Nessuna pietà per Reyhaneh Jabbari

Da Azione, 3 novembre, 2014

Da Azione, 3 novembre, 2014

Iran La giovane è stata impiccata perché giudicata colpevole di aver ucciso l’uomo che aveva tentato di stuprarla

«Fai del tuo meglio per dimenticare i miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via». È con queste parole, contenute in una lunga lettera verbale lasciata prima della sua esecuzione, che Reyhaneh Jabbari ( foto ) ha salutato la madre prima di essere impiccata a 26 anni perché condannata a morte per essersi difesa da uno stupro in Iran. Una sentenza, arrivata dopo 7 anni di carcere, che né la tesi della legittima difesa né gli appelli internazionali, sono riusciti a fermare.

Una vita, quella di Reyhaneh Jabbari arredatrice d’interni, che si ferma in verità quando lei ha solo 19 anni e viene invitata in un appartamento da Mortaza Abdolali Sarbandi, medico ex funzionario dell’ intelligence , che le vorrebbe commissionare l’arredo del suo ufficio ma che in realtà l’aggredisce una volta sul posto. Un tentato stupro al quale la ragazza reagisce difendendosi con un coltello tascabile che, secondo la sua deposizione, non uccide l’uomo ma lo ferisce permettendole di fuggire. L’uomo però viene ritrovato senza vita, e a nulla vale l’indicazione di Reyhaneh che dice di aver visto sul luogo dell’omicidio un misterioso terzo uomo di nome Sheikhy, giunto mentre lei scappava. Per la corte il suo è omicidio premeditato e la condanna a morte viene emessa per la giovane in un processo giudicato «viziato» da Amnesty International, e altre organizzazioni per i diritti umani, a causa di prove sparite, limitazioni a vedere l’avvocato, confessioni estorte in isolamento.

«La mia Reyhaneh è stata impiccata. Aveva la febbre mentre danzava sul patibolo», ha dichiarato la mamma, Shole Pakravan, il giorno dell’esecuzione davanti a una sentenza che era stata sospesa prima ad aprile e poi a fine settembre. E anche se per Mahmood Amiry-Moghaddam – portavoce di Iran Human Rights (Ihr) – Reyhaneh poteva essere salvata da una mobilitazione internazionale più forte e determinata, gli unici che avrebbero potuto sospendere questa condanna erano la famiglia dell’uomo ucciso che avrebbe perdonato solo se la donna avesse ritrattato l’accusa infamante del tentato stupro: un punto su cui Reyhaneh non ha mai voluto tornare indietro a costo della morte.

Eppure «il vero responsabile di tutto questo – ha ribadito Shole Pakravan – è il potere giudiziario iraniano», un potere che non ha neanche voluto esaudire le ultime volontà della ventiseienne iraniana che aveva chiesto di poter donare i suoi organi e che invece è stata seppellita nella sezione 98 del cimitero di Behesht-e Zahra, vicino alla città santa di Qom, senza che fosse permesso di celebrare un funerale né di recitare preghiere.

Un accanimento in sintonia con l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran – uscito pochi giorni dopo l’esecuzione di Reyhaneh – in cui si legge che i più discriminati in quel territorio sono appunto donne e cristiani. Un documento dove il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nella Repubblica islamica, Ahmed Shaheed, afferma che qui in un anno sono state giustiziate 852 persone.

Ma l’Iran non è il solo Paese in cui la condanna a morte viene esercitata. Come riporta Amnesty International lo scorso anno le sentenze capitali sono state emesse in 57 paesi e sono state eseguite in 22: per la maggior parte in Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Stati Uniti d’America e Somalia, anche se l’80 per cento è stato totalizzato in Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita.

I metodi d’esecuzione usati sono la decapitazione, scariche elettriche, fucilazione, impiccagione e iniezione letale, su persone messe a morte anche per crimini come rapina, droga, reati economici, reati politici, adulteri, stregoneria e blasfemia.

Come Meriam Yahia Ibrahim Ishag che in Sudan era stata condannata a morte per apostasia e a 100 frustate per adulterio per aver sposato un cristiano, e che incarcerata con il figlio di 20 mesi è stata costretta a partorire il suo secondo figlio in condizioni disumane. O come Asia Bibi, che ancora oggi potrebbe morire sul patibolo, e che è stata condannata a morte per blasfemia in Pakistan. La condanna con decapitazione è stata invece eseguita il 9 gennaio 2013 in Arabia Saudita per Rizana Nafeek, una lavoratrice migrante dello Sri Lanka condannata a morte nel 2007 per l’omicidio di un neonato morto per soffocamento che la donna ha sempre sostenuto accidentale.

Una situazione, quella delle migranti asiatiche che vanno a fare le domestiche in Medio Oriente, che rasenta la schiavitù per un numero di circa un milione e mezzo solo in Arabia Saudita: case in cui una buona parte viene sottoposta a violenza e tortura. Come Tuti Tursilawati binti Warjuki che dopo essere stata sottoposta a molestie sessuali ha ucciso il suo datore di lavoro mentre lui tentava di stuprarla (2010) e per questo condannata a morte; oppure Satinah hinti Jumad Ahmad, indonesiana, che uccise il suo padrone per legittima difesa mentre «il suo datore di lavoro le aveva afferrato i capelli cercando di sbatterle la testa contro il muro».

da Azione, 3 novembre, 2014

 

Kobane non è sola: il 1 novembre mobilitazione mondiale

kobaneI primi miliziani curdo-iracheni, i peshmerga, sono entrati a Kobane, la cittadina siriana al confine con la Turchia assediata dall’Isis. Lo riferisce l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), precisando che si tratta di un primo contingente, poiché il punto di accesso è sotto il bombardamento dell’Isis. Mentre Human Rights Watch, in un rapporto pubblicato oggi, racconta il massacro con interviste a 15 sopravvissuti che hanno raccontato: “Ci hanno preso in 1.500 – spiega uno dei sopravvissuti – ci hanno caricato sui camion e portato in mezzo al deserto, a circa 2 km dalla prigione”. I miliziani dell’Isis hanno poi separato gli sciiti dai sunniti e dai cristiani, che sono stati fatti risalire sui camion e portati via. I rimanenti prigionieri sono stati portati nei pressi di un burrone e lì è iniziata la mattanza: gli uomini sono stati costretti a mettersi in fila, e i jihadisti li hanno costretti ad alzare la mano e gridare il proprio numero di fila. Alcuni sopravvissuti affermano di aver sentito il numero “680”. “Hanno iniziato a spararci da dietro, anche con le mitragliatrici pesanti”, racconta un testimone.

Per sostenere Kobane mobilitazione internazionale per la giornata di sabato, primo novembre in tutto il mondo. Capoluogo di uno dei tre cantoni in cui è diviso il territorio curdo siriano di Rojava nel nord della Siria – controllata dalla milizie curde dal 2012 e conta circa 2 milioni di abitanti -Kobane è da mesi sotto attacco dello Stato Islamico e allo stremo delle sue forze. In un confine stretto da l’Isis e una Turchia che si rifiuta di aiutare i curdi e impedisce al PKK di attraversare il confine, la resistenza è al sopra di ogni sforzo umano. Tutta l’area è in grave pericolo, e di questo è complice l’immobilismo della comunità internazionale, e per sostenere questa battaglia e scuotere l’immobilismo internazionale, sono state indette diverse manifestazioni per sabato dalle 14 in diverse città del mondo, organizzate dal coordinamento di associazioni della diaspora curda internazionale, con la partecipazione di importanti settori della società civile.

I promotori accusano la coalizione internazionale, e soprattutto la Turchia, di assistere passivamente all’attacco senza fare nulla di fronte al massacro della popolazione civile, e la scesa in piazza è proprio per esercitare pressione sui governi occidentali. L’appello per Kobane è stato sottoscritto da premi Nobel, storici, professori, scrittori, politici e parlamentari tra cui Noam Chomsky, Desmond Tutu, Ken Loach, Moni Ovadia e Adolfo Perez Esquivel, premio Nobel per la pace argentino, per sostenere questo primo novembre con manifestazioni a Parigi, Marsiglia, Rennes, Strasburgo, Basilea, Colonia, Amburgo, Berlino, Brema, Francoforte, Norimberga, Friburgo, Stuttgart, Oslo, Stoccolma, Göteborg, Copenhagen, Vienna, Atene, Nizza, Londra, L’Aia, Bruxelle e Helsinki, ma anche in America Latina, negli Stati Uniti, in Giappone, in India, in Pakistan. Mentre in Italia si terranno mobilitazioni a Roma, Firenze, Torino, Udine, Reggio Calabria e Bologna.

A Roma l’appuntamento è a piazza Esquilino alle 15.30 per un corteo che raggiungerà piazza SS. Apostoli con lo slogan “Roma con Kobanê! Kobanê non è sola!”, promosso da UIKI – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia; Rete Kurdistan Italia. Aderisce e sostiene: Roma per la coalizione popolare contro l’ISIS e per l’umanità.

 

Una generazione perduta (2013)

azione 13 maggio

Azione 13/mag/2013 –

Luisa Betti

Minori nel conflitto siriano Dall’inizio della guerra si stima che siano morti almeno 8000 bambini; per i sopravvissuti il dramma è quello di dover convivere con pesantissimi traumi psichici

«Non abbiamo conferme ufficiali a oggi sul numero dei bambini morti in Siria dall’inizio del conflitto, ma non c’è dubbio che se quelle appena fornite dell’Osservatorio nazionale siriano per i diritti umani corrispondono a verità, ossia 8000 bimbi morti negli ultimi 700 giorni, siamo di fronte a un dato aberrante e storico nella sua crudeltà, che non vorremmo mai aver sentito e che dovrebbe scioccare il mondo intero».

A parlare è Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef, che aggiunge come in Siria ci siano «6 milioni di persone colpite dal conflitto di cui 3 milioni sono bimbi a cui è stato tolto tutto», e se a questi aggiungiamo 1,3 milioni di rifugiati presenti nei Paesi limitrofi, di cui la metà bambini, viene da chiedersi come sia stato possibile tutto questo in così breve tempo.

Nel rapporto Bambini sotto tiro , diffuso da Save the Children, i bambini siriani soffrono di malnutrizione, malattie, e molte bambine sono obbligate a matrimoni precoci. Ma oltre ai pericoli fisici della guerra, un grosso fattore di rischio è costituito dai traumi psichici che determineranno, per chi sopravvive, una vita da adulti completamente devastata. Costretti ad abbandonare la casa, se sono soli i minori affrontano maggiori difficoltà di un adulto nel trovare cibo e cure se malati o feriti, e sono obbligati a trovare rifugio in parchi, fienili o grotte, e se riescono a trovare la strada per la salvezza arrivano completamente frastornati e senza punti di riferimento. «Nei campi profughi arrivano bambini e adolescenti in pantaloncini e ciabatte, e senza niente altro, in uno stato confusionale difficile da recuperare per i traumi subiti nel conflitto da cui sono scampati», conferma Iacomini.

Tra le testimonianze raccolte tra i minori rifugiati in Turchia, 1 bambino su 3 è stato aggredito, percosso o raggiunto dagli spari prima di fuggire, quasi un terzo dei minori è solo perché separato dalla famiglia, e 3 bambini su 4 hanno sperimentato direttamente la morte di un familiare o di un amico stretto. Un trauma che non cancelleranno mai più. «Avevo tanta paura e sapevo che non potevo muovermi da quell’unica stanza – racconta Yasmine, 12 anni – perché la casa era sotto tiro delle armi da fuoco. Così siamo stati in 13, stipati in una sola camera, per due settimane e quando mio padre è uscito, è stato ucciso sulla soglia davanti ai miei occhi».

Quando i conflitti si protraggono nel tempo in un clima di tensione e stress costante, nei bambini viene minato quel senso di sicurezza fondamentale per una crescita equilibrata: non capendo cosa sta succedendo si sentono impotenti, e a volte possono pensare di essere responsabili del disagio sofferto dalla famiglia e possono sviluppare anche il desiderio di vendetta.

Per l’Unicef tra i sintomi fisici dei bambini sottoposti allo stress continuo di un conflitto, ci sono disturbi del sonno, digrigno dei denti, pianto ininterrotto, dolori corporei, alterazioni dell’appetito, anoressia, stordimento e stati confusionali; mentre tra i sintomi emotivi ci sono nervosismo eccessivo, rabbia, difficoltà di concentrazione, affaticamento mentale, insicurezza e senso di colpa, a cui si aggiungono le dimensioni della paura, come la paura della morte, della solitudine, del pregiudizio, di suoni forti. Marta Triggiano di «Un ponte per…», che lavora con i profughi siriani in Giordania, spiega che «lo stress psicosociale e i problemi legati al post trauma sono forti perché questi piccoli non si sentono mai protetti e per loro è difficile trovare tranquillità. Quello che producono nei disegni sono carri armati, bombardamenti, bandiere insanguinate, e sono gli stessi temi che ho visto in ambito palestinese». Una testimonianza che conferma come gli effetti della guerra, in un territorio come il Medio Oriente dove l’esposizione alla violenza dei conflitti è costante, possa essere pericolosa per tutti i bambini: dai piccoli iracheni ieri, ai piccoli siriani oggi, fino ai piccoli palestinesi, da molto tempo.

Infine l’elevato numero di bambini tra le vittime in Siria sottolinea la natura indiscriminata degli attacchi. Riccardo Noury di Amnesty International dice che «in generale ci sono conseguenze di lungo periodo ovunque ci sia una guerra, traumi che i bambini si porteranno con sé tutta la vita, ma in Siria c’è anche la tortura dei minori che andando avanti nel conflitto è usata come arma di terrore contro i civili».

Save the Children denuncia come i bambini siriani siano arruolati dai gruppi presenti nel Paese e siano utilizzati dalle milizie armate come portatori, staffette o scudi umani sulla linea del fronte, mentre molte bambine e ragazzine sono costrette al matrimonio precoce per la diffusa minaccia di stupro. Um Ali ha 2 figlie e racconta: «Mia figlia ha 16 anni e amava andare a scuola, è molto carina e ancora innocente. Sappiamo che gli uomini minacciano le donne, non potendo proteggerla da sola ho dovuto fare in modo che si sposasse. Non potevamo rinunciare ad avere qualcuno che la proteggesse».

Per Iacomini «siamo di fronte a una guerra ai bambini e ci sono evidenze, notizie confermate, fatti, che parlano di minori violentati brutalmente sia durante la perquisizione delle forze armate nelle case, sia quando queste piccole vittime vengono fatte prigioniere, vengono catturate. Talvolta per sfuggire a una situazione sempre più logorante, si vedono famiglie spezzarsi e fare l’atto più doloroso che un genitore possa fare, ossia dare via i propri figli». Sono quelli che i siriani chiamano la «generazione perduta».

Essere femministe nel 2013 si può (2013)

io-parigi

IL MANIFESTO – DONNE, SOCIALE – 08.03.2013 –

LUISA BETTI

 
A Parigi un convegno su “Donne e poteri”. All’ordine del giorno il problema dell’ingresso delle donne nei luoghi del potere. Senza nessuna remora a definirsi “femministe”
Sono a Parigi, piove, e tra poco andrò alla manifestazione per la “Giornata internazionale delle donne” dato che oggi è l’8 marzo. Sono venuta qui perché due giorni fa il Comune parigino mi ha invitata come rappresentante italiana sui diritti delle donne in un convegno dal titolo “Donne e poteri”, con cui la vicesindaca, Fatima Lalem, ha inaugurato un programma di eventi e incontri su e per le donne (ma anche per uomini) che durerà tutto il mese e interesserà diverse parti di questa capitale.
Nella meravigliosa sala dell’Hotel de Ville, sede centrale del Comune di Parigi, abbiamo parlato davanti a una folta platea raccontando cosa bolle nelle rispettive realtà d’azione, e ho capito che l’atteggiamento giusto per vincere la battaglia delle donne, è unire le forze superando barriere e differenze. Il punto centrale però è stato chiaro fin da subito, e cioè che le donne che erano lì non solo combattevano per altre donne in un sostegno reciproco e costante, ma non avevano paura a chiamarsi femministe. E ho tirato un sospiro di sollievo pensando ai tanti “se” e ai tanti “ma” che ormai siamo costrette a mettere davanti a quella parola qui da noi, come quasi fosse quasi un’offesa.
Su quel palco la vicesindaca Fatima Lalem, insieme a Yvette Roudy (prima e storica ministra del dicastero dei diritti delle donne nell’81) e la senatrice Michèle André, ha lanciato le 100 iniziative del marzo parigino dicendo chiaramente che si tratta di “un momento particolare per la lotta delle donne che oggi si trovano anche a vivere situazioni insopportabili”, e che per questo “l’8 marzo deve essere sempre, ogni giorno, perché ormai un capovolgimento è necessario”.
“La tabella di marcia per l’ugualianza in una logica trasversale che apra l’accesso delle donne al potere è il risultato di un lavoro di anni e di una militanza”, dice Lalem riferendosi a sé ma anche alle politiche di governo e al ministero dei diritti delle donne guidato dalla giovane Najat Vallaud-Belkacem. “A Parigi – continua – ho creato una dinamica territoriale di informazione e intervento su sessualità, aborto, salute delle donne, lavoro, e abbiamo permesso l’aborto terapeutico, e interventi contro la violenza sulle donne con rifugi per le vittime su tutto il territorio. Percorsi di inserimento nel lavoro per le famiglie monoparentali che sono per lo più mamme separate con figli. Un’azione politica che agisce sui diritti delle donne, ma anche sulla cultura e sulla mentalitá, nella decostruzione degli stereotipi che bloccano l’accesso delle donne al potere”.
Parole che in tutta la campagna elettorale italiana non ho sentito (neanche a sinistra), almeno non in forme così nette e con l’orgoglio di una militanza femminsta non da nascondere ma da esibire come bagaglio di esperienze. “Le donne al potere – dice Lalem – sono una questione fondamentale, perché bisogna esitare a fare di una donna capo di una azienda? Perché mettere steccati che delimitino l’accesso delle donne ovunque?”.
Yvette Roudy è la donna che ha convinto Mitterand a istituire il ministero dei diritti delle donne e ha imposto di lanciare l’8 marzo in Francia: “Lui non voleva – dice Roudy – perchè solo il partito comunista lo celebrava, e io l’ho voluto ricordando che non era proprietà del partito comunista perché il partito comunista in Francia era nato dopo, e così ho convinto Mitterand”. Per questa donna, che qui è un’istituzione, se l’8 marzo viene ancora ricordato, “è perché questa giornata significa qualcosa” e anche perché “la questione delle donne non è risolta”: un problema che riguarda “la democrazia che non sarà reale finchè ci saranno diversitá di carriere, poche donne nel potere, e violenze maschili sulle donne. Come dicevano Marx e Gandhi, noi evochiamo sempre quello che non va”.
Il tetto di cristallo esiste ancora (eccome se esiste) e si sta facendo sempre più duro perché la pressione delle donne è sempre più intensa e dichiararsi femminste oggi non è essere “vecchie” ma rinforzare quella spinta. Francois Laborde, giornalista dell’osservatorio dell’immagine delle donne nei media, dice che qui in Francia le donne che appaiono in tv sono il 35% del totale ma sono donne che per la maggior parte vengono interpellate in quanto testimonianza o racconto perché quando servono gli esperti chiamano sempre un uomo. “Il problema – dice Laborde – è che la maggior parte di uomini e donne pensano che ci sia giá la parità, mentre non è vero”. E il fatto che ci siano donne ai veritici non sempre garantisce che quella donna sia lì per lottare e sostenere i diritti delle altre, perché la cooptazione femminile su logiche maschili è sempre più in agguato. “In Marocco – dice Rajaa Berrada, presidente della CIOFEM (Centre d’information et d’observation des femmes marocaines) – l’unica ministra donna che abbiamo, e che si occupa della famiglia, ha proposto di abbassare l’età del matrimonio delle ragazze dai 18 ai 16 anni, perché il numero altissimo delle violenze sulle ragazze possa essere rimediato con il matrimonio riparatore”. Per Gaye Petek, presidente dell’associazione ELELE e vicepresidente del Conseil National pour l’Intégration des Populations Immigrées (CNIPI), la situazione è molto chiara in Turchia dove il governo di Erdogan sta riportando indietro il Paese sui diritti delle donne (con proposte come quella di ridurre le settimane in cui è possibile interrompere la gravidanza oppure reintroducendo il velo nelle università), sostenendo la tesi della libertà femminile attraverso mediazioni maschili. “Lo stereotipo della libertà a portare il velo, per esempio, è chiaramente uno stereotipo pericoloso, in quanto la differenza non è in chi lo porta o chi non lo porta, ma del perché chi ha il foulard è una brava ragazza mentre chi non ce l’ha è una poco di buono. La strategia è politica perché permette di portare le donne su un terreno di consenso, senza capire che su certi cose le donne non hanno deciso nulla per se stesse e sono totalmente all’interno di logiche maschili”.
Liberarsi da questo significa non solo dividere nettamente quello che è la religione, che è un fatto personale, e la laicità dello Stato, ma anche intravedere la natura di uno stereotipo di cui le stesse donne possono essere tramite. E per questo dichiararsi femministe oggi ha un valore doppio.
Per le giovani francesi chiamarsi femministe non è un problema come non lo è per Yvette Roudy o Fatima Lalem. Julie Muret, portavoce di Osez le femminisme che esiste dal 2009 e raccoglie tantissime giovani francesi (20-30 anni è la media delle aderenti), racconta di come loro lavorano su tutti i temi del femminismo: dall’autoderterminazione, all’aborto, la violenza contro le donne, la parità di salario, l’accesso al lavoro, le mutilazioni genitale, attraverso campagne e controinformazione. “Noi abbiamo un giornale, un blog, e facciamo campagne, ma tutto è basato sull’abbattimento degli stereotipi”, dice Muret. “I francesi sono ancora molto maschilisti e il lavoro è enorme. Qui ci sono 75mila donne stuprate all’anno e nel 2011 ci sono stati 157 femminicidi, e lo stereotipo è forte se si pensa che quando una donna si sposa perde il suo cognome se non avverte esplicitamente di volerlo tenere prima del rito civile”. Sui movimenti femministi francesi, Tiziana Jacoponi, italiana trapiantata a Parigi da 15 anni e presidente dell’associazione “Les 400 Louves”, dice che se qui a Parigi “One Billion Rising” non ha avuto un grande successo, “è perché le francesi pensano ai loro diritti come una cosa seria su cui c’è poco da ballare. Sulla violenza, per esempio – continua – il numero telefonico di Solidarieté femmesche gestisce le chiamate di richiesta d’aiuto sulla violenza domestica, è efficiente non solo perché indirizza la donna al centro più vicino richiedendo un intervento speciale del telefono azzurro se ci sono minori presenti, ma perché in caso di pericolo di vita della donna, sposta la vittima dalla città dove abita per tutelare la sua incolumità”.
Come ha detto Fatima Lalem due giorni fa: “Le violenze sulle donne sono progressive nel mondo intero, i femminicidio è ovunque, e per questo è necessario sostenere la lotta delle donne che sono in trincea per la democrazia, utilizzando tutti i mezzi possibili, aprendo nuovi orizzonti che si sviluppino intorno ai diritti delle donne e all’accesso al potere. Siamo di fronte a un momento cruciale per i movimenti femministi che hanno una sfida più grande nel mondo”.

Donne stuprate in Siria. L’Islam apre il dibattito (2012)

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Azione 03/set/2012 –

Luisa Betti

Guerra civile Gli abusi sessuali stanno diventando uno degli aspetti più drammatici della repressione condotta dal regime siriano.

I morti in Siria, dall’inizio della rivolta a marzo dell’anno scorso, sono arrivati a 20 mila, tra cui, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si conterebbero 13’978 civili, 5082 membri dell’esercito, e 968 disertori. In Giordania ci sarebbero, secondo Unicef, 38’800 siriani rifugiati, di cui più di 13’000 fuggiti dall’inizio di luglio e accolti in campi che stanno raggruppando profughi oltre quattro volte la loro capacità. Per Valerie Amos, responsabile delle operazioni umanitarie Onu, «circa 200 mila profughi siriani sono fuggiti dalle città e un numero imprecisato di civili rimane intrappolato in rifugi di fortuna, senza cibo né acqua potabile».

Oltre la metà degli sfollati – spiega Dominique Hyde, di Unicef Giordania – sono donne, bambini e adolescenti che continuano ad affrontare il disagio causato dalle violenze e dagli spostamenti. Quello da cui scappano queste donne non è però solo la morte, ma quel flagello che accompagna ogni conflitto nella storia dell’umanità: ovvero lo stupro di guerra. È successo durante la Seconda guerra mondiale, è successo negli anni Novanta nella Repubblica del Congo, nella ex Juguslavia, è successo in Iraq, e ora succede in Siria come in altri paesi in guerra. Secondo il Rapporto dell’Ong «Women under siege» (Wus), sarebbero soprattutto le forze governative siriane ad usare scientemente lo stupro di massa e aggressioni a sfondo sessuale, uccidendo le donne dopo le violenze.

Proprio le violenze sulle donne in Siria hanno portato i paesi islamici ad aprire il dibattito sullo stato delle gravidanze in seguito a stupro. Il popolare predicatore saudita Ali Al-Maliki su richiesta delle famiglie siriane ha proposto di aprire una discussione in seno al Consiglio del Comitato dei Grandi Musulmani sulla possibilità di permettere l’interruzione di gravidanza alle donne rimaste incinta a causa dello stupro nel periodo di tempo in cui il feto non si è ancora formato. «Una donna violentata da uomini fedeli a Shabiha (in Siria, il termine indica coloro che, armati ma spesso vestiti in abiti civili, attaccano i dimostranti nelle manifestazioni contro il governo del presidente al-Assad) non può sopportare la nascita di un figlio illegittimo», ha detto Ali Al-Maliki, specificando appunto che lo stupro è «uno dei crimini più orrendi», perché la donna «perde la sua dignità con una terribile umiliazione» e perché «le ferite del corpo con il passare dei giorni si rimargineranno, ma non quelle dell’anima». Inoltre la gravidanza dopo uno stupro è basato sulla negazione.

Il caso di una ragazza violentata da una banda di dieci miliziani fedeli al regime siriano ha colpito profondamente Ali al-Maliki, costringendo «gli illuminati» ad andare a vedere cosa c’era scritto nei libri giurisprudenziali islamici da cui è emerso che per alcune scuole sunnite l’interruzione di gravidanza è possibile in caso di malattia, stupro, povertà, abbandono e altre emergenze individuali e sociali, ma soltanto se praticato entro il centoventesimo giorno, ovvero fino a che il feto in formazione non avrebbe ancora un’anima. L’imam al Ghazali, uno dei padri del pensiero islamico, ha affrontato però l’argomento nel lontano 1111 affermando la possibilità «dell’aborto terapeutico», e riconoscendo addirittura il diritto delle coppie a una sessualità non procreativa.

Oggi però, nel mondo islamico, se l’aborto è possibile in Turchia – il cui governo pochi mesi fa ha dovuto ritirare un disegno di legge che avrebbe limitato da dieci a sei settimane il tempo per abortire – nella maggior parte del territorio islamico l’aborto è illegale e sottoposto alla sharia , per cui si può praticare solo quando è in pericolo la vita della madre, o in caso di anomalia del feto. I tempi concessi vanno dai 40 ai 120 giorni, e le pene per un aborto illegale – come per esempio in Libano – vanno dalla multa, al carcere o ai lavori forzati. Molti stati, tra cui anche l’Afghanistan, concordano sulla possibilità di interrompere la gravidanza se la madre è in pericolo, mentre in Arabia Saudita, negli Emirati, in Iraq e in Kuwait, bisogna valutare il caso singolo. Infine se quasi tutti i paesi vietano l’aborto su richiesta, in Tunisia e Bahrain è invece possibile, e qui, come anche in Sudan, è possibile anche l’interruzione di gravidanza in caso di stupro.

Ma come sono considerate le donne nell’Islam e come viene considerata la violenza di genere?

Nel Corano (Sura IV, 15) si legge che «se le vostre donne avranno commesso azioni infami confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte», o ancora «gli uomini hanno autorità sulle donne, per la superiorità che Allah ha concesso agli uni sulle altre» (Sura IV, 34). Mentre il velo viene indicato nella Sura XXIV, 31 con la frase: «E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne».

Lo scopo più diffuso del velo è di segnalare una «proprietà del maschio» e la fattura del velo indica anche uno status sociale, ma come precisa il versetto 59 della Sura Al Ahzab: «O Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate». Ciò dimostra quindi come il velo sarebbe una «protezione» dalla molestia, così come da violenza e stupro, anche se poi, sempre secondo il Corano, una donna per poter provare a un giudice di essere stata violentata ha bisogno di quattro testimoni. Perciò, sebbene la pena imposta dalla sharia per lo stupro è la pena capitale, la consuetudine di dover dimostrare la violenza attraverso la testimonianza di 4 maschi, impedisce alle donne di avere giustizia in quanto, il più delle volte, l’accusa di stupro – in cui è difficilissimo portare davanti al giudice 4 testimoni – diventa un’accusa di adulterio o di pratiche sessuali fuori dal matrimonio per la donna che viene così arrestata. Solo in Pakistan, per esempio, quasi il 75% delle donne è in prigione per aver denunciato uno stupro.

In generale la violenza contro le donne per l’Islam è grave in quanto lede la «proprietà» dell’uomo – che in molti casi non «riprende indietro» la donna ormai disonorata – ma non è considerata assolutamente come un crimine se, per esempio, si svolge dentro le mura domestiche: la Sura An-Nisâ’ (IV, 34) recita: «Ammonite quelle [donne] di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse». Per il Corano è quindi lecito che l’uomo picchi la moglie non ubbidiente, come una forma di disciplina quando la persuasione «benevola» fallisce, perché il potere che è dato a un marito nei confronti della donna, in alcuni paesi musulmani, non è travalicabile né dai genitori né dalla polizia.

Hirsi Ali, la scrittrice somala che ha vissuto in Olanda eletta in parlamento nel 2003 e scappata negli Usa nel 2006 dopo l’omicidio del regista Theo van Gogh ucciso dai fondamentalisti islamici per l’uscita del film Submission – di cui lei ha scritto la sceneggiatura – dichiara esplicitamente come «l’Islam sia imbevuto di violenza e la incoraggi». Per Hirsi Ali – che ha scritto « Non sottomessa », « Infedele », « Se Dio non vuole» e «Nomade » – l’Islam non è compatibile con con i diritti delle donne in quanto «per modernizzare l’Islam e adattarlo agli ideali contemporanei, è necessario porsi in atteggiamento critico nei confronti del Corano e dei precetti in esso contenuti: in una parola, è necessario dialogare con Dio e dissentire dalle sue leggi». Cioè è necessario porsi in maniera laica, come l’Occidente ha fatto nei confronti della Chiesa cattolica, cercando di escludere quest’ultima dagli affari politici e sociali.

«In Afghanistan le donne manifestano contro pratiche previste dalla legge islamica – spiega la scrittrice – ma le organizzazioni femministe occidentali non sono per niente critiche dell’Islam. Ascoltano la minoranza di uomini che usano l’Islam come strumento per sottomettere le donne».

Sottoposta a infibulazione a 5 anni, e fuggita a 22 da un matrimonio combinato, Hirsi Ali cominciò a vivere la sua vita solo dopo essersi liberata dalla famiglia e dai fardelli religiosi che le imponevano un’esistenza che lei non desiderava: attualmente lavora a Washington presso l’American Enterprise Institute, e si occupa di diritti della donna islamiche e della violenza di genere per ragioni culturali o religiose.

Le schiave del nuovo Iraq (2012)

 

 

 

 

 

 

 

East – rivista di geopolitica – febbraio 2012 –

Luisa Betti

Sono 4mila le ragazze sparite nel nulla da quando, nel 2003, gli Stati Uniti iniziarono la guerra contro Saddam Hussein. Un numero che l’organizzazione londinese Sceme (Social Change through Education in the Middle East), nel report Karamatuna (La nostra dignità) presentato qualche mese fa, riferisce alle donne intrappolate nel trafficking sessuale ma che rimane approssimativo per difetto: come afferma l’Owfi (Organisation of Women’s Freedom in Iraq), “non siamo in grado di quantificare le irachene vittime di tratta, ma il numero potrebbe essere dell’ordine delle decine di migliaia di ragazze”.
 
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Siria: il massacro dei bambini e la forza delle donne (2012)

siria donne e bambini

Azione 20/feb/2012

Luisa Betti

Primavera araba La resistenza contro il regime di Bashar al Assad non viene condotta solo dagli uomini, dopo un anno di proteste e di violenze la voce delle donne si fa sempre più forte
 

«La situazione a Damasco è drammatica: intere famiglie uccise, cadaveri gettati per strada, corpi esposti con le mani legate per terrorizzare la popolazione», a parlare è la signora Um Mohammad, madre di 6 figli e nonna di 6 nipoti, che vive nel quartiere di Al Tal, alla periferia di Damasco, in Siria, dove ormai è guerra civile. «Ci hanno tagliato la luce e il gas per il riscaldamento – continua l’anziana signora – e non abbiamo più neanche il pane. Dormiamo vestiti e in qualsiasi momento dobbiamo essere pronti a scappare perché i soldati di Bashar sfondano le porte ed entrano in casa per violentare e uccidere. Negli ultimi giorni l’esercito fa irruzione, prende tutte le coperte e i vestiti invernali, li accatasta fuori e li brucia davanti a tutti. Vogliono far morire di freddo la popolazione, vogliono piegare la volontà del popolo siriano, ma non ci riusciranno: i miei figli escono a manifestare anche scalzi o con delle vecchie infradito, che ci sia neve o fango poco importa».

I cadaveri in Siria non si contano più, le Nazioni Unite parlano di 6.000 morti dall’inizio delle rivolte a marzo, ma fonti ufficiose dicono che il numero sarebbe il doppio. Nello scontro si fronteggiano l’Esercito libero della Siria e l’Esercito nazionale di Bashar Al-Assad, presidente alla guida del paese dal 2000, quando fu richiamato dalla Gran Bretagna, dove viveva e dove aveva studiato oftalmologia, a seguito della morte del padre Hafez. Bashar, che nelle ultime elezioni era stato riconfermato con il 97% dei voti, ha sempre tenuto sotto scacco il popolo siriano malgrado l’apparenza «aperta e occidentalizzata» che aveva voluto dare di sé nelle visite ufficiali all’estero e sulle copertine dei giornali. Una forma, più che una sostanza, per cui aveva anche usato la moglie Asma, donna colta nata e cresciuta in Inghilterra ma originaria di Homs. Solo un mese prima della rivolta era stata disegnata da «Vogue» come «la più fresca e magnetica delle First lady» ma che oggi, di fronte al massacro siriano, ha fatto sapere con un telegramma al «Times» di Londra di sostenere il marito dichiarando che «il presidente Bashar è il presidente della Siria, non di una parte dei siriani, e la first lady l’appoggia in questo ruolo». Una grande delusione per quei siriani che speravano in un progresso in materia di libertà in un paese in cui era molto difficile contraddire il regime: «In Siria – spiega la signora Mohammad – esistono 17 diversi apparati dei Servizi di sicurezza, e negli ultimi 40 anni il governo ci ha plagiati costringendoci a sospettare e dubitare sempre di tutto e di tutti. Il popolo siriano si è sollevato ora perché incoraggiato dai movimenti rivoluzionari nel resto del Medio Oriente, e la libertà, una volta assaggiata, non si dimentica».

La rivolta è cominciata 11 mesi fa a Dara’a, a sud di Damasco, dopo che un gruppo di bambini aveva scritto sui muri con i gessetti: «Il popolo vuole la caduta del regime», imitando quanto succedeva in Tunisia e in Egitto, un gesto probabilmente frutto dei discorsi che «i grandi» facevano a casa. L’epilogo è stata la cattura dei piccoli da parte della polizia fino a quando, dopo tre giorni, i capi tribù della città si sono presentati per supplicare la liberazione dei bambini. Di fronte al rifiuto delle autorità, sono sorte le prime proteste generali. Ma a provocare la vera scintilla della rivolta è stato quando i bimbi sono stati rilasciati con segni evidenti di tortura sui corpi (dalle percosse alle unghie strappate). Impresso nella mente dell’opinione pubblica rimane il corpo di Hamza al Khatibil, il ragazzino paffutello, ridato cadavere ai genitori dopo essere stato torturato ed evirato, come monito per tutti. In Siria sarebbero «almeno 400 i bambini uccisi dal marzo scorso, e oltre 400 sono quelli arrestati», riferisce la portavoce Unicef Marixie Mercado, e «sono soprattutto maschi», precisa la portavoce dell’Agenzia Onu, Rima Salah.

Lois Whitman, direttore di Human Rights Watch per i diritti dei bambini, ha diffuso un rapporto con prove dettagliate su 12 casi di detenzioni di minori in condizioni disumane. Il documento riporta il caso di un ragazzo di 13 anni proveniente da Latakia, città della costa, che è stato preso e torturato con sigarette accese sul collo e sulle mani, e con acqua bollente su tutto il corpo; mentre un ex detenuto adulto testimonia di aver assistito a stupri su bambini in prigione. Poche settimane fa a Homs, epicentro della rivolta, è stato mostrato il corpo straziato di Afef Saraqibi, una bambina di 4 mesi morta a causa delle torture subite sotto gli occhi dei genitori, mentre pochi giorni fa a Waar, un quartiere di Homs, è stato colpito l’ospedale pediatrico al Walid dove sarebbero morti, secondo al-Jazeera, 20 bambini tra cui 18 neonati prematuri deceduti nelle incubatrici per la mancanza di corrente dovuta ai bombardamenti.

Le donne siriane però non stanno a guardare inermi la morte dei loro figli e si muovono a diversi livelli: «Il movimento delle donne è molto attivo e ben organizzato – dice una ragazza di Damasco che vuole rimanere anonima – e nonostante la precarietà delle condizioni, le siriane fanno molto lavoro per la visibilità sui media, organizzano raccolte di fondi per le famiglie colpite, si radunano in incontri segreti, curano i feriti, e partecipano alle manifestazioni». Un punto di svolta nella loro mobilitazione è stato l’omicidio del reporter francese Gilles Jacquier, ucciso l’11 gennaio da un’esplosione a Homs, un evento che ha portato le donne, coperte dal velo e da occhiali da sole, giù per le strade, in una grande protesta silenziosa a Daria, vicino Damasco. Tra le donne che partecipano alle lotte non c’è distinzione religiosa: ci sono cristiane, sunnite, alawite, e poco tempo fa è apparso sul web un video in cui veniva ripreso un gruppo di 6 donne di Dera’a, città della provincia di Hauran sud-ovest della Siria, che armate di tutto punto dichiaravano la nascita di un nuovo corpo militare interamente femminile, il «Khawla Bint Al-Azwar», all’interno dell’Esercito libero della Siria.

Alcune di loro sono personaggi pubblici e donne di una certa caratura politica: come Bassma Kodmani, portavoce e numero due del Consiglio Nazionale Siriano (CNS) – principale coalizione di opposizione contro Bashar –, che pur essendosi trasferita a Parigi nel ’68 per problemi politici, ha continuato a sostenere il suo paese pubblicando libri in Francia e dirigendo un programma di cooperazione internazionale in Medio Oriente, e che oggi si presenta come la donna siriana più influente a livello politico. Un’altra leader che ha sfidato il regime è Souheir al Atassi, portavoce dell’Unione di coordinamento della rivoluzione, che ha ospitato nella sua casa più di 2000 incontri e che, dopo sette mesi di clandestinità e dopo diversi arresti, è fuggita in Francia; mentre Razan Zaithouni, avvocata che dirige la rete di coordinamenti locali per i diritti umani insignita del premio Sakharov e dell’Anna Politkovskaya nel 2011, è ricercata dalla polizia e ha il marito detenuto nelle carceri siriane.

A dare un volto femminile alla rivolta siriana ci sono anche donne di successo, come l’attrice May Skaf, arrestata durante una manifestazione e costretta, dopo il rilascio, a vivere in clandestinità; o l’attrice Fadwa Soliman, molto famosa in Siria, che dopo aver pronunciato il suo primo discorso pubblico durante una manifestazione di novembre contro il regime, è stata diseredata e allontanata dalla famiglia sostenitrice del presidente Assad, e ha dovuto tagliare i suoi lunghi capelli neri per camuffarsi e nascondersi. Molte rimangono in clandestinità, altre fuggono per paura, come la giornalista e scrittrice Samar Yazbek che, arrestata e interrogata dai servizi segreti siriani, ha raccontato al «Guardian» e a «Le Monde», l’inferno delle carceri siriane: «Non dimenticherò l’odore pungente del sangue e delle urine – ha raccontato la giornalista – le grida terribili di uomini torturati. Ragazzi di 20 anni seminudi, sospesi per i polsi ammanettati, i loro corpi chiari striati da sangue fresco, sangue secco, da profonde ferite, privi di conoscenza mentre ondeggiavano nella cella minuscola. Corpi senza volti».

A livello internazionale la preoccupazione che la situazione possa degenerare ancora è fortissima e pochi giorni fa Navi Pillay, capo dell’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, ha dichiarato senza mezzi termini che «La natura e l’ampiezza delle violenze commesse dalle forze di sicurezza siriane indicano come dei crimini contro l’umanità siano stati commessi dal marzo del 2011 a oggi», in una «campagna a largo raggio» condotta «con l’avallo o la complicità delle autorità siriane al più alto livello». Pillay ha quindi chiesto che si adottino misure «urgenti» per proteggere i civili siriani contro gli attacchi «sistematici» delle truppe di Assad, ricordando che «data la natura e l’estensione, queste violazioni potrebbero essere considerate un crimine contro l’umanità, punibile dal diritto internazionale», aggiungendo che «coloro che detengono il potere dovrebbero ricordarsi che non esiste limite temporale per denunciare i crimini internazionali gravi, e che saranno fatti gli sforzi necessari per rendere giustizia a tutte le vittime dei crimini sistematici che colpiscono la Siria in questo momento». Della stessa opinione anche Catherine Ashton dell’Unione europea che ha rilanciato l’appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per «agire responsabilmente in questo momento cruciale».

Ma il massacro giornaliero continua, e dopo la bocciatura della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu da parte di Russia e Cina, che non vogliono l’intervento di forze straniere per risolvere la situazione siriana, il Consiglio nazionale siriano (CNS), esorta la comunità internazionale ad «agire rapidamente». Un monito recepito da più parti soprattutto dopo il piano di soluzione uscito dal vertice della Lega Araba al Cairo che prevederebbe la sospensione di qualsiasi collaborazione diplomatica con la Siria e chiederebbe all’Onu di organizzare una forza internazionale di peacekeeping . Un’eventualità accolta sia dall’Ue sia, naturalmente, dalle Nazioni Unite e che ha visto aperture anche da parte di Russia e Cina che potrebbero accettare questa proposta. Tuttavia, «la Russia – ha detto il ministro degli esteri russo, Lavrov – è pronta a prendere in esame il piano della Lega Araba» a condizione di «un ampio dialogo inter-siriano e la collaborazione di tutte le parti, nell’interesse di tutti i siriani e senza interferenze dall’esterno»; mentre la Cina ha fatto sapere che apprezza «gli sforzi di mediazione politica della Lega Araba» insistendo però che le autorità di Damasco e l’opposizione siriana risolvano la crisi tramite il dialogo. A questo proposito sarà decisivo l’incontro internazionale di «Amici della Siria» che riunirà a Tunisi il 24 febbraio tutti i paesi interessati a porre fine alle violenze nella regione. Intanto l’Iran, da parte sua, ha già inviato 14’000 unità in sostegno dell’esercito di Bashar: lo spettro di una guerra più ampia si aggira pericolosamente in Medio Oriente.