Abortirai con dolore

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La salute delle donne è un argomento che non passa mai di moda soprattutto perché costantemente messa in discussione anche in quei paesi che dovrebbero attuare politiche che facilitino l’accesso delle donne al controllo riproduttivo. Il 28 settembre sarà la Giornata mondiale per la depenalizzazione dell’aborto e contro le morti per aborto clandestino, e alcune associazioni in Italia (tra cui l’Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto, l’Associazione Luca Coscioni,  l’AIED, ecc.) hanno presentato una petizione alla ministra della salute, Beatrice Lorenzin, per velocizzare l’IGV farmacologico estendendolo in regime ambulatoriale dato che oggi in Italia, a differenza di altri Paesi come la Francia, per interrompere una gravidanza con procedura farmacologica è previsto il ricovero ordinario di 3 giorni, e dove solo in Toscana, Emilia Romagna e nel Lazio si può praticare con un day hospital (ma solo perché regioni “disobbedienti”). In realtà, tra i tagli alla sanità e l’incombente presenza dei medici obiettori negli ospedali – la cui percentuale italiana (70%) è seconda solo al Portogallo (80%) – interrompere una gravidanza è diventato difficile soprattutto nel centro-sud, e alcune donne sono costrette a fare code interminabili che possono cominciare alle 5 del mattino con esito incerto. Circostanze che mettono in grave pericolo l’attuazione della stessa legge che invece dovrebbe essere invece garantita. Il grosso ostacolo a facilitare l’Igv è spesso legato all’idea che una donna possa “prenderla alla leggera” e usare l’aborto come se fosse un metodo contraccettivo, mentre invece quella dell’interruzione di gravidanza è un’esperienza che le donne vivono spesso in maniera traumatica e anche con grandi sensi di colpa proprio per il contesto culturale che le fa sentire responsabili di una vita che vanno a interrompere, dissociando così loro stesse dal proprio corpo, e come se fossero donne “sbagliate” a prescindere. Ma quello che è doveroso sottolineare è anche la premura che le istituzioni dimostrano rispetto al controllo su quello che una donna decide di fare della propria vita (non tutte le donne desiderano diventare mamma ad esempio) che nel caso dell’aborto farmacologico ambulatoriale diventerebbe quasi “sfacciato” perché praticato con troppa autonomia. Quest’estate è scomparsa Simone Veil che da ministra della salute nel 1974 riuscì a far passare la legge che depenalizzava l’aborto in Francia dopo un’estenuante battaglia parlamentare che le costò insulti e aggressioni pubbliche. I tempi sono cambiati ma solo in apparenza, e anzi per certi versi sono anche peggiorati. In Europa coesistono ancora oggi Paesi come Malta, in cui l’aborto è vietato in ogni caso, e la Svezia in cui l’obiezioni di coscienza dei medici non esiste neanche, e non mancano aggressioni delle istituzioni alla legge, come anni fa in Spagna e l’anno scorso in Polonia (dove la legge è già restrittiva), o i tentativi di boicottare l’Igv attraverso l’obiezione di coscienza come in Italia o il Portogallo.

(da Passaparola Magazine – Rivista italiana in Lussemburgo e in Francia – settembre 2017)

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Mariella Gramaglia e il sogno di libertà

Mariella Gramaglia in India.

Mariella Gramaglia in India.

Ieri alla Casa Internazionale delle donne di Roma, un unico nome girava tra le sale e il giardino: Mariella Gramaglia. Un nome sussurrato, pianto, ricordato e raccontato da chi l’aveva conosciuta a chi non l’aveva mai incontrata. Occhi lucidi per la sua scomparsa dopo una lunga malattia, volti smarriti come di chi è consapevole che un altro pezzo importante della vita se ne va e vivrà solo nel ricordo e nelle parole dette o non dette. “State parlando di Mariella?”, chiedeva una donna mentre eravamo in giardino, per condividere quel dolore e quell’affetto di chi ha lottato insieme a lei.

“Mi chiamo Mariella Gramaglia – aveva scritto sul suo blog per presentarsi prima di partire per l’india –  sono nata a Ivrea e mi sono laureata in filosofia nel 1972. Tra Palazzo Campana, Mirafiori, Vanchiglia e Palazzo Nuovo ho visto molte albe lungo i viali e sotto i portici, quando Torino era fiammeggiante di molte passioni, ma non ancora swinging. Poi Roma e il femminismo, la grande scoperta della mia vita: quando i cuori delle donne hanno cominciato a cantare solo quando ne avevano voglia loro. Insieme alla politica ho cominciato il lavoro giornalistico: al Manifesto, alla Rai, al Lavoro, nelle riviste e infine a Noidonne, come direttrice nel 1985. Intanto nascevano due figli: Maddalena e Michele. Oggi due adulti, con dei bei sorrisi e due teste piene di idee”. Giornalista, scrittrice, docente, parlamentare negli anni Novanta nella Sinistra indipendente e assessora alle Pari opportunità al Comune di Roma (2001-2006), Mariella nel 2007 aveva scelto di andare a raccontare le donne in India lasciando tutto, perché le donne erano il punto intorno al quale girava tutta la sua vita: “Oggi, maggio 2007, lasciato il mio incarico di assessora, comincia una nuova storia. Vado in India, ad Ahmedabad, Gujarat, a collaborare con Sewa, un importante sindacato autonomo di donne, su incarico di Progetto Sviluppo e della Cgil. Amo l’India, ci sono stata molte volte, ma non ne voglio parlare qui sommariamente. Il blog nasce proprio per usare tutto il tempo e lo spazio che ci vuole per avvicinarmi prudente e modesta a uno dei soggetti più complicati che esistano. Dico solo che non sto scappando né dall’impegno, né dalla politica, che non ho una personalità particolarmente eroica o spericolata e che mi sto facendo un bellissimo regalo di libertà”. Un sogno di libertà che si concluse con “Indiana”, un libro fatto “nel cuore della democrazia più complicata del mondo”.

Una vita intensa, e sempre schierata dalla parte giusta, che oggi la Casa Internazionale delle donne di Roma ha voluto ricordare così, iniziando con l’incipit della poesia dedicata a lei e scritta da Edda Billi:

I SOLI SONO

LANTERNE ROSSE

ORA CHE IL TUO GIROTONDO

DI LIBERTA’

SFILA PER ALTRE CONTRADE.

MI PREME L’URLO

DEI TUOI CAPELLI

BIANCHI.

(Edda Billi)

Cara amica Mariella

Femminista, giornalista, scrittrice, parlamentare, amministratrice, critica letteraria e cinematografica… ricordare i tanti momenti creativi della storia di Mariella Gramaglia, le sue tante intuizioni di rinnovamento e di radicalità non è ancora sufficiente a dar conto della ricchezza della sua generosa esistenza e del debito che le donne, e in particolare le donne del femminismo romano, hanno verso di lei. Ora che dolorosamente dobbiamo accettare la sua perdita, i ricordi e le emozioni ci suggeriscono percorsi di riflessione sul suo modo di stare con noi, in un continuo e vivace confronto. Un luogo come la Casa internazionale delle Donne e, prima ancora, il palazzo di via del Governo Vecchio, è stato abitato da Mariella in modi, in tempi, con ruoli diversi, scanditi dalle diverse fasi del movimento e della città. Mariella è stata costruttrice di libertà femminile, non solo nel movimento femminista (come dimenticare la lucidità delle sue analisi sul venir dopo e andar oltre del movimento femminista rispetto al’68, o gli accenti appassionati nel suo ripercorrere le conquiste di quegli anni, a proposito, per esempio, del documentario di Paola Sangiovanni: “Ragazze, la vita trema”?) ma anche quando ha ricoperto ruoli importanti nell’amministrazione capitolina: la semplificazione, la cura dei tempi delle donne, la intelligente innovazione da lei messa in atto nei servizi della città hanno cambiato in meglio le nostre vite e la convivenza di tutti e tutte. Lo scrive lei stessa: “Lavorare nell’amministrazione di Roma, aprire le serrande della burocrazia, inventare nuove opportunità per i cittadini e servire la loro sovranità con fierezza, sono stati una sfida e un gusto quotidiani”. Il suo bisogno di libertà la spinse poi a cercare nuovi bandoli per capire il mondo: da qui la decisione, solo apparentemente improvvisa, di trasferirsi in India, per un progetto di cooperazione con la CGIL e con SEWA, un sindacato autonomo di donne indiane. “Lascio che le indiane e gli indiani mi cambino e mi facciano apprendere. Per guardare meglio il mio paese domani. Magari con gli occhi resi più precisi dalla lontananza con cui di solito guardiamo solo i paesi degli altri”.

In questi ultimi anni dopo il suo ritorno dall’India, anni di difficile elaborazione di lutti personali e collettivi, Mariella, coerente con la sua passione per l’impegno civile e politico (è tra le promotrici di Se non ora quando?) ha voluto approfondirne il senso e la ricchezza nella ricerca spirituale e nella “esplorazione del mondo interno”, nella profondità affettiva della relazione madre-figlia (lo straordinario, commovente dialogo con Maddalena, di cui abbiamo parlato in tante occasioni, e anche alla Casa delle Donne) come nelle raffinate analisi di testi letterari e cinematografici, che ci regalava dal sito di in-genere. Il suo ultimo bellissimo testo (in Epiche, a c. di Paola Bono e Bia Sarasini) a partire dalla trilogia di Deepa Mehta, pone domande importanti sulla possibilità per le imprese femminili di fare mondo e conferma con forza la ribellione delle donne indiane di fronte al sangue versato per la costruzione di una nazione, la necessità di affermare la loro estraneità a quella violenta grammatica elementare maschile. “Fare mondo”, spiega Mariella alla figlia, “vuol dire anche aspirare a influenzare il corso delle cose”, affermare la possibilità di libertà e costruirla, oltre le sconfitte della storia: “anche essere felici è un lavoro”.

Ciao cara amica Mariella: a Maddalena e Michele la nostra tenerezza nella gratitudine commossa del tuo ricordo.

La tua Casa Internazionale delle Donne

Aborto, una “marea violeta” invade Madrid (da pagina99.it)

foto madridSpagna – Decine di migliaia di persone manifestano contro la legge che riporta all’indietro i diritti delle donne in Spagna consentendo l’aborto solo in caso di stupro e pericolo di morte della donna. E l’ondata di protesta arriva nelle piazze europee, da Parigi a Roma

Aborto, una “marea violeta” invade Madrid 

01 febbraio @ 18.12 – Luisa Betti – da pagina99.it

È una marea violeta quella che nella mattinata ha inondato le vie di Madrid: decine di migliaia di persone, donne e uomini di tutte le età che sono arrivati da ogni parte della Spagna insieme al “Treno della libertà” partito dalle Asturie. L’appuntamento è alla stazione di Atocha, per sfilare nelle strade della capitale contro il progetto di legge proposto dal ministro della giustizia Gallardòn ,che vorrebbe ridurre l’interruzione di gravidanza ai casi di stupro o di pericolo di vita della donna certificata da due medici, cancellando così la precedente legge sull’aborto approvata nel 2010 da Zapatero. Una marea violeta inarrestabile che aumenta di ora in ora, e che procede decisa perché vuole voncere come la marea blanca che ha fermato la privatizzazione di alcuni ospedali pubblici di Madrid. Quello che questa gente vuole, è il ritiro della proposta di legge sull’aborto del governo Rajoy, ed è per questo che nelle strade di Madrid, oggi, la parola d’ordine è “Gallardòn dimission!”, un coro che quando arriva sotto il ministero della Sanità, grida forte per avere anche le dimissioni della ministra Ana Mato.

In bella vista c’è lo striscione del treno della libertà, su un altro c’è scritto “Nosotros decidemos”, una ragazza ha disegnato sulla sua pancia nuda “fuori la chiesa dal mio ventre”, e nelle mani il fiume di gente tiene strette bandierine con i simboli femministi, ombrelli rossi aperti ma anche le bandiere delle province e delle regioni spagnole chiamate a raccolta stamattina contro la legge Gallardòn, raffigurato in piazza come un dracula gigante di cartapesta.

Gill McBride, un’australiana catapultata a Madrid per manifestare insieme alle donne spagnole, racconta dalla piazza: “E’ un fiume di gente così grande che non si riesce a vedere né la fine né l’inizio del corteo. La strada della manifestazione è enorme; sembra il raccordo di una grande città pieno di persone di tutti i tipi”. Gli striscioni non sono numerosi ma le bandiere della repubblica spagnola svettano per aria insieme a quelle azzurre delle Asturie. E’ uno spettacolo festoso; chi balla, chi canta: “Accanto a me c’è una nonna che sbatte sul coperchio di una penatola e grida slogan, è incredibile la forza e la vitalità di questo corteo, e quello che risalta è che si tratta di persone normali, famiglie, che sono qui perché vogliono decidere per se stessi, tutti”. Le ore passano e le donne che sono in testa avanzano gridando: “Gallardón, io controllo il mio utero”, e non arretrano davanti alle tre fila di transenne. Poco prima delle 14, ora in cui il documento “Porque Yo decido”, firmato da 334 associazioni, deve essere consegnato, il ministro degli Interni Jorge Fernandez Diaz fa sapere che il governo ha già stabilito la sua posizione nel progetto di riforma della legge sull’aborto e che “nulla è più progressista nella vita che tutela i più svantaggiati”, frase che arriva dopo la dichiarazione del minstro Gallardòn che, già nella giornata di ieri, si era detto pronto a lasciare il governo ove passasse una pur minima modifica al suo articolato di legge. Arrivate alle transenne, alcune donne vanno a trattare con le forze dell’ordine, per portare il documento al palazzo del congresso. Quando riescono ad oltrepassare le sbarre e a consegnare il documento che chiede di ritare la proposta di legge antiabortista e di lasciare quella attuale, scoppia un applauso che contagia la piazza, e tutti gridano: “Si può! Si può!”.

Una possibilità che diventa più reale perché a sostenere le donne e gli uomini spagnoli che oggi sono scesi in piazza ci sono altre città del mondo che manifestano: da Londra a Parigi, Lisbona, Dublino, anche grazie a un passaparola che è stato determinante sui social network, più che sull’informazione tradizionale, e che ha lavorato  a livello internazionale. Dopo le 14 sono iniziate infatti le manifestazioni un po’ ovunque, a cominciare dalla Francia dove più di 90 associazioni e gruppi si sono mobilitate nelle diverse città, e dove tutti i consultori francesi si sono mossi per questo appuntamento del primo febbraio. A Parigi, sotto l’ambasciata spagnola, c’erano bandiere e striscioni in difersa dei diiritti delle donne e non hanno partecipato solo donne ma anche molti uomini, e la stessa Anne Hidalgo, la candidata socialista a sindaca di Parigi di origine spagnola, era lì con loro.

In italia le donne si sono ritrovate in moltissime città anche sotto la pioggia: Firenze, Bologna, Napoli, Torino, Palermo, e in tutte quelle in cui si erano date appuntamento con la rete  Womenareurope. In particolare a Roma la manifestazione sotto l’ambasciata spagnola è stata molto vivace e partecipata: “Ci sono le ginecologhe, le ostetriche, anche alcune parlamentari, ma posso dire che in realtà ci sono tutte le associazioni e i collettivi di donne romane che conosco, oggi ci siamo tutte qui – dice Francesca Koch della Casa internazionale delle donne – e soprattutto vedo tante giovani che sono, direi, molto arrabbiate”. Gli slogan e gli striscioni nella capitale sono: “il corpo mio e io decido”, “io decido se essere madre”, “io decido di non fare il passo indietro”, e le ragazze buttano i coriandoli ovunque. Meno partecipata quella di Milano, per una pioggia battente che però non ha impedito di far scendere in strada donne e uomini, soprattutto ragazzi, che hanno partecipato alla manifestazione sotto il consolato spagnolo.

1 febbraio – #MiBomboEsMio. Giornata europea contro la legge Rajoy sull’aborto (da pagina99.it)

 

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Primo febbraio / Dove e come si riempiranno le piazze in tantecittà europee per la mobilitazione contro il dietrofront spagnolo sui diritti delle donne. 
Si parte da Madrid, con "il treno della libertà".

#MiBomboEsMio. Giornata europea contro la legge Rajoy sull’aborto

31 gennaio 2014 – di Luisa Betti – da pagina99.it

Il “Treno della libertà” che sabato parte dalle Asturie e arriva alla stazione di Atocha a Madrid alle 12 del primo febbraio, si unirà con altri gruppi arrivati da ogni parte della Spagna per portare entro le 14 al parlamento spagnolo il documento “Porque Yo decido”, firmato da 334 associazioni contro la proposta antiabortista del governo di Mariano Rajoy. La rete delle donne europee, Womenareurope, si è organizzata contro il disegno di legge spagnolo del ministro della giustizia Alberto Ruiz Gallardón – che prevede l’aborto solo in caso di stupro o grave pericolo per la donna certificato da due medici – e sta dando vita a una risposta globale. Oltre alle manifestazioni del primo febbraio, la rete guarda all’8 marzo per una mobilitazione a favore dei diritti delle donne. Ma è il 29 marzo che le spagnole chiameranno a raccolta tutte le associazioni d’Europa per dare vita alla Conferenza sulla libertà delle donne: un incontro che, pur lanciato dal Partito socialista europeo (Pse), è diventato aperto a tutte quelle che singolarmente o a gruppi arriveranno il 29 marzo a Madrid. Gruppi che avranno modo di incontrarsi e confrontarsi anche prima, durante l’evento “One Billion Rising”, che il 14 febbraio farà scendere nelle piazze le donne di tutto il mondo con la parola chiave: giustizia.

Nel giro di un mese, la protesta contro la legge Gallardón, cominciata su twitter con l’hashtag #MiBomboEsMio (il mio pancione è mio), è diventata virale con una continua adesione al documento “Porque Yo decido”, reperibile online e ormai tradotto in sette lingue. E anche se l’epicentro della protesta è Madrid, il primo febbraio le donne scenderanno a manifestare sotto le ambasciate e i consolati spagnoli in diverse città del mondo: Roma, Milano, Napoli, Firenze (v. elenco sotto) ma anche a Londra, Parigi, Dublino, Lisbona, Buenos Aires, Quito e Santo Domingo; chi non potrà esserci può comunque inondare di email le ambasciate spagnole (per l’Italia emb.roma@maec.es oppure cog.roma@mae.es).

Il progetto di legge, che vorrebbe sostituire la precedente “Legge per la salute sessuale e riproduttiva e per l’interruzione volontaria della gravidanza” approvata da Zapatero nel 2010, si chiama “Protezione dei diritti del concepito e della donna in gravidanza”: un progetto contro cui si è schierato tutto l’arco parlamentare di opposizione spagnolo – dal Psoe a Izquierda Unida, al partito nazionalista basco – e che ha spaccato anche il partito popolare di Rajoy (al punto che la sua conversione in legge è stata rinviata a dopo le elezioni europee). Una riforma, quella spagnola, che avrebbe come scopo “aumentare la natalità” e “favorire la maternità”, senza passare dal consenso della donna.

In Italia le donne e le associazioni che si sono schierate con le spagnole sono in continuo aumento e vanno dai centri antiviolenza alla Casa internazionale delle donne di Roma, passando per l’Udi, le giornaliste di Giulia, Snoq Factory, Cgil Roma e Lazio, Punto D, Assolei, Differenza Donna, Zeroviolenzadonne, Laiga e moltissime altre sigle e gruppi (tutte le adesioni sono sul sito Womenareurope). Per portare fisicamente il testimone di questa adesione, il primo febbraio partirà anche una delegazione da Firenze, dove è nata la rete di solidarietà italiana.

Ma l’indignazione delle donne europee in materia di tutela della salute riproduttiva parte da prima del caso spagnolo, ovvero dalla bocciatura nell’Europarlamento della cosiddetta “risoluzione Estrela” in cui si chiedeva, oltre a un impegno dell’Europa sulla tutela della salute riproduttiva, anche di regolamentare l’obiezione di coscienza in quanto “i casi di Slovacchia, Ungheria, Romania, Polonia, Irlanda e Italia” dimostrano come ormai “il 70 per cento dei ginecologi e il 40 per cento degli anestesisti coscientemente evitano di fornire servizi sull’aborto” in una parte importante dell’Europa. La risoluzione, presentata dell’eurodeputata socialista portoghese Edite Estrela, è stata contestata dai conservatori e dalle destre, ma affossata poi dalla decisiva assenza di un gruppo di europarlamentari italiani del Pd. Nel rapporto si sottolinea il fattto che “più di un quarto degli Stati membri non dispone di dati sulle percentuali di interruzioni di gravidanza seguite da un professionista medico specializzato”, in altre parole sugli aborti clandestini.

Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale sanità), l’aborto non sicuro rimane una delle quattro principali cause di morte e lesioni in tutto il mondo connesse alla gravidanza, insieme a emorragia, infezioni e ipertensione; e nonostante i grandi miglioramenti recenti nel tasso globale di mortalità materna, la percentuale di decessi attribuibili all’aborto non sicuro è stabile al 13% ovvero a 47.000 morti ogni anno: decessi che si verificano per la maggioranza in paesi con leggi molto restrittive. A questo vanno aggiunte gli 8 milioni di donne che soffrono di lesioni gravi, e talvolta permanenti, a seguito di complicazioni da aborto candestino, e circa 3 milioni di adolescenti che rischiano la vita con aborti illegali.

Un paio di anni fa la rivista scientifica Lancet, pubblicava il rapporto del Guttmacher Institute (NY, Usa), dove Gilda Sedgh, tra le autrici dello studio, sottolineava che “la quota crescente di aborti è nei paesi in via di sviluppo” ovvero “dove queste procedure si svolgono spesso in modo clandestino e pericoloso”. Lo studio riferiva che dal 2003 in poi, gli aborti annuali erano calati di 600.000 nei paesi sviluppati, ma erano aumentati di 2,8 milioni nei paesi emergenti; e che se nel 2008 si erano registrati 6 milioni di aborti nei paesi ricchi, nei paesi emergenti ce n’erano stati 38 milioni. Secondo lo studio l’Europa occidentale, il Nord America e il Sud Africa (dove il 90% delle donne è tutelato dalla South Africa’s liberal abortion law del ‘97), hanno il più basso tasso di aborti nel mondo, mentre l’America Latina e l’Africa, soprattutto dove la legislazione sull’aborto è restrittiva, il tasso di abortività è molto più alto.

Una variante importante, sottolinea la ricerca, è l’accesso alla contraccezione. Un esempio: se l’aborto è ampiamente legale sia in Europa occidentale che in quella orientale, la percentuale di aborti più alta nell’est (il 43 per 1.000 contro il 12 per 1000 nell’Europa occidentale) è causata dal minore uso dei contraccettivi. E’ da situazioni come queste che si deduce come il fattore culturale e di educazione alla sessualità rimanga primario ovunque, e che la semplice legalizzazione dell’aborto non basta. Un altro esempio è l’India dove, sebbene l’aborto sia legale dal 1971, esiste un’alta percentuale di donne che ricorrono all’aborto clandestino e non sicuro “perché rimangono all’oscuro della legge – spiega il rapporto – e non riescono a superare gli ostacoli culturali, finanziari e geografici per avere acesso a servizi in condizioni sanitarie sicure e con medici professionisti”.

Altri esempi anomali sono l’Irlanda (dove solo di recente è stata introdotta una legge che permette l’aborto in caso di pericolo della madre – compresa la minaccia di suicidio e il disagio psichico) e Malta (dove ancora è illegale abortire). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le morti legate alla gravidanza sono rare sia in Irlanda che a Malta perché le donne sono state sempre in grado di spostarsi facilmente nei paesi vicini dove l’aborto è legale (da non dimenticare il caso di Savita Halappanavar, la donna di origine indiana morta di setticemia in un ospedale irlandese nel 2012 perché i medici si erano rifiutati di eseguire l’aborto).

In conclusione, e sempre secondo lo studio del Guttmacher Institute, “il numero di aborti può essere ridotto evitando gravidanze indesiderate attraverso un maggiore accesso ai servizi di pianificazione familiare di qualità”, anche se per gli aborti possibili “i servizi non sicuri devono essere sostituiti da servizi sicuri, per il bene della salute e della vita delle donne”, ed è per questo che “i governi hanno l’obbligo di rimuovere le barriere giuridiche penali o di altro genere ai servizi, in modo che questo aspetto fondamentale del diritto umano globale alla salute possa essere pienamente realizzato, come ormai riconosciuto anche da il rapporto 2011 del Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani”.

Le mobilitazioni per il 1 febbraio

In Spagna

L’appuntamento del 1 febbraio per “El Tren de la libertad” che arriva dalle Asturie e per i gruppi che provengono da tutta la Spagna e da altri paesi, è sulla spianata alla fine di Calle Claudio Moyano all’incrocio del Paseo del Prado (vicino alla stazione di Atocha ) alle12:00, da lì ci si dirige alla Camera dei Rappresentanti per consegnare il documento “Perché io scelgo” al primo ministro, al presidente del Congresso, alla ministra Ana Mato, al ministro Gallardón e a vari gruppi parlamentari.

In Italia

BOLOGNA – piazza del Nettuno, ore 15.00.

CAGLIARI p.za Costituzione (sotto il bastione), ore 16.00.

CATANIA – sotto la Prefettura,  ore 11.00.

COSENZA – assemblea pubblica per parlare della legge spagnola

FIRENZE – via de’ Servi 13, alle 15.30, sotto il Consolato spagnolo.

MESSINA – piazza Cairoli, ore 11.00

MILANO – via Fatebenefratelli 26, dalle ore 14.00, sotto il Consolato spagnolo.

NAPOLI – consolato spagnolo, in via dei Mille 40, ore 16.00

PISTOIA – arriveranno a Firenze con il “vagon de la libertad”.

RAVENNA – piazza Andrea Costa dalle 16 alle 18.

REGGIO CALABRIA – corso Garibaldi, teatro “Cilea” dalle ore 16:30

ROMA – Piazza Mignanelli (piazza di Spagna), ore 15.00, sotto l’Ambasciata spagnola.

SIENA – sit in Piazza Salimbeni dalle 16.00 alle 19.00

TORINO – piazza Castello, ore 15.00

VERCELLI – Via Cavour, ore 16.00 – 17.00

In altri paesi

FRANCIA – in tutte le città dalle 14.00 in poi.

PARIGI –  Place Joffre (École Militaire) à lAmbassade d’Espagne, ore 14:00.

LONDRA – in treno da Charing Cross a Waterloo Est, ore 13:00 ad Hungford Bridge.

DUBLINO – ore 14.00 Ambasciata spagnola.

LISBONA – ore 14.00 Ambasciata spagnola.

BUENOS AIRES – Giovedì 30 gennaio ore 12.00 sotto l’Ambasciata di Spagna.

REPUBBLICA DOMINICANA – Mujeres dominicanas se montan en tren de la libertad.

ECUADOR – consolato di Spagna a Quito, e in solidarietà con le spagnole ci saranno le 200.000 ecuadoriane residenti in Spagna.

Boldrini /Fedeli: Immagino un Paese dove il potere femminile sia vissuto come una cosa normale (2013)

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Il Paese che vorrei

La 27esimaora – Corriere.it – 17 NOV

Luisa Betti  

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Una sorta di brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una specie di sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (Global Gender Gap Report del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie che questa settimana mette a confronto due donne con cariche istituzionali:Laura Boldrini, presidente della camera dei deputati, terza donna che nella Repubblica italiana ricopre questa alta carica dello stato, e Valeria Fedeli, vicepresidente vicaria al senato. Due donne che, in maniera diversa ma affine, tentano di mettere in atto un cambiamento attraverso un’ottica di genere a partire dai loro ruoli istituzionali: nel linguaggio, nella cultura, in quello che propongono, ma soprattutto nel modo in cui esercitare un potere storicamente maschile.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?

Dovrebbe cambiare la cultura, sia per le donne che per gli uomini, con un’equa rappresentanza nei luoghi decisionali a partire dalle istituzioni stesse. Senza questo, il cambiamento non può avvenire. È un fatto di democrazia. Le donne possono davvero cambiare le carte in tavola ma devono poter decidere.

Come dovrebbe essere l’Italia? Intanto potrebbe essere un Paese diverso se tutte noi ci impegnassimo fin da bambine a non cedere alle pressioni e a esigere dai nostri fratelli pari suddivisioni di oneri in famiglia. Sono la prima di 5 figli e da piccola con mia sorella avevamo stabilito un punto: se aiutavano i fratelli, lo facevamo anche noi, altrimenti no. Oggi i miei fratelli sono uomini che a casa si danno da fare senza risparmiarsi.

Una ripartizione equa senza la quale forse è inutile parlare di pari opportunità?

Se c’è’ una ragazza più preparata di un ragazzo ma non viene scelta perché un giorno potrebbe decidere di fare un figlio, significa che non è cambiato nulla. Le donne che lavorano possono rimuovere gli ostacoli all’autodeterminazione delle altre donne, e questo fa bene a tutti. Vi ricordate il pane e le rose? Il pane è il salario e le rose sono le relazioni, cioè gli altri, la capacità di relazionarsi nell’idea che io sto bene se stanno bene gli altri. Tutelare il bene comune e costruire un futuro migliore è un valore per le donne ma fa bene anche agli uomini.

La divisione degli oneri non dovrebbe rappresentare un’eccezione, è essenziale ed è il punto di partenza, così come il pieno rispetto dei generi all’interno di una classe di scuola e di un nucleo familiare. Con questi presupposti di base gli uomini saranno naturalmente pronti a farsi carico di quello che ancora adesso viene attribuito alle donne come naturale e scontato. Una riflessione che deve partire dalle donne stesse. Noi non pensiamo mai quanto pesa la nostra carriera su altre donne, su nonne, baby sitter, tate, mentre il problema centrale rimane un welfare che non c’è.

Un welfare che in Italia non è mai stato un granché e che con la crisi sta per sparire.

Per fare un esempio, nel Nord Europa non esistono le badanti, e se accettiamo l’idea che solo poche donne possono andare avanti lasciando dietro tutte le altre, noi non saremo mai veramente emancipate. Perché solo quando tutte le donne potranno accedere a tutti i diritti, allora si potrà parlare di un reale avanzamento. Un paese per donne è un welfare che possa permettere a uomini e donne di fare lo stesso percorso senza eccezioni.

La scuola è un ambito su cui intervenire?

I punti sono tre: la famiglia, come dicevo, la scuola e i media. È fondamentale anche un sistema mediatico che valorizzi le donne senza insistere in maniera così pressante sugli stereotipi, che sono una gabbia mortale sia per noi che per gli uomini. La liberazione dagli stereotipi, è una liberazione per tutti. Ci si sente più autentici.

Proverei a immettere il benessere soggettivo nel discorso che stiamo facendo, sia per un uomo che per una donna. Liberarsi dagli stereotipi significa averne consapevolezza, vuol dire conoscere per poter cambiare attraverso un concetto di autonomia e di sostenibilità globale senza discriminazione. E per fare questo si deve partire per forza da un’istruzione che tenga conto del rispetto dei generi.

Partiamo da cose concrete: qual è la prima cosa da fare?

La prima cosa, secondo me, sono i testi scolastici e i programmi, che vanno cambiati dalle elementari introducendo conoscenze che tengano contro dei generi. Ma introdurrei anche la formazione per gli insegnanti fatta in termini professionali. Non è facile ma è la prima cosa.

Per me è fondamentale dare eco nel dibattito pubblico, con un approfondimento che riporti all’attenzione nodi come la discriminazione sul lavoro fino al femminicidio. Chi ha incarichi istituzionali ha il dovere di portarlo avanti, dando voce alle donne: dalle sindache minacciate dalla ‘ndrangheta alle giovani che non trovano lavoro. Ma deve essere fatto dando segnali chiari. Immettere nel dibattito pubblico una questione non risolta ma solo sopita in questi anni in Italia, significa rimetterla all’ordine del giorno anche quando non è prevista. Come si è fatto con la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, su cui ora stiamo stimolando gli altri Paesi per arrivare a 10 ratifiche e renderla così vincolante. Questioni che in generale sono scottanti, date le reazioni che suscitano.

Avere il coraggio di squarciare il velo a qualunque costo?

Sì, squarciare il velo è importante a costo di essere attaccate. La Convenzione di Istanbul la più straordinaria piattaforma sugli stereotipi che abbiamo perché contiene indicazioni su che fare a partire dalla prevenzione e con interventi a 360 gradi, compresi scuola e media. A questo aggiungerei che la presidenza della Camera amplifica costantemente con i suoi interventi, tutto il lavoro delle altre in positivo, anche di quella percentuale di donne in parlamento che incarnano una cultura differente.

È un rapporto difficile quello delle donne con il potere?

In questo Paese il rapporto tra donne e potere è variegato, com’è normale che sia. Quello che mi piacerebbe vedere, però, è la fine della sottomissione al capo gruppo maschio e l’esercizio di un pensiero autonomo delle donne. Sono molto rammaricata, per esempio, che nella corsa alla leadership del mio partito ci siano solo gli uomini. Appena fatta la direzione del Pd, io e poche altre abbiamo fatto un appello alle donne per candidarsi, ma se non hai una forte rete, non ci riesci. Le donne dovrebbero farsi delle domande su quanto sia importante essere sostenute e sostenere.

Le donne, spesso, non si avvicinano al potere non solo perché non hanno sostegno ma anche perché non hanno abbastanza autostima. Quindi attuano un’autocensura a priori. Fatti i necessari distinguo, diciamo che generalmente non osano ambire a ruoli di potere perché lo ritengono un terreno riservato agli uomini. E se s’incamera un diritto come fosse una concessione, non ci siamo. Per accedere a ruoli decisionali, le donne devono essere in grado di percepirlo come normale, e non c’è dubbio che quando questo avviene, e cioè quando vi è accesso di donne consapevoli a ruoli apicali, queste donne rischiano di più ma possono essere efficaci nel cambiamento. La mia esperienza nelle crisi umanitarie, ad esempio, mi ha insegnato che quando gli aiuti vengono dati alle donne arrivano al nucleo familiare a vantaggio di un certo numero di vite, mentre se vengono distribuiti al capo comunità, spesso si disperdono perché vengono utilizzati per altri scopi.

Le donne sono più capaci nelle situazioni di crisi, se hanno un potere decisionale autonomo dagli uomini?

In situazioni di crisi le donne dovrebbero avere una posizione predominate, dovrebbero essere coinvolte nelle trattative. Tenerle fuori dai tavoli decisionali è controproducente, poiché le donne sono spesso le prime a essere colpite sia in un conflitto che in una crisi economica, quindi sanno meglio di cosa c’è bisogno, sanno cosa fare e come farlo. È necessario valorizzare questi aspetti, se si vogliono trovare le soluzioni.

Cosa significa ricoprire un’alta carica dello stato per una donna?

Come in tutti gli ambiti è più dura e non si fanno sconti. Qualsiasi svista viene considerato un errore e il terreno a volte sembra minato. Per quanto mi riguarda, come nel mio precedente lavoro, lo porto avanti con impegno e non mi risparmio. Entro alle 9 e non esco mai prima delle 10 di sera, e il week end sono sempre fuori, a contatto con la gente, dove mi chiamano, e spesso, quando rientro, mi ritrovo lettere infilate nella borsa, tutte con richieste d’aiuto. Nei primi sei mesi da presidente della Camera sono arrivate 35 mila email. E siccome voglio che tutti abbiano ascolto, rispondiamo sempre, perché ognuno merita una risposta. Io svolgo questo ruolo dando peso alle istanze delle persone.

È un modo “femminile” di esercitare il potere o la ricerca di una strada diversa?

Non saprei, posso solo dire che a me non interessano posizionamenti, privilegi. Ritengo piuttosto che la politica debba essere più umile, più a contatto e al servizio della gente, e deve saper chiedere scusa, perché è con umiltà che si rinsalda il patto tra istituzioni e cittadini, e bisogna essere capaci di farlo, ora. So che questa è una strada in salita ma so anche che è necessario percorrerla. Le donne mi dicono: lei ci rida dignità, e io non posso deludere.

Farsi chiamare la presidente, insistere sui cambiamenti, avere una forte determinazione a non fare mai un passo indietro rispetto a se stesse, è aprire una nuova strada anche nella gestione del potere. Lo dico sempre, io sono una femminista e su questo non faccio passi indietro, qualsiasi sia la mia posizione. Nelle iniziative che prendo, prediligo sempre il rapporto con le donne e per me fare rete a livello istituzionale significa già essere protagonista del cambiamento.

Proposte?

Per scardinare bisogna partire dalle donne oggi presenti nelle istituzioni, con incarichi di responsabilità e incarichi sociali. Queste donne devono rappresentare una parte della nuova classe dirigente in tutti gli ambienti. Se fossimo nella condizione di unirci per un cambiamento reale, potremmo attuare una vera trasformazione.

Il punto è: avere potere significa avere la meglio nelle correnti di partito e sugli assetti, o piuttosto entrare in sintonia con la società, in empatia con la gente? Non si tratta di essere ingenui, ma di capire che il cinismo ammazza tutto: il giornalismo, la politica, tutto. È una grande malattia del nostro tempo. E non basta essere donna per avere questa visione. Non tutte le donne, ovviamente, hanno la stessa sensibilità e gli stessi obiettivi.

 

Di Nicola/Luccioli: Immagino un Paese senza discriminazione fuori e dentro la giustizia (2013)

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Il Paese che vorrei

La 27esimaora – Corriere.it – 8 NOV

Luisa Betti

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Un brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (“Global Gender Gap Report” del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie. In questa puntata entriamo nei palazzi di giustizia con due donne che, in modi diversi, hanno affrontato il potere maschile: Maria Gabriella Luccioli, Presidente di Sezione della Corte di Cassazione, e Paola Di Nicola, giudice presso il Tribunale penale di Roma. Prima donna a entrare nella Corte di Cassazione 30 anni fa e prima giudice a essere ammessa tra gli 8 candidati che si sono contesi a maggio di quest’anno, la nomina alla presidenza della Corte suprema di Cassazione (ora ricoperta da Giorgio Santacroce), Gabriella Luccioli ha segnato diversi momenti storici nella vita di questo Paese: con la sentenza Englaro, quella sull’uso nelle Ctu dei tribunali della non verificata Pas (Sindrome di alienazione parentale), e quella che ha affidato un bambino alla madre insieme alla sua compagna, piuttosto che a un padre violento. Un mondo, quello della magistratura, che ha vietato l’accesso alle donne fino al 1963 e che Paola Di Nicola ha descritto nel suo libro: La giudice. Una donna in magistratura, (Ghena Book, 2012), raccontando la sua storia personale e professionale, e dando un certa idea sull’impatto dei pregiudizi di genere in un luogo di potere come questo.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?

È un discorso lungo, perché dovrebbero esserci tante cose insieme. Prima di tutto dovrebbe essere un Paese che non ha bisogno di quote per promuovere le donne, e in cui le donne stesse non siano valutate per avvenenza ma per impegno e capacità. Un luogo che possa fare a meno dell’uso del corpo femminile come oggetto nelle pubblicità, nei media, ovunque, e dove il linguaggio non sia espressione del più becero machismo. Bisognerebbe, insomma, rifondare tutto su una cultura priva di stereotipi: cosa che può avvenire solo dopo una profonda elaborazione della necessità di superare i pregiudizi sulle donne.

Intanto dovrebbe diventare un Paese civile dove la differenza e il senso del limite diventano sintomi di consapevolezza e non di carenza. Un luogo dove il potere non sia più una forma di sopraffazione o di esercizio della forza ma che abbia un aspetto umano, sia attraverso il corpo di un uomo o di una donna. E poi mi piacerebbe un Paese in cui non ci si debba vergognare delle differenze, anzi. Le donne sono il concentrato della differenza e per questo sono i principali bersagli di pregiudizio.

Gli uomini cosa farebbero senza stereotipi?

Secondo me, gli uomini si libererebbero anche loro da questa gabbia, perché alla fine sono faticosi per entrambi. Un buon inizio per gli uomini, sarebbe cominciare a interrogarsi sul perché commettono violenza sulle donne, cosa li spinge a diventare stalker, e perché devono maltrattare le loro compagne per sentirsi forti.

Se si andasse nella direzione dello smantellamento degli stereotipi, ci sarebbe un grande vantaggio per tutti. Con diverse relazioni ispirate al rispetto reciproco, si mettono le basi per un dialogo più sano. C’è da dire che per fare questo c’è una sola chiave: l’educazione, sia nelle famiglie che a scuola. In famiglia, il ruolo delle mamme che educano i figli maschi è importantissimo, è il modo per un superamento totale della valorizzare del modello maschile di riferimento. E nella scuola bisognerebbe cominciare da subito, da piccoli, facendo giocare maschi e femmine con gli stessi giocattoli.

Quindi la scuola è un punto di partenza.

Sì, e come materie incentiverei lo studio dell’educazione civica, naturalmente, e farei leggere la costituzione in tutta le sue possibilità, ma introdurrei anche lo studio della storia delle donne. Però, prima, vanno cancellati gli stereotipi. Questo lo dico perché lo vedo come nonna, e non solo a scuola ma anche nella scelta del tempo libero e dello sport: i bambini vanno al calcio e le femmine a danza, così diventa un dato ineluttabile, non puoi sfuggire.

Diciamo che comincerei dalla scuola materna, insegnando la differenza di genere a bambini e bambine, perché solo distruggendo gli stereotipi dall’inizio ce la puoi fare. E poi cambierei il modello che da duemila anni ci costringe all’idea della femmina da proteggere, perché impedisce di essere protagoniste della propria vita. La consapevolezza è la cosa più importante, solo quando si aprono gli occhi allora viene tutto fuori. Una cosa che mi capita anche ai processi.

Può spiegare meglio?

Parlo delle donne che denunciano il compagno o il marito violento dopo tanto tempo, ma anche degli uomini che si meravigliano quando vengono condannati, soprattutto se si stratta di maltrattamenti o stalking. Diciamo che se c’è una violenza grave, fisica o sessuale, è evidente che si tratta di un reato, ma se ci sono maltrattamenti e violenza piscologica, ci si meraviglia che si tratti di reati. Mi è capitato diverse volte, e questo vale anche per persone istruite, con tanto di laurea. Il problema è il modello introiettato, quello che scambia la violenza con l’amore, e che riguarda sia gli uomini che esercitano questo controllo, sia le donne che lo subiscono e non lo mettono a fuoco. Se noi non rompiamo questo meccanismo e non indichiamo gli stereotipi come base di modelli malati, questi continueranno a essere diffusi e quindi a essere considerati normali. Per dirla tutta, se non cambiamo il modo di pensare, tutte le leggi sono inutili, qui va reimpostata l’identità della persona e delle relazioni.

Nella Giustizia italiana come funziona, ci sono stereotipi?

Bisogna fare delle distinzioni perché alla fine i pregiudizi verso le donne sono così profondi che ti condizionano a 360 gradi. Noi, in magistratura, siamo ormai al 48% e in generale c’è un atteggiamento diverso dei colleghi rispetto al passato. La donna giudice però, continua a essere vittima di pregiudizio nel quotidiano. Faccio un esempio pratico capitato a me: sono a Roma e fuori dall’udienza, l’imputato chiede al carabiniere “oggi sarò giudicato da un giudice o da una donna?” Cioè, l’istituzione diventa alternativa al mio genere.

Per me è diverso, sono in Cassazione da vent’anni e il rapporto tra le parti non c’è, mentre quando ho iniziato la carriera, il pregiudizio verso di noi era fortissimo. Mi ricordo che la mia prima destinazione fu a Montepulciano, in Toscana, dove trovai un foro molto civile, che accettò bene il mio arrivo anche se ero una donna. La vera difficoltà, invece, fu con i colleghi, soprattutto quelli più giovani, che vedevano la presenza di una collega come un’ombra: c’era una diffidenza, uno scetticismo e una critica indescrivibile. Poi, una volta arrivata a Roma, è stato più facile e ho cominciato a ricevere complimenti, ma mi sentivo comunque e sempre sotto esame, e sentivo che al minimo errore sarei stata giudicata non meritevole.

Ma il pregiudizio che costruisce il tetto di cristallo per le magistrate, c’è o non c’è adesso?

Quando si tratta di posti decisionali, il fatto di essere una donna, conta. E su questo pregiudizio bisognerebbe discutere in magistratura, perché oggi è ritenuto un problema individuale: sei tu a doverti far valere, è responsabilità tua se si affievolisce la tua autorevolezza. E questo nega che ci sia un problema di genere, che invece ci sta perché il pregiudizio sulle donne è ancora forte. Un pregiudizio che non crolla in 50 anni e che l’assunzione del modello maschile a oltranza, anche da parte delle donne, non risolve.

In magistratura le donne sono il 48% e tra un po’ superiamo gli uomini, perché sono di più le donne che vincono il concorso e questo dimostra che sono più brave, è un risultato obiettivo. Mentre per quanto riguarda le nomine e gli incarichi direttivi, abbiamo un 18% nei tribunali e un 12% nelle procure, un numero inadeguato rispetto alla proporzione. Qui il discorso è articolato, perché se da una parte è vera una minore disponibilità delle donne a proporsi e a mettersi in gioco, spesso per gli incarichi si adduce il fatto che noi abbiamo meno anzianità perché siamo entrate dopo, che è un falso problema. La verità è che dietro ci sono criteri apparentemente neutri che nascondono uno stereotipo.

Che rapporto hanno le donne con il potere?

Noi abbiamo usufruito delle lotte femministe e quindi sembra che abbiamo più diritti, però poi ti rendi conto che non è così. Il diritto di entrare in magistratura ce l’ho ma non ho il riconoscimento di essere istituzione davanti a gran parte dei miei imputati e i pregiudizi non si fermano davanti all’aula di giustizia. E se poi nel rapporto con il potere, le donne vengono fagocitate dal modello maschile, c’è solo l’immobilità. Peccato, perché le donne consapevoli possono cambiare il mondo.

Sono andata al congresso di ANM (Associazione nazionale magistrati, ndr) tempo fa, e c’erano tantissime donne, e si aveva questo impatto forte, anche visivo, di una magistratura con donne autorevoli e con alcune che sono intervenute con grande piglio. Si vede che abbiamo raggiunto traguardi ardui. Però le donne hanno ancora poco potere, nel senso che stanno raggiungendo professioni impensabili fino a 10 anni fa, ma questa delle posizioni apicali è un tema forte sia in politica, che nelle università, come nella magistratura, in tutto.

Proposte?

Bé, il Consiglio superiore della magistratura ha solo 2 donne, e per i luoghi di potere il problema di genere è ancora da risolvere in Italia. Bisogna puntare a far entrare più donne.

Per quanto riguarda le donne nel Csm, la proporzione è ridicola. A luglio si voterà, e lì il discorso è complesso perché c’è il gioco delle correnti. Non so, forse si supererà questo tetto minimo, ma non credo ci saranno rivoluzioni, si parla di una riforma e si parla anche di quote nel Csm. Vedremo.

Puppato/Idem: Immagino un Paese dove ci prendiamo le redini e non aspettiamo che ce le diano (2013)

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Il Paese che vorrei

La 27esimaora – Corriere.it – OTT 31  

Luisa Betti

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Una sorta di brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una specie di sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (“Global Gender Gap Report” del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie che comincia qui con due donne che si sono distinte nel confronto con il potere maschile: la senatrice Josefa Idem, ex ministra delle Pari opportunità del governo Letta, e Laura Puppato, senatrice anche lei, che nel 2012 ha sfidato quattro uomini per la leadership del centrosinistra.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?

Per quanto mi riguarda, immagino un Paese che non ha più bisogno di quote, dove le donne sono protagoniste della propria vita professionale e affettiva, e dove possono scegliere quello che desiderano in ogni ambito, a partire dal lavoro e tutto il resto. Immagino una donna che non deve chiedere il permesso per nessuna cosa, che non conosce il senso di colpa, che non si alza per prima nei lavori di cura. Una donna che se decide di fare figli con un uomo, può sentirsi in un progetto condiviso non solo nelle linee teoriche ma anche nella quotidianità, dato che spesso gli uomini entrano nel merito per dire la loro ma poi delegano il lavoro pratico alle compagne. E poi vorrei un Paese che non rappresenti più la donna come la vittima con l’occhio nero coperta di lividi, ma che sia chiara l’immagine di un soggetto, e non di un oggetto, che si alza in piedi e dice forte e chiaro: “Non osare mai più”.

Io immagino un Paese dove non c’è più bisogno di discutere sul tema. Dove le donne ci sono e sono presenti, non per concessione maschile o perché è bene che ci siano, ma perché è un fatto normale, perché per competenza, capacità e storia professionale ci sono. Ecco, un Paese in cui sia prevista per le donne un’autentica autonomia di pensiero, sia praticata la vera libertà di espressione e di vita, e dove la differenza di genere esiste come e’ ovvio, ma non è una discriminante che determini una priorità maschile nel lavoro, nella gestione delle cose.

E gli uomini, che fine fanno?

Penso a un possibile modello di convivenza per tutti: uomini, donne, bambini e bambine, insomma tutti. Un modello di relazione che abbia come base un solido rispetto reciproco, e una perfetta corrispondenza. Ma per questo, invece dei corsi di autodifesa, bisognerebbe fare corsi di convivenza, cioè cominciare a pensare in positivo mettendo al primo posto l’educazione sentimentale. È così che si rende possibile un modello di rapporto allo stesso livello tra uomini e donne, anche nelle relazioni intime. E poi vorrei un mondo un po’ più autentico, con bellezze reali, sia maschili che femminili, dove non ci sia bisogno di Photoshop e dove i rapporti siano più liberi dagli stereotipi. C’è una mia amica che lavora in questo campo, fa ritocchi con Photoshop, ecco, lei per esempio sogna di mettere su una comunità di donne che collaborano tra loro e che incontrano gli uomini solo fuori, diciamo per amore. In fondo gli uomini fuori dal potere, sono anche graziosi.

Sono d’accordo, però insisto sul fatto che bisogna partire dalla scuola, dall’educazione famigliare fin da subito, dalla nascita. Suggerisco di inserire la filosofia fin dall’inizio, dalla scuola materna, da prima di cominciare a leggere e scrivere. Dovremo far conoscere la storia che hanno fatto anche le donne, oggi completamente occultate nei libri di testo. E poi bisogna conoscere il mondo, guardarsi intorno, aprirsi al mondo. In Italia abbiamo tolto la geografia, un’assurdità perché la geografia serve a conoscere, è politica se fatta bene. Così come anche l’educazione civica, parliamo tanto e poi se vai per la strada e chiedi la differenza tra un disegno di legge e un decreto legge nessuno lo sa. La scuola è il fulcro principale da dove comincia la trasformazione, solo così si cambia la mentalità, si modifica la cultura di una società.

Riformare la scuola e fare un gender planning nella culla?

Diciamo che è una grossa fetta. La scuola non può essere una sorta di bulimia, una indigestione di nozioni ma dovrebbe stimolare la mente a una riflessione critica. Una scuola che non s’immobilizzi sul voto ma che liberi il pensiero. Dare gli strumenti della messa in discussione del presente, e quindi anche degli stereotipi culturali, perché il laboratorio di decostruzione di questi modelli è la scuola. Le donne non si rendono conto pienamente della loro forza, perché non riconoscono il guinzaglio con cui sono tenute a bada, e quindi pensano che il limite che viene posto, la difficoltà nell’accesso al lavoro e l’esclusione dal potere, sia un fatto scontato. Se avessimo fin da subito strumenti di decostruzione di questo stereotipo, saremmo in grado di riconoscere e cambiare più velocemente la situazione che ci circonda e ci riguarda.

La gestione del potere è centrale in tutto questo discorso, e gli stereotipi sono certamente il muro che ci divide lasciando le redini strette in mani maschili. Mani che non mollano oggi e difficilmente molleranno domani. È impensabile che venga affidata alle donne una divisione equa di questo potere, malgrado siamo più della metà. La verità è che noi ce lo dobbiamo prendere questo potere, questo governo delle cose, ma prima di tutto dobbiamo essere convinte di poterlo gestire, sapendo fare anche meglio degli uomini.

Pensate a un colpo di mano per prendere il potere?

L’accesso al potere e alla gestione di un Paese, rientra nei pregiudizi. Si ritiene, pur non dicendolo apertamente, che le donne non ne siano capaci perché non sono abituate o perché non l’hanno mai fatto. Fa parte della discriminazione ed è uno degli stereotipi più forti. In verità noi abbiamo alle spalle 2000 anni di gestioni di nuclei familiari spesso allargati, in condizioni improbabili, in contesti persino impossibili anche solo da immaginare. Un sapere accuratamente occultato dalla storia. In Italia, soprattutto, la gestione del lavoro familiare è stata sempre portata avanti dalle donne, siamo noi che abbiamo risolto situazioni estreme, di sopravvivenza dei nuclei umani: perché le donne sono sempre state il cuore operativo della gestione di gruppi familiari. In ogni caso l’abitudine a gestire le difficoltà e a mandare avanti la “baracca” è il frutto di un lavoro quotidiano tramandato che ha costruito e sviluppato un sapere, quasi sempre misconosciuto o ridotto ad uno pseudo sapere, perché considerato solo un dovere. Diciamo un lavoro gratuito che facciamo da sempre.

Sono d’accordo, e vorrei che le donne vivessero la propria forza senza paura di essere punite per averla tirata fuori. Potere significa poter plasmare i contesti in modo da far star bene le persone, tutte. La donna non è necessariamente più buona o più brava a gestire ma è unica e diversa, e quindi si può pensare di avere un risultato migliore rispetto agli uomini, soprattutto perché c’è un maggiore rispetto della vita, e di questo sono convinta. Si potrebbero avere risultati migliori per tutti, nessuno può escludere che questo comporti un miglioramento per la società, bisogna provare a farlo.

Le donne al potere come uscita dalla crisi? Si può immaginare?

In un Paese come il nostro, sempre vicino al baratro e dove non si sa più dove mettere le mani, sono senza dubbio le donne, o meglio quelle che riconoscono questo sapere e questa forza, che possono contribuire a far uscire l’Italia dalla crisi. Perché vedono il domani con occhi nuovi. Ma sia chiaro che non possiamo aspettarci che ci venga chiesto o affidato questo compito, riconoscendo che potremo essere capaci di trovare le chiavi giuste. No, non dobbiamo attendere che questo accada. Siamo noi che dobbiamo trovare la forza per prendere le redini e poter cambiare rotta.

Parliamo di una crisi mondiale creata dalla voracità di gruppi di potere per lo più maschili e con meccanismi di autodistruzione. È vero che le donne non sono tutte uguali e che non sono sempre migliori degli uomini, ma la donna è anche più propensa a cercare soluzioni in base alla pratica di gestione di cui parla Laura. Cercare di non creare danni alle future generazioni, significa, in ultima analisi, tenere a mente il bene di una umanità che siamo noi a mettere al mondo.

Le donne sono più adatte in una situazione di crisi perché abituate al peggio?

No, il problema è solo quello di riconoscere che questo Paese noi, lo sapremmo gestire perché la gestione ci è propria. La facciamo da sempre. Sono solo le dimensioni a cambiare. In ogni momento e da tempo immemore, ma non perché siamo migliori, perché è così, è sempre stato così. Immaginiamo una donna che affronta la maternità, per esempio, lei pensa sempre al futuro, momento per momento, in tutta la fase della crescita, pensa alle conseguenze di tutte le sue azioni perché ha a cuore la sopravvivenza di chi ha messo al mondo. È così anche per la politica. Ogni volta che abbiamo la possibilità di emanare un disegno di legge, o di incidere su questo ambito d’azione politica, ci chiediamo sempre: quali saranno le conseguenze? Non pensiamo al ritorno mediatico, alla pancia, ma guardiamo le cose in prospettiva, includendo nel ragionamento anche i danni possibili.

La Norvegia, per esempio, ha obbligato la presenza femminile nella gestione aziendale e amministrativa, e con risultati positivi, quindi oltre a una storia occultata ci sono anche esempi concreti e visibili, ora. Le donne, ripeto, non sono migliori a prescindere ma possono distinguersi in quello che è stato fatto finora con qualcosa di diverso. E c’è solo il rischio che si possa migliorare.

Proposte?

I modelli vanno per contagio, se il modello maschile è vincente, anche gli altri lo seguono, comprese le donne. Se invece poi tu, come donna, metti in discussione quel modello nella gestione del potere, allora puoi rischiare di essere punita. In sostanza ci vogliono nuovi modelli, modelli diversi e di diversa convivenza, e ci vuole anche una rete tra donne, perché ci vuole supporto tra noi per uscire da tutto questo. E sono convinta che non ci sia nulla di scontato, mai.

Su questo non ci sono dubbi, il ruolo delle donne sempre rimosso nella storia è da riportare a galla anche e soprattuto tra le donne. Tra di noi, impariamo a volerci bene.