Stupro, arma di guerra (2011)

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Azione 6 giugno 2011

Luisa Betti 

La SlutWalk, ovvero la marcia delle puttane, arriva in Europa il 4 giugno con un doppio appuntamento a Londra e ad Amsterdam dopo aver attraversato Canada, Usa, Australia, Europa, Argentina e Kirghizistan. L’ondata d’indignazione contro il binomio stupro=abbigliamento da puttane, nasce a gennaio dopo che alcune ragazze che avevano assistito a un seminario sulla sicurezza alla York University di Toronto in cui il poliziotto Michale Sanguinetti aveva esordito, parlando dello stupro, con un triste: “Mi raccomando, non vestitevi come puttane se non volete diventare vittime”, avevano protestato scendendo in piazza più o meno vestite in maniera “discinta”. Con lo slogan: lo stupro non è colpa delle donne che se lo sono andate a cercare, il tam tam è dilagato sui social network e gruppi di donne pronte a manifestare “in mutande” si stanno formando in giro per il mondo. Questa dirompente risposta delle ragazze occidentali, accanto alle proteste delle donne islamiche nella primavera mediorientale, stimolano riflessioni sullo stupro e sull’uso dell’intimidazione sessuale nei momenti di conflittualità sociale e nelle guerre.

L’elenco che deriva da questa ricerca fa rabbrividire e la materia è così vasta da aver suggerito l’idea di un percorso a puntate su quello che nel 2008 è stato classificato come “arma di guerra” dalle Nazioni Unite grazie alla risoluzione 1820.

Secondo Christine Weise, Presidente della Sezione Italiana di Amnesty Internazional:

“Nel 1998 è stato approvato lo Statuto della Corte penale internazionale che riconosce lo stupro come crimine contro l’umanità. Si tratta di un grande progresso perché finalmente viene riconosciuta nella sua gravità un reato che da sempre colpiva le donne in tempi di guerra, un fenomeno senza storia e senza tempo che ha accompagnato l’intera umanità ed è entrato nell’immaginario collettivo senza venir comunque compreso nella sua gravità per chi lo subisce. Io sono tedesca e ricordo le parole di mia nonna che raccontava di quando i russi stupravano sistematicamente le donne tedesche durante l’avanzata in Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale: un racconto non esplicito, ma che parlava di paura, di cose terribili che come bambina non potevo capire, un racconto che trasmetteva un orrore inspiegabile. Gli stupri di guerra sono stati sempre raccontati sottovoce, in casa, da donna a donna, storie che non si potevano raccontare a nessuno. Ecco perché è stato così importante definire il reato di stupro nello Statuto della Corte penale internazionale: per dare un nome a questo orrore, per dare alle donne la dignità di vedere riconosciuto il dolore che hanno subito e per dare loro gli strumenti per finirla con l’impunità degli stupratori”.

La violenza sessuale contro le donne come prassi nei conflitti ha attraversato ogni angolo della Terra in tutte le epoche. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’esercito giapponese e americano disponevano di schiave sessuali, ovvero donne prigioniere costrette a subire violenze sessuali, e in Italia gli americani costrinsero 40.000 donne napoletane a prostituirsi dopo stupri. Oggi le cifre dei conflitti negli ultimi 20 anni parlano di 20.000-50.000 donne violentate in Bosnia, 250.000-500.000 in Ruanda, 50.000-64.000 in Sierra Leone, e una media di 40 donne stuprate al giorno nella Repubblica Democratica del Congo.

Eppure c’è una differenza: se prima o durante i conflitti mondiali lo stupro era strumento di vendetta sul nemico, dagli anni ‘90 in Bosnia diventa pulizia etnica, tanto che il Tribunale Internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia ha perseguito in maniera specifica i reati di stupro e riduzione in schiavitù in quanto crimini contro l’umanità. Enisa Bukvic, operatrice internazionale e scrittrice, racconta: “Condurre giovani donne, ragazze e bambine nei lager, costringendole a sottoporsi a sfoghi collettivi della soldataglia e costringere coloro che, tra le stuprate, rimanevano incinte a continuare a subire angherie e violenze fino ai 5-6 mesi di gravidanza, non è soltanto una violenza sessuale, è molto di peggio. In Bosnia Erzegovina lo stupro è stato pensato e usato come arma di guerra in una lucida, precisa strategia militare di un progetto al quale hanno preso parte psicologi e psichiatri dalle menti squilibrate”.

Ma casi di violenza sessuale di massa si sono registrati, e si registrano ancora, in molte parti del mondo: Cecenia, Darfur, Iraq, Libia, Congo, Kosovo, Sierra Leone, Rwanda, ecc. Nel rapporto 2010 del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) si afferma che “le donne fanno di rado la guerra, ma troppo spesso ne soffrono le conseguenze peggiori: la violenza sessuale costituisce un’arma di guerra ripugnante e sempre più utilizzata”.

Pochi giorni fa in un’intervista alla Cnn Siham Sergewa, psicologa libica, ha detto di aver ricevuto una chiamata da una donna di Ajdabiya che “piangeva e stava molto male e mi raccontava dello stupro”. La psicologa dichiara di aver ricevuto diverse chiamate così e di essere andata, insieme a volontari, nei campi profughi tra Libia, Tunisia ed Egitto, per identificare persone bisognose di aiuto, e di aver trovato quasi 300 donne che hanno ammesso stupri dai soldati con racconti raccapriccianti: “Hanno legato mio marito, mi hanno violentato davanti a lui e poi lo hanno ucciso”, diceva una donna. In Libia, nel mese di aprile, l’ambasciatrice statunitense Susan Rice aveva denunciato la distribuzione di viagra alle truppe per fomentare aggressioni sessuali, e il britannico Daily Mail aveva intervistato Michael Mahrt di Save The Children, che parlava di aggressioni sessuali a minori. Storie di stupri indistinti sono stati riportati da chi è fuggito da Misurata, Ajdabiya e Ras Lanuf, e al Sunday Times il dottor Khalifa al-Sharkassi ha descritto i casi di una ragazza che ha provato a lavarsi con la candeggina dopo essere stata violentata, mentre un’altra si è iniettata del cloro sperando di bloccare in questo modo la gravidanza, mentre “due sorelle di 16 e 20 anni sono state stuprate dai mercenari dopo che il loro fratello si era unito ai ribelli: la madre era stata chiusa in un’altra stanza mentre le figlie venivano violentate. Quattro o cinque africani hanno stuprato a turno le due ragazze, e ora una di loro non fa altro che restare immobile e piangere”. Ma denuncia degli stupri in Libia era cominciata da una donna coraggiosa, Eman al Olbeidy, avvocata di 29 anni arrestata dal regime, oggi rifugiata a Tunisi, che era riuscita a gridare alla stampa internazionale nell’Hotel Rixos di Tripoli, le violenze subite da 15 uomini mentre era in caserma.

In paesi in conflitto come è stato l’Iraq o come è tutt’ora l’Afghanistan, le donne sono violentate da ogni parte, compresi soldati americani e britannici: Women Against Rape e Women’s Rape Action Project, raccontano che “le irachene ci hanno detto che le donne sono in prigione per essere interrogate e torturate perché rivelino informazioni sugli uomini loro parenti. Per loro la tortura comincia quasi sempre con lo stupro, spesso da più uomini. Una donna dell’Università di Baghdad che lavora per Amnesty International, ha descritto gli abusi sessuali a cui è stata sottoposta a un posto di blocco: Mi ha puntato la luce laser direttamente in mezzo al petto e poi ha indicato il suo pene. Mi ha detto: Vieni qua, puttana, che ti scopo”. Ma non basta, perché un rapporto di Human Rights Watch (Hrw) del 2005, riporta casi di violenze contro donne e bambine praticate da peacekeepers dell’Onu: Anneke Van Woudenberg, ricercatrice di Hrw, spiega che “nelle zone di conflitto lo stupro è usato sempre più come arma da guerra e non si tratta di occasionali voglie di sesso dei soldati; lo stupro è diventato parte della condotta normale di guerra”, uno scandalo che ha riguardato soldati che in cambio di favori sessuali davano cibo, acqua, regali a bambine e ragazzine. A gennaio l’Islamic Republic of Iran Broadcasting (agenzia stampa iraniana), ha riferito di tre donne ridotte in fin di vita per gli stupri subiti in una base militare americana vicino Farah dove i soldati Usa avrebbero creato una prigione-bordello con ragazze rapite nei villaggi.

Esempi recenti dimostrano infine come ancora oggi l’intimidazione sessuale sia la minaccia di genere per eccellenza: in Egitto le donne che durante la rivoluzione del 25 gennaio sono state centrali per la rivolta, sono state marginalizzate ed escluse dai processi decisionali nella fase di ricostruzione, e per fare questo sono state minacciate e molestate da uomini, e sottoposte al test di controllo della verginità contro la loro volontà. Poche settimane fa, nel Bahrain, la poetessa ventenne Ayat al-Ghermezi, in prima fila nelle proteste in Piazza della Perla a Manama, è morta dopo essere stata arrestata e ridotta in coma per gli stupri subiti. Infine nelle carceri di Gohar Dasht, nella città di Karaj a nord di Teheran, ancora oggi moltissime ragazze vengono sistematicamente violentate e uccise: arrestate per motivi che vanno dalla morale al dissenso, nel momento in cui vengono condannate queste donne vengono inghiottite nel reparto 7 padiglione 21 dove sono drogate e trasformate in schiave sessuali a disposizione di secondini, politici e dirigenti, e quando non servono più vengono uccise.

L’anima nera dell’Africa (2011)

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Azione 6 luglio 2011 –

Luisa Betti

Era il 1976 e Susan Brownmiller, autrice di uno dei primi manifesti sulla violenza di genere (Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale),scriveva: La difesa delle donne è stata fin dalla notte dei tempi un simbolo dell’orgoglio maschile, così come il possesso delle donne è stato un simbolo del successo maschile. Il corpo di una donna violentata diventa un campo di battaglia rituale, un terreno per la parata trionfale del vincitore”. Un concetto che i conflitti etnici degli anni ‘90 hanno ampliato chiarendo, grazie al Tribunale Internazionale per il Ruanda che nel ‘98 sanzionò la violenza sessuale come “crimine di guerra” emettendo poi condanne per gli autori del genocidio, come lo stupro non sia più una “semplice” conseguenza della guerra ma un’arma utilizzata a fini di terrorismo politico, sradicamento di un gruppo, pulizia etnica volontaria.Margot Wallstrom, inviata speciale delle Nazioni Unite per i crimini sessuali in situazioni di conflitto, afferma: “La violenza sessuale è utilizzata dai combattenti come un’arma per instillare paura tra la gente. Inoltre, il fenomeno è diventato sistematico ed esteso, e si registra un incremento dei casi di violenza contro le donne perpetrate da civili consapevoli di non incorrere in sanzioni penali.E’ necessario quindi cambiare il punto di vista che considera lo stupro durante i periodi di conflitto solo come danno collaterale. Lo stupro non è né culturale, né sessuale ma è criminale”. Un’affermazione importante se si pensa che nello stesso periodo in cui è stato messo sotto processo Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, è stato catturato anche Bernard Munyagishari, ex leader delle milizie hutu che partecipò al genocidio ruandese con l’eccidio di 800mila persone e che durante quel conflitto creò un reparto speciale per violentare e uccidere le donne.

Oltre al Ruanda, anche il Burundi, Uganda e Angola sono stati accusati delle atrocità avvenute in Congo tra il ‘93 e il 2003 in cui l’uso sistematico dello stupro da parte di tutte le forze combattenti è denunciato in un rapporto delle Nazioni Unite con un documento di 500 pagine che elenca 617 gravi violazioni accertate: “La violenza sessuale è stata una realtà quotidiana che non ha dato tregua alle donne del Congo – si legge nel rapporto – e i diversi gruppi armati hanno commesso violenze sessuali che si iscrivono nel quadro di vere campagne di terrore. Stupri in pubblico, stupri collettivi, stupri sistematici, incesti forzati, mutilazioni sessuali, donne sventrate, mutilazione degli organi genitali, cannibalismo, sono tutte tecniche di guerra usate contro la popolazione civile nel conflitto”.

Una guerra che dal 2004 ha visto gli stupri aumentare 17 volte. Pochi mesi fa Amber Peterman, autore dello studio pubblicato dall’America Journal of Public Health, ha parlato del dramma congolese come di un fenomeno 26 volte più grave rispetto a quello valutato dall’Onu: “I dati raccolti mostrano quanto le precedenti stime sui casi di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo siano ben lontane dal fotografare la reale situazione presente nel Paese” in quanto, secondo questo rapporto, i casi di stupro sarebbero circa 1.100 al giorno su un totale di 400mila donne, tra i 15 e 49 anni, violentate solo tra il 2006 e il 2007 – una media di 48 all’ora, quasi una al minuto stima basata sui dati delle strutture sanitarie contro le 15.000 registrate dall’Onu e basate sui rapporti della polizia.

Secondo un operatore di Medici senza Frontiere in Congo: “Lo stupro è usato come un mezzo per terrorizzare la popolazione e il numero dei casi aumenta con ogni nuovo scoppio di combattimenti e attacchi. Se le giovani sotto i 18 anni sono particolarmente esposte, il gruppo più colpito è quello delle donne tra i 19 e i 45 anni”.

Ogni giorno violenze inaudite si consumano nella parte orientale della RDC con soldati che provengono da diverse parti ma che compiono le stesse atrocità: “Siamo di fronte a un cancro che si diffonde nel mezzo dell’impunità e del silenzio”, dice Michael van Rooyen, direttore della Harvard Humanitarian Initiative che fatto un’inchiesta su un gruppo di vittime, tra i 3 e gli 80 anni, nell’ospedale Panzi di Bukavu dove il 60% ha subito violenza collettiva da un numero di uomini che varia dai 3 a 15 violentatori a volta. Nei villaggi, a casa, in campagna o durante il tragitto, le donne che incontrano una pattuglia sono spacciate: esiste lo stupro a domicilio, in cui un padre è costretto a violentare le figlie o un figlio a stuprare la madre sotto minaccia di morte; lo stupro di donne dai 70 ai 90 anni o di bambine dai 2 ai 7 anni in quanto, secondo credenze magiche, violentare un’anziana di diversa etnia dà allo stupratore fortuna, virilità e invulnerabilità, mentre lo stupro pedofilo rende immuni dall’Aids o, per chi è infetto, dà guarigione. Lo stupro può essere seguito anche dal taglio dei seni, la distruzione della vagina, la distruzione dell’utero fatto con tizzoni ardenti, armi da taglio, canne di fucile o bastoni. Alcune giovani vengono impalate dopo la violenza mentre le ragazze incinte, nei casi più estremi, possono correre il rischio di essere sventrate con la baionetta che serve anche a estrarre il feto. Molte ragazzine, dai 7 ai 15 anni, vengono ridotte in schiavitù e se le più “belle” diventano proprietà dei comandanti, le altre subiscono stupri collettivi giornalieri: una tragedia chiamata “re-rape” in quanto la maggior parte viene violentata più volte e dove si arriva anche all’auto-cannibalismo in cui le vittime sono costrette a mutilarsi e a cibarsi della propria carne.

L’aggravante è che le violenze nella RDC provengono sia dalle milizie sia dalle forze statali che ingaggiano stupratori seriali, e anche se la guerra è ufficialmente finita nel 2003, gli scontri proseguono. La scorsa estate 250 donne e bambini sono stati violentati in pochi giorni nella provincia di Nord-Kivu a pochi passi dai caschi blu, che non sono intervenuti pur avendo una base a 30 km dall’area, e medici dell’ospedale Heal Africa hanno raccontato di pazienti terrorizzati, come una bambina di 10 anni stuprata per ore che non ha parlato per mesi.

Per avere un’idea dei responsabili delle violenze in Congo bisogna vedere le fasi di conflitto: all’inizio entrarono in azione (‘94-‘96) l’ex esercito hutu ruandese (FAR), le milizie genocidarie Interahamwe e la FAZ (Forces armees du Zaire); poi, nella guerra di liberazione e Prima Guerra Pan Africana (‘96 – ‘03) i responsabili furono i RASTA e il FDLR, le milizie congolesi Mai Mai, i militari della RDC, le milizie di Bemba, gli hutu burundesi e la FARDC (Forces armees de la Republique Democratique du Congo); nella terza fase, dal 2004 a oggi, i RASTA, il FDLR, i Mai Mai, la FARDC, i ribelli ugandesi LRA e ADF, le milizie tusti del Generale N’Kunda. A questo si aggiungano gli stupri commessi dagli stessi peacekeepers, un’inchiesta che dal ‘04 a oggi ha individuato 319 operatori dell’Onu, accusati di abusi sessuali nei confronti delle popolazioni che avrebbero dovuto proteggere.

L’Africa è uno dei teatri di guerra più cruenti del mondo, nell’Africa Sub-sahariana gruppi armati in Congo, Somalia, Etiopia, Nigeria, Liberia e molti altri paesi hanno consumato e consumano quotidianamente violenze di ogni tipo contro le donne, come se lo stupro fosse parte integrante degli obiettivi di guerra. In 14 anni di guerra civile liberiana il 40% delle donne ha subito violenze con conseguenze psichiche e fisiche devastanti; nella sanguinosa guerra civile in Sierra Leone migliaia di donne, ragazze e bambine sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali; un numero imprecisato di donne e ragazze sono state violentate in Darfur, nel Sud Sudan e sui Monti Nuba durante i conflitti, dove bambine di 8 anni venivano stuprate e dove, secondo Amnesty International, venivano spezzate le gambe alle ragazze che scappavano per poi consumare lo stupro.

Durante i recenti scontri in Costa d’Avorio una missione di Amnesty International ha appreso che sia le forze del presidente uscente Laurent Gbagbo sia le Forze legate al nuovo presidente Alassane Ouattara, hanno commesso gravi violazioni compresi stupri su donne che hanno raccontato di essere state violentate di fronte ai loro figli, bambini fuggiti in Liberia che hanno riferito a operatori dell’Ong Equip di essere stati costretti a guardare le loro madri mentre venivano stuprate e uccise, e una donna che ha detto di essere stata costretta a guardare soldati mentre violentavano la figlia di 4 anni.

Quando l’umanità violata è una donna asiatica (2011)

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Azione – 22/ago/2011

Luisa Betti

Al punto 9.2 della Carta dei Diritti Umani dell’Asia adottata nel 1998
nella conferenza di Kwangju in Corea del Sud
da più di 200 Ong e attivisti dei diritti umani, si legge: “Il crescente grado di militarizzazione di molte società asiatiche ha portato all’aumento degli atti di violenza contro le donne in situazioni di conflitto armato, incluso lo stupro di massa, il lavoro forzato, il razzismo, i rapimenti e l’allontanamento dalle loro abitazioni. Poiché alle donne vittime dei conflitti armati viene spesso rifiutata la possibilità di ottenere giustizia, la riabilitazione, compensi o indennizzo per i crimini di guerra subiti, è importante sottolineare che lo stupro sistematico è un crimine di guerra nonché un crimine contro l’umanità”. Parole che sottintendono come nella storia dei conflitti asiatici siano tristemente presenti stupri di massa continui, permanenti e istituzionalizzati. A partire dalle “donne di conforto” e dalla tragedia di Nanchino, ovvero dall’invasione della Cina da parte del Giappone nel ‘37, si contano circa 200.000 donne tra cui cinesi, coreane, filippine, indonesiane, tailandesi, vietnamite, malesi e perfino olandesi, che furono brutalizzate, stuprate e rese schiave sessuali dalle truppe nipponiche. “Dodici soldati mi violentarono uno dopo l’altro – descrive una filippina – e dopo mi venne data un’ora di pausa. Poi seguirono altri dodici soldati. Erano tutti allineati fuori dalla stanza aspettando il loro turno. Sanguinavo e provavo così tanto dolore che non mi reggevo in piedi. Il mattino seguente ero troppo debole per alzarmi e non riuscivo a mangiare. Provavo molto dolore e la mia vagina era gonfia. Piangevo e piangevo, chiamando mia madre. Non potevo oppormi ai soldati perché mi avrebbero uccisa. Che altro potevo fare? Ogni giorno, dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera, i soldati si allineavano fuori dalla mia stanza e dalle stanze delle altre sei donne che c’erano. Non avevo neanche il tempo di lavarmi al termine di ogni assalto. Di sera riuscivo solo a chiudere gli occhi e a piangere. Il mio vestito strappato si sarebbe sbriciolato a causa della crosta formata dal seme secco dei soldati. Mi lavavo con acqua calda e pezzi di vestito per essere pulita. Tenevo premuto il vestito sulla mia vagina come un impacco per alleviare quel dolore e il gonfiore”.

Donne costrette a sottoporsi a violenze continue da parte dei soldati e per questo chiamate “donne di conforto”, un incubo che ha avuto inizio con 223 stupri da parte della marina giapponese di stanza a Shanghai già nel ‘32, dove il Luogotenente Okamura inviò la richiesta per un bordello a uso militare, pianificando una prassi che durò per più di 10 anni. “La vita per noi non aveva più senso – racconta una sopravvissuta – e se qualcuna provava a ribellarsi, era la fine. Una sera la più giovane tra noi, che aveva forse 13 anni, cercò di sottrarsi alle attenzioni di un ufficiale giapponese particolarmente violento. Fummo tutte radunate nel cortile, la ragazza che aveva osato opporsi allo stupro venne trascinata per i capelli fin nel centro. Un soldato le staccò la testa di netto con la sciabola. E il suo corpo fu ridotto in tanti piccoli pezzi”. Le ragazze potevano essere decapitate, sepolte vive, bruciate, bastonate, date in pasto ai cani, con sadismo patologico, e il risultato di questo scempio fu che alla fine della Guerra tra i 50 tribunali istituiti in Asia, l’unico a emettere sentenze per “prostituzione forzata” fu quello a Batavia (Jakarta) in Indonesia in quanto neanche il Tribunale di Tokyo riconobbe la colpa degli autori di questo massacro. L’orrore nell’orrore però, fu che questo sistema sopravvisse e dopo la fine della II Guerra Mondiale, le truppe d’occupazione americane tennero in piedi le strutture facendone largo uso. Poi, negli anni ’60, la presenza militare americana nel Sud est Asiatico, in Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Birmania, provocò un sensibile balzo in avanti della prostituzione con aumenti anche di stupri, violenze su minori, maltrattamenti, prestazioni sessuali forzate e violenze di ogni genere: in Thailandia nel ‘50 c’erano 20.000 prostitute che dopo la costruzione delle basi americane diventarono 400.000 soltanto a Bangkok con il 30% di minorenni e con bambine che venivano stuprate e poi inserite nel mercato del sesso. Alla fine della guerra del Vietnam, a Saigon, c’erano circa 500.000 prostitute, mentre in Cambogia, dopo la firma degli accordi di pace quando giunsero 100.000 soldati, le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali, il numero delle prostitute passò da 6.000 a 20.000 nel giro di 2 anni. Gli americani crearono anche la più grande base Usa nella città di Olongapo, a Nord di Manila, che divenne un enorme bordello dove su 200.000 abitanti, 60.000 vennero ridotte a schiave sessuali compresi bambini.

Ora in Asia, ma non ne parla quasi nessuno, l’emergenza è in Birmania dove la guerra, nel Kachin e nello Shan, porta da 40 anni morti, torture e stupri di massa usati come arma per piegare la popolazione. Zau Raw, del Kachin Refugee Committee, parla di “soldati birmani in abiti civili che derubano e assaltano ininterrottamente in Kachin dal 9 giugno del 2011. In queste settimane 18 donne sono state violentate e 4 di loro sono state uccise dopo lo stupro, mentre una donna è stata stuprata davanti a suo marito”.Oggi in Birmania le donne subiscono, nel silenzio dei media internazionali, le conseguenze devastanti del conflitto, soprattutto al Nord, tra l’esercito governativo birmano e le milizie ribelli. Stupri sistematici sono stati denunciati da organizzazioni umanitarie: nel 2002 lo Shan Women’s Action Network ha pubblicato un rapporto, “Licenza di stupro”, che documenta, tra il ‘96 e il 2001, più di 600 rapimenti e assalti sessuali commessi dalle truppe birmane, mentre nel 2007 il rapporto State of Terror, della Karen Women’s Organisation, dava più di 4.000 abusi, rapimenti, assassini, torture in circa 200 villaggi. Qui lo stupro è un’arma di guerra da quando nel 1950 l’esercito birmano iniziò la repressione contro le milizie etniche. Nel giugno 2009 Nay Pay aveva 18 anni, era incinta di 8 mesi, e Naw Wah Lah aveva 17 anni e un bambino di 6 mesi, entrambe venivano dal villaggio di Kwee Law Plo: sono state fermate, violentate e uccise dai soldati birmani. Le donne sono spesso incarcerate e violentate nelle basi militari per mesi: nell’85% dei casi gli ufficiali violentano le ragazze per poi passare le vittime alle truppe per stupri di gruppo o per essere uccise, soffocate, pugnalate o bruciate, con il corpo che spesso è esposto come monito per la comunità. Alcune sopravvissute sono state trovate in stato d’incoscienza: Naang Hla, incinta di 7 mesi, dopo essere stata stuprata è rimasta sola in un rifugio nella giungla con diarrea e perdite di sangue, non riusciva né a camminare né a stare in piedi, e dopo 4 giorni ha partorito in uno stato confusionale; una bambina di 5 anni è stata trovata legata e semicosciente in una pozza di sangue, portata di corsa in ospedale, è stata ricucita per le lesioni gravissime riportate alla vagina lacerata dallo stupro. Le superstiti a questo scempio non hanno alcun sostegno in Birmania e non possono ottenere giustizia, e il fatto più grave è che sono completamente isolate dal resto del mondo in quanto le agenzie internazionali per i diritti umani non hanno accesso in Birmania.

Lo stupro ha echi lontani, è un certo modo di vedere la donna che ha radici difficili da sradicare sia in tempi di pace che in tempi di guerra: se la donna è considerata meno di niente in una società, sarà facile bersaglio nei momenti di tensione. In Nepal la violenza sessuale veniva usata da esercito e polizia come arma di punizione per le donne che si univano all’esercito maoista e spesso gli stupri avvenivano in pubblico. Nel conflitto tra Pakistan e Bangladesh nel ‘71 sono state stuprate circa 200 mila donne e se nessuna di queste ha mai ricevuto giustizia non c’è da stupirsi perché se in Bangladesh la legge sulla violenza sessuale prevede che lo stupro abbia testimoni, in Pakistan la Hodood Ordinance impone che uno stupro sia provato da 4 testimoni maschi e musulmani a carico della vittima la quale, qualora non riesca a provare la violenza, viene accusata di adulterio e va la prigione dove sarà regolarmente stuprata prima di essere lapidata.

“Da sempre lo stupro fa parte dei conflitti, è menzionato nella guerra di Troia e nella Bibbia, e qualcuno potrebbe perfino pensare che sia un danno collaterale. Ma in realtà non è così: lo stupro non è inevitabile”, dice Margotr Wallstrom, rappresentante speciale dell’Onu per le violenze sessuali nei conflitti aggiungendo che “la legislazione internazionale esiste ma il problema è che deve cambiare atteggiamento” in quanto gli stupratori non devono sentire di agire nella più totale impunità.

Un tema, quello della giustizia, riportato anche nel recente rapporto “Progress of the World Women: In Pursuit of Justice” (Il progresso delle donne nel mondo: alla ricerca della giustizia), redatto dalla UN Women, l’agenzia dell’Onu per le donne presieduta da Michelle Bachelet, ex presidente del Cile e ora Executive Director di UN Women, in cui si legge che troppo spesso “i crimini contro le donne non vengono divulgati” e che “milioni di donne nel mondo continuano a subire ingiustizia, violenze e disparità nelle loro case, nel loro posto di lavoro e nella loro vita sociale”, fattori che rendono difficile il superamento reale di una disparità tra uomini e donne.

Donne stuprate in Siria. L’Islam apre il dibattito (2012)

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Azione 03/set/2012 –

Luisa Betti

Guerra civile Gli abusi sessuali stanno diventando uno degli aspetti più drammatici della repressione condotta dal regime siriano.

I morti in Siria, dall’inizio della rivolta a marzo dell’anno scorso, sono arrivati a 20 mila, tra cui, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si conterebbero 13’978 civili, 5082 membri dell’esercito, e 968 disertori. In Giordania ci sarebbero, secondo Unicef, 38’800 siriani rifugiati, di cui più di 13’000 fuggiti dall’inizio di luglio e accolti in campi che stanno raggruppando profughi oltre quattro volte la loro capacità. Per Valerie Amos, responsabile delle operazioni umanitarie Onu, «circa 200 mila profughi siriani sono fuggiti dalle città e un numero imprecisato di civili rimane intrappolato in rifugi di fortuna, senza cibo né acqua potabile».

Oltre la metà degli sfollati – spiega Dominique Hyde, di Unicef Giordania – sono donne, bambini e adolescenti che continuano ad affrontare il disagio causato dalle violenze e dagli spostamenti. Quello da cui scappano queste donne non è però solo la morte, ma quel flagello che accompagna ogni conflitto nella storia dell’umanità: ovvero lo stupro di guerra. È successo durante la Seconda guerra mondiale, è successo negli anni Novanta nella Repubblica del Congo, nella ex Juguslavia, è successo in Iraq, e ora succede in Siria come in altri paesi in guerra. Secondo il Rapporto dell’Ong «Women under siege» (Wus), sarebbero soprattutto le forze governative siriane ad usare scientemente lo stupro di massa e aggressioni a sfondo sessuale, uccidendo le donne dopo le violenze.

Proprio le violenze sulle donne in Siria hanno portato i paesi islamici ad aprire il dibattito sullo stato delle gravidanze in seguito a stupro. Il popolare predicatore saudita Ali Al-Maliki su richiesta delle famiglie siriane ha proposto di aprire una discussione in seno al Consiglio del Comitato dei Grandi Musulmani sulla possibilità di permettere l’interruzione di gravidanza alle donne rimaste incinta a causa dello stupro nel periodo di tempo in cui il feto non si è ancora formato. «Una donna violentata da uomini fedeli a Shabiha (in Siria, il termine indica coloro che, armati ma spesso vestiti in abiti civili, attaccano i dimostranti nelle manifestazioni contro il governo del presidente al-Assad) non può sopportare la nascita di un figlio illegittimo», ha detto Ali Al-Maliki, specificando appunto che lo stupro è «uno dei crimini più orrendi», perché la donna «perde la sua dignità con una terribile umiliazione» e perché «le ferite del corpo con il passare dei giorni si rimargineranno, ma non quelle dell’anima». Inoltre la gravidanza dopo uno stupro è basato sulla negazione.

Il caso di una ragazza violentata da una banda di dieci miliziani fedeli al regime siriano ha colpito profondamente Ali al-Maliki, costringendo «gli illuminati» ad andare a vedere cosa c’era scritto nei libri giurisprudenziali islamici da cui è emerso che per alcune scuole sunnite l’interruzione di gravidanza è possibile in caso di malattia, stupro, povertà, abbandono e altre emergenze individuali e sociali, ma soltanto se praticato entro il centoventesimo giorno, ovvero fino a che il feto in formazione non avrebbe ancora un’anima. L’imam al Ghazali, uno dei padri del pensiero islamico, ha affrontato però l’argomento nel lontano 1111 affermando la possibilità «dell’aborto terapeutico», e riconoscendo addirittura il diritto delle coppie a una sessualità non procreativa.

Oggi però, nel mondo islamico, se l’aborto è possibile in Turchia – il cui governo pochi mesi fa ha dovuto ritirare un disegno di legge che avrebbe limitato da dieci a sei settimane il tempo per abortire – nella maggior parte del territorio islamico l’aborto è illegale e sottoposto alla sharia , per cui si può praticare solo quando è in pericolo la vita della madre, o in caso di anomalia del feto. I tempi concessi vanno dai 40 ai 120 giorni, e le pene per un aborto illegale – come per esempio in Libano – vanno dalla multa, al carcere o ai lavori forzati. Molti stati, tra cui anche l’Afghanistan, concordano sulla possibilità di interrompere la gravidanza se la madre è in pericolo, mentre in Arabia Saudita, negli Emirati, in Iraq e in Kuwait, bisogna valutare il caso singolo. Infine se quasi tutti i paesi vietano l’aborto su richiesta, in Tunisia e Bahrain è invece possibile, e qui, come anche in Sudan, è possibile anche l’interruzione di gravidanza in caso di stupro.

Ma come sono considerate le donne nell’Islam e come viene considerata la violenza di genere?

Nel Corano (Sura IV, 15) si legge che «se le vostre donne avranno commesso azioni infami confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte», o ancora «gli uomini hanno autorità sulle donne, per la superiorità che Allah ha concesso agli uni sulle altre» (Sura IV, 34). Mentre il velo viene indicato nella Sura XXIV, 31 con la frase: «E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne».

Lo scopo più diffuso del velo è di segnalare una «proprietà del maschio» e la fattura del velo indica anche uno status sociale, ma come precisa il versetto 59 della Sura Al Ahzab: «O Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate». Ciò dimostra quindi come il velo sarebbe una «protezione» dalla molestia, così come da violenza e stupro, anche se poi, sempre secondo il Corano, una donna per poter provare a un giudice di essere stata violentata ha bisogno di quattro testimoni. Perciò, sebbene la pena imposta dalla sharia per lo stupro è la pena capitale, la consuetudine di dover dimostrare la violenza attraverso la testimonianza di 4 maschi, impedisce alle donne di avere giustizia in quanto, il più delle volte, l’accusa di stupro – in cui è difficilissimo portare davanti al giudice 4 testimoni – diventa un’accusa di adulterio o di pratiche sessuali fuori dal matrimonio per la donna che viene così arrestata. Solo in Pakistan, per esempio, quasi il 75% delle donne è in prigione per aver denunciato uno stupro.

In generale la violenza contro le donne per l’Islam è grave in quanto lede la «proprietà» dell’uomo – che in molti casi non «riprende indietro» la donna ormai disonorata – ma non è considerata assolutamente come un crimine se, per esempio, si svolge dentro le mura domestiche: la Sura An-Nisâ’ (IV, 34) recita: «Ammonite quelle [donne] di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse». Per il Corano è quindi lecito che l’uomo picchi la moglie non ubbidiente, come una forma di disciplina quando la persuasione «benevola» fallisce, perché il potere che è dato a un marito nei confronti della donna, in alcuni paesi musulmani, non è travalicabile né dai genitori né dalla polizia.

Hirsi Ali, la scrittrice somala che ha vissuto in Olanda eletta in parlamento nel 2003 e scappata negli Usa nel 2006 dopo l’omicidio del regista Theo van Gogh ucciso dai fondamentalisti islamici per l’uscita del film Submission – di cui lei ha scritto la sceneggiatura – dichiara esplicitamente come «l’Islam sia imbevuto di violenza e la incoraggi». Per Hirsi Ali – che ha scritto « Non sottomessa », « Infedele », « Se Dio non vuole» e «Nomade » – l’Islam non è compatibile con con i diritti delle donne in quanto «per modernizzare l’Islam e adattarlo agli ideali contemporanei, è necessario porsi in atteggiamento critico nei confronti del Corano e dei precetti in esso contenuti: in una parola, è necessario dialogare con Dio e dissentire dalle sue leggi». Cioè è necessario porsi in maniera laica, come l’Occidente ha fatto nei confronti della Chiesa cattolica, cercando di escludere quest’ultima dagli affari politici e sociali.

«In Afghanistan le donne manifestano contro pratiche previste dalla legge islamica – spiega la scrittrice – ma le organizzazioni femministe occidentali non sono per niente critiche dell’Islam. Ascoltano la minoranza di uomini che usano l’Islam come strumento per sottomettere le donne».

Sottoposta a infibulazione a 5 anni, e fuggita a 22 da un matrimonio combinato, Hirsi Ali cominciò a vivere la sua vita solo dopo essersi liberata dalla famiglia e dai fardelli religiosi che le imponevano un’esistenza che lei non desiderava: attualmente lavora a Washington presso l’American Enterprise Institute, e si occupa di diritti della donna islamiche e della violenza di genere per ragioni culturali o religiose.

Sulle donne la violenza della giustizia (2012)

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Azione – 29-10-2012 –

Luisa Betti

Rapporto Amnesty International accusa il governo della Colombia di non aver fatto concreti passi avanti per portare di fronte alla giustizia i responsabili dei crimini sessuali legati al conflitto armato.

A Oslo il 17 ottobre sono iniziati i colloqui di pace tra governo colombiano e Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), che dopo mezzo secolo di conflitto armato interno cominciano a confrontarsi su una tragedia che ha devastato la popolazione provocando migliaia di morti e 4 milioni di sfollati. Su questi colloqui Human Rights Watch ha fatto notare che la chiave delle atrocità in Colombia è stata soprattutto «l’impunità dilagante per le atrocità» che ha consentito violazioni e favorito violenze commesse da guerriglieri, paramilitari, e militari. Una tragedia che la Corte Penale Internazionale (ICC) sta monitorando per poter aprire un’indagine sulle intenzioni della Colombia a voler perseguire effettivamente i crimini contro l’umanità.

Un conflitto, quello colombiano, che solo nel 2011 ha provocato 259’000 profughi, 305 civili rapiti, l’assassinio di 111 nativi, 45 difensori dei diritti umani e 29 sindacalisti, 38 esecuzioni extragiudiziali eseguite da forze di sicurezza, ma soprattutto 22’597 casi di stupro: quest’ultima cifra mostra come la violenza sessuale sia considerata un’arma di guerra da parte di tutte le parti in conflitto.

Susan Lee, direttrice del programma Americhe di Amnesty International, dichiara che «in Colombia, le donne e le ragazze sono spesso trattate come trofei di guerra, e vengono stuprate, o sono soggette ad altre violenze, da tutte le parti in conflitto per essere ridotte al silenzio ed essere punite. Da quando il presidente Santos è entrato in carica nel 2010, il governo ha preso impegni pubblici per affrontare la crisi dei diritti umani, ma si fanno ancora attendere concreti passi avanti per assicurare alla giustizia i responsabili di violazioni dei diritti umani, come la violenza sessuale contro le donne».

Nel rapporto diffuso il 4 ottobre da Amnesty International, Colombia: Hidden from justice. Impunity for conflict-related sexual violence (Al riparo dalla giustizia. Impunità per la violenza sessuale collegata al conflitto), il governo della Colombia viene direttamente chiamato in causa per non aver fatto veri passi avanti per giudicare i responsabili dei crimini sessuali e per aver agevolato l’impunità davanti a un fenomeno non denunciato da molte donne che raramente ottengono giustizia.

«Non indagando efficacemente sulla violenza sessuale, il governo colombiano sta dicendo ai responsabili che possono continuare a compiere stupri senza timore di conseguenze – ha precisato Marcelo Pollack, ricercatore di Amnesty International sulla Colombia – perché il problema della Colombia non è la mancanza di leggi, risoluzioni, decreti, protocolli e direttive relativamente buoni, in quanto quello che manca è la loro attuazione reale e coerente in tutto il paese».

Per Amnesty il fatto che lo stupro sia uno strumento di guerra è dimostrato dal fatto che viene usato contro le donne «per seminare il terrore tra le comunità, spingere alla fuga, vendicarsi contro il nemico, esercitare il controllo sui diritti sessuali e riproduttivi delle combattenti e sfruttare donne e ragazze come schiave del sesso». Malgrado ciò gli ostacoli alla giustizia sono enormi: mancanza di sicurezza per le sopravvissute allo stupro e per chi è coinvolta nel procedimento legale, discriminazione e stigma da parte dei funzionari giudiziari, impunità, mancanza di fondi.

Una donna, nel nord-ovest della Colombia, ha deciso di denunciare nel 2007 lo stupro del figlio da parte di un paramilitare, e rifiutandosi di ritirare la denuncia per le pressioni dei paramilitari, è stata costretta a guardare mentre mutilavano alcune loro vittime: dopo pochi mesi è stata rapita e stuprata da otto paramilitari per cui è rimasta incinta, e scoperta dal comandante, è stata picchiata ferocemente e ha perso il bambino.

A maggio la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Margot Wallström, ha ascoltato le colombiane: «Abbiamo incontrato vittime di reati di violenza e dopo aver ascoltato le storie è chiaro che la questione della violenza sessuale è il lato oscuro della Colombia. È inaccettabile non aiutare la Colombia a raggiungere la pace. Le donne continuano a temere per la loro vita. I loro figli sono vittime di abusi e a rischio. Nella maggior parte dei racconti, gli autori sono gruppi paramilitari o armati. Ma quando queste donne cercano aiuto nelle forze di sicurezza, non si sentono rispettate, ascoltate, e non ricevono la protezione di cui hanno bisogno».

Alcuni parlamentari, Iván Cepeda e Angela María Robledo, hanno presentato una proposta di legge per combattere l’impunità, un testo che se approvato, modificherà il codice penale definendo la violenza sessuale in un conflitto armato come uno specifico reato in linea con gli standard internazionali. A remare contro però c’è la legge «quadro legale per la pace», approvata dal Congresso a giugno e firmata da Santos, che consente amnistia agli autori di violazioni dei diritti umani.

Ma un caso di giustizia è stato registrato anche qui. Circa un mese fa un tribunale ha condannato il sottotenente Raúl Muñoz Linares a 60 anni di carcere, per aver stuprato e ucciso nel 2010 una ragazza di 14 anni (Jenni Torres), assassinato i due fratellini di lei (Jimi e Jefferson, di nove e sei anni), e stuprato un’altra minorenne: dopo la denuncia della scomparsa, l’esercito si rifiutò di collaborare alle ricerche, e quando furono rinvenuti i corpi, le autorità locali rifiutarono di recuperarli e consegnarli alla famiglia.

Donne senza pace (2010)

IL MANIFESTO – 08.12.2010

LUISA BETTI

A dieci anni dalla Risoluzione 1325 delle Nazioni unite, che fine hanno fatto “Donne, pace e sicurezza”? Votata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza, solo pochissimi paesi hanno cercato di metterla in atto. E l’Italia?
Qualche anno fa, mentre ero a Damasco, migliaia di profughi iracheni scappavano dalla guerra che imperversava nel loro paese, l’Iraq, cercando asilo in uno dei pochi posti, la Siria, che, insieme alla Giordania, accettava ancora di accoglierli. Una fuga disperata che coinvolgeva operatori e operatrici internazionali sul territorio i quali, tra mille difficoltà, cercavano di gestire quello che era un vero e proprio esodo. L’allora responsabile dell’Unhcr in Siria, Laurens Jolles, oggi delegato dell’Unhcr per il sud Europa, era alle prese con questa fatica: “Insicurezza generale, impossibilità di mantenere un ordine, gente che ha subito personalmente violenze e vari abusi. Qui arrivano donne dall’Iraq – spiegava – che hanno subito violenza sessuale, ma non è facile sostenerle e recuperarle, perché non tutte vengono e dicono di aver subito violenza. La vera difficoltà è individuare questi casi, noi lavoriamo attraverso centri organizzati collaborando in maniera funzionale insieme alle Ong e all’Unicef. Ma non possiamo andarle a cercare”.
Una parte delle donne che fuggivano e approdavano in Siria dall’Iraq era invisibile. Alcune operatrici che lavoravano sul territorio, mi spiegavano che per queste donne non era semplice esporsi e dichiarare la propria presenza e ancor meno denunciare una violenza e che quindi, anche se molte avevano subito abusi, era davvero arduo monitorarle, e che l’unica cosa da fare per rendere più accessibile il servizio era avere “personale specializzato e interventi mirati di tipo legale, medico e psicologico con un approccio specifico di genere”. A terminare l’enorme dipinto sconnesso di vite messe a soqquadro, era il proliferare di night club in alcuni quartieri damasceni, con un aumento spaventoso di ragazzine avviate alla prostituzione, un vademecum necessario per mantenere tutta la famiglia, tanto che lo stesso New York Times di quei giorni raccontava di “migliaia di giovani donne irachene giunte in Siria come profughe, e costrette a prostituirsi per sopravvivere”.
Era il 2007 e la Risoluzione 1325 era già stata approvata da qualche anno. Ma cos’è la 1325? Una data, una password, un numero da giocare a lotto. Non tutti sanno che il 31 ottobre del 2000, nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, il Consiglio di Sicurezza votò all’unanimità una Risoluzione, la 1325 appunto, che nelle tre parole “Donne, pace e sicurezza”, esprimeva tutto un mondo.
Era la prima volta che la massima autorità a livello internazionale esprimeva e riconosceva la specificità del ruolo e dell’esperienza delle donne nelle situazioni di guerra e nei processi di pace. La risoluzione, che quest’anno compie 10 anni, chiedeva di adottare una prospettiva di genere, ovvero di provvedere a una risposta dei bisogni specifici delle donne prima, durante e dopo il conflitto, ma anche di appoggiare le iniziative di pace delle donne locali e provvedere a una partecipazione diretta di quest’ultime alle trattative di pace. “In sostanza è una delle poche risoluzioni non tematiche ma trasversali – dice Luisa Del Turco, consulente esperta in cooperazione internazionale e politiche di genere – che comprende la specificità del ruolo e l’esperienza delle donne nelle situazioni di guerra e nei processi di pace, infatti quello che si chiede è sia protezione delle donne, che nei conflitti sono il campo di battaglia per eccellenza, ma anche la loro partecipazione attiva nelle missioni internazionali e ai negoziati di pace. La verità è che la 1325 è speciale, un vero spartiacque, un momento storico”.
Secondo i dati diffusi dal rapporto italiano sulla 1325, curato da Actionaid e Pangea, il 90% delle vittime in guerra sono civili, e l’80% sono donne e bambini, quindi non ci vuole una laurea in matematica per capire quanto l’impatto di una guerra sia diverso per gli uomini e per le donne, e le cifre sugli stupri subiti nel corso dei conflitti negli ultimi 20 anni parlano chiaro: 20.000-50.000 in Bosnia, 250.000-500.000 in Ruanda, 50.000-64.000 in Sierra Leone, e una media di 40 donne stuprate ogni giorno nella Repubblica Democratica del Congo. “In Ruanda – raccontava un’operatrice canadese dell’Unicef – sembrava un inferno, non riuscivamo a fermare le violenze sessuali: ogni notte c’erano stupri all’interno del campo profughi e noi non riuscivamo a mettere fine a questo disastro. La causa principale era lo stress della guerra, questi uomini non riuscivano a fermarsi, un vero incubo”. E le vittime erano sempre loro, donne che subivano violenza prima, durante e dopo il conflitto.
Le donne però non sono sempre e soltanto vittime, perché anche dopo aver subito violenze sessuali, abusi fisici e psicologici, sono capaci si rialzarsi, prendere in mano il proprio destino e quello degli altri, per cambiarlo radicalmente. “Il ruolo delle donne in Afghanistan – dice Simona Lanzoni, Project manager di Pangea – sono un esempio di partecipazione diretta ai processi di pace. Sono loro che si sono organizzate e hanno assistito e contribuito a tutte le conferenze internazionali, hanno preso la parola, si sono alzate e hanno lottato per il proprio paese. Queste donne esistono e vanno supportate. L’Afghanistan non è solo burka”.
I paesi che hanno aderito alla 1325 sono tanti e tra questi c’è anche l’Italia, ma quelli che hanno effettivamente concretizzato le buone intenzioni in un Piano Nazionale d’Azione sono una ventina nel mondo tra cui Danimarca, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Svizzera, Austria, Olanda, Islanda, Spagna, Finlandia, e naturalmente il Canada, uno degli stati che componevano il Consiglio di Sicurezza
delle NU quando la risoluzione è stata adottata, e che ha contribuito a
creare una coalizione di paesi “amici della Ris. 1325” che
 discutono delle priorità riguardanti l’applicazione della risoluzione
 promuovendola a livello locale, regionale e
internazionale, con un comitato che 
riunisce rappresentanti del parlamento, della società civile e del
 governo.
 In più Canada e Inghilterra hanno creato un corso di formazione, il Gender
 Training Initiative, destinato al personale
 civile e militare per mostrare come svolgere le operazioni di sostegno 
alla pace in una prospettiva di genere.
Nella realtà molte persone ignorano l’esistenza della 1325 anche nelle
 NU, nei governi, nella società civile, eppure già nel
 novembre 2002 l’Unifem aveva pubblicato una valutazione, con 
esperti indipendenti, sul ruolo delle donne nella costruzione della pace, sostenendo che per migliorare le cose in tempo di guerra
 le NU e gli stati membri dovevano impegnarsi a includere 
le donne in tutti gli aspetti delle operazioni di pace e riconciliazione.
In Italia si è fatto ancora troppo poco: e se si ha qualche riscontro, anche se con uno sforzo che sembra dover essere sempre triplo rispetto agli altri paesi europei, è solo grazie all’impegno di alcune donne tra cui l’on. Rosa Calipari (Pd, Commissione Difesa), che nel 2009 ha presentato e fatto votare una mozione per l’adozione di un Piano nazionale d’Azione italiano sulla 1325.
Una settimana fa a Montecitorio, per iniziativa di Rosa Calipari e con la partecipazione di ActionAid e Pangea, è stato presentato il rapporto sulla 1325, alla presenza del presidente della Camera Gianfranco Fini (che coerentemente è rimasto fino alla fine) e con la partecipazione del generale delle forze armate Vincenzo Camporini, ma una cosa era chiara fin dall’inizio: le istituzioni italiane, pur avendo sottoscritto la risoluzione 10 anni fa, non hanno poi fatto nulla se non sulla carta, con l’impegno di una commissione interministeriale che starebbe lavorando dal 1 luglio 2009 sotto l’egida del ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna. Nella stanza del Mappamondo a Montecitorio la sensazione di squilibrio era netta: da una parte l’alta professionalità dei resoconti di Luisa Del Turco e delle esperienze delle operatrici sul campo, dall’altra le risposte di circostanza e sempre identiche da parte delle istituzioni, che hanno raggiunto l’apice nella sentenza del generale Camporini quando ha esordito con: “Il nostro esercito potrebbe partecipare ai processi di pace con squadre speciali formate da  donne nei paesi in conflitto” – finalmente delle parole sagge? – “ma non lo facciamo – ha poi subito aggiunto – perché ci sembrerebbe discriminante”. Che sconforto.
Torna in mente l’inchiesta di Barbie Nadeau, apparsa un po’ di tempo fa su Newsweek, in cui si sosteneva che l’Italia ha forse un problema con le donne. Citando il rapporto Global gender gap report, ovvero il rapporto sul divario di genere nel mondo pubblicato a ottobre sul World Economic Forum, la giornalista faceva notare come il nostro paese sia all’87° posto per l’occupazione femminile, al 121° per parità salariale, 97° per incarichi al vertice, e complessivamente al 74° posto nella classifica mondiale dopo Colombia, Perù e Vietnam. Per non parlare della presenza femminile nelle aule di Camera (18%) e Senato (13%). E allora come facciamo a far pesare il nostro ruolo e la nostra decisionalità nelle missioni internazionali, se il nostro stesso paese non ci rappresenta e se in nostro ruolo nella società italiana è ancora così marginale? Del resto la stessa 1325 recita testualmente: “Le donne
 devono essere meglio rappresentate in tutte le istituzioni nazionali,
 regionali e internazionali e nei meccanismi di prevenzione, di
 regolamento e di risoluzione dei conflitti a tutti i livelli di
 decisione”. Ma qui, in Italia, quali sono le donne che ricoprono un ruolo istituzionale in grado di battersi per i nostri diritti e quindi anche per l’applicazione della 1325? Viene da contarle sulle dita di una mano.   La Svezia, grazie anche a quel suo 46,5% di rappresentanza femminile in Parlamento, nelle missioni di pace ha più donne che uomini.

La violenza non è un passepartout (DL femminicidio II parte)

autodeterminazione_donne_01Mentre sui giornali appaiono notizie di arresti in flagranza per violenza domestica grazie al decreto legge sul femminicidio (n.93/2013), come se fosse spuntata la bacchetta magica in mano a uno Stato incapace di affrontare il problema, continuano le critiche argomentate verso il DL di ferragosto che però, guarda caso, non hanno uno spazio mediatico adeguato, almeno sui giornali nazionali a grande tiratura. Un meccanismo di speculazione più pericoloso e strumentale del silenzio, che tratta ormai il femminicidio come un passepartout che fa notizia e su cui anche chi non ha strumenti né metodo di approccio, può avventurarsi facendosi spazio nella giungla delle redazioni e dell’informazione (più o meno come fa il parlamento italiano e il governo attuale per mettersi una stelletta in petto).

Chi ne parla come di un fenomeno “risolto” in barba alla Convenzione di Istanbul ben lontana, come contenuti e intenti, da questo decreto. Chi, una volta imparato il nuovo termine, lo schiaffa in cronaca nera senza cognizione dicendo che forse si tratta di un femminicidio appena si parla di un cadavere femminile, e chi invece si sente in dovere, o in diritto, di intervenire sulla questione pensando di fare “del bene” e lasciando dietro di sé più danni che altro.

Ed è per questo che mi dispiace di aver letto qualche giorno fa proprio su un blog come la 27ora, che ha fatto un ottimo lavoro sulla violenza e da cui ci si sarebbe aspettati altro, l’intervista allo stalker “Claudio” fatta non da uno sprovveduto qualsiasi ma da una firma importante come quella di Beppe Servergnini (che non mi sembra si sia mai occupato di violenza né di diritti o discriminazioni sulle donne). Senza rendersene conto, l’intervista fa una scivolata implacabile ripercorrendo i luoghi comuni più pericolosi e più frequenti sulla violenza contro le donne, luoghi comuni che ancora troppo spesso riecheggiano nelle aule di tribunale e si ritrovano anche scritti su sentenze. E’ quella che viene chiamata rivittimizzazione, quell’arma affilatissima che proviene dal pregiudizio e dalla illusione che basta essere “brave persone” o “bravi professionisti”, per essere oggettivi e bilanciati, mentre la cultura millenaria patriarcale fa il suo lavoro nel profondo. Trattare le donne come se fossero vittime indifese da proteggere, come fossero perenni inadeguate, mettere sullo stesso piano la violenza maschile con la reazione  femminile di fronte a una pressione psicologica – che più passa il tempo e più degenera in violenza – ma soprattutto dare voce all’autore della violenza senza né dotarsi di strumenti di approccio e analisi su questo, e senza dare la possibilità a chi ha subito quella violenza di raccontare quello che lei ha vissuto, può essere considerata causa di una rivittimizzazione in questo caso mediatica. Un nodo che ha tenuto ben lontani i giornalisti da molti centri antiviolenza, che per molto tempo si sono rifiutati di dare in pasto le storie delle donne come se fosse materiale sensazionalistico, anche perché consapevoli della scarsa preparazione dei giornalisti stessi su un tema così delicato: un gap, tra la realtà della violenza e l’informazione che se ne dava, che oggi stiamo cercando faticosamente di riempire e su cui non vorremmo tornare indietro. Dire che lui è entrato in casa con l’accetta ma che lei, durante una lite, aveva preso un coltello in mano. Dare la sensazione che l’uomo è un poveretto respinto da una donna che giocava coi suoi sentimenti di uomo ferito, senza chiamare quel tipo di situazione col suo vero nome, cioè violenza psicologica (così come è riconosciuta dalla letteratura internazionale e anche dalla Convenzione di Istanbul), è molto più pericoloso di quanto si possa pensare. Perché quello che è importante non è soltanto il racconto dei fatti, ma l’imparare a raccontarli perché in un contesto culturale così discriminatorio per le donne, il messaggio che passa può essere devastante. Se chi scrive non se ne rende conto, non per colpa sua o perché maschilista, ma perché il terreno culturale su cui si muove è questo e investe tutt*, quello che culturalmente passa – e che è la bomba H nei tribunali, nelle caserme, e anche in alcune perizie psicologiche e nella mediazione di certi casi – è l’idea che in fondo la violenza è un ingrediente dei rapporti intimi. Quello che non va, e che andrebbe investigato a fondo, è che se si confonde la violenza psicologica (ma anche fisica o sessuale nei rapporti d’intimità), con una semplice conflittualità della relazione, la conseguenza che ne deriva ricade sulla vita e l’incolumità delle donne stesse. E’ per questa convinzione culturale ormai radicata dei rapporti sbilanciati tra i sessi, che nei tribunali si consumano le tragedie di donne non credute fino in fondo, messe sullo stesso piano dell’autore della violenza che loro stesse hanno vissuto, e quindi rivittimizzate.

Se il problema è strutturale, l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, diventa uno dei fattori principali per il cambiamento culturale dove le donne non possono essere dipinte sempre allo stesso modo: o vittime o provocatrici (che ricalca il o madonne o puttane). E se davvero si vogliono “aiutare” gli uomini ma non si hanno gli strumenti per addentrarsi in questo mondo “sconosciuto”, non si intervista un autore di violenza così, ma chi lavora con questi uomini, chi sa dove andare a cercare, chi conosce i punti critici di una certa complessità e sa cosa domandare e come farlo. Ci sono associazioni, come Be Free e Maschile Plurale, che fanno ottimi piani di recupero in carcere con gli stupratori e con grandi risultati, perché allora non ascoltare loro o farsi consigliare? o semplicemente dare questa incombenza a un giornalista che su questo mastica tutti i giorni?

La tradizione vespiana ci insegna quanto sia controproducente ridurre le donne ad argomento da salotto, dove si presuppone di fare opinione con chiunque e sulla qualsiasi. Per queste ragioni, e non solo, non basta essere “sensibili” al femminicidio ma bisogna conoscerlo a fondo, bisogna essere preparati, studiare, ed è fondamentale – come insiste da tempo la società civile – la formazione per giudici, forze dell’ordine, medici, avvocati, psicologi, assistenti sociali, ma anche per i giornalist* (almeno quelli che se ne vogliano occupare). Chi metterebbe un giornalista che fa sport al desk di politica interna? quale direttore assumerebbe per fare economia un collega che fino a ieri faceva cinema? e perché questo non vale quando si parla di diritti, discriminazioni e violenza di genere? Forse perché la cultura che vede le “cose di donne” come un terreno di serie B è introiettata a tutti i livelli? Quindi, se non basta essere un eccellente giornalista come Servergnini per mettere mano a una così tanto delicata questione, ancor meno accettabile è un governo che ha redatto un decreto sul femminicidio insufficiente, senza tener conto della complessità del fenomeno e tralasciando le consultazioni con quella società civile indipendente, assai più competente in materia di questo governo e delle due camere messe insieme.

Per chiarire le ragioni per cui questo decreto legge sul femminicidio cambierà un millesimo di quello che invece dovrebbe cambiare, e perché un approccio integrato a 360 gradi è fondamentale, riporto l’articolo di Maria (Milli) Virgilio, avvocata e docente di diritto penale comparato a giurisprudenza, e responsabile scientifica del  progetto Lexop – Gli operatori della legge tutti insieme per le donne vittime di violenza nelle relazioni di intimità.

 

“Decreto legge n.93/2013. Una prima lettura”

di Maria (Milli) Virgilio, avvocata penalista e docente

(da zeroviolenza.it e www.women.it)

“Dobbiamo rassegnarci e accontentarci? Il Governo Letta-Alfano aveva promesso di mettere nella sua agenda politica la violenza contro le donne. E, a suo modo, lo ha fatto. Modo e contenuti non ci soddisfano. Aspettavamo una legge organica e finanziata, che affrontasse tutti gli aspetti civili, amministrativi, penali, dalla educazione nelle scuole alla formazione degli operatori, dall’osservatorio di monitoraggio ai centri antiviolenza. Invece abbiamo avuto norme solo penali all’interno di un decreto legge “pacchetto” il cui testo abbiamo avuto a disposizione solo alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, cioè solo dopo la sua entrata in vigore, a cose fatte. Noi avremmo preferito, invece di esser poste dinanzi al fatto compiuto, discuterne con modalità di elementare partecipazione democratica (ma questa ormai è vuota parola, a tutti i livelli di potere; eppure dovrebbe essere un dovere per i governanti).

Ancora una volta il tema che ci sta a cuore è all’interno di un pacchetto sicurezza di contenuto eterogeneo (i decreti dovrebbero essere a contenuto omogeneo: L. n. 400/1988) e dunque non è stato ritenuto degno di autonoma trattazione. E’ così ormai da parecchi anni. Inscindibile binomio: decreti-legge e sicurezza (il titolo del decreto dice solo “sicurezza” , ma poi preambolo e articolato chiariscono che è alla sicurezza pubblica e di polizia che il Governo si riferisce). Questa volta la scelta del decreto provvisorio con forza di legge di iniziativa governativa – che la Costituzione ammette solo “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” – è giustificata ribaltando il dato oggettivo delle elaborazioni e azioni politiche delle donne che si sono attivate (spesso coinvolgendo le istituzioni) per ovviare alla cronica mancanza di dati ufficiali sulla violenza maschile contro le donne e per portare il tema alla attenzione pubblica (sforzo purtroppo stravolto dalla ribalta mediatica, tutta concentrata sui casi di assassini). Infatti il Governo – per giustificare le circostanze straordinarie di necessità e urgenza – non porta dati, ma si limita a enunciare il “susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne”. Ed è da questo che trae un “conseguente” “allarme sociale”, che – a sua volta – rende necessario “inasprire per finalità dissuasive, il trattamento punitivo per gli autori”. E’ un ribaltamento bello e buono. Curioso – e contraddittorio – che una indimostrata asserzione statistica e criminologica (un vago e ascientifico “susseguirsi di eventi”) costituisca l’unico presupposto di legittimità costituzionale (straordinaria necessità e urgenza) di un decreto legge che nel suo dettato contiene poi sia l’assegnazione al Ministro dell’interno del compito di elaborare annualmente ( art 3) “un’analisi criminologica della violenza di genere” e sia la previsione di una raccolta strutturata dei dati del fenomeno inserita nel Piano straordinario (art. 5). Insomma il presupposto del decreto ne costituisce anche l’oggetto, che deve ancora essere dimostrato.

Quanto all’arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti e atti persecutori, ne viene posticipata la vigenza al momento della conversione in legge e questo dimostra che la misura non era poi tanto urgente. Insomma ce ne sarebbe a sufficienza per contestare dinanzi alla Corte costituzionale il ricorso allo strumento decreto legge; ma – costata la prassi invalsa e alla luce della  giurisprudenza della Corte sul punto – trattasi di una strategia impervia. Non per questo la protesta e la critica sul punto devono essere taciute.

Sembra dunque non restare altro che lo spazio – oggi così risicato – delle modifiche e dei ritocchi in parlamento, da parte delle due camere (sia chiaro: lavori in commissione e non in aula; abuso dello strumento della fiducia). Quanto al contenuto, le ombre sono più delle luci. Innanzitutto le norme contro la violenza di genere di effettivo vigore sono tutte di esclusivo carattere penale. Infatti il Piano d’azione straordinario è solo annunciato ed è a costo zero (“senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”). Il vocabolario usato è oscillante e  incerto: violenza di genere; poi violenza sessuale e di genere; e ancora violenza di genere e stalking (come se violenza sessuale e stalking non costituissero violenza di genere contro le donne) . Quanto alla nozione di violenza domestica riprende sì la definizione di Istanbul, ma caricata di un ulteriore requisito fortemente restrittivo: gli atti “non episodici”.

Si aggiunga il riferimento – nella comunicazione governativa- al femminicidio (diffusamente ripreso: decreto contro il femminicidio?) che risulta un ossequio mediatico e di immagine, visto che nessuna norma si riferisce agli assassini di donne da parte di uomini  con cui sono in relazione di intimità o prossimità. A meno di non voler sostenere che qualunque modifica in materia di violenza  della legge penale (sia legge sostanziale che processuale) svolga di per sé funzione di prevenzione dei c.d. femicidi (ringraziamo per queste confusioni e per questi effetti boomerang chi continua a premere indiscriminatamente e acriticamente sul pedale del femminicidio e ad attribuirgli un significato giuridico). Non sono certo riconducibili a una funzione di prevenzione le norme più scopertamente repressive, cioè gli aumenti di pena e le aggravanti appositamente previste per “inasprire” il trattamento degli autori (tra cui quello per la violenza cd. assistita, inflitta ai minori presenti alle violenze, complesso problema che richiede ben altre coordinate azioni non solo di diritto penale). Infatti è ormai storicamente e scientificamente assodato che gli inasprimenti di pena non realizzano alcuna funzione deterrente (ancor più in tema di violenza maschile contro le donne), perché non scalfiscono l’aspettativa e il senso di impunità degli autori .

L’attenzione va piuttosto ad altri aggiustamenti.

La più significativa ci pare quella della “costante informazione in ordine allo svolgimento dei relativi procedimenti penali”. Ottimo proposito! Ma perché prevederla riduttivamente solo per i maltrattamenti contro familiari e conviventi? E perché solo per alcune delle misure cautelari, e non per la custodia in carcere? E perché non hanno inserito una ulteriore apposita  norma che imponga alla polizia giudiziaria di indicare alla donna che ha denunciato (o querelato) un riferimento personale a fine di reperibilità telefonica per i casi a rischio? La nuova misura attribuita alla polizia giudiziaria dell’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare (384 bis CPP) è pur sempre impostata come un potere di polizia che può essere esercitato d’ufficio, dunque anche contro la volontà  della donna. E la previa autorizzazione del pubblico ministero (come? nelle vie brevi, per telefono?) deve essere precisata. Le varie norme su arresto obbligatorio in flagranza (che entreranno in vigore solo dopo il vaglio del Parlamento) intervengono rendendo obbligatorio quello che già era previsto, ma in modo facoltativo. Il superamento della discrezionalità non affronta il problema di fondo, che è quello della formazione professionale delle forze di polizia (e degli operatori in generale).

Bene gli ampliamenti di garanzia su incidente probatorio (ma valgono solo per maltrattamenti). Bene anche l’audizione con modalità protette in dibattimento, ora ampliate. Bene ancora la priorità assoluta dei processi (ma di fatto – vista la crisi della giustizia – non può che essere relativa) e il patrocinio a spese dello stato. Ma sia chiaro: sono tutte norme di “tutela”, per una vittima vulnerabile, o comunque ritenuta per legge soggetto “debole”, e comunque sono norme processuali che si riferiscono a casi in cui il fatto violento è già stato portato a emersione da denuncia o querela.

Un ulteriore incremento del potere di polizia giudiziaria (soprattutto dei posti di polizia collocati nei pronto soccorso ospedalieri) è costituito dalla “misura di prevenzione per condotte di violenza domestica” (art.3). E’ ricalcata sul modello dell’ammonimento questorile per lo stalking (ove l’istanza della donna doveva precedere la querela). Questa invece vale solo per gli episodi di lesioni personali (582, 2 comma, cp) e – perché mai? – è applicabile  “anche in assenza di querela”. Ineffettivo risulta il rilascio del  permesso di soggiorno agli “stranieri vittime “ (genere?) di violenza domestica. E’ una estensione della speciale misura già prevista dalla normativa sull’immigrazione (art 18 della cd Turco-Napolitano, poi Bossi-Fini), ma non è accompagnata dalla previsione di interventi sociali di sostegno ed appoggio.

Complessivamente la filosofia del decreto comporta una riduzione della autodeterminazione della donna a vantaggio di una logica di irrigidimento e di preteso efficientismo ed economia delle attività di polizia giudiziaria e processuali. La opzione governativa è che la riluttanza della donne a denunciare e querelare e  – ancor più – la loro eventuale titubanza a proseguire nel conflitto giudiziario con le conseguenti loro rinunce e ritrattazioni  non debba essere affrontata e trattata con azioni di sostegno alle donne stesse e col rispetto dei loro “tempi”, bensì forzandole con una sorta di decisionismo istituzionale intollerante, che non ammette tentennamenti e non sopporta – diciamolo –  perdite di tempo e di energia lavorativa per gli operatori della legge, che non accettano indagini e processi che non diano garanzie di realizzare senza indugi la finalità repressiva.

Tale priorità delle logiche istituzionali repressive rispetto alla libertà femminile emerge in più parti (vedi art 3 “anche in assenza di querela”).  Ma la spia  più significativa è quella –inaccettabile –  della irrevocabilità ora sancita per la querela di stalking.

E’ evidentemente ripresa dalla scelta  – unica nell’ordinamento penale – prevista sin dal 1930 per la violenza sessuale. Ma non si confonda: per la violenza sessuale la effettiva regola è ormai dal 1996 quella della procedibilità è d’ufficio ( la procedibilità su querela è residuale e limitata a poche ipotesi). Invece lo stalking è perseguibile  – di regola, tranne pochissime eccezioni – a querela. Pertanto la innovazione della irrevocabilità per il delitto di atti persecutori rischia di essere controproducente, perché introduce un elemento di rigidità in una fattispecie che deve sinora la sua fortuna proprio alla sua duttilità e leggerezza (censurabili giuridicamente e costituzionalmente per indeterminatezza – ma questo è un altro discorso).  Ci riferiamo al numero di querele presentate: secondo i recenti dati pubblicizzati dal Ministero dell’interno sono 38.142 dall’entrata in vigore della legge 38/2009; nel 73% dei casi depositate da donne (occorre tuttavia considerare che molti fascicoli aperti vengono poi archiviati: tra il 15 e il 30% per remissione di querela e tra il 30 e il 60% per infondatezza o mancanza degli elementi costitutivi previsti dalla legge. Così risulta dalle valutazioni dei pubblici ministeri raccolte nel volume da me curato “Stalking nelle relazioni di intimità” , IUS 17, n.2/2012, Bononia University Press, Bologna ).

Siamo certe che le donne continueranno a querelare anche quando sapranno che il susseguente procedimento penale non sarà più nella loro disponibilità e non saranno più libere di ritirarsi? Sarà così inevitabilmente frenato questo tipo di emersione (pubblica) di fatti violenti, tanto più che le donne (e i media) nominano e classificano come stalking (che è violenza psicologica) anche gli  altri fatti ben più lesivi, che quasi sempre lo accompagnano, perpetrati con violenza fisica o sessuale. Si tratta insomma di una limitazione della autonomia/autodeterminazione della donna che ha subito violenza. Ci siamo forse dimenticate del dibattito ventennale che ha preceduto la legge del 1996 contro la violenza sessuale, quando la discussione fu incentrata sulla procedibilità d’ufficio o a querela?

Che fare?

Lavorare con giuriste/i, avvocate/i e magistrate/i per contrastare l’articolato tutto (compreso No TAV e dissenso sociale; non possiamo considerare solo i primi 5 articoli, ignorando il resto) e sollevare questioni di legittimità costituzionale sulla legiferazione per decreto? E’ seriamente praticabile? Lavorare con le/i  parlamentari per migliorare e emendare i ritocchi positivi e per eliminare i punti inaccettabili? Siamo in grado di riuscire a ribaltare la logica repressiva di fondo che ha ispirato il decreto, che non solo sulla violenza contro le donne, ma in tutto il suo articolato ha puntato sull’incremento dei poteri di polizia? Possiamo seriamente considerare questo decreto esclusivamente penalistico come solo un primo piccolo passo? Siamo davvero fiduciose che poi si lavorerà insieme (collettivamente e democraticamente – non solo i centri antiviolenza e le associazioni, ma anche le donne delle istituzioni e le singole) ad una legge organica e a elaborare un  Piano nazionale congruamente finanziato. Ma come garantirselo da ora? Quale impegno in tal senso esigere adesso da parlamentari e istituzioni? Saranno capaci le donne di trovare luoghi e modi per esprimere simile forza a favore della libertà femminile (e di tutti)?”.