Spose bambine (2011)

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Azione – 30/mag/2011 –

Luisa Betti

Pianeta donne Vendute, cedute, massacrate, abusate e violentate fino alla morte: secondo i dati dell’Onu sono circa 60 milioni nel mondo le giovani che si sposano troppo precocemente con conseguenze drammatiche.

«Il matrimonio precoce è un problema a livello planetario e attraversa il mondo in maniera trasversale al di là dell’appartenenza religiosa e culturale». Donata Lodi, responsabile Advocacy e programmi internazionali di Unicef Italia, ha una chiara visione del fenomeno delle «spose bambine». Nel rapporto Unicef La condizione dell’Infanzia nel mondo 2011 , si conta che nei paesi in via di sviluppo (Cina esclusa), una ragazza adolescente su cinque è sposata o convivente, un tasso che aumenta fino al 28% in Asia meridionale e al 59% in Niger. «Quella delle spose bambine – continua Lodi – è una prassi sia in Africa che nel Medio Oriente e nel sud-est asiatico, ed è spesso preceduta da uno stupro, nel senso che di fatto la bambina viene ceduta, venduta, comunque abusata, e il matrimonio «ripara» una violenza già avvenuta. In Medio Oriente è eclatante il caso dello Yemen, dove le bambine muoiono spesso di parto, ma il matrimonio forzato si pratica ovunque: dal sub-continente indiano, dove c’è un legame stretto con la dote che la ragazza porta con sé al matrimonio, a tutta l’Africa sub-sahariana, con un picco in Niger. E anche dove la legge vieta questi matrimoni, come in Sierra Leone, nella realtà tutte le donne tendono a sposarsi giovanissime perché non è facile cancellare abitudini, tradizioni e cultura in un contesto di emergenza economica e alimentare».

Vendute, cedute, massacrate, abusate e violentate fino alla morte, le spose bambine sono, secondo l’Onu, circa 60 milioni sparse nel mondo. In Medio Oriente la situazione è più difficile da valutare perché il fenomeno non è censito, ma in Turchia tre spose su dieci sono adolescenti, soprattutto nelle aree orientali del Paese e nell’Anatolia, mentre in Arabia Saudita, dove si applica la sharia, la legge islamica, e dove qualche anno fa una bimba di 8 anni si è vista negare il divorzio da un uomo di 50 dal tribunale di Unayzah, non è prevista un’età minima per il matrimonio e, come afferma Mohammad Al Abbas, funzionario dell’Ente governativo dei diritti umani, «con il consenso del tutore, un contratto matrimoniale si può fare anche per una bambina di un anno». La regolamentazione giuridica dunque non è un ostacolo e anche in un Paese come la Giordania, dove l’età minima per sposarsi è 18 anni, il giudice ha la facoltà di consentire il matrimonio al di sotto di quell’età se ritiene che ciò sia nell’interesse della ragazza.

Emanuela Morolo, presidente di Differenza Donna di Roma e fondatrice del Centro antiviolenza Mehwar in Palestina, dice che in quel territorio «le famiglie vendono le figlie di 13 anni a uomini di 50 con conseguenze spaventose e con violenze indicibili su soggetti completamente impreparati». Come Dalal, una delle ospiti del centro Mehwar che ha subito stupri e maltrattamenti per anni, venduta a 12 anni a un uomo di 50 anni e dopo un anno tolta al marito dal padre e ceduta, con il nome della sorella, a un altro uomo in cambio di denaro. «In Palestina – spiega Morolo – c’è anche un movimento di donne molto combattivo che vuole la messa al bando dei matrimoni precoci, ma la cosa difficile è monitorare cosa succede nei villaggi rurali a volte sperduti, in cui una bambina può passare da una vita familiare classica a una situazione di segregazione e schiavitù da parte di un uomo a lei sconosciuto, un evento traumatico in cui la vittima non riesce né a ribellarsi né a fuggire per chiedere aiuto, sprofondando in un buco nero».

La situazione più grave in quest’area è nello Yemen, il più povero tra i Paesi arabi, con zone rurali in cui il 50 per cento delle ragazzine ha già contratto un matrimonio e dove l’elenco delle «spose morte» è un bollettino di guerra. Qui qualche anno fa Fawziya Abdullah Youssef, costretta a sposarsi a 11 anni e subito rimasta incinta, è morta di parto dopo tre giorni di agonia e dopo aver dato alla luce un bambino morto, mentre Elham Assi, 13 anni, è morta l’anno scorso dissanguata dopo essere stata costretta a sposarsi con un uomo di 23 anni che l’ha violentata per giorni provocando, secondo i dati dell’autopsia, un’emorragia dovuta a gravi lacerazioni estese. «Nello Yemen – dice una operatrice umanitaria che da anni lavora nel Paese e che vuole rimanere anonima – il matrimonio delle bambine è un fenomeno in gran parte legato alla situazione economica. Le famiglie optano per un matrimonio precoce delle figlie per toglierle dal bilancio familiare. Ma non è solo questo, perché c’è anche il ruolo della donna in una società in cui l’istruzione delle bambine è spesso sacrificata a favore dei figli maschi e quindi è logico che, verso i 12 o 13 anni, le bambine siano pronte per il matrimonio, un avvenimento che le preserva da potenziali incontri con uomini al di fuori del matrimonio garantendo l’onore della famiglia».

Un anno e mezzo fa il parlamento yemenita ha discusso una legge per fissare a 17 anni l’età minima del matrimonio per le donne, con multe salate e persino il carcere in caso di violazione, ma gruppi integralisti e le donne con il niqab (il velo integrale) si sono opposti e la legge è rimasta ferma. «Al momento, con tutto quel che sta succedendo qui, la legge è passata in secondo piano, ma ci sono movimenti della società civile, nazionale e internazionale, che premono fortemente per farla passare; anche se il problema principale – continua l’operatrice – è che una norma di questo tipo può venir considerata anti-islamica e, data la confusione che c’è nell’interpretazione del Corano e degli hadith, i detti del Profeta, la sua applicazione non è scontata. Inoltre è sempre importante considerare chi interpreta il Corano e gli hadith: ovvero uomini».

Ma oltre a un discorso culturale e religioso, rimane il fatto che spesso il traffico delle spose bambine avviene in zone rurali, in villaggi sperduti e poco controllabili, e soprattutto nelle zone legate alla pastorizia dove il possesso della donna è pari a quello del bestiame. Una ricerca condotta in Afghanistan afferma che in quel territorio il 52% delle spose bambine il matrimonio avviene per saldare dei debiti: e tutto questo è sommerso. «Malgrado la legge stabilisca che 16 anni sono l’età minima per le ragazze per sposarsi – spiega Simona Lanzoni, direttrice progetti della Fondazione Pangea, che ha vissuto per tre anni in quel Paese – è normale trovare spose anche giovanissime, dagli 8 ai 10 anni, che si uniscono in matrimonio con uomini 20, 30 o 40 anni più anziani di loro. L’uso delle bambine come merce di scambio per sanare i debiti, o addirittura per fermare le faide tra famiglie rivali, è frequentissimo».

«Nell’attività svolta in Afghanistan – continua Lanzoni – abbiamo lavorato con molte donne che erano state spose bambine. In effetti circa metà della popolazione femminile afghana ha un marito molto vecchio: sposarsi giovani è considerato normale, non c’è il concetto del diritto all’infanzia ed è solo quando queste donne prendono consapevolezza che la vita può essere diversa, si ribellano e sono pronte a difendere le proprie figlie. Noi abbiamo avuto una donna che ha rischiato la vita per proteggere la figlia e che ora è in prigione. Una triste storia in cui il marito aveva acconsentito a cedere la figlioletta per riparare il torto fatto a una famiglia di cui aveva ucciso un componente maschio, quindi un atto molto grave, quando però gli uomini di questa famiglia sono venuti a prendere la piccola, la mamma, appoggiata dal cognato, si è ribellata. In conclusione il marito ha ucciso suo fratello tentando di uccidere anche la moglie che è riuscita a scappare, ma la cosa assurda è che infine il tribunale afghano ha condannato lui per gli omicidi commessi, ma anche lei per non aver pagato il debito alla famiglia rivale e aver sottratto la piccola».

Il problema però non è solo il matrimonio ma anche il parto precoce in quanto, sempre secondo l’Unicef, una bambina sotto i quindici anni è cinque volte più esposta di una ventenne, così come il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per una donna adulta. La morte in gravidanza, sia della mamma che del bambino, è un rischio altissimo che può riguardare un Paese in guerra come l’Afghanistan, in cui ci sono 1400 morti di parto su 100’000, ma anche Paesi come la Sierra Leone, che non sono più in guerra ma hanno una situazione sanitaria disastrosa e dove spesso succede che la condizione fisica di queste bambine sia tale da non riuscire a portare avanti la gravidanza, riportandone anche danni permanenti.

Quando non si arriva alla morte, le complicazioni di un parto precoce possono essere comunque atroci: 2 milioni di spose bambine nel mondo sono affette da fistole vescico-vaginali o retto-vaginali in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto, e come se non bastasse, le fistole causano incontinenza e l’odore di urina che proviene dalla fistola è così forte che le ragazze vengono scansate e abbandonate dall’intera comunità. «Spesso gli uomini non permettono alle mogli incinte di andare negli ospedali o dal dottore – dice Ranna Tarin, direttrice del Dipartimento degli Affari Femminili di Kandahar – e sappiamo che ci sono giovani donne che muoiono durante la gravidanza o il parto, ma non sappiamo esattamente quante siano».