e bambine, voluta e celebrata dall’Onu non come un giorno qualsiasi ma come una spinta ad agire sia a livello internazionale che nazionale, che punti a sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica su un’emergenza sociale troppo spesso sottovalutata e che, in realtà, rappresenta una delle più diffuse violazioni contro la persona. Lo stesso segretario generale dell’Onu,Ban Ki-moon, ha dichiarato ieri come questa non sia “una commemorazione ma una chiamata globale all’azione”, sottolineando la necessità di incrementare le risorse contro tutte le forme di violenza alle donne. Dichiarazioni delle Nazioni Unite, come quella sull’Eliminazione della violenza contro le donne del 1993, e Convenzioni internazionali, come quella per l’Eliminazione di tutte le forme di discriminazioni contro le donne del 1979 (l’anno del celebre “Processo per stupro” di Tina Lagostena Bassi, quanto mai attuale, di cui riproduciamo qui una scena), tutte sottoscritte dall’Italia, stanno lì a dimostrare che la violenza sessuale non è una bravata o un aspetto caratteriale di un uomo particolarmente irruente, ma una grave violazione dei Diritti umani. Rispettiamole e facciamole rispettare.

Cosa significa “centro antiviolenza”? (DL femminicidio IV parte)

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Luisanna Porcu, presidente di Rete rosa di Nuoro e socia della Rete nazionale dei centri antiviolenza “DiRe”.

Si parla molto, e se ne parlerà ancora, del decreto sul femminicidio che la prossima settimana approda in aula. Se ne parla perché finalmente c’è una partecipazione della società civile che lavora con indefessa volontà alla costruzione di un percorso politico e che non solo è riuscita a far mettere in agenda la questione della violenza di genere da un parlamento che ha ratificato la Convenzione di Istanbul subito dopo il suo insediamento, ma vuole partecipare direttamente a questo processo di costruzione. Una società civile fatta soprattutto di donne che non si sono svegliate una mattina e si sono accorte che esisteva la violenza di genere, ma che da tempo lavorano su questo e soprattutto hanno alle spalle il pensiero e la pratica femminista che rende possibile, oggi, un livello di discussione politico più alto, e che incoraggia le stesse istituzioni su quello che si deve fare. La violenza maschile contro le donne o femminicidio – come la si vuol chiamare basta che la si nomini in maniera contestuale e senza confondersi – non nasce dal nulla, non proviene da una improvvisa illuminazione, ma da una elaborazione politica e culturale, che non può essere trascurata. E questo a partire dai centri antiviolenza che in Italia sono stati messi in gran parte in piedi dalle donne del movimento femminista italiano, donne che hanno voluto affrontare un fenomeno strutturale attraverso la pratica e la politica delle donne stesse, costruendo sapere e professionalità sull’esperienza. Con circa 120 centri antiviolenza sparsi su tutto il territorio nazionale, di cui 64 riuniti della rete DiRe (Donne in rete contro la violenza), l’Italia non è un modello da seguire, anche se in realtà il lavoro di questi centri  potrebbe insegnare molte cose.

La scorsa settimana  la rete “DiRe”, che è stata ascoltata dalle Commissione Giustizia e Affari costituzionali della camera sul DL femminicidio, ha mosso forti critiche al decreto stesso, facendo poi sapere, attraverso un suo comunicato, che “DiRe ha evidenziato come nel decreto legge manchi qualunque riferimento al riconoscimento del ruolo che i centri antiviolenza svolgono da anni in Italia grazie ad interventi e a progetti di contrasto alla violenza contro le donne”. Del decreto sul femminicidio, la Rete non condivide “il riferimento ad un Piano nazionale straordinario di contrasto della violenza contro le donne”, in quanto “gli interventi nei confronti del fenomeno non debbono rispondere a misure eccezionali perché la violenza contro le donne non è un fenomeno straordinario ma culturale che ha sempre avuto ampia diffusione”. 

“Il decreto legge – scrive DiRe – persegue una politica di intervento emergenziale del problema, non risponde alle richieste della Convenzione di Istanbul recentemente ratificata dal Parlamento, di svolgere un intervento sistemico e di realizzare delle politiche globali ed integrate per affrontare il problema della violenza maschile”. E per questo la Rete chiede al Governo e al Parlamento “il rinnovo ed il miglioramento del Piano Nazionale esistente, e di attuare pienamente la Convenzione di Istanbul, riconoscendo in modo inequivocabile il valore storico-culturale e professionale dei Centri antiviolenza appartenenti a D.i.Re e il loro coinvolgimento in tutti i tavoli tecnici che si occupano di violenza, e lo stanziamento di specifici e adeguati fondi definiti nella legge di stabilità”. Insomma, agli stessi centri antiviolenza il decreto non piace, tanto che nella stessa relazione all’audit la presidente Titti Carrano, ha precisato che non solo questo DL “non risponde a quanto richiesto dalla Convenzione di Istanbul” ma che i centri si aspettavano “una legge organica e finanziata, che affrontasse tutti gli aspetti civili, amministrativi, penali, con un adeguato sostegno ai Centri antiviolenza”, mentre questo DL “contiene solo norme penali e ha un contenuto eterogeneo” e che se “il ricorso allo strumento penalistico è stato finora la forma privilegiata per contrastare la violenza contro le donne, non c’è alcuna relazione tra questa politica legislativa e la libertà delle donne”.

Ma che cosa è veramente un centro antiviolenza, qual è il suo percorso e la sua politica, e soprattutto come deve essere strutturato e perché è così importante che sia fatto in un certo modo? Insomma, perché i centri antiviolenza sono importanti ma non sono tutti uguali.

L’occasione per capirlo in profondità è stato l’incontro con Luisanna Porcu* (di cui riporto qui sotto l’intervento), durante il convegno “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, il 2 luglio 2012 a Nuoro (organizzato dall’associazione Rete rosa e dal consorzio Satta). Un evento moderato dalla scrittrice Michela Murgia, e con interventi di Barbara Spinelli, avvocata dei Giuristi democratici, e la sottoscritta, in qualità di giornalista, in cui si spiega non solo il funzionamento dei centri antiviolenza di DiRe ma anche la loro nascita, da dove vengono e cosa hanno fatto finora.

 

Il ruolo dei centri antiviolenza a sostegno delle donne

di Luisanna Porcu*

“Buon pomeriggio a tutte e a tutti, con questo mio intervento mi propongo di illustrare qual è il ruolo dei Centri Antiviolenza a sostegno delle donne. In Italia esistono circa 100 Centri Antiviolenza, in questo intervento mi riferisco ai 64  Centri afferenti all’associazione nazionale D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), degli altri non conosco le metodologie e le teorie a cui fanno riferimento. I Centri nascono in Italia agli inizi degli anni ’90. Fino a quel momento le donne non avevano dei luoghi dove rivolgersi per essere ospitate o semplicemente ascoltate e sostenute nei propri diritti. L’origine dei Centri si colloca nei gruppi di autocoscienza femminista ed è stato proprio merito del movimento femminista se la violenza domestica è stata portata alla luce, nominata e definita nella sua complessità, e se sono state create strutture di aiuto alle donne e posta la questione alle istituzioni come un vero e proprio problema sociale. Negli anni 90 sono nati in Italia 70 Centri Antiviolenza, ci siamo riuniti nel 1998 a Ravenna per creare una piattaforma di pratiche condivise. In questi anni i Centri hanno dibattuto su come creare servizi indipendenti e attenti a rispondere ai bisogni delle donne e dei bambini, vittime della violenza maschile, ma soprattutto come obbligare le istituzioni a mettere al centro della loro agenda politica azioni contro la violenza. I Centri non sono infatti attivi solo per l’accoglienza, non sono servizi, rappresentano luoghi di progettualità e protagonismo femminile; sono veri e propri laboratori sociali dove si produce sapere ed esperienza e dove, grazie alla sinergia delle donne, si è costruita in anni ed anni una cultura nuova.

Alla base del lavoro dei centri ci sono alcuni punti cardine. Primo: parliamo di violenza di genere, quindi di violenza contro le donne da intendersi come qualsiasi atto di violenza sessista, che produca o possa produrre danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata. Secondo: il personale è tutto femminile, perché una donna che ha subito una violenza da un uomo, nel momento in cui chiede aiuto, interpella nell’altro una rappresentazione di se stessa, quindi di una persona di sesso femminile. In teoria si parla di relazione sessuata. Il concetto di violenza contro le donne ha a che fare con le relazioni di coppia, con le rappresentazioni sociali dei rapporti di genere e con il potere. Dobbiamo partire da questo concetto per capire quanto è differente essere donne o uomini nella propria professione, perché non è vero che esiste una neutralità nel ruolo rivestito (avvocata/o, psicologa/o, ecc.). Terzo: la violenza alle donne è un problema strutturale e non un’emergenza, un problema politico-culturale. Cosa significa che è un problema politico?  Significa che affrontare il problema della violenza sulle donne diventa legittimo solo in un contesto che mette in discussione la subordinazione all’uomo di donne e bambini. Quarto: il rifiuto dell’atteggiamento di responsabilizzazione o colpevolizzazione delle donne. Infine, noi non lavoriamo mai con il maltrattante: la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani, un crimine e noi lo affrontiamo come tale, quindi lavoriamo solo con chi la subisce e mai, in nessun caso, con il maltrattante.

Per la metodologia si parte dalla considerazione che il Centro Antiviolenza è un luogo di transito verso l’autonomia, un luogo per sottrarsi alla violenza, è un luogo di avvicinamento alla libertà. Questo concetto implica il superamento di approcci tecnici standardizzati e aprioristici, a favore di un metodo che parte dal dare credito al racconto di chi soffre e dalla fiducia costruita nella relazione. Le donne che subiscono violenza, la violenza stessa e le sue conseguenze, così come i sintomi, non possono essere considerate un oggetto a cui sovrapporre le professionalità. L’operatrice, la psicologa, la legale, varcando la porta del Centro sono capaci di spogliarsi del loro ruolo, proprio per utilizzare al meglio, nella relazione, saperi e professionalità. Su questa base instauriamo un rapporto di reale reciprocità con la donna, che in quel momento è in una posizione fortemente asimmetrica, infatti si presenta non con un ruolo professionale o sociale, ma solo con il disagio e la sofferenza. Tra noi c’è una disparità che però è positiva: non siamo uguali ma possiamo esserci utili, noi non diamo forza alle donne ma ci scambiamo la forza. Le donne che hanno subito violenza sono in stato temporaneo di disagio, sono cioè donne che stanno male oggi ma potranno stare bene domani: quindi non facciamo mai una fotografia sempre negativa, sempre limitante, sempre come un destino delle donne. La donna che si rivolge a noi è un soggetto agente, è attrice principale del suo percorso di uscita dalla violenza, un percorso che la porta a riprendere in mano la sua esistenza. L’equipe del centro struttura con lei e non per lei, un progetto di ridefinizione, riorganizzazione della propria vita, e mai ci sostituiamo a lei. Il tipo di aiuto fornito alla donna non è di tipo assistenziale, in quanto la sola assistenza anche se fornisce risposte immediate, lascerebbe la donna in una situazione passiva. Lo scopo del nostro lavoro è invece quello di aiutare la donna affinché aiuti se stessa a ritrovare il coraggio e la forza per costruirsi un progetto di vita futura concreto che tuteli se stessa e suoi figli. Un lavoro che parte dall’analisi della propria storia personale, dei sensi di colpa, del vissuto di violenza al fine di riacquistare un livello di autostima e assertività tali che le permettano di gestire e superare le difficoltà.

Nello specifico il centro di Nuoro fa accoglienza telefonica, che in genere è il primo contatto perché il telefono è un mezzo molto efficace per superare il senso di vergogna connesso alla violenza e permette di rimanere anonime. Ed è durante la prima telefonata che cerchiamo di “agganciare” la donna trasmettendole fiducia credibilità e dimostrandole che conosciamo a fondo il problema. Questo aspetto motiva la donna a presentarsi al centro a fare dei colloqui. Facciamo accoglienza presso il Centro, che consiste in una serie di colloqui di durata variabile, in base alle esigenze delle donne: ci sono donne che vengono per un anno intero a cadenza fisse e donne che frequentano il centro qualche mese o qualche volta. I colloqui hanno l’obiettivo di aprire uno spazio alla donna per parlare di sé, per elaborare il suo vissuto di violenza e superare il danno da trauma. E la metodologia prevede che ogni azione (attivazione di servizi, denunce, separazione, ecc.) venga intrapresa solo con il consenso della donna e che si lavori sempre per il suo vantaggio secondo i presupposti della protezione, della riservatezza e anonimato e del non giudizio. L’ospitalità nella casa di accoglienza, in base alla legge regionale che prevede 120 di gratuità, valutabili dall’equipe, e i progetti con i bambini vittime di violenza assistita. Le donne molto spesso hanno infatti dei figli che a loro volta sono delle vittime di violenza diretta o assistita. Il Centro mette a punto dei percorsi di riparazione del danno per i bambini e per le donne come “madri”, in quanto la violenza danneggia fortemente anche la relazione madre-bambino. La letteratura scientifica sul trauma afferma che come un’esperienza negativa danneggia il funzionamento di un bambino, altre esperienze positive e riparative, possono ridare una funzionalità corretta a delle aree che si sono messe a lavorare scorrettamente. È da qui che parte la nostra metodologia di lavoro, mettiamo quindi a punto azioni di buon trattamento come alternativa multiforme al maltrattamento all’infanzia, partendo dal presupposto che per contrastare il maltrattamento non basta individuarlo e fermarlo, come spesso si fa, ma bisogna sostituirlo con altro. Purtroppo, molto spesso, i bambini all’interno del centro fanno percorsi eccellenti di elaborazione del danno, sperimentano altri modelli di pensiero e di comportamento, stabiliscono un forte rapporto di fiducia e alleanza con la madre, unico genitore protettivo, ma poi c’è lo scontro con la realtà giudiziaria dove, per legge, nei casi di separazione l’affido è condiviso. Nei casi di violenza non dovrebbe essere così, ma poiché in Italia molto spesso si confonde la violenza con il conflitto, quando le donne chiedono la separazione viene contemplato l’affido condiviso anche se il padre è violento: eventualità che mette a rischio il bambino che verrà usato per continuare a maltrattare ed esercitare potere e controllo sull’ex partner. Casi in cui nessuno sembra tenere in considerazione che la violenza alle madri e ai bambini non si ferma con la separazione tanto che, quando i bambini chiedono di non vedere più il padre, ci sono psicologi, psichiatri e avvocati che si appellano alla cosiddetta PAS (Sindrome di alienazione parentale): una “sindrome psichiatrica” inventata dallo psichiatra americano Richard Gardner, il quale afferma che il bambino malato di Pas è un bambino manipolato dalla madre nel rifiutare il padre, e che eventuali denunce di abusi e maltrattamenti paterni, in caso di Pas, sarebbero falsi. La terapia che Gardner propone è una terapia coatta, dove il bambino deve essere allontanato dalla madre (genitore alienante) al fine di agevolare il rapporto con il padre (genitore alienato).  Il bambino per Gardner non deve essere creduto e prescrive al terapeuta di ignorare le sue lamentele e di adottare tecniche per forzare il bambino a vedere il padre, come per esempio dirgli che la madre andrà in prigione finchè lui non si deciderà ad incontrare il padre. Tale sindrome non è provata da alcuna ricerca scientifica, non è mai stata integrata nelle varie edizioni dei DSM e l’associazione degli psicologi americani mette in guardia gli psicologi forensi dall’utilizzarla. In Italia però si fanno ancora molte diagnosi di PAS.

Ma chi sono le donne che si rivolgono al centro? Nel 97% dei casi si tratta di donne che hanno subito violenza in famiglia dal proprio partner o ex, e sono donne che hanno subito violenza fisica, psicologica, economica, sessuale o stalking. Provengono da tutte le classi sociali e con differenti livelli di istruzione e molte hanno un lavoro, mentre altre lo avevano ma sono state costrette a lasciarlo perché il proprio partner non le permetteva di andarci. Tuttavia c’è da chiarire una volta per tutte che anche l’indipendenza economica delle donne non costituisce una garanzia di libertà dalla violenza, vi sono meccanismi psicologici e culturali complessi  per cui una donna rimane con il partner violento.

E chi è il maltrattante? Il maltrattante è un uomo normale, con una vita sociale e relazionale normale, nel 99% dei casi con un lavoro. L’uomo violento per sfuggire alle sue responsabilità, tenta con qualunque mezzo di favorire il silenzio della donna ma se non riesce ad ottenerlo attacca la credibilità della stessa: è pazza, non è vero, si è inventata tutto, mi vuole rovinare perché le ho detto che non la amo più, ecc.

Naturalmente nel centro si svolgono attività di formazione, prevenzione e sensibilizzazione, ma anche gruppi di auto e mutuo aiuto, interventi per le donne migranti, consulenza legale, orientamento e accompagnamento al lavoro, attività di rete, raccolta ed elaborazione dati, raccolta di materiale in tema di violenza. Mentre le figure professionali presenti sono l’operatrice di accoglienza, la psicologa, l’assistente sociale, la collaboratrice amministrativa, educatrici per le bambine/i, legali, ricercatrici/documentariste, progettiste e formatrici (alcune figure sono volontarie altre hanno regolari rapporti di lavoro).

Ma a essere continuamente messa a dura prova è anche la credibilità di chi lavora per far emergere e contrastare la violenza sulle donne: ci troviamo molto spesso sottoposte a un isolamento professionale e a una squalifica personale. Per esempio io molto spesso non vengo nominata con il mio nome ma come la figlia di Antonietta Davoli, come a voler minimizzare o annullare le mie competenze professionali e attribuire il mio ruolo solo perché figlia di una femminista che prima di me ha lavorato per le donne – quindi in qualche modo figlia d’arte – e non perché  donna capace di lavorare per altre donne a prescindere da chi è o non è mia madre.

In questi 17 anni di lavoro la solitudine professionale è stata svalutante e a tratti veramente pesante da tollerare, ma poiché partiamo dal presupposto che per ogni donna offesa siamo tutte parte lesa, vedere le donne che possono scegliere della loro vita ci ha fatto arrivare sino ad oggi, fiere di essere donne che lavorano per altre donne. Grazie”

 

*Luisanna Porcu è presidente di Rete rosa di Nuoro e socia della Rete nazionale dei centri antiviolenza “DiRe”.

 

 

La violenza non è un passepartout (DL femminicidio II parte)

autodeterminazione_donne_01Mentre sui giornali appaiono notizie di arresti in flagranza per violenza domestica grazie al decreto legge sul femminicidio (n.93/2013), come se fosse spuntata la bacchetta magica in mano a uno Stato incapace di affrontare il problema, continuano le critiche argomentate verso il DL di ferragosto che però, guarda caso, non hanno uno spazio mediatico adeguato, almeno sui giornali nazionali a grande tiratura. Un meccanismo di speculazione più pericoloso e strumentale del silenzio, che tratta ormai il femminicidio come un passepartout che fa notizia e su cui anche chi non ha strumenti né metodo di approccio, può avventurarsi facendosi spazio nella giungla delle redazioni e dell’informazione (più o meno come fa il parlamento italiano e il governo attuale per mettersi una stelletta in petto).

Chi ne parla come di un fenomeno “risolto” in barba alla Convenzione di Istanbul ben lontana, come contenuti e intenti, da questo decreto. Chi, una volta imparato il nuovo termine, lo schiaffa in cronaca nera senza cognizione dicendo che forse si tratta di un femminicidio appena si parla di un cadavere femminile, e chi invece si sente in dovere, o in diritto, di intervenire sulla questione pensando di fare “del bene” e lasciando dietro di sé più danni che altro.

Ed è per questo che mi dispiace di aver letto qualche giorno fa proprio su un blog come la 27ora, che ha fatto un ottimo lavoro sulla violenza e da cui ci si sarebbe aspettati altro, l’intervista allo stalker “Claudio” fatta non da uno sprovveduto qualsiasi ma da una firma importante come quella di Beppe Servergnini (che non mi sembra si sia mai occupato di violenza né di diritti o discriminazioni sulle donne). Senza rendersene conto, l’intervista fa una scivolata implacabile ripercorrendo i luoghi comuni più pericolosi e più frequenti sulla violenza contro le donne, luoghi comuni che ancora troppo spesso riecheggiano nelle aule di tribunale e si ritrovano anche scritti su sentenze. E’ quella che viene chiamata rivittimizzazione, quell’arma affilatissima che proviene dal pregiudizio e dalla illusione che basta essere “brave persone” o “bravi professionisti”, per essere oggettivi e bilanciati, mentre la cultura millenaria patriarcale fa il suo lavoro nel profondo. Trattare le donne come se fossero vittime indifese da proteggere, come fossero perenni inadeguate, mettere sullo stesso piano la violenza maschile con la reazione  femminile di fronte a una pressione psicologica – che più passa il tempo e più degenera in violenza – ma soprattutto dare voce all’autore della violenza senza né dotarsi di strumenti di approccio e analisi su questo, e senza dare la possibilità a chi ha subito quella violenza di raccontare quello che lei ha vissuto, può essere considerata causa di una rivittimizzazione in questo caso mediatica. Un nodo che ha tenuto ben lontani i giornalisti da molti centri antiviolenza, che per molto tempo si sono rifiutati di dare in pasto le storie delle donne come se fosse materiale sensazionalistico, anche perché consapevoli della scarsa preparazione dei giornalisti stessi su un tema così delicato: un gap, tra la realtà della violenza e l’informazione che se ne dava, che oggi stiamo cercando faticosamente di riempire e su cui non vorremmo tornare indietro. Dire che lui è entrato in casa con l’accetta ma che lei, durante una lite, aveva preso un coltello in mano. Dare la sensazione che l’uomo è un poveretto respinto da una donna che giocava coi suoi sentimenti di uomo ferito, senza chiamare quel tipo di situazione col suo vero nome, cioè violenza psicologica (così come è riconosciuta dalla letteratura internazionale e anche dalla Convenzione di Istanbul), è molto più pericoloso di quanto si possa pensare. Perché quello che è importante non è soltanto il racconto dei fatti, ma l’imparare a raccontarli perché in un contesto culturale così discriminatorio per le donne, il messaggio che passa può essere devastante. Se chi scrive non se ne rende conto, non per colpa sua o perché maschilista, ma perché il terreno culturale su cui si muove è questo e investe tutt*, quello che culturalmente passa – e che è la bomba H nei tribunali, nelle caserme, e anche in alcune perizie psicologiche e nella mediazione di certi casi – è l’idea che in fondo la violenza è un ingrediente dei rapporti intimi. Quello che non va, e che andrebbe investigato a fondo, è che se si confonde la violenza psicologica (ma anche fisica o sessuale nei rapporti d’intimità), con una semplice conflittualità della relazione, la conseguenza che ne deriva ricade sulla vita e l’incolumità delle donne stesse. E’ per questa convinzione culturale ormai radicata dei rapporti sbilanciati tra i sessi, che nei tribunali si consumano le tragedie di donne non credute fino in fondo, messe sullo stesso piano dell’autore della violenza che loro stesse hanno vissuto, e quindi rivittimizzate.

Se il problema è strutturale, l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, diventa uno dei fattori principali per il cambiamento culturale dove le donne non possono essere dipinte sempre allo stesso modo: o vittime o provocatrici (che ricalca il o madonne o puttane). E se davvero si vogliono “aiutare” gli uomini ma non si hanno gli strumenti per addentrarsi in questo mondo “sconosciuto”, non si intervista un autore di violenza così, ma chi lavora con questi uomini, chi sa dove andare a cercare, chi conosce i punti critici di una certa complessità e sa cosa domandare e come farlo. Ci sono associazioni, come Be Free e Maschile Plurale, che fanno ottimi piani di recupero in carcere con gli stupratori e con grandi risultati, perché allora non ascoltare loro o farsi consigliare? o semplicemente dare questa incombenza a un giornalista che su questo mastica tutti i giorni?

La tradizione vespiana ci insegna quanto sia controproducente ridurre le donne ad argomento da salotto, dove si presuppone di fare opinione con chiunque e sulla qualsiasi. Per queste ragioni, e non solo, non basta essere “sensibili” al femminicidio ma bisogna conoscerlo a fondo, bisogna essere preparati, studiare, ed è fondamentale – come insiste da tempo la società civile – la formazione per giudici, forze dell’ordine, medici, avvocati, psicologi, assistenti sociali, ma anche per i giornalist* (almeno quelli che se ne vogliano occupare). Chi metterebbe un giornalista che fa sport al desk di politica interna? quale direttore assumerebbe per fare economia un collega che fino a ieri faceva cinema? e perché questo non vale quando si parla di diritti, discriminazioni e violenza di genere? Forse perché la cultura che vede le “cose di donne” come un terreno di serie B è introiettata a tutti i livelli? Quindi, se non basta essere un eccellente giornalista come Servergnini per mettere mano a una così tanto delicata questione, ancor meno accettabile è un governo che ha redatto un decreto sul femminicidio insufficiente, senza tener conto della complessità del fenomeno e tralasciando le consultazioni con quella società civile indipendente, assai più competente in materia di questo governo e delle due camere messe insieme.

Per chiarire le ragioni per cui questo decreto legge sul femminicidio cambierà un millesimo di quello che invece dovrebbe cambiare, e perché un approccio integrato a 360 gradi è fondamentale, riporto l’articolo di Maria (Milli) Virgilio, avvocata e docente di diritto penale comparato a giurisprudenza, e responsabile scientifica del  progetto Lexop – Gli operatori della legge tutti insieme per le donne vittime di violenza nelle relazioni di intimità.

 

“Decreto legge n.93/2013. Una prima lettura”

di Maria (Milli) Virgilio, avvocata penalista e docente

(da zeroviolenza.it e www.women.it)

“Dobbiamo rassegnarci e accontentarci? Il Governo Letta-Alfano aveva promesso di mettere nella sua agenda politica la violenza contro le donne. E, a suo modo, lo ha fatto. Modo e contenuti non ci soddisfano. Aspettavamo una legge organica e finanziata, che affrontasse tutti gli aspetti civili, amministrativi, penali, dalla educazione nelle scuole alla formazione degli operatori, dall’osservatorio di monitoraggio ai centri antiviolenza. Invece abbiamo avuto norme solo penali all’interno di un decreto legge “pacchetto” il cui testo abbiamo avuto a disposizione solo alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, cioè solo dopo la sua entrata in vigore, a cose fatte. Noi avremmo preferito, invece di esser poste dinanzi al fatto compiuto, discuterne con modalità di elementare partecipazione democratica (ma questa ormai è vuota parola, a tutti i livelli di potere; eppure dovrebbe essere un dovere per i governanti).

Ancora una volta il tema che ci sta a cuore è all’interno di un pacchetto sicurezza di contenuto eterogeneo (i decreti dovrebbero essere a contenuto omogeneo: L. n. 400/1988) e dunque non è stato ritenuto degno di autonoma trattazione. E’ così ormai da parecchi anni. Inscindibile binomio: decreti-legge e sicurezza (il titolo del decreto dice solo “sicurezza” , ma poi preambolo e articolato chiariscono che è alla sicurezza pubblica e di polizia che il Governo si riferisce). Questa volta la scelta del decreto provvisorio con forza di legge di iniziativa governativa – che la Costituzione ammette solo “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” – è giustificata ribaltando il dato oggettivo delle elaborazioni e azioni politiche delle donne che si sono attivate (spesso coinvolgendo le istituzioni) per ovviare alla cronica mancanza di dati ufficiali sulla violenza maschile contro le donne e per portare il tema alla attenzione pubblica (sforzo purtroppo stravolto dalla ribalta mediatica, tutta concentrata sui casi di assassini). Infatti il Governo – per giustificare le circostanze straordinarie di necessità e urgenza – non porta dati, ma si limita a enunciare il “susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne”. Ed è da questo che trae un “conseguente” “allarme sociale”, che – a sua volta – rende necessario “inasprire per finalità dissuasive, il trattamento punitivo per gli autori”. E’ un ribaltamento bello e buono. Curioso – e contraddittorio – che una indimostrata asserzione statistica e criminologica (un vago e ascientifico “susseguirsi di eventi”) costituisca l’unico presupposto di legittimità costituzionale (straordinaria necessità e urgenza) di un decreto legge che nel suo dettato contiene poi sia l’assegnazione al Ministro dell’interno del compito di elaborare annualmente ( art 3) “un’analisi criminologica della violenza di genere” e sia la previsione di una raccolta strutturata dei dati del fenomeno inserita nel Piano straordinario (art. 5). Insomma il presupposto del decreto ne costituisce anche l’oggetto, che deve ancora essere dimostrato.

Quanto all’arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti e atti persecutori, ne viene posticipata la vigenza al momento della conversione in legge e questo dimostra che la misura non era poi tanto urgente. Insomma ce ne sarebbe a sufficienza per contestare dinanzi alla Corte costituzionale il ricorso allo strumento decreto legge; ma – costata la prassi invalsa e alla luce della  giurisprudenza della Corte sul punto – trattasi di una strategia impervia. Non per questo la protesta e la critica sul punto devono essere taciute.

Sembra dunque non restare altro che lo spazio – oggi così risicato – delle modifiche e dei ritocchi in parlamento, da parte delle due camere (sia chiaro: lavori in commissione e non in aula; abuso dello strumento della fiducia). Quanto al contenuto, le ombre sono più delle luci. Innanzitutto le norme contro la violenza di genere di effettivo vigore sono tutte di esclusivo carattere penale. Infatti il Piano d’azione straordinario è solo annunciato ed è a costo zero (“senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”). Il vocabolario usato è oscillante e  incerto: violenza di genere; poi violenza sessuale e di genere; e ancora violenza di genere e stalking (come se violenza sessuale e stalking non costituissero violenza di genere contro le donne) . Quanto alla nozione di violenza domestica riprende sì la definizione di Istanbul, ma caricata di un ulteriore requisito fortemente restrittivo: gli atti “non episodici”.

Si aggiunga il riferimento – nella comunicazione governativa- al femminicidio (diffusamente ripreso: decreto contro il femminicidio?) che risulta un ossequio mediatico e di immagine, visto che nessuna norma si riferisce agli assassini di donne da parte di uomini  con cui sono in relazione di intimità o prossimità. A meno di non voler sostenere che qualunque modifica in materia di violenza  della legge penale (sia legge sostanziale che processuale) svolga di per sé funzione di prevenzione dei c.d. femicidi (ringraziamo per queste confusioni e per questi effetti boomerang chi continua a premere indiscriminatamente e acriticamente sul pedale del femminicidio e ad attribuirgli un significato giuridico). Non sono certo riconducibili a una funzione di prevenzione le norme più scopertamente repressive, cioè gli aumenti di pena e le aggravanti appositamente previste per “inasprire” il trattamento degli autori (tra cui quello per la violenza cd. assistita, inflitta ai minori presenti alle violenze, complesso problema che richiede ben altre coordinate azioni non solo di diritto penale). Infatti è ormai storicamente e scientificamente assodato che gli inasprimenti di pena non realizzano alcuna funzione deterrente (ancor più in tema di violenza maschile contro le donne), perché non scalfiscono l’aspettativa e il senso di impunità degli autori .

L’attenzione va piuttosto ad altri aggiustamenti.

La più significativa ci pare quella della “costante informazione in ordine allo svolgimento dei relativi procedimenti penali”. Ottimo proposito! Ma perché prevederla riduttivamente solo per i maltrattamenti contro familiari e conviventi? E perché solo per alcune delle misure cautelari, e non per la custodia in carcere? E perché non hanno inserito una ulteriore apposita  norma che imponga alla polizia giudiziaria di indicare alla donna che ha denunciato (o querelato) un riferimento personale a fine di reperibilità telefonica per i casi a rischio? La nuova misura attribuita alla polizia giudiziaria dell’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare (384 bis CPP) è pur sempre impostata come un potere di polizia che può essere esercitato d’ufficio, dunque anche contro la volontà  della donna. E la previa autorizzazione del pubblico ministero (come? nelle vie brevi, per telefono?) deve essere precisata. Le varie norme su arresto obbligatorio in flagranza (che entreranno in vigore solo dopo il vaglio del Parlamento) intervengono rendendo obbligatorio quello che già era previsto, ma in modo facoltativo. Il superamento della discrezionalità non affronta il problema di fondo, che è quello della formazione professionale delle forze di polizia (e degli operatori in generale).

Bene gli ampliamenti di garanzia su incidente probatorio (ma valgono solo per maltrattamenti). Bene anche l’audizione con modalità protette in dibattimento, ora ampliate. Bene ancora la priorità assoluta dei processi (ma di fatto – vista la crisi della giustizia – non può che essere relativa) e il patrocinio a spese dello stato. Ma sia chiaro: sono tutte norme di “tutela”, per una vittima vulnerabile, o comunque ritenuta per legge soggetto “debole”, e comunque sono norme processuali che si riferiscono a casi in cui il fatto violento è già stato portato a emersione da denuncia o querela.

Un ulteriore incremento del potere di polizia giudiziaria (soprattutto dei posti di polizia collocati nei pronto soccorso ospedalieri) è costituito dalla “misura di prevenzione per condotte di violenza domestica” (art.3). E’ ricalcata sul modello dell’ammonimento questorile per lo stalking (ove l’istanza della donna doveva precedere la querela). Questa invece vale solo per gli episodi di lesioni personali (582, 2 comma, cp) e – perché mai? – è applicabile  “anche in assenza di querela”. Ineffettivo risulta il rilascio del  permesso di soggiorno agli “stranieri vittime “ (genere?) di violenza domestica. E’ una estensione della speciale misura già prevista dalla normativa sull’immigrazione (art 18 della cd Turco-Napolitano, poi Bossi-Fini), ma non è accompagnata dalla previsione di interventi sociali di sostegno ed appoggio.

Complessivamente la filosofia del decreto comporta una riduzione della autodeterminazione della donna a vantaggio di una logica di irrigidimento e di preteso efficientismo ed economia delle attività di polizia giudiziaria e processuali. La opzione governativa è che la riluttanza della donne a denunciare e querelare e  – ancor più – la loro eventuale titubanza a proseguire nel conflitto giudiziario con le conseguenti loro rinunce e ritrattazioni  non debba essere affrontata e trattata con azioni di sostegno alle donne stesse e col rispetto dei loro “tempi”, bensì forzandole con una sorta di decisionismo istituzionale intollerante, che non ammette tentennamenti e non sopporta – diciamolo –  perdite di tempo e di energia lavorativa per gli operatori della legge, che non accettano indagini e processi che non diano garanzie di realizzare senza indugi la finalità repressiva.

Tale priorità delle logiche istituzionali repressive rispetto alla libertà femminile emerge in più parti (vedi art 3 “anche in assenza di querela”).  Ma la spia  più significativa è quella –inaccettabile –  della irrevocabilità ora sancita per la querela di stalking.

E’ evidentemente ripresa dalla scelta  – unica nell’ordinamento penale – prevista sin dal 1930 per la violenza sessuale. Ma non si confonda: per la violenza sessuale la effettiva regola è ormai dal 1996 quella della procedibilità è d’ufficio ( la procedibilità su querela è residuale e limitata a poche ipotesi). Invece lo stalking è perseguibile  – di regola, tranne pochissime eccezioni – a querela. Pertanto la innovazione della irrevocabilità per il delitto di atti persecutori rischia di essere controproducente, perché introduce un elemento di rigidità in una fattispecie che deve sinora la sua fortuna proprio alla sua duttilità e leggerezza (censurabili giuridicamente e costituzionalmente per indeterminatezza – ma questo è un altro discorso).  Ci riferiamo al numero di querele presentate: secondo i recenti dati pubblicizzati dal Ministero dell’interno sono 38.142 dall’entrata in vigore della legge 38/2009; nel 73% dei casi depositate da donne (occorre tuttavia considerare che molti fascicoli aperti vengono poi archiviati: tra il 15 e il 30% per remissione di querela e tra il 30 e il 60% per infondatezza o mancanza degli elementi costitutivi previsti dalla legge. Così risulta dalle valutazioni dei pubblici ministeri raccolte nel volume da me curato “Stalking nelle relazioni di intimità” , IUS 17, n.2/2012, Bononia University Press, Bologna ).

Siamo certe che le donne continueranno a querelare anche quando sapranno che il susseguente procedimento penale non sarà più nella loro disponibilità e non saranno più libere di ritirarsi? Sarà così inevitabilmente frenato questo tipo di emersione (pubblica) di fatti violenti, tanto più che le donne (e i media) nominano e classificano come stalking (che è violenza psicologica) anche gli  altri fatti ben più lesivi, che quasi sempre lo accompagnano, perpetrati con violenza fisica o sessuale. Si tratta insomma di una limitazione della autonomia/autodeterminazione della donna che ha subito violenza. Ci siamo forse dimenticate del dibattito ventennale che ha preceduto la legge del 1996 contro la violenza sessuale, quando la discussione fu incentrata sulla procedibilità d’ufficio o a querela?

Che fare?

Lavorare con giuriste/i, avvocate/i e magistrate/i per contrastare l’articolato tutto (compreso No TAV e dissenso sociale; non possiamo considerare solo i primi 5 articoli, ignorando il resto) e sollevare questioni di legittimità costituzionale sulla legiferazione per decreto? E’ seriamente praticabile? Lavorare con le/i  parlamentari per migliorare e emendare i ritocchi positivi e per eliminare i punti inaccettabili? Siamo in grado di riuscire a ribaltare la logica repressiva di fondo che ha ispirato il decreto, che non solo sulla violenza contro le donne, ma in tutto il suo articolato ha puntato sull’incremento dei poteri di polizia? Possiamo seriamente considerare questo decreto esclusivamente penalistico come solo un primo piccolo passo? Siamo davvero fiduciose che poi si lavorerà insieme (collettivamente e democraticamente – non solo i centri antiviolenza e le associazioni, ma anche le donne delle istituzioni e le singole) ad una legge organica e a elaborare un  Piano nazionale congruamente finanziato. Ma come garantirselo da ora? Quale impegno in tal senso esigere adesso da parlamentari e istituzioni? Saranno capaci le donne di trovare luoghi e modi per esprimere simile forza a favore della libertà femminile (e di tutti)?”.

 

 

 

Perché il decreto su femminicidio non va (I parte)

250px-IMO_Muster_station_-_IMO_Punto_di_raccoltaDopo una prima, e fin troppo facile entusiastica, esaltazione mediatica del decreto legge sul femminicidio varato dal governo Letta in pieno agosto (cosa che ha consentito un passaggio in sordina rispetto a quello che la società civile e l’informazione attenta avrebbe potuto fare e dire), arrivano adesso le prime critiche argomentate verso un impianto che presenta gravi disattenzioni. Prima fra tutti l’ingenuità (ma è davvero ingenuità?) di poter affrontare un problema strutturale come quello della violenza sulle donne e sui minori, attraverso un decreto legge “emergenziale” a costo zero, prendendolo di petto da un punto di vista penale, dopo che per almeno due anni è stato detto e ridetto (tutti i giorni credo) che, essendo un problema strutturale e quindi radicato nella società, il femminicidio è un fenomeno da affrontare a 360 gradi, con un forte impatto dal punto di vista culturale e con una serie di investimenti mirati. Una cosa che la ex ministra Idem aveva capito e che per questo (continuo a dirlo) è stata epurata. La certezza di non poter far finta di nulla, dopo l’ondata di indignazione e il massiccio tam tam dell’informazione, insieme alla ferma intenzione di non sganciare un euro sulla violenza contro le donne, ha portato Letta, Alfano e i loro compagni di avventura, alla strada più facile: un DL che, seppur con alcuni meriti – come per esempio il riconoscimento della violenza assistita dai minori – ha preso dal lavoro delle associazioni, che da sempre si occupano di questo, solo poche briciole.

E poi, ci vuole una scienza per capire che nei tribunali italiani le leggi non sono pienamente applicate? e se il problema persiste, chi ci dice che anche queste non rimangano sulla carta? forse bisognerebbe andare alla radice invece di insistere con i ritocchi. Mi sembra che i fatti ci abbiano portato spesso e volentieri a dire che qui le leggi ci sono ma che il problema è la loro applicazione. Abbiamo detto e ridetto che troppo spesso le donne non sono credute, e subiscono una vittimizzazione secondaria nei tribunali, vietata espressamente anche dalla Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia pochi mesi fa. Abbiamo sottolineato, noi ma anche la Cedaw e la Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, che in Italia non serve fare nuove leggi se poi sopra a tutto vige una cultura intrisa di stereotipi che comanda le teste dentro e fuori la giustizia. Certo, la pena può essere un deterrente e può essere funzionale, ma a che serve se poi rimane inapplicata in un contesto dove comunque le donne valgono meno degli uomini e sono discriminate a prescindere? Abbiamo idea di quanto spesso vengono archiviate le denunce di stalking perché in fondo: che sono 500 sms in una notte, e che vuoi che siano quelle minacce di morte che il tuo ex marito ti fa al telefono? (almeno fin quando non t’ammazza). Senza stare qui ad analizzare punto per punto (ma poi lo faremo), è sui minori che si raggiunge il massimo dell’ipocrisia quando da una parte si parla di violenza assistita (che va benissimo) e poi non si mette mano a quello che succede veramente ai bambini e alle bambine tolti a madri che, con la complicità dei servizi sociali, hanno denunciato violenza su di loro o sui loro figli. E questo non solo perché non si riconosce la violenza in famiglia, dato che un marito violento è comunque sempre un “buon padre”, ma perché arrivano a indicare nella madre (malevola) la responsabilità della situazione denunciata: ma signora, ma lei è esagerata, è lei che spinge suo marito all’esaurimento nervoso! E infine una domanda: vi siete chiesti perché nella stessa Convenzione di Istanbul, che la società civile voleva così fortemente, si insiste sulle tre P nell’ordine di Prevenzione, Protezione e poi Punizione?

Le Commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera dei deputati inizieranno a discutere il 6 settembre il provvedimento, mentre il 10 e l’11 settembre inizieranno le audizioni, tra cui la Corte di Cassazione e l’Anm. Mi auguro che le Commissioni ascoltino anche le associazioni che lavorano “al fronte”, e in maniera particolare la “No More” che ha al suo interno un’importante fetta della società civile che lavora nella teoria e nella pratica sulla violenza contro donne e minori, e che molte parlamentari che adesso sono lì, hanno firmato sottoscrivendola e che quindi non possono ignorare ora. Le richieste sono contenute nel comunicato (qui sotto) redatto dalla CONVENZIONE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE – FEMMINICIDIO “No More”, con cui mi trovo d’accordo per forza di cose dato che vi ho partecipato direttamente, in quanto parte del comitato promotore e referente di “Giulia”. Lo dico apertamente non per essere “di parte”, ma perché vorrei che fosse chiaro che userò/useremo tutte le forze a disposizione per evitare ogni sorta di strumentalizzazione politica e manipolazione mediatica fatta sulla pelle delle donne e dei bambini, una strumentalizzazione finalizzata a “promuovere” un governo platealmente “insufficiente”, che ancora non ha recepito né le Raccomandazioni Cedaw, né quelle della Special Rapporteur dell’Onu, e soprattutto non ha ancora capito bene cosa ha fatto quando ha ratificato la Convenzione di Istanbul (ma ve la siete letta?). Questo DL sul femminicidio della coppia Letta-Alfano è stato inserito in un pacchetto sicurezza come si fa quando si vuole mettere “una pezza”, inserendo anche “strette peggiorative” dell’esistente che non hanno nulla a che fare con la violenza contro le donne: forse perché si pensa che in fondo il problema non è degno di essere affrontato come cosa a sé, un ragionamento in perfetta sintonia con il fatto che alla fine il premier ha deciso di non rimpiazzare Idem con un’altra ministra (e non una delega) né tanto meno di darci un ministero vero e con portafoglio (figuriamoci). 

Questo governo non merita medaglie per tante, tantissime ragioni, ma questo decreto è una vergogna e un affronto per tutte le donne degne di questo nome, e questo blog seguirà il suo iter molto da vicino, diciamo a puntate, come una telenovela, perché ormai di questo si tratta.

no more piccolissimo

 UN PACCHETTO SICUREZZA CHE NON  FERMERA’ IL FEMMINICIDIO

Mentre in tutta Italia quasi quotidianamente le donne continuano ad essere uccise dopo aver denunciato violenze da parte di mariti ed ex, il Consiglio dei Ministri è intervenuto con un pacchetto sicurezza che, nonostante alcune norme condivisibili, non è affatto adeguato a contrastare quei meccanismi di disprezzo dei diritti e della dignità delle donne che  ostacolano il godimento del loro diritto alla vita e all’integrità psicofisica.   

Questo decreto legge è stato approvato senza tenere conto di tutte le  proposte e delle denunce fatte  dai centri antiviolenza e di tutte quelle associazioni di donne che da anni lottano contro la violenza, sostengono  le donne nei loro percorsi di autodeterminazione e si battono per una corretta informazione dei media sul femminicidio. Le associazioni promotrici della Convenzione No More ritengono che questo decreto legge rappresenti una risposta istituzionale al femminicidio  che,  pur in presenza di alcune norme positive – come quelle che introducono obblighi di comunicazione nei confronti della persona offesa, estendono le possibilità di incidente probatorio in forma protetta ed introducono la possibilità anche per le persone maggiorenni di esame testimoniale in forma protetta – rimane disorganica e lontana dalle reali esigenze delle donne che vogliono uscire da situazioni di violenza e degli operatori e operatrici che devono supportarle in questo percorso. Come dimostrano  gli ultimi tragici episodi, alle donne non è mancata la coscienza del pericolo, ma non sono state sostenute né protette dalle istituzioni alle quali pure si erano rivolte e che avevano il dovere di agire.

 Il femminicidio non è un’emergenza ma come affermiamo da anni e ribadisce anche la Convenzione di Istanbul,  è una questione culturale e politica profonda, che necessita di riforme strutturali. La discriminazione che le donne vittime di violenza subiscono nell’accesso alla giustizia, non può essere risolta  solo attraverso misure di polizia. E infatti le misure contenute in questo decreto non rispondono alle azioni richieste al Governo italiano dal Comitato CEDAW e dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, e sono ben distanti dal dare attuazione alla Convenzione di Istanbul e dal fornire effettiva ed immediata protezione alle donne che subiscono violenza. E’ molto grave  che il Governo abbia incluso nel decreto legge l’elaborazione del “Piano Straordinario contro la violenza sessuale e di genere” (n.b.: la violenza sessuale è una forma di violenza di genere), prevedendo espressamente che debba essere attuato a costo zero, quando ancora non ha provveduto a  verificare e rifinanziare il vecchio Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking, in scadenza a novembre. La prevenzione è la prima forma di protezione delle donne e non si può fare a costo zero.

Riteniamo urgente che tutte le Parlamentari ed i Parlamentari, ma in particolare coloro che hanno aderito alla Convenzione No More!,  si adoperino per:

–       Affrontare nel merito  il decreto legge in relazione alle proposte fatta dalla Convenzione No more  in particolare sulla prevenzione, protezione e promozione culturale contro la violenza;

–       Chiedere la verifica  immediata del Piano nazionale in modo da individuare con chiarezza  le politiche prioritarie, le responsabilità istituzionali, i tempi certi di attuazione;

–       Individuare immediatamente le risorse disponibili per l’approvazione del nuovo Piano Nazionale Antiviolenza, e sollecitare il Governo ad elaborare una bozza da sottoporre alla società civile, che indichi con esattezza le risorse allocate in ogni singola azione;

–       Calendarizzare in tempi rapidissimi al Senato il disegno di legge n.860 per l’istituzione della commissione bicamerale sul femminicidio ;

–       Convocare con urgenza un tavolo di confronto tra associazioni, parlamentari e governo per la definizione delle modifiche legislative necessarie ed efficaci per un contrasto strutturale alla violenza maschile e al femminicidio.

La Convenzione No More sarà ferma nell’impedire qualsiasi strumentalizzazione politica e mediatica della drammatica situazione che vivono in Italia le donne che vogliono uscire da situazioni di violenza, e vigilerà sulla corretta attuazione da parte delle Istituzioni delle Raccomandazioni ONU e della Convenzione di Istanbul, e della corretta informazione su quanto in esse contenuto, ricordando che le Istituzioni sono tenute a “consultazioni trasparenti e regolari, attraverso collegamenti formali ed informali con le ONG, in particolare con le associazioni femminili e le attiviste a difesa dei diritti delle donne, al fine di promuovere un dialogo costruttivo e partecipato nel raggiungimento dell’uguaglianza di genere”. (Raccomandazione n. 19c/2011 del Comitato CEDAW all’Italia).

CONVENZIONE NOMORE

convenzioneantiviolenza@gmail.com

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