Bambini: in Venezuela è crisi umanitaria

In un Paese dove un pollo costa 5 volte uno stipendio, la malnutrizione infantile sta raggiungendo il livello di crisi umanitaria e negli ospedali bambini e bambine muoiono per mancanza di medicine: in base a un sondaggio condotto dalla Rete Salute Medici e diffuso dall’Osservatorio venezuelano della Sanità (OVS), il 78% degli ospedali ha scarsità di farmaci e il 51% delle sale operatorie non sono operative.

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Ragazzi rovistano in un supermercato dopo una protesta contro il governo Maduro (AFP)

In Venezuela mancano acqua, cibo e medicine

/ 17.07.2017
di Luisa Betti Dakli

Più di 90 morti da aprile a oggi: questo il bollettino di guerra che arriva dal Venezuela e che conta ormai, oltre ai decessi, 1413 feriti e 3971 sotto processo. Un violento conflitto politico tra chavisti e oppositori al governo di Nicòlas Maduro, in uno scontro che sta diventando guerra civile con ragazzi uccisi per strada, come il chavista Orlando Figueroa pugnalato e bruciato dall’opposizione ad Altamira – un quartiere residenziale di Caracas – e con studenti chiusi dalla polizia dentro un camion con gas lacrimogeni, come i 40 ragazzi che si stavano dirigendo verso la sede del Consiglio elettorale nazionale.

Tra i decessi ci sono giovani dai 18 ai 25 anni, lavoratori, studenti, 7 donne e 8 minorenni tra i 14 e i 17 anni. Dati preoccupanti se si pensa che proprio in questi giorni l’Unicef si è mobilitata contro l’uso dei minori durante le manifestazioni sempre più violente, dichiarandosi profondamente preoccupata «per la sicurezza e il benessere dei bambini coinvolti in proteste di piazza in corso in Venezuela».

Un’emergenza che vede le frontiere brasiliane e colombiane pressate da famiglie venezuelane in fuga con richieste d’asilo che nei primi mesi del 2017 hanno già superato il numero complessivo dei precedenti 6 anni e con circa 30’000 venezuelani arrivati solo nella città di Boa Vista, capitale del Roraima in Brasile. Una situazione che sta degenerando e che in un’economia in caduta libera ha effetti che ricadono prima di tutto su bambini e bambine, tanto che a oggi il 50% dei piccoli con meno di 5 anni risulta denutrito.

In un Paese dove un pollo costa 5 volte uno stipendio, che non supera i 20 dollari, e dove un biglietto per l’Europa costa circa 1700 euro, la malnutrizione infantile sta raggiungendo il livello di crisi umanitaria.

Secondo un recente Rapporto della Caritas Venezuelana, che ha analizzato la malnutrizione infantile in quattro Stati (Caracas, Vargas, Miranda e Zulia), l’11,4% dei bambini soffre di malnutrizione grave: un dato che confrontato con gli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – che definisce come soglia della crisi di malnutrizione infantile il 10% – ci dice che il punto di crisi in Venezuela è stato superato.

Janeth Márquez, che dirige la Caritas Venezuelana, dichiara che i risultati «mostrano chiaramente che i livelli generali di malnutrizione sono in aumento tra i bambini» e che se non si dà una risposta pronta, «sarà molto difficile per questi piccoli tornare alla normale curva di crescita nutrizionale». In queste regioni si calcola infatti che 8 famiglie su 10 siano a corto di cibo e che di solito le madri non mangiano per dare il loro cibo ai figli.

«Solo quest’anno 37 bambini sono morti per malnutrizione e in alcuni luoghi che abbiamo studiato – spiega Susana Raffalli, specialista in emergenze alimentari per la Caritas Venezuelana – il livello di malnutrizione infantile ha raggiunto il 13%, un dato che sta crescendo in maniera spropositata, se si pensa che solo 4 anni fa il tasso di malnutrizione acuta era arrivata al 3%». «I bambini più colpiti – continua Raffalli – vivono nei villaggi ma anche nelle città più grandi, molte persone vivono di stenti e nelle prime ore del mattino, si possono vedere famiglie che rovistano tra bidoni della spazzatura per cercare cibo». In realtà una famiglia su 12 avrebbe una «alimentazione da strada» che consiste nello scavare tra i resti di cibo dei ristoranti o tra i cassonetti.

Con un’inflazione al 720%, la più alta del mondo, le persone non hanno più le risorse per far fronte alla situazione e tutti i settori, dall’occupazione alla salute, sono al collasso.

«Si tratta di una grave crisi e gli aiuti nazionali e internazionali per gestire il disastro, sono necessari», dice Susana Raffalli, «perché per quanto riguarda la denutrizione sono evidenti i classici sintomi di chi soffre la fame».

Oltre alla mancanza di cibo c’è poi la mancanza di acqua potabile: un servizio che manca da tempo a causa di una scorretta manutenzione delle vasche e la mancanza di cloro. Secondo la Caritas l’aumento del contagio per malattie causate da zanzare Zika, dengue, malaria e chikungunya (malattie virali con febbre trasmessa dalla puntura di insetti infetti), va di pari passo con la denutrizione che facilita il contagio, e la mancanza di gas nelle case che rende impossibile bollire l’acqua.

In questa condizione, dove le mamme non mandano i figli a scuola per farli dormire e quindi ridurre i pasti, anche il sistema sanitario è in crisi. In Venezuela oggi gli ospedali hanno finito i farmaci e mancano di forniture di base come il latte in polvere per i neonati. Qui, in base a un sondaggio condotto dalla Rete Salute Medici e diffuso dall’Osservatorio venezuelano della Sanità (OVS), il 78% degli ospedali ha scarsità di farmaci e il 51% delle sale operatorie non sono operative.

All’ospedale José Gregorio Her-nández di Amazonas, 11 bambini sono morti in una settimana, e nel centro materno di Cumana 26 neonati sono deceduti in un mese, mentre all’Ospedale di Pediatria a Maracaibo, che è uno dei più avanzati centri per il trattamento di malattie gravi, sono morti 10 bambini in 8 giorni.

Nell’ospedale pediatrico J.M. de Los Ríos a Caracas è stata aperta un’inchiesta sulla morte di quattro pazienti tra i 2 e i 16 anni, avvenute tra maggio e giugno: bambini con deficienze renali che hanno contratto infezioni nel corso del trattamento di dialisi presso l’Unità di emodialisi. Ospedali che funzionavano molto bene e che oggi hanno meno del 5% dei farmaci di cui hanno bisogno e dove manca cibo, antibiotici, ma anche garze, guanti ospedalieri e addirittura il sapone per disinfettare le mani.

Femminicidio: davvero basta una sentenza esemplare?

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L’altro ieri Muhamed Vapri, 62 anni, ha ucciso con un coltello da cucina la moglie Diana Vapri Kon di 52, con la quale viveva in una palazzina di via Goito a Busto Arsizio: una coppia di albanesi con tre figli maggiorenni che lavoravano e avevano ormai la cittadinanza italiana da anni. I giornali scrivono che probabilmente lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo, come se fosse normale prendere a coltellate una persona che desidera separarsi, mentre giornalisti indefessi continuano a intervistare i vicini i quali descrivono la coppia come affiatata e innamorata, quasi fosse una morte senza un briciolo di logica. Alcune testate riportano anche che non risulta che Diana Vapri Kon abbia mai sporto denuncia verso il marito, una precisazione a cui verrebbe da ribattere: perché, sarebbe servito a qualcosa in Italia?

In questi stessi giorni abbiamo letto che la Corte d’Appello di Messina ha condannato i giudici della Procura di Caltagirone che, ignorando le 12 denunce fatte da Marianna Manduca nei confronti dell’ex marito Saverio Nolfo, hanno concorso alla sua uccisione da parte dell’uomo per “inerzia”: una svista che in Italia potrebbe essere estesa a molte istituzioni che non credendo o sottovalutando la parola delle donne che denunciano una violenza, espongono queste stesse al rischio di ulteriori violenze e anche alla morte. Ma la ciliegina di questa storia è un’altra: sì perché Saverio Nolfo sarebbe stato ritenuto anche un padre modello, tanto da ottenere l’affidamento dei figli da parte del tribunale siciliano. Un uomo che poi ha ucciso la moglie a coltellate.

La responsabilità dello Stato nei confronti non solo di Marianna Manduca ma di tutte le donne, è enorme e riguarda più o meno potenzialmente tutte noi: perché se l’elenco delle donne che sono state uccise malgrado le denunce arrivano al 70% dei femmicidi, nessuno conta le donne che ancora adesso, in questo momento, vengono messe a tacere sulle violenze subite dal partner con il ricatto di non vedere più i figli se non si dimostrano accondiscendenti e collaboranti nel corso di delicate separazioni in cui la violenza domestica non viene riconosciuta dagli stessi magistrati grazie alle valutazioni errate di psicologi e assistenti sociali, intenti a stigmatizzare queste donne come madri malevoli e terribili manipolatrici, pur di salvare l’idea del pater familias. E nessuno conta quante di queste donne, pur di non perdere i figli, vivono una violenza tra le mura di casa in silenzio e nel pericolo costante di essere fatte fuori da chi vive in casa con loro, non per il timore di lasciare il marito ma per la paura di perdere i bambini che potrebbero essere rinchiusi da un giorno all’altro e senza preavviso alcuno, in una casa famiglia o addirittura affidati al padre violento.

Pensare che una grave responsabilità delle istituzioni italiane sia soltanto la negligenza dei magistrati che non hanno valutato il rischio che Marianna Manduca stava correndo, così come quelli che non hanno protetto Elisaveta che si è vista uccidere il figlio mentre la difendeva dai colpi del marito, Andrej Talpis, e per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasbugo, è assai riduttivo di questi tempi.

E allora oggi a cosa serve che Caterina Mangano, Giovanna Bisignano e Mauro Mirenna, abbiano riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, se lo Stato che si macchia di femminicidio non si preoccupa di andare a indagare fino in fondo se stesso e le sue disfunzioni?

A cosa serve la rete tra “tutti gli attori del sistema” per la protezione delle donne – come ha detto Francesca Puglisi (PD), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio al Senato – se prima non si indaga in maniera sistematica e precisa cosa succede tutti i giorni nei tribunali italiani quando una donna cerca di separarsi da un partner violento soprattutto in presenza di figli minori?

Ecco, questo sarebbe davvero interessante da sapere. (Ma di questo, e di molto altro, parleremo domani con gli addetti ai lavori).

Copia di VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE E DEI MINORI

Perché i padri ricorrono alla Pas (AP) e le madri no

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Mentre il gossip si interessa alle loro vite private, continua a girare lo spot lanciato da loro sull’Alienazione parentale dal titolo “Ancora un’altra storia”. Si tratta sempre di Michele Hunziker e Giulia Bongiorno che ormai ignorano anche il secondo appello fatto dai centri antiviolenza, continuando a intraprendere la strada della sensibilizzazione su un disturbo-sindrome inesistente che mette a rischio molte delle donne che in Italia vivono una situazione di violenza domestica. Un atteggiamento che impone di approfondire e rimarcare il perché pubblicizzare qualcosa che non esiste, uno strumento che sta macchiando l’Italia di una delle più gravi violazioni dei diritti umani, non può essere a oggi considerato una svista qualsiasi. Uno spot scandaloso se si pensa che è stato prodotto anche da Rai cinema.

“Chiunque lavora a contatto stretto con la violenza sulle donne e non annovero tra costoro Doppia difesa – ha scritto in questi giorni Elvira Reale, psicologa esperta di violenza di genere – sa bene quanto siano posticci e poco significativi questi scontri tra genitori rappresentati nello spot. Dal 30% al 60% dei bambini soffre per il maltrattamento assistito (la violenza che la Convenzione di Istanbul definisce come l’assistere alla violenza esercitata dal padre sulla madre), che comprende anche ogni grave forma di violenza post-separativa: da quella psicologica e verbale (denigrazione, svalutazioni, persecuzioni e anche minacce di morte e di sottrazione dei minori ), alla violenza economica (il maggior potere economico degli uomini spesso è usato dagli stessi per ‘affamare’ la partner) e fisica”.

Per Reale, che a Napoli ha creato il pronto soccorso per donne che subiscono violenza all’ospedale San Paolo e che da 40 anni lavora in questo ambito (ha al suo attivo diverse pubblicazioni tra cui un manuale di due tomi dal titolo “Maltrattamento e violenza sulle donne”), si parte dall’inattendibilità del bambino per renderlo muto, inascoltato, e “da accuse di maltrattamenti ed abusi, del bambino – afferma – verso un genitore, frequentemente verso un padre, che è maggiormente implicato in comportamenti violenti, per poi considerare, allo stesso modo della PAS, le accuse frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore”. Per questo “in molte CTU (consulenze tecniche di ufficio) l’impostazione è che sia che nominino la PAS in via esplicita sia che non la nominino, si parte sempre dal considerare la violenza contro le donne come un conflitto e le separazioni conseguenti”, ovvero non si dà peso alla violenza subita dalla donna, per mettere al centro comunque la figura indiscussa dal padre, anche qualora sia stato proprio il bambino ad averla subita. La violenza cioè non viene riconosciuta probabilmente per mancanza di strumenti e di formazione corretta da parte degli operatori e operatrici (dai giudici agli assistenti sociali agli psicologi), e per questo nei tribunali italiani “Se la donna è resistente alla relazione con un partner violento e teme anche per il figlio, sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima”.

“Dalla mia esperienza – dice Elvira Reale – la PAS/ AP viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli”, e quindi “Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa, nei casi di violenza, divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza”. Uno strumento, quello della Pas, che rende del tutto inutile una legge come quella sullo stalking, subita da moltissime di queste donne proprio al momento della separazione, legge promossa – è bene ricordarlo – proprio da Giulia Bongiorno che oggi propone invece il suo esatto contrario.

Chiarendo che l’obiettivo di Pas e Ap rimane invariato, ovvero rendere il bambino inattendibile e punire la madre per averlo alienato dal padre, Evira Reale fa un passo in avanti chiarendo come siano gli uomini a volere questa legge per normare qualcosa che serve a loro: “Esclusi dal panorama della violenza di genere come vittime prevalenti, (la presenza maschile come vittima nell’ambito della violenza tra partner è data al 15%), esclusi anche dal contesto che individua il minore quale vittima prevalente di maltrattamento assistito, possono solo rivendicare per sé una condizione molto particolare che prescinde dal contesto della violenza di coppia e che si esprime solo nel corso della separazione”. Un concetto che chiarisce bene anche l’anomalia di un comportamento, quello della madre malevola, che nasce all’improvviso quando la coppia si separa, come “un fiore nel deserto”, e non dopo anni come succede in molta violenza domestica: “Esse nascono senza radici, non si giustificano in un contesto storico di violenze pregresse e vessazioni, esse hanno solo bisogno di una ed una sola ‘prova’ sorretta da una interpretazione soggettiva che altera la realtà dei fatti”.

Ed è per questo (e per i motivi che Reale illustra nella relazioni riportata per intero qui sotto) che “La proposta quindi della legge sull’alienazione parentale (…) – conclude Reale – servirà solo ad ostacolare il contrasto alla violenza di genere: ogni azione di auto-tutela e tutela dei minori da parte di donne vittime di violenza dal momento di approvazione di una tale legge sarà stoppata”.


Famiglia, relazioni affettive / filiazione, potestà, tutela

CONSIDERAZIONI SU: PAS E AP (PARENTAL ALIENATION SYNDROME E ALIENAZIONE PARENTALE)

di Elvira Reale, psicologa, esperta in violenza di genere e referente rete anti-violenza ASL Napoli 1

da Associazionesalutedonna

Non c’è differenza tra PAS ed AP se non nel nome e nel fatto (risibile) che non si dà più valore ad una sindrome di cui soffrirebbe il bambino ma ad una relazione di coppia conflittuale responsabile del disagio nel bambino.

A parte queste differenze tecniche il risultato è lo stesso: si parte dal rifiuto del bambino lo si definisce immotivato (sulla base di un pregiudizio e cioè che il bambino ha come punto di riferimento imprescindibile due genitori e che il rifiuto di un genitore è un’anomalia); ma non solo, si parte anche da accuse (di maltrattamenti ed abusi) del bambino verso un genitore (frequentemente verso un padre, che è maggiormente implicato in comportamenti violenti) per poi considerare (allo stesso modo della PAS) le accuse frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore. L’esito di tutto ciò è un bambino che diventa inattendibile, per cui le sue parole sono considerate inaffidabili.

Il bambino colpito dalla presunzione di essere ‘indottrinato e manipolato’ non viene ascoltato più e si agisce per suo conto considerando a priori la necessità che sia subito riportato (anche con modalità traumatizzanti per un minore, vale a dire, impositive, violente e di sottrazione dal suo luogo abituale di vita) nel rapporto con l’altro genitore (generalmente il padre che ha anche le risorse per intraprendere un’azione giudiziaria pressante) rifiutato e/o accusato di maltrattamenti e violenze.

Questo in contrasto con tutte le convenzioni (New York, Lanzarote) e le leggi che tutelano e promuovono il diritto del bambino all’ascolto e ad esprimere il suo punto di vista nel processo per l’affido che lo riguarda direttamente! Ecco l’uso della PAS o dell’AP, o di altro costrutto analogo, mette in ugual modo fuori gioco questo diritto del minore ad essere ascoltato perché pregiudizialmente (nel caso in cui esprima un rifiuto o un’accusa) lo pone come incapace di esprimere il proprio desiderio/pensiero genuino di stare o non stare con un genitore, veicolando (si presume) invece il desiderio/pensiero di un altro (indottrinamento) che è in genere la madre, a sua volta considerata, sul piano psicologico, come colei che vuole trattenere il figlio presso di sé, che lo considera un suo prolungamento e fonte di realizzazione, e che non vuole dargli autonomia nella relazione con l’altro.

Molte CTU (consulenze tecniche di ufficio) hanno quindi questa impostazione sia che nominino la PAS in via esplicita sia che non la nominino: partono dal considerare la violenza contro le donne come un conflitto e le separazioni conseguenti, promosse in genere dalle donne, come altamente conflittuali; poi le CTU non ‘apprezzano’ e considerano patologici i comportamenti così detti ‘recriminatori’ delle donne che denunciano e rappresentano in corso di CTU la violenza, oppure delle donne che fanno resistenza agli incontri proposti di mediazione (molte CTU si arrogano il diritto di condurre, anche quando non richiesta dal giudice, la mediazione tra i coniugi!). Se la donna è resistente alla relazione con un partner violento e teme anche per il figlio, sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima. Le CTU infatti non veicolano quasi mai la conoscenza della violenza domestica e si rifanno a teorie psicodinamiche o sistemico-relazionali che pongono la responsabilità dei fatti o in vicende individuali infantili, oppure in una relazione di coppia sempre paritaria e collusiva (la violenza invece pone al suo fondamento, come afferma la Convenzione di Istanbul, una disparità di potere tra uomo e donna ed una netta distinzione tra vittima e carnefice).

Dalla mia esperienza, la PAS/ AP viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli.

Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa – nei casi di violenza – divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza. La violenza e lo stalking post-separativi hanno quindi come strumento tipico di vessazione l’uso strumentale dei figli sia per screditare la madre (ma questo succedeva anche prima della separazione), ma anche (e questo lo si trova solo come tratto specifico di un comportamento maschile) come strumento di controllo e mezzo per avvicinare la madre e continuare a maltrattare, ingiuriare, svilire e minacciare la partner. Per denunciare comunque questi comportamenti la donna ha come riferimento gli artt. del codice penale 572, 570 e 612 bis: essi sono pienamente sufficienti a comprendere comportamenti vessatori che includono i figli in un quadro contestuale di violenze plurime documentabili processualmente. L’uomo manca di un contesto così articolato all’interno del quale poter documentare, quale vittima, la ‘ragionevolezza’ di un rifiuto del figlio (al rapporto con l’altro genitore), colpito in vario modo dal maltrattamento sulla figura genitoriale di riferimento: con la paura ed il terrore del genitore violento, ma anche con l’adattamento e l’ imitazione di quel comportamento (la piaga della trasmissione intergenerazionale della violenza attraverso il maltrattamento assistito).

Mancando di un quadro di violenza pre-separativo che lo individui come vittima, l’uomo deve ricercare altri contesti di vittimizzazione ed altre leggi di riferimento; ecco che la proposta della Bongiorno, che aggiunge un altro reato come quello della ‘alienazione parentale’, è inequivocabilmente la proposta di una legge fatta su misura per gli uomini; costoro infatti, esclusi dal panorama della violenza di genere come vittime prevalenti, (la presenza maschile come vittima nell’ambito della violenza tra partner è data al 15%), esclusi anche dal contesto che individua il minore quale vittima prevalente di maltrattamento assistito, possono solo rivendicare per sé una condizione molto particolare che prescinde dal contesto della violenza di coppia e che si esprime solo nel corso della separazione (quale unico atto aggressivo/punitivo in prevalenza a carico di una partner che non ha alle spalle una storia quale autore di violenze). In definitiva l’alienazione parentale non solo non è una sindrome o un disturbo relazionale, ma non è neanche una condizione giustificata sul piano di una storia familiare di violenza perché nasce come un fiore nel deserto all’atto della separazione. Essa si giustifica quindi senza alcuna catena di prove valida sul piano giuridico ma solo sostenuta da costrutti psicologici poco scientifici che attribuiscono a un mix di sindromi inesistenti, di profili di personalità che nulla hanno a che fare con le condotte genitoriali, di pregiudizi sulle donne, il comportamento così detto ‘alienante’.

La PAS e la AP quindi nel loro ruolo di parte a favore degli uomini violenti, non hanno bisogno per sostenersi di un contesto di prove e di fatti.

Esse nascono senza radici, non si giustificano in un contesto storico di violenze pregresse e vessazioni, esse hanno solo bisogno di una ed una sola ‘prova’ sorretta da una interpretazione soggettiva che altera la realtà dei fatti: da un lato il rifiuto del bambino, la sua resistenza, la sua paura all’incontro con il padre, e dall’altro lato l’interpretazione ‘abusiva’, vale a dire, la presunzione di una madre possessiva e vendicativa (di che? se spesso in queste situazioni è la madre che si è separata per porre fine alla violenza?), o che per ansia, fraintendimento, problemi psichici personali (molto opinabili perché in genere sono condizioni emotive condivise da chi è stato vittima di maltrattamento), richiede una tutela ingiustificata per il figlio, come ad esempio le visite protette (che purtroppo quando vi sono minacce gravi, come il caso di Federico Barakat, ucciso in un incontro presso i servizi sociali, non servono alla tutela).

La PAS, o l’AP o qualsiasi altro costrutto psicologico, o qualsiasi profilo di personalità, che prescindano dalla valutazione del contesto di violenza precedente alla comparsa del comportamento così detto ‘alienante’, si precludono la possibilità di valutare come quel comportamento possa essere in realtà fondato su appropriate esigenze di tutela nei confronti del minore, e come il genitore che lamenta l’alienazione possa essere, in realtà e con molta probabilità, un maltrattante. Le donne al contrario hanno le prove, le documentazioni, le testimonianze dei maltrattamenti protratti negli anni contro di loro, hanno leggi, convenzioni, pronunce della comunità scientifica, a partire dall’Organizzazione mondiale della Sanità, che acclarano che quella condizione lamentata dalla singola donna, qualora non supportata da altra prova oltre la testimonianza attendibile della vittima stessa, sia statisticamente molto frequente ed abbia come unico responsabile il partner maschile.

Le donne non hanno bisogno di ricorrere alla PAS o all’AP per far valere i loro diritti ed i diritti dei minori all’affido esclusivo o al no contact con il padre maltrattante. Gli uomini, che non hanno un corrispondente e forte contesto probatorio di riferimento da cui far discendere come responsabilità in capo alla loro partner i comportamenti denigratori o di alienazione nei confronti dei figli, hanno bisogno della PAS/AP.

Per questo motivo gruppi sociali rappresentativi delle esigenze maschili difensive rispetto alla violenza di genere che li vede implicati prevalentemente come autori (in cui oggi possiamo inscrivere anche la coppia Bongiorno – Hunziker) hanno bisogno di creare (come appunto è nata la PAS di Gardner ma non solo) costrutti che si reggano da soli, senza bisogno di essere allocati in contesti di violenza, sostenuti/ideati da psicologi con a volte scarsa cultura scientifica, che inseriscono nella loro metodologia (dell’hic et nunc) anche il ‘divieto’ di declinare la storia del rapporto di coppia familiare in termini di violenza agita e patita. In sintesi, PAS ed AP prescindono dalla considerazione delle responsabilità genitoriali nella mancata tutela dei figli dalla violenza, e veicolano le posizioni anti-giuridiche degli psicologi quando essi giungono ad escludere l’ascolto del minore, o ne alterano il contenuto e le esigenze, (il ‘non voglio vedere mio padre perché fa male a mamma ed io ho paura’, diventa: ‘il minore vuole ed ha bisogno di vedere il padre ma è ostacolato dalla madre’) perché viziati da una presunta ed indimostrata azione di indottrinamento. Questa azione di ‘indottrinamento’ o ‘manipolazione mentale’ che si chiami PAS o AP, o in altro modo, non ha raggiunto alcuna validità scientifica nel contesto della presunta ‘alienazione genitoriale’ perché l’azione di manipolazione mentale non è un processo che si instaura dall’oggi al domani di una separazione e non è un processo solo psicologico; esso ha valore solo se condotto nel tempo con minacce, limitazione della libertà ed esperienza di concreti atti ritorsivi.

Per sfatare poi il pregiudizio delle donne che hanno come intento quello di punire i partner attraverso i figli c’è da dire che l’attaccare il ruolo genitoriale maschile non è frequente nelle donne vittime di violenza.

Le donne cha patiscono la violenza hanno un comportamento abituale, di timore verso il partner e di sopravalutazione del ruolo paterno rispetto al proprio, che le spinge a preservare, fin dove è possibile la relazione del figlio con il padre (una donna si pone sempre problemi nel denunciare il partner violento proprio perché teme di danneggiare il figlio nella relazione con il padre). In più, nelle storie di violenza è tipico raccogliere le testimonianze delle donne sul fatto che un uomo maltrattante usa sempre come violenza psicologica la denigrazione e la svalutazione della partner anche nel suo ruolo di madre e lo fa abitualmente davanti ai figli.

La proposta quindi della legge sull’alienazione parentale, nei fatti a prevalente se non esclusivo vantaggio degli uomini violenti (abbiamo detto che le donne hanno altri modi per dimostrare la volontà lesiva di un partner che si manifesta nel colpirle sulla genitorialità), servirà solo ad ostacolare il contrasto alla violenza di genere: ogni azione di auto-tutela e tutela dei minori da parte di donne vittime di violenza dal momento di approvazione di una tale legge sarà stoppata; l’art. 572 bis non potrà che essere una pietra tombale sulle azioni di denuncia contro il partner che una donna vittima di maltrattamento dovrebbe fare, e dovrebbe essere sostenuta a fare, anche a tutela dei figli, vittime essi stessi (in modo contestuale) di maltrattamento assistito.

Alla fine ci chiediamo: come mai le scienze giuridiche, con i loro rappresentanti nei tribunali, possano giungere ad appiattirsi su questi costrutti ed ipotesi non dimostrabili avulsi dalla conoscenza di fatti storici, dalla catena delle prove, dalla valutazione delle testimonianze delle vittime? Noi ci auguriamo che in Italia finalmente inizi in campo giuridico una riflessione, presente nei paesi anglosassoni (Inghilterra, Irlanda, Stati Uniti, Canada, Australia), che ponga, alla base della discussione dell’affido dei minori: – la valutazione obbligatoria del contesto di violenza pre-separativo per discriminare le separazioni solo conflittuali da quelle in cui c’è violenza, – e la conseguente assunzione del principio che: ‘dove c’è violenza domestica (anche senza che un procedimento penale aperto sia completato, ma sulla base di un convincimento fondato del giudice dell’affido) il partner violento vada escluso in via presuntiva dall’affido, a tutela del diritto prioritario del minore alla salute ed alla sicurezza (diritto che comunque precede quello molto discusso e molto discutibile alla bi-genitorialità).

 

La Pas entra in Viminale grazie a Hunziker e Bongiorno, i centri antiviolenza insorgono e l’Onu bacchetta l’Italia

C’è una madre che sembra ridotta uno straccio. E’ una donna che racconta la sua storia: quella di un figlio abusato sessualmente dal padre all’età di quattro anni, un marito che la picchiava e che ha cercato di ucciderla. Un bambino che oggi ha 8 anni e che il tribunale dei minori costringe a vedere il padre malgrado la sua volontà a non voler vedere più il suo abusante. Un obbligo che il giudice ha deciso malgrado le indagini in penale e malgrado un abuso certificato da un grande ospedale di Roma, una scoperta agghiacciante che portò, a suo tempo, questa madre a denunciare quell’uomo e a separarsi subito. Una decisione che gli sta costando cara perché se da un lato il tribunale penale sta proseguendo l’inchiesta, dall’altra le perizie e la Ctu del tribunale dei minori l’accusa di essere una madre malevola che si oppone al ricongiungimento tra padre e figlio il quale grida, inascoltato, il suo disagio e la volontà di non vedersi più davanti quell’uomo come invece è costretto a fare. “E’ come se l’abuso sessuale certificato, il disagio del bambino e le indagini che si svolgono in penale non esistessero – dice la sua avvocata – è assurdo, la trattano come se fosse responsabile delle violenze del marito, come se fossi lei la criminale, e questo grazie alla maledetta alienazione parentale che ormai mettono in tutte le Ctu che i giudici continuano a chiedere”. La donna conferma e aggiunge: “Dicono che mi oppongo al rapporto tra padre e figlio, che sto alienando mio figlio dal padre e che se lui si rifiuta la colpa è mia, sono io che lo manipolo. Della violenza che ha subito mio figlio non si parla, non la prendono proprio in considerazione, anzi l’assistente sociale mi ha anche detto che se non lo porto agli incontri con il padre, il tribunale ci mette 5 minuti a togliermelo e metterlo in casa famiglia. Sono disperata”.

Di storie così ne ho sentite tante in questi anni.

Le gemelline di Napoli che ogni sera venivano molestate sessualmente dal padre che imponeva loro di fare il bagnetto: un uomo che, cacciato dalla moglie e denunciato, è stato assolto per “lavaggi maldestri” perché considerato comunque un buon padre a dispetto di una madre alienante.

Il giovane collocato a 700 chilometri da casa, dove è tornato con mezzi di fortuna da solo e a piedi scappando dalla casa famiglia dove è stato per 4 anni, dopo essere stato prelevato con la forza da scuola dato che la madre era stata giudicata inadeguata dal tribunale dei minori.

La bambina di otto anni che, dopo aver raccontato dettagliatamente le violenze sessuali subite dal padre, si è vista costretta a incontrare il suo abusante perché i periti del tribunale erano convinti che dovesse riappacificarsi con la figura paterna, mentre la madre disperata era costretta a stare zitta perché minacciata di essere accusata di alienare la figlia dal genitore.

Storie di ordinaria follia in un Paese dove ci si lamenta perché le donne non denunciano la violenza vissuta in casa dal partner, senza prendere in considerazione che quando queste donne denunciano vengono rivittimizzate e addirittura criminalizzate da quelle stesse istituzioni che dovrebbero invece sostenerle e aiutarle. Il fenomeno della violenza domestica, che in Italia raggiunge il 70% della violenza sulle donne, ha un aspetto che le istituzioni continuano a non voler vedere: l’enorme sommerso che non dipende dal masochismo delle donne stesse ma dall’inefficienza dello Stato, dalla paura di subire un processo, oltre alla violenza, e adesso anche dal terrore di perdere i propri figli per vederli rinchiusi in casa famiglia o addirittura affidati a un padre violento proprio grazie all’alienazione parentale, che ormai si è infiltrata nei tribunali tra la maggior parte degli psicologi che compilano le Ctu (consulenza tecnica d’ufficio) richiesta ormai come prassi dal giudice quando si tratta di separazioni con minori. Un boomerang che ormai è nota a tutte le signore che vanno per ricevere giustizia e escono massacrate e bollate come criminali: punite come “madri malevole” pericolose, per aver messo in discussione il nucleo familiare e la patria potestà. Un boomerang che si chiama Alienazione parentale (o Sindrome di alienazione parentale che è la stessa cosa) e che davanti a una richiesta di giustizia, fa arrivare a queste donne l’accusa di non voler far vedere i figli all’altro genitore, di alienarli e di metterli contro il coniuge o l’ex partner, senza nessun ascolto né dei minori né delle donne che denunciano e si separano dai maltrattanti, riguardo le violenze vissute.

La colpa, in quelle stanze, è sempre delle madri qualsiasi cosa succeda: lei è super protettiva, lei è una nevrotica, lei è inadatta a fare a madre, è una madre nociva perché è lei che mette il bambino contro suo padre, lei è esagerata perché quest’uomo è comunque un buon padre, lei si è cercata quest’uomo quindi non si lamenti, lei fa la vittima ma in realtà lo vuole solo alienare dal padre. Insomma una serie di giudizi redatti da periti, psicologi e assistenti sociali, assolutamente impreparati in materia di violenza domestica e che invece di andarsi a studiare come s’imposta un colloquio con una donna che ha subito violenza, ricorrono in maniera indistinta alla mediazione – vietata dalla Convenzione di Istanbul in caso di violenza domestica – e applicano al caso, ormai metodicamente, una sindrome inesistente e mai dimostrata: la Pas-Alienazione parentale che ristabilisce di fatto un patriarcato cancellato solo sulla carta in questo Paese.

Ma oggi c’è di più. Si è andati oltre.

Del fatto che questa sindrome sia un’inesistente bufala non riconosciuta scientificamente, e malgrado ciò applicata nei tribunali italiani, se ne è parlato molto e sono anni che insieme ad altri denunciamo questa grave violazione del diritto, su cui l’Italia è stata redarguita, ovviamente non ascoltata, anche dall’Onu. Oggi però assistiamo a qualcosa di osceno perché come se non bastasse la lobby pro-Pas ha trovato due sponsor inaspettate: Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno, che pur avendo dato vita a un’associazione che dovrebbe assistere le donne che subiscono violenza, “Doppia difesa”, sponsorizzano l’Alienazione parentale – cavallo di battaglia di uomini e partner violenti nei tribunali quando si parla di affido dei minori – costruendo così un sistema di “doppia accusa” proprio nei confronti delle donne. La show-girl e l’avvocata hanno infatti presentato mesi fa una proposta di legge a iniziativa popolare che vorrebbe mandare addirittura in galera chi si macchia dell’inesistente sindrome (Pas alias Alienazione parentale), eludendo i racconti delle donne che hanno avuto, e hanno tutt’ora, a che fare con la Pas: storie andrebbero ascoltate attentamente da chi si prefigge di aiutarle.

“Ma io non voglio affatto normare la Pas io voglio normare un abuso: chi mi critica non ha letto la mia proposta, che alla Pas non fa cenno”, aveva detto mesi fa l’avvocata Giulia Bongiorno all’Espresso dopo le accuse mosse dai centri antiviolenza su questa proposta di legge, aggiungendo di non aver mai immaginato che “anziché esaminare la proposta, si inventasse una polemica estrapolando da un discorso molto più ampio una parola che, peraltro, nel testo nemmeno compare”.  E per chiarire la loro distanza dalla Pas era anche apparso un comunicato  in cui si dichiarava che l’associazione “Doppia Difesa” aveva “l’obiettivo di combattere la violenza sulle donne e i minori” e che con questa proposta di legge loro chiedevano solo che fosse “introdotta una legge sull’Alienazione parentale”. Una gaffe nella gaffe, dato che la Sindrome di alienazione parentale (Pas) e l’Alienazione parentale sono la stessa cosa (un escamotage linguistico usato dagli “esperti di Pas” dal momento in cui è stata respinta in diversi ambiti istituzionali come il Ministero della salute e la Cassazione), e dato che la stessa Bongiorno, durante la presentazione della proposta di legge fatta a Milano, di fronte a una platea accuratamente scelta, aveva chiaramente parlato di Pas, e quindi di Sindrome di alienazione parentale, dicendo che “i minori sono della comunità e non solo dei genitori, e siccome è stato scoperto che esiste una sindrome che è la sindrome della Pas che in realtà crea un problema psicologico fortissimo nel figlio utilizzato come strumento, a nostro avviso deve esistere una fattispecie incriminatrice che sanziona chi strumenta il figlio” – parole molto chiare forse dimenticate durante l’intervista rilasciata all’Espresso. Presentazione in cui Michelle Hunziker ha chiarito come la loro associazione, che si è occupata di stalking e discriminazione, ha poi anche ricevuto “tantissime richieste di aiuto da parte di padri che non riescono a vedere i loro bambini, che si separano e sono disperati” e che “questa legge si chiamerà Alienazione parentale che provoca la sindrome sul minore della Pas, ma è una violenza anche sul papà o sulla mamma che vive questa cosa” (il testo è rintracciabile nel video postato su Youtube da Affari Italiani).

Dichiarazioni che dimostrano prima di tutto che loro stesse hanno parlato, e parlano, di Pas e Alienazione parentale in maniera indistinta – contrariamente a quanto dichiarato da Bongiorno nelle dichiarazioni successive – ma soprattutto evidenziano quanto le due promotrici di una legge così importante, tanto da prevedere misure detentive, abbiano davvero poco chiaro sia la provenienza e la storia della Pas (Buongiorno dice che “è stato scoperto” senza dare nessun riferimento) sia la fattispecie e lo sviluppo del fantomatica sindrome, ora trasformata in disturbo (Alienazione parentale senza sindrome) dai professionisti della Pas stessa. Le polemiche suscitate e la rivolta delle avvocate dei centri antiviolenza italiani, che mesi fa hanno contestato questa proposta e l’uso strumentale di concetti poco chiari con una lettera aperta alla Rai – dato che Hunziker aveva lanciato questa proposta su Rai tre durante una sua intervista da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” – non hanno avuto però l’effetto sperato: le due signore non solo non hanno chiesto un confronto per capire di più su quale terreno si stavano avventurando ma hanno rilanciato la sfida, dopo l’estate, con uno spot sulla pseudo Alienazione parentale al Festival di Venezia, che da pochi giorni va in onda nelle case italiane, in cui chiedono anche dei soldi (dona due euro per combattere la Pas). Un affronto che ha superato le soglie della decenza quando lo spot è stato presentato alla Scuola di perfezionamento delle Forze di polizia come si vede chiaramente sul sito del ministero degli Interni.

Eventi che hanno creato di nuovo lo sdegno dei centri antiviolenza che si sono visti costretti a scrivere nuovamente per chiarire come “L’Alienazione parentale (AP) nuova definizione della ex PAS (sindrome di alienazione parentale) è uno strumento di pura invenzione di chi vuole paralizzare le scelte di vita delle donne che desiderano separarsi da un uomo violento”, e che “Lanciare una campagna contro una sindrome inesistente al fine di sostenere un progetto di legge che vorrebbe introdurre il reato di alienazione parentale, significa fare danno a tutte le donne che hanno figli e vogliono separarsi da un uomo violento”. Tanto che DiRe (la Rete dei centri antiviolenza italiani) si chiede: ma “Doppia difesa avrà assistito donne che vogliono separarsi dal violento e non riescono a tenerlo lontano dalla loro vita perché ci sono i figli?”. Parole che se sono scritte da chi lavora da 30 anni sulla violenza maschile sulle donne e salva queste stesse donne anche dalla morte, devono avere un senso e devono essere ascoltate: il numero delle mamme che oggi hanno paura a separarsi da mariti violenti, perché terrorizzate di perdere i bambini attraverso l’accusa di alienare figli che non vogliono vedere il genitore abusante, è in crescita proprio grazie al dilagare della Pas – AP nei tribunali attraverso le perizie degli psicologi e l’azione di avvocati super addestrati.

Tralasciando volutamente tutti i riferimenti già elencati tante volte in tanti articoli scritti in questi anni su quanti hanno ricusato la pseudo-Pas, mi soffermo oggi e volutamente su un fatto molto grave, ovvero sull’evidenza che malgrado le raccomandazioni dell’Onu, la bocciatura della Cassazione e del Ministero della salute, malgrado l’assenza della Pas dal Dsm, e malgrado tutti gli appelli, la Pas continua a essere usata nei tribunali e accettata come prassi nel più assoluto silenzio delle istituzioni italiane che se da una parte si vantano di aver messo a punto strumenti contro la violenza domestica, dall’altra non mettono un freno a una delle più gravi violazioni dei diritti umani nel nostro Paese, mentre hanno il dovere di mettere al bando questo strumento di ricatto per le donne, rendendo incostituzionale l’uso della Pas – Alienazione parentale (come è stato già fatto in Spagna e negli Stati uniti dove ha fatto seri danni), definendolo, quello sì, come un reato perseguibile per legge.

Un silenzio che sta provocando un danno irreparabile con bambini prelevati a forza da casa e a scuola, strappati dalle mani delle proprie madri senza alcun preavviso, donne che sono costrette a chiedere di vedere i figli in casa famiglia come se facessero l’elemosina, umiliate da assistenti sociali da cui vengono rivittimizzate e trattate come criminali della peggior specie, e che da un po’ di tempo vengono addirittura denunciate per calunnia dal momento che hanno osato segnalare un abusante. Una situazione che imploderà in maniera devastante con bambini sedati, isolati dai propri affetti, scaraventati da una parte all’altra, ridotti a pupazzi senza volontà, inascoltati e spostati come pacchi e tutto perché un tal Richard Gardner, abusante a sua volta, ha costruito una sindrome ad hoc, la Pas, per cui “su un bambino che è manipolato dal genitore affidatario (la madre) e denigra e rifiuta il genitore non affidatario (il padre), si deve tener conto che le eventuali denunce di abusi paterni sarebbero sempre false (false denunce in fase di separazione), e che terapia deve essere coatta, con minacce al bambino e alla madre, con trasmissione delle informazioni al giudice, e nessuna riservatezza” (Patrizia Romito, Corso di formazione, “Violenze contro le donne e i minori: connessioni, continuità e discontinuità”). Gardner che nel dare indicazioni scriveva che il terapeuta del bambino alienato “deve avere la pelle dura ed essere in grado di tollerare le grida e le dichiarazioni sul pericolo di maltrattamento” (Gardner, 1999a; p. 201).

Riflessioni a cui aggiungiamo che proprio poche settimane fa l’Italia è stata redarguita dall’Onu in quanto, pur avendo le norme e rispettando sulla carta le linee guida internazionali, non riesce a garantire la tutela delle donne e dei figli che le accompagnano dalla violenza maschile, perché, secondo il V rapporto del Comitato ONU sui diritti economici, sociali e culturali (E/C.12/ITA/CO/5, Documento1 del 28 ottobre 2015), il problema è rappresentato proprio dalla scarsa applicazione delle misure previste e quindi dalla carenza di tutele effettive.

Cosa aspettano allora le istituzioni italiane, il governo che si vanta delle sue leggi che rimangono solo sulla carta, i magistrati che ordinano prelevamenti coatti, a vietare che i bambini che sono in una separazione con un genitore violento siano rinchiusi in casa famiglia o affidati al padre abusante per merito di una sindrome che non esiste, inventata da uno pseudo professore venuto alla ribalta mediatica negli Usa grazie al caso Allen e oggi sponsorizzata in maniera del tutto irresponsabile in Italia?

Per non parlare dei giornalisti, colleghi che per la maggior parte continuano a trattare l’argomento come se non fosse accaduto nulla a Cittadella, dove il bambino che venne trascinato fuori dalla scuola per essere messo in casa famiglia era stato dichiarato “alienato” dalla madre nei confronti del padre. Come se tutti questi casi di sottrazione di minore con accusa di madre malevola, alienante, inadeguata fossero normali e non degne di un approfondimento, casi descritti o tralasciati senza che nel cervello dei colleghi sorga spontanea la domanda: ma che cosa sta succedendo? Un fenomeno che ha al suo interno tratti inquietanti se, d’altra parte, quei pochi giornalisti che se ne sono occupati in maniera approfondita, sono stati minacciati in qualche modo, compresi i senatori e le senatrici perseguitati perché anni fa fermarono la proposta di legge arrivata alla commissione giustizia al senato in cui si chiedeva, con il ddl 957 ,proprio di inserire la Pas (Alienazione parentale) nella modifica della legge che regola l’affido condiviso (56/2006) e che non passò proprio grazie all’ascolto dei senatori nei confronti della società civile e delle associazioni che lavoravano contro la violenza sulle donne e che avvertirono della pericolosità di queste modifiche. Modifiche che in maniera trasversale ai partiti, la lobby pro-Pas ha cercato di far entrare in tutti i modi con numerosi disegni di legge e proposte – ce ne sono almeno una decina in ogni legislatura – nel tentativo di farne passare almeno una.

Insomma dove c’è la Pas, ora camuffata in AP, c’è qualcuno che pur di far passare come valida questa sindrome falsa e ascientifica, è pronto a tutto, tanto che chi prova a fermarla o a informare in maniera critica, può passare dei guai. Ma allora facciamoci anche un’altra domanda: ma dietro la Pas o l’Alienazione parentale, dietro tutto questo accanimento e questa determinazione a far passare come buona una cosa che non esiste, malgrado le critiche e i respingimenti, cosa ci sta?

Forse un business così fiorente per cui vale la pena combattere? Oppure qualcosa di più?

Credo che anche Bongiorno e Hunziker dovrebbero farsi queste domande perché come sono sicura che il loro operato sia fatto in buona fede, così anche sono certa che qualcosa di poco chiaro si nasconda dietro al fantomatico mondo della Alienazione parentale, alias Pas che, guarda caso, colpisce in maniera massiccia le madri e quasi mai i padri.

 

Perché diffido dei tribunali dei minori italiani

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Il pezzo del Corriere di ieri che si spertica per sostenere quant’è bello e quanto sia evoluta la struttura che ospita il figlio di Martina Levato è deprimente: sostenere che è in un bel posto “con alberi e verde intorno” come se fosse questo quello che serve a un neonato, sfiora il ridicolo. Quando poi, sempre il Corsera, riporta la psicologa che dice a chiare lettere che un neonato ha bisogno di una persona fissa di riferimento, di ritmi regolari, dell’odore e del sorriso di chi lo accudisce, dicendo addirittura che se questo non viene garantito il bambino potrebbe avere danni irreparabili, il pezzo tocca il massimo livello di ipocrisia, in quanto riferisce come essenziale tutto il contrario di quello che sta succedendo a questo bambino che prima viene tolto alla madre, poi le viene permesso di vederlo, poi le viene ritolto e adesso è in una struttura con figure che sicuramente non saranno di riferimento nella sua vita futura, e che quindi non possono essere stabili, visto che ancora è da decidere a chi sarà affidato e visto che le famiglie dei genitori sono pronte a dare battaglia. A questo punto sarebbe stato più saggio, se davvero la madre non fosse in grado di accudirlo e allattarlo e se veramente l’unica soluzione è l’affidamento fuori dall’entourage familiare, affidarlo anche temporaneamente, ma direttamente e fin da subito, a una famiglia estranea e senza clamore, nell’attesa della conclusione delle indagini per una decisione definitiva: con tutte le famiglie che sono in attesa di adozione è così difficile trovarne una “normale” in grado di sostenere un affido temporaneo e poi eventualmente definitivo?

Ma lo Stato, che si preoccupa degli adulti e della loro sicurezza e non del reale benessere dei bambini, ha preferito la strada peggiore mettendo un bambino di 10 giorni in una struttura (facendoci credere che è la migliore del mondo), con i genitori e i nonni che comunque lo potranno andare a trovare con modalità protette, lasciando quindi che si instauri un legame, dopo averlo prima tolto alla madre subito dopo il parto, poi fatto vedere alla stessa una volta al giorno, con la manifesta intenzione di darlo comunque in affidamento a estranei. Il caso, dato in pasto ai media fin dall’iniziale prelevamento deciso dalla pm di turno subito dopo il parto, è stato messo in piazza con la pubblicazione di stralci della perizia fatta ai due genitori (anche se si tratta sempre di un caso che riguarda un minore) su cui lo show mediatico ha impastato tutto ciò che ci può essere di morboso in una storia del genere, per dare in pasto all’italiano medio tutto ciò che si può supporre su una donna-madre delinquente (anche i criminali hanno dei diritti) esponendola così a un doppio giudizio non solo da magistrati e psichiatri ma da tutta l’opinione pubblica non solo come autrice di un crimine ma come una strega reietta e pericolosa. Un crimine per il quale Martina Levato è stata già condannata in primo grado a 14 anni di reclusione (quindi la giustizia ha funzionato), ma che siccome è stato compiuto da una donna (forse le centinaia di migliaia di donne acidificate nel mondo dagli uomini sembrano più “normali”), che per di più ha osato presentarsi anche come madre, è doppiamente condannabile in quanto mette in imbarazzo le istituzioni e la comunità intera che si trova di fronte a una modello che scardina totalmente lo stereotipo della madre “buona” e rassicurante per una società che non ammette che una donna che ha commesso un reato possa permettersi di mettere al mondo un figlio: un accanimento che sui social ha sfiorato il linciaggio, e che non è emerso invece ,per esempio, per il padre. Un accanimento che ha coinvolto anche chi ha avuto l’ardire di avere un punto di vista diverso, tanto che quando Levato ha chiesto di essere trasferita con il figlio nella comunità di Don Mazzi o in un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri detenute e i loro figli da 0 a 3 / 6 anni), si è sollevato un fango anche verso la comunità di Don Mazzi e verso la sua persona.

Il tribunale dei minori di Milano, che ha collocato il bambino in istituto e rispedito la madre a San Vittore, è ora in attesa di valutare il nucleo familiare entro il 30 settembre. Intanto Alexander Boettcher, il padre del piccolo che ha riconosciuto il figlio, ha dichiarato di pentirsi “del proprio passato stile di vita”, di partecipare “al dolore delle vittime di quegli atti che, seppure in parte, sono anche a lui attribuiti” e quindi di volersi far carico delle “responsabilità di padre nel modo più completo possibile”, fino al punto di far trapelare l’intenzione di sposare Martina, ma nessuno si è indignato e ha sparato a zero contro un uomo che marchiava le sue amanti con le sue iniziali sul loro corpo. Forse perché a per un uomo-padre non si pretende quello che invece si esige per una donna-madre.

Per il bambino sottratto-non sottratto quello che si prospetta è quindi trovarsi al centro di una battaglia legale, con i traumi che questo comporta, anche grazie a una serie di scelte contraddittorie da parte delle istituzioni, al di là del fatto che i genitori siano davvero “irreversibilmente” inadeguati: il piccolo non verrà allattato dalla madre (anche se è un diritto del bambino) ma potrà incontrare i genitori e i nonni con incontri protetti sebbene l’intenzione sia quella di darlo in affidamento a estranei, e nel frattempo sarà in una struttura a tempo indeterminato fino a una soluzione definitiva. Una situazione in cui comunque si rafforza il legame familiare, anche se con genitori reietti, per poi probabilmente portarlo altrove. Tutto ciò che senso ha?

I tribunali dei minori, in tutta Italia, sono stati al centro di polemiche per la mole dei bambini che vengono tolti ai genitori anche quando non ci siano motivi gravi (non è questo il caso ovviamente) ma solo per indigenza, per cui invece di dare sostegno economico alla famiglia si preferisce dare in affido i piccoli a case famiglia che per un bambino percepiscono dai 3.000 ai 6.000 euro al mese; o di bambini che vengono tolti alle madri quando la donna cerca di separarsi, denunciando il marito maltrattante e chiedendo l’affido esclusivo in presenza di violenza domestica. Bambini che possono essere affidati a estranei anche quando c’è un genitore accudente e presente, o addirittura possono essere collocati presso il genitore denunciato per maltrattamenti in quanto in realtà “alienato” da una madre malevola: e questo sulla base di Ctu di psicologi e psichiatri di cui si servono questi stessi tribunali, e che prendendo in prestito l’alienazione parentale (conosciuta come PAS e poi adesso riciclata come AP), dichiarano l’inadeguatezza di genitori o più spesso di una madre, con formulazioni dubbie e discutibili, e sulla base di una teoria dichiarata fasulla dal Ministero della salute italiano e bandita da organizzazioni internazionali in Paesi in cui ha provocato sfaceli. Perizie su cui i giudici dei vari tribunali dei minori italiani prendono decisioni a occhi chiusi e senza incidente probatorio, e che ormai hanno fatto scuola in tutta Italia: situazioni dove le madri vengono descritte come malevole, inadeguate, nevrotiche e pericolose anche quando non hanno commesso nessun reato ma stanno cercando di proteggere un figlio dalla violenza domestica e da un marito/padre maltrattante e/o stalker.

Per motivi molto meno gravi di quelli descritti nel caso Levato-Boettcher, si trovano oggi in casa famiglia una bella fetta dei circa 30.000 bambini che transitano in istituti, collocati in strutture con una facilità allarmante.

Chi non ricorda il piccolo di Cittadella trascinato all’uscita da scuola dal padre e dallo psichiatra per essere collocato in una casa famiglia dopo che il tribunale dei minori aveva imputato alla madre, in base a una perizia psicologica basata sull’alienazione parentale, il fatto che bambino non voleva stare con il padre preferendo rimanere a casa con la mamma? Un caso in cui è stata la stessa Cassazione a nominare la Pas come una teoria da non prendere in considerazione nei tribunali. Grazie alle perizie che giudicano madri malevoli in base all’alienazione parentale, i bambini di Donatella Cipriani che furono prelevati dai servizi sociali terrorizzati mentre uscivano da scuola due anni fa e che sono rimasti in casa famiglia per 18 mesi, sono stati affidati al padre “alienato” proprio grazie alle perizie di psichiatri favorevoli alla Pas e in cui si sosteneva che in base all’alienazione parentale la madre aveva allontanato l’uomo, da cui si era separata per le violenze subite e denunciate in sede penale: Cipriani che per aver denunciato i maltrattamenti e per essersi separata da lui, oggi si ritrova con un procedimento in penale (lei) per calunnia verso l’ex compagno ed è costretta a incontri protetti se vuole vedere i figli.

Ma non ci sono solo minorenni. Francesca Leonardo, ragazza parzialmente disabile capace di intendere e di volere di 23 anni (e quindi non minorenne), è stata prelevata da casa sua dove viveva con la madre a Tuscania e portata a forza in una casa famiglia in Umbria con un decreto del tribunale di Viterbo che sulla base di una perizia psichiatrica, redatta a seguito a un ricorso del padre e malgrado Francesca avesse scelto nella maggiore età di vivere stabilmente con la madre, che ha deciso di allontanare la ragazza dalla casa materna contro la sua volontà. E questo sempre sulla base di un supposta alienazione parentale di cui la mamma sarebbe responsabile di fronte a una figlia maggiorenne e in grado di decidere sebbene disabile. Un caso su cui sono state fatte ben due interrogazioni parlamentari rivolte al ministro della giustizia, al senato dalla vicepresidente Valeria Fedeli e un’altra da parte di Sel, che non hanno avuto risposta concreta, dato che la ragazza è ancora rinchiusa in casa famiglia.

Che fiducia si può avere allora in uno Stato che si comporta così? che affidamento si può avere verso i tribunali dei minori italiani che permettono a perizie psichiatriche e Ctu di dubbia valenza in quanto basate su teorie fasulle, malsane e non riconosciute, di poter decidere prelevamenti di bambini anche in presenza di genitori accudenti, collocandoli in case famiglia i cui guadagni non sono verificati né controllati da nessuno?

Eppure questo non fa notizia, su questo non indaga nessuno, meglio mescolare nel torbido di una storia da Grand Guignol, qualunque essa sia.

La fragile difesa di Bongiorno e Hunziker: non era Pas ma Alienazione parentale

d-14-27

Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

Si sono sbagliate, non volevano dire Pas ma Alienazione parentale e chi le ha criticate, non ha capito cosa volevano dire. Questa la riposta di Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno alle critiche sollevate in questi giorni riguardo la proposta di legge che hanno presentato per punire con il carcere chi si macchia di un reato connesso alla Pas, anzi no, all’Alienazione parentale.

La bagarre è scoppiata in seguito alle affermazioni di Hunziker che, invitata da Fabio Fazio in prima serata a “Che tempo fa” domenica 10 maggio, ha parlato della proposta di legge dal titolo “Disposizioni penali in tema di abuso delle relazioni familiari o di affido”, pronunciando chiaramente la parola Pas (Sindrome di alienazione parentale), una malattia dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, assente dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e dall’ICD-10 (Classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati), rifiutata dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, la Società italiana di pediatrial’Ordine degli psicologi della Regione Lazio, la Rete nazionale dei centri antiviolenza (DiRe), e dichiarata pericolosa dal National District Attorneys Association (Istituto di ricerca dei procuratori americani) e dall’Associazione Spagnola di Neuropsichiatri.

Un’intervista, quella di Hunziker, che dopo un articolo apparso su questo blog ha sollevato una massiccia protesta di professionisti, avvocati, psicologi, psichiatri, e soprattutto di tutte quelle madri che denunciando un partner violento si sono viste sottrarre i figli portati in casa famiglia proprio in nome della Pas. Protesta che si è rincorsa e arroventata nei social e che ha culminato con una lettera aperta della Rete delle avvocate dei centri antiviolenza che, ribadendo l’inconsistenza della Pas e chiedendo immediata rettifica a Fabio Fazio e ai vertici Rai, ha chiarito come non solo “Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale (…), nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli”, ma che Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile”.

Casi che sembrano ignorati dall’avvocata Bongiorno e dalla sua socia Hunziker, che insieme gestiscono un’associazione che si prefigge di proteggere queste donne che subiscono violenza: “Doppia Difesa”.

La reazione è stata tale che stavolta è scesa in campo l’avvocata Bongiorno in persona e specificando che anche se Hunziker ha parlato chiaramente di Pas, in realtà loro intendevano un’altra cosa: l’Alienazione parentale. In un’intervista a “L’Espresso” l’avvocata si è dichiarata infatti sorpresa dal fatto che si fosse parlato di Pas. “Ma io non voglio affatto normare la Pas – ha precisato – io voglio normare un abuso”. La Pas, per Bongiorno, “E’ stata citata mentre spiegavamo in generale l’argomento, come una delle varie conseguenze psicologiche sui minori che alcuni sostengono esista”, “una parola che, peraltro, nel testo nemmeno compare”. E per chiarire la loro distanza dalla Pas è apparso anche un comunicato  in cui si dichiara che non solo la loro associazione “Doppia Difesa”, “ha l’obiettivo di combattere la violenza sulle donne e i minori” ma che con questa proposta di legge loro chiedono solo “che sia introdotta una legge sull’Alienazione parentale”.

“Abbiamo letto una serie di critiche a questa ipotesi – scrivono nel testo – e in particolare, ci ha colpito il dibattito, del tutto fuorviante, che si è aperto sulla Pas”, in quanto “Questa proposta non ha alcuna pretesa di normativizzare la Pas intesa come malattia”, specificando anche che molte di queste polemiche hanno banalizzato “un problema reale, che riguarda molte dinamiche familiari, facendo leva su argomentazioni demagogiche”. Quasi come se la violenza sulle donne e i minori che l’accompagnano, ampiamente citate nelle critiche di esperti e soprattutto dalla Rete delle avvocate dei centri antiviolenza, non possano essere considerate testimonianza di un triste spaccato dell’Italia.

Eppure Michelle Hunziker non ha avuto dubbi nel pronunciare la parola Pas e lo ha fatto più volte parlando della proposta di Bongiorno, ovviamente prima che qualcuno le facesse notare che la Pas non esiste. In un’intervista rilasciata a “Chi”, Michelle Hunziker aveva dichiarato che avrebbe presentato, insieme a Giulia Bongiorno, un disegno di legge per “tutelare i minori vittime della sindrome dell’alienazione genitoriale”, mentre sul suo profilo pubblico su Facebook aveva scritto testualmente: “Giulia Bongiorno ed io con DOPPIA DIFESA, abbiamo presentato una proposta di legge che tutela i bambini dalla Pas, sindrome da alienazione parentale”. Ma è proprio in tv e davanti a milioni di telespettatori che Hunziker non ha avuto dubbi nell’affermare che “Quando i genitori si separano – aveva dettoChe tempo fa – il figlio spesso diventa un’arma di ricatto” e che “Non solo il figlio soffre tantissimo perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato, che gli viene una sindrome che si chiama Pas, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.

Nello spiegare la legge quindi una delle promotrici parla più volte e insistentemente di Pas, ovvero di quella sindrome non scientifica e mai provata che ancora gira nei tribunali italiani, soprattutto per provare le false accuse di madri o minori maltrattati. E non a caso, da Fazio, Hunziker parla proprio di padri alienati e del figlio che “non riesce più magari a vedere il papà”, e non la mamma. Perché Hunziker, nella sua semplicità, dice il vero confermando quanto sollevato dalle critiche e spiegato dalle avvocate dei centri.

Ma allora ci chiediamo: è sufficiente cambiare il nome e passare da Pas ad Alienazione parentale per dare una risposta alle critiche?

Lo psichiatra Andrea Mazzeo, che da anni si occupa di difendere i bambini dalla Pas, spiega che tra Pas e Alienazione parentale la differenza è inesistente, perché le due espressioni indicano il medesimo concetto e che cambiare nome alla stessa sostanza è solo un escamotage per sfuggire ai numerosi rigetti: un tentativo già messo in atto negli USA dai sostenitori della Pas e criticato dalla comunità scientifica statunitense. “Non a caso – dice Mazzeo – in un recente articolo su una rivista di psicologia (Psicologia contemporanea, ndr), vengono proposti per la cosiddetta Alienazione parentale i medesimi otto criteri che Richard Gardner, il fondatore della Pas, aveva proposto come sintomi della Sindrome di Alienazione parentale, un dato che dimostra in maniera inequivocabile che si parli della stessa cosa”.

In realtà il concetto di Alienazione parentale è stato prima considerato una grave malattia dei bambini (Pas) e poi, dopo i respingimenti culminati con la dichiarazione del Ministero della salute che nel 2012 la dichiarò una non-malattia, trasformato dai suoi sostenitori da disturbo individuale a disturbo relazionale, ovvero da sindrome a condizione che, sempre secondo Mazzeo, presenta evidenti analogie con il vecchio concetto di plagio, e questo malgrado il plagio sia stato cancellato dall’ordinamento giudiziario italiano nel 1981 da una storica sentenza della Corte Costituzionale in quanto considerata “ipotesi non verificabile nella sua effettuazione e nel suo risultato, né è dimostrabile” – come appunto anche per l’Alienazione parentale. “Ma la cosa secondo me determinate – conclude lo psichiatra – è che non molto tempo fa il Tribunale di Milano ha rigettato la richiesta di una Ctu contenente la Pas in quanto inammissibile (Trib. Milano, sez. IX civ., decreto 13 ottobre 2014, ndr ), così come aveva fatto la sentenza di Cassazione per il caso di Cittadella. Ed è stato più o meno da quel momento che, pur mantenendo tutti i parametri della Pas, i suoi sostenitori l’hanno trasformata in Alienazione parentale. Nominare la Pas è diventato scomodo e così psicologi e psichiatri a volte neanche la nominano nelle Ctu (Consulenza tecnica d’ufficio, ndr) perché l’essenziale è comunque applicarla per allontanare i figli soprattutto dalle madri”.

Madri chiamate “malevoli” che mettendo in cattiva luce il padre attraverso false accuse di violenza domestica o abusi, hanno scientemente allontanato il figlio dal genitore che in questo modo viene alienato: Ctu in cui non si nomina la Pas ma la si applica semplicemente. Un’applicazione massiccia, quella della Pas alias Alienazione parentale, che ha causato e continua a causare allontanamenti dei bambini, prelievi forzosi, collocamenti in case famiglia, affidamenti congiunti in presenza di violenza domestica, senza che nessuno si renda davvero conto che, come hanno ricordato anche le avvocate dei centri antiviolenza, quando il motivo della separazione coniugale è la violenza in famiglia o addirittura gli abusi sessuali sui figli, i bambini hanno il pieno diritto di rifiutare il genitore violento o abusante.

Per la psicologa Elvira Reale, che dirige il Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) e ha fondato lo sportello antiviolenza del pronto soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli, “Non c’è differenza tra Pas e Alienazione parentale se non nel nome e nel fatto, risibile, che non si dà più valore a una sindrome di cui soffrirebbe il bambino ma a una relazione di coppia conflittuale che crea disagio nel bambino”. Reale spiega che, a parte queste differenze, il risultato è lo stesso, in quanto si parte in entrambi i casi dal rifiuto del bambino e lo si definisce immotivato sulla base di un pregiudizio: ovvero che un bambino che rifiuta un genitore è un’anomalia. In questo modo, partendo dal rifiuto, le accuse di maltrattamento del bambino verso un genitore, che è frequentemente il padre, vengono considerate come frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore, di solito la madre, sia che venga chiamata Pas sia che venga chiamata Alienazione parentale sia che non venga nominata affatto.

“L’esito di tutto ciò – conferma la psicologa – è che il bambino diventa inattendibile, per cui le sue parole sono inaffidabili, e data la presunzione di essere stato indottrinato e manipolato, non viene neanche ascoltato e si agisce per suo conto considerando a priori la necessità che sia subito riportato nel rapporto con l’altro genitore che è generalmente un padre accusato di maltrattamenti e violenze, e che ha anche le risorse per agire un’azione giudiziaria pressante. E questo viene fatto in contrasto con tutte le convenzioni e le leggi che tutelano e promuovono il diritto del bambino all’ascolto e a esprimere il suo punto di vista nel processo per l’affido”.

Grazie alla “scuola” fatta dalla Pas in questi anni tra psicologi e psichiatri, la maggioranza delle Ctu in tribunale, che sfornano diagnosi su cui i giudici basano la loro decisione di affido dei bambini, hanno quindi questa impostazione sia che nominino la Pas in via esplicita sia che non la nominino o che la chiamino in un altro modo, perché partono dal considerare la violenza contro le donne come un semplice conflitto di coppia in cui sono le donne a essere altamente conflittuali: non si distingue cioè, per impreparazione, la violenza domestica dalla semplice conflittualità in una coppia che si sta separando. Per la dottoressa Reale se la donna è resistente alla relazione di un partner violento e teme anche per il figlio, “sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima: un passato che non è mai valutato nelle Ctu”.

“Queste consulenze tecniche d’ufficio – continua – non sono quasi mai redatte da esperte di violenza domestica e si rifanno a teorie psicodinamiche o sistemiche relazionali che pongono la responsabilità dei fatti o in vicende individuali infantili, oppure in una relazione di coppia sempre paritaria e collusiva, anche se la violenza invece pone al suo fondamento, come afferma la Convenzione di Istanbul, una disparità di potere tra uomo e donna. Dalla mia esperienza – conclude la psicologa – la Pas o l’Ap viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli. Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa, nei casi di violenza, divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza. La violenza e lo stalking post-separativi hanno quindi come strumento tipico di vessazione l’uso strumentale dei figli sia per screditare la madre, ma anche, e questo lo si trova solo come tratto specifico di un comportamento maschile, come strumento di controllo e mezzo per avvicinare la madre per continuare a maltrattare, ingiuriare, svilire e picchiare la partner”.

Continuare a parlare di Pas o di Alienazione parentale o non nominarla affatto ma sostenerne il meccanismo, è quindi la stessa cosa ed è un incentivo per i padri violenti a continuare con le violenze rimanendo impuniti. Per questo una legge che considera l’Alienazione parentale (questa volta nominata chiaramente da Bongiorno) come base per un reato, sarebbe quindi comunque una legge basata sulla Pas che, oltretutto, rischierebbe di mandare in galera le donne che hanno subito violenza domestica e cercano di tutelare i loro figli.

E questo non perché non esistano separazioni conflittuali in cui i genitori (e non il bambino che deve essere lasciato fuori) non debbano fare un percorso, ma perché in Italia il concetto di Pas o Alienazione parentale, viene purtroppo applicato sistematicamente nei tribunali dei minori e nei tribunali civili a situazioni di violenza domestica non riconosciute nel momento della separazione, e quindi dell’affido, dove il minore è sempre più spesso o dato in affido condiviso, malgrado il padre sia un maltrattante, o prelevato dalla casa in cui vive e rinchiuso in casa famiglia. Questa è la realtà dell’Italia che conta la maggioranza dei casi in questo Paese, e che rappresenta una chiara violazione dei diritti umani, in cui Bongiorno e Hunziker si sono inserite, magari senza saperlo e sicuramente in buona fede.

Come ricordavano le avvocate dei centri antiviolenza, “Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne”. Per questo attendono ancora che la Rai e Fabio Fazio diano la possibilità di rettifica a quanto detto a “Che tempo che fa” da Michelle Hunziker.

Avvocate dei centri antiviolenza contro Hunziker e Bongiorno, chiedono rettifica a Fabio Fazio sulla Pas

 

Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

È diventata un’ondata di proteste, appelli, comunicati, lettere aperte e animate discussioni sui social, quella che è si scatenata a seguito di un articolo pubblicato su questo blog (“Hunziker e Bongiorno chiedono il carcere per chi si macchia di un reato inesistente“) qualche giorno fa. Il pezzo riportava le dichiarazioni fatte da Michelle Hunziker, intervistata da Fabio Fazio domenica 10 maggio, che ha parlato della proposta di legge dell’avvocata Giulia Bongiorno che vorrebbe punire con il carcere chi si macchia di un reato basato su una malattia che non esiste: la Pas (Sindrome di Alienazione parentale). “Quando i genitori si separano – aveva detto Hunziker a Che tempo fa – il figlio spesso diventa un’arma di ricatto, non solo il figlio soffre tantissimo perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato, che gli viene una sindrome che si chiama Pas, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.

Un’affermazione, questa, che ha mostrato quanto la show girl ignori la vera origine e gli effetti della Pas: una malattia, come già ampiamente documentato, mai dimostrata scientificamente, dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, classificata come non utilizzabile nei Tribunali dalla sentenza di Cassazione sul caso del bambino di Cittadella (il minore trascinato davanti la scuola), assente nelle due maggiori classificazioni internazionali dei Disturbi mentali (DSM e ICD), non considerata dall’APA (American Psychological Association), dichiarata pericolosa sia dal National District Attorneys Association (Istituto di ricerca dei procuratori americani) che dall’Associazione Spagnola di Neuropsichiatri, e infine rifiutata in Italia dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, la Società italiana di pediatria, l’Ordine degli psicologi della Regione Lazio e la Rete nazionale dei centri antiviolenza (DiRe), in quanto usata “in maniera strumentale dagli autori delle violenze che fanno leva sulla minaccia di sottrarre i figli per tenere le donne sotto il loro controllo”, sia nei tribunali dei minori che nei tribunali civili, al momento della separazione e della decisione dell’affido dei figli. Un avvertimento sostenuto anche dalle Nazioni Unite quando il Comitato CEDAW ha raccomandato all’Italia nel 2011, di monitorare “nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori”, in cui “possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale (Pas)”.

Un grido, quello della società civile, che si è levato per le dichiarazioni di Hunziker davanti a milioni di spettatori, a sostegno di una proposta, quella di Bongiorno, che va a infilarsi in un brutto buco nero di questo Paese: quello dei bambini inascoltati e sottratti alle madri che cercano di separarsi magari da un marito violento, e spesso dichiarate malevoli e alienanti riguardo un minore che, proprio per motivi legati agli abusi, non vuole vedere il genitore violento. Quello che crea perplessità infatti è che oltre all’ipotesi della prigione per il genitore “alienante” (di solito la madre) con diagnosi fatte da CTU (Consulenza tecniche d’ufficio) redatte da psicologi e psichiatri sulla base una sindrome inesistente, Hunziker e Bongiorno, che insieme hanno creato “Doppia difesa” per tutelare le donne maltrattate, non siano a conoscenza che per la maggior parte questi casi sono connessi a violenza domestica in cui gli offender usano proprio la Pas per contestare le  accuse e chiedere addirittura l’affido dei bambini per ricattare le madri maltrattate.

A chiarire questo punto in maniera esaustiva, è arrivata oggi la parola autorevole della Rete nazionale delle avvocate delle case delle donne e dei centri antiviolenza, che con una lettera intitolata “La Pas non esiste!”* e indirizzata alla presidente della Rai, al direttore di Raitre e a Fazio, hanno precisato come “Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale ad entrambi i genitori nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli”, e che “Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile”.

“La Pas – spiegano le avvocate – infatti è utilizzata dai padri maltrattanti nelle aule giudiziarie per screditare le donne che in sede di separazione richiedono protezione a favore dei figli che si rifiutano di incontrare il padre perché traumatizzati dai comportamenti violenti paterni”. Casi che le avvocate dei centri antiviolenza conosco bene e che sorprendentemente sono ignorati dall’avvocata Bongiorno e dalla sua socia Hunziker, che insieme gestiscono proprio un’associazione che dovrebbe proteggere queste donne che subiscono violenza. Per la Rete delle avvocate “L’Italia è tenuta, secondo gli obblighi assunti a livello internazionale con la ratifica dalla Convenzione di Lanzarote nell’ottobre 2012 e con la Convenzione di Istanbul nel 2013, ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare le donne e i minori da ogni forma di violenza, compresa la violenza assistita, cioè quella che subiscono i figli presenti alle condotte maltrattanti paterne nei confronti delle madri”, ma che è “proprio quando le autorità applicano tali principi che gli uomini maltrattanti si appellano alla Pas dipingendo le donne come madri malevoli che alienano i figli”.

“Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker – conclude la Rete – non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne”. Per questo, e per il danno che Fazio potrebbe aver procurato dando spazio a una notizia basata su un argomento così delicato e controverso senza aver fatto prima le dovute verifiche, le avvocate dei centri chiedono anche “una la tempestiva rettifica durante la trasmissione Che Tempo che fa sul tema della PAS, con esplicita precisazione che le fonti pubbliche e più autorevoli concordano nel ritenere la Pas scientificamente infondata”, chiedendo anche “che sia dato spazio all’approfondimento competente sul tema della violenza assistita”.

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TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DELLA RETE NAZIONALE DELLE AVVOCATE 

Alla Presidente della RAI

Anna Maria TARANTOLA

annamaria.tarantola@rai.it

Al Direttore Generale

Luigi GUBITOSI

luigi.gubitosi@rai.it

Al direttore di RAI TRE

Andrea VIANELLO

andrea.vianello@rai.it

Al conduttore di “Che tempo che fa” FABIO FAZIO

raitre.chetempochefa@rai.it

 

LA PAS NON ESISTE!
L’informazione scorretta contribuisce a discriminare le donne e a violare i diritti dei minori

Quale Rete nazionale delle avvocate delle case delle donne e dei centri antiviolenza impegnate nella difesa dei diritti delle donne in ambito civile e penale su tutto il territorio italiano, esprimiamo assoluto dissenso in ordine alle dichiarazioni rese dalla sig.ra Michelle Hunziker in qualità di rappresentante di DOPPIA DIFESA nel corso della sua trasmissione

‘Che tempo che fa’ del 10 maggio scorso sul tema della cosiddetta PAS.

La sig.ra Hunziker ha affermato che
“Quando i genitori si separano, il figlio spesso diventa un’arma di ricatto, non solo il figlio soffre tantissimo, perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato che gli viene una sindrome che si chiama PAS, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.
La PAS (Parental Alienation Syndrome, in Italia tradotta in “Sindrome di alienazione parentale”) non esiste e le sue teorizzazioni non hanno alcuna validità scientifica. Già il Comitato CEDAW nel 2011 ha invitato le autorità italiane ad arginare l’utilizzo nei tribunali di riferimenti alla “discutibile teoria della PAS” per limitare la genitorialità materna (Comitato CEDAW, 2011, paragrafo 51).
Il Ministero della Sanità, a seguito dell’interpellanza parlamentare n. 2-01706 del 16 ottobre 2012, seduta n.704, ha chiarito che “Sebbene la Pas sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine disturbo, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”.
La PAS, infatti, non trova alcun riconoscimento nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” (DSM) né nella “Classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati” (ICD-10), i due principali sistemi nosografici attualmente in uso ed è contestata dagli ordini professionali di riferimento.
La Corte di Cassazione nel 2013 è ritornata sulla questione precisando che la PAS non gode di nessuna validità scientifica e pertanto “nei giudizi in cui sia stata esperita c.t.u. medico-psichiatrica […] il giudice di merito è tenuto a verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare.” (Cass. Pen. n. 7041 del 20/03/2013).

Altrettanto seria è la produzione legislativa in materia, che non può prescindere dalle indicazioni che ci vengono dal diritto internazionale ed europeo.

Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne. Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale ad entrambi i genitori nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli. Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile. La PAS infatti è utilizzata dai padri maltrattanti nelle aule giudiziarie per screditare le donne che in sede di separazione richiedono protezione a favore dei figli che si rifiutano di incontrare il padre perché traumatizzati dai comportamenti violenti paterni.

L’Italia è tenuta, secondo gli obblighi assunti a livello internazionale con la ratifica dalla Convenzione di Lanzarote nell’ottobre 2012 e con la Convenzione di Istanbul nel 2013, ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare le donne e i minori da ogni forma di violenza, compresa la violenza assistita, cioè quella che subiscono i figli presenti alle condotte maltrattanti paterne nei confronti delle madri. L’Italia è tenuta di conseguenza ad adottare “le misure necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza e per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini”. Purtroppo è proprio quando le autorità applicano tali principi che gli uomini maltrattanti si appellano alla PAS dipingendo le donne come “madri malevoli” che alienano i figli. 

Alla luce di quanto esposto, riteniamo che la leggerezza con cui il servizio pubblico ha affrontato il tema così delicato della tutela dei diritti dei minori e la superficialità con la quale si diffondono informazioni errate e infondate concorrono con strategie di sistematica violazione dei diritti fondamentali delle donne e dei minori.

Chiediamo pertanto la tempestiva rettifica durante la trasmissione “Che Tempo che fa” sul tema della PAS, con esplicita precisazione che le fonti pubbliche e più autorevoli concordano nel ritenere la PAS scientificamente infondata. Chiediamo inoltre che sia dato spazio all’approfondimento competente sul tema della violenza assistita.

Roma, 16 maggio 2015

Avv. Teresa Manente, Roma – Avv. Simona Napolitani, Roma – Avv. Rossella Benedetti, Roma – Avv. Ilaria Boiano, Roma – Avv. Marta Cigna, Roma – Avv. Giusi Finanze, Roma – Avv. Giovanna Fava, Reggio Emilia – Avv. Elena Tasca, Bologna – Avv. Barbara Spinelli, Bologna – Avv. Samuela Frigeri, Parma – Avv. Daniela Manici, Parma – Avv. Cristina Capurso, Barletta – Avv. Anna Maria Raimondi, Napoli – Avv. Giovanna Cacciapuoti, Napoli – Avv. Sofia Lombardi, Napoli – Avv. Elisabetta Renieri, Firenze – Avv. Lorenza Razzi, Prato – Avv. Francesca Barontini, Pistoia – Avv. Marzia Pauluzzi, Gorizia – Avv. Elena Biaggioni, Trento – Avv. Loredana Piazza, Catania – Avv. Ippolita Sforza, Brescia – Avv. Sveva Insabato, Torino

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Chi volesse riprendere pezzi dell’articolo e/o parte delle citazioni contenute in questa pagina (compresa la lettera), è pregato di nominare la fonte, grazie.