L’irrazionale paura del gender e la censura su Michela Marzano

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Il sesso biologico non determina necessariamente l’orientamento sessuale di una persona che non per forza dovrà essere eterosessuale: questa la realtà dei fatti, e allora perché accanirsi con tutte le proprie forze per negare questa evidenza? Quello che sta succedendo in Italia da un po’ di tempo è una indegna alzata di scudi contro un’ipotetica teoria del gender che si vorrebbe insegnare a scuola confondendo le idee a povere anime innocenti, su cosa sia un maschio e una femmina e sulle infinite modalità di accoppiamento anche “contro natura”. E quella che in un primo momento sembrava una banalità insostenibile da guardare con distanza e con un sorriso di compassione, perché impossibile da sostenere, nel giro di pochi mesi è diventata un fenomeno preoccupante che rivela davvero l’anima conservatrice, bigotta e fascista mai morta di questo Paese.

La questione è nata tempo fa dalla notizia della divulgazione nelle scuole di libretti dal titolo “Educare alla diversità nella scuola” messi in campo con il governo Letta e poi dati in pasto a una stampa omofobica che ha usato il libello incriminato per far credere che a scuola si insegnasse come diventare gay e lesbiche, o addirittura a masturbarsi (come se ce ne fosse bisogno). Una bufala dai risvolti grotteschi che la stessa attuale ministra dell’istruzione, Stefania Giannini, è stata costretta a smentire al Corriere della Sera affermando che questi opuscoli erano in realtà strumenti “di sensibilizzazione all’educazione alla parità tra i sessi, quello femminile e quello maschile, perché la nostra società deve fare dei passi avanti su questo fronte, e per prevenire la violenza di genere e l’omofobia”.

Ma in Italia la famiglia non si tocca e sebbene si parli da anni dell’importanza di un cambiamento culturale che combatta gli stereotipi, che sono anche alla base della violenza maschile sulle donne, oggi questi stereotipi non solo sono ancora presenti e agiti, ma addirittura difesi all’arma bianca. Per molti italiani la famiglia è ancora solo e unicamente etero, l’uomo deve essere educato a fare il maschio e la donna la femmina, in barba a tutte le convenzioni internazionali sulla discriminazione di genere ratificate dall’Italia, compresa la recente Convezione di Istanbul che, riguardo il contrasto alla violenza maschile sulle donne, batte il moltissimo sulla trasformazione culturale e l’abbattimento degli stereotipi che sono sessisti e distruggono la vita sia delle donne che degli uomini.

Ma l’inesistente teoria del gender, coltivata a dovere dalla destra e dal mondo cattolico nel terreno della proverbiale ignoranza dell’italiano medio, ha avuto un eco così grande da creare sia un allarme irrazionale da crociata contro l’educazione alla diversità nelle scuole, sia una sorta di caccia alle streghe, scoprendo il vero volto di un Paese incapace di qualsiasi passo verso un reale progresso laico e civile.

Su un sito di divulgazione come Wikipink si legge che le espressioni teoria di genere o ideologia di genere “sono la traduzione dall’inglese di gender theory e gender ideology” e che “sono utilizzate dai sociologi, dagli antropologi, dai filosofi, dagli psicologi e dagli altri studiosi che si occupano dei cosiddetti gender studies (in italiano: studi di genere)”, che può significare lo studio del ruolo della donna o il comportamento maschile in una data società e in un certo periodo storico, in un contesto però in cui la lingua inglese “usa la parola teoria in senso molto più ampio di quanto non faccia la lingua italiana”. Teoria che mette in discussione l’ideologia di genere o anche “ideologia maschilista usata per indicare l’attuale asimmetria di potere tra gli uomini e le donne nella società occidentale, quelle credenze predominanti nel mondo occidentale dell’uomo bianco che hanno diffuso i valori, impliciti ed espliciti, riguardo alla naturalezza (e correttezza) del dominazione di un gruppo (maschio, bianco, proprietario, colonizzatore) su gruppi subordinati (femmina, non bianca, non proprietaria, colonizzata)”.

La fonte spiega come “I gruppi cattolici che combattono, con crescente veemenza, le teorie di genere non hanno come bersaglio coloro che studiano la condizione della donna in una sperduta tribù dell’Amazzonia, o il metodo per identificare il sesso d’un nascituro. Il loro obiettivo sono infatti le teorie sul genere formulate dagli psicologi e dai biologi a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso” e che “Uno dei loro bersagli, spesso citato, è la teoria proposta da John Money secondo la quale l’identità di genere potrebbe svilupparsi anche in contraddizione con il sesso biologico ma in accordo con quello che Money chiamava sesso di crescita, ossia, sulla base dell’educazione ricevuta”, per distinguere così il sesso biologico dalle quelle caratteristiche culturali che attribuiscono, in diversi contesti, caratterizzazioni diverse all’uomo e alla donna.

Attivisti cattolici che affermano “che alcuni organismi internazionali e potenti lobby di potere LGBTI promuovono questa teoria attraverso la sostituzione del termine sesso con il termine genere, l’estensione alle coppie dello stesso del diritto al matrimonio, all’adozione, e alle tecniche di riproduzione assistita”.

La paura infatti non è solo quella dei genitori di ritrovarsi bambini e bambine “diversi” per colpa del libretto messo all’indice, ma è il riconoscimento dei diritti civili, l’accettazione dell’omosessualità come una scelta libera e normale, il riconoscimento di famiglie omosessuali con figli di fatto. Ovvero la messa in discussione della sacra famiglia: mamma, papà e figli rigorosamente educati a perpetrare stereotipi che sono fonte di discriminazione e violenza in base al genere (contro le donne) o in base alle scelte sessuali (omosessuali, lesbiche, trans, ecc.). Un fantastico mondo di violenti, razzisti, omofobi, maschilisti.

Ma l’accanimento oggi in Italia tocca il grottesco se in un sito che si chiama “Pro vita” descrivendo un convegno all’Università di Catania, prende di mira la professoressa Graziella Priulla, sociologa della comunicazione e della cultura e docente ordinaria di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania, perché indica la teoria del gender come un pericoloso strumento usato ad hoc per “l’intromissione della Chiesa cattolica nella vita laica del Paese, nel tentativo di riappropriarsi del monopolio sulle fasi evolutive (e quindi anche quella sessuale) dell’individuo”. Una preoccupazione che “Pro vita” mette alla berlina sottolineando come “i laici, le donne e gli insegnanti democratici stanno combattendo con noi” (cioè con loro).

Michela Marzano nel suo ultimo libro “Papà, mamma e gender” (Utet), cita campagne e spot sia di “Pro Vita” che di “Manif pour tous”, in cui si racconta che attraverso la teoria del gender a scuola si sarebbe insegnata la masturbazione in età scolare: “Spot che falsificano la realtà, influenzano l’opinione pubblica, anche quando questa è in buona fede”, dice Marzano. “Si parla di gender, si parla di educazione, ma in realtà quello che disturba è l’omosessualità – spiega in una intervista a Wired – cioè è il fatto che si continua a pensare che ci sia una superiorità dell’eterosessualità sull’omosessualità, e si continua a pensare che gli omosessuali siano cittadini di serie B”. E questo malgrado tutte quelle famiglie esistenti che non corrispondono allo schema “normale” di papà, mamma e figli.

Un atteggiamento da restaurazione che ormai non è più serpeggiante ma manifesto tanto che il comune di Padova ha rifiutato di fare la presentazione del libro di Michela Marzano per sabato 14 novembre, con tanto di motivazione scritta, nei locali del comune in quanto, recita il comunicato firmato dal sindaco leghista Massimo Bitonci: “Il Consiglio Comunale, con mozione 2015/0070 approvata il 5/10/2015 ha impegnato il Sindaco e la Giunta Comunale a vigilare affinché non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e che venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità. L’indirizzo approvato dal Consiglio Comunale individua pertanto un preciso interesse pubblico, impegnando il Comune nella vigilanza affinché sia rispettato ‘il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità’. Infatti il Consiglio Comunale con la predetta Mozione ha riconosciuto ‘la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come un’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e nel matrimonio liberamente contratto tra un uomo ed una donna il fondamento della famiglia quale società naturale, e ad afferma altresì come la famiglia sia il nucleo naturale e fondamentale della società e che come tale ha diritto di essere valorizzata. L’iniziativa da voi promossa, come richiesta di una sala comunale per la presentazione di un libro che avvalora ‘la teoria gender’ si pone in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’Amministrazione Comunale su tale tematica”.

E anche se ieri il rettore Rosario Rizzuto ha aperto l’ateneo di Padova invitando Marzano a presentare lì il suo libro (sempre sabato 14 novembre), rimane il fatto che questa miscela esplosiva di ignoranza e conservatorismo, porta il segno di una pericolosa restaurazione in un Paese in cui adolescenti gay si suicidano perché non accettati e degradati dai compagni, le ragazze hanno il terrore di denunciare gli stupri subiti dai propri amici, e le donne vengono ancora uccise soprattutto nel momento in cui si separano uscendo proprio dallo stereotipo madre-moglie non accettato dal partner violento ma promosso da una ideologia che ci fa tornare indietro di mille anni.

(di seguito la risposta al Comune della Libreria “Lìbrati” di Padova che ospita la scrittrice il pomeriggio di sabato 14)

La libertà non si ferma. Che piaccia oppure no

da La libreria delle donne di Padova

Sabato 14 Novembre Michela Marzano sarà a Padova. Alle 16.00 avrebbe dovuto fare un incontro in Sala Paladin e poi, alle 18.00, venire a Lìbrati. Ci hanno comunicato ieri che il Sindaco ha negato la disponibilità della Sala adducendo la seguente motivazione:

“Si precisa che il Consiglio Comunale, con mozione 2015/0070 approvata il 5/10/2015 ha impegnato il Sindaco e la Giunta Comunale a vigilare affinchè non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e che venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità. L’indirizzo approvato dal Consiglio Comunale individua pertanto un preciso interesse pubblico, impegnando il Comune nella vigilanza affinchè sia rispettato ‘il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità’. Infatti il Consiglio Comunale con la predetta Mozione ha riconosciuto ‘la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come un’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e nel matrimonio liberamente contratto tra un uomo ed una donna il fondamento della famiglia quale società naturale, e ad afferma altresì come la famiglia sia il nucleo naturale e fondamentale della società e che come tale ha diritto di essere valorizzata. L’iniziativa da voi promossa, come richiesta di una sala comunale per la presentazione di un libro che avvalora ‘la teoria gender’ si pone in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’Amministrazione Comunale su tale tematica”.

Si tratta di un’azione intollerabile che non può essere accettata né fatta passare sotto silenzio. Le Sale Comunali non sono di proprietà del Sindaco ma dei cittadini e delle cittadine di Padova e non sta nei poteri del Sindaco stabilire quali libri possano o non possano essere presentati, ciò che può essere o non essere letto, ciò che può essere o non essere detto. Si tratta di un chiaro abuso di potere. Un Sindaco non può minare la libertà di parola e di espressione. Farlo significa mettere in pericolo  i fondamenti della democrazia, democrazia che vuol dire pluralità.

L’educazione di genere è educazione al rispetto e lotta alla violenza, è apertura alla libertà e alla consapevolezza di sè. Il contrario dell’educazione di genere è violenza, omofobia, sessismo, è espressione della volontà di un pensiero unico, quindi fascismo.

Comunque sia l’affannarsi di coloro che, appellandosi ad una fantomatica teoria del gender, tentano di frenare l’apertura verso le differenze, la legittimazione dell’amore in tutte le sue forme, la lotta contro gli sterotipi di genere, è inutile, si tratta di una lotta vana destinata al fallimento. Non basterà negare gli spazi pubblici, bandire libri dalle scuole, fare proclami per impedire un cambiamento che è già in atto nella nostra società. La libertà non si ferma. Che piaccia oppure no.

Appunto perchè non abbiamo intenzione di fermarci di fronte a questi tentativi liberticidi, vi aspettiamo numerosissime e numerosissimi a Lìbrati, sabato alle 18.00. Incontreremo la bravissima Michela Marzano per un dibattito sul suo nuovo libro “Papà, mamma e gender”. Parleremo di libertà, di amore e di rispetto, gli ingredienti indispensabili per costruire una società più giusta (altrochè famiglia “naturale”).

Denim Day contro la violenza sulle donne: oggi racconto perché non ho denunciato

dal Manifesto

Anar­kikka per #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimday

Anar­kikka per #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimday

Oggi è il Demin Day, la gior­nata isti­tuita 15 anni fa dall’associazione “Peace Over Vio­lence” in rispo­sta alla sen­tenza della Cas­sa­zione che in Ita­lia assolse un uomo dallo stu­pro di una ragazza per­ché indos­sava un paio di jeans. E in que­sta gior­nata lan­ciamo la sfida di pub­bli­care arti­coli con lo stesso titolo: “Per­ché non ho denun­ciato” e comin­ciamo facen­dolo in prima per­sona sui blog del “Fatto”, “Il Mani­fe­sto” e del “Cor­riere”. L’iniziativa è pro­mossa da un gruppo di gior­na­li­ste (Luisa Pron­zato, Nadia Somma, Luisa Betti) che invi­tano tutte le altre, gior­na­li­ste e blog­ger, a fare pro­prio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a rac­con­tarsi rispon­dendo a “Per­ché non ho denun­ciato”? Hanno già ade­rito all’iniziativa i blog di Anar­kikka (che rin­gra­ziamo per aver dise­gnato l’immagine di oggi), “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, “Lip­pe­ra­tura” di Lore­dana Lip­pe­rini e “Gen­der, genere, genre… ma non solo” di Rita Ben­ci­venga. Rilan­ce­remo, e chie­diamo di rilan­ciare, per tutta la gior­nata, pro­se­guendo anche nei giorni suc­ces­sivi, gli arti­coli e le sto­rie che segui­ranno a que­sto appello con l’hastag #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimDay.


Oggi ci metto la fac­cia nel vero senso della parola, per­ché quell’occhio nero me lo sono por­tato in giro per più di una set­ti­mana senza bat­tere ciglio. Certo, con un paio di occhiali grandi e con grosse lenti nere, potevo coprire tutto l’occhio ma quando me li toglievo, si vedeva che era un bel caz­zotto dato in fac­cia. Un caz­zotto che non mi andava né su né giù, ed è per que­sto che anch’io, donna riso­luta, sicura di me, e con un bel baga­glio alle spalle, a mia madre che mi chiese: cosa hai fatto? Risposi: ho bat­tuto a uno spi­golo. Una rispo­sta che non avrei mai imma­gi­nato di dare, e che mi uscì quasi spon­ta­nea dalla bocca, come quelle frasi fatte che non rie­sci a fer­mare men­tre ti escono auto­ma­ti­ca­mente con un rapido movi­mento delle labbra.

Ma come, pro­prio io?

Sì, pro­prio io.

Il rodi­mento misto a umi­lia­zione però non era tanto quel livido che rovi­nava l’estetica del mio bel visino quanto il dover ammet­tere che il mio com­pa­gno, che subito dopo è diven­tato ex, era que­sto e che ero stata anni con un tizio che in realtà era un’altra per­sona: ma come, pro­prio a me? (mi doman­davo). Sì cara, pro­prio a te (mi rispon­devo). Per­ché quel livido sul viso era la dimo­stra­zione tan­gi­bile che mi ero sba­gliata, che la per­sona con cui avevo con­di­viso una parte impor­tante della mia vita era que­sto, e che io, pro­prio io, per que­sto abba­glio (come se fosse una mia respon­sa­bi­lità), ora mi ritro­vavo anche con un occhio pesto che mi ver­go­gnavo a mostrare e che mi ricor­dava quell’errore (sem­pre mio) ogni volta che mi guar­davo allo specchio.

Era tanto tempo fa, e ancora non avevo fatto tutto il per­corso che ho fatto dopo, ma cer­ta­mente avevo gli stru­menti per capire che quella vio­lenza era solo la punta dell’iceberg di un’altra vio­lenza che andava avanti da tempo, da molto tempo. Una vio­lenza sot­ter­ra­nea, sub­dola, che era scop­piata in vio­lenza fisica solo a corol­la­rio di anni di pres­sione psi­co­lo­gica che per gli addetti ai lavori ha un nome e si chiama: gaslighter (que­sto invece l’ho sco­perto dopo).

Essere vit­tima di gaslighter non è una cosa che si rac­conta facil­mente, per­ché quando ti guardi indie­tro, ti chiedi: come ho fatto a uscirne? Stare den­tro una rela­zione in cui il part­ner altera la realtà che vivete fino a farti cre­dere che la vera realtà è quella che lui costrui­sce per non ammet­tere una per­so­na­lità distorta, ti fa diven­tare pazza (o quasi) e ti fa vivere in un mondo com­ple­ta­mente alte­rato. Tu non vedi più nulla e la tua ricerca costante è solo la veri­fica delle tue sen­sa­zioni, del tuo piano di realtà, in un con­te­sto in cui la per­sona che vive con te, e ti cono­sce, mani­pola con­ti­nua­mente tutto quello che vi cir­conda fino a desta­bi­liz­zarti completamente.

Gaslighter deriva dal titolo di un film, “Gaslight” diretto da Georg Cukor nel 1944, dove un marito cerca di por­tare la moglie alla paz­zia mani­po­lando l’ambiente e in par­ti­co­lare le luci a gas abbas­sate con­sa­pe­vol­mente da lui: cosa che la moglie nota ma che lui insi­ste essere solo frutto dell’immaginazione di lei che comin­cia così a dubi­tare di se stessa. Per la let­te­ra­tura “Lo scopo del com­por­ta­mento di gaslighting, comune alle tre cate­go­rie di mani­po­la­tori, è ridurre la vit­tima a un totale livello di dipen­denza fisica e psi­co­lo­gica, annul­lare la sua capa­cità di scelta e respon­sa­bi­lità”. Il gaslighter, che mette in atto la mani­po­la­zione men­tale, “fa cre­dere alla vit­tima di vivere in una realtà che non cor­ri­sponde alla realtà ogget­tiva e mina alla base ogni sua cer­tezza e sicu­rezza: in sostanza agi­sce su di lei un vero e pro­prio lavag­gio del cervello”.

Ed era pro­prio così, per­ché dopo anni di alta­lene emo­tive e di simu­la­zioni, nel momento in cui il suo imma­gi­na­rio piano di realtà è venuto a galla, e io ho capito che c’era qual­cosa che mi sto­nava mal­grado la sua fer­rea inten­zione di impor­melo, tutto è scop­piato. Fino a quel caz­zotto arri­vato pro­prio nell’ennesimo ten­ta­tivo, suo, di farmi pas­sare per matta, a me, e nel voler affer­mare la sua pre­tesa di farmi cre­dere una realtà com­ple­ta­mente inven­tata, ancora una volta, alla quale io resi­stevo con tutte le mie forze per­ché, appunto, non ero scema.

Per essere più chiari, in una dina­mica di vio­lenza psi­co­lo­gica, il gaslightingattra­versa tre fasi:

1) Incre­du­lità in cui la vit­tima non crede a quello che sta acca­dendo né a ciò che vor­rebbe farle cre­dere il suo “carnefice”.

2) Difesa in cui la vit­tima ini­zia a difen­dersi con rab­bia e a soste­nere la sua posi­zione di per­sona sana e ben “pian­tata” nella realtà oggettiva.

3) Depres­sione dove la vit­tima si con­vince che il mani­po­la­tore ha ragione, getta le armi, si ras­se­gna, diventa insi­cura ed estre­ma­mente vul­ne­ra­bile e dipendente.

Io mi sono fer­mata alla seconda, anche se ero a un sof­fio dalla terza, e mal­grado ciò per uscirne fuori com­ple­ta­mente sono stata costretta ad allon­ta­narmi per anni dal mio mondo di rela­zioni sociali, dai miei rap­porti, da amici e anche dal mio ambiente di lavoro (con danni seri alla mia vita).

La psi­co­loga Mar­tha Stout sostiene che “i socio­pa­tici usano fre­quen­te­mente tat­ti­che di gaslighting”: “per­sone che tra­sgre­di­scono coe­ren­te­mente leggi e con­ven­zioni sociali” e che “sfrut­tano gli altri”. In buona sostanza “bugiardi cre­di­bili e con­vin­centi che negano coe­ren­te­mente ogni misfatto”: un ritratto per­fetto del mio ex che per anni ha simu­lato un’altra per­sona in un rap­porto a due e in maniera dav­vero con­vin­cente, da grande attore. Una simu­la­zione che gli rie­sce così bene da con­vin­cere chiun­que, me com­presa, che si tratta di per­sona affi­da­bile, seria, con la testa sulle spalle, mal­grado die­tro que­sta fac­ciata ci sia ben altro. Un vero inso­spet­ta­bile (come sono molti offender).

Altri autori riten­gono che in certe forme di com­por­ta­menti abu­santi e mal­trat­tanti, il per­pe­tra­tore pre­senti il pro­filo di un “per­verso nar­ci­si­sta”. Eiguer (1989) defi­ni­sce il per­verso nar­ci­si­sta come “colui che influen­zato dal suo Io gran­dioso, cerca di sta­bi­lire un legame con un altro indi­vi­duo attac­can­dosi in par­ti­co­lar modo alla sua inte­grità nar­ci­si­stica per disarmarlo”.

Per l’esattezza esi­stono tre tipo­lo­gie di gaslighter:

il mani­po­la­tore bravo ragazzo che si pro­pone come attento e pre­mu­roso nei con­fronti della sua vit­tima, ma che in realtà agi­sce col solo intento di sod­di­sfare i suoi bisogni.

Il mani­po­la­tore affa­sci­nante che uti­lizza tutte le sue dote sedut­tive per influen­zare ed infine imporre il pro­prio ascen­dente sulla vittima.

L’inti­mi­da­tore che a dif­fe­renza dei pre­ce­denti ha un com­por­ta­mento più diretto.

Il mio ex era una via di mezzo tra il primo e il secondo.

Per­ché non ho denun­ciato uno così pericoloso?

I miei amici e le mie ami­che, ai quali mostravo senza ver­go­gna quell’occhio nero e che sape­vano tutta la sto­ria, mi dice­vano: ma per­ché non lo denunci? Lo devi denun­ciare, quello è un mani­po­la­tore, un ego­cen­trico peri­co­loso, un simu­la­tore, un per­verso, e chissà dove ci arriva e quanti danni farà (parole pro­fe­ti­che). Era vero, potevo denun­ciarlo ma poi si sarebbe tolto di torno? Que­sto qui (pen­savo) mi per­se­gui­terà per sem­pre e userà la denun­cia per rima­nermi alle costole men­tre io non lo voglio più vedere, io voglio uscire da que­sta sto­ria per­ché mi sta dan­neg­giando e la pros­sima volta, altro che caz­zotto. Uno che ti aspetta sotto casa per sei ore con­se­cu­tive e tu non puoi nean­che andare a fare la spesa, uno che ti si mette con la mac­china sotto il can­cello di casa a notte fonda per bloc­carti quando torni da un viag­gio, o che chiama i pom­pieri e ti fa rom­pere la fine­stra per entrare in casa tua men­tre non ci sei, non è uno che molla facil­mente. Uno stal­ker non molla la sua preda così e appro­fitta di qual­siasi appi­glio per rima­nere aggrap­pato. E poi, il caz­zotto e l’occhio nero erano lì, ma le ferite della vio­lenza psi­co­lo­gica, che sono quelle che pro­cu­rano più danni, come fai a dimo­strarle? come fai a denun­ciarle? Dovrai rac­con­tare tutti que­gli anni di sup­pli­zio, per avere cosa? Giu­sti­zia da qual­cuno che nean­che sa cos’è la vio­lenza psi­co­lo­gica? E che magari potrebbe anche pen­sare che quel caz­zotto te lo sei cer­cato? Qui se non arrivi mas­sa­crata in tri­bu­nale nean­che ti guardano.

Que­sto era quello che risuo­nava nella mia testa, que­sto è quello che ho fatto.


Ade­sioni all’appello #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimDay.

Gior­gia Vez­zoli su “Vita da stre­ghe

Cri­stina Obber su “Non lo fac­cio più

Claudia Sarritzu su Globalist.it

Giulia Vola su Magazine delle Donne

Angela Gennaro su Huffington Post

Silvia Vaccaro su Noi Donne

Alberta Ferrari su L’Espresso

Paola Bevilacqua su Padova Donne 

Vittoria Camboni Candeloro sul Movimento per l’Infanzia

 

 

Tassista stuprata a Roma: le istituzioni non possono solo indignarsi

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Dieci giorni fa a Milano una donna viene stuprata a casa sua dal fattorino che consegna le pizze a domicilio dopo averne ordinato una, mentre l’altro ieri una tassista subisce uno stupro e una rapina a Roma da un cliente caricato in macchina che l’ha portata in una strada isolata per aggredirla, picchiarla e violentarla. In questi stessi giorni il governo Renzi presenta un Piano antiviolenza aspramente criticato dalle associazioni e dai centri antiviolenza in quanto non corrispondente ai bisogni delle donne e, malgrado i proclami, non coerente con quanto contenuto nella Convezione di Istanbul ratificata dall’Italia e strumento internazionale per contrastare la violenza sulle donne. Davanti a questi fatti, Salvini inneggia alla “castrazione chimica”, e il sindaco di Roma, Marino, si indigna e dichiara al Corriere che “le violenze e gli abusi a sfondo sessuale non soltanto sono estremamente gravi, ma anche vili: un vero crimine contro la comunità umana”, aggiungendo anche che la sua amministrazione “farà quanto è in suo potere per essere vicino alla donna vittima di violenza”, malgrado le romane che subiscono violenza siano molto più numerose.

Altrettanto, e giustamente, indignata è la deputata del Pd Fabrizia Giuliani che ieri ha fatto sapere come “La lotta alla violenza contro le donne deve diventare una priorità del Governo”. “E’ quanto mai importante – dice Giuliani – dare seguito concreto e rapido alle misure previste per il contrasto alla violenza, a cominciare dalla prevenzione. E’ necessario che tutte le figure istituzionali che hanno il compito di affrontare il fenomeno della violenza sessuale, cioè polizie, prefetture e presidi medici, siano in grado di coordinarsi tra loro e ricevano una adeguata formazione professionale. Questa è la risposta che ci sentiamo chiamati a dare come Istituzioni il cui impegno, anche attraverso il contributo delle associazioni, è cruciale per impedire che una donna possa essere vittima di stupro”.

Essendo d’accordo, parola per parola, con Giuliani, mi chiedo allora perché il suo partito, che è al governo di questo Paese, abbia redatto un Piano antiviolenza, presentato due giorni fa dalla consigliera di pari opportunità, Giovanna Martelli, che ha provocato la netta critica e la bocciatura di associazioni e centri antiviolenza che hanno salvato le donne italiane in tutti questi anni? E soprattutto perché le parlamentari che oggi si ritrovano in parlamento con un numero nettamente superiore alle scorse legislature (30%), e grazie proprio al voto delle donne, non fanno sentire la loro voce. Una voce che, tra le altre cose, si è assottigliata sempre di più da quando Renzi è diventato il presidente del consiglio. Due anni fa abbiamo avuto una ministra delle Pari Opportunità che in soli due mesi ha fatto un ottimo lavoro durante il governo Letta, una ministra che è stata spazzata via e mai sostituita da qualcuna che avesse lo stesso mandato, quindi lo stesso potere decisionale, e soprattutto le stesse capacità. E malgrado le donne italiane l’abbiano richiesta a gran voce, nessuna di queste donne che siedono oggi in parlamento ha fatto eco a quelle richieste fatte dal quelle stesse donne che probabilmente le hanno votate e grazie alle quali sono lì. Una voce, quello di deputate e senatrici, che con l’arrivo di Renzi si è ulteriormente affievolita, ammorbidita, come se bastasse nominare 8 ministre per risolvere i problemi delle donne in Italia. Il dialogo con la società civile femminil-femminista, timidamente avviato durante il governo Letta da Idem sui temi della violenza, è stato spazzato via senza che nessuna di loro dicesse pubblicamente: no, così non va bene, le donne non ci stanno, malgrado, durante la discussione parlamentare sulla Convenzione di Istanbul e poi sulla legge 119, si fossero aperti degli spiragli per la formazione di una rete delle parlamentari che gettassero un ponte tra le donne e le istituzioni.

Impedire uno stupro e prevenire la violenza sulle donne, significa prima di tutto trasformare la cultura, un obiettivo che l’attuale Piano antiviolenza si pone in modo inefficace e del tutto aleatorio, superficiale. Un compito difficile in un Paese in cui una donna non solo può aver paura di ordinare una pizza a domicilio o di fare la tassista, ma anche di sposare, convivere e fare figli con un uomo che poi si rivela violento, e quindi subirlo 24 ore su 24 in casa sua, anche per anni, dato che l’80% della violenza in Italia è domestica e dato che uscire dalla violenza è un percorso difficile e faticoso.

Non capire che l’errore che si innesta sul danno, diventa così un danno ancora maggiore e significa non avere una coscienza né umana né politica. Per questo invito le parlamentari italiane a riflettere sull’operato di questo governo sulla violenza, favorendo un confronto reale e includente con la società civile delle donne che è molto più avanti di quelle stesse istituzioni: istituzioni che pretendono di farsi carico di un problema senza ascoltare chi lo conosce a fondo, contravvenendo così alle stesse indicazioni della Convenzione di Istanbul.

 

 

 

 

Piano Antiviolenza: governo Renzi allo sbaraglio

piano-violenze-di-genereDopo diversi rinvii e incertezze, è stato presentato oggi a Roma il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere (come previsto dall’articolo 5 della legge 119 che nel suo interno conteneva norme per il contrasto alla violenza contro le donne). Un momento atteso per un Piano che è passato di mano in mano e che ha avuto traversie ben prima della sua nascita, con le dimissioni della ex ministra Josefa Idem che fu costretta a passare, suo malgrado, le redini delle Pari opportunità alla viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, durante il governo Letta, fino ad arrivare all’attuale Giovanna Martelli, consigliera di pari opportunità del presidente del consiglio, Renzi.

Un Piano straordinario che ha avuto nella sua incubazione un lungo momento di confronto in un tavolo interministeriale, e precisamente quello che Idem aveva ideato come task force ad hoc sulla violenza contro le donne e che doveva essere, nelle sue intenzioni, un tavolo istituzionale affiancato da un altro tavolo in cui si sarebbero sedute le associazioni che da tempo lavorano in Italia sul fenomeno. Un confronto che la viceministra Guerra ha abilmente assottigliato, non solo togliendo di mezzo il tavolo della società civile ma decidendo di invitare a quello interministeriale soltanto alcune associazioni del vasto panorama italiano, e precisamente quelle che oggi hanno firmato dichiarazioni congiunte contro l’attuale Piano varato da Giovanna Martelli: un comunicato critico che nasce dal fatto che alla fine neanche quelle associazioni che sono state invitate al tavolo interministeriale, sono state prese in seria considerazione nella stesura del Piano antiviolenza. DiRe, Telefono Rosa, Udi, Pangea e Maschile Plurale – questi i gruppi che hanno partecipato al tavolo istituzionale – lamentano oggi che “il ruolo dei centri antiviolenza risulta depotenziato in tutte le azioni del piano e vengono considerati alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale senza alcun ruolo se non quello di meri esecutori di un servizio”, che “la distribuzione delle risorse viene frammentata senza una regia organica e competente e che quindi, non avrà una ricaduta sul reale sostegno dei percorsi di autonomia delle donne”, e infine che “il sistema di governance delineato nel Piano implica e non garantisce il buon funzionamento di tutto il sistema nazionale e pone inoltre problemi giuridici di coordinamento a livello locale”,  vanificando “il funzionamento delle reti territoriali già esistenti indispensabili per una adeguata protezione e sostegno alle donne”. Un comunicato, quello delle associazioni, in cui viene fatto notare sia che “il linguaggio del Piano è discriminatorio rispetto al genere”, sia che al suo interno “non c’è la declinazione al femminile quando si parla di figure professionali femminili”, e che “la funzione dell’Istat, l’istituzione dello Stato che fino ad oggi ha raccolto, validato ed elaborato i dati sulla violenza di genere, è cancellata dal Piano”.

Affermazioni che ci fanno capire come questo Piano sia stato elaborato, in quanto malgrado si dica che “Ai fini della predisposizione del Piano – si legge nel testo – è stato richiesto il contributo delle Amministrazioni centrali competenti, delle Regioni e degli enti locali, nonché delle Associazioni impegnate sul tema della violenza sulle donne”, si capisce come questa inclusione in realtà non ci sia mai stata sia perché la società civile italiana non ha partecipato – in quanto molto più ampia – sia perché quella che è stata interpellata, nemmeno è stata ascoltata. Ma che significa tutto questo?

La doppia Governance

A leggerlo, il Piano presentato da Martelli, appare come un manifesto di buone intenzioni con grandi proclami copiati qua e là, ma senza una reale e concreta intenzione di contrastare la violenza sulle donne. Manca cioè l’indicazione pratica e precisa su chi fa cosa e come la fa, facendo anche intravedere la possibile grande confusione che si potrà creare sull’esistente, e il grande spreco che avverrà di quelle già esigue risorse nel coprire l’essenziale. Un risultato provocato dalla mancanza di una realistica fotografia della realtà del fenomeno e anche dal fatto che nessuno, prima di fare questo Piano, è andato a vedere cosa aveva prodotto il primo Piano antiviolenza nazionale varato in Italia dalla ex ministra Mara Carfagna (e già in scadenza tre anni fa). Nelle molte parole del testo, si legge che “Contrastare la violenza maschile contro le donne richiede necessariamente il riconoscimento del fatto che essa si configura all’interno della nostra società come un fenomeno di carattere strutturale e non episodico o di carattere emergenziale”, si citano le Nazioni Unite, la Convenzione di Istanbul, le raccomandazioni Internazionali, ma stranamente non se ne tiene veramente conto, come se fosse una presa in giro. Si parla di “multifattorialità”, “fenomeno strutturale”, “approccio olistico”, “contrasto allo stereotipo di genere” ma senza dare reali strumenti concreti per un cambiamento profondo, e senza porsi il problema che per attuare una trasformazione così radicale sono necessari finanziamenti adeguati.

Il Piano parla di una “strategia basata su una governance multilivello”, le cui redini sono ben strette nelle mani del governo che si avvale del Dipartimento per le Pari Opportunità per le “funzioni centrali di direzione” e per coordinare un sistema e la pianificazione “delle azioni in sinergia con le Amministrazioni centrali, le Regioni, gli Enti locali e le realtà del Privato Sociale e dell’associazionismo non governativo impegnate nel contrasto alla violenza e nella protezione delle vittime (Centri Anti Violenza)”. Da una parte, dice il Piano, rimarrà il tavolo interistituzionale presieduto dalle PO e composto da Interno, Giustizia, Salute, Istruzione, Esteri, Sviluppo Economico, Difesa, Economia, Lavoro, Regioni, enti locali; e dall’altro, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, si attiverà “un apposito Osservatorio nazionale sul fenomeno della violenza, con il compito di supportare il Tavolo interistituzionale”, in cui è prevista la partecipazione, oltre dei rappresentanti istituzionali, “anche delle Associazioni impegnate sul tema della violenza sulle donne”: ci sarà cioè un “Tavolo di Coordinamento”, costituito da “Prefettura, Forze dell’Ordine, Procura della Repubblica, Comuni, Associazioni e gli organismi del Privato Sociale e dell’associazionismo non governativo, ASL/Aziende ospedaliere (operatori dei Pronto Soccorso), Parti sociali, Associazioni di categoria”, con la costituzione quindi di una governance politica che controlla tutto, e una governance tecnica di secondo livello, in cui tutti saranno apparentemente sullo stesso piano. Un disegno in cui la società civile non avrà un ruolo decisionale né un peso reale, con la conseguente perdita dell’occasione di allargare importanti metodologie sperimentate nel tempo dalle donne per le donne, a livello nazionale. Associazioni e centri antiviolenza saranno così usati e controllati nel loro operato – con dati sensibili che dovranno fornire facendo parte di questa governance tecnica – in cui una parte predominante lo avranno comunque i Prefetti (come già ipotizzato nella stesura del testo nominato “Codice rosa” del tavolo degli Interni che prevedeva che tutti i soggetti nominati facessero riferimento al Prefetto designato al vertice di questa governance e ora astutamente corretto nel Piano).

Finanziamenti

In poche parole i centri antiviolenza e le reti locali delle donne avranno un ruolo secondario e al massimo di supporto all’azione istituzionale che renderà conto al governo il quale però a oggi, a leggere il Piano, non ha la più pallida idea su come si presenta la violenza sulle donne in questo Paese. Una sensazione che si vede bene dai finanziamenti stanziati:

  • 10 milioni di euro per il 2013 (Legge 119/2013)
  • 10 milioni di euro per il 2014 (Legge 147/2013)
  • 9 milioni di euro per il 2015 (Legge n.147/2013)
  • 10 milioni di euro per il 2016 (Legge n. 147/2013).

Soldi dei quali “nell’ambito delle risorse stanziate di cui sopra e relative agli anni 2013-2015”: 13 milioni di euro sono stati ripartiti, in sede di Conferenza Stato-Regioni, tra le Regioni e le Province Autonome per la “formazione, inserimento lavorativo, all’autonomia abitativa per le donne vittime di violenza, sistemi informativi relativi ai dati”; 7 milioni di euro per la prevenzione; 7 milioni di euro per “progetti per sviluppare la rete di sostegno alle donne e ai loro figli e attraverso il rafforzamento dei servizi territoriali, dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza, prevenzione, contrasto che, a diverso titolano, entrano in relazione con le vittime”; 2 milioni di euro per la “Banca dati nazionale dedicata al fenomeno della violenza sulle donne basata sul genere”.

Peccato che i soldi del 2013 e ’14 siano stati già spesi con bandi regionali di cui ancora non abbiamo avuto riscontro nella ripartizione che è stata fatta: un gruzzolo, quello del Piano, di cui rimangono i 9 milioni del 2015 e i 10 milioni del 2016 che non bastano neanche per rifinanziare i centri antiviolenza, le case rifugio e gli sportelli di ascolto già esistenti sul territorio nazionale. Finanziamenti esigui che, insieme all’accordo Stato-Regioni fatto lo scorso anno in cui venivano date rigide linee per i requisiti dei centri antiviolenza italiani, finirà per ridurre alla fame i centri più deboli, riducendo così la già esigua presenza di strutture nate dalle donne e per le donne. Centri antiviolenza che saranno comunque usati, grazie al Piano, “nella rilevazione e trasmissione delle informazioni acquisite nel corso delle attività”. Perché un altro trabocchetto è quello che riguarda i dati e precisamente l’Istat dalle cui mani è stata tolta l’elaborazione sulla violenza contro le donne, in quanto è presso il Dipartimento per le pari opportunità che “viene costituita una Banca dati nazionale dedicata al fenomeno”, con un altro gruppo di esperti – che pullulano nel Piano e che non sono mai specificati per la loro qualità, professionalità e criteri di scelta – “avente il compito di elaborare proposte di progettazione e di sviluppo del sistema informativo della Banca dati”. Un Gruppo che avrà il compito, di “elaborare proposte di collaborazione con Istat”: un Istituto che ha sempre svolto egregiamente la sia funzione, e che chiamerei, anche qui, più in un rapporto di controllo con il Dpo che di collaborazione.

Comunicazione, educazione e formazione

Sulla comunicazione poi, il Piano sfiora il ridicolo: “Obiettivo prioritario deve essere quello di sensibilizzare gli operatori dei settori dei media per la realizzazione di una comunicazione e informazione, anche commerciale, rispettosa della rappresentazione di genere e, in particolare, della figura femminile anche attraverso l’adozione di codici di autoregolamentazione da parte degli operatori medesimi”. Si parla cioè di sensibilizzazione e non di formazione specifica, e di un codice di autoregolamentazione che nessuno mai seguirà (soprattutto i giornalisti), mischiando tutto ciò che è comunicazione – dall’informazione alla pubblicità – e mostrando una totale ignoranza su tutto quello che la società civile ha fatto a riguardo negli ultimi anni: un lavoro apprezzato all’estero ma non nel Paese di appartenenza. Senza individuare percorsi differenti e mirati che distinguano fiction, giornali, pubblicità, ecc. il Piano Martelli si preoccupa esclusivamente del linguaggio (vietati “volgarità e turpiloquio”) senza guardare né ai contenuti né alla testa di chi confeziona informazioni e immaginari, e non regala una sola riga ai criteri di formazione specifica, richiamando solo a una vaga attivazione di “programmi di formazione in collaborazione con l’ordine professionale dei giornalisti, finalizzati allo sviluppo e al rispetto di un’ottica di genere nell’informazione”, ma soprattutto delega una parte così complessa e così essenziale per la prevenzione della violenza – che significa prima di tutto trasformazione culturale in cui la parte mediatica è uno strumento potentissimo – a un altro dei tanti “gruppi di esperti”, di cui è disseminato il piano e di cui non si sa nulla (né criteri di scelta né le linee su cui svolgerà il lavoro né da chi sarà composto). Un gruppo che si dovrà occupare anche di modificare il linguaggio “nella pubblica amministrazione” e tutto a titolo gratuito: insomma un tutto fare di dubbia utilità che dovrà svolgere un lavoro delicatissimo a gratis e senza criteri prestabiliti né competenze specifiche e senza alcuna linea di demarcazione nell’universo mediale con rispettive e differenziate azioni per ogni ambito specifico, senza probabilmente avere gli strumenti adatti per un cambiamento duraturo.

Sull’educazione poi, altra chiave di volta per la trasformazione della mentalità, si parla “di educare alla parità e al rispetto delle differenze”. E per fare questo cosa fa? “il Governo provvederà a elaborare un documento di indirizzo che solleciti tutte le istituzioni scolastiche autonome ad una riflessione e ad un approfondimento dei temi legati all’identità di genere e alla prevenzione della discriminazione di genere, fornendo, al contempo, un quadro di riferimento nell’elaborazione del proprio curricolo all’interno del Piano dell’Offerta Formativa”. Cioè ancora una volta il nulla. Ci sarà poi l’opportunità di fare una formazione dei docenti che però non sarà obbligatoria e la possibilità di rivedere i libri di testo “sulla base anche dei documenti elaborati dal Gruppo di esperti sul linguaggio di genere” (di cui sopra), “fermo restando la libertà di scelta e di rispetto dei destinatari dei libri di testo, nonché della libertà di edizione”. Nel senso che nessuno è obbligato a fare nulla se non lo vuole o non lo desidera, in barba alla Convenzione di Istanbul nel suo complesso.

Per la formazione di chi ha a che fare con le donne che vivono violenza (un punto fondamentale), a elaborare le linee è stato il tavolo del ministero della Sanità che ha deciso la formazione per tutti e senza distinzione, e il risultato è stato che “Fermo restando il fatto che la Convenzione di Istanbul impegna gli Stati a porre in essere misure atte a garantire una specifica formazione per le figure professionali che si occupano delle vittime e degli autori di atti di violenza di genere e domestica”, il Piano prevede una formazione specifica per operatori e operatrici, mandando al mittente la raccomandazione di un personale femminile che accolga le donne fatta dalle associazioni. Il Piano prevede così formazione per “assistenti sociali, educatrici/tori professionali, operatrici/tori socio-sanitari, mediatrici/tori culturali, volontarie dei Centri Antiviolenza, delle Case rifugio, volontarie/i del soccorso, forze dell’ordine, docenti di ogni ordine e grado, ispettrici/ori del lavoro, responsabili di gruppi sociali anche informali e di comunità religiose, consigliere/i di parità regionali e provinciali, operatrici/ori degli Sportelli di ascolto, Operatrici/tori dei servizi per le politiche attive del lavoro”, e addirittura “Operatrici/tori dedicati alla gestione delle graduatorie per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica”: insomma tutti ma senza specificare però né chi fa questa formazione né le sue linee differenziate secondo gli ambiti, ma soprattutto non si fa cenno alcuno a uno dei nodi fondamentali, ovvero la formazione della magistratura e di quei giudici che si trovano poi a decidere sulla pelle donne e di quegli psicologi e psichiatri che spesso con le loro Ctu mandano in casa famiglia molti di quei bambini e bambine che assistono a violenza domestica sulle madri, o che la subiscono – tanto che c’è da aspettarsi che in un Paese come questo nella formazione per chi opera contro la violenza sulle donne spunti anche la Pas (sindrome di alienazione parentale) che sta massacrando le donne che denunciano violenze su se stesse e sui figli e che chiedono di separarsi da mariti violenti sia ai tribunali dei minori che ai tribunali civili.

La valutazione del rischio

A dimostrare la smaccata incompetenza di chi ha redatto questo Piano, è però la parte che riguarda le “Linee di indirizzo per la Valutazione del Rischio” che per il Dpo “sono orientative e non vincolanti” in quanto “rappresentano un metodo di valutazione semplificato da mettere a disposizione delle operatrici e degli operatori che si trovano a trattare situazioni di violenza contro le donne”, mentre il fattore della valutazione rischio può salvare le donne dal femmicidio: e allora perché è facoltativo? Stessa vaghezza per il Reinserimento socio-lavorativo delle donne che escono dalla violenza (chi lo fa? chi ne è responsabile?) su cui si parla di “individuazione di un referente e/o un’equipe di professionisti di riferimento della rete stessa”.

Infine, il ministero della sanità non raccoglierà i dati sulla violenza (scandaloso), mentre non si parla né di formazione specifica dei giudici (fondamentale), ma neanche di corsi specifici nelle Università che sono il fulcro per la formazione delle nuove leve in ogni ambito: dai medici, ai giornalisti, ai docenti stessi, alle operatrici, magistratura, ecc. In questo Piano sono assenti pezzi essenziali e tutto sembra rimanere al caso, ma soprattutto manca di quel mero senso pratico come di chi cerca di risolvere un problema complesso di cui non ha assolutamente cognizione, dando tutto in mano a gruppi di lavoro non ben definiti con assenza completa di specificazione, di linee guida, di criteri di reclutamento, ben ontano quindi dalla metodologia della Convenzione di Istanbul a cui si richiama. Un dubbio, quello dell’incompetenza di chi ha redatto il Piano, che era già sorto quando abbiamo visto pubblicate sul sito delle Pari opportunità le linee, ancora più vaghe, di questo Piano affinché il “pubblico” esprimesse la sua opinione: un escamotage di falsa apertura che ha causato solo l’intervento di troll che hanno infestato le pagine.

La validità del Piano decorre dal 2015 fino al 2017.*

 

*Chi volesse riprendere pezzi dell’articolo e parte delle sue citazioni, è pregato di nominare la fonte, grazie.

La Convenzione di Istanbul entra in Rai

Convenzione-Istanbul

Domani, venerdì 27 marzo dalle 11 in poi, alla Rai di Viale Mazzini, si svolge un incontro dal titolo “Istanbul chiama Roma” organizzato da Commissioni Pari Opportunità della Rai e Usigrai, per approfondire gli articoli della Convenzione di Istanbul che riguardano il ruolo dell’informazione, della sensibilizzazione e dell’educazione. La Convenzione europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica è stata ratificata dall’Italia ed è in vigore dal 1 agosto 2014. In Italia, a oggi, la sua applicazione è ancora molto indietro e sono ancora troppo poco e troppo lenti i passi che sono stati fatti per una sua reale e totale applicazione. Oltre alla legge 119, varata un anno e mezzo fa all’interno di un impopolare piano sicurezza, e il Piano antiviolenza straordinario che in essa era contenuta e prevista, ma che al momento è ancora in cantiere – dopo essere passato dalle mani della ex viceministra Guerra all’attuale consigliera per le pari opportunità, Martelli – manca sul suolo italiano il sostanziale recepimento di tale convezione, non solo pratico am anche ideologico, a partire proprio dall’accento che in essa viene posto sulla collaborazione e un non superficiale coinvolgimento di tutta quella società civile che da molto tempo lavora sulla violenza contro le donne: associazioni e reti che, per quanto riguarda poi l’informazione e la sensibilizzazione, sono state in questi ultimi anni le principali fonti di cambiamento e di trasformazione, compreso lo sdoganamento definitivo, in questo Paese, del termine femminicidio. Uno dei punti fondamentali dell’incontro potrà essere quindi parallelizzare quello che è scritto nella Convenzione di Istanbul, che è una piattaforma complessa e articolata e che con molta fatica è stata redatta dal Consiglio d’Europa e che in Italia ora è vincolante, e quello che è stato recepito nel nostro Paese e con quali prospettive per una sua reale applicazione a 360 gradi.

da ilvelino.it

“Istanbul chiama Roma” è l’iniziativa – si legge in un comunicato stampa del sindacato dei giornalisti Rai – che vede insieme le Commissioni Pari Opportunità della Rai e dell’Usigrai il 27 marzo alle 11.00. Un incontro-dibattito nella Sala degli Arazzi di Viale Mazzini 14 incentrato su alcuni capitoli chiave della Convenzione di Istanbul. Per tutte le dipendenti e i dipendenti Rai sarà un’occasione di riflessione e confronto per approfondire temi particolarmente significativi che riguardano la sensibilizzazione, l’educazione, la formazione, l’informazione e la comunicazione. Interverranno la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, la consigliera del Presidente del Consiglio in materia di pari opportunità Giovanna Martelli, la direttrice di Rai Fiction Eleonora Andreatta e la giornalista Luisa Betti, esperta di diritti di donne e minori. In apertura il saluto della presidente della Rai Anna Maria Tarantola. Prevenire la violenza sulle donne è alla base della Convenzione, ma dal confronto scaturirà anche l’importanza di avere sempre maggiori strumenti per fornire un racconto corretto e coerente su tematiche complesse e delicate, come prevede la mission del servizio pubblico.

I centri antiviolenza spiegano il perché (e il come)

Logo del Coordinamento regionale centri antiviolenza dell'Emilia Romagna

Logo del Coordinamento regionale centri antiviolenza dell’Emilia Romagna

Pochi giorni fa è apparsa sul web un’intervista sul presunto “business” dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna gestiti da donne: un dibattito che mi sono vista piombare direttamente sul mio profilo facebook (in cui l’autrice dell’intervista ha poi cancellato i post) in cui citava direttamente la Casa delle donne di Bologna su una donazione di un milione di euro ricevuta da un donatore anni fa e sui finanziamenti che ricevono i centri antiviolenza dell’Emilia Romagna. L’articolo, intitolato “Marzia Schenetti, vittima di stalking: “Vi racconto il business delle associazioni anti-violenza sulle donne”, è stato pubblicato su “Quelsi Quotidiano” ed è stato ripreso sui social network e usato per mettere in discussione l’operato dei centri creati e gestiti dalle donne, proprio in un momento in cui, con l’imminente varo del Piano antiviolenza del governo Renzi, è chiara l’esiguità dei finanziamenti su tutto il territorio nazionale ed è chiaro il tentativo di istituzionalizzazione della rete di supporto ai percorsi di contrasto alla violenza maschile sulle donne: quale metodo migliore per farsi spazio buttando il fango nel ventilatore in una giungla dove il motto “mors tua vita mea” è quanto mai attuale? Senza nulla togliere al diritto di criticare e di pensarla diversamente, è indubbio che un’operazione così frontale lasci delle perplessità, soprattutto se l’argomentazione non è supportata da solide basi documentate. La gestione dei finanziamenti e la differenza tra centri più ricchi e centri più piccoli (in cui non entra l’illegalità), non è una cosa che possa essere affrontata puntando il dito, perché esistono situazioni diverse. Senza contare poi che un centro antiviolenza non si improvvisa e che anche chi pensa di poterne “mettere su uno” chiedendo poi i finanziamenti per fare il business, deve tener conto che quelli gestiti dalle donne con una storia femminista alle spalle non sono semplici servizi ma si basano proprio su una professionalità creata nel tempo che rispetta l’autodeterminazione, la libera scelta della donna che inizia un percorso per uscire dalla situazione di violenza per cui cerca aiuto e le linee internazionali. Ma più che l’articolo in sé quello che mi ha colpito è stato l’eco che ha avuto questa intervista pubblicata su un sito chiaramente di destra e chiaramente di nicchia, ripreso da ambiti diversi che mai prenderebbero in considerazione articoli pubblicati su un sito di questo tipo tanto più su questo argomento. Quindi più che il contenuto, mi ha meravigliato l’uso che di questo contenuto è stato fatto, come di chi accompagna la mano di chi lancia il sasso facendo poi finta di niente. Per questo voglio pubblicare la risposta del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna redatta dall’avvocata Susanna Zaccaria del Foro di Bologna, che chiarisce anche bene cosa sono e su quali basi agiscono i centri, e di cui mi sembra importante sottolineare quattro punti, ovvero che:

1-“I centri, per scelta, offrono supporto relazionale e percorsi di empowerment affinché le donne si rafforzino e si proteggano dalle relazioni danneggianti, ricostruendo nuove traiettorie di vita”;

2-“I centri antiviolenza si occupano di violenza di genere contro le donne, cosa ben differente e che non si può confondere con i dissapori e/o conflitti all’interno di una coppia. Nei casi di violenza la mediazione è considerata inefficace e pericolosa, tanto che viene espressamente vietata dalla Convenzione di Istanbul e da tante raccomandazioni internazionali”;

3-“Ai centri antiviolenza si rivolgono donne di tutte le provenienze sociali, e la classe più rappresentata è quella media. Le associazioni che li animano sono apartitiche, e si muovono nell’ambito del femminismo, essendo impegnate con determinazione nel promuovere politiche pubbliche che incidano sulla differenza di potere tra i sessi, che è la base e l’origine della violenza contro le donne, fermamente convinte che la violenza alle donne riguardi tutte le donne”.

4-“I centri antiviolenza vengono giustamente interpellati e coinvolti nelle attività di formazione rivolte a vari soggetti e professioni, in virtù della ormai trentennale esperienza e del patrimonio di conoscenze prodotto, come per altro suggerisce la Convenzione di Istanbul”.


da ilportodellenuvole

Ricevo e pubblico questa lettera dall’avvocata Susanna Zaccaria del Foro di Bologna, chiedendo di aiutarmi a diffonderla sul web.

Scrivo la presente a nome e per conto del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna che rappresento, dopo aver preso visione dei contenuti apparsi  sul quotidano on line qelsi il 10 dicembre scorso dal titolo Vi racconto il buisness delle associazioni antiviolenza

Preme fornire le seguenti precisazioni:

A quanto consta, la signora Marzia Schenetti non si è rivolta a nessun centro aderente al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna per avere un aiuto per la situazione di violenza che ha subito, quindi non può parlare per esperienza diretta. Lo ha fatto invece per la presentazione di un suo libro, (cosa che è avvenuta) e successivamente per avere la retribuzione di un suo spettacolo teatrale. In questa seconda occasione le è stato risposto che – pur apprezzando il suo impegno artistico a favore della tematica della violenza contro le donne  non era possibile finanziare uno spettacolo teatrale, non avendo il centro antiviolenza fondi da destinare a questo scopo.

La mission dei centri antiviolenza, in linea con tutte le disposizioni internazionali, oltre a quella di fare promozione per un cambiamento della cultura e della politica, è quella di offrire supporto e percorsi di protezione alle donne che chiedono aiuto per uscire dalla violenza (counseling, ospitalità, supporto alla ricerca del lavoro, ecc.), non quella di erogare contributi direttamente alle donne che si rivolgono a loro, se non nella forma di rimborsi per i trasporti, il vitto, le spese telefoniche, ecc. Per questa esigenza, oltre al supporto dei servizi sociali territoriali, nella regione Emilia-Romagna esiste la Fondazione vittime di reato (www.regione.emilia-romagna.it/fondazione-per-levittime- dei-reati) alla quale ci si può rivolgere per avere un contributo che possa –  almeno in parte – risarcire il danno che la violenza ha prodotto. I centri, per scelta, offrono supporto relazionale e percorsi di empowerment affinché le donne si rafforzino e si proteggano dalle relazioni danneggianti, ricostruendo nuove traiettorie di vita. I centri antiviolenza si sono sempre battuti perché lo stato riconosca un adeguato risarcimento alle vittime e di fatto indirizzano alla Fondazione vittime di reato molti casi ogni anno. Le avvocate che fanno riferimento ai centri antiviolenza, oltre a fare consulenza gratuita presso i Centri, supportano le donne con il gratuito patrocinio laddove è permesso dalla legge e in linea con le disposizioni dell’Ordine degli avvocati.
Le attività della Casa delle donne di Bologna (e lo stesso si può dire per gran parte dei centri aderenti al Coordinamento) sono solo parzialmente coperte da fondi pubblici, per il resto si provvede con donazioni private, progetti, fundraising, destinazione del 5 per mille e un grande numero di ore di lavoro  volontario messo a disposizione anche dalle operatrici retribuite.

Il milione di euro che è stato donato nel 2010 alla Casa delle donne di Bologna da un donatore privato è stato impiegato, come da sua richiesta, per comprare un immobile destinato a casa rifugio di emergenza con 9 posti letto, che nel solo 2013 ha ospitato 85 tra donne e bambini. Una parte della donazione è stata impiegata per allargare gli spazi adibiti ad ufficio dove si svolgono i tanti servizi rivolti alle donne che subiscono violenza; la restante quota in parte è stata utilizzata per finanziare i servizi e sopperire alla carenza di fondi pubblici di questi ultimi 5 anni di attività della Casa delle donne.

Tutti i bilanci della Casa delle donne di Bologna vengono forniti agli enti finanziatori (Comune e Provincia di Bologna, e tutti i 50 Comuni della provincia di Bologna). Lo stesso avviene per tutti i centri aderenti al Coordinamento. Sul sito http://www.casadonne.it sono inoltre presenti i bilanci sociali della Casa delle donne del 2008 e del 2011, e il prossimo verrà fatto per l’anno 2014.
È gravemente lesivo dell’onorabilità della Casa delle donne e dei 13 centri riuniti nel Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna sostenere che i bilanci manchino di trasparenza: ogni singola spesa viene rendicontata, sia quelle relative alle attività dell’associazione stessa, ai servizi prestati fino ad arrivare a quelle relative al vitto, all’alloggio, ai trasporti e alle schede telefoniche delle donne e dei bambini ospitati: nel 2013 i centri aderenti al Coordinamento hanno ospitato 351 tra donne e bambini/e, e hanno seguito 3.176 donne (si veda: http://www.centriantiviolenzaer.it/images/pdf/dati/brochure%202014_web- 1.pdf).

Nei centri antiviolenza non esistono “salvatrici” ma donne professioniste di lunghissima esperienza che, a fronte di una continua formazione personale e di gruppo, sostengono con competenza le donne che hanno subito violenza nelle loro scelte, rispettandone la riservatezza, non scavalcando mai la loro volontà tantomeno spingendole a denunciare, impegnandosi insieme a loro a costruire percorsi praticabili di uscita dalla violenza, sapendo benissimo quali e quante siano le difficoltà da superare. Posto che il lavoro di ogni donna (e uomo) dovrebbe essere retribuito adeguatamente, le operatrici che lavorano nei centri antiviolenza sono in parte retribuite, in parte volontarie. Il volontariato, anche da parte delle operatrici retribuite, è sempre necessario a fronte dell’esiguità delle risorse reperite, e purtroppo alcuni centri sono costretti a contare esclusivamente su quello. Se da una parte il volontariato è un valore aggiunto e testimonia l’impegno politico che anima i centri, dall’altra parte usufruire nei centri di solo volontariato può costituire un forte limite quando si tratta di fornire con continuità il sostegno necessario a rispondere ai tanti bisogni delle donne. Molti percorsi di supporto durano vari mesi, e coinvolgono diversi soggetti della rete intorno alla donna: assistenti sociali, forze dell’ordine, tribunali, strutture di ospitalità, scuola, datore di lavoro, familiari, ecc. in un difficile intreccio perché l’aiuto sia integrato, coordinato e rispetti la volontà della donna.

I centri antiviolenza vengono giustamente interpellati e coinvolti nelle attività di formazione rivolte a vari soggetti e professioni, in virtù della ormai trentennale esperienza e del patrimonio di conoscenze prodotto, come per altro suggerisce la Convenzione di Istanbul. Il protocollo tra Anci Emilia-Romagna e il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, che recepisce quello tra Anci nazionale e D.i.Re (l’associazione nazionale dei centri antiviolenza), rinforza questa acquisizione. Ogni ente/organizzazione d’altronde è libero di coinvolgere nella formazione qualsivoglia professionista o ente, come le Università, gli Ordini professionali, ecc., e questo di fatto avviene   continuamente. I centri non hanno certo una sorta di monopolio arbitrario delle risorse, senza rendicontazione oggettiva di quello che fanno (tutti sono tenuti a rendicontare agli enti finanziatori), fa fede invece la serietà e la continuità delle relazioni con i contesti locali, istituzionali e non solo.
Nei centri antiviolenza della regione riuniti nel Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna (organismo formalizzato nel 2009, www.centriantiviolenzaer.it ) è attivo uno Sportello lavoro, al quale qualsiasi donna che ha subito violenza può rivolgersi. I centri antiviolenza si attivano in tutti i modi per un sostegno a lungo termine: sostegni per la crescita professionale come corsi di italiano e per la patente, stage e corsi professionalizzanti, laboratori, facilitazioni per la scolarizzazione dei figli, ecc. Il Coordinamento è anche garante della qualità, della formazione e della metodologia impiegata dai singoli centri, proprio perché le donne che si rivolgono a loro trovino competenza e professionalità uniformi.
I centri antiviolenza si occupano di violenza di genere contro le donne, cosa ben differente e che non si può confondere con i dissapori e/o conflitti all’interno di una coppia. Nei casi di violenza la mediazione è considerata inefficace e pericolosa, tanto che viene espressamente vietata dalla Convenzione di Istanbul e da tante raccomandazioni internazionali.

Ai centri antiviolenza si rivolgono donne di tutte le provenienze sociali, e la classe più rappresentata è quella media. Le associazioni che li animano sono apartitiche, e si muovono nell’ambito del femminismo, essendo impegnate con determinazione nel promuovere politiche pubbliche che incidano sulla differenza di potere tra i sessi, che è la base e l’origine della violenza contro le donne, fermamente convinte che la violenza alle donne riguardi tutte le donne. Di fatto, hanno criticato tutti i governi che si sono succeduti negli anni, per la loro assenza o scarsità di iniziativa sul tema.

I centri antiviolenza non solo comprendono appieno la necessità di aiutare i maltrattanti, ma alcuni di essi hanno contribuito a fondare centri per uomini che usano violenza, ad es. a Ferrara (Cam Ferrara). Il fatto che si tratti di luoghi e staff separati dal centro antiviolenza è a tutela delle vittime ed è richiesto dalle raccomandazioni internazionali.

Stante la prospettazione fornita in tale articolo, avente contenuto fortemente diffamatorio rispetto all’attività dei centri antiviolenza riuniti nel dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza onlus di Bologna in particolare, chiedo la pubblicazione di quanto sopra, riservandomi, in difetto, ogni più ampia tutela in favore dei soggetti che rappresento.

Distinti saluti

Avvocata
Susanna Zaccaria – Foro di Bologna

Violenza, stereotipi e media: la parola ai numeri

In vista della giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne che si celebra il 25 novembredomani 18 novembre a Roma, alla Camera dei deputati (sala Aldo Moro), presentazione del nuovo rapporto di WeWorld sulla percezione della violenza e gli stereotipi di genere nei media e nella pubblicità: "Rosa Shocking. Violenza, stereotipi... e altre questioni del genere". Interverranno la presidente della camera, Laura Boldrini, la nuova consigliera di pari opportunità del governo, Giovanna Martelli, la vice presidente del senato, Valeria Fedeli, che insieme agli autori dell'inchiesta dialogheranno con le direzioni dei maggiori media italiani.

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“Rosa Shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere” è l’ultimo report di WeWorld* (già Intervita) che sarà presentato alla Camera dei Deputati martedì 18 novembre dalle 10 in poi, nella sala Aldo Moro e con il Patrocinio della Camera dei Deputati. Una ricerca che, dopo l’indagine dell’anno scorso sui costi della violenza (“Quanto costa la violenza”), renderà pubblici gli inquietanti dati sulla percezione della violenza contro le donne in Italia, l’incidenza degli stereotipi femminili attraverso la pubblicità e i media con i costi che ne conseguono, e di quanto negli ultimi anni è salita comunque l’attenzione riguardo il fenomeno grazie all’azione della società civile e alcuni interventi istituzionali – come la ratifica della Convezione di Istanbul e la conversione in legge del pacchetto sicurezza che comprendeva alcune normative sul contrasto alla violenza contro le donne. Un’indagine divisa in due parti: una sulla violenza e l’altra sugli stereotipi sostenuti dai media, punti che appaiono oggi fondamentali, dopo almeno quattro anni di graduale aumento dell’attenzione su questi temi, per la prevenzione alla violenza soprattutto a partire da un cambiamento culturale chiesto a gran voce da più parti. Per questo l’incontro comprenderà la partecipazione delle istituzioni e il confronto con i vertici dei media italiani, soprattutto televisivi, all’interno della presentazione del report che sarà fatta dai ricercatori che l’hanno svolta. Un confronto che avrà come focus le azioni possibili nell’ambito della prevenzione, e in modo particolare sul versante culturale e mediatico, mettendo l’accento sull’importanza di una corretta percezione della violenza da parte di tutti e tutte (compresi i media), facendo però anche il punto sui costi. Sarà analizzato l’investimento che negli ultimi anni è stata fatto per contrastare la violenza sulle donne, distinguendo la parte della società civile e quella istituzionale, ma anche il cospicuo investimento su campagne pubblicitarie che spesso sostengono stereotipi femminili e maschili.

Martedì 18 novembre ore 10.00, Camera dei Deputati

Sala Aldo Moro

Piazza Montecitorio, Roma

Laura Boldrini – Presidente Camera dei Deputati
Giovanna Martelli – Consigliera del Presidente Consiglio dei Ministri per le Pari Opportunità

Marco Chiesara – Presidente WeWorld Intervita Onlus
Stefano Piziali – Responsabile Advocacy WeWorld Intervita Onlus
Massimo Guastini – Presidente Art Directors Club Italiano
Direttore Creativo&Partner cOOkies ADV
Nando Pagnoncelli – Ipsos
Valeria Fedeli – Vice Presidente Senato

Media invitati per il dibattito
Maria Bollini – Presidente della Commissione per le Pari Opportunità della Rai
Urbano Cairo – Presidente Cairo Editore
Fedele Confalonieri –  Presidente Mediaset
Alberto Contri – Presidente Pubblicità Progresso
Diamante D’Alessio – Direttore IO Donna
Luca Dini –  Direttore Vanity Fair
Barbara Stefanelli – Vice Direttore Il Corriere della Sera
Rosa Urso – Production’s Supervisor Endemol Italia
Andrea Zappia – Amministratore Delegato Sky

Modera: Luisa Betti – Giornalista esperta diritti donne e minori

Per accreditarsi scrivere a comunicazione@intervita.it
accesso consentito solo in orario e fino a esaurimento posti. Si ricorda che, nei palazzi della Camera, per gli uomini è d’obbligo la giacca.

* WeWorld Intervita è una Ong attiva in Italia e nel Sud del Mondo, si occupa di diritti dei bambini e delle donne e stila rapporti sulla violenza e gli stereotipi di genere.

 

Programma WeWorld per il convegno Rosa Shocking alla Camera il 18 novembre

Programma WeWorld per il convegno Rosa Shocking alla Camera il 18 novembre