Le donne non sono pazze: la violenza istituzionale e i figli contesi (DL femminicidio III parte)

imagesIn questi giorni è stato avviato l’iter del decreto legge sul femminicidio nelle commissioni giustizia e affari costituzionali, dove si discute di alcuni cambiamenti del codice penale in relazione alla violenza contro donne e minori, nella speranza di mettere fine a ingiustizie, sopraffazione, paura, inferni domestici, abusi, violenza, che in questo Paese si consumano soprattutto tra le 4 mura di casa. Un decreto che, al di là dei punti critici già evidenziati su questo giornale e altrove, non mette mano alla realtà consumata da tempo nei tribunali italiani e che coinvolge sempre più donne in fase di separazione da compagni con cui hanno avuto figli. Donne che chiedono aiuto, donne che denunciano mariti violenti, donne che non parlano perché minacciate da violenza economica e psicologica, donne che cercano di proteggere i loro figli da questa violenza subita e/o assistita, e che invece di essere ascoltate, tutelate e difese dallo stato a cui si rivolgono, si ritrovano catapultate in pieno Medioevo. Accusate di essere madri inadeguate o addirittura “malevole”, si ritrovano non solo “rivittimizzate”, ma vivisezionate per essere giudicate pericolose alla crescita di figli che hanno partorito e cresciuto fino a quel momento con immensi sacrifici e in grande solitudine (sia affettiva che economica). Dichiarate pazze, schizofreniche, psicotiche e ostacolative alla crescita del minore, queste donne vengono marchiate e punite come fossero streghe, e quindi allontanate forzosamente dai loro figli, grazie a perizie psicologiche e psichiatriche che oltre ad attingere a piene mani nei pregiudizi di genere, operano nell’ottica di ristabilire l’unico ordine che questa società concepisce: quello del controllo patriarcale.

Ciò che davvero succede nei tribunali italiani, purtroppo, finisce di rado sulla scrivania di chi legifera su certe questioni, ed è per questo che diventa necessaria la denuncia pubblica del perché il nucleo della violenza contro donne e minori, che in questo caso diventa istituzionale con grave responsabilità dello stato, non verrà mai risolto se non si cambiano i parametri di giudizio con un netto ribaltamento culturale, e attraverso una capillare campagna di contro-informazione per l’opinione pubblica e di formazione per chi lavora su questo.

Sembra assurdo assistere da una parte alla ratifica della Convenzione di Istanbul dell’Italia, e dall’altra ai sempre più numerosi prelievi forzati di minori dal contesto materno, grazie a perizie che dichiarano la madre in questione “malevola” e alienante nei confronti di un padre spesso violento e/o da sempre assente, che rispunta da un giorno all’altro e non per riprendere gradualmente un rapporto con il figlio, ma con pretese di affido del minore in quanto anche di sua proprietà. Richieste di chi desidera soprattutto una vendetta verso la donna che ormai non controlla e che si avvale di avvocati che se non si appellano alla sindrome di alienazione parentale (PAS) – su cui ormai tantissime professioni si sono dichiarate contrarie perché ipotesi fallace e senza base scientifica – cercano direttamente di far passare la donna per pazza, e quindi inadeguata a essere madre dei propri figli. 

Tutte matte? siamo sicuri che le donne italiane siano diventate all’improvviso tutte pazze, schizoidi, psicotiche e addirittura pericolose per la crescita dei bambini che hanno messo al mondo e poi cresciuto fino a quel momento? E per dare un giudizio così pesante, su cosa ci si basa? Nei tribunali ci si avvale di “esperti”, psicologi e/o psichiatri, ai quali farebbe molto bene un corso di formazione come quello che ha tenuto “Be Free” la scorsa settimana alle porte di Viterbo, dove è stato ben spiegato in quali forme si manifesta la violenza sulle donne e sui minori anche in famiglia. Sì, perché in questi contesti, e soprattutto in questi incontri di valutazione, che la donna abbia subito violenza fisica, o sessuale, o psicologica, o economica, o tutte insieme, poco importa, perché il pregiudizio è così ben radicato, che quella violenza verrà considerata come semplice conflittualità tra ex coniugi, in cui non solo si mette la violenza sullo stesso piano della reazione della persona che l’ha subita, ma si spartiscono le responsabilità valutando le difese psicologiche della persona che ha subito violenza (e che quindi ha un certo tipo di stress), come incapacità o non volontà a sanare quella conflittualità, nemmeno per il bene dei figli. E per questo una madre può diventare all’improvviso snaturata, sbagliata, incapace, inadeguata, inconcludente, e quindi ostacolativa alla crescita dei bambini: quella che provoca e che non sa arrivare a un compromesso per il bene e l’armonia della famiglia che è sacra, e che non vuole la figura del padre per i suoi bambini, di qualunque tipologia di uomo si tratti. 

Questi “esperti” della famiglia, che fanno perizie e dichiarano le donne pazze, sono in grado di stravolgere la vita di un intero nucleo, dichiarando una madre inadatta – non si capisce poi rispetto a quali parametri – con una semplice Ctu, la famosa Consulenza tecnica d’ufficio, che viene chiesta e accolta dal giudice in quanto diagnosi alla quale si risponde con un provvedimento, senza magari neanche approfondire la modalità di un giudizio così impegnativo e così decisivo per le sorti di tutte le persone coinvolte. Diagnosi a volte opinabili per la modalità di analisi e acquisizione dei dati, come già succede con le diagnosi di PAS, malattia considerata inesistente ma ancora applicata e accolta nei tribunali italiani. E così può succedere che mentre la donna chiede un divorzio, un aiuto ai servizi sociali, una separazione da un marito violento, si avvii la vivisezione della madre. Sei preoccupata? sei in ansia perché senti che c’è qualcosa che non va? sei stanca di tutte le vessazioni che hai subito, e sei distrutta moralmente perché le tue energie in questi anni si sono esaurite? racconti che nella vostra relazione lui è stato violento e che sei finita al pronto soccorso? non c’è problema, perché la Ctu potrà dichiararti persona affetta da un disturbo psicotico così grave da renderti inadatta a crescere tuo figlio, dato che sei tu che non sei collaborativa e che mini il nucleo familiare, e se la colpa è tua, la cosa migliore sarà affidare la prole a una casa famiglia o alla persona che non è mai stata il punto di riferimento del minore e che magari ha mostrato di essere anche un violento. Ma che importanza ha? è il padre, quindi anche se è stato un marito violento non significa che non sia un buon padre. Tutto questo in barba alla recente ratifica della Convenzione di Istanbul che indica esplicitamente:

Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza – Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.

Il nodo inspiegabile però di tutta questa catena, è come un giudice possa accettare una diagnosi così importante senza valutazioni certe e conclamate, e senza la dimostrazione che ci sia un pericolo vero e imminente per il minore. E cioè come possa firmare un provvedimento per un prelievo forzoso del minore da casa o da scuola, che provocherà, oltre tutto, lo sradicamento del piccolo dal suo ambiente, dalla sua casa, e dai suoi affetti. Un trauma lecito solo se ci sono pericoli evidenti e incombenti per il minore, che in caso contrario può essere considerata una violazione dei diritti del fanciullo.

A questo proposito, pubblico la lettera di una mamma che vive ore d’angoscia nell’attesa di un prelievo forzoso della figlia che ha cresciuto da sola e con grandi sacrifici. Una donna che è stata abbandonata a se stessa e non tutelata né sostenuta dallo stato, e che si è vista bollare da una Ctu come una psicotica, e quindi madre inadatta a crescere la minore che ha accudito fino a oggi, malgrado i pareri a lei favorevoli degli stessi servizi sociali e malgrado una controperizia che smonta in toto la Ctu. Una lettera non diversa da tante altre che ricevo da madri disperate che non sanno come proteggere i propri figli, che vengono punite dalle istituzioni a cui si rivolgono, che si vedono sottrarre figli che hanno cresciuto fino a quel momento. Una lettera che si rivolge anche a chi ha responsabilità istituzionali e dovrebbe proteggere queste donne che vivono situazioni che farebbero impazzire ogni donna sana.

(ogni riferimento è stato omesso per il rispetto della privacy della minore).

 

“Gentile Luisa Betti,

scrivo questa lettera con il cuore in mano cogliendo l’occasione di rivolgermi a Lei, che stimo e leggo sempre con estrema attenzione, cogliendo l’occasione di  rivolgermi anche alle istituzioni italiane affinché diano un segnale forte su un argomento che non può più essere trascurato, né tanto meno rimandato: i figli contesi. Da circa cinque anni, tra alti e bassi, mia figlia ed io siamo coinvolte in un inchiesta giudiziaria che non ci rende libere. Sempre monitorate, fotografate, registrate.  Non dormo da diverso tempo per questa ingiustizia che ha stravolto completamente la nostra esistenza. Io vivo con i miei due figli, alle porte di (…), ed è la seconda di loro la figlia contesa. Un uomo che con me è stato violento tanto da denunciarlo e che nonostante la separazione ha perseverato nei controlli e nella smania di tenerci sotto controllo. Traumi quotidiani che ledono principalmente la tranquillità e l’equilibrio della mia bambina che chiede solo di vivere la sua età e di avere un luogo da chiamare casa. Sono una madre che ha subito in questi ultimi 5 anni i più riprovevoli torti, ho evitato di reagire alle provocazioni, ai chiari segni di violenza fisica e psicologica promessi e talvolta ricevuti, ma ho sempre preferito concentrarmi sui figli e sulle loro esigenze. Mi sono fatta forza e ho proseguito anche senza l’aiuto del padre. L’anno scorso, ignara a quello a cui potevo andare incontro chiedendo il divorzio, mi si è aperto uno scenario talmente squallido e colmo di colpi bassi da far rabbrividire chiunque. Bugie, calunnie, vessazioni, pura cattiveria. Pedinata e registrata, tutti i giorni. Ho cercato un avvocato per cautelarmi, ma ho scoperto che chi chiede un gratuito patrocinio in questo Paese paga costi altissimi sia a livello di salute che a livello di equa difesa. Siamo giunti a questo: mia figlia è stata presa in carico dai servizi sociali con collocamento presso il padre, nonostante il padre abbia più volte comunicato, a più persone, che non aveva desiderio di paternità. Aver comunicato questo trasferimento alla mia bambina che ha sei anni ed è molto legata a suo fratello, le ha portato grandi disagi. Giorni fa passeggiando per il paese in cui abitiamo, mentre tentavo di comunicarle la notizia ha perso conoscenza, è svenuta, ed è finita al pronto soccorso. La bambina non accetta di allontanarsi da me, dal fratello, dagli amichetti, dai suoi luoghi cari. A settembre inizierà la scuola, perché farla soffrire così? Sono preoccupata per mia figlia che amo più di me stessa. Grazie, IC”

La violenza non è un passepartout (DL femminicidio II parte)

autodeterminazione_donne_01Mentre sui giornali appaiono notizie di arresti in flagranza per violenza domestica grazie al decreto legge sul femminicidio (n.93/2013), come se fosse spuntata la bacchetta magica in mano a uno Stato incapace di affrontare il problema, continuano le critiche argomentate verso il DL di ferragosto che però, guarda caso, non hanno uno spazio mediatico adeguato, almeno sui giornali nazionali a grande tiratura. Un meccanismo di speculazione più pericoloso e strumentale del silenzio, che tratta ormai il femminicidio come un passepartout che fa notizia e su cui anche chi non ha strumenti né metodo di approccio, può avventurarsi facendosi spazio nella giungla delle redazioni e dell’informazione (più o meno come fa il parlamento italiano e il governo attuale per mettersi una stelletta in petto).

Chi ne parla come di un fenomeno “risolto” in barba alla Convenzione di Istanbul ben lontana, come contenuti e intenti, da questo decreto. Chi, una volta imparato il nuovo termine, lo schiaffa in cronaca nera senza cognizione dicendo che forse si tratta di un femminicidio appena si parla di un cadavere femminile, e chi invece si sente in dovere, o in diritto, di intervenire sulla questione pensando di fare “del bene” e lasciando dietro di sé più danni che altro.

Ed è per questo che mi dispiace di aver letto qualche giorno fa proprio su un blog come la 27ora, che ha fatto un ottimo lavoro sulla violenza e da cui ci si sarebbe aspettati altro, l’intervista allo stalker “Claudio” fatta non da uno sprovveduto qualsiasi ma da una firma importante come quella di Beppe Servergnini (che non mi sembra si sia mai occupato di violenza né di diritti o discriminazioni sulle donne). Senza rendersene conto, l’intervista fa una scivolata implacabile ripercorrendo i luoghi comuni più pericolosi e più frequenti sulla violenza contro le donne, luoghi comuni che ancora troppo spesso riecheggiano nelle aule di tribunale e si ritrovano anche scritti su sentenze. E’ quella che viene chiamata rivittimizzazione, quell’arma affilatissima che proviene dal pregiudizio e dalla illusione che basta essere “brave persone” o “bravi professionisti”, per essere oggettivi e bilanciati, mentre la cultura millenaria patriarcale fa il suo lavoro nel profondo. Trattare le donne come se fossero vittime indifese da proteggere, come fossero perenni inadeguate, mettere sullo stesso piano la violenza maschile con la reazione  femminile di fronte a una pressione psicologica – che più passa il tempo e più degenera in violenza – ma soprattutto dare voce all’autore della violenza senza né dotarsi di strumenti di approccio e analisi su questo, e senza dare la possibilità a chi ha subito quella violenza di raccontare quello che lei ha vissuto, può essere considerata causa di una rivittimizzazione in questo caso mediatica. Un nodo che ha tenuto ben lontani i giornalisti da molti centri antiviolenza, che per molto tempo si sono rifiutati di dare in pasto le storie delle donne come se fosse materiale sensazionalistico, anche perché consapevoli della scarsa preparazione dei giornalisti stessi su un tema così delicato: un gap, tra la realtà della violenza e l’informazione che se ne dava, che oggi stiamo cercando faticosamente di riempire e su cui non vorremmo tornare indietro. Dire che lui è entrato in casa con l’accetta ma che lei, durante una lite, aveva preso un coltello in mano. Dare la sensazione che l’uomo è un poveretto respinto da una donna che giocava coi suoi sentimenti di uomo ferito, senza chiamare quel tipo di situazione col suo vero nome, cioè violenza psicologica (così come è riconosciuta dalla letteratura internazionale e anche dalla Convenzione di Istanbul), è molto più pericoloso di quanto si possa pensare. Perché quello che è importante non è soltanto il racconto dei fatti, ma l’imparare a raccontarli perché in un contesto culturale così discriminatorio per le donne, il messaggio che passa può essere devastante. Se chi scrive non se ne rende conto, non per colpa sua o perché maschilista, ma perché il terreno culturale su cui si muove è questo e investe tutt*, quello che culturalmente passa – e che è la bomba H nei tribunali, nelle caserme, e anche in alcune perizie psicologiche e nella mediazione di certi casi – è l’idea che in fondo la violenza è un ingrediente dei rapporti intimi. Quello che non va, e che andrebbe investigato a fondo, è che se si confonde la violenza psicologica (ma anche fisica o sessuale nei rapporti d’intimità), con una semplice conflittualità della relazione, la conseguenza che ne deriva ricade sulla vita e l’incolumità delle donne stesse. E’ per questa convinzione culturale ormai radicata dei rapporti sbilanciati tra i sessi, che nei tribunali si consumano le tragedie di donne non credute fino in fondo, messe sullo stesso piano dell’autore della violenza che loro stesse hanno vissuto, e quindi rivittimizzate.

Se il problema è strutturale, l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, diventa uno dei fattori principali per il cambiamento culturale dove le donne non possono essere dipinte sempre allo stesso modo: o vittime o provocatrici (che ricalca il o madonne o puttane). E se davvero si vogliono “aiutare” gli uomini ma non si hanno gli strumenti per addentrarsi in questo mondo “sconosciuto”, non si intervista un autore di violenza così, ma chi lavora con questi uomini, chi sa dove andare a cercare, chi conosce i punti critici di una certa complessità e sa cosa domandare e come farlo. Ci sono associazioni, come Be Free e Maschile Plurale, che fanno ottimi piani di recupero in carcere con gli stupratori e con grandi risultati, perché allora non ascoltare loro o farsi consigliare? o semplicemente dare questa incombenza a un giornalista che su questo mastica tutti i giorni?

La tradizione vespiana ci insegna quanto sia controproducente ridurre le donne ad argomento da salotto, dove si presuppone di fare opinione con chiunque e sulla qualsiasi. Per queste ragioni, e non solo, non basta essere “sensibili” al femminicidio ma bisogna conoscerlo a fondo, bisogna essere preparati, studiare, ed è fondamentale – come insiste da tempo la società civile – la formazione per giudici, forze dell’ordine, medici, avvocati, psicologi, assistenti sociali, ma anche per i giornalist* (almeno quelli che se ne vogliano occupare). Chi metterebbe un giornalista che fa sport al desk di politica interna? quale direttore assumerebbe per fare economia un collega che fino a ieri faceva cinema? e perché questo non vale quando si parla di diritti, discriminazioni e violenza di genere? Forse perché la cultura che vede le “cose di donne” come un terreno di serie B è introiettata a tutti i livelli? Quindi, se non basta essere un eccellente giornalista come Servergnini per mettere mano a una così tanto delicata questione, ancor meno accettabile è un governo che ha redatto un decreto sul femminicidio insufficiente, senza tener conto della complessità del fenomeno e tralasciando le consultazioni con quella società civile indipendente, assai più competente in materia di questo governo e delle due camere messe insieme.

Per chiarire le ragioni per cui questo decreto legge sul femminicidio cambierà un millesimo di quello che invece dovrebbe cambiare, e perché un approccio integrato a 360 gradi è fondamentale, riporto l’articolo di Maria (Milli) Virgilio, avvocata e docente di diritto penale comparato a giurisprudenza, e responsabile scientifica del  progetto Lexop – Gli operatori della legge tutti insieme per le donne vittime di violenza nelle relazioni di intimità.

 

“Decreto legge n.93/2013. Una prima lettura”

di Maria (Milli) Virgilio, avvocata penalista e docente

(da zeroviolenza.it e www.women.it)

“Dobbiamo rassegnarci e accontentarci? Il Governo Letta-Alfano aveva promesso di mettere nella sua agenda politica la violenza contro le donne. E, a suo modo, lo ha fatto. Modo e contenuti non ci soddisfano. Aspettavamo una legge organica e finanziata, che affrontasse tutti gli aspetti civili, amministrativi, penali, dalla educazione nelle scuole alla formazione degli operatori, dall’osservatorio di monitoraggio ai centri antiviolenza. Invece abbiamo avuto norme solo penali all’interno di un decreto legge “pacchetto” il cui testo abbiamo avuto a disposizione solo alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, cioè solo dopo la sua entrata in vigore, a cose fatte. Noi avremmo preferito, invece di esser poste dinanzi al fatto compiuto, discuterne con modalità di elementare partecipazione democratica (ma questa ormai è vuota parola, a tutti i livelli di potere; eppure dovrebbe essere un dovere per i governanti).

Ancora una volta il tema che ci sta a cuore è all’interno di un pacchetto sicurezza di contenuto eterogeneo (i decreti dovrebbero essere a contenuto omogeneo: L. n. 400/1988) e dunque non è stato ritenuto degno di autonoma trattazione. E’ così ormai da parecchi anni. Inscindibile binomio: decreti-legge e sicurezza (il titolo del decreto dice solo “sicurezza” , ma poi preambolo e articolato chiariscono che è alla sicurezza pubblica e di polizia che il Governo si riferisce). Questa volta la scelta del decreto provvisorio con forza di legge di iniziativa governativa – che la Costituzione ammette solo “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” – è giustificata ribaltando il dato oggettivo delle elaborazioni e azioni politiche delle donne che si sono attivate (spesso coinvolgendo le istituzioni) per ovviare alla cronica mancanza di dati ufficiali sulla violenza maschile contro le donne e per portare il tema alla attenzione pubblica (sforzo purtroppo stravolto dalla ribalta mediatica, tutta concentrata sui casi di assassini). Infatti il Governo – per giustificare le circostanze straordinarie di necessità e urgenza – non porta dati, ma si limita a enunciare il “susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne”. Ed è da questo che trae un “conseguente” “allarme sociale”, che – a sua volta – rende necessario “inasprire per finalità dissuasive, il trattamento punitivo per gli autori”. E’ un ribaltamento bello e buono. Curioso – e contraddittorio – che una indimostrata asserzione statistica e criminologica (un vago e ascientifico “susseguirsi di eventi”) costituisca l’unico presupposto di legittimità costituzionale (straordinaria necessità e urgenza) di un decreto legge che nel suo dettato contiene poi sia l’assegnazione al Ministro dell’interno del compito di elaborare annualmente ( art 3) “un’analisi criminologica della violenza di genere” e sia la previsione di una raccolta strutturata dei dati del fenomeno inserita nel Piano straordinario (art. 5). Insomma il presupposto del decreto ne costituisce anche l’oggetto, che deve ancora essere dimostrato.

Quanto all’arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti e atti persecutori, ne viene posticipata la vigenza al momento della conversione in legge e questo dimostra che la misura non era poi tanto urgente. Insomma ce ne sarebbe a sufficienza per contestare dinanzi alla Corte costituzionale il ricorso allo strumento decreto legge; ma – costata la prassi invalsa e alla luce della  giurisprudenza della Corte sul punto – trattasi di una strategia impervia. Non per questo la protesta e la critica sul punto devono essere taciute.

Sembra dunque non restare altro che lo spazio – oggi così risicato – delle modifiche e dei ritocchi in parlamento, da parte delle due camere (sia chiaro: lavori in commissione e non in aula; abuso dello strumento della fiducia). Quanto al contenuto, le ombre sono più delle luci. Innanzitutto le norme contro la violenza di genere di effettivo vigore sono tutte di esclusivo carattere penale. Infatti il Piano d’azione straordinario è solo annunciato ed è a costo zero (“senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”). Il vocabolario usato è oscillante e  incerto: violenza di genere; poi violenza sessuale e di genere; e ancora violenza di genere e stalking (come se violenza sessuale e stalking non costituissero violenza di genere contro le donne) . Quanto alla nozione di violenza domestica riprende sì la definizione di Istanbul, ma caricata di un ulteriore requisito fortemente restrittivo: gli atti “non episodici”.

Si aggiunga il riferimento – nella comunicazione governativa- al femminicidio (diffusamente ripreso: decreto contro il femminicidio?) che risulta un ossequio mediatico e di immagine, visto che nessuna norma si riferisce agli assassini di donne da parte di uomini  con cui sono in relazione di intimità o prossimità. A meno di non voler sostenere che qualunque modifica in materia di violenza  della legge penale (sia legge sostanziale che processuale) svolga di per sé funzione di prevenzione dei c.d. femicidi (ringraziamo per queste confusioni e per questi effetti boomerang chi continua a premere indiscriminatamente e acriticamente sul pedale del femminicidio e ad attribuirgli un significato giuridico). Non sono certo riconducibili a una funzione di prevenzione le norme più scopertamente repressive, cioè gli aumenti di pena e le aggravanti appositamente previste per “inasprire” il trattamento degli autori (tra cui quello per la violenza cd. assistita, inflitta ai minori presenti alle violenze, complesso problema che richiede ben altre coordinate azioni non solo di diritto penale). Infatti è ormai storicamente e scientificamente assodato che gli inasprimenti di pena non realizzano alcuna funzione deterrente (ancor più in tema di violenza maschile contro le donne), perché non scalfiscono l’aspettativa e il senso di impunità degli autori .

L’attenzione va piuttosto ad altri aggiustamenti.

La più significativa ci pare quella della “costante informazione in ordine allo svolgimento dei relativi procedimenti penali”. Ottimo proposito! Ma perché prevederla riduttivamente solo per i maltrattamenti contro familiari e conviventi? E perché solo per alcune delle misure cautelari, e non per la custodia in carcere? E perché non hanno inserito una ulteriore apposita  norma che imponga alla polizia giudiziaria di indicare alla donna che ha denunciato (o querelato) un riferimento personale a fine di reperibilità telefonica per i casi a rischio? La nuova misura attribuita alla polizia giudiziaria dell’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare (384 bis CPP) è pur sempre impostata come un potere di polizia che può essere esercitato d’ufficio, dunque anche contro la volontà  della donna. E la previa autorizzazione del pubblico ministero (come? nelle vie brevi, per telefono?) deve essere precisata. Le varie norme su arresto obbligatorio in flagranza (che entreranno in vigore solo dopo il vaglio del Parlamento) intervengono rendendo obbligatorio quello che già era previsto, ma in modo facoltativo. Il superamento della discrezionalità non affronta il problema di fondo, che è quello della formazione professionale delle forze di polizia (e degli operatori in generale).

Bene gli ampliamenti di garanzia su incidente probatorio (ma valgono solo per maltrattamenti). Bene anche l’audizione con modalità protette in dibattimento, ora ampliate. Bene ancora la priorità assoluta dei processi (ma di fatto – vista la crisi della giustizia – non può che essere relativa) e il patrocinio a spese dello stato. Ma sia chiaro: sono tutte norme di “tutela”, per una vittima vulnerabile, o comunque ritenuta per legge soggetto “debole”, e comunque sono norme processuali che si riferiscono a casi in cui il fatto violento è già stato portato a emersione da denuncia o querela.

Un ulteriore incremento del potere di polizia giudiziaria (soprattutto dei posti di polizia collocati nei pronto soccorso ospedalieri) è costituito dalla “misura di prevenzione per condotte di violenza domestica” (art.3). E’ ricalcata sul modello dell’ammonimento questorile per lo stalking (ove l’istanza della donna doveva precedere la querela). Questa invece vale solo per gli episodi di lesioni personali (582, 2 comma, cp) e – perché mai? – è applicabile  “anche in assenza di querela”. Ineffettivo risulta il rilascio del  permesso di soggiorno agli “stranieri vittime “ (genere?) di violenza domestica. E’ una estensione della speciale misura già prevista dalla normativa sull’immigrazione (art 18 della cd Turco-Napolitano, poi Bossi-Fini), ma non è accompagnata dalla previsione di interventi sociali di sostegno ed appoggio.

Complessivamente la filosofia del decreto comporta una riduzione della autodeterminazione della donna a vantaggio di una logica di irrigidimento e di preteso efficientismo ed economia delle attività di polizia giudiziaria e processuali. La opzione governativa è che la riluttanza della donne a denunciare e querelare e  – ancor più – la loro eventuale titubanza a proseguire nel conflitto giudiziario con le conseguenti loro rinunce e ritrattazioni  non debba essere affrontata e trattata con azioni di sostegno alle donne stesse e col rispetto dei loro “tempi”, bensì forzandole con una sorta di decisionismo istituzionale intollerante, che non ammette tentennamenti e non sopporta – diciamolo –  perdite di tempo e di energia lavorativa per gli operatori della legge, che non accettano indagini e processi che non diano garanzie di realizzare senza indugi la finalità repressiva.

Tale priorità delle logiche istituzionali repressive rispetto alla libertà femminile emerge in più parti (vedi art 3 “anche in assenza di querela”).  Ma la spia  più significativa è quella –inaccettabile –  della irrevocabilità ora sancita per la querela di stalking.

E’ evidentemente ripresa dalla scelta  – unica nell’ordinamento penale – prevista sin dal 1930 per la violenza sessuale. Ma non si confonda: per la violenza sessuale la effettiva regola è ormai dal 1996 quella della procedibilità è d’ufficio ( la procedibilità su querela è residuale e limitata a poche ipotesi). Invece lo stalking è perseguibile  – di regola, tranne pochissime eccezioni – a querela. Pertanto la innovazione della irrevocabilità per il delitto di atti persecutori rischia di essere controproducente, perché introduce un elemento di rigidità in una fattispecie che deve sinora la sua fortuna proprio alla sua duttilità e leggerezza (censurabili giuridicamente e costituzionalmente per indeterminatezza – ma questo è un altro discorso).  Ci riferiamo al numero di querele presentate: secondo i recenti dati pubblicizzati dal Ministero dell’interno sono 38.142 dall’entrata in vigore della legge 38/2009; nel 73% dei casi depositate da donne (occorre tuttavia considerare che molti fascicoli aperti vengono poi archiviati: tra il 15 e il 30% per remissione di querela e tra il 30 e il 60% per infondatezza o mancanza degli elementi costitutivi previsti dalla legge. Così risulta dalle valutazioni dei pubblici ministeri raccolte nel volume da me curato “Stalking nelle relazioni di intimità” , IUS 17, n.2/2012, Bononia University Press, Bologna ).

Siamo certe che le donne continueranno a querelare anche quando sapranno che il susseguente procedimento penale non sarà più nella loro disponibilità e non saranno più libere di ritirarsi? Sarà così inevitabilmente frenato questo tipo di emersione (pubblica) di fatti violenti, tanto più che le donne (e i media) nominano e classificano come stalking (che è violenza psicologica) anche gli  altri fatti ben più lesivi, che quasi sempre lo accompagnano, perpetrati con violenza fisica o sessuale. Si tratta insomma di una limitazione della autonomia/autodeterminazione della donna che ha subito violenza. Ci siamo forse dimenticate del dibattito ventennale che ha preceduto la legge del 1996 contro la violenza sessuale, quando la discussione fu incentrata sulla procedibilità d’ufficio o a querela?

Che fare?

Lavorare con giuriste/i, avvocate/i e magistrate/i per contrastare l’articolato tutto (compreso No TAV e dissenso sociale; non possiamo considerare solo i primi 5 articoli, ignorando il resto) e sollevare questioni di legittimità costituzionale sulla legiferazione per decreto? E’ seriamente praticabile? Lavorare con le/i  parlamentari per migliorare e emendare i ritocchi positivi e per eliminare i punti inaccettabili? Siamo in grado di riuscire a ribaltare la logica repressiva di fondo che ha ispirato il decreto, che non solo sulla violenza contro le donne, ma in tutto il suo articolato ha puntato sull’incremento dei poteri di polizia? Possiamo seriamente considerare questo decreto esclusivamente penalistico come solo un primo piccolo passo? Siamo davvero fiduciose che poi si lavorerà insieme (collettivamente e democraticamente – non solo i centri antiviolenza e le associazioni, ma anche le donne delle istituzioni e le singole) ad una legge organica e a elaborare un  Piano nazionale congruamente finanziato. Ma come garantirselo da ora? Quale impegno in tal senso esigere adesso da parlamentari e istituzioni? Saranno capaci le donne di trovare luoghi e modi per esprimere simile forza a favore della libertà femminile (e di tutti)?”.

 

 

 

Perché il decreto su femminicidio non va (I parte)

250px-IMO_Muster_station_-_IMO_Punto_di_raccoltaDopo una prima, e fin troppo facile entusiastica, esaltazione mediatica del decreto legge sul femminicidio varato dal governo Letta in pieno agosto (cosa che ha consentito un passaggio in sordina rispetto a quello che la società civile e l’informazione attenta avrebbe potuto fare e dire), arrivano adesso le prime critiche argomentate verso un impianto che presenta gravi disattenzioni. Prima fra tutti l’ingenuità (ma è davvero ingenuità?) di poter affrontare un problema strutturale come quello della violenza sulle donne e sui minori, attraverso un decreto legge “emergenziale” a costo zero, prendendolo di petto da un punto di vista penale, dopo che per almeno due anni è stato detto e ridetto (tutti i giorni credo) che, essendo un problema strutturale e quindi radicato nella società, il femminicidio è un fenomeno da affrontare a 360 gradi, con un forte impatto dal punto di vista culturale e con una serie di investimenti mirati. Una cosa che la ex ministra Idem aveva capito e che per questo (continuo a dirlo) è stata epurata. La certezza di non poter far finta di nulla, dopo l’ondata di indignazione e il massiccio tam tam dell’informazione, insieme alla ferma intenzione di non sganciare un euro sulla violenza contro le donne, ha portato Letta, Alfano e i loro compagni di avventura, alla strada più facile: un DL che, seppur con alcuni meriti – come per esempio il riconoscimento della violenza assistita dai minori – ha preso dal lavoro delle associazioni, che da sempre si occupano di questo, solo poche briciole.

E poi, ci vuole una scienza per capire che nei tribunali italiani le leggi non sono pienamente applicate? e se il problema persiste, chi ci dice che anche queste non rimangano sulla carta? forse bisognerebbe andare alla radice invece di insistere con i ritocchi. Mi sembra che i fatti ci abbiano portato spesso e volentieri a dire che qui le leggi ci sono ma che il problema è la loro applicazione. Abbiamo detto e ridetto che troppo spesso le donne non sono credute, e subiscono una vittimizzazione secondaria nei tribunali, vietata espressamente anche dalla Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia pochi mesi fa. Abbiamo sottolineato, noi ma anche la Cedaw e la Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, che in Italia non serve fare nuove leggi se poi sopra a tutto vige una cultura intrisa di stereotipi che comanda le teste dentro e fuori la giustizia. Certo, la pena può essere un deterrente e può essere funzionale, ma a che serve se poi rimane inapplicata in un contesto dove comunque le donne valgono meno degli uomini e sono discriminate a prescindere? Abbiamo idea di quanto spesso vengono archiviate le denunce di stalking perché in fondo: che sono 500 sms in una notte, e che vuoi che siano quelle minacce di morte che il tuo ex marito ti fa al telefono? (almeno fin quando non t’ammazza). Senza stare qui ad analizzare punto per punto (ma poi lo faremo), è sui minori che si raggiunge il massimo dell’ipocrisia quando da una parte si parla di violenza assistita (che va benissimo) e poi non si mette mano a quello che succede veramente ai bambini e alle bambine tolti a madri che, con la complicità dei servizi sociali, hanno denunciato violenza su di loro o sui loro figli. E questo non solo perché non si riconosce la violenza in famiglia, dato che un marito violento è comunque sempre un “buon padre”, ma perché arrivano a indicare nella madre (malevola) la responsabilità della situazione denunciata: ma signora, ma lei è esagerata, è lei che spinge suo marito all’esaurimento nervoso! E infine una domanda: vi siete chiesti perché nella stessa Convenzione di Istanbul, che la società civile voleva così fortemente, si insiste sulle tre P nell’ordine di Prevenzione, Protezione e poi Punizione?

Le Commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera dei deputati inizieranno a discutere il 6 settembre il provvedimento, mentre il 10 e l’11 settembre inizieranno le audizioni, tra cui la Corte di Cassazione e l’Anm. Mi auguro che le Commissioni ascoltino anche le associazioni che lavorano “al fronte”, e in maniera particolare la “No More” che ha al suo interno un’importante fetta della società civile che lavora nella teoria e nella pratica sulla violenza contro donne e minori, e che molte parlamentari che adesso sono lì, hanno firmato sottoscrivendola e che quindi non possono ignorare ora. Le richieste sono contenute nel comunicato (qui sotto) redatto dalla CONVENZIONE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE – FEMMINICIDIO “No More”, con cui mi trovo d’accordo per forza di cose dato che vi ho partecipato direttamente, in quanto parte del comitato promotore e referente di “Giulia”. Lo dico apertamente non per essere “di parte”, ma perché vorrei che fosse chiaro che userò/useremo tutte le forze a disposizione per evitare ogni sorta di strumentalizzazione politica e manipolazione mediatica fatta sulla pelle delle donne e dei bambini, una strumentalizzazione finalizzata a “promuovere” un governo platealmente “insufficiente”, che ancora non ha recepito né le Raccomandazioni Cedaw, né quelle della Special Rapporteur dell’Onu, e soprattutto non ha ancora capito bene cosa ha fatto quando ha ratificato la Convenzione di Istanbul (ma ve la siete letta?). Questo DL sul femminicidio della coppia Letta-Alfano è stato inserito in un pacchetto sicurezza come si fa quando si vuole mettere “una pezza”, inserendo anche “strette peggiorative” dell’esistente che non hanno nulla a che fare con la violenza contro le donne: forse perché si pensa che in fondo il problema non è degno di essere affrontato come cosa a sé, un ragionamento in perfetta sintonia con il fatto che alla fine il premier ha deciso di non rimpiazzare Idem con un’altra ministra (e non una delega) né tanto meno di darci un ministero vero e con portafoglio (figuriamoci). 

Questo governo non merita medaglie per tante, tantissime ragioni, ma questo decreto è una vergogna e un affronto per tutte le donne degne di questo nome, e questo blog seguirà il suo iter molto da vicino, diciamo a puntate, come una telenovela, perché ormai di questo si tratta.

no more piccolissimo

 UN PACCHETTO SICUREZZA CHE NON  FERMERA’ IL FEMMINICIDIO

Mentre in tutta Italia quasi quotidianamente le donne continuano ad essere uccise dopo aver denunciato violenze da parte di mariti ed ex, il Consiglio dei Ministri è intervenuto con un pacchetto sicurezza che, nonostante alcune norme condivisibili, non è affatto adeguato a contrastare quei meccanismi di disprezzo dei diritti e della dignità delle donne che  ostacolano il godimento del loro diritto alla vita e all’integrità psicofisica.   

Questo decreto legge è stato approvato senza tenere conto di tutte le  proposte e delle denunce fatte  dai centri antiviolenza e di tutte quelle associazioni di donne che da anni lottano contro la violenza, sostengono  le donne nei loro percorsi di autodeterminazione e si battono per una corretta informazione dei media sul femminicidio. Le associazioni promotrici della Convenzione No More ritengono che questo decreto legge rappresenti una risposta istituzionale al femminicidio  che,  pur in presenza di alcune norme positive – come quelle che introducono obblighi di comunicazione nei confronti della persona offesa, estendono le possibilità di incidente probatorio in forma protetta ed introducono la possibilità anche per le persone maggiorenni di esame testimoniale in forma protetta – rimane disorganica e lontana dalle reali esigenze delle donne che vogliono uscire da situazioni di violenza e degli operatori e operatrici che devono supportarle in questo percorso. Come dimostrano  gli ultimi tragici episodi, alle donne non è mancata la coscienza del pericolo, ma non sono state sostenute né protette dalle istituzioni alle quali pure si erano rivolte e che avevano il dovere di agire.

 Il femminicidio non è un’emergenza ma come affermiamo da anni e ribadisce anche la Convenzione di Istanbul,  è una questione culturale e politica profonda, che necessita di riforme strutturali. La discriminazione che le donne vittime di violenza subiscono nell’accesso alla giustizia, non può essere risolta  solo attraverso misure di polizia. E infatti le misure contenute in questo decreto non rispondono alle azioni richieste al Governo italiano dal Comitato CEDAW e dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, e sono ben distanti dal dare attuazione alla Convenzione di Istanbul e dal fornire effettiva ed immediata protezione alle donne che subiscono violenza. E’ molto grave  che il Governo abbia incluso nel decreto legge l’elaborazione del “Piano Straordinario contro la violenza sessuale e di genere” (n.b.: la violenza sessuale è una forma di violenza di genere), prevedendo espressamente che debba essere attuato a costo zero, quando ancora non ha provveduto a  verificare e rifinanziare il vecchio Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking, in scadenza a novembre. La prevenzione è la prima forma di protezione delle donne e non si può fare a costo zero.

Riteniamo urgente che tutte le Parlamentari ed i Parlamentari, ma in particolare coloro che hanno aderito alla Convenzione No More!,  si adoperino per:

–       Affrontare nel merito  il decreto legge in relazione alle proposte fatta dalla Convenzione No more  in particolare sulla prevenzione, protezione e promozione culturale contro la violenza;

–       Chiedere la verifica  immediata del Piano nazionale in modo da individuare con chiarezza  le politiche prioritarie, le responsabilità istituzionali, i tempi certi di attuazione;

–       Individuare immediatamente le risorse disponibili per l’approvazione del nuovo Piano Nazionale Antiviolenza, e sollecitare il Governo ad elaborare una bozza da sottoporre alla società civile, che indichi con esattezza le risorse allocate in ogni singola azione;

–       Calendarizzare in tempi rapidissimi al Senato il disegno di legge n.860 per l’istituzione della commissione bicamerale sul femminicidio ;

–       Convocare con urgenza un tavolo di confronto tra associazioni, parlamentari e governo per la definizione delle modifiche legislative necessarie ed efficaci per un contrasto strutturale alla violenza maschile e al femminicidio.

La Convenzione No More sarà ferma nell’impedire qualsiasi strumentalizzazione politica e mediatica della drammatica situazione che vivono in Italia le donne che vogliono uscire da situazioni di violenza, e vigilerà sulla corretta attuazione da parte delle Istituzioni delle Raccomandazioni ONU e della Convenzione di Istanbul, e della corretta informazione su quanto in esse contenuto, ricordando che le Istituzioni sono tenute a “consultazioni trasparenti e regolari, attraverso collegamenti formali ed informali con le ONG, in particolare con le associazioni femminili e le attiviste a difesa dei diritti delle donne, al fine di promuovere un dialogo costruttivo e partecipato nel raggiungimento dell’uguaglianza di genere”. (Raccomandazione n. 19c/2011 del Comitato CEDAW all’Italia).

CONVENZIONE NOMORE

convenzioneantiviolenza@gmail.com

firme no more

 

Letta, nomini la ministra delle Pari opportunità

presidente donna-politica femminile

 

La ministra Josefa Idem si è dimessa circa 10 giorni fa, proprio mentre stava mettendo in atto la regia di  un lavoro strutturato per il contrasto alla violenza contro le donne – femminicidio, coinvolgendo in una task force sia gli altri ministeri sia la società civile. Un lavoro rimasto in sospeso dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul, che rischia di rimanere sulla carta, a cui il presidente del consiglio, Enrico Letta, ha risposto dando delega delle pari opportunità alla viceministra del Lavoro, Cecilia Guerra. Un atto a cui le donne italiane hanno risposto a gran voce chiedendo la nomina di una ministra delle pari opportunità con pieni poteri  e in grado di riprendere in mano il prezioso lavoro della ex ministra Idem. Una richiesta rafforzata dall’articolo della vicedirettore del “Corriere della sera”, Barbara Stefanelli, alla quale Letta ha risposto attraverso lo stesso giornale, ribadendo la sua ferma posizione a non nominare una nuova ministra delle pari opportunità e assicurando il non arretramento del lavoro iniziato da Idem. Per questo, e per dare seguito alla petizione lanciata subito dopo le dimissioni di Idem e prima che il consiglio dei ministri decidesse di dare una delega al lavoro, sia io che Barbara Spinelli, abbiamo deciso di scrivere una lettera aperta al presidente Letta affinché torni sulle sue decisioni e nomini subito una ministra delle pari opportunità.

 

Presidente Letta, perché una ministra delle pari opportunità è necessaria
Ieri un’altra donna è stata uccisa a colpi di pistola dall’ex marito a Bra, vicino Cuneo e dal giorno delle dimissioni della ministra Josefa Idem, che stava organizzando la risposta istituzionale al femminicidio, altre quattro donne sono state uccise in quanto donne.
Perché in Italia, quando sembra che qualcosa avanzi, il risultato è sempre l’immobilità o addirittura un passo indietro?
Giorni fa Lei ha scritto una lettera di risposta all’editoriale della vicedirettora del “Corriere della sera”, Barbara Stefanelli, la quale faceva notare quanto fosse inopportuna la non nomina di una nuova ministra dopo le dimissioni di Idem. Perplessità legittima, e non solo di Stefanelli, ma di tutto il movimento femminil-femminista italiano, a cui Lei ha risposto dicendo che ci tiene alla questione altrimenti non avrebbe “formato il governo col maggior numero di donne della vita della Repubblica”: facendo capire che quasi quasi ci ha fatto un favore. Lei ha anche assicurato che non ci sarà nessun “arretramento del governo sul terreno delle questioni di genere” e che non ci sarà “nessun annacquamento”: affermazioni che non assicurano un’azione efficiente dell’esecutivo, in quanto un buon programma di governo senza una ministra che lo guidi, non è una garanzia.
Il freno di arresto in realtà c’è già stato  quando il lavoro della ministra Idem è stato interrotto de facto. Pensavamo fosse un fermo temporaneo, superabile dalla nomina a breve termine di una nuova ministra. Ma ci sbagliavamo.
Non si capisce perché davanti a quella che molti impropriamente definiscono emergenza femminicidio, sia stata data delega delle pari opportunità al ministero del lavoro e a una viceministra, in un momento in cui invece sono necessarie energie da dedicare a tempo pieno al contrasto al femminicidio.
Lei non può scaricare sulla persona investita, l’onere e l’onore di continuare con altrettanta dedizione il lavoro di Idem, quando è sua la responsabilità di aver designato una persona che necessariamente dovrà dividere il suo tempo tra più deleghe, e che comunque non gode delle medesime prerogative e poteri di cui gode una ministra.
La forma, in questo caso, e di tutta evidenza anche sostanza.
Quella che lei chiama polemica è invece la rivendicazione del diritto di ogni donna e bambina di questo Paese, a che il governo mantenga delle strutture istituzionali adeguate a dedicare il necessario tempo e le necessarie risorse alla prevenzione e contrasto di ogni forma di discriminazione e violenza di genere. Una necessità già severamente ricordata ai suoi predecessori dalle Nazioni Unite, e che forse dovrebbe essere tenuta in adeguata considerazione da Lei.
Ricade su di lei, e su nessun altro, la responsabilità di non aver nominato una nuova ministra delle pari opportunità dopo aver accettato le dimissioni di Josefa Idem. Prenda atto che si è trattato di un gesto irresponsabile e provveda alla nomina di Cecilia Guerra a ministra delle pari opportunità. Se lei non vuole fare un passo indietro, se lei ci tiene davvero, faccia un salto di qualità: provveda all’istituzione di un ministero per i diritti delle donne, si riconosca che per un paese civile e democratico è irrinunciabile (in una situazione come quella attuale dell’Italia), l’esistenza di un ministero dedicato, che, per funzionare per davvero, dovrebbe essere anche dotato di portafoglio.
Se questo governo è stato in grado di riconoscere l’importanza della nomina di una ministra dell’integrazione per affrontare in maniera adeguata il crescente razzismo, perché non è altrettanto in grado di riconoscere la necessità di una ministra per affrontare efficacemente il sessismo e la violenza di genere? Non si possono cercare scuse, non ci si può nascondere dietro un dito. Non bastano persone competenti, devono essere dotate dei poteri adeguati, e godere di tempo e risorse sufficienti per portare avanti un’azione concreta e di lungo termine, e di concerto con la società civile.
Per questo chi lavora sul territorio, chi sa cosa significa violenza strutturale sulle donne, Le chiede di fare un atto di responsabilità,  non solo nominando la stessa Ceclia Guerra ministra delle pari opportunità ma dotando questo Paese di un vero ministero per i diritti delle donne con portafoglio che sia all’altezza della situazione.
Grazie,
Luisa Betti e Barbara Spinelli

 

 

 

Caso #Idem: una vergogna che non finisce qui

solo logo non ho paura Spazzata via, come se nulla fosse stato, in un battibaleno. Basta, fine, cancellata, come si fa quando una cosa ti stufa, diventa insopportabile, da cassare. Tante parole sul femminicidio, trasmissioni televisive in cui si parlava solo di violenza domestica, numeri, ipotesi: quante saranno state quest’anno i femmicidi? 124 o 157? Cascate di articoli sulla ratifica della Convenzione di Istanbul, interviste sulla task force interministariale per contrastare la violenza, giornalisti che si accavallavano all’audit della ministra delle pari opportunità con le associazioni sulla violenza e per i diritti Lgbt, parlamentari mobilitate accanto alla ministra che vuole finalmente fare da tramite tra le istituzioni e la società civile. Mai successo in questo Paese, cosa accade, un miracolo? Certo, un miracolo che dura 50 giorni è pur sempre un miracolo, e dopo? dopo c’è il deserto dei tartari perché fatta fuori la ministra, non c’è più nessuna traccia neanche del ministero. E perché? perché Letta ieri ha fatto tre cose: ha dato delega delle pari oportunità alla viceministra Cecilia Guerra del dicastero del lavoro (che non sederà al CdM) spacchettando l’incarico della dimissionaria Idem, ha salutato per l’ultima volta l’ex ministra con parole piene di sentimento, e ha varato il pacchetto svuota carceri, lasciando per il momento da parte l’insufficiente e a tratti dannoso capitolo IV sulla norme per la “Prevenzione e contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale” – che comprende l’ammonimento d’ufficio e ampliamente spiegato su questo blog – e che invece sarà discusso nei prossimi giorni. Velocemente tornate al punto di partenza senza passare da Via, come succede quando esce la carta Imprevisti sul Monopoli, le italiane si ritrovano oggi senza quelle forti gambe e poderose braccia in cui avevano sperato. Ma un governo che ha tolto alle donne la concreta speranza di avere il diritto a vivere una vita libera dalla violenza e che, facendo quello che ha fatto in questi giorni, si prende una responsabilità che è più grave del non fare, si rende conto delle conseguenze? Un gesto, quello di dare delega delle pari opportunità al lavoro senza designare una nuova ministra al posto della dimissionaria Idem, che dimostra apertamente che delle donne, della violenza, del femmicidio – da Stefania Noce a Fabiana Luzzi – a questo governo, non gli interessa un bel niente. Un volta faccia, una virata, un cambiamento totale, che a questo punto fa intravedere la possibilità reale che forse la testa della ministra, che si era esposta troppo in questa azione, fosse in realtà necessaria per bloccare tutto il lavoro che stava portando avanti. Josefa Idem aveva fatto quello che nessuna prima di lei aveva osato: aveva ascoltato le donne per ore, aveva girato l’Italia in cerca di problemi da risolvere, e aveva avuto il coraggio di andare al gay pride nazionale di Palermo senza battere ciglio. Idem era convinta che i soldi per contrastare il femminicidio e la cultura che è alla base della violenza, sarebbero stati trovati, e voleva che la Convenzione di Istanbul non fosse una mossa di facciata ma una roba seria. L’Italia però è un Paese cattolico, profondamente conservatore in fatto di cultura, e qui le donne devono stare in famiglia dove hanno il loro posto, mentre le coppie gay, che mettono in discussione il nucleo fondamentale della società, danno fastidio. Certo la violenza è una brutta cosa, ma mica puoi sovvertire la struttura portante di una società per risolvere la violenza? La famiglia non si tocca, basterà fare un po’ di leggi restrittive e inutili.

Certe cose qui non si dicono ma soprattutto non si fanno, e il potere di cambiare le carte in tavola che lei aveva, ha fatto paura perché stava per essere usato per il bene di comune. Perché dico questo? Perché sono convinta che con la sua testardaggine e grande forza di volontà, Josefa Idem era diventata scomoda. Perché non si manda a casa una ministra che ha la residenza a casa sua sopra la sua palestra, facendo pensare alla “furbetta” che faceva finta di dormire sulla panca per non pagare le tasse, con 120 metri quadri di casa dove poteva avere giustamente, se voleva, anche la residenza. Non si manda a casa una persona perché in quel “ravvedimento operoso” del pagamento dell’Imu, che chissà cosa s’intende dire, c’è stato un errore di conteggio che non è stato il suo. E non si accettano le dimissioni di una ministra che sta finalmente lavorando 10 ore al giorno per milioni di donne, perché “forse” c’è stato un abuso nella ristrutturazione della palestra (ancora da dimostrare), o perché il marito, che era anche il suo allenatore, l’ha assunta come consulente sportiva (lei che ha vinto più di 30 medaglie) il 25 maggio 2006 nella sua società, quindi prima della nomina di assessora avvenuta nel giugno 2006, da cui l’aspettativa e i giusti contributi versati dal comune all’Inps. Non si va a scorticare pubblicamente una persona dicendo che c’è un fascicolo aperto alla Procura di Ravenna quando si tratta di una indagine senza nessuna ipotesi di reato (modello 45), facendo pensare a chissà quali imputazioni a carico dell’interessata. Infine, anche nel caso vi fossero irregolarità (cosa ancora da accertare definitivamente), non si cancella una persona devastandola mediaticamente ma si attende l’esito delle indagini, e solo nel caso fosse accertato qualcosa di realmente grave le si chiede gentilmente (e in maniera civile) di alzarsi dalla poltrona. Il tutto poi ha il sapore del ridicolo e della totale ipocrisia, se si pensa che questo avviene in un Paese in cui una seria indagine tra quegli scranni manderebbe a casa parecchie persone. Un Paese che ha avuto l’anno scorso una Regione (Lazio) in cui si usavano tranquillamente soldi pubblici per fare feste e tanto altro, un Paese dove per anni un premier ha destinato incarichi e poltrone, come fossero di sua proprietà, a persone a lui care anche se privi di competenza. Un Paese in cui la norma è la raccomandazione, il favore sessuale, la pacca sulla spalla, la stretta sul sedere, e dove se non hai le conoscenze giuste, te ne stai a casa. Questo Paese, terra del bunga bunga e dell’inciucio per eccellenza, si è però rizzato a grande moralizzatore appena una donna, per giunta “straniera”, ha solo pensato di sovvertire alcune chiare regole di un potere intoccabile: un delitto per cui è stata puntita e lanciata in un’arena dove si è consumato il pasto pubblico tra una zannata e un morso, come succede negli stupri di gruppo. Una donna forte e fiera, la cui sconfitta ha il sapore di una doppia vittoria per un potere tutto maschile.

Lasciata quasi del tutto da sola – senza neanche il sostegno da parte di chi, forse, lei pensava di potere essere sostenuta – alla fine la ex ministra ha deciso, lei stessa, di sottrarsi a quel massacro. Sui giornali, che avrebbero dovuto almeno riportare i fatti ancora da accertare con una certa cautela, l’operazione di linciaggio ha avuto diversi livelli: dal dico-non dico (quindi ti faccio passare da persona poco pulita), a “crucca faccia tosta”, “furba come un marmittone di Sturmtruppen”, “Medaglia d’oro, faccia di bronzo”, ma anche “torna a remare”, “gaffe, furbate e spacconate”, e così via: un linguaggio che ha aperto il fronte a orde che si sono accanite chiamandola “ladra”, “put*ana”, “barcarola”, “fuori dai cogl*oni”, “furbetta”. Ho letto calunnie, offese, sputi nell’anima, espressioni di una violenza che ha ribaltato la posizione di questa donna che da ministra che combatte la violenza, si è ritrovata lei stessa bersaglio politico al femminile con forte esposizione alla lapidazione mediale sessista e violenta – come già successo alle sue colleghe Boldrini e Kyenge – in quanto donna/personaggio pubblico.

Ora, dopo tutti i bei discorsi che abbiamo fatto sulla violenza, su ogni tipo di violenza (fisica, sessuale, economica, psicologica anche attraverso il web), accettare il linciaggio fatto a Idem significa accettare e sdoganare il peggio di questo Paese, e significa soprattutto che ognuna di noi è in serio pericolo, perchè chiunque può entrare nella tua vita e usarti tranquillamente violenza. Su Idem, come su Boldrini e Kyenge, come su ogni donna. Ma tutto il male non viene per nuocere e ci sono varie lezioni da imparare da questa vicenda: la prima, è che stavamo sulla strada giusta; la seconda, che la ex ministra è una donna libera da schieramenti e inciuci (e per questo ha pagato); e la terza, che in giro c’è gente pericolosa. Ma c’è una lezione anche per chi ha voluto la testa della ex ministra: che le donne, che hanno nelle vene un secolare dna di resistenza a tutto, quando si impuntano non si fermano davanti a niente, nenache davanti a una prima sconfitta.

Oggi, in una conferenza stampa al senato, è stato presentato il ddl sulla “Commissione parlamentare sul fenomeno dei femminicidi e femminicidi”, redatto su iniziativa della vicepresidente Valeria Fedeli (Pd), che in maniera trasversale sta raccogliendo sostegno tra senatori e senatrici, tra cui Finocchiaro (Pd), Petraglia (Sel), De Pietro (M5S), Lanzillotta (Scelta Civica) e Bonfrisco (Pdl). Una commissione che prevede un approccio «olistico» per scavare nelle cause strutturali di discriminazione delle donne, e che elaborerà una relazione annuale in cui saranno indicate misure in linea con gli standard internazionali. Un ddl che parte da una impostazione corretta nel distinguere femmicidio e femminicidio – un errore che si continu a vedere sui giornali – e in cui vengono citate Diana Russel e Marcel Lagarde, che nel 2003 promosse al senato la “Commissione speciale per le indagini sui casi di uccisioni di donne a Ciudad Juarez”, e poi alla camera, la “Commissione speciale sul femminicidio”. Una lavoro su cui Valeria Fedeli aveva già detto una settimana fa che “Se è vero che la violenza sulle donne ha cause strutturali, la prima cosa è verificare l’applicazione delle leggi esistenti, i vuoti e le inefficienze, e tutto l’apparato culturale che c’è sotto”.

Ebbene le donne, che non si arrendono così facilmente, ripartiranno da qui.

 

#femminicidio in carta: narrazione della violenza sui media

admi2

 

Intervento sui Media e femminicidio nell’ambito del Convegno “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”, organizzato da ADMI (Associazione Magistrate Democratiche Italiane) a Roma presso sala Occorsio del Tribunale Penale di Roma, 12 giugno 2013

Femminicidio in carta – Narrazione della violenza sulle donne dai media alla società

Luisa Betti

Si parla continuamente del bisogno di un cambiamento di cultura rispetto alla violenza contro le donne, ma cosa significa cambiare la cultura? Significa prima di tutto cambiare la percezione della violenza, e uno dei nodi fondamentali è l’informazione che, a differenza di fiction o della pubblicità, si pone come “oggettiva” e per questo influenza in maniera diretta la percezione del problema che viene posto: un’informazione che, qualora non venga data in maniera corretta, può procurare anche distorsioni e danni.

Riguardo l’informazione sul fenomeno della violenza contro le donne, almeno fino a poco tempo fa, i media italiani continuavano a ricalcare una cultura stereotipata della donna, proponendo il problema in maniera distorta e fondamentalmente riduttiva, sia riportando per lo più casi isolati di cronaca nera in cui si insisteva su particolari morbosi del fatto (anche quando si trattava di minori) e/o sulla vita privata della vittima, sia organizzando salotti televisivi in cui tutti, anche chi non se ne occupava, parlava facendo “opinione” sul fenomeno con una pericolosa banalizzazione del discorso in un contesto di urgenza e di sicurezza: il tutto a fronte di un problema che è invece strutturale e profondo, come quello appunto della violenza maschile sulle donne.

Sul femmicidio (termine che indica la morte di una donna con movente di genere), si è parlato e scritto a lungo in termini di omicidi per mano di uomini in preda a raptus o come delitto passionale, mentre riguardo la violenza contro le donne – femminicidio (che comprenda una gamma che va dalla violenza fisica, sessuale, psicologica, economica), si parlava quasi escusivamente di casi di violenza sessuale arrivati in tribunale, mettendo l’accento sulla morbosità e/o sulla “consensualità o meno” della vittima e senza una chiara cognizione dell’intero fenomeno.

Ma chi informa deve essere informato e non può prescidnere da una formazione seria su temi così delicati che non possono essere improvvisati da professionisti dell’informazione, come appunto siamo noi giornalisti e giornaliste.

In Italia sono stata una delle primissime giornaliste a usare la parola femminicidio scrivendolo nero su bianco nei miei articoli (“Il Manifesto” e il blog “Antiviolenza” sul Manifesto online) molto prima che l’ondata di indignazione si scatenasse in maniera così forte. Occupandomi di diritti delle donne e dei minori, ho insistito a dare un quadro più articolato sulla violenza contro le donne, al di là del fatto di cronaca nera o di un articolo in giudiziaria, non solo perché esperta sui temi di genere ma anche perché il giornale su cui scrivo me lo ha permesso senza mai toccarmi una virgola.

Con queste premesse, ho messo a punto il lavoro sul femmicidio-femminicidio nella Rete nazionale delle giornaliste italiane (Giulia) in cui, quando sono arrivata, nessuna sapeva l’esatto significato dei termini ed era poco consapevole di tutto il dibattito internazionale, dall’Onu al Consiglio d’Europa, che ruotava intorno a questo argomento. Per questo alla fine del 2011 – dopo la stesura della Convezione di Istanbul e dopo il Rapporto Ombra della Piattaforma Cedaw portato dalle Ong italiane all’Onu di New York – ho creduto opportuno condividere il mio lavoro e il materiale da me raccolto e studiato, con le giornaliste della rete, e ciò succedeva quando ancora nessuno, sulla stampa e in Tv, parlava ancora di femmicidio/femminicidio, come succede adesso. Il tam tam che è scaturito da quel lavoro, ha portato l’informazione a concentrarsi in maniera differente sul problema, e mi ricordo come le giornaliste dopo le nostre riunioni, andassero con grande tenacia nelle redazioni in cui lavoravano, cercando di portare faticosamente quel bagaglio di studi e di informazione all’interno del lavoro nelle diverse testate in cui erano. E’ stato così che dall’inizio del 2012 le giornaliste della Rete, e poi anche fuori dalla Rete, hanno cominciato a dare una prospettiva diversa al trattamento della violenza contro le donne all’interno dell’informazione, sia dandosi maggiori strumenti di analisi, sia ascoltando di più la società civile a contatto con le donne che subiscono violenza (come per esempio i centri Antiviolenza, le avvocate e le psicologhe specializzate, i movimenti delle donne), al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse il pregiudizio discriminatorio sia sulle donne che rispetto alla considerazione di un argomento “inferiore” e privo di una sua dimensione specifica di genere.

Altra spinta propulsiva, nel maggio 2012, è stata quella profusa dalla costruzione della Convenzione “No More” contro la violenza sulle donne / femminicidio – di cui sono la referente in Giulia e nella quale ho portato io stessa la rete delle giornlaiste con un documento specifico redatto ad hoc sul trattamento del femminicidio nei media – e dove sono confluite le forze della società civile con le più importanti associazioni che si occupano di discriminazione e violenza di genere in Italia: DiRe (rete dei centri antiviolenza), l’Udi, la Casa internazionale delle donne, e tutte le associazioni all’interno della Piattaforma Cedaw come Action Aid, Differenza donna, Giuristi democratici, Bee Free, Pangea, Le Nove, Arcs-Arci, Fratelli dell’Uomo.

Da questi diversi input si sono prodotte buone pratiche e i giornali, soprattutto cartacei, hanno cominciato a dare un diverso rilievo al fenomeno non solo usando la parola femminicidio ma anche nel creare spontaneamente una specie di osservatorio sul trattamento di tali argomenti: una massiccia proposta di cambiamento a tutto quello che riguardava questi temi che, se anche non sempre congrua e perfettamente corretta e a volte anche propagandistica con promozione personale di visibilità dei non-esperti, ha comunque cambiato le carte in tavola a livello culturale. E se oggi siamo qui, è anche per merito di tutto questo immenso lavoro sotterraneo.

Già a marzo del 2012, dopo un mio ampio articolo sul femmincidio (“Il Manifesto” – 7 marzo 2012 – “La famiglia italiana fa più vittime della mafia”), da parte delle giudici Antonella Di Florio (Tribunale civile di Roma) e Tiziana Coccoluto (Tribunale Penale di Roma), mi è stato chiesto di istituire insieme un tavolo interdisciplinare che mettesse in contatto diverse categorie professionali (giudici, avvocati, giornalismo, psicologi, e società civile) intorno al tema del femminicidio. Un altro grande passo avanti nella costruzione di una rete sempre più larga e con contenuti professionalmente alti, che ha prodotto un tavolo proficuo dal titolo “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare”, in cui erano sedute la procuratrice Maria Monteleone, la giudice Franca Mangano, la direttrice dello Sco, Luisa Pellizzari, l’avvocata Barbara Spinelli, i giudici di Cassazione Giovanni Diotallevi ed Elisabetta Rosi, la psicologa Elvira Reale, e Vittoria Tola dell’Udi (oltre la sottoscritta e la giudice Antonella Florio che conduceva). Un tavolo voluto da Magistratura Democratica, Giulia e Giuristi democratici, che, tra tutti i tavoli e i convegni che ho fatto nel corso di questi anni, è stato uno dei più importanti incontri sul femminicidio con spunti di riflessione che sono stati poi ripresi in diversi ambiti di discussione, e in cui già si auspicava la ratifica della Convenzione di Istanbul. Convenzione che oggi, finalmente, vediamo ratificata dall’Italia soprattutto per merito e sotto la spinta di tutta quella parte di donne, professioniste e della società civile, che si è mobilitata e ha prodotto sapere e consapevolezza su questo fenomeno, come oggi questo convegno.

Un approccio, dicevo, interdisciplinare, indispensabile se si vuole intervenire con efficacia sulla violenza di genere nella sua trasversalità, proprio perché la violenza discende da una discriminazione profonda delle donne che attraversa tutta la società, nessuna sua parte esclusa. Un sistema che oggi trova d’accordo anche la ministra del pari opportunità Idem, sia per il suo dialogo con la società civile – con l’istituzione di tavoli di discussione specifici – sia nell’organizzazione del tavolo interministeriale, che comprende il coinvolgimento dei ministri interessati (giustizia, istruzione, sanità, interno, lavoro, ecc), a dimostrazione che senza un coinvolgimento di diversi ambiti di competenza non è possibile affrontare un fenomeno che in Italia non è un’emergenza ma un problema strutturale profondo. Ovviamente, auspichiamo che tutto questo sia fatto attaverso una preliminare indagine accurata – e speriamo anche in una commissione ad hoc – che avvii un monitoraggio sulla realtà riguardo la violenza contro le donne/femminicidio, in un’Italia già redarguita dall’ONU con le Raccomandazioni Cedaw e quelle della Special Rapporteur, Rashida Manjoo, e nel rispetto della appena ratificata Convenzione di Istanbul.

L’impreparazione però, non è solo dei giornalisti ma degli stessi legislatori e delle istituzioni italiane. Un esempio è l’ignoranza con cui si usa femmicidio e femminicidio, la cui differenza ci ha spiegato l’avvocata Spinelli: un errore che non solo tocca i media ma anche le istituzioni – come dimostrato dal dibattito in aula della ratifica della Convezione di Istanbul a cui ho assistito alla Camera, e dove abbondavano termini scorretti e interventi che toccavano solo in superficie il problema. Risolvere quindi il problema culturale è il nodo: ma lo dobbiamo fare da sole? Io farei un passo in più perché vorrei costringere gli uomini a darci retta, a fare quello che noi diciamo, perché questa è la vera scommessa: costringere gli uomini a prendere in mano il problema nella modalità da noi indicata perché comunque li riguarda. Nei giornali, per esempio, la maggioranza dei direttori e caporedattori centrali qui in Italia sono uomini, e per far adottare la parola femmicidio/femminicidio è stata una lotta immane, figuriamoci per il resto.

Giorni fa sono stata al #nohatespeech, seminario alla Camera promosso dalla presidente Laura Boldrini, e lì io, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo, abbiamo parlato della violenza sulle donne nel web, un fenomeno odioso quanto grave di cui noi stesse siamo state oggetto, (io per avere dato informazione sul ddl 957 al senato l’anno scorso e sulla sindrome di alienazione parentale), ma il muro sembra duro da abbattere. E ciò è dimostrato dal fatto che quando la presidente Boldrini, vittima di attacchi sessiti violenti, si è mossa su questo, è stata gridata la parola “censura” malgrado lei non l’avesse proferita, per una sottovalutazione di quello che rappresenta in realtà la violenza sessista e discriminatoria, anche a mezzo web, contro le donne. Ma quel è la liberta di espressione che si rappresenta in uno sfogo violento fatto di epiteti, calunnie e minacce? In quella sede così importante e con addetti ai lavori, pochi hanno capito però la connessione tra la violenza psicologica, presente in tutte le convenzioni internazionali che riguardano le donne (dalla Cedaw alla Convenzione di Istanbul), e i suicidi delle ragazze che hanno subito assalti mediatici. Non si capisce che non accettare la violenza in tutte le sue forme, compresa quella psicologica anche mediata dalla nuova tecnologia, non significa censurare perché quella non è libertà.

Un pregiudizio, quello della discriminazione di genere, che non passa solo attraverso i media o il web, ma anche con l’insegnamanto nelle scuole in cui le protagoniste della storia umana vengono oscurate, nel trattamento delle donne nei posti di lavoro, o in famiglia nei ruoli che “competono” le donne, e anche in ambito giudiziario dove – al di là di un impianto giuridico anche attrezzato – ancora oggi le donne possono non essere credute quando denunciano una violenza. Donne che rischiano di essere rivittimizzate in tribunale, che non hanno la dovuta protezione nel lasso di tempo che va dalla querela al giudizio (momento in cui sono più vulnerabili), che possono essere costrette a un affido condiviso coatto anche in presenza di violenza domestica se il procedimento penale non viene esplicato nei tempi dovuti (e quindi la violenza non è tenuta in considerazione), che si ritrovano ancora adesso rimandate a casa dalle forze dell’ordine per mancanza di preparazione e di formazione di tutti gli operatori che si possono trovare ad avere a che fare con reati di questo tipo su tutto il territorio nazionale (come dimostrato anche dal fatto che il 70% dei femmicidi italiani del 2012 erano stati segnali ai servizi sociali o alle forze dell’ordine).

Il punto cruciale è allora la percezione della violenza nella sua reale gravità: una cultura della “sottovalutazione della violenza” che traspare ovunque con conseguenze enormi, e in cui si rischia di far passare come normalità, un danno o una violazione. Per questo l’informazione ha un ruolo fondamentale: perché se i media sostengono in massa questa cultura della sottovalutazione – che poggia sul pregiudizio della discriminazione di genere – è ovvio che anche la percezione dell’intera opinione pubblica sarà tale, a parte eccezioni. Raccontare uno stupro come una storiella, insinuare che lei forse era consenziente (come si fa anche in moltissimi processi per stupro e come è successo nella orribile puntata del programma televisivo delle “Iene” dal titolo “Sesso o stupro”), andare a rovistare nelle storie intime della donna, parlare di delitto passionale per un femmicidio che magari arriva dopo anni di violenze intrafamiliari (gelosia e impeto che nei processi possono apparire come appigli per l’ottenimento di uno sconto di pena), non è solo scorretto a livello di informazione ma è dannoso, e per questo noi cercheremo di agire entrando nelle redazioni sulla base anche delle indicazioni ONU e della Convenzione di Istanbul. Le donne oggi sono l’avanguardia di un profondo cambiamento culturale che farà bene a tutti e che porterà vantaggi all’intera società, sia alle donne che agli uomini, ma gli uomini devono ascoltarci e prendere sul serio le nostre indicazioni. Grazie.

 

 

#femminicidio: #Idem avvia ufficialmente task force ma con #Cancellieri non ci siamo capite

giornata-violenza-donne-contro-violenza-donne1

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – Pubblicato da Giulia R_MiM il 27 aprile 2012 su milanoinmovimento.com

 

Oggi la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha dato avvio ufficiale alla task force annunciata dopo la sua nomina e in realtà già avviata da giorni in via informale. Stamattina si sono incontrati i capi di gabinetto dei ministeri dell’Interno, Istruzione, Giustizia, Economia, Lavoro, Difesa, Integrazione, Salute, coordinati dalla Capo di gabinetto, consigliera Germana Panzironi della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento Pari Opportunità, che – come si legge sul comunicato – “hanno condiviso la necessità di avviare relazioni di confronto al fine di adottare, a breve termine, misure di contrasto in particolare contro il femminicidio e la violenza contro le donne”.  Si legge, sempre sul comunicato, che “Il prefetto Giuseppe Procaccini, accompagnato dalla consigliera Isabella Rauti, ha assicurato concreto sostegno da parte del Ministero dell’Interno e dei prefetti nel contrasto sul territorio dei fenomeni di violenza. Il consigliere Luigi Fiorentino ha fornito utili indicazioni per diffondere i principi del rispetto verso le donne già a partire dal sistema scolastico. I gabinetti di Giustizia, Lavoro, Salute, Integrazione, Difesa ed Economia hanno esposto le proprie proposte nell’ambito delle rispettive competenze: rafforzare l’impianto sanzionatorio e accelerare il processo penale; adottare misure antidiscriminazione negli ambienti di lavoro; contrastare la violenza sulle donne immigrate; coordinare le strutture sanitarie che si occupano di violenza sulle donne”. Idem ha anche costituito tre gruppi di lavoro coordinati dalle pari opportunità: il primo, diretto da Linda Laura Sabbadini (Istat), dovrà disegnare l’Osservatorio sulla violenza di genere per il monitoraggio del fenomeno, individuando i gap informativi esistenti e le azioni da mettere in atto; il secondo provvederà a ricavare elementi utili all’emissione di un bando per l’istituzione di un numero verde per gli uomini maltrattanti; e un terzo, coordinato dalla giornalista Natascha Lusenti, avrà il compito di studiare azioni di comunicazione e informazione che verranno lanciate nei successivi sei mesi.

Tutte premesse ad azioni ancora da svolgere, e che vedremo, ma di sicuro precedute, qualche giorno fa, da un passo assolutamente inadeguato della guardasigilli e su cui sarà opportuno chiarire alcuni punti fondamentali per non commettere altri errori, soprattutto così gravi.  E mi riferisco al decreto-legge della ministra Cancellieri, dal titolo “Disposizioni urgenti per contrastare il sovraffollamento delle carceri e in materia di sicurezza” (26 articoli divisi in cinque capitoli), in cui al capitolo IV si leggono norme per la “Prevenzione e contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale”. Un pacchetto che ha trovato in disaccordo il ministro Alfano, tanto da posticiparne la discussione a venerdì (forse) e su cui, come scrive Grignetti sulla Stampa, “C’è la forte possibilità che del decreto originario resti la parte sulla violenza domestica, il furto d’identità e l’assunzione di 1.000 nuovi vigili del fuoco, e che venga stralciata la parte dedicata alle carceri”.  Ebbene, diciamo subito che anche il capitolo sulla violenza domestica non va, perché inadeguato e inefficace anche come misura a breve termine, nonché pericoloso. Misure che, se vediamo attentamente, passano sulla testa delle donne che non decideranno ma saranno “decise” da eventuali segnalazioni di terzi (per esempio il medico del pronto soccorso dato che qui si riduce la violenza domestica a lesioni personali “non episodiche”), a prescindere dalla volontà dei soggetti interessati, con tutto quello che comporta – per la donna – intraprendere un percorso del genere. Contraddicendo la Convenzione di Istanbul (che al senato verrà ratificata domani), che dice chiaramente che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”, l’assunto del provvedimento che cancella l’autodeterminazione della donna a decidere con la scusa di proteggerla, impone chiarimenti in proposito: perché un conto è indicare all’interessata il percorso informandola degli strumenti che ha a disposizione per uscire dalla violenza, e un conto è costringerla a rischiare sul suo corpo. In più, per il contrasto al femmminicidio (parola che comprende l’intera gamma delle violenze che una donna può subire e non solo la morte della donna in quanto donna), questi provvedimenti schiaffati in un pacchetto che parla di altro, e che non sono stati ragionati sulla base di una seria verifica delle mancanze istituzionali e di applicazione di norme già esistenti – come richiesto più volte dall’Onu – risultano un’azione di facciata. La Special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, ha detto chiaramente e senza indugio, quando è venuta in Italia, che la violenza coinvolge una responsabilità dello Stato italiano e che le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia”, con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”. Una esposizione che con questo “pacchetto” sarà aumentata.

A cosa è servito allora la ratifica della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica? Forse non ci siamo capite.

Adottare misure efficaci sul femminicidio non è in nessun modo l’adozione di misure “urgenti” buttate lì per far vedere che si fa qualcosa, perché se la violenza domestica si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, forse va presa da un’altra parte.

Ma vediamo alcuni provvedimenti.

Il primo articolo dice che nei “casi in cui alle forze dell’ordine sia segnalato un fatto che debba ritenersi riconducibile al reato di cui all’articolo 582 (lesioni personali, ndr), secondo comma, del codice penale, consumato o tentato, nell’ambito di violenza domestica, il questore, anche in assenza di querela, può procedere, assunte le informazioni necessarie da parte degli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, all’ammonimento dell’autore del fatto. Ai fini del presente articolo si intendono per violenza domestica tutti gli atti, non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.

Per prima cosa è un po’ ridicolo che vengano citate le parole della Convenzione di Istanbul (riportate qui in corsivo) in maniera riduttiva sia perché ci si riferisce a  lesioni personali (quindi fisiche) sia per l’aggiunta della frase “non episodici“, che snatura tutta la portata della Convenzione che invece recita sulla violenza domestica: “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. Per caso significa che la violenza nei rapporti intimi è solo quando il partner ti mena più volte e ti lascia i segni? (che è già una sottovalutazione intrinseca della violenza). Ma cosa dice l’articolo 582, secondo comma, del codice penale? tratta di lesioni personali per cui qualora il danno procurato abbia “una durata non superiore ai venti giorni (…) il delitto è punibile a querela della persona offesa”. Quindi se ti menano e vai al pronto soccorso più volte (“non episodici”), il medico stesso segnalerà il fatto, così poi il questore chiamerà tuo marito e gli dirà di non farlo più. E poi tu come ci torni a casa, armata? ma soprattuto: a che serve?

Un ammonimento “d’ufficio” che non solo è riduttivo ma è ridicolo se pensiamo che ancora oggi spesso le forze dell’ordine rimandano a casa, o al massimo dal giudice di pace, le donne che con grande coraggio invece denunciano consapevoli di quello a cui vanno incontro. A cosa serve questo “pacchetto” se una donna che arriva faticosamente davanti a un giudice dopo aver denunciato con cognizione di causa e convinta di farlo, fatica poi a dimostrare la violenza subita, e soprattutto viene esposta senza tutela al suo offender nel lasso di tempo che passa dalla querela al giudizio, fino a rischiare la vita? e a che serve, se una donna che fa per sua volontà una, due, tre, quattro, anche dieci denunce si vede poi scivolare tutto nei meandri della “giustizia” senza nulla di fatto? se vede le sue denunce di stalking archiviate, procedimenti di affido condiviso coatto anche con procedimenti penali per maltrattamenti in famiglia in corso? perché non cercare di porre fine a questa infinita cultura di “sottovalutazione” della violenza cercando di far applicare le leggi che già ci sono, evitando magari di mettere a rischio la donna che affronta un iter lungo e complesso? e perché non porsi il problema che l’ammonimento senza volontà dell’interessata significa far sapere al coniuge violento che è stato segnalato, così quando torna a casa la massacra o l’ammazza direttamente? Provvedimenti che potrebbero portare le donne, che già non denunciano, a non ricorrere neanche più al pronto soccorso, perché se il medico segnala il partner senza il suo consenso lei avrà il terrore di tornare a casa. E poi al secondo articolo: “Il questore può richiedere al prefetto del luogo di residenza del destinatario dell’ammonimento l’applicazione della misura della sospensione della patente di guida per un periodo da uno a tre mesi”. Sospensione della patente? ma cosa cambia? che l’offender sta a casa per accanirsi ancora di più sulla partner?

La verità è che con questi provvedimenti si spoglia la donna di ogni decisionalità e consapevolezza del percorso che dovrà fare, e che invece di sostenerla, informarla dei suoi diritti, proteggerla, allontanando immediatamente l’offender, la donna viene ulteriormente esposta: un fatto che può anche produrre risultati contrari. Perché è vero che spesso le donne ritirano la denuncia o hanno paura di denunciare ma non è forzandole che si risolve il problema, bensì avviandole a un percorso, come già oggi fanno nei centri antiviolenza avvocate, psicologhe, operatrici, specializzate sulla violenza.

In più l’ammonimento esiste già ed è per gli atti persecutori (stalking) che avvengono per lo più in fase di separazione (mentre le lesioni alla persona avvengono maggiormente quando i due convivono o stanno insieme), e può essere richiesto dalla donna che non vuole fare subito denuncia (Decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11  – “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” – Art. 8. – Ammonimento). Ammonimento che può essere efficace quando l’uomo non vive con te, perché magari in fase di separazione, mentre quando ci vivi insieme è necessario l’allontanamento e non l’ammonimento che invece ti espone, tanto più se viene fatto senza il consenso dell’interessata.

Secondo Teresa Manente – avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re – “Premesso che la violenza di genere non è un problema di emergenza sociale ma culturale, come ormai ribadito da tutti gli organismi internazionali, l’esperienza ventennale nella difesa dei diritti delle donne vittime di violenza di genere, e in particolare della violenza domestica, maturata nei Centri antiviolenza mi insegna che, quasi sempre, quando la donna chiede l’intervento delle forze dell’ordine aumenta l’escalation di violenza perché l’uomo violento punisce la donna che si è ribellata al suo controllo. Disporre l’ammonimento per l’uomo violento senza predisporre contestualmente una protezione per la vittima, di fatto, significa aumentare il rischio per l’incolumità della stessa. La Convenzione di Istanbul e la Direttiva 2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio l’Unione Europea in materia di diritti delle vittime di reato, non a caso, parlano di diritto all’informazione, sostegno e protezione della vittima. A mio parere queste misure servono a poco se non sono inserite in un sistema articolato che dispone di una politica integrata”, (come spiega ulteriormente l’avvocata nel testo riportato sotto riguardo i diritti della persona offesa e la protezione delle donne che subiscono violenza).

Per Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio, “se siamo in un contesto di maltrattamenti, questo reato già prevederebbe l’adozione di misure maggiormente tutelanti della persona offesa rispetto all’ammonimento, come per esempio l’allontanamento. In casi di violenza in famiglia nell’ambito di un maltrattamento, in assenza della denuncia, iniziare il procedimento penale d’ufficio, o anche ai soli fini dell’ammonimento avviare un contatto con il maltrattante,  potrebbe determinarne l’esposizione ad una escalation di violenza, perchè, a differenza dello stalking,che riguarda fatti tra persone nella maggior parte dei casi non conviventi, nel caso dei maltrattamenti  l’aggressore si ritrova a continuare a convivere con la donna su cui esercita violenza, sapendo di non avere più il pieno controllo della situazione, e di essere esposto a conseguenze per le sue azioni.La definizione di violenza domestica contenuta nel decreto legge riduce la portata del concetto di violenza domestica così come definito dalla Convenzione di Istanbul, e questo è grave perché determinerebbe una applicazione ristretta di tutte le altre norme della convenzione. Allora dobbiamo pensare che c’è proprio  una volontà politica di continuare a minimizzare la violenza in famiglia, a negare la realtà delle violenze psicologiche ed economiche, e la necessità di protezione anche per le donne che subiscono situazioni di questo tipo. Va ribadita la necessità di raccogliere i dati, di capire quali sono i nodi da sciogliere attraverso i lavori di una commissione parlamentare di inchesta, prima di agire: altrimenti si continueranno a fare errori. Se tu ratifichi la Convenzione di Istanbul – continua Spinelli – e riconosci quella definizione di violenza domestica, non  puoi dopo decidere di intervenire a protezione della donna solo nei casi di maltrattamento in cui vi sono episodi di violenza fisica. Cosa significa aggiungere non episodica alla definizione di violenza domestica offerta dalla Convenzione? Significa affermare che tutte le misure contenute nella Convenzioni di Istanbul sono valide solo per le donne maltrattate, e non anche per le altre donne che comunque subiscono violenza nelle relazioni di intimità. E’ questo il meccanismo che porta in Italia ancora a confondere la violenza domestica con la conflittualità coniugale, a riconfermare l’idea che insomma, lo isu corrigendi della moglie, anche se la legge da 40 anni lo ha eliminato, tutto sommato a noi piace. Due schiaffetti si possono perdonare. Questa logica di intervento legislativo, esprime il profondo radicamento di una cultura  sessista, ed è veramente intollerabile, tanto vale allora non ratificare la Convenzione, se culturalmente non si è ancora pronti ad accettarne le conseguenze”.

Il problema della violenza maschile sulle donne, lo abbiamo detto fino all’esaurimento, va affrontato in maniera strutturale e non emergenziale. Prima della repressione e inasprimento delle pene, lo abbiamo ripetuto, servono strumenti di prevenzione e protezione, e questa consapevolezza, che non appare in questo decreto in cui s’infila la violenza domestica in una contesto “altro”, deve partire dalla piena consapevolezza di cosa sia la violenza: un passo fondamentale per le istituzioni che non possono pretendere questa consapevolezza sulla violenza da parte delle donne, se prima di tutto non la maturano loro. Un Governo che si è impegnato su un lavoro interministeriale guidato dalle pari opportunità, ascoltando la società civile, non presentare provvedimenti di questo tipo, perché fa tornare indietro tutti. Come dice Spinelli il profondo radicamento di pregiudizi sessisti ha impedito una buona applicazione delle leggi esistenti, e anche per questo “urge un cambio di approccio delle istituzioni alla vittimizzazione femminile determinata da violenza di genere, in particolare nelle relazioni di intimità”. 

 

_____________________________

 

(di seguito l’esplicativo intervento di Teresa Manente, avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re, che al Convegno “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”, organizzato da ADMI (Associazione Magistrate Democratiche Italiane,  ha spiegato cosa andrebbe fatto per la protezione delle donne che iniziano un percorso di denuncia della violenza subita, sulla base di un’esperienza ventennale in proposito e in un quadro di implementazione della Convenzione di Istanbul).

 

DIRITTI DELLA PERSONA OFFESA E FUNZIONE DEI CENTRI ANTIVIOLENZA

“Buon pomeriggio a tutte e a tutti ringrazio l’associazione Donne Magistrate e vi porto i saluti della mia Associazione, Differenza Donna che è una ONG , fondata nel 1989 e che dal 1992 gestisce i centri antiviolenza del comune e della provincia di Roma per donne e figli minorenni vittime di violenza. In questi venti anni Differenza Donna ha accolto presso i suoi centri oltre 25 mila donne, elaborando buone pratiche di assistenza multidisciplinare per le vittime. Ha contribuito alla creazione e al rafforzamento di una estesa rete tra tutte le istituzioni sul territorio. Ricordo il protocollo di interazione del dicembre 2010 promosso da Differenza Donna tra Tribunale, Procura, Forze dell’ordine, Asl, e ospedali in tema di tutela alle vittime di maltrattamenti stalking e violenza sessuale. Nell’ambito della Rete nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza, Ass. Di.Re, abbiamo condotto una ricerca nazionale che ha dato luogo alla prima direttiva del C.S.M. in tema di violenza domestica, relative all’intervento giudiziario e alla posizione della vittima di questi specifici reati. Segnalo inoltre che il mese scorso , il CSM su nostra richiesta, ha avviato un nuovo monitoraggio per verificare lo stato di attuazione delle direttive emanate in materia. In Italia i centri antiviolenza gestiti da associazioni di donne, oggi sono 64, e sono riuniti in un’associazione nazionale: DiRe, donne in rete contro la violenza alle donne. La Convenzione di Istanbul all’articolo 9, riconosce i centri antiviolenza, quali soggetto fondamentale della strategia di prevenzione del fenomeno e di protezione delle vittime perché concorrono a realizzare la tutela dei diritti delle persone offese prima, durante e dopo il procedimento penale.

Profili operativi

Sul piano operativo le mie considerazioni in tema di intervento e assistenza alle donne vittime di violenza di genere e violenza domestica si basano sull’esperienza, ormai ventennale, nella difesa dei diritti delle donne, persone offese e sulla normativa europea ed internazionale in materia. Di certo venti anni fa parlare dei diritti della vittima non era cosa pacifica, ricordo i colleghi della difesa degli imputati, infastiditi dalla presenza della parte civile, perché, a loro dire, intralciava la speditezza del processo. Sono testimone di un cambiamento culturale del sistema giudiziario non solo rispetto alla violenza alle donne, ma in generale sul ruolo della vittima nel procedimento penale. Oggi, il quadro di riferimento dell’azione giudiziaria è completamente mutato sia a livello di normativa europea che di normativa internazionale

Sugli Stati, infatti, oggi incombe l’obbligo

1)  di assicurare non solo i diritti dell’imputato/indagato ma anche la piena tutela dei diritti della vittima di reato così come ribadito dalla Direttiva n.29 del 2012 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea che introduce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato.

2) la Direttiva del 2012 riprende e rafforza la prospettiva innovativa della decisione quadro del 2001/220/GAI sulla posizione della vittima nel procedimento penale.

A differenza però della decisione quadro, mai attuata dall’Italia, la Direttiva del 2012, impone nell’immediato un obbligo di conformità. Ciò significa che nel periodo antecedente il termine di attuazione della Direttiva e cioè novembre 2015, lo Stato non può adottare atti in contrasto con gli obiettivi della direttiva.

Inoltre, in caso di mancato recepimento nel termine, poiché la Direttiva contiene disposizioni di precettività immediata e sufficientemente precise, produce effetti diretti in capo ai singoli che possono rivendicare diritti sulla base della direttiva, e in capo ai giudici nazionali che hanno l’obbligo di interpretazione conforme.

Premesso ciò, i diritti riconosciuti alle vittime di violenza di genere e di violenza domestica dalla Convenzione di Istanbul e dalla Direttiva dell’Unione europea riguardano tre aspetti:

1)  Diritto all’informazione e sostegno;

2)  Diritto alla Partecipazione al processo penale;

3)  Diritto alla Protezione;

il sistema che deve essere assicurato, pertanto, sia in vista di riforme legislativa, ma anche nella quotidiana applicazione delle norme attualmente vigenti, deve assicurare che le vittime siano riconosciute e trattate in maniera rispettosa, sensibile, personalizzata, professionale e non discriminatoria.

1)  DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E SOSTEGNO

E’ opportuno che la vittima di tali reati, sin dall’inizio del procedimento penale,

a) sia accolta da personale specializzato in sede di denuncia, ma anche in caso di accesso al pronto soccorso o ai servizi sociali, (rafforzare sportelli presso i pronto soccorsi, l’istituzione dei cd codice rosa);

b) sia informata dalle forze dell’ordine e dagli operatori tutti dell’esistenza di servizi di sostegno e di ospitalità, come i centri antiviolenza;

c) è necessario che sia informata del diritto di nominare un difensore, anche a spese dello stato (articolo 13 ) sin dall’inizio del procedimento penale, cosa che spesso le vittime ignorano stante l’obbligo attuale di informazione solo per l’indagato;

d) la vittima ha diritto a ricevere informazioni sul proprio caso (articolo 6 direttiva).

Spesso le donne che si rivolgono a noi hanno presentato più querele per singoli episodi e non ne conoscono l’esito perché non hanno indicato ex art. 408 c.p.p. di voler ricevere informazioni sulla richiesta di archiviazioni il diritto di ricevere notifica ex art.408 c.p.p dovrebbe invece prescindere dall’inserimento specifico nella querela di tale richiesta.

415 bis

Il diritto all’informazione della vittima, inoltre, nel nostro ordinamento è compromessa dalla mancata notifica alla stessa dell’avviso del 415 bis, notificato solo all’indagato, precludendo così alla stessa la possibilità di apportare ulteriori elementi di prova. Tale disciplina rappresenta un considerevole vulnus ai diritti della persona offesa, a maggior ragione allorché l’imputato in udienza preliminare esprima la volontà di essere giudicato allo stato degli atti ex art. 438 c.p.p comma 1. L’attività integrativa, infatti, è riservata esclusivamente all’imputato o al giudice.

2.  DIRITTO ALLA PIENA PARTECIPAZIONE AL PROCEDIMENTO PENALE

Esso implica innanzitutto il diritto alla comprensione degli atti cui si procede e ciò spesso non è assicurato soprattutto al momento della querela: la Direttiva e la Convenzione di Istanbul stabiliscono l’obbligo di assicurare interpreti con una specifica formazione in materia di violenza di genere e violenza domestica.

a) L’articolo 11 della Direttiva si sofferma sui diritti della vittima in caso di decisione di non esercitare l’azione penale: sul punto di certo è limitativo il termine di 10 giorni per presentare opposizione alla richiesta di archiviazione. L’Articolo 10 si concentra sul diritto a fornire elementi di prova e sul diritto di essere sentiti, anche durante le indagini preliminari.

Allo stesso modo, utile sarebbe assicurare alla vittima l’audizione anticipata in sede di incidente probatorio ex art. 392 comma 1 bis c.p.p. considerato che quasi sempre l’esame testimoniale avviene dopo 2 0 3 anni dai fatti denunciati e nella stragrande maggioranza dei casi l’imputato è il padre dei propri figli , con cui la donna deve continuare ad avere rapporti. E quasi sempre l’uomo violento continua a intimidire la donna, condotta questa che cessa, abbiamo verificato, dopo la testimonianza della donna. Di fatto, è questo il momento in cui l’ uomo violento prende consapevolezza di non aver più controllo sulla vittima e la lascia andare. A riguardo si evidenzia che, nonostante l’ampliamento delle possibilità di richiesta, l’istituto dell’incidente probatorio è poco utilizzato, poiché presuppone la discovery integrale degli atti di indagine, non sempre ritenuta opportuna per la completezza delle attività investigative. Forse disporre la testimonianza della vittima ex art.392 c.p.p. in udienza preliminare risolverebbe tale problematica e risponderebbe contestualmente alle esigenze di protezione della vittima.

Criticabile risulta la mancanza di coordinamento tra l’art. 392 comma 1 bis, e l’art. 398 comma 5 bis. L’art 392 comma 1 bis prevede l’incidente probatorio per le vittime maggiorenni e minorenni nei casi di indagini per i reati ivi indicati, tra cui anche i maltrattamenti, e l’art. 398 comma 5 bis, che permette l’applicazione di misure di protezione durante l’audizione escludendo, del tutto inspiegabilmente, le ipotesi di maltrattamenti. Ciò comporta che un minorenne, in caso di procedimenti per maltrattamenti, potrà essere sentito in incidente probatorio, ma senza modalità protette con grave pregiudizio per i minorenni vittime di maltrattamenti diretti o assistiti.

3. PROTEZIONE DELLE VITTIME

Sia nell’ottica della Convenzione di Istanbul che nella prospettiva della Direttiva , si intende in due accezioni:

a) quella della tutela dell’incolumità psicofisica della persona offesa in caso di pericolo di reiterazione del reato, e quindi si fa riferimento alle misure cautelari specifiche;

b) e quella della tutela dei diritti fondamentali della persona che possono essere lesi dalla partecipazione al procedimento penale (vittimizzazione secondaria).

a – Sotto il primo profilo evidenzio che dall’attuale rilevamento dati da noi condotto in Italia come avvocate dei centri antiviolenza risulta che le misure cautelari ex art. 282 bis e ter, sono ancora poco applicate, benché esse risultino invece efficaci nella stragrande maggioranza dei casi secondo la nostra esperienza, l’uomo interrompe la condotta criminosa. Infatti pochi i casi in cui si è dovuto procedere ex articolo 276 c.p.p. all’aggravio della misura cautelare. Paradossalmente vi è un maggiore utilizzo di custodie cautelare in carcere: ciò a dimostrare che si interviene quando ormai l’escalation di violenza, caratteristica di tali reati , è esplosa in maniera talmente grave da richiedere necessariamente la misura custodiale. Segnalo inoltre la quasi totale disapplicazione dell’art. 282 bis, comma 3 relativo alle misure patrimoniali anche se richiesta dal difensore perché il ricatto economico è molto frequente. 

b –  Per ciò che riguarda il profilo della protezione avente ad oggetto la prevenzione della seconda vittimizzazione, la Direttiva e la Convenzione impongono:

  • una valutazione individuale delle vittime per definire specifiche esigenze di protezione in considerazione, della particolare natura del reato;
  • la direttiva si riferisce all’esigenza di assicurare che non vi sia contatto tra vittima e imputato in termini di diritto soggettivo della vittima di reato.

Sarebbe auspicabile predisporre anche qui a Roma una stanza per i testimoni. Mi è capitato proprio ieri che la mia assistita prima di essere esaminata è stata minacciata e intimorita dall’imputato e dai suoi familiari nel corridoio del Tribunale. Protezione anche durante la sua testimonianza, momento molto difficile per la vittima di questi reati: la donna deve ricordare e ripetere umiliazioni profonde che hanno offeso la propria dignità, schiacciato la propria libertà, offese che ha voluto dimenticare per riprendere la sua vita.

Non è un caso che ormai anche gli organismi internazionali si riferiscono alle donne vittime della violenza di genere nei termini di “sopravvissute”, non solo per evidenziare la gravità di quanto patito, del rapporto di soggezione determinato dalla condotta subita, ma anche per valorizzare le risorse impiegate dalle donne per uscire dalla situazione di violenza. Per alcune donne il momento della testimonianza è vissuto come un momento di liberazione, per altre invece rappresenta un vero e proprio calvario così come definito anche dalla Corte EDU ( S.N contro Svezia del 2 luglio 2007). Ricordo, ad esempio, il caso di una donna agente di polizia, vittima di maltrattamenti e violenze sessuali da parte del marito: la quale ha presentato nei giorni prima dell’esame testimoniale addirittura problemi di enuresi notturna, causati dal terrore di dover rivivere con la testimonianza i fatti subiti. In tali situazioni, è stato utile richiedere l’uso di un paravento che ha consentito alla donna di non sentirsi addosso lo sguardo dell’imputato. Ciò ha consentito sia di salvaguardare il principio della genuinità della prova, e allo stesso tempo di salvaguardare l’integrità psico fisica della vittima. Tale prassi NON lede il principio del contraddittorio nella formazione della prova, né mina i diritti di difesa, e rientra in quei trattamenti specifici che la ”particolare vulnerabilità della vittima” impone di adottare in base ai principi della Convenzione di Istanbul e della direttiva 2012.

Quanto al diritto al risarcimento del danno

L’O.M.S considera la violenza domestica come uno dei più gravi problemi di salute pubblica. Si tratta di lesione di diritti inviolabili della persona, (art. 3, art. 2, art. 29 e 32 della cost.), che causa un danno che può essere liquidato, già in sede penale, in via equitativa e definitiva (art. 538, 539 c.p.p e art. 9, decisione quadro) come avviene già in materia di violenza sessuale da parte di alcuni collegi.

E vengo alle conclusioni dicendo che incontri come questi, di denuncia del disvalore sociale e criminale di fenomeni come il femminicidio, simbolo brutale della discriminazione di genere, contribuiscono ad innovare la cultura giudiziaria e a rendere veramente democratico il nostro Paese in quanto solo il pieno riconoscimento e la concreta affermazione dei diritti umani delle donne segnano il grado di avanzamento democratico di una società”.