Femminicidio: davvero basta una sentenza esemplare?

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L’altro ieri Muhamed Vapri, 62 anni, ha ucciso con un coltello da cucina la moglie Diana Vapri Kon di 52, con la quale viveva in una palazzina di via Goito a Busto Arsizio: una coppia di albanesi con tre figli maggiorenni che lavoravano e avevano ormai la cittadinanza italiana da anni. I giornali scrivono che probabilmente lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo, come se fosse normale prendere a coltellate una persona che desidera separarsi, mentre giornalisti indefessi continuano a intervistare i vicini i quali descrivono la coppia come affiatata e innamorata, quasi fosse una morte senza un briciolo di logica. Alcune testate riportano anche che non risulta che Diana Vapri Kon abbia mai sporto denuncia verso il marito, una precisazione a cui verrebbe da ribattere: perché, sarebbe servito a qualcosa in Italia?

In questi stessi giorni abbiamo letto che la Corte d’Appello di Messina ha condannato i giudici della Procura di Caltagirone che, ignorando le 12 denunce fatte da Marianna Manduca nei confronti dell’ex marito Saverio Nolfo, hanno concorso alla sua uccisione da parte dell’uomo per “inerzia”: una svista che in Italia potrebbe essere estesa a molte istituzioni che non credendo o sottovalutando la parola delle donne che denunciano una violenza, espongono queste stesse al rischio di ulteriori violenze e anche alla morte. Ma la ciliegina di questa storia è un’altra: sì perché Saverio Nolfo sarebbe stato ritenuto anche un padre modello, tanto da ottenere l’affidamento dei figli da parte del tribunale siciliano. Un uomo che poi ha ucciso la moglie a coltellate.

La responsabilità dello Stato nei confronti non solo di Marianna Manduca ma di tutte le donne, è enorme e riguarda più o meno potenzialmente tutte noi: perché se l’elenco delle donne che sono state uccise malgrado le denunce arrivano al 70% dei femmicidi, nessuno conta le donne che ancora adesso, in questo momento, vengono messe a tacere sulle violenze subite dal partner con il ricatto di non vedere più i figli se non si dimostrano accondiscendenti e collaboranti nel corso di delicate separazioni in cui la violenza domestica non viene riconosciuta dagli stessi magistrati grazie alle valutazioni errate di psicologi e assistenti sociali, intenti a stigmatizzare queste donne come madri malevoli e terribili manipolatrici, pur di salvare l’idea del pater familias. E nessuno conta quante di queste donne, pur di non perdere i figli, vivono una violenza tra le mura di casa in silenzio e nel pericolo costante di essere fatte fuori da chi vive in casa con loro, non per il timore di lasciare il marito ma per la paura di perdere i bambini che potrebbero essere rinchiusi da un giorno all’altro e senza preavviso alcuno, in una casa famiglia o addirittura affidati al padre violento.

Pensare che una grave responsabilità delle istituzioni italiane sia soltanto la negligenza dei magistrati che non hanno valutato il rischio che Marianna Manduca stava correndo, così come quelli che non hanno protetto Elisaveta che si è vista uccidere il figlio mentre la difendeva dai colpi del marito, Andrej Talpis, e per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasbugo, è assai riduttivo di questi tempi.

E allora oggi a cosa serve che Caterina Mangano, Giovanna Bisignano e Mauro Mirenna, abbiano riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, se lo Stato che si macchia di femminicidio non si preoccupa di andare a indagare fino in fondo se stesso e le sue disfunzioni?

A cosa serve la rete tra “tutti gli attori del sistema” per la protezione delle donne – come ha detto Francesca Puglisi (PD), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio al Senato – se prima non si indaga in maniera sistematica e precisa cosa succede tutti i giorni nei tribunali italiani quando una donna cerca di separarsi da un partner violento soprattutto in presenza di figli minori?

Ecco, questo sarebbe davvero interessante da sapere. (Ma di questo, e di molto altro, parleremo domani con gli addetti ai lavori).

Copia di VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE E DEI MINORI

Femminicidio e informazione: se è criminale non è amore

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Logo della trasmissione “Amore criminale” in onda su Raitre

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Qualche giorno fa la dottoressa Piera Serra della “Psychology and Psychotherapy Research Society” ha inviato una lettera alla Rai dove punto per punto chiarisce cosa non si dovrebbe fare per rispettare un’informazione corretta su femmicidio-femminicidio in Italia prendendo come esempio “negativo” il programma ad hoc “Amore criminale”, ed esponendo il suo studio in PRIMI ESITI DI UNO STUDIO RELATIVO AD ALCUNI POSSIBILI EFFETTI SUL PUBBLICO DI AMORE CRIMINALE, RAI 3 (da “State of Mind”) che in realtà può essere esteso alla maggior parte dell’informazione italiana su questo argomento. La dottoressa Serra, come premessa, scrive che “Amore Criminale” è una “trasmissione rivolta a prevenire le violenze sulle donne attraverso la documentazione della sofferenza delle vittime e delle loro famiglie, nonché attraverso la condanna morale del comportamento degli aggressori e la cronaca delle condanne inflitte”, e che malgrado ciò “potrebbe contenere elementi atti non solo a neutralizzare l’effetto benefico desiderato, ma addirittura, qualora lo spettatore sia un uomo che desidera uccidere la partner o l’ex-partner, esitare in effetti in qualche modo controproducenti”. Una premessa, quella della lettera, che già a priori spiega come non solo non sia sufficiente affrontare la violenza sulle donne con “buone intenzioni” ma che senza strumenti idonei ad affrontare un’informazione corretta sul problema, si rischi l’effetto contrario: un danno che può essere sintetizzato come rivittimizzazione mediatica (fatto ampiamente sostenuto da tempo su questo blog e altrove). Lo studio di Serra presenta, passo passo, tutti i punti messi sotto la lente della rivittimizzazione mediatica in “Amore criminale”, e prima di tutto sulle violenze mette in evidenza:

  1. La pretesa che esse furono dettate dalla passione amorosa;
  2. La loro spiegazione come esito di un momento di discontrollo o follia;
  3. L’interpretazione di tali discontrollo o follia come innescati da qualche comportamento della vittima. Nei filmati troviamo ripetutamente condannata la violenza ed espressa solidarietà alle vittime. Tuttavia, intercalati a questi contenuti e senza soluzione di continuità con essi, troviamo purtroppo anche parole e immagini che veicolano l’adesione a stereotipi culturali atti a validare le tre autogiustificazioni di cui sopra.

Inoltre si sottolinea “l’attribuzione all’autore di femmicidio di sentimenti di amore per la donna che uccide”, che “anche se il concetto che quando c’è violenza non c’è amore è spesso ribadito, amore e violenza sono associati nel titolo (“Amore Criminale”) e in diverse affermazioni della conduttrice” (che è un’attrice e non una giornalista o un’esperta), nella sigla (“Each man kills the thing he loves” – “Ogni uomo uccide la cosa che ama” di Jeanne Moreau), nell’immagine della trasmissione (un cuore rosso che si trasforma in un revolver e in un coltello), e che “le motivazioni degli aggressori vengono definite come volontà di possesso” anche se “viene regolarmente attribuita loro anche la gelosia”: malgrado si tratti di una volontà di controllo dell’uomo sulla donna che arriva fino ad azioni femminicida. Infine la presenza in “Amore criminale” della “facile definizione delle violenze come esito di discontrollo o follia”, quando “gli stati mentali di infermità o seminfermità mentale possono essere qualificati tali solo dopo complesse procedure psicodiagnostiche”.

Serra rintraccia inoltre il luogo comune della pericolosa “co-partecipazione delle vittime alla violenza”, la “definizione delle violenze dell’aggressore come un’interazione di coppia”, la “minimizzazione delle violenze, corollario dalla loro definizione come parte di un’interazione di coppia”, “l’idea che la spiegazione dei fatti sia da ricercarsi parimenti nella personalità della vittima e in quella dell’aggressore”, “la tesi che le vittime non si rendano conto della pericolosità dell’aggressore ed è per questo che non denunciano o non si allontanano”, “la tesi che le vittime restano con l’aggressore perché psicologicamente dipendenti” e che “che per evitare le violenze sia sufficiente coraggio e forza di volontà”. Ma quello che preoccupa la dottoressa è soprattutto l’autorevolezza morale della fonte delle informazioni in quanto “Amori Criminali” si presenta come “un’inchiesta giornalistica, genere da cui lo spettatore è abituato ad aspettarsi la rivelazione di fatti veri nonché un impegno sociale da parte degli autori”, e che sia trasmessa dalla Rai e in più anche in prima serata – preoccupazione che possiamo allargare anche a giornali e telegiornali nazionali e altri programmi televisivi che arrivano a milioni di fruitor*. Serra mette anche sul piatto la morbosità della trasmissione che, malgrado l’indignazione morale ricorrente nel programma, si concentra “pedissequamente su particolari che non hanno alcunché di rilevante” – ovvero particolari che non sono fondamentali alla notizia –  “l’omessa citazione dei documenti”, e “le scene di sangue, che si ripetono richiamate anche dal rosso nell’immagine in sovraimpressione”.

La dottoressa Serra, forse senza saperlo, analizzando “Amore criminale” stende quindi quelle che possono in teoria essere considerate le linee guida per una corretta informazione sulla violenza maschile contro le donne che molti reclamano – e che anche la Convenzione di Istanbul chiede – ma su cui molt* ancora improvvisano con decaloghi troppo spesso improvvisati e senza una solida base di sapere, in quanto sempre redatti – anche questi – sulla base dell’illusione che basti avere buone intenzioni o essere sensibili per affrontare la violenza sulle donne che, a oggi e in Italia, non ha ancora un sapere autorevole riconosciuto. Linee guida che non possono essere risolte neanche con obsoleti comitati di controllo volti a moralizzare la comunicazione mediatica – probabilmente inefficaci e controproducenti sui giornalisti – e che se devono essere redatti dovrebbero tenere conto di contributi specifici come questi. Che i punti declinati da questo studio siano adatti anche per tutta l’informazione italiana su tv, stampa e web – che per la maggior parte ancora ricalca gli stessi “errori” della trasmissione Rai producendo gli stessi danni –  è dimostrato dal fatto che si riferiscono ai maggiori stereotipi comuni basati su una cultura a cui gli stessi operatori e operatrici dell’informazione non sono immuni: una situazione che ancora una volta pone in evidenza la necessità di un cambiamento profondo che ponga i diritti delle donne – compreso il diritto a una vita libera dalla violenza maschile – come un argomento di seria A su cui non sia più possibile improvvisare con personale impreparato e con un approccio moralistico privo di reale efficacia.

Ma per un vero cambiamento di questa cultura che funzioni come prevenzione stessa alla violenza, non basta né lo studio della dottoressa Serra, né il decalogo di quello che si deve o non si deve fare, in quanto occorre un approccio integrato su più fronti – come indicato dalla Convenzione di Istanbul che oltre alle linee guida chiede anche politiche specifiche – che abbia come base un dialogo costruttivo, continuo e partecipativo della società civile delle donne con le istituzioni. In questa costruzione di una cultura “differente” non basta quindi concentrarsi su cosa si deve o non si deve fare, perché occorre una proposta positiva che si concentri, per quanto riguarda la cultura degli stereotipi, su due focus propulsori: l’informazione e l’istruzione. E per capire meglio come fare, propongo di seguito una parte dell’intervento fatto all’Ambasciata americana del 1 dicembre 2014 in un tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips) e presieduta dalla presidente della camera, Laura Boldrini, con la presenza di Ong italiane, centri antiviolenza, istituzioni ed espert*, insieme alla consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio, Giovanna Martelli, a pochi giorni dalla pubblicazione del Piano antiviolenza online su cui sarà possibile mandare obiezioni e suggerimenti dal 10 dicembre 2014 al 10 gennaio 2015, arco di tempo in cui si aprirà la consultazione pubblica per la definitiva approvazione del testo che avverrà a gennaio.


“Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”

Ambasciata americana 1 dicembre 2014

La violenza maschile sulle donne e alcuni punti strategici per un cambiamento culturale in Italia

Intervento di Luisa Betti

(…)

Tre punti per contrastare la violenza sulle donne

Se la violenza maschile contro le donne è una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi – rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale – per affrontare il cambiamento necessario, occorre un po’ di sano pragmatismo che avendo chiaro il problema, nella sua complessità, lo affronti. Ma in un Paese dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, ci vogliono ancora 81 anni per raggiungere una certa equità tra uomini e donne (l’Italia è al 69° posto nel Gender Gap) e in cui la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne, su cosa bisognerebbe puntare per attuare un vero cambiamento culturale? I nodi, secondo me sono tre: primo fra tutti una proficua e continua interlocuzione della società civile delle donne con le istituzioni che non sia una tantum ma un reale e serio scambio di saperi e punti di vista. Come, per esempio, suggerito da Feride Acar, componente CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e già CAHVIO (Committee on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence), l’efficacia della Convenzione di Istanbul se da una parte dipende da quanto le istituzioni saranno in grado di attuarla, dall’altra è legata a quanto la società civile sarà coinvolta in questo processo. Un principio, quello della partecipazione diretta della società civile delle donne all’applicazione di politiche di genere volte al contrasto sulla violenza, che è il perno del cambiamento culturale e senza il quale non è possibile se non con una imposizione dall’alto. Una trasformazione che, secondo me, parte da questa collaborazione e che per quanto riguarda il cambiamento culturale come prevenzione alla violenza si concentra su due centri propulsivi: l’istruzione e i media.

Media e informazione

Sui media si sono espressi sia la Convenzione di Istanbul che l’Onu. Nelle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013, vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Mentre nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Ma per quanto riguarda i media non basta, perché è necessario fare un discorso a parte sull’informazione giornalistica che, per sua natura e carattere, necessita di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto le informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un fenomeno e di quello che accade, e che sulla narrazione della violenza sulle donne può anche produrre gravi danni come la rivittimizzazione attraverso un’informazione scorretta proposta invece come oggettiva.

Dando uno sguardo d’insieme possiamo tracciare un iter preciso su cosa hanno fatto e fanno i giornali italiani riguardo la violenza sulle donne: da un totale disinteresse negli anni passati (eppure il fenomeno già c’era) quando il 25 novembre era una giornata come un’altra, alla descrizione morbosa e deviante che si risolve nel racconto horror di cronaca nera, fino alla iperesposizione della violenza con articoli “fotocopia” privi di un reale approfondimento e quindi sostanzialmente non sempre utili a una comprensione reale. Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2007) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche, ricalcando il solito background stereotipato e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse alcuni cliché sulle donne, trattate come prede o come tentatrici, cercando di porre un argomento da sempre relegato alla cronaca nera a un argomento con una sua dimensione specifica, evitando così di raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi e dando un giusto peso a quello che avveniva sulla pelle delle donne italiane. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi verso una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava senza competenze. Un pericolo perché lentamente il livello è sceso a favore di una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità e molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altre, soprattutto dalle donne. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. A dimostrazione che tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, c’è la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su questo. Una superficialità, in parte basata su una realtà che andremo a vedere, che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando enormi e gravi malintesi. Come quello sulla parola femminicidio che la sociologa Marcela Lagarde non ha definito come uxoricidio ma come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Errori e confusioni che oggi ci faranno avere su un dizionario della Zanichelli la dicitura errata di femminicidio che sarà indicata come uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”, in maniera del tutto errata.

Quindi se da una parte la sensibilizzazione e l’informazione sono aumentati portando a galla il problema – e questo è un fatto importante – dall’altra però è aumentata anche la banalizzazione e la spettacolarizzazione che poco ha a che vedere con la violenza sulle donne: una superficialità che fa oscillare l’informazione tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora raptus o delitto passionale – e quindi facendo leva su stereotipi culturali che minimizzano la gravità del reato insistendo sui profili psicologici dell’offender – e dall’altro un’informazione con articoli fotocopia (tutti uguali) ripresi da agenzie e senza una vera indagine che non approfondendo mantengono lo status quo. Le uniche eccezioni sono state le rubriche e i blog di alcune giornaliste che da tempo incoraggiano una narrazione differente, creando anche una vera e propria schizofrenia sulla stessa testata: pezzi fotocopia nel giornale ufficiale e pezzi di un certo spessore nei blog e nelle rubriche dove le giornaliste hanno una certa autonomia.

Ma cosa significa questo?

Prima di tutto che serve una formazione capillare dei giornalisti su temi che ancora non hanno il riconoscimento di un sapere autorevole. Un fatto fondamentale, la formazione ora obbligatoria anche per i giornalisti italiani, che serve per superare questa cultura della sottovalutazione della violenza, che poggiando sul pregiudizio della discriminazione di genere, devia anche la percezione dell’opinione pubblica sostenendo quegli stessi stereotipi che porta le donne a non essere credute in alcuni tribunali o in qualche caserma che rimanda la donna a casa perché si tratta di una semplice lite tra marito e moglie.

In secondo luogo che ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, non possono essere più considerati argomenti di serie B e perciò argomenti su cui tutti possono intervenire senza cognizione di causa.

In terzo luogo che se le direzioni dei giornali si avvalessero di alcune figure professionali da inserire direttamente nel tessuto del giornale formati sulla violenza e la discriminazione sulle donne, le cose cambierebbero, in quanto non basta essere “sensibili” ma bisogna conoscere le cose e bisogna essere preparati, studiare.

In conseguenza del secondo e terzo punto, c’è un quarto punto e cioè che gli articoli su femmicidio-femminicidio si spostino dalle interessanti rubriche e blog redatti da giornaliste che approfondiscono e evitano pezzi fotocopia o articoli morbosi, e che ormai si occupano del tema ritagliandosi delle “isole” a lato della testata, entrino invece a pieno titolo nella testata stessa e nelle prime pagine del giornale (senza essere relegate in fondo o con pezzi che occupano spazio minore).

Ma c’è un quinto elemento che non deve essere sottovalutato in questa partita ed è la presenza fisica delle donne nelle redazioni con ruoli di responsabilità e di comando e non solo perché sono giornaliste quelle che per lo più hanno promosso e continuano a promuovere sui loro blog una corretta informazione sulla violenza contro le donne, ma anche perché proprio la presenza delle donne in ruoli apicali dà un’altra valenza a questi stessi e danno una bella spallata alla discriminazione di genere. Donne che in Italia, ma anche nel resto del mondo, sono pochissime alla guida dei grandi giornali e che sono costrette a ritagliarsi delle “isole” al lato della testata, per poter sviluppare temi considerati di serie B per il loro direttore (secondo l’Osservatorio di Pavia, che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle redattrici italiane occupa posti di comando come direttrice, vicedirettrice, caporedattrice). Tanto che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una conclusione dedicata all’avanzamento delle donne ai livelli decisionali nei media, richiamando tutti gli Stati membri della Ue, le loro istituzioni e le aziende che operano nel settore dei media al rispetto degli obiettivi strategici di Pechino. Una presenza che deve essere incoraggiata a parità di merito rispetto agli uomini, sia nei media e nell’informazione, sia negli organi stessi di cui si dotano i giornalisti come appunto gli Ordini regionali e l’Ordine nazionale.

Istruzione e sapere

Per quanto riguarda l’istruzione, su cui gli Usa sono sicuramente molto più avanti in materia di studi di genere, in Italia sono ancora troppo pochi i master, corsi di laurea e le specializzazioni di chi vuole laurearsi in studi di genere e non c’è nessun master specifico consolidato sulla violenza maschile e sulla discriminazione delle donne. Una mancanza che fa rende difficile la costruzione di un sapere riconosciuto, che in Italia esiste oggi a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza, ma che non è considerato autorevole come sarebbe se avesse un vero riconoscimento accademico che deve partire dalle università. Occorrerebbe fornire quindi risorse per gli studenti e studentesse italiani per seguire i loro studi di genere in Europa e in Usa e nello stesso tempo attuare uno scambio tale da poter impiantare su quel modello corsi universitari anche qui da noi, e per tirar su una generazione di ricercatori a livello di dottorato che diminuirebbe l’isolamento degli insegnati italiani che potrebbero partecipare al dibattito globale che invece su questo è molto più sviluppato.

Una iniziativa che rafforzando i legami dei centri di ricerca di genere e varie università, dovrebbe coinvolgere accademici e ricercatori di rilievo con viaggi, conferenze, scambi di ricerca, per costruire un sapere che potrebbe mettere in campo una professionalità adeguata e precisa. E su questo gli Usa potrebbero giocare un ruolo determinante in quanto renderebbe anche più facile e strutturale l’avvio di una riforma profonda della scuole dove gli stereotipi devono essere sostituiti con un’educazione di genere per bambini e bambine, che abbia però alle spalle un sapere accademico e che non sia improvvisato da corsi paralleli fatti per supplire a un buco che è strutturale e non temporaneo, e che necessita di una formazione prima di tutto degli insegnanti e di uno stravolgimento dei libri di testo, che non può avvenire in maniera seria se non si parte dall’università e da uno spostamento di interesse sull’argomento che deve diventare da serie B a serie A. Un discorso che vale per i media, come per l’agenda politica, così come per il sapere e l’istruzione.

CONCLUSIONI

Nel caso italiano quindi la cera debolezza per un cambiamento culturale profondo che prevenga la violenza sulle donne, è data dall’assenza di ogni significativa struttura organizzativa che possa provvedere a raccordare questo percorso: un punto di incontro per un confronto reale di tutte le forze in campo, istituzionali e della società civile, al fine dell’attuazione delle politiche di contrasto alla violenza di genere. Un centro di raccordo che, guidato da esperti e figure di riferimento, potrebbe creare un ponte stabile tra le istituzioni e tutta la società civile delle donne sul contrasto alla violenza di genere, svolgendo al massimo il lavoro per l’attuazione di politiche efficaci sul territorio nazionale. Un raccordo che ha bisogno di un altro punto fondamentale, che è invece un’altra debolezza dell’Italia, ovvero di un reale confronto globale rispetto a discorsi analoghi fatti in altri paesi sia europei che extraeuropei per promuovere la partecipazione italiana in arene globali, discorsi che abbiano poi un peso anche in sede nazionale e istituzionale. A livello globale esiste infatti un movimento e una spinta verso la comprensione e la definizione del fenomeno della violenza sulle donne da contrastare, una spinta dove l’Italia, pur avendo una proficua elaborazione teorica, rimane ai margini. Scambio di idee, saperi, azioni politiche già attuate con successo, creerebbe un feedback stabile tra le diverse realtà, assicurando un dialogo stabile tra istituzioni e società civile senza rincorse. Un centro di raccordo che dovrebbe rapportarsi con tutte le strutture europee e con Paesi extraeuropei che offrono l’esperienza di un sapere avanzato sugli studi di genere, essenziali per poter avviare un confronto tra diverse realtà che sia un arricchimento ma anche per un’azione più concreta sul proprio territorio.

Femminicidio e femmicidio: anche il dizionario italiano sbaglia

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Diverse scuole di pensiero nel femminismo hanno individuato in quello che oggi abbiamo, da un certo punto in poi, chiamato femminicidio il punto decisivo nelle teorie fondanti sul patriarcato. Comunque nominata, la violenza maschile sulle donne è intesa o sottintesa come mezzo potente di moderazione dei comportamenti femminili. L’individuazione delle differenti espressioni della violenza maschile, nei pensieri femministi supporta e sostiene le teorie sull’antico predominio del patriarcato come forma politica e sociale. Un filo sottile, a volte di un punto dato per scontato, forse perché tutte sappiamo di cosa parliamo, o di cosa non vogliamo parlare per non riconoscerci vittime. Il movimento delle donne, e l’UDI in particolare, ha raccolto il filo e lo ha seguito esplicitando che storia, fatti, intuizioni e teorie postulavano uno svelamento che scopriva il cuore e le fondamenta di una separazione, perché no, programmata tra le donne e le libertà civili. Sulla violenza partiamo da lontano ma in particolare dal 2004 intorno al femminicidio si è aperta una vertenza politica della cui definizione i contorni sono in continua ridefinizione. I processi di integrazione, o meglio di inglobazione, delle intuizioni più esplosive in fatto di svelamento delle contraddizioni tra sistema politico dato e pensiero femminista, hanno di fatto spuntato e appannato la radicalità e centralità del tema della violenza sessuata anche tra le donne. Il contrasto alla violenza è progressivamente divenuto un tema di violazione generica dei diritti umani o un “tema di pari opportunità”, cioè un tema settoriale aggiunto all’agenda politica, indifferente allo sviluppo delle governo complessivo delle cose. Mai si è parlato tanto di femminicidio, e mai tanto l’uso della parola si è ritorto contro le donne vittime o no. La cronaca come sempre rispecchia la cultura del paese, ma la posizione e il peso della realtà nella cronaca sono quelle stabilite dalla politica. Da una parte i fatti e la loro esistenza, dall’altra, semplificando, i titoli dei giornali e le tendenze governative. Nello spazio e nel tempo forse i fatti vincono, ma oggi dobbiamo dire che tra i fatti c’è la riduzione del femminicidio al vecchio e vituperato “uxoricidio”. È una suggestione profondamente voluta da una politica che non vuole occuparsi delle donne: vuole occuparsi della famiglia. Non in quanto a servizi e non in quanto alle famiglie quali sono realmente, ma in quanto al mantenimento delle condizioni che l’hanno resa il luogo più impermeabile al cambiamento, nei secoli. Parliamo di femminicidio, nell’accezione totale del termine. Parliamo di femminicidio per riconquistare l’autonomia del nostro pensiero che, a questa condizione, può con chiarezza confrontarsi col governo del mondo. (da www.udinazionale.org)

Su questo, e su tutto quello che in Italia si è detto e fatto intorno al femminicidio in questi ultimi anni, si svolge domani e dopodomani il seminario che a Napoli è stato organizzato dall’Udi e che ha coinvolto donne di diverse professioni intorno al nucleo di questa parola che, dopo le diverse polemiche e resistenze sul suo utilizzo, se da una parte ha alla fine avuto il merito di far emergere il fenomeno in tutta la sua potenza, dall’altra è stato piegato a significati e simbologie lontane dal suo originario senso. A questo proposito, come spiega bene il commento di presentazione del seminario napoletano riportato sopra, sarà interessante capire come questa strumentalizzazione sia avvenuta, nel tentativo di riportare la parola femminicidio al suo significato originale che, almeno nel nostro Paese, è stato manipolato e falsamente distorto, soprattutto grazie all’impreparazione e ai pochi strumenti della stessa informazione che non si è mai preoccupata di andare a indagare l’origine della parola stessa, e quindi il suo corretto uso, proprio nel momento in cui la nominava. Malgrado infatti i numerosi tentativi di studiose, esperte, avvocate e anche giornaliste, nel riportare la parola al suo senso originale e proprio, la distorsione è stata così massiccia da sembrare quasi impossibile parlare davvero di femminicidio: un termine ridotto, mano a mano e da molti media italiani, a semplice uxoricidio. Un’operazione che non solo testimonia la potenza di questo termine ma anche quanto questa stessa, probabilmente, faccia paura. Non è un caso se, dopo anni di uso e abuso del termine femminicidio, sia ancora ignorata non solo dalla vulgata ma dagli stessi professionisti dell’informazione che non conoscono l’esatto significato del termine e tantomeno il fatto che femmicidio non è la stessa cosa di femminicidio: come dimostrato sul campo da uno dei corsi di formazione per giornalisti che ho tenuto un mese fa alla Rai in cui i partecipanti si sono fatti ripetere varie volte la differenza dei due termini e il loro significato preciso (prendendo appunti). Una differenza, quella tra femmicidio e femminicidio, importante e significativa: parole che molt* ancora usano in maniera equiparata, riducendo spesso tutte e due sempre e comunque all’uxoricidio. Un danno per le donne, che si trovano espropriate dei loro stessi strumenti, e una distorsione fatta con troppa leggerezza che può diventare anche un errore amplificato, come dimostra il dizionario Zanichelli che, pur nelle buone intenzioni, ha inserito nel dizionario il termine femminicidio, definendolo: “uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”  – definizione riduttiva anche per il termine criminologico femmicidio coniato da Diana Russel, figuriamoci se applicato al termine sociologico di femminicidio di Marcela Lagarde – dimostrando così non solo di non aver capito il significato della parola stessa ma di dare un’informazione sbagliata attraverso uno strumento che dovrebbe essere autorevole e fidato, dato che si tratta di un dizionario della lingua italiana (e forse sarebbe il caso di farglielo sapere).

Come possiamo trattare in maniera seria l’argomento, se prima di tutto non se ne comprende il significato corretto?

Femmicidio (termine criminologico)

Nel novembre del 2012 a Vienna, la “Academic Councilon United Nations System”(ACUNS), ha redatto un documento sul femmicidio (da non confondere femminicidio), in cui esperte internazionali come Diana EH Russell (criminologa statunitense che ha coniato il termine), Michelle Bachelet (ex UN Women e ora presidente del Cile), Rashida Manjoo (relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne), hanno discusso in un simposio di studiose ed esperte sulla radice di genere delle varie forme di violenza contro le donne che portano fino alla loro uccisione. Nel rapporto finale si può leggere che «il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze, e assume molteplici forme» e che «Le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere». Infine il documento rammenta che «Per considerare un caso come femmicidio, ci deve essere l’intenzione implicita di svolgere l’omicidio e un collegamento dimostrato tra il crimine e il genere femminile della vittima» e che «Finora, i dati sul femmicidio sono altamente inaffidabili e il numero stimato di donne che ne sono state vittime variano di conseguenza», ma che «i femmicidi avvengono in ogni paese del mondo e la più grande preoccupazione è che questi omicidi continuano ad essere accettati, tollerati o giustificati come fossero la norma».

Femminicidio (termine sociologico)

Marcela Lagarde indica con femminicidio«la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

 

SEMINARIO*

“FEMMINICIDIO: FENOMENOLOGIA E ANALISI POLITICHE”

28 e 29 novembre 2014,

Palazzetto Urban, Via Concezione a Montecalvario 26

PROGRAMMA

Ore 14
Saluti e benvenuto dell’UDI di Napoli

Ore 14,30
VITTORIA TOLA
resa di coscienza e marasma politico ovvero il senso del negazionismo permanente. Le politiche delle donne e risultati ottenuti.

Ore 15
STEFANIA GUGLIELMI
introduzione e conduzione su “Il ventaglio dei problemi culturali E giuridici intorno al femminicidio”
Intervengono sul tema:

ELENA COCCIA
la storia del femminicidio e della violenza nelle leggi Italiane

ELVIRA REALE
la manipolazione del processo attraverso le perizie

MARTA TRICARICO:
la legislazione italiana destinata a contrasto e prevenzione della violenza nelle relazioni familiari in ottica di genere.

ERMINIA COZZA
il superamento delle pari opportunità e sviluppodell’ottica di genere.

MILLY VIRGILIO
“Anche contro la tua volontà: leggi e pratiche di tutela giudiziarie”

Ore 17,30

STEFANIA CANTATORE
introduzione e conduzione su“Le politiche di governo e il femminicidio: le parallele divergenti ovvero la manipolazione della realtà e di un progetto politico”.
Intervengono sul tema :

LUISA BETTI
Il ruolo dei media e della pubblicita’. Il sensodelladivulgazione delle notizie di violenza e femminicidio come normalitàpassionale e follia

NADIA NAPPO
La scomparsa dei corpi

Ore 18,30

Adesione ai gruppi di lavoro:
Politica e contrasto, Cultura e media, le politiche del Giuridico legale.
Breve concertazione e appuntamento ai lavori per la mattina del 29

29 Novembre ore 9,30

Lavoro dei gruppi fino all’ora del break

Ore 12:
Restituzione dei gruppi e discussione

Conclusioni e saluti :

VITTORIA TOLA e STEFANIA CANTATORE
Accoglienza e organizzazione a cura dell’Udi di Napoli

UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
udinazionale@gmail.com
http://www.udinazionale.org

*LOGISTICA
La partecipazione al Seminario è aperta a tutte le interessate previa compilazionedell’allegato modulo di adesione online dove sono segnalate e consigliate sistemazioni di pernottamento. Nel corso del seminario è prevista una performance di Anna Sobczak “Approcciinversi”. Nel pomeriggio del 28 sarà offerto il break “o’ ccafè e o’ vascuotto”. Per la sera del venerdì è prevista una cena sociale tipica in una pizzeria storica, per la quale è necessaria un’adesione da riportare nella scheda d’iscrizione, infatti è necessario riservare almeno orientativamente un certo numero di posti vista la limitata accoglienza dei locali tipici. Per il sabato sarà offerto uno spuntino a base di prodotti tipici della cucina napoletana femminile, con un piccolo contributo.

A Bologna incontro tra centri antiviolenza e media

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Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna presenta per venerdì 7 novembre 2014 il convegno “Le parole della violenza. Centri antiviolenza e media si confrontano su come raccontare la violenza contro le donne”, dalle ore 10 alle ore 16 presso Palazzo d’Accursio – Sala Farnese (piazza Maggiore, 6 / Bologna).

Con quali parole si può dire la violenza maschile contro le donne?

Vent’anni fa i Centri antiviolenza hanno portato all’attenzione dei giornalisti e delle giornaliste il problema del linguaggio dei mass media nei casi di violenza contro le donne, analizzando i contenuti che venivano espressi in articoli e servizi televisivi o radiofonici, e destrutturando stereotipi e pregiudizi che raccontavano la morte delle donne e nello stesso tempo occultavano le radici culturali della violenza maschile.
Ora leggiamo le parole femicidio o femminicidio in molti articoli di giornale, ma le troviamo a volte snaturate e svuotate di significato dalla riproposizione di stereotipi e di pregiudizi: gli stessi di vent’anni fa.
L’articolo 17 della Convenzione di Istanbul invita i mass media a rispettare la dignità delle vittime di violenza, e li responsabilizza perché attraverso il cambiamento del linguaggio si produca un cambiamento culturale.
Il convegno intende creare un momento di confronto tra esperte dei centri antiviolenza, giornaliste, blogger e scrittrici.
Il programma
-Saluti: Simona Lembi, presidente Consiglio Comunale di Bologna e Samuela Frigeri, presidente Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna
-Intervengono: Antonio Farnè, presidente dell’ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna – Chiara Cretella, assegnista di ricerca, Università di Bologna: “End/less Love. Relazioni di genere, modelli culturali, violenza.” – Marina Terragni, scrittrice, giornalista e blogger: “Mi amavo più della sua vita” – Luisa Betti, giornalista, esperta di diritti di donne e minori: “La narrazione del femminicidio” – Stefania Spanò in arte Anarkikka, autrice, vignettista: “Anarkikka VS Media Complice” – Nadia Somma, presidente di Demetra – Donne in aiuto di Lugo: “La voce delle donne: parole per ricostruire, parole per decostruire” – Carmen Marini, presidente di Nondasola di Reggio Emilia.
Porterà la sua esperienza Giovanna Ferrari, colpita prima dalla violenza maschile che le ha ucciso la figlia, e poi dal linguaggio con cui i media e il tribunale hanno occultato la violenza che ha subito, contribuendo a una sua seconda vittimizzazione.
Il convegno è accompagnato dalla mostra fotografica e dal libro/catalogo “Donne al Centro” progetto coordinato dall’Associazione Nondasola di Reggio Emilia e dalla Casa delle donne di Modena. Le fotografie sono state realizzate da Valeria Sacchetti nei centri antiviolenza della Casa delle donne di Reggio Emilia, Bologna e Modena. Parole e immagini per raccontare storie di violenza, ma anche di riscatto, di ricostruzione della propria vita libera dalla violenza fermando l’obiettivo sugli ‘spazi’ gestiti da associazioni femminili di matrice femminista, che praticano la relazione tra donne quale strada per sostenere altre donne nel percorso di uscita dalla violenza. Lo studio è arricchito dai contributi di testi di Lea Melandri, Giuditta Creazzo e dall’intervento grafico di Pietro Mussini.

Corso giornalisti Rai: per non parlare più di raptus e delitto passionale

 

 

raptus-portfolioSi parla ancora molto di linguaggio e di una narrazione che superi stereotipi e discriminazione di genere. Qualcuno però si alza e cerca di farla questa formazione a chi opera dentro l’informazione. E’ il corso per giornalisti organizzato dalla Commissione Pari Opportunità dell’Usigrai, Ordine dei Giornalisti del Lazio e Stampa Romana in sinergia con la Cpo Rai e con Articolo 21, che si terrà il 24 ottobre dalle ore 10.00 alle 14.00 presso sede Rai di Viale Mazzini, 14 (Sala degli Arazzi), e dove illustreremo a chi fa informazione come orientarsi quando si vuole dare una notizia corretta che superi la rivittimizzazione mediatica delle donne, a partire dalla narrazione del femminicidio. Un corso che dovrebbe essere riproposto in parecchie redazioni italiane, dove ancora parole come “raptus di follia”, “delitto passionale”, o “folle di gelosia”, continuano a essere di uso comune. Descriveremo i danni di questa informazione, ma anche che cosa è davvero la violenza sulle donne, la differenza tra femicidio e femminicidio (ancora molto confusi), e perché il raptus non esiste ma è un’attenuante culturale della violenza molto pericoloso. Quale genere di comunicazione bisognerebbe dare allora per avere un reale superamento degli stereotipi femminili e maschili? Ve lo diremo venerdì 24 ottobre.


La Commissione Pari Opportunità dell’Usigrai, da sempre impegnata sulla corretta rappresentazione di genere e sull’importanza dell’uso del linguaggio, ha organizzato, con l’Ordine dei Giornalisti del Lazio e l’Associazione Stampa Romana e in sinergia con la Cpo Rai e con Articolo 21, il corso di formazione professionale deontologico indirizzato ai giornalisti Rai “Linguaggi e rappresentazione femminile”. Relatrici: la professoressa Laura Moschini (docente di Scienze della Formazione presso l’Università di Roma Tre), la scrittrice Cinzia Tani e la giornalista Luisa Betti. I crediti riconosciuti dall’Ordine sono 7.

Il corso si terrà venerdì 24 ottobre dalle ore 10.00 alle 14.00 presso sede Rai di Viale Mazzini, 14 (Sala degli Arazzi). Il numero di posti disponibile è 120. Sono previsti i saluti iniziali della presidente della Rai Anna Maria Tarantola, della presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio Paola Spadari, della direttrice dell’Associazione stampa romana Beatrice Curci e della coordinatrice della Cpo Usigrai Ilaria Capitani. Il saluto conclusivo è affidato alla presidente della commissione Pari Opportunità della Rai Mussi Bollini.

“Per la Cpo Usigrai – sottolinea la coordinatrice Ilaria Capitani – il corso di aggiornamento professionale rappresenta un impegno per i giornalisti della Rai e per l’azienda stessa: una corretta rappresentazione della donna, lontana da vecchi stereotipi e un appropriato uso del linguaggio, in particolare nel descrivere le notizie di femminicidio, sono parte integrante del ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo”

da usigrai.it 

I danni di una informazione che sostiene la cultura dello stupro

Oggi vicino Perugia femminicidio-repubblica-bisun uomo tenta di uccidere 
la ex colpendo anche il figlio di tre anni 
e un’amica, e i giornali continuano a usare 
i “motivi passionali”. E sembra di sentire 
quasi una vocina che sussurra: non abbiamo 
imparato niente, abbiamo scherzato quando 
parlavamo di femminicidio, e in realtà tutto 
sta tornando come prima. Anzi, direi che è
già tornato perché la grande tentazione del comodo 
e agevole stereotipo comune, ha il sopravvento.

È di oggi la notizia che non lontano da Perugia, a Ponte Vallaceppi, un uomo ha sparato in strada alla ex convivente, colpendo anche il figlio di tre anni e un’amica della donna, per poi tentare il suicidio. Sul fatto non ci sono particolari ma i giornali stando dando la notizia riprendendola dalle agenzie. Eppure, anche in uno scarno pezzo di 10 righe, numerose testate usano ancora la fatidica frase “motivi passionali” alla ricerca del movente, e non giornali o agenzie qualsiasi: Repubblica, l’Ansa, Tgcom24. E sembra di sentire quasi una vocina che sussurra: non abbiamo imparato niente, abbiamo scherzato quando parlavamo di femminicidio, e in realtà tutto sta tornando come prima. Anzi, direi che è già tornato perché la grande tentazione del comodo e agevole stereotipo comune a tutti, prende il sopravvento. Facendo zapping alla tv o sfogliando i giornali, possiamo trovare chi si concentra per capire il perché i peli trovati nel caso di Yara Gambirasio non siano quelli di Bosetti – unico indiziato – e chi invece continua a cercare i torbidi risvolti del caso Motta-Visconti: manca solo il plastico di Vespa a grandezza naturale con tanto di cadaveri, ferite e macchie di sangue, e il capolavoro è fatto. Lo stauts quo sul femminicidio quindi sembra ristabilito con una mossa gattopardiana in grande stile: il movimento che aveva portato avanti questa battaglia si è fortemente indebolito (anche per le solite inutili beghe interne); i media ne hanno parlato così tanto e troppo spesso in maniera inadeguata da risultare controproducenti; e il governo Renzi ha deciso di dare il colpo finale, rottamando il lavoro svolto (anche se male e per metà) dal precedente governo sul contrasto alla violenza sulle donne, non solo non nominando né una ministra delle pari opportunità né dandone delega, ma decidendo di lasciare carta bianca alle Regioni e consegnando loro la distribuzione del finanziamento stabilito per legge di 17 milioni di euro in due anni, sulla base di una mappatura non reale e con criteri illeggibili per i bandi, e in sostanza decretando la fine dei centri antiviolenza indipendenti, che avranno la modica cifra di 6.000 euro ciascuno.

Che responsabilità ha l’informazione in questo enorme passo indietro? Come se fosse sordo o affetto di una forma di amnesia a breve termine, il giornalismo italiano – a parte alcune eccezioni – ha ripreso con grande disinvoltura a descrivere i casi di femmicidio e femminicidio come se fossero un romanzo d’appendice, una fiction a puntate tra horror e sadomaso, un po’ erotico e un po’ splatter. Senza sapere che non serve informare su leggi, manifestazioni, firme raccolte, premi e sfilate contro la violenza sulle donne, se poi i casi vengono presentati in maniera morbosa e accattivante, una storiella su cui avventurarsi in inutili descrizioni come: “Sette coltellate a gola e corpo. Dopo aver fatto l’amore. Dopo averle sussurrato parole dolci”.  Forse i direttori (quasi tutti uomini in Italia) non controllano accuratamente quello che esce sulle testate che dirigono, o forse è preferibile tornare alla solita routine che schiaffa il mostro in prima pagina, perché quello continua a essere l’immaginario che “tira” il lettore. In realtà questo ritorno indietro risiede nel mancato cambiamento culturale che l’Italia non riesce a fare in nessun luogo, e quindi anche tra chi opera nell’informazione dove per fare un vero salto in avanti, non basta avere buone intenzioni inserendo qua e là qualche pezzo sulle donne, o mettendo qualche gonna nelle redazioni (senza esagerare nei ruoli decisionali), o cavalcando il momento dato che tutti parlano di femminicidio, ma è necessario un cambiamento radicale e il riconoscimento della responsabilità che si ha quando si lavora sulla narrazione della violenza sulle donne con tutto quello che ne consegue. Un Paese, l’Italia, che nel suo complesso sceglie di non proseguire in questa battaglia di civiltà, preferendo sostenere quella cultura dello stupro in cui continua a navigare a pieno titolo. E sostenere e praticare la cultura dello stupro, significa avere una responsabilità doppia se si tratta di comunicatori della comunicazione che si rivolgono a milioni di utenti.

Semplicemente su Wikipedia si può leggere che la “Cultura dello stupro è il termine usato a partire dagli studi di genere[1][2][3] e dalla letteratura femminista[4], per analizzare e descrivere una cultura nella quale lo stupro e altre forme di violenza sessuale sono comuni, e in cui gli atteggiamenti prevalenti, le norme, le pratiche e atteggiamenti dei media, normalizzano, giustificano, o incoraggiano lo stupro e altre violenze sulle donne”. Patricia Donat e John D’Emilio definiscono la cultura dello stupro (in “Transforming a Rape Culture”) come: «un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come “normale” il terrorismo fisico ed emotivo contro donne. Nella cultura dello stupro sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse». Ed è proprio su questa normalizzazione interna alla cultura dello stupro che è interessante soffermarsi dato che in Italia sul femminicidio si è passati attraverso un’esagerazione forzata, e per lo più priva di competenza, a una regressione graduale, fino poi alla normalizzazione totale. Una manovra che ha un nome preciso: strumentalizzazione, che in questo caso è stata fatta sui corpi delle donne, i nostri.

Per questo, e per riflettere su quanto succede in questo momento, propongo il saggio “Femminicidio: per un’informazione che superi la rivittimizzazione mediatica”, pubblicato all’interno della rivista internazionale di studi sociologici “M@gm@” e presentato pochi giorni fa all’Università La Sapienza di Roma, in cui si sviluppa la narrazione della violenza contro le donne nei media d’informazione e il loro impatto sociale. L’ho scritto a settembre, quando ancora non immaginavo quello che sarebbe successo dopo, ed è interessante come alle porte dell’applicazione della Convezione di Istanbul sulla violenza contro le donne e la violenza domestica (che scatterà il 1° agosto), l’Italia si trovi paradossalmente più indietro rispetto a un po’ di tempo fa e che alla fine, malgrado l’interlocuzione con le istituzioni, nulla di quello che è scritto qui è stato anche lontanamente attuato.

da “Violenza maschile e femminicidio”
Vittoria Tola – Giovanna Crivelli (a cura di)
M@gm@ vol.12 n.1 Gennaio – Aprile 2014

 

FEMMINICIDIO: PER UN’INFORMAZIONE CHE SUPERI LA RIVITTIMIZZAZIONE MEDIATICA

Di Luisa Betti

Si parla spesso di un cambiamento culturale per contrastare la violenza contro le donne in quanto fenomeno strutturale. Ma cosa significa cambiare la cultura? La cultura non è un qualcosa di estraneo e si può cambiare solo partendo da noi. Per questo cambiare la cultura, significa cambiare il modo di pensare, con una consapevolezza e una conoscenza che permetta di rintracciare stereotipi e ruoli nascosti nelle pieghe profonde della società, e così tanto radicati nel nostro modo di essere, da risultare quasi invisibili. Stereotipi che sono parte integrante del nostro modo di vivere, e che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità in base al sesso, e senza alcuna altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane attraverso un pregiudizio. Ruoli definiti, gabbie invisibili ma pesantissime, che sono l’humus su cui proliferano la discriminazione e la violenza di genere con un pregiudizio così interno alla società che anche l’occhio più attento può non rendersi conto. Una discriminazione che è già una forma di violenza che considera la donna come un oggetto da conquistare, possedere, controllare, e non un soggetto.

L’aspetto internazionale

La violenza maschile contro le donne non è un fenomeno né nuovo né solo italiano, e i dati dell’Onu ci dicono che nel mondo 7 donne su 10 subiscono una forma di violenza nel corso della vita, e che 600 milioni di donne vivono in nazioni che non considerano questo come reato: una violazione di diritti umani planetaria. Dati su cui si sono concentrati a livello internazionale le Nazioni Unite che hanno siglato una storica carta contro la violenza su donne e bambine alla “Commission on the Status of Women” dell’anno scorso (CSW, 8/15 marzo 2013), e il Consiglio d’Europa con la “Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, redatta a Istanbul nel maggio 2011: organi internazionali che hanno sentito il bisogno di dare disposizioni organiche in merito, previa consultazione di Ong e associazioni della società civile, delineando chiaramente sia i termini in cui questa violenza si manifesta, sia le forme di contrasto.

Nel novembre del 2012 a Vienna, la “Academic Councilon United Nations System”(ACUNS), ha redatto un documento sul femmicidio (da non confondere femminicidio), in cui esperte internazionali come Diana EH Russell (criminologa statunitense che ha coniato il termine), Michelle Bachelet (ex UN Women e ora presidente del Cile), Rashida Manjoo (relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne), hanno discusso in un simposio di studiose ed esperte sulla radice di genere delle varie forme di violenza contro le donne che portano fino alla loro uccisione. Nel rapporto finale si può leggere che «il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze, e assume molteplici forme» e che «Le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere». Infine il documento rammenta che «Per considerare un caso come femmicidio, ci deve essere l’intenzione implicita di svolgere l’omicidio e un collegamento dimostrato tra il crimine e il genere femminile della vittima» e che «Finora, i dati sul femmicidio sono altamente inaffidabili e il numero stimato di donne che ne sono state vittime variano di conseguenza», ma che «i femmicidi avvengono in ogni paese del mondo e la più grande preoccupazione è che questi omicidi continuano ad essere accettati, tollerati o giustificati come fossero la norma».

Invece la Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, ha redatto e presentato al Consiglio dei diritti umani, che si è svolto a Ginevra nel giugno 2013, il primo “Rapporto tematico sul femminicidio”, adottando il termine sociologico coniato da Marcela Lagarde, che indica «la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

In questo Rapporto Manjoo afferma che «la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani», chiarendo – durante la sua relazione – che i significati di femmicidio e femminicidio oltrepassano anche il carattere sociale e religioso specifici dei diversi paesi, e affermando che ovunque si consumi, l’omicidio di genere, ha una chiara matrice comune a tutte le donne del mondo anche se con diverse declinazioni: per questo i «delitti passionali»dell’Occidente e i «delitti d’onore» in Oriente, hanno la medesima matrice di genere.

La violenza maschile contro donne e bambine, che può portare alla morte, è quindi un problema di dimensioni globali, storicamente basato sulla discriminazione e sul pregiudizio culturale della superiorità del maschio rispetto alla femmina, nonché manifestazione dei rapporti di forza diseguale tra i sessi. E anche se non ce ne accorgiamo adesso, è un dato di fatto che in questo momento l’attenzione su questa violazione dei diritti umani, che è una conseguenza dei rapporti sbilanciati tra i sessi, non viene posta solo dai movimenti femministi nel mondo ma da un panorama molto più ampio per una più ampia consapevolezza su un fenomeno trasversale a culture e società diverse tra loro, ed esteso a ogni classe sociale e a ogni età. Dico questo come premessa perché per affrontare la violenza maschile sulle donne – femminicidio/femmicidio, bisogna prima di tutto avere chiara la sua radice che è nella discriminazione e nel radicamento degli stereotipi in tutti gli ambiti, da quello sociale, privato, politico, ovunque.

Sbilanciamento tra i sessi

La cultura maschile e maschilista non è un vezzo, un optional, ma fa parte di un sistema saldamente basato sulla convinzione dell’inferiorità della donna e del controllo su di lei, ed è funzionale a un potere che gli uomini non desiderano condividere, malgrado siano anche inferiori numericamente. Una donna che sta a casa, che cura i figli, che fa la spesa e cura gli anziani, una donna che si accontenta di un mezzo salario, che si adatta a fare un lavoro precario e mal pagato, che si ritrova a essere ricattata dal datore di lavoro e sta zitta perché non può perdere quei soldi, una donna che non può accedere ai suoi diritti sulla salute riproduttiva e sulla gestione del suo corpo, che ha paura a separarsi da un marito violento perché dipendente economicamente o perché ha paura di non vedere più i figli, e che infine rinuncia non solo al potere ma anche ai suoi diritti fondamentali: è un risparmio per lo Stato e un jolly collettivo e personale per ogni uomo. Per questo educare ogni bambina attraverso l’oscurantismo delle sue simili nei libri di testo che è costretta a studiare a scuola, forgiare la sua personalità nutrendola a piene mani della cultura del principe azzurro, è un modo sicuro per l’introiezione totale di un modello maschilista. Così, inconsapevole dei propri diritti e del suo protagonismo in questo mondo che per più della metà è popolato da persone fatte come lei, la femmina diventerà innocua, soprattutto se poi nella sua vita continuerà a essere completamente immersa in una cultura che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la farà apparire come seconda a un qualsiasi maschio della sua vita privata e pubblica. Naturalmente a tutto c’è un limite e le donne si sono organizzate scoperchiando questo enorme vaso di Pandora. Ma cos’è un secolo di rivendicazioni in confronto a millenni di sottomissione? In Italia, che a livello di cultura machista potrebbe essere un modello, il pregiudizio verso l’inferiorità femminile è talmente radicato nella società che anche l’occhio più attento non si rende conto di quanto la discriminazione di genere sia una costante in famiglia, nella scuola, a lavoro, nelle istituzioni, nei rapporti con gli amici, per strada: una discriminazione che è una forma di violenza e che ti costringe in un corpo estraniato ed estraniante, non più tuo ma alla mercé. Imparare a memoria libri di testo in cui il proprio genere è cancellato,  percepirsi come inadeguata per motivi di genere, essere discriminate da parte dei propri genitori di fronte a fratelli maschi, sottostare alle avance indesiderate come se fosse normale “insistere” da parte di un uomo, autoconsiderarsi un oggetto da conquistare e possedere, è il più profondo esproprio della soggettività che un essere vivente pensante possa subire. Ed è una violenza.

La Convenzione di Istanbul

La Convezione di Istanbul, oltre a condannare «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica», riconosce che il raggiungimento dell’uguaglianza è un elemento chiave per prevenire la violenza. Riconoscendo «la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere», la Convenzione insiste sulla prevenzione e sulla protezione attuabile attraverso una fitta e articolata rete di sostegno per le donne e i minori che le accompagnano, ma soprattutto chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, nel senso che si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, queste leggi possono anche rimanere inapplicate, come già succede in Italia e come sottolineato da Manjoo nelle sue Raccomandazioni sulla violenza contro le donne al nostro Paese.

La Convenzione di Istanbul stabilisce anche esattamente cosa s’intenda per violenza contro le donne: «Con l’espressione violenza nei confronti delle donne – si legge – si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata». Una Convezione che parte da un assunto per cui oltre a condannare «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica», riconosce che «il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne», la quale si mostra come «una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione». Riconoscendo «la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere», la Convenzione di Istanbul riconosce che «la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini».

Non solo, perché qui si osserva, da parte del Consiglio d’Europa e «con profonda preoccupazione», che «le donne e le ragazze sono spesso esposte a gravi forme di violenza, tra cui la violenza domestica, le molestie sessuali, lo stupro, il matrimonio forzato, i delitti commessi in nome del cosiddetto onore e le mutilazioni genitali femminili», un pacchetto che costituisce «una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze, e il principale ostacolo al raggiungimento della parità tra i sessi». A ciò si aggiunga che «le donne e le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di subire violenza di genere rispetto agli uomini» e che «i bambini sono vittime di violenza domestica anche in quanto testimoni di violenze all’interno della famiglia».

Inoltre «La presente Convenzione si applica a tutte le forme di violenza contro le donne, compresa la violenza domestica, che colpisce le donne in modo sproporzionato» e che comprende «tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima». Una piattaforma complessa e articolata che, come già si può intuire, parte da un ristrutturazione dell’esistente che non può prescindere da un profondo cambiamento culturale e dall’annullamento del pregiudizio che porta, adesso e nella realtà dei fatti, a non avere chiara percezione della violenza e a sottovalutarne anche il rischio di vita – come dimostrano il 70% dei femminicidi del 2012 che in Italia potevano essere evitati, perché già segnalati come situazioni a rischio. Un cambiamento culturale che non può avvenire senza grosso investimento e di denaro e di forze.

Convenzione di Istanbul e Raccomandazioni Onu

Ma avere una chiara percezione di questa violenza, oltre a un’acquisizione ufficiale dei dati e un monitoraggio sull’efficienza dello Stato che sono a oggi inesistenti in Italia, occorre una narrazione del fenomeno che sia fuori dagli stereotipi, che sono la spinta principale a una sottovalutazione del problema che influenza non solo l’opinione pubblica ma anche gli addetti ai lavori. Alcune importanti indicazioni della Convezione di Istanbul erano già state indicate, in maniera vincolante, dalle Raccomandazioni del Comitato Cedaw all’Italia – che sorveglia l’applicazione della “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne” ratificata dal nostro Paese nell’85 (con adesione al Protocollo opzionale nel 2002) – e anche in quelle della Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo.

In realtà l’implementazione della Convezione di Istanbul, e l’applicazione delle Raccomandazioni Onu, non sono un giochetto e non possono essere liquidate con ritocchi al codice penale come fatto la conversione in legge del decreto sicurezza nel 2013. Se questo Paese è indietro sulla questione di genere, percepibile nella vita di tutti i giorni, le istituzioni non possono prescindere dall’affrontare il problema alla radice, anche perché ne hanno la possibilità, il potere e la disponibilità. Ma per fare un passo così importante e decisivo, è necessario avere la percezione reale di quello che succede sulla pelle delle donne, ragazze, bambine e bambini, anche attraverso un’inchiesta accurata senza trascurare la consultazione e l’ascolto reale di tutte le associazioni di donne che si occupano in maniera professionale e costante della violenza. Una interazione tra società civile e istituzioni che in Italia non c’è, o è spesso fittizia.

Cambiamento culturale e media

Lo smantellamento di una rappresentazione stereotipata è invece una cosa seria e deve avere un grosso impatto culturale per essere efficace, ed è per questo che tra le varie indicazioni, nei tre testi delle raccomandazioni dell’Onu e di Istanbul – due rivolti all’Italia e uno ratificato dal nostro Paese – ci sono indicazioni riguardo ai media e all’informazione.

Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di «predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile». Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di «formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali». Nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che «Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità».

È opportuno riflettere su come tali indicazioni siano implementabili nel nostro Paese in relazione all’informazione che ha bisogno, per la sua natura e carattere, di un approccio diverso rispetto a pubblicità, fiction, ecc. e che non può far parte di un unico calderone. L’informazione di giornali, telegiornali, speciali e programmi d’informazione tramite stampa, tv e web ha un suo specifico e non può essere confusa con il resto. Perché se è vero che la percezione della violenza è uno dei nodi fondamentali, l’informazione che – a differenza di fiction o della pubblicità – si pone come oggettiva, influenza in maniera diretta la percezione di quel problema come fosse super partes. Un’informazione che, qualora non venga data in maniera corretta, può procurare anche distorsioni e danni, in quanto nella formazione dell’opinione pubblica, dell’immaginario collettivo e nel sostegno degli stereotipi comuni, l’informazione ha un ruolo fondamentale e particolare.

Quando qualche anno fa, quando ho cominciato a monitorare l’informazione italiana con un occhio di genere, ho visto che malgrado in Italia l’80% della violenza fosse violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori di femmicidio fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti) di cui solo il 10% con problemi psichici accertati, si parlava sempre di raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, stress dovuto al lavoro o alla perdita del lavoro. Mentre per la donna si tracciava un profilo che ricalcava stereotipi femminili comuni quasi a suggerire una complicità della donna stessa la quale, avendo provocato, tradito, esasperato, respinto l’uomo, si era ritrovata uccisa. Quando si trattava di un’uccisone dopo una lunga serie di maltrattamenti gravi in famiglia, nei giornali spesso il titolo riportava un’attenuante psichiatrica dell’autore e il solito il background stereotipato nell’illustrazione dei fatti, ci si richiamava cioè a evidenti stereotipi. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011: «I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano perlopiù commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi». La violenza sulle donne – femminicidio, che in Italia ha ancora un altissima percentuale di sommerso, era trattata, e spesso lo è ancora, come un fatto di cronaca isolato e sporadico, attraverso una narrazione che per rendere più appetibile il racconto andava a scavare nel torbido, indugiando su aspetti morbosi per interessare chi legge e facendo leva su stereotipi culturali privi di un quadro d’insieme con il risultato di trasformare la donna in offender e minimizzando la gravità del reato commesso. Ma chi informa deve essere informato e non può prescindere da una formazione e una preparazione adeguata su temi che non sono di serie B e che non possono essere improvvisati, soprattutto se si tratta di professionisti dell’informazione, come siamo appunto noi giornalisti e giornaliste.

Con queste premesse, è iniziato il lavoro sul femmicidio-femminicidio nella Rete nazionale delle giornaliste italiane (“GiUliA”) e ciò succedeva quando ancora nessuno, su stampa e tv, parlava di femmicidio/femminicidio. Il tam tam che è scaturito da quel lavoro, in Giulia e con Articolo21, ha portato l’informazione a concentrarsi in maniera differente sul problema, perché le giornaliste cercavano con tenacia, e combattendo lo stesso maschilismo interno alle redazioni, di allargare gli orizzonti dove lavoravano e operavano. È stato così che dall’inizio del 2012 le giornaliste di molte testate italiane, hanno cominciato a dare una prospettiva diversa al trattamento della violenza contro le donne all’interno dell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse il pregiudizio discriminatorio, sia sulle donne sia rispetto alla considerazione di un argomento inferiore e privo di una sua dimensione specifica all’interno delle redazioni.

Il lavoro della società civile

Un grande passo, dopo la Piattaforma Cedaw e Giulia, è avvenuto nel marzo del 2012 in cui, dopo un mio articolo sul femmincidio titolato “La famiglia italiana fa più vittime della mafia” (“Il Manifesto” – 7 marzo 2012), Magistratura democratica con le giudici Antonella Di Florio (Tribunale civile di Roma) e Tiziana Coccoluto (Procura di Roma), mi ha stato chiesto di istituire un tavolo interdisciplinare che mettesse in contatto diverse categorie professionali come giudici, avvocati, giornaliste, psicologhe e società civile, intorno al tema del femminicidio e per la costruzione di una rete professionalmente competente. Al tavolo, dal titolo “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare”, insieme a me e Antonella Di Florio, erano sedute la procuratrice Maria Monteleone, la giudice Franca Mangano, la direttrice dello Sco, Luisa Pellizzari, l’avvocata Barbara Spinelli, i giudici di Cassazione Giovanni Diotallevi ed Elisabetta Rosi, la psicologa Elvira Reale e Vittoria Tola dell’Udi. Un tavolo che, fra tutti i tavoli e i convegni fatti nel corso di questi anni, è stato uno dei più importanti incontri sul tema e con spunti di riflessione che sono stati poi ripresi in diversi ambiti di discussione nel corso del tempo. Un approccio interdisciplinare indispensabile se si vuole intervenire con efficacia sulla violenza di genere nella sua trasversalità con un sistema che coinvolgendo i diversi ambiti di competenza sia in grado di affrontare un fenomeno che in Italia non è un’emergenza ma un problema strutturale profondo.

Altra spinta propulsiva, nel maggio 2012, è stata quella profusa dalla costruzione della Convenzione “No More” contro la violenza sulle donne / femminicidio (di cui faccio parte come promotrice e referente in GiUliA), e dove sono confluite le forze della società civile con le più importanti associazioni che si occupano di violenza di genere in Italia. Una massiccia proposta di cambiamento a tutto quello che riguardava questi temi che ha cambiato le carte in tavola e con un grosso impatto culturale. Ma non basta.

La sottovalutazione della violenza contro le donne

Il pregiudizio è così forte che, grazie a un così ampio sostegno discriminatorio, anche in ambito giudiziario dove le donne dovrebbero trovare aiuto, spesso sono trattate come povere vittime incapaci di intendere e di volere, donne depresse che attirano a sé uomini violenti, o ancora peggio soggetti non credibili che quando denunciano una violenza ampliano la portata dell’accaduto esagerando. Donne che ogni giorno rischiano di essere rivittimizzate sui giornali, nella società e in tribunale, che non vengono credute fino in fondo e non hanno la dovuta protezione, e possono essere costrette a un affido condiviso coatto in presenza di violenza domestica e violenza assistita o subita dai minori presenti, per mancanza di preparazione e di formazione di tutti gli operatori che si possono trovare ad avere a che fare con reati di questo tipo su tutto il territorio nazionale: situazione che non è cambiata nella sostanza neanche dopo l’approvazione e conversione del decreto sicurezza, in cui compare una parte dedicata alla violenza contro le donne.

Un impasse dovuto alla sottovalutazione di quello che rappresenta in realtà la violenza sessista e discriminatoria contro le donne, e che persiste in ogni ambito.

Un esempio per tutti. Quando la presidente della camera, Laura Boldrini, bersaglio di attacchi sessisti violenti pubblici ha reagito in maniera decisa, è stata gridata la parola «censura malgrado lei non l’avesse neanche proferita. Perché? Durante seminario parlamentare #nohatespeech, “Parole libere o parole d’odio, prevenzione della violenza online” – promosso da Boldrini nel 2013 – si è parlato della violenza sulle donne nel web come di un fenomeno odioso quanto grave di cui non solo la presidente della camera ma molte donne e ragazze sono l’obiettivo quotidiano, ed è emerso il contrasto tra la libertà di espressione e lo sfogo violento pubblico. In quella sede, in cui erano presenti addetti ai lavori, pochi hanno capito però la connessione tra la violenza psicologica, presente in tutte le convenzioni internazionali che riguardano le donne (dalla Cedaw alla Convenzione di Istanbul), e i suicidi delle ragazze che hanno subito assalti mediatici o rivittimizzazione mediatica post-stupro. E questo perché si continua a non capire che non accettare la violenza in tutte le sue forme, compresa quella psicologica mediata dalla tecnologia, non significa censurare perché quella non è libertà.

Una situazione che può diventare allarmante se si tratta di adolescenti, momento in cui l’amplificazione è enorme. Nello specifico i minorenni spesso ignorano che quello che stanno facendo attraverso il web e i social network – minacce, calunnie, violenza, bullismo e cyberbullismo – sia un reato, esagerando i comportamenti degli adulti in una maniera straordinaria, diventano straordinariamente pericolosi. Su quello che è successo in Ohio, dove alcuni ragazzi sono stati condannati per stupro su una ragazza di 16 anni e per aver divulgato materiale sul reato da loro commesso, la cosa più grave non è stato solo il racconto derisorio del reato commesso su YouTube da parte dei ragazzi, ma il fatto che quando sono stati condannati la maggior parte dei media Usa, ha detto che le vite di questi ragazzi erano state “rovinate”: erano dei giocatori promettenti ma essendo stati condannati, la loro carriera era stata stroncata. Un esempio eclatante di sottovalutazione della violenza sostenuta da una rivittimizzazione mediatica che ha anche rivelato indirettamente il nome della giovane che è stata poi ricoperta di insulti su twitter.

La responsabilità dell’informazione

Qual è allora il punto? Il punto è che un’informazione che si pone a livello oggettivo e che deve riportare un fatto, non può esprimere giudizi rispetto a una situazione così delicata e basandosi oltretutto su stereotipi, perché è dannosa e fuorviante per l’opinione pubblica in quanto non dà la giusta misura della gravità dell’accaduto, anzi la sottovaluta volontariamente e senza mezzi termini, rivittimizzando la persona che si sente così di vivere una seconda violenza e giustificando la violenza stessa. Per questo, se si vuole risolvere davvero il problema, bisogna affrontarne il nocciolo, e cioè la discriminazione di genere che tocca le donne, le ragazze e le bambine dell’intero Pianeta.

Il pregiudizio della discriminazione di genere e la sottovalutazione che ne consegue, è così ampia da esigere un sistema di contrasto a 360 gradi, come indica la Convenzione di Istanbul, e con un approccio specifico e interdisciplinare. I media, l’informazione, il web, la scuola, il lavoro, in famiglia e nella gestione del potere in cui le donne continuano, in molti casi, ad essere un optional. Ma partiamo dall’informazione che non è un punto di arrivo ma una partenza e uno stimolo allo smantellamento culturale.

In Italia, la prassi per dare notizia sui giornali di un femminicidio che magari arriva dopo una lunga serie di maltrattamenti gravi in famiglia, lo schema era – e spesso è ancora – il titolo con un’attenuante psichiatrica dell’autore, se italiano, o sbattuto in prima pagina con il nome dell’offender in risalto, se immigrato. Delitto passionale, per il primo, e delitto d’onore, per il secondo. Per gli omicidi di genere, che al 96% in Italia vengono commessi da conoscenti maschi, si parlava – e si parla ancora – di raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, stress dovuto al lavoro o alla perdita del lavoro, e si tracciava un profilo della vittima che potesse giustificare l’atto che in realtà era un omicidio di genere. Di solito il background culturale nell’illustrazione dei fatti, si richiamava agli stereotipi femminili della donna “preda” che istiga l’istinto animale dell’uomo: quindi se la vittima, dell’omicidio o dello stupro, è di bell’aspetto, con la sua foto in bella vista, mentre un’anziana o una donna non particolarmente avvenente, era accompagnata dall’immagine del luogo del delitto o la foto di polizia o carabinieri: il tutto confezionato come se fosse un semplice fatto di cronaca isolato e non un fenomeno sociale. La narrazione indugiava su aspetti morbosi e perversi per interessare chi leggeva, senza preoccuparsi di dare un quadro d’insieme ma facendo appunto leva su stereotipi culturali. Senza preoccuparsi di avere un linguaggio adeguato e immagini lontane dall’immaginario maschile della donna “preda”, la donna veniva trasformata in offender complice della sua stessa morte o dello stupro, un sistema che giustifica indirettamente il reato come se fosse una cosa normale e sostenendo quella cultura di cui la violenza si nutre. Una responsabilità che l’informazione deve cominciare a prendersi.

La scelta delle parole e delle immagini è materia viva nell’interpretazione della realtà, e quando la stampa riporta fatti che riguardano la discriminazione di genere come eventi eccezionali, di natura privata e sufficienti a sé stessi attraverso un linguaggio distorto e un immaginario stereotipato, applica una doppia violenza in una cultura che ci sottopone, sempre più spesso, a offese e umiliazioni anche pubbliche, attraverso apprezzamenti di carattere fisico e a sfondo sessuale, deprezzamenti a livello culturale e sociale, politico. Esercitare violenza attraverso il linguaggio non significa solo insultare, offendere, ferire ma esercitare una violenza invisibile sui processi di identità della persona che in questo caso si estende al genere e che forzano e manipolano la realtà. Titolare l’articolo di cronaca di un femmicidio con «dramma della gelosia», oppure «uomo uccide per gelosia», o ancora «uccisa per motivi passionali», significa deviare la percezione comune dando un’informazione sbagliata perché il femmicidio è una conseguenza estrema della violenza di genere e rappresenta la volontà (e non la follia) di un totale controllo sulla donna, ed è anche l’estrema ratio di chi dice che del nostro corpo può disporre, teoricamente e materialmente.

Femminicidio come una moda o un brand mediatico

La sottovalutazione e la rivittimizzazione meditica però, non ha la sua causa solo nella scarsa valutazione del fenomeno perché anche una iperinformazione, se fatta male, può essere pericolosa. Il termine femminicidio che, una volta sdoganato, diventa un brand e una moda, può essere pericoloso come e forse anche più della scarsa attenzione. L’altro pericolo da evitare è infatti il meccanismo di speculazione strumentale che tratta il femmicidio – femminicidio come un passepartout che fa notizia e su cui anche chi non ha strumenti né competenze, può avventurarsi. Con modi meno sfacciati e meno aggressivi di prima, ma pur sempre in maniera superficiale, chi schiaffa in prima pagina il termine “femminicidio” senza cognizione, continua a sottovalutarne la portata e a cadere negli stereotipi senza cambiare una virgola dell’esistente. Un pericolo in cui il pregiudizio della discriminazione di genere permane, e si riflette nel sostegno sotterraneo di una cultura che non essendo diversa da prima mette solo in evidenza che ci sono uomini-mostri e donne che non si sanno difendere e vanno difese da se stesse.

Un esempio è stato che il 25 novembre 2013, una data che fino a due anni fa nessuno si ricordava e che ora, invece, ha avuto mobilitazioni in tutta Italia e una inflazione di titoli e notizie anche prive di spessore che hanno avuto come conseguenza un abbassamento della guardia. I messaggi che sono stati veicolati alla fine del 2013, anche dall’informazione, sono stati su un piano di superficialità che ha coinciso con il ristabilimento degli stereotipi, perché l’importante è non intaccare seriamente i ruoli che sostengono il sistema-famiglia italiano. Ed è così che ci si è concentrati sugli uomini ma solo per dividerli in buoni e cattivi, senza una vera analisi o una presa di coscienza reale da parte del maschile, in un 25 novembre che ha coperto l’Italia di rosso al posto dell’arancione – colore della campagna internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre promosso dall’Onu – in quanto colore del sangue delle morte ammazzate. Molti dei programmi tv sono stati confezionati da giornalisti impreparati che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa, malgrado il livello sia spesso più alto, ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti completamente a digiuno del tema, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e spiegare cause di fatti che non conoscono, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro. Un metodo che altrove sarebbe etichettato come incompetenza.

Una superficialità che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di competenza, si è inevitabilmente afflosciata creando stanchezza e disinteresse, e portando al “quasi” silenzio dopo aver toccato il suo apice. Un abbassamento di qualità, condito anche con business, moda e addirittura calendari di belle ragazze in mutande, che ha portato a un ripensamento sul termine stesso di femminicidio ormai confuso e ridotto a uxoricidio sui giornali: un termine diventato fuorviante solo per chi – e per responsabilità di chi –  non ne sa nulla. In questo caso c’è da aggiungere che la responsabilità mediatica è particolarmente grave, perché quando l’informazione si consuma sulla pelle di esseri umani – come donne e bambine che rischiano la loro stessa incolumità – ognuno di dovrebbe fare un esame di coscienza chiedendosi: quali potrebbero essere le conseguenze se sbaglio o se sono superficiale?

Un esempio esemplificativo della superficialità è stato quando, in piena campagna contro il femminicidio, si è parlato e riparlato del caso delle minorenni coinvolte in un giro di prostituzione ribattezzate da tutti i giornali come «baby squillo» attraverso articoli morbosi e pieni di attenzioni sulle ragazze: la dimostrazione che in quei giornali – che magari avevano pagine e pagine sul femminicidio – non si era capito che la radice della violenza sono proprio quegli stereotipi sbattuti così in prima pagina. Un teatrino che già sta portando a una normalizzazione e a una sottovalutazione di ritorno su un fenomeno in cui ormai l’unica speranza è che gli strilloni perdano presto la voce.

Come evitare la rivittimizzazione mediatica

Il punto cruciale è allora la percezione della violenza nella sua reale portata e senza improvvisazione: lo smantellamento di una cultura dello stupro coincide con quello della sottovalutazione della violenza e dei pregiudizi di genere, in cui si rischia di far passare come normalità, un danno o una violazione. Per questo l’informazione ha un ruolo fondamentale: perché se i media sostengono questa cultura della sottovalutazione, che poggia sul pregiudizio della discriminazione di genere, è ovvio che anche la percezione dell’opinione pubblica sarà tale, e questo sosterrà a sua volta anche la rivittimizzazione nei tribunali, nelle forze dell’ordine, tra operatori e operatrici. Pubblicare articoli negazionisti della violenza contro le donne, o lasciare che giornalisti che non si occupano di queste tematiche si avventurino senza strumenti e conoscenze appropriate, è pericoloso. È quella che viene chiamata vittimizzazione secondaria, che in questo caso è fatta attraverso i media, e che si serve di quell’arma affilatissima che è l’illusione che basta essere brave persone o bravi professionisti, per essere oggettivi e bilanciati anche su questo. Ma non si parla di sport e le conseguenze sono gravi.

Trattare le donne come se fossero vittime indifese da proteggere, perenni inadeguate, mettere sullo stesso piano la violenza maschile con la reazione femminile di fronte a una violenza fisica e/o psicologica, dare voce all’autore della violenza senza dotarsi di strumenti di approccio e analisi adeguate, può essere considerata causa di una rivittimizzazione mediatica. Una impreparazione che ha tenuto ben lontani i giornalisti da molti centri antiviolenza, i quali, per molto tempo, si sono rifiutati di dare in pasto le storie delle donne come se fosse materiale da scoop: un gap, tra la realtà della violenza e l’informazione, che abbiamo cercato faticosamente di riempire e su cui non vorremmo tornare indietro. Dare la sensazione che l’uomo è un poveretto respinto da una donna che giocava coi suoi sentimenti di uomo ferito, senza chiamare quel tipo di situazione col suo vero nome, cioè violenza psicologica, è molto più pericoloso di quanto si possa immaginare. Quello che è importante non è soltanto il racconto dei fatti ma l’imparare a raccontarli soprattutto in un contesto culturale così discriminatorio per le donne come quello italiano, dove l’idea che continua a passare è che comunque un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, siano un ingrediente scontato dei rapporti intimi: una convinzione che nei tribunali, nelle caserme, e in alcune perizie psicologiche (CTU), espone la donna a grave rischio, in quanto la violenza psicologica nei rapporti d’intimità, non è una semplice conflittualità della relazione.

Se il problema è strutturale e culturale, l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, diventa uno dei fattori principali per il cambiamento. Per queste ragioni, non basta essere sensibili all’argomento ma bisogna conoscerlo, bisogna essere preparati, studiare, ed è fondamentale che la formazione valga per giudici, forze dell’ordine, avvocati e avvocate, psicologi e psicologhe, assistenti sociali, ma anche per i giornalisti e le giornaliste che si vogliano occupare di questi temi. Risolvere il problema culturale anche attraverso una corretta informazione, è il nodo: ma lo dobbiamo fare da sole continuando a punzecchiare direttori e caporedattori?

In Italia gli uomini occupano la maggioranza dei posti di comando anche nelle redazioni italiane, e se davvero vogliono dimostrare di occuparsi di femminicidio potrebbero partire prendendo in seria considerazione le modalità indicate dalla società civile che ha elaborato con un alto profilo professionale i contenuti e le modalità di narrazione della violenza sulle donne partendo da valutazioni e studi interdisciplinari sul campo, perché questa è la responsabilità da prendersi in carico.

Per dare una corretta informazione, che non sia soltanto attraverso i seppur utilissimi e validissimi blog e rubriche, bisognerebbe entrare a pieno titolo nel tessuto vivo del giornale, avviando un processo di trasformazione anche dentro le redazioni. Redazioni che vorremmo fossero attrezzate, non solo con un vademecum o linee di condotta, ma con redattrici e redattori formati su questi temi che possano evitare pericolosi scivoloni e produrre una nuova cultura, un nuovo modo di vedere le cose. Una specie di occhio di genere che attraverso giornalisti e giornaliste formati sulla materia, possano nei vari desk rintracciare e stimolare un nuovo linguaggio e un nuovo modo di raccontare la realtà, evitando non solo il neutro, ma anche mettendo in luce differenti aspetti di un certo avvenimento, compresi quelli legati al genere. Come esiste il giornalista di esteri, interni, cultura, sarebbe auspicabile che della violenza sulle donne e sui minori non si occupasse né il cronista né il redattore di turno, ma qualcuno che sa maneggiare l’argomento. Lo mettereste uno che fa sport a fare la pagina di economia? Credo di no.

Auspicare che le direzioni dei giornali si avvalgano di alcune figure professionali da inserire direttamente nel tessuto del giornale e che queste figure possano avere anche ruoli di responsabilità, sarebbe un grande passo avanti. Ma si potrebbe parlare di vero e proprio salto se oltre agli argomenti, ci si attrezzasse per promuovere la soggettività femminile direttamente all’interno delle redazioni, tanto da scegliere la donna a parità di capacità con l’uomo. Come indicano le Raccomandazioni Cedaw, è indispensabile nel nostro Paese «adottare ulteriori misure per accelerare il raggiungimento della piena ed eguale partecipazione delle donne nei processi decisionali, a tutti i livelli e in tutti i settori», senza dimenticare di «sviluppare e applicare sistemi di valutazione del lavoro, basati su criteri di genere».

Le donne oggi sono l’avanguardia di un profondo cambiamento culturale che porterà vantaggi all’intera società e alle nuove generazioni, maschi o femmine che siano.

 

 

 

 

Il #25 novembre dura fino al 10 dicembre: diamogli un senso (2013)

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Il 25 novembre è stata la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, una giornata indetta dall’Onu nel 1999 che fino a tre anni fa era completamente ignorata in Italia. Una giornata che quest’anno le Nazioni Unite prolungano fino al 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani, per riaffermare l’idea che i diritti delle donne sono diritti umani, in una campagna che usa il colore arancione che in Italia, non a caso, è diventato rosso come il sangue delle donne uccise (e non perché “di sinistra”, come qualcuna spererebbe). Un elemento indicatore di come qui, in un Paese che fino a qualche anno fa non sapeva neanche dell’esistenza e delle difficoltà dei centri antiviolenza, regni sovrana l’ignoranza e dove femminicidio, termine che indica tutte le violenze – private e di Stato – che una donna può subire o essere esposta a subire fino al suo annientamento fisico, possa trasformarsi in un battibaleno in uxoricidio. Un fraintendimento non da poco, che significa non solo un errore che nell’informazione diventa mastodontico, ma che provoca una riduzione e una ghettizzazione del fenomeno, a cui si sta aggiungendo in maniera spropositata una spettacolarizzazione che è solo la punta di un iceberg enorme. Un paradosso, se pensiamo che ancora nel 2010 i centri antiviolenza che chiedevano aiuto erano una voce lontana che si disperdeva nel vuoto e nell’indifferenza, e dove era difficile far scrivere e far venire alle conferenze stampa anche un solo giornalista. Poi però, per testardaggine e per tigna, c’è stato un gruppo di donne che ha continuato e che insieme, malgrado percorsi e professionalità diverse, si è incontrato e unito in questa lotta. Donne a cui va il merito di non aver mai mollato e che con grandissimo lavoro di rete e competenze, hanno prodotto contenuti di alto valore, con molto da insegnare alle stesse istituzioni. Donne che si sono fatte ascoltare con un movimento di idee che andava oltre l’indignazione e che per questo era anche propositivo (tra cui la “Piattaforma Cedaw” e la “Convenzione No More”). Perché ognuna sapeva, in cuori suo, che la battaglia era troppo importante. Ma poi qualcosa è sfuggito di mano, perché le istituzioni sono andate oltre: a un certo punto, non potendo più far finta di niente, hanno capito che per avere spazi di manovra su questo tema, dovevano appropriarsene, facendo finta di ascoltarci. Il risultato, ora, è che il 25 novembre se lo sono ricordato tutti e anche chi non sapeva adesso sa. Ma cosa sa? che ci sono uomini “mostri” che uccidono ferocemente la moglie o la fidanzata? che il colore rosso, che ha coperto l’Italia in quel giorno, è il colore del sangue di quelle morte ammazzate? hanno scoperto che chi picchia e stupra, sono i vicini di casa che sembravano così carini? è questo che volevamo? certo che no. Non volevamo un’inflazione di programmi tv confezionati da giornalisti impreparati che fanno più danni che informazione. Non volevamo creare un business con tanto di gadget né un’inutile giornata tinta di rosso “sangue”, soprattutto se la Giornata  indetta dall’Onu in tutti i Paesi del mondo è arancione (ma pochi lo sanno perché appunto male informati). Non volevamo leggere, in piena campagna contro il femminicidio in cui si parla e riparla di stereotipi, di minorenni ribattezzate da tutti i giornalisti italiani come “baby squillo” con articoli morbosi e pieni di “attenzioni” sulle minorenni ma non sugli uomini, adulti e consapevoli, coinvolti nell’affare. Senza parlare dei soliti “negazionisti” d’assalto, che non vedono l’ora di puntare il dito contro le donne, e che con qualsiasi sia il pretesto, usano dati come fossero bruscolini senza avere la minima cognizione del fatto che in Italia non ci sono dati ufficiali perché non è attivo un osservatorio di genere sugli omicidi che filtri i femmicidi (come in Spagna e come in Francia), e che le morte i centri se le contano dalla stampa (quindi probabilmente sono molte di più). Per questo, e per molto altro, è per tutte le donne offensivo leggere, come hanno scritto in questi giorni alcuni professionisti dell’informazione che non sanno di cosa parlano, che noi siamo “messe meglio” di altri paesi perché i dati lo dimostrano: affermazioni incoscienti, dato che qui il sommerso della violenza sulle donne è di circa il 90% e dato che senza una seria raccolta di dati, in Italia, non è possibile sapere quale sia la vera situazione oggi (a differenza di altri paesi che hanno già una seria raccolta sul territorio). Inventarsi che l’Onu, che ha fatto il primo rapporto sul femminicidio l’anno scorso redatto da Rashida Manjoo (la quale ha preso in esame anche la situazione italiana), è in calo, è impossibile da commentare, soprattutto nella continua confusione che si fa tra femmicidio e femmincidio. Dire che i dati Istat mostrano che qui la violenza sulle donne è una cosa come un’altra, quando l’Istat sta adesso tentando di fare una nuova raccolta aggiornata di dati dopo quelli fermi al 2006, è fantapolitica. Il termine femmincidio resta “fuorviante” solo per chi non ne sa nulla, e che per questo dovrebbe lasciare la penna a chi conosce, a partire dai termini usati ed evitando di dire sciocchezze, perché se l’informazione si consuma sulla pelle di esseri umani –  come donne e bambine che rischiano la loro stessa incolumità e solo per ragioni culturali – ognuno di deve fare un esame di coscienza quando scrive o quando fa un servizio su certi temi. Infine il marketing pubblicitario funziona sugli stereotipi perché il problema sono proprio gli stereotipi di cui in Italia, come altrove, ci si nutre dalla culla, ed è per questo che sia le raccomandazioni Onu all’Italia, sia la Convenzione di Istanbul, insistono fortemente sullo smantellamento degli stereotipi culturali a partire dalla scuola e dai media, compresa la pubblicità. A questo si aggiungano i fiumi d’inchiostro sul pacchetto sicurezza, erroniamente passata come una legge contro il femminicidio che invece ha al suo interno molto altro, e sul quale anche chi ha concorso a farla e a costruirla, solleva oggi dubbi. 

Questa però, è solo una delle tante conseguenze della superficialità tutta italiana che si entusiasma per sgonfiarsi il giorni dopo, e una delle battaglie è proprio quella che chi ne parla debba parlarne con cognizione, evitando un inutile teatrino che porterà a una normalizzazione e a una “sottovaluzione di ritorno” su un fenomeno in cui ormai l’unica speranza è che gli strilloni perdano presto la voce. Ma la vera responsabilità di questo status, non è né dei “negazionisti” né delle donne che hanno iniziato questo percorso. La vera responsabilità è di un governo che hanno fatto di tutto per ghettizzare e normalizzare il fenomeno, dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul. Escludendo Josefa Idem, ex ministra delle Pari opportunità, senza mettere al suo posto una nuova ministra con pieni poteri, il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha tolto al Paese e alle donne un pezzo importante di quel percorso, dimostrando che in realtà era “troppo” quello che volevamo, e che nessun*, tanto meno una ministra, poteva sostenere certe richieste, almeno in Italia. Il governo italiano, che oggi si fregia della lotta al femminicidio (continuando a confonderlo con il femmicidio), ha affossato inesorabilmente quel dibattito parlamentare iniziato con la ratifica di Istanbul, tranciando di netto quell’ascolto tra istituzioni e società civile (tutta, e non solo di alcune associazioni), che nella miglior tradizione italiana ha dato corpo a un DL sicurezza: un decreto che ha fatto passare attraverso “i corpi massacrati delle donne”, il controllo poliziesco del Paese. Norme, quelle introdotte da quella legge in cui appaiono anche articoli in materia di violenza sulle donne, che hanno avuto lo scopo di restringere importanti direttive europee e la Convenzione di Istanbul, richiesta a gran voce dalla società civile e oggi compromessa nella sua implementazione italiana. Non nominando una ministra a pieno titolo – neanche la viceministra del lavoro con delega alle pari opportunità, Cecilia Guerra – Letta ha ristretto la sua capacità di azione, tanto che anche la task force, formata da 7 tavoli e molto diversa da quella che era stata messa su da Idem, sta tracciando un lavoro con un percorso ristretto e limitato, perché sotto il controllo del vero potere: quello maschile che tiene le redini del Paese. Basti pensare alle risorse stanziate (circa 30 milioni di euro in tre anni), che non bastano neanche a coprire le spese dell’esistente, già molto ridotto e insufficiente rispetto a quello che dovrebbe essere in materia di prevenzione e sostegno delle donne e dei minori che vivono situazioni di violenza. Risorse così ristrette che le associazioni che lavorano sul campo, e che solo in parte partecipano a quei tavoli, litigano per spartirsi le fette più grosse. Un dato che pone moltissimi interrogativi perché quando non si investe per la formazione e per l’ampliamento e il rafforzamento delle reti di prevenzione e sostegno, quando non si va in profondità, significa solo una cosa: puntare sul controllo, come ha ben dimostrato il pacchetto sicurezza e come dimostra il codice di autoregolamentazione redatto dal tavolo sull’informazione della task force che impone regole anche ai giornalisti ma senza entrare in profondità: regole che, almeno i giornalisti italiani, infrangono costantemente (un esempio per tutti è quello della carta di Treviso sulla tutela dei minori).

Una limitazione e un “taglio” consapevole e volontario, da cui inevitabilmente nasce il “teatrino della violenza”, con un abbassamento dei contenuti a vantaggio di una trattazione spesso superficiale e non sempre all’altezza del problema, un racconto tendente a un’estetizzazione che ha come scopo una normalizzazione che creerà non pochi danni al Paese: una normalizzazione che non sta nel “termine” che si usa, ma nella sostanza, con una restaurazione che ha fatto rientrare la portata rivoluzionaria delle richieste delle donne e della società civile (in parte anche rappresentate da quella Convenzione europea sulla violenza) e che ha spaccato in mille pezzi le associazioni e tutte le donne che con grande professionalità e tenacia, avevano iniziato quel percorso. Quello che che ancora è in corso, sarà tutto da raccontare.