Le schiave degli sceicchi (2012)

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East – rivista di geopolitica – novembre 2012

Luisa Betti

Arrivano dalle Filippine, dallo Sri Lanka, dall’Indonesia dal Nepal e dall’Etiopia, in fuga da condizioni di vita disumane e in cerca di una speranza. Nei paesi che raggiungono non sono considerate lavoratrici, perché non esiste un quadro di riferimento normativo capace di inquadrarle, né alcuna forma di tutela in grado di accoglierle per ciò che sono: prima di ogni altra cosa, esseri umani. Sono straniere che nei paesi in cui arrivano prestano il proprio servizio come lavoratrici domestiche. Tra le quattro pareti di una casa non è dato guardare, ma sono i numeri e le statistiche, per quanto parziali, a raccontare di un fenomeno allarmante in grado di unire, nell’inadeguatezza, la sponde sud e nord del Mediterraneo. Un mare di schiave.

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Le schiave del nuovo Iraq (2012)

 

 

 

 

 

 

 

East – rivista di geopolitica – febbraio 2012 –

Luisa Betti

Sono 4mila le ragazze sparite nel nulla da quando, nel 2003, gli Stati Uniti iniziarono la guerra contro Saddam Hussein. Un numero che l’organizzazione londinese Sceme (Social Change through Education in the Middle East), nel report Karamatuna (La nostra dignità) presentato qualche mese fa, riferisce alle donne intrappolate nel trafficking sessuale ma che rimane approssimativo per difetto: come afferma l’Owfi (Organisation of Women’s Freedom in Iraq), “non siamo in grado di quantificare le irachene vittime di tratta, ma il numero potrebbe essere dell’ordine delle decine di migliaia di ragazze”.
 
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La violenza non è un passepartout (DL femminicidio II parte)

autodeterminazione_donne_01Mentre sui giornali appaiono notizie di arresti in flagranza per violenza domestica grazie al decreto legge sul femminicidio (n.93/2013), come se fosse spuntata la bacchetta magica in mano a uno Stato incapace di affrontare il problema, continuano le critiche argomentate verso il DL di ferragosto che però, guarda caso, non hanno uno spazio mediatico adeguato, almeno sui giornali nazionali a grande tiratura. Un meccanismo di speculazione più pericoloso e strumentale del silenzio, che tratta ormai il femminicidio come un passepartout che fa notizia e su cui anche chi non ha strumenti né metodo di approccio, può avventurarsi facendosi spazio nella giungla delle redazioni e dell’informazione (più o meno come fa il parlamento italiano e il governo attuale per mettersi una stelletta in petto).

Chi ne parla come di un fenomeno “risolto” in barba alla Convenzione di Istanbul ben lontana, come contenuti e intenti, da questo decreto. Chi, una volta imparato il nuovo termine, lo schiaffa in cronaca nera senza cognizione dicendo che forse si tratta di un femminicidio appena si parla di un cadavere femminile, e chi invece si sente in dovere, o in diritto, di intervenire sulla questione pensando di fare “del bene” e lasciando dietro di sé più danni che altro.

Ed è per questo che mi dispiace di aver letto qualche giorno fa proprio su un blog come la 27ora, che ha fatto un ottimo lavoro sulla violenza e da cui ci si sarebbe aspettati altro, l’intervista allo stalker “Claudio” fatta non da uno sprovveduto qualsiasi ma da una firma importante come quella di Beppe Servergnini (che non mi sembra si sia mai occupato di violenza né di diritti o discriminazioni sulle donne). Senza rendersene conto, l’intervista fa una scivolata implacabile ripercorrendo i luoghi comuni più pericolosi e più frequenti sulla violenza contro le donne, luoghi comuni che ancora troppo spesso riecheggiano nelle aule di tribunale e si ritrovano anche scritti su sentenze. E’ quella che viene chiamata rivittimizzazione, quell’arma affilatissima che proviene dal pregiudizio e dalla illusione che basta essere “brave persone” o “bravi professionisti”, per essere oggettivi e bilanciati, mentre la cultura millenaria patriarcale fa il suo lavoro nel profondo. Trattare le donne come se fossero vittime indifese da proteggere, come fossero perenni inadeguate, mettere sullo stesso piano la violenza maschile con la reazione  femminile di fronte a una pressione psicologica – che più passa il tempo e più degenera in violenza – ma soprattutto dare voce all’autore della violenza senza né dotarsi di strumenti di approccio e analisi su questo, e senza dare la possibilità a chi ha subito quella violenza di raccontare quello che lei ha vissuto, può essere considerata causa di una rivittimizzazione in questo caso mediatica. Un nodo che ha tenuto ben lontani i giornalisti da molti centri antiviolenza, che per molto tempo si sono rifiutati di dare in pasto le storie delle donne come se fosse materiale sensazionalistico, anche perché consapevoli della scarsa preparazione dei giornalisti stessi su un tema così delicato: un gap, tra la realtà della violenza e l’informazione che se ne dava, che oggi stiamo cercando faticosamente di riempire e su cui non vorremmo tornare indietro. Dire che lui è entrato in casa con l’accetta ma che lei, durante una lite, aveva preso un coltello in mano. Dare la sensazione che l’uomo è un poveretto respinto da una donna che giocava coi suoi sentimenti di uomo ferito, senza chiamare quel tipo di situazione col suo vero nome, cioè violenza psicologica (così come è riconosciuta dalla letteratura internazionale e anche dalla Convenzione di Istanbul), è molto più pericoloso di quanto si possa pensare. Perché quello che è importante non è soltanto il racconto dei fatti, ma l’imparare a raccontarli perché in un contesto culturale così discriminatorio per le donne, il messaggio che passa può essere devastante. Se chi scrive non se ne rende conto, non per colpa sua o perché maschilista, ma perché il terreno culturale su cui si muove è questo e investe tutt*, quello che culturalmente passa – e che è la bomba H nei tribunali, nelle caserme, e anche in alcune perizie psicologiche e nella mediazione di certi casi – è l’idea che in fondo la violenza è un ingrediente dei rapporti intimi. Quello che non va, e che andrebbe investigato a fondo, è che se si confonde la violenza psicologica (ma anche fisica o sessuale nei rapporti d’intimità), con una semplice conflittualità della relazione, la conseguenza che ne deriva ricade sulla vita e l’incolumità delle donne stesse. E’ per questa convinzione culturale ormai radicata dei rapporti sbilanciati tra i sessi, che nei tribunali si consumano le tragedie di donne non credute fino in fondo, messe sullo stesso piano dell’autore della violenza che loro stesse hanno vissuto, e quindi rivittimizzate.

Se il problema è strutturale, l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, diventa uno dei fattori principali per il cambiamento culturale dove le donne non possono essere dipinte sempre allo stesso modo: o vittime o provocatrici (che ricalca il o madonne o puttane). E se davvero si vogliono “aiutare” gli uomini ma non si hanno gli strumenti per addentrarsi in questo mondo “sconosciuto”, non si intervista un autore di violenza così, ma chi lavora con questi uomini, chi sa dove andare a cercare, chi conosce i punti critici di una certa complessità e sa cosa domandare e come farlo. Ci sono associazioni, come Be Free e Maschile Plurale, che fanno ottimi piani di recupero in carcere con gli stupratori e con grandi risultati, perché allora non ascoltare loro o farsi consigliare? o semplicemente dare questa incombenza a un giornalista che su questo mastica tutti i giorni?

La tradizione vespiana ci insegna quanto sia controproducente ridurre le donne ad argomento da salotto, dove si presuppone di fare opinione con chiunque e sulla qualsiasi. Per queste ragioni, e non solo, non basta essere “sensibili” al femminicidio ma bisogna conoscerlo a fondo, bisogna essere preparati, studiare, ed è fondamentale – come insiste da tempo la società civile – la formazione per giudici, forze dell’ordine, medici, avvocati, psicologi, assistenti sociali, ma anche per i giornalist* (almeno quelli che se ne vogliano occupare). Chi metterebbe un giornalista che fa sport al desk di politica interna? quale direttore assumerebbe per fare economia un collega che fino a ieri faceva cinema? e perché questo non vale quando si parla di diritti, discriminazioni e violenza di genere? Forse perché la cultura che vede le “cose di donne” come un terreno di serie B è introiettata a tutti i livelli? Quindi, se non basta essere un eccellente giornalista come Servergnini per mettere mano a una così tanto delicata questione, ancor meno accettabile è un governo che ha redatto un decreto sul femminicidio insufficiente, senza tener conto della complessità del fenomeno e tralasciando le consultazioni con quella società civile indipendente, assai più competente in materia di questo governo e delle due camere messe insieme.

Per chiarire le ragioni per cui questo decreto legge sul femminicidio cambierà un millesimo di quello che invece dovrebbe cambiare, e perché un approccio integrato a 360 gradi è fondamentale, riporto l’articolo di Maria (Milli) Virgilio, avvocata e docente di diritto penale comparato a giurisprudenza, e responsabile scientifica del  progetto Lexop – Gli operatori della legge tutti insieme per le donne vittime di violenza nelle relazioni di intimità.

 

“Decreto legge n.93/2013. Una prima lettura”

di Maria (Milli) Virgilio, avvocata penalista e docente

(da zeroviolenza.it e www.women.it)

“Dobbiamo rassegnarci e accontentarci? Il Governo Letta-Alfano aveva promesso di mettere nella sua agenda politica la violenza contro le donne. E, a suo modo, lo ha fatto. Modo e contenuti non ci soddisfano. Aspettavamo una legge organica e finanziata, che affrontasse tutti gli aspetti civili, amministrativi, penali, dalla educazione nelle scuole alla formazione degli operatori, dall’osservatorio di monitoraggio ai centri antiviolenza. Invece abbiamo avuto norme solo penali all’interno di un decreto legge “pacchetto” il cui testo abbiamo avuto a disposizione solo alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, cioè solo dopo la sua entrata in vigore, a cose fatte. Noi avremmo preferito, invece di esser poste dinanzi al fatto compiuto, discuterne con modalità di elementare partecipazione democratica (ma questa ormai è vuota parola, a tutti i livelli di potere; eppure dovrebbe essere un dovere per i governanti).

Ancora una volta il tema che ci sta a cuore è all’interno di un pacchetto sicurezza di contenuto eterogeneo (i decreti dovrebbero essere a contenuto omogeneo: L. n. 400/1988) e dunque non è stato ritenuto degno di autonoma trattazione. E’ così ormai da parecchi anni. Inscindibile binomio: decreti-legge e sicurezza (il titolo del decreto dice solo “sicurezza” , ma poi preambolo e articolato chiariscono che è alla sicurezza pubblica e di polizia che il Governo si riferisce). Questa volta la scelta del decreto provvisorio con forza di legge di iniziativa governativa – che la Costituzione ammette solo “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” – è giustificata ribaltando il dato oggettivo delle elaborazioni e azioni politiche delle donne che si sono attivate (spesso coinvolgendo le istituzioni) per ovviare alla cronica mancanza di dati ufficiali sulla violenza maschile contro le donne e per portare il tema alla attenzione pubblica (sforzo purtroppo stravolto dalla ribalta mediatica, tutta concentrata sui casi di assassini). Infatti il Governo – per giustificare le circostanze straordinarie di necessità e urgenza – non porta dati, ma si limita a enunciare il “susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne”. Ed è da questo che trae un “conseguente” “allarme sociale”, che – a sua volta – rende necessario “inasprire per finalità dissuasive, il trattamento punitivo per gli autori”. E’ un ribaltamento bello e buono. Curioso – e contraddittorio – che una indimostrata asserzione statistica e criminologica (un vago e ascientifico “susseguirsi di eventi”) costituisca l’unico presupposto di legittimità costituzionale (straordinaria necessità e urgenza) di un decreto legge che nel suo dettato contiene poi sia l’assegnazione al Ministro dell’interno del compito di elaborare annualmente ( art 3) “un’analisi criminologica della violenza di genere” e sia la previsione di una raccolta strutturata dei dati del fenomeno inserita nel Piano straordinario (art. 5). Insomma il presupposto del decreto ne costituisce anche l’oggetto, che deve ancora essere dimostrato.

Quanto all’arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti e atti persecutori, ne viene posticipata la vigenza al momento della conversione in legge e questo dimostra che la misura non era poi tanto urgente. Insomma ce ne sarebbe a sufficienza per contestare dinanzi alla Corte costituzionale il ricorso allo strumento decreto legge; ma – costata la prassi invalsa e alla luce della  giurisprudenza della Corte sul punto – trattasi di una strategia impervia. Non per questo la protesta e la critica sul punto devono essere taciute.

Sembra dunque non restare altro che lo spazio – oggi così risicato – delle modifiche e dei ritocchi in parlamento, da parte delle due camere (sia chiaro: lavori in commissione e non in aula; abuso dello strumento della fiducia). Quanto al contenuto, le ombre sono più delle luci. Innanzitutto le norme contro la violenza di genere di effettivo vigore sono tutte di esclusivo carattere penale. Infatti il Piano d’azione straordinario è solo annunciato ed è a costo zero (“senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”). Il vocabolario usato è oscillante e  incerto: violenza di genere; poi violenza sessuale e di genere; e ancora violenza di genere e stalking (come se violenza sessuale e stalking non costituissero violenza di genere contro le donne) . Quanto alla nozione di violenza domestica riprende sì la definizione di Istanbul, ma caricata di un ulteriore requisito fortemente restrittivo: gli atti “non episodici”.

Si aggiunga il riferimento – nella comunicazione governativa- al femminicidio (diffusamente ripreso: decreto contro il femminicidio?) che risulta un ossequio mediatico e di immagine, visto che nessuna norma si riferisce agli assassini di donne da parte di uomini  con cui sono in relazione di intimità o prossimità. A meno di non voler sostenere che qualunque modifica in materia di violenza  della legge penale (sia legge sostanziale che processuale) svolga di per sé funzione di prevenzione dei c.d. femicidi (ringraziamo per queste confusioni e per questi effetti boomerang chi continua a premere indiscriminatamente e acriticamente sul pedale del femminicidio e ad attribuirgli un significato giuridico). Non sono certo riconducibili a una funzione di prevenzione le norme più scopertamente repressive, cioè gli aumenti di pena e le aggravanti appositamente previste per “inasprire” il trattamento degli autori (tra cui quello per la violenza cd. assistita, inflitta ai minori presenti alle violenze, complesso problema che richiede ben altre coordinate azioni non solo di diritto penale). Infatti è ormai storicamente e scientificamente assodato che gli inasprimenti di pena non realizzano alcuna funzione deterrente (ancor più in tema di violenza maschile contro le donne), perché non scalfiscono l’aspettativa e il senso di impunità degli autori .

L’attenzione va piuttosto ad altri aggiustamenti.

La più significativa ci pare quella della “costante informazione in ordine allo svolgimento dei relativi procedimenti penali”. Ottimo proposito! Ma perché prevederla riduttivamente solo per i maltrattamenti contro familiari e conviventi? E perché solo per alcune delle misure cautelari, e non per la custodia in carcere? E perché non hanno inserito una ulteriore apposita  norma che imponga alla polizia giudiziaria di indicare alla donna che ha denunciato (o querelato) un riferimento personale a fine di reperibilità telefonica per i casi a rischio? La nuova misura attribuita alla polizia giudiziaria dell’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare (384 bis CPP) è pur sempre impostata come un potere di polizia che può essere esercitato d’ufficio, dunque anche contro la volontà  della donna. E la previa autorizzazione del pubblico ministero (come? nelle vie brevi, per telefono?) deve essere precisata. Le varie norme su arresto obbligatorio in flagranza (che entreranno in vigore solo dopo il vaglio del Parlamento) intervengono rendendo obbligatorio quello che già era previsto, ma in modo facoltativo. Il superamento della discrezionalità non affronta il problema di fondo, che è quello della formazione professionale delle forze di polizia (e degli operatori in generale).

Bene gli ampliamenti di garanzia su incidente probatorio (ma valgono solo per maltrattamenti). Bene anche l’audizione con modalità protette in dibattimento, ora ampliate. Bene ancora la priorità assoluta dei processi (ma di fatto – vista la crisi della giustizia – non può che essere relativa) e il patrocinio a spese dello stato. Ma sia chiaro: sono tutte norme di “tutela”, per una vittima vulnerabile, o comunque ritenuta per legge soggetto “debole”, e comunque sono norme processuali che si riferiscono a casi in cui il fatto violento è già stato portato a emersione da denuncia o querela.

Un ulteriore incremento del potere di polizia giudiziaria (soprattutto dei posti di polizia collocati nei pronto soccorso ospedalieri) è costituito dalla “misura di prevenzione per condotte di violenza domestica” (art.3). E’ ricalcata sul modello dell’ammonimento questorile per lo stalking (ove l’istanza della donna doveva precedere la querela). Questa invece vale solo per gli episodi di lesioni personali (582, 2 comma, cp) e – perché mai? – è applicabile  “anche in assenza di querela”. Ineffettivo risulta il rilascio del  permesso di soggiorno agli “stranieri vittime “ (genere?) di violenza domestica. E’ una estensione della speciale misura già prevista dalla normativa sull’immigrazione (art 18 della cd Turco-Napolitano, poi Bossi-Fini), ma non è accompagnata dalla previsione di interventi sociali di sostegno ed appoggio.

Complessivamente la filosofia del decreto comporta una riduzione della autodeterminazione della donna a vantaggio di una logica di irrigidimento e di preteso efficientismo ed economia delle attività di polizia giudiziaria e processuali. La opzione governativa è che la riluttanza della donne a denunciare e querelare e  – ancor più – la loro eventuale titubanza a proseguire nel conflitto giudiziario con le conseguenti loro rinunce e ritrattazioni  non debba essere affrontata e trattata con azioni di sostegno alle donne stesse e col rispetto dei loro “tempi”, bensì forzandole con una sorta di decisionismo istituzionale intollerante, che non ammette tentennamenti e non sopporta – diciamolo –  perdite di tempo e di energia lavorativa per gli operatori della legge, che non accettano indagini e processi che non diano garanzie di realizzare senza indugi la finalità repressiva.

Tale priorità delle logiche istituzionali repressive rispetto alla libertà femminile emerge in più parti (vedi art 3 “anche in assenza di querela”).  Ma la spia  più significativa è quella –inaccettabile –  della irrevocabilità ora sancita per la querela di stalking.

E’ evidentemente ripresa dalla scelta  – unica nell’ordinamento penale – prevista sin dal 1930 per la violenza sessuale. Ma non si confonda: per la violenza sessuale la effettiva regola è ormai dal 1996 quella della procedibilità è d’ufficio ( la procedibilità su querela è residuale e limitata a poche ipotesi). Invece lo stalking è perseguibile  – di regola, tranne pochissime eccezioni – a querela. Pertanto la innovazione della irrevocabilità per il delitto di atti persecutori rischia di essere controproducente, perché introduce un elemento di rigidità in una fattispecie che deve sinora la sua fortuna proprio alla sua duttilità e leggerezza (censurabili giuridicamente e costituzionalmente per indeterminatezza – ma questo è un altro discorso).  Ci riferiamo al numero di querele presentate: secondo i recenti dati pubblicizzati dal Ministero dell’interno sono 38.142 dall’entrata in vigore della legge 38/2009; nel 73% dei casi depositate da donne (occorre tuttavia considerare che molti fascicoli aperti vengono poi archiviati: tra il 15 e il 30% per remissione di querela e tra il 30 e il 60% per infondatezza o mancanza degli elementi costitutivi previsti dalla legge. Così risulta dalle valutazioni dei pubblici ministeri raccolte nel volume da me curato “Stalking nelle relazioni di intimità” , IUS 17, n.2/2012, Bononia University Press, Bologna ).

Siamo certe che le donne continueranno a querelare anche quando sapranno che il susseguente procedimento penale non sarà più nella loro disponibilità e non saranno più libere di ritirarsi? Sarà così inevitabilmente frenato questo tipo di emersione (pubblica) di fatti violenti, tanto più che le donne (e i media) nominano e classificano come stalking (che è violenza psicologica) anche gli  altri fatti ben più lesivi, che quasi sempre lo accompagnano, perpetrati con violenza fisica o sessuale. Si tratta insomma di una limitazione della autonomia/autodeterminazione della donna che ha subito violenza. Ci siamo forse dimenticate del dibattito ventennale che ha preceduto la legge del 1996 contro la violenza sessuale, quando la discussione fu incentrata sulla procedibilità d’ufficio o a querela?

Che fare?

Lavorare con giuriste/i, avvocate/i e magistrate/i per contrastare l’articolato tutto (compreso No TAV e dissenso sociale; non possiamo considerare solo i primi 5 articoli, ignorando il resto) e sollevare questioni di legittimità costituzionale sulla legiferazione per decreto? E’ seriamente praticabile? Lavorare con le/i  parlamentari per migliorare e emendare i ritocchi positivi e per eliminare i punti inaccettabili? Siamo in grado di riuscire a ribaltare la logica repressiva di fondo che ha ispirato il decreto, che non solo sulla violenza contro le donne, ma in tutto il suo articolato ha puntato sull’incremento dei poteri di polizia? Possiamo seriamente considerare questo decreto esclusivamente penalistico come solo un primo piccolo passo? Siamo davvero fiduciose che poi si lavorerà insieme (collettivamente e democraticamente – non solo i centri antiviolenza e le associazioni, ma anche le donne delle istituzioni e le singole) ad una legge organica e a elaborare un  Piano nazionale congruamente finanziato. Ma come garantirselo da ora? Quale impegno in tal senso esigere adesso da parlamentari e istituzioni? Saranno capaci le donne di trovare luoghi e modi per esprimere simile forza a favore della libertà femminile (e di tutti)?”.

 

 

 

Carta Onu su violenza contro le donne, l’Italia e Bersani

MDG : UN Women CSW57 The Commission on the Status of WomenIn un paese vicino Frosinone, l’altro ieri un un uomo di 57 anni ha inseguito con l’auto la sua ex, anche lei in macchina, speronandola fino a farla schiantare contro un muro e poi, con un’ascia, ha frantumato il vetro dello sportello per colpire la donna che invece è riuscita a ripartire e scappare; mentre rimangono ancora gravi le condizioni della donna ritrovata col cranio fracassato a Ferentino, massacrata dal suo convivente tre giorni fa. L’8 marzo la Casa delle donne di Bologna ha pubblicato i suoi dati, per cui i femminicidi nel 2012 sarebbero stati 124 in Italia, un numero che si alza se vengono messe nel conto anche le vittime collaterali di queste uccisioni, numeri e dati che vengono raccolti dalle stesse associazioni attraverso la stampa, e quindi non ufficiali, perché il nostro ministero degli interni non li raccoglie come dovrebbe.

Pochi giorni fa si è conclusa a New York la 57a “Commission on the Status of Women” delle Nazioni Unite dove 193 paesi del mondo hanno firmato una carta storica contro la violenza sulle donne che seppur non vincolante è un altro tassello nel contrasto al femminicidio. Nel testo di 17 pagine si condannano la violenza contro donne e bambine, chiedendo maggiore attenzione e accelerazione nel prevenire e rispondere al fenomeno, dando priorità alla creazione di una rete di servizi a sostegno delle donne, la fine dell’impunità dei responsabili, il diritto alla salute sessuale e riproduttiva, il diritto a uguali diritti umani per uomini e donne. Ma per capire a che punto siamo, è bene far sapere che a questa carta, che ribadisce anche concetti già presenti in altre raccomandazioni internazionali, ci sono state forti obiezioni da parte di paesi come Egitto, Iran, Sudan, Arabia Saudita, Qatar, Honduras, mentre la Libia non l’ha proprio sottoscritta. Le resistenze si sono concentrate sul passo in cui si chiariva che la violenza contro le donne non può essere giustificata da “nessun costume, tradizione o considerazione religiosa”, un concetto che ha fatto infuriare l’Egitto, e ha provocato la rottura della rappresentante egiziana alla Commission, Mervat Tallawy, che ha replicato ai Fratelli Musulmani, firmando la carta e dichiarando che “La solidarietà internazionale è necessaria per dare i poteri alle donne e prevenire quest’aria di repressione”. Tra i punti considerati inammissibili da alcuni paesi islamici c’è la “piena uguaglianza nel matrimonio” che consente di denunciare il coniuge violento, e la garanzia di libertà sessuale per le ragazze con l’accesso ai contraccettivi. A esprimere contrarietà però non sono stati soltanto questi paesi, perché l’alleanza contro le donne è uno schieramento intereligioso che ben si trova unito, se necessario, contro il nemico comune. A trovare sconveniente il passaggio sul diritto all’aborto e alla salute riproduttiva delle donne sono stati anche il Vaticano (che ha un seggio all’ONU come Stato non membro osservatore permanente), la Russia e l’Iran che, come hanno già fatto nell’incontro di Rio+20 l’anno scorso, volevano cassare questa parte.

I dati dell’Onu indicano che 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita e 603 milioni di donne vivono in nazioni che non la considerano un reato. I giornali italiani hanno parlato pochissimo di queste due settimane internazionali di lavoro sulla violenza (e quasi nulla su questo importante documento internazionale contro la violenza sulle donne), malgrado l’Italia fosse presente sia a livello istituzionale che con Ong che hanno presentato i vari aspetti del fenomeno nel nostro Paese. A questi incontri, che sono durati dal 4 al 15 marzo, la ministra del lavoro Elsa Fornero, con delega alle pari opportunità, ha fatto un discorso dove ha evidenziato quello che il nostro Paese, con il governo Monti, ha fatto. Ha parlato della violenza domestica e del femminicidio citando i dati della Casa di Bologna, la Convenzione di Lanzarote sui minori adottata da noi, il mandato che ha dato all’Istat per la raccolta di nuovi dati sulla violenza, la firma alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011) – a oggi ratificata solo da Turchia, Portogallo e Albania – ma soprattutto ha elencato una serie di misure che il suo governo avrebbe attuato per contrastare il fenomeno: ma quali? Fornero a New York ha detto pubblicamente che “A livello nazionale, l’Italia ha rafforzato i meccanismi di prevenzione alla violenza, garantito adeguate strutture di assistenza alle vittime e ai loro bambini, accesso a servizi specializzati per donne abusate, e provveduto alla sicurezza e al supporto di cui hanno bisogno queste donne per rompere la spirale della violenza”, specificando che il governo, su questo, ha lanciato “specifiche inziative nel 2012”. Ma davvero? Il governo Monti ha fatto questo e noi non ci siamo accorte di nulla?

Oltre alle Ong, che hanno dato un quadro più realistico della situazione italiana, alla 57a Commissione dell’UN, ha parlato Susanna Camusso, Segretaria Generale della Cgil, dicendo chiaramente che “le azioni di prevenzione, contrasto e punizione intraprese dai governi e da importanti attori istituzionali non sono state sufficienti a frenare la violenza fino ad ora”. Per chi ha partecipato direttamente ai lavori della 57a Commission, come Barbara Spinelli – avvocata penalista di Giuristi democratici esperta di femminicidio – “la sensazione è stata che mentre per l’Italia erano presenti molte Ong, per altri paesi le associazioni di donne erano accompagnate da magistrate e affiancate anche da rappresentati istituzionali, per dare un focus a 360 gradi del fenomeno. Quello che mi ha positivamente sorpresa – continua – è stato vedere che alcuni paesi avevano instaurato una vera alleanza tra le istituzioni e le attiviste, e l’ho visto soprattutto nelle donne austriche, norvegesi e zambesi. Nel panel norvegese, per esempio, la ministra (Inga Marte Thorkildsen, ndr), ha fatto un discorso molto efficace sulle dinamiche di discriminazione di genere e di come sia importante la lotta al pensiero patriarcale, che permette la violenza contro le donne, anche nei paesi con avanzate politiche sulle pari opportunità”. Una situazione ben diversa dall’Italia, dove questa elaborazione così avanzata da parte delle istituzioni non c’è, e non c’è neanche l’umiltà di ascoltare i veri bisogni delle donne e dei loro figli, attraverso la voce di chi ci lavora tutti i giorni e che, sapendo bene quello che succede nella realtà, ha anche gli strumenti adatti per pensare a una soluzione concreta.

Dieci giorni fa Pierluigi Bersani ha presentato gli 8 punti con cui spera di fare un governo con il M5s, e al punto 7 indica una legge contro il femminicidio. Riprendendo il filo di questo discorso, e di tanti che già abbiamo fatto, mi chiedo perché dobbiamo aspettare di discutere e far passare i tempi di una legge, quando invece qui in Italia servono misure e politiche di prevenzione, tutela e di protezione efficaci e immediate. Perché non approfittare della scadenza del Piano nazionale antiviolenza varato dalla ex ministra delle pari opportunità, Mara Carfagna, che è appena scaduto e che andrebbe rivisto e rimesso a punto, come suggerisce anche la Convenzione nazionale “No More” contro la violenza sulle donne. Come riporta il documento dell’Onu “Il modo migliore per porre fine alla violenza contro le donne è quello di impedire che accada” ma senza aspettare i tempi di una legge che in Italia forse non servirebbe neppure se le istituzioni applicassero bene quelle che già ci sono (magari con qualche ritocco). Una bella mano la darebbe invece la ratifica della Convenzione di Istanbul, e la reale applicazione da parte delle isituzioni italiane delle raccomandazioni Cedaw e quelle della Special Rapporteur, Rashida Manjoo, e ora anche con il recepimento della nuova Carta dell’Onu sulla violenza. Le indicazioni per un reale contrasto alla violenza sulle donne non mancano, anzi abbondano, e vanno applicate prima che muoiano altre donne, ascoltando attentamente quello che la società civile ha da dire: lo ha detto alle Nazioni Unite, non ha certo problemi a esprimersi chiaramente con le istituzioni del proprio Paese.

Perché #Boldrinipresidente è una vittoria delle donne

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La risposta di Laura Boldrini candidata di Sel prima che venisse eletta e prima che diventasse Presidente della Camera
(clicca sull’immagine per ascoltare il discorso di oggi alla Camera)

 

È la terza carica dello Stato ed è la terza donna, dopo Nilde Iotti e Irene Pivetti, che viene scelta per questo incarico. Parliamo di Laura Boldrini, eletta con Sel alle ultime elezioni italiane, e che oggi è passata con 327 voti (malgrado i 13 voti mancanti dell’area dei deputati del centrosinistra), in un Parlamento in cui siederà sulla poltrona della Presidenza alla Camera. Una doppia conquista perché oltre al fatto che ci sia una donna su quella poltrona, c’è anche che Laura Boldrini, 51 anni ed ex portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ci sia arrivata per i suoi meriti, per il suo impegno e non per cooptazione maschile, e anche grazie al lavoro di tutte quelle donne che, dopo 20 anni di berlusconismo, hanno cominciato a far sentire la loro voce contro gli stereotipi femminili, per il diritto a una vita libera dalla violenza, e a spingere per avere un potere più consistente nelle loro mani. È per questi motivi, di merito personale e spinta collettiva femminile, che la sua elezione è un motivo di orgoglio per tutte le italiane, troppo abituate a vedere in luoghi di responsabilità o donne portatrici di una progettualità maschile (governo Monti), o anche scelte in base a scambi di favori di diverso genere (governi Berlusconi).

Il discorso di Laura Boldrini oggi alla Camera, ha dimostrato che una donna che ragiona con la sua testa ha il potere e la capacità di sbaragliare un tavolo di discussione, fino a oggi guidato dai maschi su altro, riportando tutti su un terreno diverso anche in una sede istituzionale come la Camera dei deputati. Boldrini ha messo in chiaro in questo suo discorso, tutti gli elementi più urgenti di un Paese sull’urlo del baratro come l’Italia: ha parlato di immigrazione, lavoro, esodati, giovani, delle vittime della mafia, disabili, dei “detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante”, dei “pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti”, ma soprattutto ha per la prima volta sbattuto in faccia a quell’assemblea il femminicidio di cui le donne italiane sono ostaggio, dicendo chiaramente che “Dovremo farci carico della violenza subita dalle donne travestita d’amore”, sottolineando che si tratta di “un impegno che sin dal primo giorno affidiamo al Parlamento”: parole che hanno provocato in aula una vera e propria standing ovation su cui anche alcune deputate Pdl si sono alzate in piedi per applaudire.  Un atto che mi riempie di gioia perché in Italia la campagna contro la violenza sulle donne – femminicidio –  è partita in maniera costante da queste pagine del manifesto online e da questo blog (battezzato appositamente Antiviolenza) dal 2010, quando nessuno si sarebbe mai sognato né di inserire la parola femminicidio nei suoi articoli – soprattutto dei grandi gionali e telegiornali –  né tanto meno indicarlo in un discorso istituzionale generale come questo.

Nel corso della campagna elettorale, Laura Boldrini è stata una di quelle candidate che si è pronunciata apertamente e pubblicamente sul femminicidio prima di essere eletta, ed è stata la prima in assoluto a porre attenzione alla mia lettera aperta rivolta ai leader della sinistra, affinché parlassero dalle loro tribune di femminicidio e diritti dei minori, a cui hanno risposto poi Ingroia e Vendola. Ma se oggi si è arrivati a questo, è perché prima c’è stato un lavoro sui cui una parte delle donne italiane, in diversi ambiti, hanno continuato a combattere senza mai arrendersi malgrado non avessero risposta né dalle istituzioni né dai media. Circa tre anni fa la Casa delle donne di Bologna e l’associazione nazionale dei centri antiviolenza, DiRe, cercavano di far arrivare all’opinione pubblica quello che si svolgeva tra le mura domestiche italiane e che rimaneva però senza eco, in un contesto dove i centri antiviolenza erano sul lastrico perché gli enti locali tagliavano fondi, e già allora si parlava di “mattanza” perché le donne uccise per mano di ex partner, fidanzati, mariti erano già tante (troppe). Nel 2010 da queste pagine del manifesto online, Emanuela Moroli di Differenza Donna diceva che “La situazione più comune è la violenza in famiglia ma adesso stiamo sfiorando il 90%, e la cosa tragica è che sono sempre partner o ex partner o anche i parenti più stretti. Figure che più sono vicine e più sono pericolose con un livello altissimo di stalking che spesso sfocia nell’omicidio”.

Da quel momento il numero delle donne uccise in ambito di relazioni intime non è andato a diminuire ma a crescere, e sembrava che nessuno se ne accorgesse. Una svolta decisiva è stata però la Piattaforma Cedaw – che ha riunito il meglio delle associazioni che lavorano sul territorio nazionale sulle donne – e che ha portato nel luglio 2011 alla Commissione Cedaw dell’Onu, una lucida e realistica analisi sulla condizione delle italiane: un rapporto che le ong di un Paese che ha ratificato la “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne”, può fare legittimemente, soprattutto quando il governo (come nel caso dell’Italia che allora era sotto Berlusconi) si dimentica di farlo. Da lì è cominciata una fitta campagna su contenuti che ancora i media italiani non trovavano così interessanti, e che le stesse istituzioni italiane stentavano a rendere pubbliche, come sottolineò in un chiarificatore intervento Violeta Neubauer (componente della Commissione Cedaw), nella Sala dei Mappamondi di Montecitorio nel gennaio 2012. Insieme a lei in Italia c’era anche la Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, che nel suo monitoraggio sull’Italia rimase scioccata per l’incidenza della violenza domestica nella violenza contro le donne italiane (circa l’80-85%), quasi quanto fui scioccata io nel vedere così pochi colleghi giornalisti durante la conferenza stampa che Manjoo tenne prima di ripartire dall’Italia. Era chiaro che le Nazioni Unite fossero allarmate per quello che succedeva qui, tanto che Neubauer, prima di ripartire, disse chiaramente: “Se non cambiate gli stereotipi non vincerete mai”. Anna Pramstrahler della Casa delle donne di Bologna, coordinatrice della ricerca sul femminicidio nel Rapporto Ombra, sosteneva che il femminicidio risultava “aumentato nel corso degli ultimi 6 anni”, e che l’Onu già nel luglio del 2011 chiedeva all’Italia di svolgere ricerche e azioni per fermare questi delitti. “La cosa assurda – diceva Pramstrahler – è che mentre in Francia e in Spagna lo stato ha istituito un osservatorio speciale per il femminicidio, qui il Ministero degli Interni non ha mai avuto dati ufficiali”. E oggi, malgrado tutto quello che abbiamo fatto, siamo ancora così.

Dalla fine del 2010 a ora da queste pagine è cominciato un tam tam giornaliero sul femminicidio quando ancora nessuno ne parlava e con l’aiuto di Barbara Spinelli – avvocata penalista esperta sulla violenza maschile contro le donne a livello internazionale – è stato possibile rendere pubblica, su un quotidiano nazionale, un’importante documentazione internazionale su questi temi. Qui si è parlato di femminicidio e femmicidio, centri antiviolenza, delle sentenze, dello stupro di guerra e della 1325 (Risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu, “Donne , pace e sicurezza”), di come si affronta la violenza domestica su un piano psicologico, di ambiti giuridici e dei tribunali, di come si ascoltano queste donne, di violenza assistita dei minori, di Pas (sindrome di alienazione parentale), della violenza sulle bambine, di come i media trattano il femmincidio e come andrebbe trattato, della corretta informazione e dei pregiudizi culturali, dei corsi di formazione necessari per chi si occupa di intervenire sul fenomeno (compresi magistrati, polizia, giornalisti, ecc.), materiale da cui da più parti si è attinto a piene mani, e di cui sono orgogliosa perché si è data una reale spinta a un problema per troppo tempo sottovalutato e sottaciuto. Ma il fatto che portò ad accendere un vero faro sul femminicidio da parte dei media, fu l’uccisione di Stefania Noce nel dicembre del 2011, una uccisione efferata per mano di un ex fidanzato che colpì ripetutamente la giovane studentessa, militante femminista, con un coltello da cucina, e che molti giornali battezzarono, ancora una volta, come “raptus”, “delitto passionale”, “omicidio per troppo amore”. Ed è stato in quel momento che con la Rete nazionale delle giornaliste italiane avviammo un dibattito con un mio documento sulla corretta informazione sulla violenza di genere-femminicidio, le cui istanze furono riprese dalle colleghe nelle rispettive redazioni per proporre-imporre un corretto linguaggio: non solo meno offensivo per le donne, ma soprattutto più aderente alla realtà, al fine di portare alla luce un fenomeno che non poteva essere più trattato come un mero fatto di cronaca nera e con movente di gelosia. E fu così che cominciò la vera campagna sul femminicidio, che non fu una parola semplice da far usare perché molti avevano dubbi “grammaticali”. Una campagna che ha dato effetti insperati, perché ha dato l’input per approfondire il fenomeno e per far riflettere anche gli uomini: è così che anche nomi famosi come Adriano Sofri, Roberto Saviano, Riccardo Iacona, hanno cominciato a virare la loro attenzione verso le donne e il femminicidio, ed è stato per il lavoro sotterraneo delle donne che tutto ciò è potuto succedere. Un risultato che è concretamente sfociato nella Convezione nazionale “No More” contro la violenza sulle donne-femminicidio, redatta dalle principali ong delle donne italiane e di cui ricordo ancora la prima riunione alla Casa Internazionale delle donne (io ero l’unica giornalista presente) dove Vittoria Tola dell’Udi e Francesca Koch della Casa Internazionale, ci chiesero di creare e lanciare una piattaforma comune contro la violenza sulle donne: un dialogo che è andato avanti fino a coinvolgere migliaia di donne e di uomini su una piattaforma contro la violenza che oggi vorremmo vedere accolta anche da un ancora incerto governo.

Questa storia l’ho voluta raccontare, anche se per sommi capi, non per far vedere che siamo brave, ma perché la vittoria di avere Laura Boldrini, oggi, su quella poltrona, è una vittoria di tutte le donne e che ciò accade quando le donne sostengono le politiche delle donne; e per sottolineare che se oggi il parlamento si è alzato in piedi alla parola “violenza subita dalle donne”, è perché ci sono state donne che malgrado fossero inascolate, malgrado fossero poche e disgregate, malgrado le loro differenze, hanno continuato a lottare per qualcosa che era giusto venisse alla ribalta: il diritto delle donne ad avere una vita libera dalla violenza.

 

8 marzo: a che punto sono le donne italiane

8 marzo: a che punto sono le donne italiane

(Piattaforma della relazione sulle donne italiane di Luisa Betti per il Comune di Parigi, di cui è stata fatta sintesi nell’intervento del 6 marzo all’Hotel de Ville de Paris per l’inaugurazione della Giornata Internazionale delle donne, Festa dell’8 marzo, al Convegno “Donne e poteri” organizzata da Fatima Lalem, assessora alle pari opportunità, e moderata dalla giornalista di Radio France, Stéphanie Duncan. Un ringraziamento particolare a Tiziana Jacoponi)

Al Convegno "Donne e poteri" il 6 marzo all'Hotel de Ville di Parigi

Al Convegno “Donne e poteri” il 6 marzo all’Hotel de Ville di Parigi

Nelle ultime elezioni parlamentari italiane, le donne sono balzate di 10 punti, passando alla Camera dal 20,2 del 2008 al 30,8 del 2013, mentre a Palazzo Madama le cifre parlano di una crescita dal 19% al 30%. I partiti con la percentuale di donne più alta sono il Partito Democratico (41%) e il Movimento 5 stelle (38%), ai quali fanno seguito Sel con il 28%, il Pdl e i montiani con il 20%, la Lega con il 13,5% (dati “Centro studi elettorali”). Nelle Regioni il risultato delle elette invece non è stato brillante. Nel Lazio sono passate 9 donne su un totale di 50 eletti di cui 4 donne entrate con il listino bloccato collegata al nome del candidato Zingaretti, 4 elette nel M5s e una, Olimpia Tarzia, nella lista Storace (assessora contestata per la proposta di legge contro i consultori  nella precedente legislatura regionale). In Lombardia sono state elette 15 donne su 80: una tra i 19 eletti del Pdl, tre per la Lega, tre per il M5s, due per il Pd, una per il Patto civico per Ambrosoli, 4 per la lista civica per Maroni e una per il Partito dei pensionati. In Molise, su 20 consiglieri, sono state elette 2 donne, una Pdl e una M5s, a cui si aggiunge una terza dell’Udeur che è rientrata per la doppia elezione di un uomo. In Italia si sta ragionando anche su una donna Presidente della Repubblica – il mandato presidenziale dovrà essere rinnovato a maggio – e i nomi più gettonati sono Anna Finocchiaro (Pd) ed Emma Bonino (radicale il cui nome è stato fatto in questi giorni come possibile accordo con i grillini per la Presidenza del consiglio), anche se voci di Palazzo dicono che solo se le forze politiche non si metteranno d’accordo su un maschio, allora uscirà fuori un nome femminile.

Adesso l’Italia però non ha un governo perché nessuna forza politica ha la maggioranza al Senato. Il fatto che il centro sinistra italiano abbia la maggioranza alla Camera ma non riesca a trovare accordi per averla al Senato, ha messo la situazione italiana in stallo: un impasse per cui non possiamo verificare in questo momento se il cresciuto numero delle donne in Parlamento porterà avanti politiche di sostegno alle donne stesse. Il problema è infatti che non tutte le donne all’interno dei diversi schieramenti politici sono a favore delle politiche delle donne, perché non basta essere di sesso femminile per essere automaticamente dalla parte giusta.

La vera incognita in questo senso è il Movimento 5 stelle che in questo momento è il primo partito in Italia (il secondo è il Pd e poi il Pdl), che nelle sue fila raccoglie componenti talmente variagate da apparire su alcuni punti anche contraddittorie. Nel blog di Grillo (leader del M5s), su cui chiunque può fare una proposta che poi viene votata sul web, appare l’inquietante idea di riaprire le “case di tolleranza” per le prostitute – cancellate in Italia con la legge Merlin – fatta proprio da una donna. Una settimana fa Max Bertoni del M5s, candidato sindaco a Viareggio in Toscana, ha lanciato sulla sua bacheca di facebook il messaggio “Odio con tutto il cuore le femministe”, a cui è seguito una sfilza di commenti dei suoi seguaci che approvavano e promettevano di votarlo per questo. Nel Comune di Mira (vicino Venezia) Roberta Agnoletto, assessora incinta, si è vista togliere le deleghe dal sindaco, il grillino Alvise Maniero, proprio a causa della sua gravidanza. Sul sito di Grillo, le cittadine in movimento aprono la loro dichiarazione d’intenti con la frase: “Le donne italiane lavorano, sono madri di famiglia, amministrano la casa e si prendono cura dei loro uomini”, con riferimenti a stereotipi che le stesse italiane rifiutano. Ma la vera impronta maschilista del M5s, è stata dimostrata prima delle elezioni, ovvero quando la consigliera grillina a Bologna, Federica Salsi, è stata espulsa dal movimento per aver parlato in tv senza il consenso del suo leader: espulsione avvenuta con una lettera contenente frasi sessiste, a cui è seguito un vero e proprio linciaggio mediatico violento e discriminatorio con offese, calunnie, minacce, lanciate dagli stessi appartenenti al movimento di cui lei faceva parte.

Tutto questo succede in Italia mentre nelle aule di tribunale si consuma il processo sul caso Ruby con imputato Silvio Berlusconi, che in queste ultime elezioni ha avuto una rimonta inaspettata: un uomo che continua ad essere votato da una parte consistente degli italiani, pur avendo a suo carico scandali e un processo come questo, su cui il Pm Antonio Sangermano ha detto che “Le cene ad Arcore erano un collaudato sistema prostitutivo per il divertimento di Berlusconi”, e dove in cambio di favori sessuali si poteva avere soldi, immobili, carriera tra cui anche quella politica. Un uomo che ha tirato fuori il peggio della cultura machista italiana e che le donne speravano di aver completamente archiviato con la sua uscita dalla scena politica, e che invece si è ripresentato con tutto il suo “bagaglio”, rispolverando poco prima delle elezioni anche le solite battute sessiste – fatte in pubblico e davanti a una folla che lo ascoltava divertito – con apprezzamenti pesanti sulla donna che presentava l’evento, Angela Bruno, la quale ancora adesso subisce pressing per questo avvenimento.

Per ritornare sul tema della rappresentanza delle donne nelle istituzioni italiane, è importante ricordare che nei precedenti governi le ministre sono state 6 per il governo Prodi del 2006; 4 nell’ultimo governo Berlusconi; 3 nel governo tecnico di Monti. Nella fattispecie uno dei peggiori ministeri dell’ultimo governo Berlusconi è stato quello della pubblica istruzione guidato dalla ministra Maristella Gelmini, che ha distrutto l’istruzione pubblica, che in Italia era ancora una delle poche cose di buon livello, con tagli che hanno causato danni enormi: classi di bambini tagliate e raggruppate con età diverse, mancanza di tempo pieno, tagli di ore di lezioni con programmi scolastici invariati. Misure che non solo hanno comportato tagli di posti di lavoro per chi insegna, che in Italia sono per la maggior parte donne, ma anche un disagio per i ragazzi e le ragazze che si vedono costretti a performance per lo svolgimento dello stesso programma in meno tempo, con un aumento della nozione a scapito della creatività e del talento, ma anche con più sforzo fisico-mentale.

Un’altra dimostrazione che le donne in quanto tali non bastano, perché la carta vincente sono quelle che si prendono in carico dei problemi delle donne, è il fatto che la componente femminile che raggiunge posti di comando in Italia, è per la maggior parte cooptata da uomini, e non solo per favoritismo o in cambio di altro, ma anche perché capaci a svolgere un duro e preciso lavoro di esecuzione. Nell’ultimo governo, Monti ha chiamato per il dicastero del lavoro Elsa Fornero, dandole anche la delega alle pari opportunità, e rispetto a questo incarico è stessa lei che, in un convegno a Torino contro la violenza di genere, ha sottolineato come quando ci sono problemi spinosi da risolvere gli uomini “chiamano noi”, ovvero le donne che sono più capaci nello svolgere politiche maschili di un certo tipo. La ministra Fornero l’anno scorso, pur avendo delega alle pari opportunità, si è limitata ad alzare il dito contro il femminicidio, malgrado in Italia fosse in atto una campagna di informazione e di indignazione mai vista nei precedenti anni, che chiedeva misure immediate per la protezione e la tutela delle donne contro la violenza. Un problema che ha ricompattato i movimenti delle donne ma su cui Fornero ha fatto solo due cose: ha stanziato una raccolta per avere nuovi dati dall’Istat, e ha firmato a nome del governo italiano la Convenzione di Istanbul (“Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica”) senza però la ratifica (il che equivale a nulla di concreto). Due buone misure ma non sufficienti per il potere che la ministra aveva nell’intervenire direttamente, avendo anche la possibilità di interpellare le altre due ministre donne – Anna Maria Cancellieri agli Interni e Paola Severino alla Giustizia – ministeri chiave con cui si sarebbe potuta avviare una concertazione per un’azione di contrasto al femminicidio immediata. Fornero invece si è concentrata sul lavoro, in cui ha tolto le dimissioni in bianco (che serivano a liquidare una donna nel momento in cui fosse rimasta incinta), ma ha distrutto la parte di welfare essenziale per far accedere le donne all’occupazione togliendole dagli impegni di cura in famiglia (bambini, anziani), e ha portato le pensione a 67 anni per uomini e donne, uccidendo definitivamente anche la possibilità di accudimento della prole da parte dei nonni e stroncando l’accesso al lavoro soprattutto per le famiglie monoparentali (le madri separate che in Italia sono le più povere).

Il livello di partecipazione femminile al lavoro, tra i 34 paesi che aderiscono all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia è al terzultimo posto, dopo il Messico e la Turchia, con il 51% contro una media del 65%. Il lavoro delle italiane non è stato colpito dalla crisi come quello maschile solo perché si tratta per lo più di lavoro precario, sottopagato, al nero, part time, compresi i lavori che gli uomini non fanno. Se  si pensa che meno del 30% dei bambini accede alla scuola d’infanzia, ci sono moltissime donne a cui viene impedita la possiblità di lavorare a priori e alle quali  viene invece di nuovo richiesto il lavoro di cura (gratis) su cui in piena crisi economica, lo Stato risparmia. Tutto ciò ha a che vedere con la discriminazione di genere per cui se una donna è culturalmente relegata a un ruolo di subalternità, ribadita da sfruttamento, sopraffazione e violenza, ci sarà una minore competizione femminile su un potere da ripartire in maniera equa e democratica (nel mondo siamo più della metà degli esseri umani).

L’esasperazione di stereotipi che nei 20 anni di Berlusconi ha fatto breccia nella testa degli italiani, ha tirato fuori il peggio di un Paese che si è sempre contraddistinto per il suo maschilismo malgrado le grandi lotte femministe. La cultura machista e discriminatoria in Italia, come nel mondo, è una chiave che in un momento di crisi potrebbe risolvere molte contraddizioni al potere maschile, in quanto è un accesso privilegiato per il risparmio (si cancellano le spese in favore dei diritti alle donne costrette a tornare nei ruoli di “angelo del focolare” con ulteriore risparmio nel welfare), rendendo così metà della popolazione meno concorrenziale nel mondo del lavoro (che è già poco) e del potere (che gli uomini non sono disponibili a lasciare).

Contro gli stereotipi però si è mossa la sociatà civile e i movimenti delle donne che in Italia sono forti e combattivi, e che in questi 30 anni hanno continuato a lavorare in silenzio, cercando di risolvere concretamente i problemi delle donne, vista la cecità delle istituzioni. Donne preparate professionalmente e in grado di competere con le istituzioni stesse, hanno creato associazione, fondazioni, reti, gruppi, su tutto il territorio nazionale e in campi diversi tra cui la violenza, il lavoro, la cultura, il sapere, ecc. La manifestazione del 13 febbraio 2011 in cui un milione di italiane hanno detto no alla cultura maschilista dell’era berlusconiana, è stata l’occasione per far incontrare di nuovo questi gruppi e questi movimenti, per una lotta comune malgrado le differenze. Le italiane non hanno mai smesso di fare ma hanno ricominciato a parlare ad alta voce due anni fa perché esasperate, e da quel momento hanno cercato di creare piattaforme di lotta per unire le forze su punti precisi di condivisione: un’onda che nessuno, oggi, potrà più fermare. Nel 2011 un gruppo di associazioni riunito sotto il nome di “Piattaforma Cedaw”, ha messo a punto un “Rapporto Ombra” descrivendo la reale condizione delle donne in Italia in tutti i campi (lavoro, salute, violenza-femmincidio, tratta, ecc.), ed elencando tutte le mancanze dell’Italia in seno alla “Convenzione per l’eleminazione della discriminazione contro le donne” delle Nazioni Unite (Cedaw), ratificata dall’Italia nel 1981, e portandolo al palazzo di vetro di New York per sottoporlo al Comitato di controllo della Cedaw. L’effetto è stato che il governo italiano, che all’epoca era quello di Berlusconi, è stato richiamato per dare chiarimenti in merito e quello che neanche gli italiani sanno, è che questo governo ha fatto una pessima figura. Dopo questo incontro, a gennaio del 2012, sono venute in visita in Italia Violeta Neubauer, del Comitato Cedaw, e la special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo. Sia la Cedaw che la Special rapporteu, hanno prima verificato e poi stilato raccomandazioni per l’Italia che a luglio dovrà dire cosa ha fatto in merito a ciò che veniva richiesto.

I movimenti delle donne italiane hanno preso in mano i contenuti di questo lavoro e hanno cominciato a promuovere campagne di divulgazione, ed è così che in Italia, quest’anno, è nata la campagna contro il femminicidio, che ha avuto un riscontro fortissimo sui media anche grazie all’impegno delle giornaliste che si sono battute nelle redazioni per una corretta informazione su questo fenomeno, da non comprendersi come un mero fatto di cronaca nera ma come punta di un iceberg chiamata violenza domestica. Su questo fertile terreno di movimenti diversi, è nata anche la Convenzione nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femmincidio “No More”, che ha avuto come promotrici diverse associazioni nazionali e che una volta presentata, ha avuto un riscontro di adesioni inaspattato in tutta Italia, sia di uomini che di donne. E ci sono stati inetri Comuni che hanno firmato la “No More”, ma anche giudici, giornlaisti, parlamentari e personaggi illustri. Quello sulla violenza contro le donne è stato un dibattito che ha riportato a galla tutto quello che le donne hanno fatto nel corso di questi anni, un bagaglio che può essere collocato in un percorso politico e culturale a sinistra, collegato non solo a rivendicazioni sui diritti – rappresentanza, salute, violenza, aborto, lavoro, autodeterminazione, ecc. – ma anche sulla lotta agli stereotipi che sono la base della discriminazione delle donne.

In questi giorni la “Piattaforma Cedaw”, la Convenzione “No More” e molte altre Ong di donne italiane, sono presenti alla 57a “Commission on Stauts of Women” delle Nazioni Unite a New York, che fino al 15 marzo si sta occupando di come liberare le donne e le ragazze di tutto il mondo dalla violenza-femminicidio. Mentre in Italia, come già successo l’anno scorso per la Giornata internazionale contro la violenza (25 novembre), i movimenti delle donne hanno preparato un mese intero di eventi, incontri e manifestazioni in cui le mimose si vedranno poco. La sensazione è che qualcosa si sia alzato in piedi, perché tutte le donne del mondo vogliono vivere diversamente, libere dalla violenza, e vogliono contare nelle decisioni come è giusto che sia, mentre donne di ogni età, ma anche qualche uomo, sono ancora disposte a lottare per altre donne. Oggi in Italia la percezione è che le donne non abbiano più voglia di lasciare che le cose vadano in direzione opposta ai loro diritti, qualsiasi sia la forza politica che è al governo: se abbattiamo le barriere e ci uniamo tutte, sento che questa volta noi vinceremo.

Ciao Tania, il tuo sarà il manifesto su femminicidio

La giornalista Tania Passa

La giornalista Tania Passa

Io non la conoscevo bene ma Tania era una “Giulia”, era una giornalista unita libera indipendente autonoma, e me la ricordo seduta al tavolone nella sala di stampa romana alla Torretta in una delle nostre riunioni serali in cui faceva brillanti proposte per il sito, poi non andate in porto. Tania era giovane e lucente, carica di ardore, e adesso una malattia l’ha portata via, come fanno le forbici quando si accaniscono su un fiore appena sbocciato. Tania Passa non c’è più e oggi i suoi funerali sono alle 15 presso la chiesa S. Pietro di Albano Laziale.

Tania ha lasciato però questo suo articolo sul femminicidio pubblicato su “Articolo21” e scritto quando sulla rubrica del “Fatto quotidiano” online, “Donne di fatto” appunto, uscì un pezzo che con sfacciataggine inaudita negava il femminicidio, mistificando i dati dell’Onu sulla violenza e mettendoceli sotto il naso a noi, che ce ne occupiamo e che facciamo le giornaliste non per hobby ma per mestiere, senza che il direttore del giornale alzasse un dito (come già successo altre volte con “Il Fatto” online). So bene di cosa si tratta perché tante volte mi sono ritrovata qui su questo blog i commenti di queste persone che con indefessa incoerenza negano la realtà per altri scopi.

Tania però non aveva paura e diceva le cose così come stavano, aggiungendo una sana indignazione e una razionalità che non ha perso l’anima, sostenuta da quella passione che ci accomuna tutte. Per questo è un onore per me pubblicare qui questo suo ultimo articolo, che è un j’accuse su come l’informazione che tratta la violenza sulle donne non può accogliere “opinioni” che stravolgono una realtà così grave, e su come i giornalisti debbano riprendersi la responsabilità di stare dalla parte della verità che non prevede sconti né compromessi. Per questo, da oggi in poi, l’articolo “Non c’è dibattito sul femminicidio” di Tania Passa sarà per me il Manifesto sul Femminicidio e lo porterò ovunque finché avrò il fiato di parlare.

Grazie Tania

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da Articolo21

Non c’è dibattito sul femminicidio
di Tania Passa

“Non c’è dibattito sul femminicidio e non ci può essere con chi lo nega , ci sono valori come essere contro il razzismo, contro la pedofilia, essere contro il nazismo e il fascismo, essere contro il femminicidio che in questa nazione sono fondamentali.
Non c’è nessuna pluralità di opinione che possa giustificare il sacrificio di tali valori, soprattutto per il giornalismo. Purtroppo in Italia i valori non vengono prima delle opinioni, questo è il Paese in cui molti giornalisti e direttori egocentrici stanno distruggendo anche l’ultima briciola di civiltà e coscienza per far posto a un cinismo che mette spavento. E’ il caso oggi di Peter Gomez e il sito de il fatto quotidiano che normalmente reclama alti valori costituzionali, purtroppo come diceva Hegel il demonio cova nei dettagli , e stavolta i dettagli sono pesanti.
Sul sito del fatto quotidiano è comparso un post sessista contro il femminicidio che a detta del blogger sarebbe un’invenzione mediatica. Lo stesso sito dove scrivono la Zanardo e altre che provano a difenderle le donne. Come si fa a considerare più opinioni sui valori? E’ come se uno mettesse un post di Messina denaro e poi di Borsellino. Non è pluralità, ma rendere opinabile la mafia. “Salga a bordo cazzo direttore!”

In Italia si paga con la vita il cinismo degli uomini . Non ha tremato il direttore davanti a quelle righe infamanti, non ha sentito neanche un rigurgito di giustizia pubblicando quel post. Ho bisogno di indignarmi ancora contro il cinismo maschilista che con leggerezza considera lecito avallare l’odio sessista , non lo si può scambiare per opinione .
Caro direttore purtroppo il mondo non lo cambia un’opinione , ma il buon esempio e lei oggi non lo ha cambiato, anzi lo ha peggiorato. Oggi con la sua azione ci ha comunicato che si può avere un dibattito sulla piaga sociale del femminicidio fino a negarlo. Deve sapere che io so , so tutto, non ho le prove ma so chi sono i mandanti morali di tutti quegli omicidi: sono i tanti misogini come lei che messi nei posti di potere dell’informazione italiana possono influire sull’informazione del Paese, formare valori e disvalori fino a rendere opinabile e leggero ammazzare una donna.

Provo vergogna per tutti voi per colpe che non potrete vedere mai a causa di una mediocrità sessista
Io però so tutto non ho le prove, ma lo so e voglio urlarlo a nome di Carmela e le altre 99 che in 10 mesi sono state già ammazzate”.

8 febbraio 2013

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Su Articolo21 (clicca) si può leggere il bellissimo ricordo di Tania scritto da Silvia Resta.