Abortirai con dolore

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La salute delle donne è un argomento che non passa mai di moda soprattutto perché costantemente messa in discussione anche in quei paesi che dovrebbero attuare politiche che facilitino l’accesso delle donne al controllo riproduttivo. Il 28 settembre sarà la Giornata mondiale per la depenalizzazione dell’aborto e contro le morti per aborto clandestino, e alcune associazioni in Italia (tra cui l’Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto, l’Associazione Luca Coscioni,  l’AIED, ecc.) hanno presentato una petizione alla ministra della salute, Beatrice Lorenzin, per velocizzare l’IGV farmacologico estendendolo in regime ambulatoriale dato che oggi in Italia, a differenza di altri Paesi come la Francia, per interrompere una gravidanza con procedura farmacologica è previsto il ricovero ordinario di 3 giorni, e dove solo in Toscana, Emilia Romagna e nel Lazio si può praticare con un day hospital (ma solo perché regioni “disobbedienti”). In realtà, tra i tagli alla sanità e l’incombente presenza dei medici obiettori negli ospedali – la cui percentuale italiana (70%) è seconda solo al Portogallo (80%) – interrompere una gravidanza è diventato difficile soprattutto nel centro-sud, e alcune donne sono costrette a fare code interminabili che possono cominciare alle 5 del mattino con esito incerto. Circostanze che mettono in grave pericolo l’attuazione della stessa legge che invece dovrebbe essere invece garantita. Il grosso ostacolo a facilitare l’Igv è spesso legato all’idea che una donna possa “prenderla alla leggera” e usare l’aborto come se fosse un metodo contraccettivo, mentre invece quella dell’interruzione di gravidanza è un’esperienza che le donne vivono spesso in maniera traumatica e anche con grandi sensi di colpa proprio per il contesto culturale che le fa sentire responsabili di una vita che vanno a interrompere, dissociando così loro stesse dal proprio corpo, e come se fossero donne “sbagliate” a prescindere. Ma quello che è doveroso sottolineare è anche la premura che le istituzioni dimostrano rispetto al controllo su quello che una donna decide di fare della propria vita (non tutte le donne desiderano diventare mamma ad esempio) che nel caso dell’aborto farmacologico ambulatoriale diventerebbe quasi “sfacciato” perché praticato con troppa autonomia. Quest’estate è scomparsa Simone Veil che da ministra della salute nel 1974 riuscì a far passare la legge che depenalizzava l’aborto in Francia dopo un’estenuante battaglia parlamentare che le costò insulti e aggressioni pubbliche. I tempi sono cambiati ma solo in apparenza, e anzi per certi versi sono anche peggiorati. In Europa coesistono ancora oggi Paesi come Malta, in cui l’aborto è vietato in ogni caso, e la Svezia in cui l’obiezioni di coscienza dei medici non esiste neanche, e non mancano aggressioni delle istituzioni alla legge, come anni fa in Spagna e l’anno scorso in Polonia (dove la legge è già restrittiva), o i tentativi di boicottare l’Igv attraverso l’obiezione di coscienza come in Italia o il Portogallo.

(da Passaparola Magazine – Rivista italiana in Lussemburgo e in Francia – settembre 2017)

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Femminicidio: davvero basta una sentenza esemplare?

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L’altro ieri Muhamed Vapri, 62 anni, ha ucciso con un coltello da cucina la moglie Diana Vapri Kon di 52, con la quale viveva in una palazzina di via Goito a Busto Arsizio: una coppia di albanesi con tre figli maggiorenni che lavoravano e avevano ormai la cittadinanza italiana da anni. I giornali scrivono che probabilmente lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo, come se fosse normale prendere a coltellate una persona che desidera separarsi, mentre giornalisti indefessi continuano a intervistare i vicini i quali descrivono la coppia come affiatata e innamorata, quasi fosse una morte senza un briciolo di logica. Alcune testate riportano anche che non risulta che Diana Vapri Kon abbia mai sporto denuncia verso il marito, una precisazione a cui verrebbe da ribattere: perché, sarebbe servito a qualcosa in Italia?

In questi stessi giorni abbiamo letto che la Corte d’Appello di Messina ha condannato i giudici della Procura di Caltagirone che, ignorando le 12 denunce fatte da Marianna Manduca nei confronti dell’ex marito Saverio Nolfo, hanno concorso alla sua uccisione da parte dell’uomo per “inerzia”: una svista che in Italia potrebbe essere estesa a molte istituzioni che non credendo o sottovalutando la parola delle donne che denunciano una violenza, espongono queste stesse al rischio di ulteriori violenze e anche alla morte. Ma la ciliegina di questa storia è un’altra: sì perché Saverio Nolfo sarebbe stato ritenuto anche un padre modello, tanto da ottenere l’affidamento dei figli da parte del tribunale siciliano. Un uomo che poi ha ucciso la moglie a coltellate.

La responsabilità dello Stato nei confronti non solo di Marianna Manduca ma di tutte le donne, è enorme e riguarda più o meno potenzialmente tutte noi: perché se l’elenco delle donne che sono state uccise malgrado le denunce arrivano al 70% dei femmicidi, nessuno conta le donne che ancora adesso, in questo momento, vengono messe a tacere sulle violenze subite dal partner con il ricatto di non vedere più i figli se non si dimostrano accondiscendenti e collaboranti nel corso di delicate separazioni in cui la violenza domestica non viene riconosciuta dagli stessi magistrati grazie alle valutazioni errate di psicologi e assistenti sociali, intenti a stigmatizzare queste donne come madri malevoli e terribili manipolatrici, pur di salvare l’idea del pater familias. E nessuno conta quante di queste donne, pur di non perdere i figli, vivono una violenza tra le mura di casa in silenzio e nel pericolo costante di essere fatte fuori da chi vive in casa con loro, non per il timore di lasciare il marito ma per la paura di perdere i bambini che potrebbero essere rinchiusi da un giorno all’altro e senza preavviso alcuno, in una casa famiglia o addirittura affidati al padre violento.

Pensare che una grave responsabilità delle istituzioni italiane sia soltanto la negligenza dei magistrati che non hanno valutato il rischio che Marianna Manduca stava correndo, così come quelli che non hanno protetto Elisaveta che si è vista uccidere il figlio mentre la difendeva dai colpi del marito, Andrej Talpis, e per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasbugo, è assai riduttivo di questi tempi.

E allora oggi a cosa serve che Caterina Mangano, Giovanna Bisignano e Mauro Mirenna, abbiano riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, se lo Stato che si macchia di femminicidio non si preoccupa di andare a indagare fino in fondo se stesso e le sue disfunzioni?

A cosa serve la rete tra “tutti gli attori del sistema” per la protezione delle donne – come ha detto Francesca Puglisi (PD), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio al Senato – se prima non si indaga in maniera sistematica e precisa cosa succede tutti i giorni nei tribunali italiani quando una donna cerca di separarsi da un partner violento soprattutto in presenza di figli minori?

Ecco, questo sarebbe davvero interessante da sapere. (Ma di questo, e di molto altro, parleremo domani con gli addetti ai lavori).

Copia di VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE E DEI MINORI

Non si uccide per gelosia: anche i giornalisti dovrebbero saperlo

Il 13 marzo Marcello Cimino è stato ucciso da Giuseppe Pecoraro che ha dato fuoco al clochard che conosceva e che dormiva a poca distanza dalla pompa di benzina in cui Pecoraro lavorava: un crimine che quest’ultimo ha confessato attribuendo il movente alle presunte attenzioni di Cimino verso una donna a cui il benzinaio faceva la corte. Una dichiarazione che ha portato molti giornali a sbizzarrirsi sul movente passionale, come se la gelosia fosse una ragione sufficiente ad uccidere, quando dalle ricostruzioni sembra che in realtà l’uomo fosse stato già coinvolto in atti violenti contro la ex moglie, compreso un incendio appiccato dopo una lite: cosa a cui è stata data pochissima importanza rispetto al romanzo all’italiana condito da presunto amore, gelosia e morte. In uno dei tanti articoli scritti si legge addirittura una descrizione della donna che sarebbe stata “l’oggetto del contendere” con parole degne di un feuilleton che poco ha a che vedere con l’informazione ma che in qualche modo potrebbe giustificare l’atto sconsiderato, vista la presenza della donna: “Trentasei anni, la pelle bianchissima, l’ovale perfetto del viso incorniciato da dei capelli color miele, Caterina L. accetta di parlare dopo molti indugi. Forse le serve anche per liberarsi da un peso che non ce la fa più da sola a sopportare. Veste un paio di leggings e solo un cardigan grigio sopra una maglietta fina. Trema di freddo e di paura”. Senza rendersene conto, anzi sicuramente per condire meglio il romanzo, il giornalista indugia su aspetti non indispensabili alla descrizione del fatto e anzi sembra insistere sul movente passionale, quando invece qui di passionale non c’è nulla, dato che si tratta di una morte terribile dettata da un comportamento già evidentemente violento.

Ma che non si uccide per gelosia dovrebbe essere ormai chiaro anche per i giornalisti che si apprestano a scrivere un pezzo o a fare un servizio soprattutto se si tratta di una persona dai comportamenti già noti. Di certo oggi, rispetto a qualche anno fa quando ancora non si parlava di femminicidio e quando ancora i pezzi di cronaca venivano confezionati con particolari morbosi degni di un racconto horror in cui la dinamica dei fatti faceva apparire una donna che forse se l’era andata a cercare e un uomo distrutto dalla gelosia per colpa della partner, le cose sono cambiate. Grazie al lavoro di molte colleghe nei blog e nei giornali, una parte del linguaggio e della narrazione della violenza maschile è cambiata, eppure ancora oggi follia, raptus, movente passionale, sono ancora parole ricorrenti nella narrazione della violenza maschile sulle donne, come sono ricorrenti i racconti di una famiglia felice che a un certo punto si trasforma in uno splatter, o di un padre premuroso che poi a un certo punto uccide moglie e figli, oppure un fidanzato innamorato che dà fuoco alla fidanzata perché troppo innamorato: frasi che richiamano a un immaginario ancora legato alla mentalità del delitto d’onore, uscito dalla porta nel 1981 ma rientrato subito dalla finestra, per cui l’uomo che agisce in maniera violenta verso la compagna o la ex ha comunque automaticamente le attenuanti tipiche di atti che si consumano in un rapporto d’intimità, e questo anche se si tratta di un’uccisione che avviene dopo anni di violenza domestica, maltrattamenti, percosse, persecuzioni, e magari dopo diverse denunce, o anche, come nel caso del clochard, quando a essere ucciso è “un rivale in amore”. Fatti di cronaca che vengono riportati come se fossero a sé stanti, eventi quasi casuali dovuti a un momento di scarsa lucidità dell’offender, mentre solitamente si tratta di uccisioni che avvengono al culmine di un comportamento violento dimostrato in mesi o addirittura anni.

Informazione che in questi anni è riuscita a ridurre a uxoricidio il termine femminicidio, che è un termine sociologico coniato da Marcela Lagarde e che indica tutte le forme di violenza pubblica o privata che una donna subisce o è minacciata a subire, compresa la non protezione da parte dello Stato: come l’Italia che è stata condannata dal Strasburgo per non aver protetto una donna il cui marito ha alla fine ucciso il figlio di 19 anni che ha cercato di difenderla. Un contesto che invece riguarda una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi, ed è oggi rilevata da un ampio panorama internazionale come fenomeno trasversale a culture e società diverse tra loro, ed esteso a ogni classe sociale e a ogni età: un fenomeno pervasivo che si manifesta in tutti gli ambiti della convivenza umana attraverso gli stereotipi che mettono gli uomini e le donne su piani diversi.

Per trovare un modo diverso e più attinente alla realtà dei fatti che escluda una sottovalutazione del fenomeno della violenza maschile sulle donne, e quindi che eviti la rivittimizzazione delle sopravissute, dato il ruolo centrale dell’informazione per una vera trasformazione culturale che è la prima forma di prevenzione del femminicidio, l’Ordine dei giornalisti del Lazio e la Federazione nazionale della stampa, hanno organizzato a Roma due corsi di formazione che affrontano due aspetti fondamentali del problema: da una parte la narrazione del femminicidio nell’informazione e dall’altra la narrazione degli offender. Ovvero come si affronta una formazione libera da quegli stereotipi che mettendo la donna e l’uomo su piani diversi, culturalmente ancora accettati e normalizzati, corrono il rischio di rivittimizzare le sopravvissute e di condonare la violenza come un evento normale nella vita di una donna.

Oggi, 15 marzo, dalle 9 in poi al Teatro Argentina, l’incontro “No, non è la gelosia: si chiama femminicidio“, apre i lavori con la presidente della camera, Laura Boldrini: una giornata dove con giornaliste, magistrate, avvocati e avvocate dei centri antiviolenza, operatrici si farà il punto su dove siamo arrivati nell’informazione e su cosa ancora deve essere fatto.

Domani, 16 marzo dalle 10, si apre alla FNSI l’incontro “Alle radici della violenza maschile sulle donne. Narrazione di sopravvissute e offender nell’informazione“, che sarà su come invece vengono descritti gli offender e sui percoli che un giornalista non formato sull’argomento, può correre anche quando si appresta a intervistare una sopravvissuta alla violenza maschile.

PROGRAMMI

Teatro_Argentina

L’Ordine dei Giornalisti del Lazio promuove un nuovo corso di formazione professionale per i giornalisti, “Non è la gelosia: si chiama femminicidio. Violenza maschile sulle donne, informazione e deontologia“. Il tema è il ruolo dell’informazione nella narrazione della violenza sulle donne, la deontologia e l’uso di un corretto linguaggio per evitare la divulgazione di stereotipi negativi. L’appuntamento è al Teatro Argentina, mercoledì 15 marzo, dalle ore 8.30 alle ore 15.30. La partecipazione al corso è gratuita. Ai colleghi che parteciperanno saranno attribuiti 10 crediti formativi.

NO, NON E’ LA GELOSIA: SI CHIAMA FEMMINICIDIO. Violenza maschile sulle donne, informazione e deontologia

Il ruolo dell’informazione nella narrazione della violenza sulle donne. La deontologia e l’uso di un corretto linguaggio per evitare la divulgazione di stereotipi negativi

Silvia Resta -segretaria Ordine giornalisti Lazio

Paola Spadari-presidente Odg Lazio

Laura Boldrini-presidente della camera

Carlo Picozza-responsabile formazione Odg Lazio

Luisa Betti Dakli-giornalista esperta in gender violence

Interventi

Maria Lepri -giornalista TG2 -associazione Giulia

Maria Monteleone -procuratrice aggiunta a capo del pool antiviolenza al Tribunale di Roma

Elisabetta Rosi –giudice consigliere della Corte di Cassazione

Teresa Manente -avvocata penalista responsabile ufficio legale Centri Antiviolenza -Differenza Donna

Andrea Coffari-avvocato diritto di famiglia

Lettura del decalogo delle “Raccomandazioni per l’informazione sulla violenza di genere” stilato dalla Federazione internazionale dei giornalisti

Beppe Giulietti-presidente FNSI

Intervista ad una donna sopravvissuta alla violenza maschile

Intervista su come si accoglie una sopravvissuta -Oria Gargano -presidente di Be free

Saranno proiettati documenti e contributi video

 

Giovedì 16 marzo, dalle 10 alle 18, la sala ‘Walter Tobagi’ della Fnsi ospita il corso di formazione

ALLE RADICI DELLA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE
Narrazione di sopravvissute e offender nell’informazione

sul corretto modo di affrontare la narrazione di un femminicidio. Il seminario dà diritto a 8 crediti formativi. Iscrizioni tramite la piattaforma Sigef.

Ogni tre giorni un uomo uccide una donna, e ogni anno 1 milione e mezzo di uomini sono colpevoli del reato di stalking nei confronti dell’ex partner, eppure si parla sempre e solo di vittime di violenza maschile. Perché? L’informazione italiana si concentra nella quasi totalità sulla descrizione di situazioni da racconto horror con donne incapaci di reagire alla violenza, sottomesse e senza speranza di reagire a un destino ineluttabile, oppure di donne esasperanti che portano l’uomo a ucciderle o ancora donne che provocando sessualmente il maschio per la loro avvenenza inducono l’uomo alla violenza: tutto questo in un quadro di sospetta complicità delle donne rispetto a reati di cui non sono in nessun modo responsabili. Ma chi sono i veri protagonisti della violenza sulle donne se non gli uomini autori di questa stessa violenza? E perché invece nell’immaginario collettivo le donne sono indicate come le uniche protagoniste di una storia che si ripete? Su come un giornalista possa affrontare correttamente la narrazione di una sopravvissuta e un offender quando racconta un femminicidio, si parlerà il 16 marzo 2017, dalle 10 alle 18, nella sala “Walter Tobagi” della Federazione nazionale della stampa italiana, in corso Vittorio Emanuele II, 349 a Roma.

Saluti del segretario generale Raffaele Lorusso, del presidente Giuseppe Giulietti e della presidente della Cpo-Fnsi, Alessandra Mancuso

Introduce i lavori Luisa Betti Dakli, giornalista esperta diritti donne e minori

Coordina Paolo Butturini, della segreteria Fnsi

PRIMO PANEL
Emanuela Valente – Giornalista e autrice della ricerca “I volti degli offender”
Teresa Manente – Responsabile avvocate penaliste Rete Centri Antiviolenza
Alessandra Pauncz – Responsabile Centro Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM)
Gian Antonio Stella – Editorialista de Il Corriere della Sera
Paola Spadari – Presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio

SECONDO PANEL
Chiara Saraceno – Docente di Sociologia della Famiglia Università di Torino
Luigi Zoja – Psicoanalista e saggista

Il sessismo non è solo di chi paragona una sindaca a una “patata bollente”

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Settimana di fuoco, quella appena trascorsa, sul titolo “Patata bollente” di Libero rivolto alla sindaca di Roma dopo le accuse dell’assessore all’urbanistica Berdini. Fiumi d’inchiostro con cui l’Italia riscopre l’esistenza del linguaggio sessista nei media: un argomento che in molti luoghi dell’attivismo femminista e dell’associazionismo di categoria viene affrontato tutti i giorni ma che rimbalza da un giornale all’altro, da un talk show all’altro, solo quando in corso c’è un conflitto politico, sebbene sia molto più comune e usato anche da chi, in questo momento, esprime solidarietà a Virginia Raggi.

Il fatto che il giornale di Feltri usi un linguaggio sessista in maniera provocatoria per far parlare di sé, non è una novità. Solo per citare uno dei casi più gravi, questo è lo stesso giornale che quest’estate su Sara Di Pietrantonio, uccisa dall’ex partner a Roma tra l’indifferenza della macchine che passavano mentre lei moriva nell’auto in fiamme, scrisse: “E per gradire nella capitale arrostiscono una ragazza di 22 anni”. Un titolo che Feltri ha difeso, come fa adesso con quello della Raggi, non capendo né dov’era la gravità né perché doveva chiedere scusa: un direttore che malgrado in quell’occasione abbia visto l’intervento dell’Ordine dei giornalisti, continua a scrivere in maniera sessista, rivendicando la sua fiera discriminazione verso le donne. Per quanto riguarda Sara, Feltri rispose: “Non capisco dove stia il problema, la ragazza è stata bruciata viva, proprio arrostita”; mentre per quanto riguarda la sindaca capitolina ha esplicitamente dichiarato che non intende chiedere scusa, e che quando questo appellativo fu rivolto a Karima El Mahroug, alias Ruby, sullo stesso giornale, nessuno si indignò. Con uno salto triplo Feltri quindi ha accostato le vicende di Berlusconi alla presunta storia che Virginia Raggi avrebbe avuto con l’ex capo segreteria Salvatore Romeo – sempre secondo Berdini – asserendo che se “Silvio pagava di tasca i propri vizietti, Virginia detta Giulietta ha attinto ai soldi pubblici per triplicare lo stipendio a Romeo”. Per criticare Raggi – cosa che avrebbe potuto fare sicuramente in un altro modo – paragona cioè un ex presidente del consiglio che per vent’anni ha stigmatizzato, usato, denigrato in tutti i modi il corpo femminile, esaltando ed esasperando il peggio dell’immaginario maschilista in Italia – uno che appellò Angela Merkel come “Culona inchiavabile” – a una sindaca che molto probabilmente ha tutt’altro per la testa, dimenticando che eventualmente l’unica persona ad essere stata vittima del suo linguaggio sessista, oltre Raggi, è stata Karima e sempre grazie alla sua penna (non certo Berlusconi). Un paragone, questo, forse più grave dello stesso titolo.

Ma qualcosa è cambiato anche in Italia e rispetto a quando ogni giorno eravamo sottoposte alle battute di Silvio, ora c’è chi s’indigna più di quanto non si facesse nell’appena trascorso ventennio, a partire dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini (che all’epoca non c’era ma oggi sì), che è stata una delle poche a usare il termine “sessismo” contro il titolo di Libero, oltre a giudizi morali come “schifo”, “volgare”, “pesante”, “disgusto”, “vergognoso”, “deplorevole”, ecc.

Perché, qual è la differenza?

La differenza è quella che passa tra la violenza sessuale come reato contro la morale, a reato contro la persona (legge passata in Italia nel 1996), perché “Patata bollente” non è un’offesa contro la morale in quanto sessualmente allusiva, ma è una discriminazione contro la persona – in questo caso Raggi ma potrebbe estendersi a qualsiasi donna – in quanto appartenente al genere femminile.

Senza dubbio l’uso del sessismo come attacco frontale a donne della politica italiana è una pratica usata in abbondanza per screditare il ruolo che quella donna sta ricoprendo in quel momento attraversando i sentieri sicuri dello stereotipo: “donna che per la sua appartenenza di genere è incapace di ricoprire i ruoli maschili, ruoli di potere che solo occasionalmente possono essere dati in mano a una donna ma che sono maschili per antonomasia”, ma anche “donna che ragiona con l’utero quindi inadatta al potere”, “donna che sta bene a casa e non nelle stanze dei bottoni”, e se è esteticamente in linea con l’immaginario maschile “donna più adatta al letto che non a prendere decisioni importanti”, insomma una delegittimazione basata sul genere in piena regola. Una cosa che per capirla basta chiedersi: se il sindaco di Roma fosse stato un uomo come avrebbero titolato? “pollo alla diavola”?

Come, in maniera “alleggerita”, ha fatto notare Geppy Cucciari sul palco dell’Ariston a Sanremo domenica, in Italia c’è l’abitudine di “giudicare una donna per quello che molti maschi vorrebbero”, a partire da certi titoli di giornale come “i giudici trivellano il ministro Boschi” o “patata bollente”, una modalità talmente comune e usata impunemente, forse in maniera inconscia, che anche tra quelli che hanno espresso solidarietà alla sindaca, appaiono alcuni campioni di sessismo.

Primo fra tutti lo stesso Beppe Grillo che in un tweet chiese se l’ex ministra Maria Elena Boschi non fosse per caso in tangenziale (a fare cosa?), e sul suo blog e su FB espose all’orda la presidente della camera chiedendo ai suoi: cosa fareste in macchina da soli con Laura Boldrini? Domanda a cui i seguaci dei 5stelle risposero in maniera violenta, tra cui l’incitamento allo stupro, e su cui Claudio Messora, responsabile comunicazione dei pentastellati, scriveva su twitter (e poi cancellava): “Cara Laura, volevo tranquillizzarti… anche se noi del blog di Grillo fossimo potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio”, come se esistesse una categoria di “donne stuprabili”.

Oppure Matteo Salvini, capo della Lega, che nell’esprimere solidarietà alla sindaca, ha forse dimenticato quando quest’estate esibiva sul palco di un suo comizio a Cremona una bambola gonfiabile definendola “la sosia della Boldrini”, dichiarando poi che non si sarebbe scusato perché “è lei che è razzista con gli italiani”. Salvini che, dimentico del suo sessismo, oggi – insieme a Gasparri – s’indigna dell’offesa messa su twitter contro Giorgia Meloni fotografata di nascosto e appellata da Asia Argento come una donna “dalla schiena lardosa”, forse perché non sa che non solo esiste la misoginia femminile (la cultura è una sola e il maschilismo fa parte anche dell’educazione di una donna, come dimostra Barbara Palombelli che si schiera pubblicamente con Feltri definendolo “un grande”), ma che Asia Argento – che tra l’altro conduce la trasmissione Rai “Amore criminale” che vorrebbe raccontare il femminicidio – ha anche chiesto pubblicamente scusa, a differenza sua.

Ma per parlare di sessismo solo nell’informazione, escludendo pubblicità, social e media generici, ci vorrebbero pagine e pagine: dall’appellativo “maestrina” – così diverso dal mettersi in cattedra degli uomini che prendono parola e diventano tutti professori – alla descrizione di un femmicidio come delitto passionale, di una violenza in cui si descrive la vita privata di una donna per farla passare come “una che se l’è cercata”, fino alla pubblicazione delle foto in bikini delle donne uccise dai loro partner perché avvenenti, o le allusioni all’incapacità delle donne a fare qualsiasi cosa perché “naturalmente” votate ai lavori domestici o a quelli sessuali, sul linguaggio e gli stereotipi usati per minimizzare o screditare quello che fanno o che vivono le donne, c’è l’imbarazzo della scelta. Il problema è che ancora troppo spesso tutto ciò passa inosservato, come una cosa normale, e quando non è così anche il sessismo viene fatto passare come semplice “volgarità” e strumentalizzato per la bisticciata di turno.

Attacco Usa alle donne di tutto il mondo

Drew Angerer/Getty Images News/Getty Images

Drew Angerer/Getty Images News/Getty Images

Quindici giorni fa Asa Hutchinson, governatore dell’Arkansas, ha firmato una legge che permette agli stupratori di fare causa alle vittime qualora queste decidano di abortire dopo la violenza subita, anche se l’offender fosse un consanguineo (incesto) o un coniuge. Una legge che non solo è una delle leggi più restrittive negli Usa, ma ha anche reso illegale la procedura “Dilatazione ed evacuazione“ che permette un aborto quasi spontaneo e senza rischi per le donne che alla 14esima settimane abbiano necessità di interrompere la gravidanza: un metodo che adesso costerebbe a chi la pratica da 100.000 dollari di multa a 6 anni di carcere. Una legge che L’American Civil Liberties Union dell’Arkansas ha bollato come un provvedimento incostituzionale e che dà ai membri della famiglia diritti senza precedenti sul corpo di una donna. L’Act 45, che entrerà in vigore entro la fine dell’anno, contiene infatti una clausola che consente al marito di una donna di citare in giudizio il medico che eseguisse eventualmente l’aborto, mentre nei casi di stupro, classificato come “condotta criminale”, gli uomini autori dello stupro avrebbero il diritto di citare in giudizio con un provvedimento ingiuntivo e bloccare l’aborto, e nel caso di minori in stato di gravidanza, sono i genitori o i tutori legali che possono andare in giudizio. Purtroppo, quello dell’Arkansas non è un caso unico. Leggi simili sono passate in altri 6 Stati in America come Mississippi, West Virginia, Alabama, Kansas, Louisiana, Oklahoma, e in alcuni di questi sono stati avviati ricorsi legali contro tali norme. Un divieto che dà una spinta ulteriore agli antiabortisti a livello nazionale, con i repubblicani che controllano la Casa Bianca e il Congresso. Uno dei primi atti del presidente Donald Trump nel suo insediamento è stato infatti quello di ampliare in maniera massiccia il divieto di fornitura di denaro federale per gruppi di pianificazione familiare internazionali che eseguono anche aborti o forniscono informazioni su di esso, firmando la “Global Gag Rule”.

Sul ripristino della Global Gag Rule firmato da Trump è guerra aperta (Keystone)

 

Trump contro le donne?

Global Gag Rule – Restaurando la legge anti-aborto, Trump blocca i finanziamenti del governo federale a tutte le organizzazioni che praticano o fanno informazione sulle interruzioni di gravidanza nel mondo

13.02.2017
di Luisa Betti Dakli

All’indomani del suo insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump ha firmato diversi ordini esecutivi, provvedimenti immediati che non passano per il Congresso ma usati per imprimere la propria direzione all’amministrazione del Paese, e tra il muro col Messico e il ritiro dall’accordo Tpp, ha iniziato lo smantellamento dell’Obamacare e reintrodotto una norma a sfavore della tutela della salute riproduttiva delle donne: oltre cioè a ridurre il peso economico dell’Affordable Care che consentiva una copertura sanitaria anche ai meno abbienti, il neo presidente – ritratto nello studio Ovale con intorno solo altri 7 uomini sorridenti – ha ripristinato la «Mexico City policy», detta anche «Global Gag Rule» (Regola del bavaglio globale), con cui ha bloccato i fondi federali alle Ong internazionali che si limitano a fornire informazioni sulla salute riproduttiva delle donne, compresa l’interruzione di gravidanza, e si occupano di pianificazione familiare in tutto il mondo.

A pochi giorni dalla Women’s March – che contro le politiche di discriminazione promesse da Trump ha visto sfilare a Washington mezzo milione di persone e altre centinaia di migliaia negli Usa e in diverse città del Pianeta – e all’indomani del 44.mo anniversario della legalizzazione dell’aborto negli Usa (Roe vs. Wade: la storica sentenza vinta davanti alla Corte Suprema da Norma Leah McCorvey, alias Jane Roe, che fece ricorso contro la legge del Texas che violava la libertà individuale e il diritto di interrompere una gravidanza indesiderata), Trump ha voluto subito questo provvedimento in quanto, come ha riportato il suo portavoce Sean Spicer, è un atto «in linea con i valori pro-life della nuova amministrazione, che tutelano la vita».

È una legge che viene accesa e spenta dal 1985: i repubblicani la attivano, i democratici la disattivano

Il «Global Gag Rule» però ha una sua storia: introdotto da Ronald Reagan nel 1984 e sottoscritto a Città del Messico, è sempre stato revocato dai presidenti democratici e reintrodotto dai repubblicani, quindi ripristinato da George W. Bush e abolito sia da Bill Clinton che da Barack Obama. Se Bush nel 2001 mantenne però l’assistenza per HIV/Aids, Trump ha ampliato la legge coinvolgendo l’agenzia americana per lo sviluppo internazionale (Usaid), il Dipartimento di Stato, e tutte le agenzie, le Ong e i progetti che riguardano la salute riproduttiva senza eccezione, compresi quelli che contrastano l’HIV, e anche l’Unfpa, l’agenzia Onu per la pianificazione familiare.

Un decreto che ostacolerà l’impegno in Asia, in Africa e soprattutto nei Paesi in via di sviluppo e/o in stato di guerra nel fornire servizi sanitari e informazione su prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili – tra cui l’HIV – sui metodi contraccettivi, parto e aborto.

Una legge che congela l’assegnazione di finanziamenti americani alle organizzazioni internazionali che offrono sostegno su pianificazione familiare e salute riproduttiva, nel caso in cui includano, anche in maniera non specifica, l’interruzione di gravidanza di cui non si potrà neanche parlare. Si tratta di circa 600 milioni di dollari l’anno che gli Usa stanziano permettendo alle donne di questi Paesi di usufruire di servizi per la tutela della salute a cui altrimenti non avrebbero accesso, un denaro però che, grazie all’emendamento Helms del 1973, non viene impegnato direttamente per praticare l’aborto, ma senza il quale, afferma il Guttmacher Institute, molti saranno costretti a chiudere o ridurre i servizi, negando la tutela della salute riproduttiva compresi gli sforzi di prevenzione HIV. Finanziamenti che permettevano a 27 milioni di donne e coppie di ricevere servizi per la pianificazione familiare e contraccettivi, e che evitavano 6 milioni di gravidanze indesiderate, 2.3 milioni di aborti clandestini e 11mila morti materne.

Con la «Mexico City Policy», Ong come Pathfinder International, che si occupa di contraccezione, HIV e tutela per mamme e bambini in 20 paesi tra Africa, Asia, Medio Oriente e America Latina, dovranno scegliere se modificare i servizi o rinunciare ai finanziamenti del governo federale americano: decisione su cui per esempio l’International Planned Parenthood Federation (IPPF), presente in 180 paesi del mondo, non cambierà una virgola anche dovesse perdere 100 milioni di dollari all’anno come ai tempi di Bush.

Secondo uno studio della Population Action International tra il 2002 e il 2006, durante l’applicazione del «Global Gag Rule», molte Ong hanno dovuto interrompere la loro assistenza in Kenya tra le comunità più povere e rurali, mentre in Ghana c’è stato un aumento del 20% degli aborti clandestini, e l’Usaid ha dovuto tagliare le spedizioni di contraccettivi a 16 paesi dell’Africa sub-sahariana, Asia e Medio Oriente. In India, Cambogia, Ghana, Etiopia, 7 milioni di donne ogni anno sono soccorse per complicazioni di parti non sicuri, anche quando vivono in Paesi in cui c’è il diritto all’aborto, perché non sono informate o non hanno la possibilità di andare in ospedale: e di queste 68’000 muoiono ogni anno.

Sul ripristino della «Global Gag Rule» è già guerra. Nancy Pelosi, capogruppo dei Democratici alla Camera, ha detto che questo ordine esecutivo «fa tornare gli Stati Uniti in quell’epoca vergognosa che disonorava il valore americano della libertà di parola e infliggeva sofferenze di cui non sappiamo nulla a milioni di donne in tutto il mondo», mentre la senatrice Democratica del New Hampshire, Jeanne Shaheen, ha fatto un post su Twitter in cui afferma di voler proporre una legge che impedisca per sempre la «Mexico City Policy».

Ma a ribellarsi non sono solo i democratici: per la senatrice repubblicana Susan Collins, conservatrice moderata, l’ordinanza di Trump non ha molto senso perché «tutte queste organizzazioni hanno già il divieto di usare i soldi dei contribuenti americani per finanziare aborti, e quello che si sta realmente facendo è scoraggiare le donne ad avere un controllo delle nascite che impedirebbe invece gli aborti, aiutandole nella pianificazione familiare». E mentre legislatori, funzionari governativi, e operatori umanitari si stanno preparando per una vasta offensiva contro il programma che ostacola la parità di genere in tutto il mondo, 138 Ong hanno già firmato una petizione contro la «Global Gag Rule».

L’Olanda si prepara a trovare finanziamenti che coprano il buco di 600 milioni di dollari con un fondo per quelle organizzazioni internazionali alle quali Trump ha tagliato i fondi federali: fondo al quale hanno già aderito 20 Paesi e a cui possono partecipare tutti. L’annuncio è stato dato dalla ministra per lo Sviluppo e la Cooperazione Internazionale olandese, Liliane Ploumen, che ha dichiarato: «Rispettiamo le decisioni di un presidente democraticamente eletto, ma anche noi lo siamo e possiamo prendere decisioni diverse». «Vietare l’aborto non ha ridotto il numero degli aborti, ma ha portato solo a pratiche irresponsabili nei retrobottega e a un numero maggiore di madri morte», ha aggiunto Ploumen il cui obiettivo è quello di sostenere i programmi esistenti gestiti da organizzazioni come il Fondo delle Nazioni Unite per le popolazioni, l’International Planned Parenting Federation e la Marie Stopes International: «Si tratta di programmi di successo ed efficaci, un sostegno diretto, distribuzione di preservativi, accompagnamento al parto, sicurezza durante l’aborto».

Ma la partita non finisce qui perché dopo aver tagliato i fondi alle Ong internazionali, i pro-life confidano che il Congresso completi l’opera con una legge che tagli tutti i finanziamenti alla Planned Parenthood of America – l’organizzazione che si occupa di salute riproduttiva negli Usa accusata di commercio dei feti dal movimento per la vita – cosa annunciata dallo speaker della Camera, il Repubblicano Paul Ryan, che a gennaio, tra le misure per smantellare l’Obamacare, aveva parlato della cancellazione dei fondi a Planned Parenthood grazie alla maggioranza repubblicana al Congresso.

Una battaglia in cui Trump ha acquisito un altro asso nella manica con la nomina alla Corte Suprema, dopo la morte di Antonin Scalia, dell’ultra conservatore Neil Gorsuch, noto per le sue posizioni contro i gay, contro l’Obamacare e contro l’aborto, e che nel suo libro The Future of Assisted Suicide and Euthanasia, ha scritto: «Tutti gli esseri umani hanno valore intrinseco e l’intenzione di uccidere vite umane per motivi personali è sempre sbagliata».Nomina che permette all’ala conservatrice della Corte di ritrovare la maggioranza: un dato non trascurabile se si pensa agli imponenti poteri della Corte Suprema anche in ambito etico.

Piano antiviolenza nazionale: a che punto siamo

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Il nuovo anno si è aperto con i corpi di Rosanna Belvisi, Teresa Cotugno e Tiziana Pavani, uccise da partner in un contesto di relazioni intime, mentre Gessica Notaro e Yleni Bonavera, sono state aggredite e sfregiate da ex fidanzati che avevano lasciato. Femminicidi per i quali ancora troppi giornali parlano di “amore malato”, “delitto passionale” e “movente della gelosia”, quando invece sarebbe più corretto parlare semplicemente di violenza nei rapporti d’intimità. Donne che, come Rosanna Belvisi, subivano la violenza del partner probabilmente da tempo e che malgrado i campanelli d’allarme, non sono scappate ma non per vergogna o per stupidità, semplicemente per paura, o per inconsapevolezza del pericolo reale, o per sfiducia nei confronti della capacità di intervento delle istituzioni. Una paura dimostrata dal fatto che a venire uccise sono anche quelle che denunciano e che, non essendo state protette in maniera adeguata dalle istituzioni preposte, alla fine sono state annientate dalle ritorsioni del partner. Non è un caso infatti che molte sopravvissute, anzi soprattutto loro, dichiarino spesso che per uscire dal tunnel della violenza, sono entrate in un altro tunnel, quello della giustizia italiana, dove hanno faticato per essere credute e protette: vite stravolte (perché di questo si tratta) senza mai essere sicure di non avere più conseguenze dal partner, comprese le minacce di morte.

Una situazione in cui malgrado sia lo stesso Stato italiano a non essere consapevole del rischio che corrono le vittime di violenza, si continua a imputare alle donne la responsabilità di non essere consapevoli della violenza subita, di non essere capaci di denunciare e di non riuscire a scappare da un partner violento.

Ma a che punto dell’agenda è oggi il contrasto alla violenza maschile sulle donne per il governo italiano? Siamo sicure che questo governo abbia più consapevolezza di queste donne?

Malgrado le buone leggi esistenti, ancora troppe spesso non applicate in Italia, il governo italiano continua a driblare sulla questione del femminicidio con proclami e azioni circoscritte senza avere però una reale visione d’insieme, senza coinvolgere attivamente la società civile che lavora sul territorio nazionale, e quindi senza mettere a punto un contrasto efficace che in questo momento potrebbe partire dall’implementazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, ratificata e in vigore nel nostro Paese ma chiusa dentro un cassetto. Attualmente, a parte i centri antiviolenza, le realtà costruite dalle donne stesse e alcuni pezzi istituzionali più preparati e con personale “sensibile” o formato sul tema – per esempio alla Procura di Roma, in alcuni tribunali e in troppo scarsi commissariati – quello che succede in Italia è un intervento a macchia di leopardo per cui se capiti bene, te la cavi, ma se capiti male, peggio per te.

E questo per la confusione che ancora persiste sul fenomeno, dimostrato per esempio dall’attuale Piano antiviolenza nazionale, succeduto a quello varato dalla ex ministra delle pari opportunità, Mara Carfagna, e passato di mano in mano – con diverse traversie dopo le dimissioni della ex ministra Josefa Idem che passò le redini alla viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, durante il governo Letta, e poi alla deputata Giovanna Martelli, consigliera di pari opportunità dell’ex presidente del consiglio, Renzi – e che è arrivato fino all’attuale delega a Maria Elena Boschi, prima ministra delle riforme costituzionali e ora sottosegretaria dell’attuale presidente del consiglio, Paolo Gentiloni.

Un “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” (come previsto dall’articolo 5 della legge 119), che ha avuto la sua incubazione in un lungo momento di confronto nel tavolo interministeriale e una presenza timida, nonché limitatissima, della società civile che fin dalla sua presentazione, nel maggio 2015, ha contestato fortemente questo testo, tanto da farlo nascondere nel cassetto da chi lo aveva creato. Gruppi che riguardo questo Piano hanno sottolineato che qui “il ruolo dei centri antiviolenza risulta depotenziato in tutte le azioni e vengono considerati alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale senza alcun ruolo se non quello di meri esecutori di un servizio”, che “la distribuzione delle risorse viene frammentata senza una regia organica e competente e che quindi, non avrà una ricaduta sul reale sostegno dei percorsi di autonomia delle donne”, e infine che “il sistema di governance delineato nel Piano implica e non garantisce il buon funzionamento di tutto il sistema nazionale e pone inoltre problemi giuridici di coordinamento a livello locale”, vanificando “il funzionamento delle reti territoriali già esistenti indispensabili per una adeguata protezione e sostegno alle donne”.

Sui motivi profondi della sua inefficienza si è scritto molto in un anno e mezzo ma nessuna delle istituzioni coinvolte ha mai risposto in merito alla questione, tanto che oggi, dopo la manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne che a Roma ha visto scendere in piazza 250mila persone il 26 novembre, il gruppo promotore della mobilitazione, “Non una di meno”, ha scelto di redigere un Piano antiviolenza alternativo, formando tavoli di elaborazione con una partecipazione che ha fatto incontrare circa 1.400 donne il 27 novembre, subito dopo la piazza.

Un tema poco affrontato, quello del Piano nazionale, ma fondamentale per il contrasto al femminicidio, di cui si parlerà a Roma stasera, martedì 17 gennaio alle ore 18, presso la biblioteca di Hub Culturale Moby Dick (Via Edgardo Ferrati 3A), con Vittoria Tola (Udi – Unione delle Donne in Italia), Titti Carrano (Presidente D.i.re – Donne in rete contro la violenza),  Maria (Milli) Virgilio (Avvocata e docente di Diritto Penale presso l’Università degli Studi di Bologna) e Oria Gargano (Cooperativa Be Free, Rete IoDecido). Un confronto organizzato da “Non una di meno”, sia per capire i limiti dell’attuale Piano, sia per illustrare i lavori in fieri per la scrittura un Piano Antiviolenza femminista. Un appuntamento pubblico e aperto, che dopo il successo della manifestazione del 26 novembre e la nascita dei tavoli, continuerà la sua azione con un secondo incontro nazionale a Bologna il 4 e 5 febbraio e lo sciopero mondiale delle donne l’8 marzo 2017.

Clicca qui per sentire la registrazione dell’incontro.

Se quello delle donne diventa un movimento globale

Nel mondo i diritti delle donne continuano a essere ignorati, stravolti e spesso rimessi in discussione anche in quei Paesi in cui erano stati dati per acquisiti. Negli Stati Uniti, per esempio, si prospetta un ritorno indietro di 50 anni con l’amministrazione Trump, mentre in Italia per certi aspetti il ritorno indietro c’è già, con una legge sull’interruzione di gravidanza ormai svuotata da dentro con la sua disapplicazione grazie all’obiezione di coscienza: un Occidente apparentemente paladino dei diritti (in cui si fa riferimento sempre a un altrove) ma che in realtà presenta non poche derive reazionarie e conservatrici. In questo contesto, e senza che nessuno ne parli, si sta però delineando un movimento che se unito potrebbe dare vita a un nuovo vero movimento internazionale antagonista: quello delle donne. Per ora l’appuntamento per alcune è lo sciopero generale l’8 marzo.

(da Azione 12/12/2016)

Le manifestazioni anti-Trump all’indomani della sua elezione: si ripeteranno il 21 gennaio (AFP)

Proteste femminili – Una «marcia delle donne su Washington» è prevista il 21 gennaio, giorno dell’insediamento di Donald Trump: è la risposta alle dichiarazioni machiste del neo eletto presidente americano

12.12.2016
 di Luisa Betti Dakli

È prevista per il 21 gennaio a Washington nel giorno dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca, e si prospetta come un avvenimento storico. È la marcia delle donne contro Donald Trump che ha già più di 100’000 adesioni, da quando una nonna hawaiana ha invitato 40 dei suoi amici a manifestare contro la nuova amministrazione: un’idea ispirata alla storica marcia sul Mall dove Martin Luther King pronunciò il celebre «I Have a Dream», e diventata virale in pochissimo tempo.

«Accogliamo con favore i nostri alleati di sesso maschile e vogliamo che quest’azione sia il più inclusiva possibile», ha detto una delle organizzatrici. Una dimostrazione pacifica che rappresenti le donne di tutte le provenienze, razze, religioni, età e che sotto lo slogan «i diritti delle donne sono diritti umani», porti nelle strade la voce di chi durante la campagna elettorale si è sentito minacciato da Trump – compresi LGBTQ (acronimo che sta per lesbiche, gay, bisessuali e trasgender), nativi, neri, musulmane, i diversamente abili. Una dichiarazione d’intenti nei confronti del neo presidente che, oltre ad aver affermato che un vip può fare ciò che vuole con una donna prendendola per i genitali e oltre le denunce pubbliche di donne molestate da lui nel corso degli anni, ha più volte espresso l’idea che l’interruzione di gravidanza dovrebbe essere vietata, paventando l’istituzione di un tribunale anti-aborto presso l’Alta Corte.

Ma Trump è stato eletto in un clima di controriforma in materia di diritti che non riguarda solo gli Stati Uniti, e che in un momento di crisi stagnante prende di mira i soggetti più esposti con l’aggancio della paura. Un attacco che molte donne hanno deciso di non stare a guardare.Nel mondo una donna su 7 subisce una forma di violenza maschile: in Marocco 6 su 10 vivono una violenza domestica che solo il 3% denuncia, in Tunisia il 78% viene molestata nei luoghi pubblici e in Messico i femminicidi sono migliaia.

A Londra un rapporto delle autorità locali (GLA) ha segnalato come la violenza domestica sia aumentata del 57% in 4 anni nella sola città, mentre a Bruxelles il 60% delle donne dichiara di aver subito intimidazioni sessuali.Il 25 novembre scorso, durante la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in Francia le associazioni sono sfilate per le strade di Parigi al grido «Debout contre les violences faites aux femmes» (In piedi contro la violenza); mentre in Turchia le donne sono scese in piazza, in un clima di repressione, con le mani viola dipinte col volto di una bimba contro una legge che avrebbe legalizzato lo stupro delle minori prevedendo il matrimonio riparatore, e hanno vinto. Una proposta fatta dal partito Akp del presidente Erdogan con quella che l’Unicef ha definito una «amnistia per i colpevoli di abusi sui minori», e che dopo la contestazione è stata ritirata.

In Spagna, lo stesso giorno, la polizia ha divulgato un video di un’aggressione avvenuta a San Juan de Alicante in cui un uomo colpiva ferocemente la compagnia per poi prenderla per i capelli e trascinarla per le scale di un luogo pubblico ripreso da una telecamera. Qui il governo di Mariano Rajoy (Partido Popular) un anno fa è riuscito a limitare l’aborto dai 16 ai 18 anni, previo consenso dei genitori, malgrado il grande movimento delle donne che nel 2014 portò in piazza centinaia di migliaia di persone facendo ritirare la proposta di legge che avrebbe cancellato del tutto l’interruzione di gravidanza.Un diritto, quello all’aborto, che riceve attacchi ovunque e su più fronti, fino alla teorizzazione esasperata dell’embrione come essere umano che deve essere difeso in quanto tale.

In Polonia – dove dal 2015 il partito di maggioranza è Diritto e Giustizia (Pis), conservatore e di destra – le donne hanno difeso la cancellazione totale dell’aborto, che sebbene sia applicato solo se la madre è in pericolo, nel caso di malformazione del feto o di stupro, avrebbe spazzato via anche la norma applicata in maniera restrittiva: una proposta fatta dai cattolici e appoggiata dalla Conferenza episcopale polacca con 100 mila firme raccolte. Ma la Czarny Protest (La protesta in nero) è stata vincente, e le migliaia di donne scese per le strade di Varsavia, Danzica e altre città, hanno avuto la meglio su Kaczyński, leader del Pis, che aveva dichiarato: «Vogliamo che le donne partoriscano anche se il bambino è gravemente malformato, affinché possa venire battezzato, seppellito e avere un nome».

In Italia Valentina Miluzzo di 32 anni, incinta di due gemelli, è morta al quinto mese di gravidanza all’Ospedale Cannizzaro di Catania perché, dopo aver espulso il primo feto morto, un medico «perché obiettore di coscienza si sarebbe rifiutato di estrarre il feto, che aveva gravi difficoltà respiratorie, fino a quando fosse rimasto vivo»: un episodio su cui il Ministero della salute ha svolto un’indagine, concludendo che «non si evidenziano elementi correlabili all’obiezione di coscienza». Eppure nella denuncia presentata alla Procura si legge che dopo il ricovero della donna per dilatazione dell’utero anticipata, e dopo 15 giorni di osservazione, Valentina comincia a peggiorare perché «dai controlli – si legge – emerge che l’altro feto respira male e che bisognerebbe intervenire, ma il medico di turno si rifiuta perché obiettore: “fino a che è vivo io non intervengo”, avrebbe detto».Un Paese, l’Italia, in cui la legge 194 che regola l’Igv  (interruzione volontaria di gravidanza) è resa ormai inapplicabile dato che la maggior parte dei medici è obiettore, e in cui ogni 3 giorni una donna viene uccisa da uomini all’interno di relazioni intime: strangolate, colpite con oggetti vari, finite a coltellate, bastonate, chiuse in sacchi dell’immondizia e abbandonate, bruciate vive, e spesso uccise con i propri figli, per un numero che rimane stabile sui 125 femminicidi all’anno. Donne che non hanno fatto in tempo a chiedere aiuto ai centri antiviolenza, continuamente a rischio chiusura per mancanza di fondi, nell’assenza totale di un Piano nazionale che contrasti la violenza in maniera sistematica – compresa la prevenzione – e dove spesso rischiano di non essere credute nei tribunali e nei commissariati quando vanno a chiedere di essere protette.

Una situazione che il 26 novembre scorso ha portato in piazza 250’000 persone contro la violenza maschile – inclusi LGBTQ e uomini – con lo scopo di denunciare l’inefficienza delle istituzioni. Sotto lo slogan «Non una di meno», preso in prestito dalle argentine, la Rete centri antiviolenza (DiRe), l’Unione delle donne in Italia (Udi), e la Rete Io decido, hanno creato un comitato che ha raccolto migliaia di adesioni organizzando una mobilitazione dal basso che in Italia non si vedeva da tempo, e che è continuata il giorno dopo con l’avvio di tavoli di discussione a cui hanno partecipato 1300 delegate per la scrittura di un Piano antiviolenza femminista.

Manifestazione trattata dai Tg della sera come una notizia di costume e società, e relegata alle ultime notizie senza rilievo politico, per un movimento che ha in programma uno sciopero generale l’8 marzo prossimo, in sintonia con i movimenti dell’America Latina che a ottobre sono scesi in piazza dopo che Lucia Perez – una ragazza di 16 anni – è morta per essere stata drogata, stuprata, torturata e impalata in Argentina – dove i casi di femminicidio sono aumentati del 78% dal 2008 al 2015, malgrado ci sia una legge.

Oggi «Ni Una Menos» – termine nato nel 2015 quando in 300’000 manifestarono per Chiara Páez uccisa incinta a 14 anni dal fidanzato di 16 e sotterrata nel giardino con l’aiuto dei genitori di lui – è diventato un grido di battaglia a cui aderiscono migliaia di donne in Messico, Bolivia, Perù, Uruguay, Guatemala, Cile, ma anche italiane, spagnole e francesi: movimenti per i quali il prossimo appuntamento sarà l’8 marzo per una mobilitazione che potrebbe diventare uno sciopero globale.