Abortirai con dolore

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La salute delle donne è un argomento che non passa mai di moda soprattutto perché costantemente messa in discussione anche in quei paesi che dovrebbero attuare politiche che facilitino l’accesso delle donne al controllo riproduttivo. Il 28 settembre sarà la Giornata mondiale per la depenalizzazione dell’aborto e contro le morti per aborto clandestino, e alcune associazioni in Italia (tra cui l’Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto, l’Associazione Luca Coscioni,  l’AIED, ecc.) hanno presentato una petizione alla ministra della salute, Beatrice Lorenzin, per velocizzare l’IGV farmacologico estendendolo in regime ambulatoriale dato che oggi in Italia, a differenza di altri Paesi come la Francia, per interrompere una gravidanza con procedura farmacologica è previsto il ricovero ordinario di 3 giorni, e dove solo in Toscana, Emilia Romagna e nel Lazio si può praticare con un day hospital (ma solo perché regioni “disobbedienti”). In realtà, tra i tagli alla sanità e l’incombente presenza dei medici obiettori negli ospedali – la cui percentuale italiana (70%) è seconda solo al Portogallo (80%) – interrompere una gravidanza è diventato difficile soprattutto nel centro-sud, e alcune donne sono costrette a fare code interminabili che possono cominciare alle 5 del mattino con esito incerto. Circostanze che mettono in grave pericolo l’attuazione della stessa legge che invece dovrebbe essere invece garantita. Il grosso ostacolo a facilitare l’Igv è spesso legato all’idea che una donna possa “prenderla alla leggera” e usare l’aborto come se fosse un metodo contraccettivo, mentre invece quella dell’interruzione di gravidanza è un’esperienza che le donne vivono spesso in maniera traumatica e anche con grandi sensi di colpa proprio per il contesto culturale che le fa sentire responsabili di una vita che vanno a interrompere, dissociando così loro stesse dal proprio corpo, e come se fossero donne “sbagliate” a prescindere. Ma quello che è doveroso sottolineare è anche la premura che le istituzioni dimostrano rispetto al controllo su quello che una donna decide di fare della propria vita (non tutte le donne desiderano diventare mamma ad esempio) che nel caso dell’aborto farmacologico ambulatoriale diventerebbe quasi “sfacciato” perché praticato con troppa autonomia. Quest’estate è scomparsa Simone Veil che da ministra della salute nel 1974 riuscì a far passare la legge che depenalizzava l’aborto in Francia dopo un’estenuante battaglia parlamentare che le costò insulti e aggressioni pubbliche. I tempi sono cambiati ma solo in apparenza, e anzi per certi versi sono anche peggiorati. In Europa coesistono ancora oggi Paesi come Malta, in cui l’aborto è vietato in ogni caso, e la Svezia in cui l’obiezioni di coscienza dei medici non esiste neanche, e non mancano aggressioni delle istituzioni alla legge, come anni fa in Spagna e l’anno scorso in Polonia (dove la legge è già restrittiva), o i tentativi di boicottare l’Igv attraverso l’obiezione di coscienza come in Italia o il Portogallo.

(da Passaparola Magazine – Rivista italiana in Lussemburgo e in Francia – settembre 2017)

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Femminicidio: davvero basta una sentenza esemplare?

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L’altro ieri Muhamed Vapri, 62 anni, ha ucciso con un coltello da cucina la moglie Diana Vapri Kon di 52, con la quale viveva in una palazzina di via Goito a Busto Arsizio: una coppia di albanesi con tre figli maggiorenni che lavoravano e avevano ormai la cittadinanza italiana da anni. I giornali scrivono che probabilmente lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo, come se fosse normale prendere a coltellate una persona che desidera separarsi, mentre giornalisti indefessi continuano a intervistare i vicini i quali descrivono la coppia come affiatata e innamorata, quasi fosse una morte senza un briciolo di logica. Alcune testate riportano anche che non risulta che Diana Vapri Kon abbia mai sporto denuncia verso il marito, una precisazione a cui verrebbe da ribattere: perché, sarebbe servito a qualcosa in Italia?

In questi stessi giorni abbiamo letto che la Corte d’Appello di Messina ha condannato i giudici della Procura di Caltagirone che, ignorando le 12 denunce fatte da Marianna Manduca nei confronti dell’ex marito Saverio Nolfo, hanno concorso alla sua uccisione da parte dell’uomo per “inerzia”: una svista che in Italia potrebbe essere estesa a molte istituzioni che non credendo o sottovalutando la parola delle donne che denunciano una violenza, espongono queste stesse al rischio di ulteriori violenze e anche alla morte. Ma la ciliegina di questa storia è un’altra: sì perché Saverio Nolfo sarebbe stato ritenuto anche un padre modello, tanto da ottenere l’affidamento dei figli da parte del tribunale siciliano. Un uomo che poi ha ucciso la moglie a coltellate.

La responsabilità dello Stato nei confronti non solo di Marianna Manduca ma di tutte le donne, è enorme e riguarda più o meno potenzialmente tutte noi: perché se l’elenco delle donne che sono state uccise malgrado le denunce arrivano al 70% dei femmicidi, nessuno conta le donne che ancora adesso, in questo momento, vengono messe a tacere sulle violenze subite dal partner con il ricatto di non vedere più i figli se non si dimostrano accondiscendenti e collaboranti nel corso di delicate separazioni in cui la violenza domestica non viene riconosciuta dagli stessi magistrati grazie alle valutazioni errate di psicologi e assistenti sociali, intenti a stigmatizzare queste donne come madri malevoli e terribili manipolatrici, pur di salvare l’idea del pater familias. E nessuno conta quante di queste donne, pur di non perdere i figli, vivono una violenza tra le mura di casa in silenzio e nel pericolo costante di essere fatte fuori da chi vive in casa con loro, non per il timore di lasciare il marito ma per la paura di perdere i bambini che potrebbero essere rinchiusi da un giorno all’altro e senza preavviso alcuno, in una casa famiglia o addirittura affidati al padre violento.

Pensare che una grave responsabilità delle istituzioni italiane sia soltanto la negligenza dei magistrati che non hanno valutato il rischio che Marianna Manduca stava correndo, così come quelli che non hanno protetto Elisaveta che si è vista uccidere il figlio mentre la difendeva dai colpi del marito, Andrej Talpis, e per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasbugo, è assai riduttivo di questi tempi.

E allora oggi a cosa serve che Caterina Mangano, Giovanna Bisignano e Mauro Mirenna, abbiano riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, se lo Stato che si macchia di femminicidio non si preoccupa di andare a indagare fino in fondo se stesso e le sue disfunzioni?

A cosa serve la rete tra “tutti gli attori del sistema” per la protezione delle donne – come ha detto Francesca Puglisi (PD), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio al Senato – se prima non si indaga in maniera sistematica e precisa cosa succede tutti i giorni nei tribunali italiani quando una donna cerca di separarsi da un partner violento soprattutto in presenza di figli minori?

Ecco, questo sarebbe davvero interessante da sapere. (Ma di questo, e di molto altro, parleremo domani con gli addetti ai lavori).

Copia di VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE E DEI MINORI

Entrata in vigore, come si applica la Convenzione di Istanbul?

LOCANDINA CONVEGNO ISTANBUL 1Domani, venerdì 19 settembre dalle ore 10 in poi, a palazzo Montecitorio (via Campo Marzio 78) si parlerà di violenza contro le donne e dell’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul ratificata anche dall’Italia, nella conferenza “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza” organizzata dalla Presidenza della Camera, il Ministero degli esteri e il Consiglio d’Europa. Oltre a diversi e interessanti sessioni di discussione su politiche integrate e azione giudiziaria, alla presenza di rappresentanti istituzionali italiani e stranieri, in tarda mattinata vi sarà la sessione “Cambiare la mentalità sulla violenza contro le donne”, dove nello specifico intervengo insieme ad altr* sul ruolo dei media e dell’informazione. Invito a chi è interessat* a prendere contatti per accreditarsi (di seguito allego il comunicato della camera con i riferimenti e il programma), nella speranza di fare un po’ di chiarezza e di riprendere un discorso lasciato a metà.

Aula Gruppi parlamentari – Venerdì dalle 10 diretta webtv

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Venerdì 19 settembre, a partire dalle ore 10, si terrà la Conferenza “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza – L’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul”. L’evento, promosso dalla Camera dei deputati con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e con il Consiglio d’Europa, si terrà nell’Aula dei Gruppi parlamentari, in Via di Campo Marzio 78.

La sessione di apertura sarà inaugurata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, cui seguiranno gli interventi di Gabriella Battaini-Dragoni, Vice Segretario Generale del Consiglio d’Europa, di Anne Brasseur, Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, e del Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri, Benedetto della Vedova. La Conferenza, strutturata in quattro sessioni, terminerà nel pomeriggio con le conclusioni di Gabriella Battaini-Dragoni e di Andrea Orlando, Ministro della Giustizia.

L’iniziativa sarà trasmessa in diretta sulla webtv della Camera dei deputati. “La violenza contro le donne – dichiara la Presidente della Camera, Laura Boldrini – non può e non deve più essere considerata un fatto privato, da nascondere per paura o per vergogna tra le pareti di casa.

E’ un fatto che riguarda la società, e per questo le istituzioni hanno il dovere di occuparsene. Ed è indispensabile – conclude la Presidente – anche il coinvolgimento dell’altro sesso: dalla violenza usciremo soltanto quando gli uomini si convinceranno che il problema è innanzitutto il loro.” La “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica” (Council of Europe Convention on Preventing and Combating Violence Against Women and Domestic Violence) costituisce il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la creazione di un quadro normativo di tutela contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne.

Allo stato attuale la Convenzione è stata firmata da 36 Stati membri del Consiglio d’Europa. Sono 14 gli Stati, tra cui l’Italia, che hanno proceduto alla ratifica dello strumento, entrato in vigore il primo agosto 2014. Una dichiarazione congiunta dei rappresentanti degli stati del Consiglio d’Europa che hanno ratificato la Convenzione di Istanbul verrà pronunciata in diverse lingue per evidenziare ulteriormente la natura paneuropea di questo strumento giuridico.

La Conferenza del 19 settembre mira a celebrare il ruolo della Convenzione di Istanbul quale strumento privilegiato nella tutela delle donne dalla violenza di genere e domestica. Verranno discusse misure concrete che gli Stati possono adottare in materia di prevenzione, protezione e punizione dei responsabili degli abusi e confrontate esperienze e buone pratiche tra tutti i partecipanti. L’evento intende rivolgersi a tutti i soggetti coinvolti nella realizzazione e nell’esecuzione della Convenzione di Istanbul, ed in particolare: Autorità governative, parlamentari e locali; esponenti del Potere giudiziario e delle forze di polizia; Organizzazioni internazionali e regionali e relativi Organi ed Agenzie; ONG e Società civile.

Giornalisti, fotografi e cineoperatori che intendano partecipare ai lavori della conferenza, dovranno accreditarsi presso l’Ufficio Stampa della Camera dei Deputati (Tel. 06 6760 2125 – 2866 / mail: sg_portavoce@camera.it ).

Premia la tua immagine amica con un click

La IV edizione del Premio Immagini Amiche è promossa dall’UDI e dal Parlamento Europeo – con la collaborazione del Comune di Venezia e presieduta dalla scrittrice e giornalista Daniela Brancati – valorizza una comunicazione che veicoli messaggi creativi positivi, oltrepassando gli stereotipi. La partecipazione al premio è libera e gratuita per chiunque: basta andare sul sito

http://www.premioimmaginiamiche.it

entro il 28 febbraio e segnalare l’immagine che si vorrebbe veder premiata.

Il premio è diviso in cinque sezioni: pubblicità televisiva, pubblicità stampata, affissioni, programmi televisivi e siti web.
La premiazione, che si svolgerà il 10 marzo a Venezia e avrà due categorie di vincitori: la prima decretata dalla Giuria in base alle iscrizioni pervenute, la seconda decretata dal popolo del web in base al numero delle segnalazioni.
Un premio, inoltre, verrà attribuito alle scuole e in particolare per i lavori dei giovani fra i 18 e i 20 anni che frequentano l’ultimo anno di scuola di design, arte, pubblicità. Una menzione sarà, infine, riservata alla città che avrà tenuto comportamenti virtuosi sulle immagini amiche, su segnalazione da parte di associazioni femminili. “La pubblicità sessista e volgare spesso veicola un’immagine degradante della donna, facendo passare il messaggio che tutto sia lecito”, spiega Vittoria Tola, responsabile dell’UDI Unione donne in Italia. “Il premio – aggiunge – vuole dimostrare che si può fare della buona pubblicità senza cadere nei soliti stereotipi e da quando siamo partite con l’iniziativa, qualche risultato lo abbiamo ottenuto”.

Il premio vuole contrastare la tendenza di televisione e pubblicità ad abusare dell’immagine delle donne, svilendone il ruolo, affermando che una diversa cultura è possibile, ed è stato ideato sulla scorta di quanto indicato dalla risoluzione del Parlamento europeo, del 3 settembre 2008, sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini.
Ha il sostegno e la collaborazione dell’Ufficio del Parlamento europeo per l’Italia.

 REGOLAMENTO DEL PREMIO

Art.1 Il Premio “Immagini Amiche” si ispira alla Risoluzione del Parlamento europeo votata il 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne ed uomini. Intende valorizzare una comunicazione per immagini che non strumentalizzi le donne, non utilizzi stereotipi e al tempo stesso veicoli messaggi creativi propositivi. Inoltre incoraggia la crescita di una diversa generazione di creative e creativi più attenta e socialmente responsabile.

Art.2 Promotori ed organizzatori del Premio sono l’UDI Sede nazionale e l’Ufficio d’Informazione in Italia del Parlamento europeo con sede a Roma in partenariato con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea ed il Dipartimento per le Pari Opportunità. Ai promotori spetta la nomina e la convocazione del Comitato d’onore, la nomina della Giuria e della Presidente del Premio. I partner saranno rappresentati nella Giuria e parteciperanno anche a tutti gli oneri relativi all’organizzazione del Premio stesso, per i quali possono accettare il sostegno di soggetti terzi, ivi compreso media partner che esplicitamente rinuncino a concorrere direttamente o indirettamente al Premio.

Art.3 La Presidente del Premio rappresenta il Premio nelle istanze pubbliche, lo promuove in tutte le sedi opportune, convoca la Giuria e proclama i vincitori.

Art.4 Il Comitato d’onore sostiene e collabora alla promozione e alla diffusione del Premio e resta in carica un anno.

Art.5 La Giuria è composta da persone in numero dispari di comprovata competenza nel settore della comunicazione, che non abbiano partecipato alla realizzazione di nessuno dei lavori che concorrano. Della Giuria fanno parte di diritto rappresentanti dei due organismi promotori e i partner (uno per ciascun organismo). La giuria è convocata dalla Presidente del Premio. Alla Giuria spetta la definizione dei criteri di partecipazione e assegnazione del Premio e l’aggiudicazione dello stesso. La giuria resta in carica un anno.

Art. 6 Il Premio “Immagini Amiche” è apartitico, pertanto i componenti della Giuria e del Comitato d’Onore si autosospendono in caso di propria candidatura per la durata delle campagne elettorali.

Art.7 L’iscrizione al Premio è libera e gratuita per chiunque (le iscrizioni si chiudino il 28 Febbraio 2014). Le modalità e le date sono consultabili nel sito del Premio (www.premioimmaginiamiche.it). Possono concorrere lavori realizzati e pubblicati o messi in onda (su stampa, tv e web) nell’anno d’interesse e possono essere iscritti dalle agenzie, dai committenti e dai cittadini. Il Premio ha quattro sezioni: pubblicità televisiva, pubblicità stampata, affissioni, programmi televisivi. La Giuria opererà una prima selezione sulla base di criteri che verranno stabiliti nella prima riunione plenaria, e pubblicati sul sito del Premio (www.premioimmaginiamiche.it). I lavori che supereranno la prima selezione entreranno a far parte di una rosa di titoli per ogni sezione. Su questa short list deciderà la Giuria, che darà motivazione pubblica e inappellabile.

Art.8 E’ attribuito un Premio speciale per le scuole primarie e secondarie o di design, arte, pubblicità e omologhe. Vanno iscritti i lavori ideati/realizzati sulla base delle 2 categorie citate.

Art.9 Menzione speciale del pubblico. Una votazione popolare via web darà luogo a una menzione speciale per ogni sezione. Saranno premiati i lavori più segnalati dal pubblico.

Art.10 Una menzione speciale sarà riservata alla città che avrà tenuto comportamenti virtuosi sulle immagini amiche, su segnalazione motivata da parte di associazioni femminili.

Art.11 Premiazione. Il luogo e la data della premiazione saranno scelti dai promotori insieme alla Presidente del Premio.

Nota bene: le specifiche tecniche per le iscrizioni e tutti gli invii saranno pubblicate sul sito del Premio.

Aborto, una “marea violeta” invade Madrid (da pagina99.it)

foto madridSpagna – Decine di migliaia di persone manifestano contro la legge che riporta all’indietro i diritti delle donne in Spagna consentendo l’aborto solo in caso di stupro e pericolo di morte della donna. E l’ondata di protesta arriva nelle piazze europee, da Parigi a Roma

Aborto, una “marea violeta” invade Madrid 

01 febbraio @ 18.12 – Luisa Betti – da pagina99.it

È una marea violeta quella che nella mattinata ha inondato le vie di Madrid: decine di migliaia di persone, donne e uomini di tutte le età che sono arrivati da ogni parte della Spagna insieme al “Treno della libertà” partito dalle Asturie. L’appuntamento è alla stazione di Atocha, per sfilare nelle strade della capitale contro il progetto di legge proposto dal ministro della giustizia Gallardòn ,che vorrebbe ridurre l’interruzione di gravidanza ai casi di stupro o di pericolo di vita della donna certificata da due medici, cancellando così la precedente legge sull’aborto approvata nel 2010 da Zapatero. Una marea violeta inarrestabile che aumenta di ora in ora, e che procede decisa perché vuole voncere come la marea blanca che ha fermato la privatizzazione di alcuni ospedali pubblici di Madrid. Quello che questa gente vuole, è il ritiro della proposta di legge sull’aborto del governo Rajoy, ed è per questo che nelle strade di Madrid, oggi, la parola d’ordine è “Gallardòn dimission!”, un coro che quando arriva sotto il ministero della Sanità, grida forte per avere anche le dimissioni della ministra Ana Mato.

In bella vista c’è lo striscione del treno della libertà, su un altro c’è scritto “Nosotros decidemos”, una ragazza ha disegnato sulla sua pancia nuda “fuori la chiesa dal mio ventre”, e nelle mani il fiume di gente tiene strette bandierine con i simboli femministi, ombrelli rossi aperti ma anche le bandiere delle province e delle regioni spagnole chiamate a raccolta stamattina contro la legge Gallardòn, raffigurato in piazza come un dracula gigante di cartapesta.

Gill McBride, un’australiana catapultata a Madrid per manifestare insieme alle donne spagnole, racconta dalla piazza: “E’ un fiume di gente così grande che non si riesce a vedere né la fine né l’inizio del corteo. La strada della manifestazione è enorme; sembra il raccordo di una grande città pieno di persone di tutti i tipi”. Gli striscioni non sono numerosi ma le bandiere della repubblica spagnola svettano per aria insieme a quelle azzurre delle Asturie. E’ uno spettacolo festoso; chi balla, chi canta: “Accanto a me c’è una nonna che sbatte sul coperchio di una penatola e grida slogan, è incredibile la forza e la vitalità di questo corteo, e quello che risalta è che si tratta di persone normali, famiglie, che sono qui perché vogliono decidere per se stessi, tutti”. Le ore passano e le donne che sono in testa avanzano gridando: “Gallardón, io controllo il mio utero”, e non arretrano davanti alle tre fila di transenne. Poco prima delle 14, ora in cui il documento “Porque Yo decido”, firmato da 334 associazioni, deve essere consegnato, il ministro degli Interni Jorge Fernandez Diaz fa sapere che il governo ha già stabilito la sua posizione nel progetto di riforma della legge sull’aborto e che “nulla è più progressista nella vita che tutela i più svantaggiati”, frase che arriva dopo la dichiarazione del minstro Gallardòn che, già nella giornata di ieri, si era detto pronto a lasciare il governo ove passasse una pur minima modifica al suo articolato di legge. Arrivate alle transenne, alcune donne vanno a trattare con le forze dell’ordine, per portare il documento al palazzo del congresso. Quando riescono ad oltrepassare le sbarre e a consegnare il documento che chiede di ritare la proposta di legge antiabortista e di lasciare quella attuale, scoppia un applauso che contagia la piazza, e tutti gridano: “Si può! Si può!”.

Una possibilità che diventa più reale perché a sostenere le donne e gli uomini spagnoli che oggi sono scesi in piazza ci sono altre città del mondo che manifestano: da Londra a Parigi, Lisbona, Dublino, anche grazie a un passaparola che è stato determinante sui social network, più che sull’informazione tradizionale, e che ha lavorato  a livello internazionale. Dopo le 14 sono iniziate infatti le manifestazioni un po’ ovunque, a cominciare dalla Francia dove più di 90 associazioni e gruppi si sono mobilitate nelle diverse città, e dove tutti i consultori francesi si sono mossi per questo appuntamento del primo febbraio. A Parigi, sotto l’ambasciata spagnola, c’erano bandiere e striscioni in difersa dei diiritti delle donne e non hanno partecipato solo donne ma anche molti uomini, e la stessa Anne Hidalgo, la candidata socialista a sindaca di Parigi di origine spagnola, era lì con loro.

In italia le donne si sono ritrovate in moltissime città anche sotto la pioggia: Firenze, Bologna, Napoli, Torino, Palermo, e in tutte quelle in cui si erano date appuntamento con la rete  Womenareurope. In particolare a Roma la manifestazione sotto l’ambasciata spagnola è stata molto vivace e partecipata: “Ci sono le ginecologhe, le ostetriche, anche alcune parlamentari, ma posso dire che in realtà ci sono tutte le associazioni e i collettivi di donne romane che conosco, oggi ci siamo tutte qui – dice Francesca Koch della Casa internazionale delle donne – e soprattutto vedo tante giovani che sono, direi, molto arrabbiate”. Gli slogan e gli striscioni nella capitale sono: “il corpo mio e io decido”, “io decido se essere madre”, “io decido di non fare il passo indietro”, e le ragazze buttano i coriandoli ovunque. Meno partecipata quella di Milano, per una pioggia battente che però non ha impedito di far scendere in strada donne e uomini, soprattutto ragazzi, che hanno partecipato alla manifestazione sotto il consolato spagnolo.

1 febbraio – #MiBomboEsMio. Giornata europea contro la legge Rajoy sull’aborto (da pagina99.it)

 

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Primo febbraio / Dove e come si riempiranno le piazze in tantecittà europee per la mobilitazione contro il dietrofront spagnolo sui diritti delle donne. 
Si parte da Madrid, con "il treno della libertà".

#MiBomboEsMio. Giornata europea contro la legge Rajoy sull’aborto

31 gennaio 2014 – di Luisa Betti – da pagina99.it

Il “Treno della libertà” che sabato parte dalle Asturie e arriva alla stazione di Atocha a Madrid alle 12 del primo febbraio, si unirà con altri gruppi arrivati da ogni parte della Spagna per portare entro le 14 al parlamento spagnolo il documento “Porque Yo decido”, firmato da 334 associazioni contro la proposta antiabortista del governo di Mariano Rajoy. La rete delle donne europee, Womenareurope, si è organizzata contro il disegno di legge spagnolo del ministro della giustizia Alberto Ruiz Gallardón – che prevede l’aborto solo in caso di stupro o grave pericolo per la donna certificato da due medici – e sta dando vita a una risposta globale. Oltre alle manifestazioni del primo febbraio, la rete guarda all’8 marzo per una mobilitazione a favore dei diritti delle donne. Ma è il 29 marzo che le spagnole chiameranno a raccolta tutte le associazioni d’Europa per dare vita alla Conferenza sulla libertà delle donne: un incontro che, pur lanciato dal Partito socialista europeo (Pse), è diventato aperto a tutte quelle che singolarmente o a gruppi arriveranno il 29 marzo a Madrid. Gruppi che avranno modo di incontrarsi e confrontarsi anche prima, durante l’evento “One Billion Rising”, che il 14 febbraio farà scendere nelle piazze le donne di tutto il mondo con la parola chiave: giustizia.

Nel giro di un mese, la protesta contro la legge Gallardón, cominciata su twitter con l’hashtag #MiBomboEsMio (il mio pancione è mio), è diventata virale con una continua adesione al documento “Porque Yo decido”, reperibile online e ormai tradotto in sette lingue. E anche se l’epicentro della protesta è Madrid, il primo febbraio le donne scenderanno a manifestare sotto le ambasciate e i consolati spagnoli in diverse città del mondo: Roma, Milano, Napoli, Firenze (v. elenco sotto) ma anche a Londra, Parigi, Dublino, Lisbona, Buenos Aires, Quito e Santo Domingo; chi non potrà esserci può comunque inondare di email le ambasciate spagnole (per l’Italia emb.roma@maec.es oppure cog.roma@mae.es).

Il progetto di legge, che vorrebbe sostituire la precedente “Legge per la salute sessuale e riproduttiva e per l’interruzione volontaria della gravidanza” approvata da Zapatero nel 2010, si chiama “Protezione dei diritti del concepito e della donna in gravidanza”: un progetto contro cui si è schierato tutto l’arco parlamentare di opposizione spagnolo – dal Psoe a Izquierda Unida, al partito nazionalista basco – e che ha spaccato anche il partito popolare di Rajoy (al punto che la sua conversione in legge è stata rinviata a dopo le elezioni europee). Una riforma, quella spagnola, che avrebbe come scopo “aumentare la natalità” e “favorire la maternità”, senza passare dal consenso della donna.

In Italia le donne e le associazioni che si sono schierate con le spagnole sono in continuo aumento e vanno dai centri antiviolenza alla Casa internazionale delle donne di Roma, passando per l’Udi, le giornaliste di Giulia, Snoq Factory, Cgil Roma e Lazio, Punto D, Assolei, Differenza Donna, Zeroviolenzadonne, Laiga e moltissime altre sigle e gruppi (tutte le adesioni sono sul sito Womenareurope). Per portare fisicamente il testimone di questa adesione, il primo febbraio partirà anche una delegazione da Firenze, dove è nata la rete di solidarietà italiana.

Ma l’indignazione delle donne europee in materia di tutela della salute riproduttiva parte da prima del caso spagnolo, ovvero dalla bocciatura nell’Europarlamento della cosiddetta “risoluzione Estrela” in cui si chiedeva, oltre a un impegno dell’Europa sulla tutela della salute riproduttiva, anche di regolamentare l’obiezione di coscienza in quanto “i casi di Slovacchia, Ungheria, Romania, Polonia, Irlanda e Italia” dimostrano come ormai “il 70 per cento dei ginecologi e il 40 per cento degli anestesisti coscientemente evitano di fornire servizi sull’aborto” in una parte importante dell’Europa. La risoluzione, presentata dell’eurodeputata socialista portoghese Edite Estrela, è stata contestata dai conservatori e dalle destre, ma affossata poi dalla decisiva assenza di un gruppo di europarlamentari italiani del Pd. Nel rapporto si sottolinea il fattto che “più di un quarto degli Stati membri non dispone di dati sulle percentuali di interruzioni di gravidanza seguite da un professionista medico specializzato”, in altre parole sugli aborti clandestini.

Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale sanità), l’aborto non sicuro rimane una delle quattro principali cause di morte e lesioni in tutto il mondo connesse alla gravidanza, insieme a emorragia, infezioni e ipertensione; e nonostante i grandi miglioramenti recenti nel tasso globale di mortalità materna, la percentuale di decessi attribuibili all’aborto non sicuro è stabile al 13% ovvero a 47.000 morti ogni anno: decessi che si verificano per la maggioranza in paesi con leggi molto restrittive. A questo vanno aggiunte gli 8 milioni di donne che soffrono di lesioni gravi, e talvolta permanenti, a seguito di complicazioni da aborto candestino, e circa 3 milioni di adolescenti che rischiano la vita con aborti illegali.

Un paio di anni fa la rivista scientifica Lancet, pubblicava il rapporto del Guttmacher Institute (NY, Usa), dove Gilda Sedgh, tra le autrici dello studio, sottolineava che “la quota crescente di aborti è nei paesi in via di sviluppo” ovvero “dove queste procedure si svolgono spesso in modo clandestino e pericoloso”. Lo studio riferiva che dal 2003 in poi, gli aborti annuali erano calati di 600.000 nei paesi sviluppati, ma erano aumentati di 2,8 milioni nei paesi emergenti; e che se nel 2008 si erano registrati 6 milioni di aborti nei paesi ricchi, nei paesi emergenti ce n’erano stati 38 milioni. Secondo lo studio l’Europa occidentale, il Nord America e il Sud Africa (dove il 90% delle donne è tutelato dalla South Africa’s liberal abortion law del ‘97), hanno il più basso tasso di aborti nel mondo, mentre l’America Latina e l’Africa, soprattutto dove la legislazione sull’aborto è restrittiva, il tasso di abortività è molto più alto.

Una variante importante, sottolinea la ricerca, è l’accesso alla contraccezione. Un esempio: se l’aborto è ampiamente legale sia in Europa occidentale che in quella orientale, la percentuale di aborti più alta nell’est (il 43 per 1.000 contro il 12 per 1000 nell’Europa occidentale) è causata dal minore uso dei contraccettivi. E’ da situazioni come queste che si deduce come il fattore culturale e di educazione alla sessualità rimanga primario ovunque, e che la semplice legalizzazione dell’aborto non basta. Un altro esempio è l’India dove, sebbene l’aborto sia legale dal 1971, esiste un’alta percentuale di donne che ricorrono all’aborto clandestino e non sicuro “perché rimangono all’oscuro della legge – spiega il rapporto – e non riescono a superare gli ostacoli culturali, finanziari e geografici per avere acesso a servizi in condizioni sanitarie sicure e con medici professionisti”.

Altri esempi anomali sono l’Irlanda (dove solo di recente è stata introdotta una legge che permette l’aborto in caso di pericolo della madre – compresa la minaccia di suicidio e il disagio psichico) e Malta (dove ancora è illegale abortire). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le morti legate alla gravidanza sono rare sia in Irlanda che a Malta perché le donne sono state sempre in grado di spostarsi facilmente nei paesi vicini dove l’aborto è legale (da non dimenticare il caso di Savita Halappanavar, la donna di origine indiana morta di setticemia in un ospedale irlandese nel 2012 perché i medici si erano rifiutati di eseguire l’aborto).

In conclusione, e sempre secondo lo studio del Guttmacher Institute, “il numero di aborti può essere ridotto evitando gravidanze indesiderate attraverso un maggiore accesso ai servizi di pianificazione familiare di qualità”, anche se per gli aborti possibili “i servizi non sicuri devono essere sostituiti da servizi sicuri, per il bene della salute e della vita delle donne”, ed è per questo che “i governi hanno l’obbligo di rimuovere le barriere giuridiche penali o di altro genere ai servizi, in modo che questo aspetto fondamentale del diritto umano globale alla salute possa essere pienamente realizzato, come ormai riconosciuto anche da il rapporto 2011 del Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani”.

Le mobilitazioni per il 1 febbraio

In Spagna

L’appuntamento del 1 febbraio per “El Tren de la libertad” che arriva dalle Asturie e per i gruppi che provengono da tutta la Spagna e da altri paesi, è sulla spianata alla fine di Calle Claudio Moyano all’incrocio del Paseo del Prado (vicino alla stazione di Atocha ) alle12:00, da lì ci si dirige alla Camera dei Rappresentanti per consegnare il documento “Perché io scelgo” al primo ministro, al presidente del Congresso, alla ministra Ana Mato, al ministro Gallardón e a vari gruppi parlamentari.

In Italia

BOLOGNA – piazza del Nettuno, ore 15.00.

CAGLIARI p.za Costituzione (sotto il bastione), ore 16.00.

CATANIA – sotto la Prefettura,  ore 11.00.

COSENZA – assemblea pubblica per parlare della legge spagnola

FIRENZE – via de’ Servi 13, alle 15.30, sotto il Consolato spagnolo.

MESSINA – piazza Cairoli, ore 11.00

MILANO – via Fatebenefratelli 26, dalle ore 14.00, sotto il Consolato spagnolo.

NAPOLI – consolato spagnolo, in via dei Mille 40, ore 16.00

PISTOIA – arriveranno a Firenze con il “vagon de la libertad”.

RAVENNA – piazza Andrea Costa dalle 16 alle 18.

REGGIO CALABRIA – corso Garibaldi, teatro “Cilea” dalle ore 16:30

ROMA – Piazza Mignanelli (piazza di Spagna), ore 15.00, sotto l’Ambasciata spagnola.

SIENA – sit in Piazza Salimbeni dalle 16.00 alle 19.00

TORINO – piazza Castello, ore 15.00

VERCELLI – Via Cavour, ore 16.00 – 17.00

In altri paesi

FRANCIA – in tutte le città dalle 14.00 in poi.

PARIGI –  Place Joffre (École Militaire) à lAmbassade d’Espagne, ore 14:00.

LONDRA – in treno da Charing Cross a Waterloo Est, ore 13:00 ad Hungford Bridge.

DUBLINO – ore 14.00 Ambasciata spagnola.

LISBONA – ore 14.00 Ambasciata spagnola.

BUENOS AIRES – Giovedì 30 gennaio ore 12.00 sotto l’Ambasciata di Spagna.

REPUBBLICA DOMINICANA – Mujeres dominicanas se montan en tren de la libertad.

ECUADOR – consolato di Spagna a Quito, e in solidarietà con le spagnole ci saranno le 200.000 ecuadoriane residenti in Spagna.

Alle donne si chiedono passi indietro (2013)

turchia donne

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Azione 02/set/2013 –

Luisa Betti

Intervista Aysegul Yaraman, docente universitaria a Istanbul, parla della condizione femminile in Turchia e delle spinte imposte da Erdoğan che cancellano molte conquiste acquisite

Oggi a Istanbul della mobilitazione che nei mesi di giugno e luglio ha riversato migliaia di uomini e donne contro il governo di Erdoğan, sembra rimasto ben poco. In compenso piazza Taksim sembra una caserma a cielo aperto, con 4 enormi pullman pieni di poliziotti in divisa nera, parcheggiati fissi sul lato sinistro della piazza, e un continuo via vai di camionette che sfrecciano a sirene spiegate su İstiklal Caddesi. Sotto lo sguardo svogliato dei turisti, i turchi che si ritrovano nel piccolo parco di Gezi, si dividono tra poliziotti in divisa, quelli in borghese, e il resto. Mentre, quasi in sordina, sono anche ripresi i lavori davanti al parco, dopo che un mese fa un tribunale amministrativo di Istanbul ha rovesciato la prima sentenza che sospendeva l’abbattimento di Gezi Park per la costruzione del centro commerciale, sotto la pressione del Ministero della cultura e turismo, malgrado la promessa del premier a indire un referendum sulla questione. E c’è anche chi, come il sindaco Kadir Topbas, sta pensando di rimpiazzare Gezi con un Central Park da un milione di metri quadrati fuori le mura. A Gezi non c’è più traccia dei «forum aperti» dove i cittadini discutevano elaborando proposte politiche. Sgomberati da una polizia che controlla anche il battito delle ciglia dei passanti, la mobilitazione che era proseguita in molti quartieri di Istanbul, come in altre città della Turchia, sembra apparentemente sedata. Le poche manifestazioni che vengono organizzate per la richiesta di rilascio di chi si trova in prigione per essere stato in piazza, vengono prontamente spazzate via da idranti e retate. Soprattutto adesso che Erdoğan deve concentrare la sua attenzione sulla Siria, dopo aver mostrato al suo Paese che chi cospira contro può subire condanne esemplari: come le recenti sentenze del processo «Ergenekon». Ma la Turchia vuole davvero vivere così? Uno dei tanti passi indietro che Erdoğan chiede al suo Paese è rivolto alle donne che durante le proteste sono state protagoniste di un movimento che ha preso vita anche grazie alla loro resistenza pubblica. Dopo aver reintrodotto il velo nelle scuole e dopo aver tentato di limitare l’aborto, pochi giorni fa Erdoğan ha promesso piscine olimpioniche separate tra i due sessi e più scuole religiose, un proposito poco interessante per le ragazze che a Taksim vanno coi capelli al vento, senza preoccuparsi della lunghezza dei loro pantaloncini. «Il 49,8% della popolazione turca è donna, e il tasso di disoccupazione femminile è all’11%, mentre quella delle giovani arriva fino al 20%. Anche se le donne alfabetizzate sono il 92% contro il 98% degli uomini, e malgrado siamo alla pari nell’istruzione, le donne turche si trovano in prevalenza nelle professioni con ruoli tradizionali: il 98% dei segretari, il 97% degli infermieri, il 71% dei venditori, il 53% degli insegnanti, il 48% dei banchieri, e solo il 34% dei medici e degli avvocati». A parlare è Aysegul Yaraman, docente universitaria a Istanbul presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali alla Marmara University, che si lamenta perché «se è vero che il 48% dei professori universitari qui sono donne, è anche vero che ci sono solo sei donne rettori contro 101 uomini che ricoprono questo ruolo».

Signora Yaraman, com’è la situazione delle donne oggi in Turchia?

Ci sono molte incongruenze: da una parte siamo avanti ma c’è una spinta a tornare indietro. Per fare un esempio: se l’età del primo matrimonio qui è intorno ai 23 anni, c’è anche un 28% di ragazze che si sposa prima dei 18.

E in politica?

In politica la rappresentanza femminile è bassa: il 14% dei parlamentari è donna, e nel governo c’è solo una rappresentante del genere femminile che, guarda caso, è la responsabile delle politiche sociali e familiari. Per non parlare poi delle 26 sindache contro i 2924 sindaci del Paese.

Le donne qui hanno motivo di avere paura?

Solo nel mese di aprile di quest’anno, 17 donne sono state uccise all’interno della famiglia dopo aver subito violenza domestica e 13 ragazze sono state stuprate. E anche se la Turchia è stato il primo paese a ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa per la lotta contro la violenza sulle donne , la sensazione è che sia solo una manovra di facciata.

Erdogˇan ha dichiarato che le donne sono il pilastro della famiglia. Che ne pensa?

Erdoğan ha chiesto alle donne di fare almeno tre figli e di rimanere a casa, e ha dato un assegno alle famiglie numerose. Inoltre ha lanciato la legge che avrebbe dovuto limitare l’aborto. Passi che non hanno funzionato, anche se poi, oggi, nella realtà, l’aborto diventa sempre più difficile. Diciamo che c’è un’ipocrisia generale che parla di uguaglianza delle donne, ma insiste sui loro ruoli domestici.

Secondo lei qual è l’obiettivo di questa politica?

La disoccupazione è molto alta in Turchia e sotto la copertura dell’Islam si sta chiedendo alle donne di stare a casa. Un tentativo con cui si cerca di far pagare a noi la crisi economica del sistema globale, come abbiamo già visto fare in Germania con Hitler. Con questa propaganda si vorrebbe convincere le donne a non lavorare più, una cosa che ci porterebbe indietro.

Le immagini che abbiamo visto mesi fa, ci hanno mostrato il coraggio delle turche che si sono opposte alla violenza della polizia. Sono la vera forza del Paese?

Qui la vera forza del cambiamento sono i giovani e le donne. Sono loro la vera forza perché rischiano di più e la loro vita è più difficile.

Ci sono gruppi di femministe?

Le organizzazioni femministe sono state tutte coinvolte dalla protesta, è stato un raro esempio di reale parità con gli uomini.

Ovunque?

Certo. Le donne erano non solo a Istanbul ma anche in altre città. E alcune urlavano e sbattevano pentole in segno di protesta dalle loro finestre o dai balconi.

I media hanno parlato di violenza contro le donne in piazza.

Non son sicura che ci siano stati stupri da parte della polizia, ma posso dire che hanno insultato tutte le donne che sono in custodia, e senza eccezione.

Ci sono somiglianze con le donne della Primavera araba?

Le donne sono state attive durante le proteste, sia nei Paesi arabi che in Turchia. Ma il rapporto con la modernità, in particolare l’impatto del secolarismo e l’ empowerment delle donne in Turchia, è diverso rispetto alle donne arabe. Qui, la modernizzazione è un processo di forza e una via di trasformazione sociale. Questo processo non è iniziato con la proclamazione della Repubblica, perché nell’ultimo secolo dell’Impero Ottomano c’erano già stati diversi tentativi, e le riforme di Atatürk sono state una continuazione di quell’onda.

Un processo che è andato avanti rapidamente?

La struttura di base, l’industrializzazione, non esisteva, e la modernizzazione è lo stile di vita della società industriale che è stato preso dall’Ovest. Per quanto riguarda i diritti delle donne, dal 19.mo secolo ci fu la prima ondata del movimento femminista e un’emancipazione garantita dalle leggi della Repubblica. Più tardi, dopo il colpo di stato militare del 1980, mentre tutte le organizzazioni politiche e sociali sono state vietate, la seconda ondata del movimento delle donne è partita dall’opposizione democratica.

E ha continuato ad evolversi.

Sì, con anche l’apertura di organizzazioni nuove, come la Biblioteca delle Donne, le associazioni per le donne maltrattate, i gruppi nelle università e i corsi di studi sulle donne.

E il femminismo islamico?

Il movimento islamista dal 1980 è sempre più presente nel dibattito sociale, politico e intellettuale, e sostiene la regola del velo anche nei luoghi pubblici. Malgrado ci siano dei limiti, le donne velate diventano più visibili e alcune stanno cercando una modernità diversa da quella importata dall’Occidente.

Quali sono le prospettive?

Naturalmente ci sono i tentativi tradizionali e patriarcali contro i diritti delle donne. In altre parole, vi è una fortissima ipocrisia non solo da parte di uomini ma anche di donne. Dalla mia ricerca in diverse categorie, ho trovato che, nonostante le dichiarazioni egualitarie e non sessiste, alcuni atteggiamenti riportano a pratiche sessiste in tutte le classi sociali.

Quindi?

Quindi bisogna stare attente a non tornare indietro ma andare avanti.