Pari opportunità dentro palazzo: le donne le vogliono anche fuori

Il nuovo governo dopo il giuramento al Quirinale, Roma. (Alberto Lingria, Afp)

Il nuovo governo dopo il giuramento al Quirinale, Roma. (Alberto Lingria, Afp)

Giuramento del nuovo esecutivo al Quirinale e i giornali si dedicano alla sfilata delle ministre. 
Il nuovo premier è davvero in grado di superare gli stereotipi e tutto quello che ne consegue?

#GovernoRenzi: 8 donne e mezzo (gaudio)

Luisa Betti – 22 febbraio – donne 99 da pagina99.it 

In Italia non esistono più le discriminazione sulle donne né gli stereotipi. In un sol un balzo e nel giro di poche ore, Matteo Renzi, nuovo presidente del consiglio, ha fatto quello che molte italiane non sono riuscite a fare lavorando sul campo giorno e notte. Con un sorprendente coup de théâtre, l’attuale premier ha superato l’atavico potere maschile andando a ribaltare gli equilibri proprio nel cuore di questo potere. Con la velocità di un momento ci ha fatto capire che non solo in Italia non c’è nessuna discriminazione di genere da pareggiare, ma che le donne ormai sono dentro il potere, e quindi il problema non sussiste, non c’è, e chi oserà porlo, da adesso in poi, sarà considerata una che si lamenta senza ragionare sul “fare”. Un governo di 16 ministri e ministre, fatto per metà da uomini e metà da donne – alle quali Renzi ha comunque rifilato i tre ministeri senza portafoglio – è un salto politico che non solo ci fa sembrare risolte ma indirizza, in modo particolare a chi lavora su questi temi, un messaggio preciso: io le donne ve le ho messe, le ho scelte come mi pareva ma le ho messe, ora siamo pari. Un salto che tappa idealmente la bocca già in partenza su quello che invece era stato faticosamente messo in ballo in questi anni dalle donne stesse: femminicidio, stereotipi, lavoro, welfare, ecc. Che Renzi driblasse la questione si era capito ma l’atto di mettere 8 ministre nel suo governo senza nominare una ministra delle pari opportunità – richiesta a gran voce dalla società civile già dopo le dimissioni della ex ministra, Josefa Idem – in questo momento risuona come una provocazione. Non perché le PO siano la soluzione (magari bastasse) ma perché sulle questioni poste recentemente con forza sui diritti delle donne e sui diritti civili, sarebbe opportuno avere di nuovo una seria e concreta attenzione istituzionale, che sembra invece sempre più superficiale o di facciata. Per farla breve: le 8 ministre del governo Renzi, senza nulla togliere alle singole di cui aspettiamo di vedere l’operato così come per i ministri maschi, costeranno care alle donne e non perché le 8 siano incapaci ma perché manca il fulcro della questione che non sono solo le donne fisiche ma le politiche per tutti quei diritti che riguardano il genere, che è ben altra cosa. Un percorso che non comincia da un uomo che decide di rilanciare e piazza sul piatto la sua quota “rosa” ma comincia, semmai, mettendo al primo punto un dicastero con portafoglio (cioè coi soldi) che non si chiami più “pari opportunità” (ma per esempio “dei diritti e delle donne” alla francese), il cui senso però sia molto chiaro. Se Renzi avesse capito qual è il problema delle italiane, avrebbe aggiunto una nona nel gruppo di governo, una persona indicata e dedicata a queste politiche. E nel caso desse una delega a qualche sottosegretari* ancora da nominare, l’inefficacia delle deleghe alle pari opportunità è stata ampiamente dimostrata sia dalla ex ministra del lavoro nel governo Monti, Elsa Fornero, che dalla recente viceministra al lavoro, Cecilia Guerra: la prima perché ha lasciato la questione come ultima senza affrontarla mai veramente e chiedendo un resoconto del Dipartimento pari opportunità agli sgoccioli della legislatura; la seconda, malgrado la buona volontà, perché ha dimostrato ampiamente di non avere uno spazio di manovra autonomo e un potere reale di decisione al di fuori di schemi decisi da un governo maschile e con redini ben salde nelle mani dell’ex premier Letta e del ministro degli interni, Alfano. Questo a dimostrazione che una donna, come un uomo, sono comunque ricattabili dal potere in maniera proporzionale al ruolo che ricoprono, e che l’autonomia di pensiero e di azione sono il vero potere: un valore che va al di là del sesso, ma che può avere diverse conseguenze se agito da un uomo o da una donna, in base a stereotipi ormai conclamati in questo Paese. Un’autonomia pagata a caro prezzo dalla ex ministra delle PO, Josefa Idem, e dalle associazioni italiane che avevano iniziato un dialogo con lei nella sua veste istituzionale, e che si sono ritrovate poi escluse da ogni coinvolgimento reale dopo le sue dimissioni. Una delega alle pari opportunità, Renzi sarà comunque costretto a darla per tutto ciò che è in sospeso in quel dipartimento: a partire dalla task force sul femminicidio e il piano antiviolenza, rimessi in piedi da Cecilia Guerra e Isabella Rauti dopo le dimissioni di Idem e la conversione in legge del decreto sicurezza, la cui presentazione era prevista per l’8 marzo al Quirinale e per la quale Cecilia Guerra e la ormai ex ministra all’istruzione, Maria Chiara Carrozza, si erano già preparate. Chi andrà quindi? Senza dubbio l’unica persona che rimane in campo e con le mani “in pasta” sull’operato istituzionale a riguardo, è Isabella Rauti che, nominata consigliera per le politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio al Viminale da Angelino Alfano, ha seguito la task force fin da quando era in carica Idem, proseguendo e prendendo parte attiva al piano in quanto rappresentante di uno dei ministeri più importanti nei tavoli della task force. Un nome che ha destato preoccupazione in molte donne sia perché Rauti – pur non essendo assolutamente a digiuno su questi temi – ha da sempre non riconosciuto l’autorevolezza e il lavoro del femminismo italiano, ma soprattutto perché quando è stata alla Regione Lazio nella scorsa giunta Polverini, che adesso è sotto inchiesta con Alemanno (e nella cui lista appariva anche Rauti), si era schierata pubblicamente a favore della legge Tarzia: quella che mirava a cancellare i consultori nel Lazio con un attacco frontale alla 194, dimostrando quindi di avere sì una competenza ma anche una chiara posizione politica in proposito. Posizioni politiche che non hanno un valore puramente “tecnico” ma che sono a favore o contro l’autodeterminazione delle donne, e che non sfuggono alle donne stesse: elementi importanti nella scelta dei nomi se si tratta di responsabilità istituzionali. Non c’è dubbio che quella delle politiche femminil-femministe sia un campo scivoloso per Renzi, come ha dimostrato in veste di sindaco nella gaffe del cimitero dei feti di Firenze – da cui ha cercato di tirarsi fuori anche con l’aiutino di amiche fidate – e non è passato inosservato il suo silenzio volutamente esibito sulla questione alla Leopolda per le primarie del Pd, in cui si percepiva un certo imbarazzo a riguardo ma soprattutto una volontà a saltare a piè pari il problema. Fatto sta che in Italia la questione non è pari opportunità sì o no, ma la necessità di dotarsi di strumenti concreti per cambiare la cultura di un Paese che è indubbiamente maschilista e che continua a fare danni, una scommessa che può essere intrapresa solo attraverso un’interlocuzione seria e un piano a 360 gradi che interessi tutti gli ambiti dei diritti delle donne, nessuno escluso, con una chiara linea politica che sia prima di tutto laica e realmente a favore del superamento totale della discriminazione di genere. Una cultura così profondamente radicata da sembrare quasi banale: a partire dai giornali che oggi fanno la sfilata delle ministre che hanno giurato al Quirinale, a partire da vestiti e dalle scarpe. Mi sembra chiaro che per le donne #lavoltabuona non è questa.

Quando ti difendi e ti danno della “santarellina” (da donne99 su pagina99.it)

Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, con Marco Travaglio, vicedirettore del "Fatto

Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, con Marco Travaglio, vicedirettore del “Fatto

Grillo e co. vs Boldrini - Travaglio spiega sulla presidente della camera che “Prima non se la filava nessuno” ma “appena s’è buttata in politica le è spuntata l’aureola". Eppure i toni non sono certo distensivi e affiora l'ipotesi di estender la scorta al compagno e alla figlia della presidente dopo la lettera minatoria arrivata a Boldrini la scorsa settimana. 
Intanto la presidente della camera rilascia un'intervista al "Guardian" in cui viene riassunta la vicenda e dove Boldrini non parla solo di sé ma anche della situazione delle donne inItalia e come sia difficile combattere una cultura maschilista e sessista in questo Paese.

Quando ti difendi e ti danno della “santarellina”

07 febbraio @ 14.07 di Luisa Betti da donne99 su pagina99.it

Una giovane di 19 anni, Chiara Insidioso Monda, è in coma all’ospedale San Camillo di Roma per la violenza del compagno, Maurizio Falcioni di 35 anni, che le ha procurato la mandibola e l’orbita fratturate, la milza spappolata e un vasto ematoma nel cervello. Ridotta in fin di vita dai calci e dai pugni del suo convivente lunedì in un appartamento di Roma in zona Casal Bernocchi, la ragazza sarebbe stata soccorsa solo dopo che, verso le 18, il compagno ha chiesto aiuto ai vicini dicendo che la ragazza era caduta: una tesi che l’uomo ha continuato a sostenere anche mentre la donna veniva portata in ospedale, gridandole: “Dillo che sei caduta, dillo che non ti ho picchiata!”. Una violenza che si è scatenata quando Chiara aveva deciso di allontanarsi dal fidanzato, come testimoniato dal padre di lei, e che lunedi pomeriggio, malgrado le urla fortissime durate per ore, non ha destato sospetti né attenzione del condominio in cui nessuno ha allertato le forze dell’ordine.   Due giorni fa la corte d’Assise d’appello di Bologna ha confermato la condanna di primo grado nei confronti di Alessandro Persico, ex ingegnere della Ferrari, che uccise a coltellate la compagna, Barbara Cuppini di 36 anni, il 18 giugno 2011 a Serramazzoni in provincia di Modena. Una condanna che ha confermato 12 anni in carcere e altri 6 in ospedale psichiatrico giudiziario, in un processo che si è svolto con il sostegno dell’Udi (Unione donne in Italia) che ha organizzato un presidio davanti al tribunale insieme alla Casa delle Donne di Modena e ad altre associazioni. Eppure, malgrado la conferma della condanna, sembra strano che per Persico, che uccise la donna nel sonno con tredici colpi usando due coltelli nascosti sotto il letto, figuri nella sentenza l’infermità mentale, perché, come sottolinea Marta Tricarico dell’Udi Bologna “qui stiamo parlando di premeditazione”, un fatto che rende “difficile sostenere l’infermità mentale”. Un giudizio sostenuto anche da Laura Piretti, responsabile Udi di Modena, che sottolinea come “le associazioni degli psichiatri si sono dichiarate preoccupate per l’utilizzo delle loro perizie nei processi al fine di giustificare atti di violenza”, in quanto anche in questo caso, “la premeditazione e tutta una serie di aggravanti delle precedenti violenze (di Persico, ndr) , non sono state prese in considerazione: è come se l’uccisione di una donna non fosse abbastanza grave”.   Poi la sera di mercoledì, è uscita la notizia di una lettera minatoria nei confronti della presidente della camera, Laura Boldrini, intercettata in un ufficio postale vicino Milano, dentro una busta contenente un proiettile calibro 3,80. La firma della lettera era “Nuove B.” (senza la erre) e una stella a cinque punte rossa, e c’era scritto “sappiamo dove sei, ti verremo a prendere”, “ti getteremo l’acido addosso”. Un fatto che riguarda la presidente diventata nuovamente bersaglio di massa su facebook con la nascita del gruppo: “Querela la Boldrini per diffamazione”, che incoraggia a sottoscrivere una maxiquerela alla Presidente per la frase sulla violenza dei commentatori di Grillo – l’ormai famoso post “Cosa faresti con Boldrini in macchina” – definiti dalla stessa presidente come “potenziali stupratori” durante la trasmissione “Che tempo fa” di domenica sera, ospite da Fabio Fazio. “Se anche tu segui il Blog di Grillo ma non sei uno stupratore querela la Boldrini iscrivendoti qui”, c’è scritto sul gruppo che ha raccolto quasi 7mila sostenitori tra cui alcuni parlamentari 5 Stelle. Minaccia pubblica di querela, riportata anche in assemblea del gruppo pentastellato della Camera e ivi accantonata anche se, ha precisato il senatore 5S Vito Crimi, “se arriva qualche decina di migliaia di firme possiamo pensare anche di spingerlo”. Un’eventualità a cui la presidenza della camera ha replicato dicendo che nel caso “toccherà sottoporre ai giudici il lunghissimo repertorio di minacce sessiste, di stupri evocati, di oscenità, di insulti che da domenica sono comparsi sul blog e sulla pagina facebook di Beppe Grillo, e sentire da loro quale delicata definizione meritino invece gli autori di queste sconcezze, che in nessun modo e in nessuna sede la presidente Boldrini ha riferito agli aderenti”. Un gruppo, quello di Fb, a cui si è contrapposto il gruppo “Diciamo basta agli insulti contro Laura Boldrini. Stop violenza!”, a sostegno della presidente che ha già avuto segni di solidarietà da organizzazioni come Magistratura democratica, l’Udi, DiRe, la Casa internazionale delle donne, le giornaliste di Giulia, e tutta la Convenzione “No More” che si è schierata contro la violenza sessista fuori e dentro al parlamento, richiamando le istituzioni alla Convenzione di Istanbul ed esprimendo solidarietà sia a Boldrini che alla deputata Loredana Lupo dei 5S (aggredita dal questore Stefano Dambruoso di Scelta Civica) e alle deputate del Pd assalite verbalmente dall’onorevole pentastellato, Massimo De Rosa.   Un silenzio assordante è invece sceso su Claudio Messora, il responsabile della comunicazione del Movimento 5 stelle al senato che domenica sera aveva scritto (e poi cancellato) su twitter la ormai nota frase: “Cara Laura, volevo tranquillizzarti… anche se noi del blog di Grillo fossimo potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio”, ipotizzando così una categoria di “donne stuprabili” e a cui è seguita anche una petizione online che ne chiede le dimissioni. Messora ha in effetti chiesto scusa, scrivendo su twitter di aver “esagerato col bar dello sport” e di essere stato “avventato e indelicato nei confronti di una signora (un po’ birbantella)”, mettendo la questione sullo scherzo e senza sapere che con queste frasi ulteriori non solo non chiede scusa ma rivittimizza attraverso la banalizzazione della violenza. Scuse che dimostrano che Messora, come altri fuori e dentro il suo movimento, non abbia la benché minima percezione della gravità che c’è nell’esprimere, sostenere, difendere ma anche banalizzare e ironizzare sulla violenza e su chi la vive, in qualsiasi forma essa si esprima. E in Italia può succedere così, banalmente e con una leggerezza assoluta, che un vicedirettore di una testata nazionale, scherzosamente e in una serata qualsiasi davanti a milioni di spettatori, appiccichi addosso a una donna che sta cercando di arginare un’aggressione mediatica sempre più ampia, quella “santa subito” che rimette in gioco il pericoloso, quanto irritante, stereotipo di “santarella” e che suggerisce: eccola qua la “santarellina”. È successo ieri sera durante “Servizio pubblico” condotto su La7 da Michele Santoro, dove Marco Travaglio – vicedirettore di un giornale che pur avendo una rubrica online come “Donne di fatto” ha spesso e volentieri pubblicato articoli negazionisti sul femminicidio o addirittura dileggianti verso lo stesso (Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2012, “L’ossessione per la donna” di Massimo Fini in cui si prendono in giro tre ragazze stuprate e uccise in Abruzzo) – spiega che Laura Boldrini “prima non se la filava nessuno” ma “appena s’è buttata in politica le è spuntata l’aureola, il pidistallo di marmo, i lumini, e la teca di cristallo tutt’intorno: santa subito”, riferendosi forse alla solidarietà che ha avuto in questi giorni. Un Travaglio che in tutto il suo “editoriale” travestito da simpatica letterina, pensando forse di essere spiritoso, ha in realtà con un tono sottilmente canzonatorio e denigratorio messo in ridicolo una situazione in cui si continua a confondere la “libertà di espressione e di pensiero” con la violenza, banalizzando questa stessa nonché la persona che la sta vivendo.   Ma cosa c’entrano gli episodi d’attualità raccontati all’inizio di questo articolo con la vicenda grillini-Boldrini? C’entrano perché riguardano un unico e solo argomento, ovvero la mancanza di percezione della violenza sulle donne in Italia, sia fisica che sessuale, psicologica o economica (come indica la “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna” dell’Onu – Cedaw – ratificata nel 1985 dall’Italia), e quindi dell’assoluta mancanza di strumenti nella valutazione del rischio di una situazione. Una continua sottovalutazione generale che ha portato ancora in questi giorni, dopo una legge che doveva risolvere tutto e la ratifica di Istanbul, ad attribuire a Persico l’infermità mentale pur l’evidente premeditazione e in assenza di raptus, che ha spinto i vicini di casa di Chiara a non allertare le forze dell’ordine nel pomeriggio in cui è stata massacrata dal convivente, e che porta ancora oggi a non mettere un freno al rilancio dell’esposizione pubblica di una donna che ricopre, in questo caso, un ruolo istituzionale e che quindi ha una risonanza internazionale e una rispercussione su tutte noi. Una sottovalutazione che porta ancora a valutazioni errate e quindi dannose, compresa la violenza presentata come un ingrediente normale delle relazioni, e che in un quadro di discriminazione basata sul genere, e con tutti gli stereotipi che ne conseguono, rappresenta per tutte le cittadine del mondo un pericolo costante. Una sottovalutazione e un pericolo ben espresso, nella vicenda Grillo-Boldrini, da Claudio Messora secondo cui esistono donne “stuprabili”: un concetto che sembra equiparare a un giudizio erotico-sessuale “positivo” di una donna la sua potenziale “stuprabilità”. In sintesi se ti trovo “stuprabile” è perché sei eroticamente attraente e quindi ne devi essere contenta e stare zitta.   Ma allora perché l’affermazione di Laura Boldrini alla trasmissione “Che tempo fa” su Rai3 da Fabio Fazio sui “potenziali stupratori” è più grave di quella di Messora sulla stuprabilità delle donne? soprattutto se a ipotizzare questa “stuprabilità” del genere femminile non è un simpatizzante qualsiasi ma proprio il responsabile della comunicazione al senato di quella precisa forza politica? Il fatto che si rilanci la questione con una maxiquerela di massa sostenuta anche da alcuni parlamentari stellati, invece di placare e chiedere le dovute e corrette scuse – non scherzose ma serie – da parte del leader Grillo che ha esposto Boldrini a violenza mediatica (in cui appaiono chiaramente anche minacce di stupro), e da parte dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle coinvolti, come nel caso di Messora che dovrebbe accompagnare alle scuse anche le sue dimissioni, dimostra proprio questo: ovvero che non ci si rende conto che la violenza non è un ingrediente delle relazioni uomo-donna e che non è una semplice offesa augurare uno stupro, dire che sei una che fa pom**ni o definirci più o meno stuprabili, e che questa è una cultura sessista che non ricopre solo le pareti “dei cessi” (come vorrebbe Travaglio) ma è presente anche nelle esternazioni pubbliche di rappresentanti istituzionali di questo Paese. Persone che se anche fossero dalla parte della ragione dovrebbero avere ben presente che il confronto avviene su un piano di rispetto reciproco e non esponendo a stupro mediatico la “rivale” politica per distruggerla. Il pericolo sono infatti le derive a cui si può arrivare in questa esagerata esposizione, che sono le schegge impazzite come quella della lettera minatoria in cui la minaccia di “acidificazione” verso Boldrini riporta direttamente al femminicidio.   La cosa più imbarazzante è però che nel sostegno della maxidenuncia, che ha l’amaro sapore di ritorsione su chi tenta di difendersi da violenza mediatica pubblica e che per questo va punita in maniera esemplare, appaiano non solo parlamentari ma anche onorevoli grilline che pur avendo ratificato Istanbul e condiviso la battaglia sulla conversione di legge sulla violenza contro le donne, non hanno esitato a partecipare a questa specie di ritorsione di massa dai connotati molto maschili. Non c’è stata, da parte delle grilline, nessuna posizione chiara e compatta di condanna sull’esposizione a violenza sessista della presidente almeno come donna, e solo quattro senatori 5stelle – Lorenzo Battista, Laura Bignami, Monica Casaletto e Luis Alberto Orellana –  si sono dissociati da tutti gli attacchi contro Boldrini, mentre Paola Taverna, ex capogruppo M5S al Senato ha preso posizione chiara verso Messora, dicendo – a “Radio anch’io” di Radio1 Rai – che “dovrà delle spiegazioni al Movimento” ma che “sicuramente si sta pensando al Senato di procedere in qualche maniera”. E se sul gruppo FB si allerta la popolazione italiana che “Laura Boldrini ha deciso di arruolare una società – la Hagakure srl – per dare la caccia a chi sul web e sui social network deride l’immagine della Camera e della stessa presidente”, confondendo ancora una volta la violenza con l’irriverenza, in Francia, tanto per fare un salto in un Paese più civile del nostro, il 24 gennaio il governo ha deciso che l’autorità per la vigilanza sul web potrà indagare e punire gli autori di commenti sessisti, omofobi e contro i diversamente abili, dopo che lo scorso anno sono pervenute 120 mila segnalazioni. In più, sempre il governo francese, ha anche deciso che le scuole di giornalismo prevedano corsi di formazione “sull’uguaglianza tra i sessi”: una decisione basata, come espresso dal socialista Sébastien Denaja, sul fatto che i media hanno comunque un forte potere nella società.

*In questo articolo sono volontariamente omessi i riferimenti e i link al blog di Grillo e a tutti i siti e gruppi del Movimento 5 stelle, per mia libera scelta a non supportare economicamente tali persone e gruppi, come riportato da Milena Gabanelli nell’inchiesta andata in onda il 19/05/2013 “Il transatlantico delle nebbie” su “Report”.  – See more at: http://www.pagina99.it/blog/3666/Quando-ti-difendi-e-ti-danno.html#sthash.cdE5JRPw.dpuf

Violenza a 5 stelle (da donne99 su pagina99)

0wtTCo=--la_presidente_laura_boldrini_con_il_suo_staff_da_www_lauraboldrini_itGrillo vs Boldrini – Mentre continua la bufera, Claudio Messora, responsabile comunicazione dei pentastellati, scrive (e poi cancella) su twitter: “Cara Laura, volevo tranquillizzarti… anche se noi del blog di Grillo fossimo potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio”, come se esistesse una categoria di “donne stuprabili”. Poi Messora chiede scusa e scrive ancora su twitter riferendosi al suo post e a quanto dichiarato dalla presidente della camera, e cioè che coloro che l’hanno aggredita sulla bacheca di Grillo sono “potenziali stupratori” (intervista di domenica sera da Fabio Fazio a “Che tempo fa” su Rai3): “trovo quello che ha detto la boldrini inaccettabile. Io ho esagerato col bar dello sport e mi dispiace” e anche “ok sono stato avventato e indelicato nei confronti di una signora (un po’ birbantella) “, mettendolo sullo scherzo e rivittimizzando attraverso la banalizzazione della violenza. Scuse che dimostrano che Messora, come altri, non ha la benché minima percezione della gravità del fatto di aver espresso il concetto (nel twitter poi cancellato), che in teoria esisterebbero delle donne “stuprabili”, un concetto che qui equivale a un giudizio erotico-sessuale “positivo” di una donna: cioè, se ti trovo “stuprabile” è perché sei eroticamente attraente e quindi ne devi essere contenta. Un concetto che suggerisce che in realtà l’affermazione di Laura Boldrini da Fazio, non sia affatto esagerata. Ma essendo Messora responsabile della comunicazione di un Movimento che ha il 25% dei voti in Italia, Movimento 5Stelle, non dovrebbe forse aggiungere alle scuse anche le sue dimissioni? Oppure rappresenta, in qualche modo, davvero  un gruppo politico che tra i suoi rappresentanti istituzionali annovera persone così?

Violenza a 5 stelle

03 febbraio @ 09.53 – Luisa Betti – da donne99 su pagina99

anche su Articolo 21 

Cosa succederebbe se durante un conflitto armato una donna in prima linea fosse indicata da un capo branco come causa del disastro e quindi bersaglio da punire? Semplice, la risposta è stupro collettivo. Lo stupro come arma di guerra abbraccia culturalmente ambiti radicati nella vita quotidiana da cui non è slegato – altrimenti non esisterebbe e non avrebbe senso – ed è l’extrema ratio della violenza contro le donne in una situazione “limite” come è una guerra, ma porta in sé gli stessi concetti di controllo, punizione, possesso, corpo ridotto a oggetto, distruzione di questo stesso corpo umiliato e ridotto a “nulla”, propri del femminicidio, e che considera lo stupro un’arma a tutti gli effetti. Oggi, a proposito di questo, parliamo di stupro mediatico collettivo in un contesto di conflitto rappresentato da una bassa soglia di tollerabilità e assenza di confronto. Ma che cosa è? È quando un obiettivo, in questo caso politico, vive in un corpo femminile e per questo non viene solo esposto alla pubblica rabbia ma simbolicamente lanciato dal capo branco nell’arena dove la massa di accoliti sono pronti a procedere al dilaniamento: una distruzione che nel caso di un corpo femminile, avviene attraverso un’azione distruttiva sessuale. Il fatto che avvenga realmente o che sia a livello simbolico, e in questo caso mediatico, non ne cambia i termini culturali e sostanziali, e non fa differenza che la donna in questione rappresenti un’istituzione, un punto di vista o una semplice cittadina, perché se è una donna, è prima di tutto una femmina e per questo sarà attaccata in base a un presupposto di genere che si basa su una cultura discriminatoria. Ma veniamo ai fatti, e partiamo dall’inizio, ovvero da quello che è successo alla Camera la scorsa settimana a seguito dell’ostruzionismo a oltranza dei 5 Stelle sul disegno di legge Imu-Bankitalia, passato poi con 236 sì e 209 no, che ha scatenato una escalation di violenza, anche sessista, in parlamento. Grillo/Casaleggio, in proposito, hanno fatto sapere subito dopo l’accaduto, come in aula siano avvenuti “due fatti incontrovertibili, l’aggressione filmata e vista in tutto il mondo del questore di Scelta Civica, Dambruoso, alla portavoce del M5S Lupo, e il totale stravolgimento delle regole parlamentari con l’interruzione d’imperio, motu proprio, degli interventi dell’opposizione sul decreto IMU/Bankitalia da parte della presidente della Camera, Boldrini”. Un resoconto in cui si dimentica di ricordare l’irruzione di alcuni deputati 5stelle nella commissione giustizia dove il deputato grillino Massimo De Rosa, ha apostrofato violentemente alcune deputate del Pd dicendo: “Voi del Pd siete arrivate qui solo perché avete fatto dei po**ini”, a cui è seguita querela. Dopo qualche giorno, il leader del Movimento 5 stelle, Beppe Grillo, pubblica sulla sua pagina facebook la seguente frase: “Che fareste in auto con Boldrini?”, postando sotto un video in cui un giovane movimentista in macchina inscena, con una Boldrini di cartone, un monologo sugli avvenimenti alla camera e la cosiddetta “ghigliottina” attribuita alla presidente. Un’esca a cui accorrono i militanti e i simpatizzanti 5 stelle che dalle 23 di sabato sera si esibiscono con più di 400 commenti al post del leader, scatenandosi contro Laura Boldrini come l’orda di cui sopra (v. preambolo), e con frasi del tipo:

“mi farei fare una poa” “la metto a pera e poi la foo in co”

“ti sale in macchina perché la stai pagando, mi raccomando le protezioni”

“la riempirei di botte”

“impossibile, non vado a mi***tte”

“la porti in un campo rom e la fai tro**are con il capo villaggio”

e così via.

A questo punto, e con tutte le reazioni che ci sono state di fronte a questa esposizione a violenza mediatica, lo staff del movimento 5 stelle cancella, si scusa e fa sapere: “Prendiamo le distanze dalle offese sessiste dal post di Grillo. I messaggi sono stati scritti nella notte quanto non era possibile operare alcun controllo”. Bene, come scusa può andare: ma chi ha esposto Laura Boldrini a questa violenza, cosa aspetta a fare le sue scuse pubbliche alla presidente e alle cittadine italiane? Non solo, perché lo staff pentastellato aggiunge che “chi ha scritto le minacce può essere querelato tranquillamente” e che “la rete è libera e deve rimanere libera ma ognuno si assume le proprie responsabilità”. Frasi di circostanza, e davvero poco sensate, perché si giustifica indirettamente la violenza del linguaggio e l’esposizione a tale violenza, come libertà di espressione: cose ben diverse in cui la censura non c’entra, perché è come dire che in fondo la violenza domestica è una cosa normale perché ognuno, a casa sua, può fare quello che gli pare. Come osservato dalla stessa Boldrini intervenuta telefonicamente in tv a “L’Arena” condotta da Massimo Giletti, “questo non è dissenso: questi sono atti violenti e intimidatori”, in quanto “non discutono del mio operato” ma “essendo donna, gli insulti all’istituzione si traducono in volgarità a sfondo sessuale”. Concetti ampiamente chiariti da Fabio Fazio ieri sera a “Che tempo fa” su Rai3, in cui la presidente sottolinea come il video postato sul blog di Grillo in quel modo fosse una “istigazione alla violenza” di cui sono riprova i commenti che sono seguiti “tutti a sfondo sessista”. E lei lo sa bene che cosa è la violenza e il linciaggio mediatico, perché non è nuova a questi assalti e aggressioni da cui lei, fin dall’inizio, ha osato difendersi. Chi non ricorda il “Giornale” che scriveva di “inediti e inquietanti particolari sullo smodato uso del potere, da casta vecchio stile, della presidente della Camera, Laura Boldrini, che per arginare la foto-burla che su Facebook ritraeva una finta Boldrini nuda, ha scatenato l’inferno”? Su di lei è stato detto di tutto, le sue foto sono state ritoccate in diversi modi e suo corpo simbolicamente fatto a pezzi, smontato. Ma esporre alla violenza tutti coloro che non vanno a genio, e se si tratta di una donna usare il peggiore dei metodi machisti, è comunque per i 5stellati un vizietto. Lo abbiamo visto con diversi giornalisti, tra cui la collega de “L’Unità”, Maria Novella Oppo, ma soprattutto con Federica Salsi, consigliera del Comune di Bologna eletta nel M5S, che rea di una partecipazione a “Ballarò”, fu redarguita dal capo Grillo che la descrisse come una che va in tv a cercare il suo punto G e precisamente “il punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show”. Una messa all’indice del leader che creò un varco a una violenza mediatica che sul sito e su Fb si è sfogata con frasi come:

“Fuori dai cog*ni!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! non capisci un cao!!! questa testa di cao!!!!!!!!!!!!!!!!!sembrava quella faccia da co della gelni, ma vai a care te e i tuoi amici del ca**o!!!!!!!!!!!!!!!!!!io gli farei fare una bella intervista anche su playboy!”.

In un Paese in cui la radice culturale della discriminazione di genere è così profonda, trasformare un bersaglio politico che vive in un corpo di donna in bersaglio “debole”, è molto semplice, anche perché questo tipo di violenza non è ancora riconosciuta come tale. I commenti al post di Grillo rappresentano l’italiano arrabbiato che invece di approfondire la sua rabbia e politicizzare davvero il suo disagio, preferisce scagliarsi contro il primo bersaglio che il suo capo gli indica e nel modo più scontato. E cosa c’è di più scontato degli stereotipi legati al machismo? (anche se la vera domanda è: perché Grillo tira fuori il peggio e non il meglio dei suoi seguaci?). Il fatto più grave di tutta questa storia rimane poi l’ancora scarsa percezione sia della violenza sia dell’esposizione a questa, che rappresenta già in sé una rivittimizzazione: una svalutazione che porta a confondere le botte con il troppo amore, l’attacco violento come fosse una burla: cose in fondo non gravi. E se è importante che le donne, in questo caso Boldrini, denuncino la violenza per riuscire a combatterla, è anche importante condannare la negazione e la banalizzazione che è una rivittimizzazione grave. Come quella fatta da Claudio Messora, responsabile comunicazione del Movimento 5 Stelle, che su twitter ha risposto alle dichiarazioni di Boldrini da Fazio – che ha identificato i pentastellati che l’hanno aggredita su Fb come “potenziali stupratori” – con la frase “Cara Laura, volevo tranquillizzarti… anche se noi del blog di Grillo fossimo potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio” (post comparso ieri notte e poi cancellato per le proteste ma ancora reperibile). Oltre a Grillo e ai suoi “simpatizzanti” virtuali, una riflessione va fatta anche su chi gli sta vicino, o meglio sulle onorevoli e gli onorevoli che prendono uno stipendo per le loro funzioni istituzionali e che hanno ratificato, e quindi letto, la Convenzione di Istanbul e che hanno presentato diversi emendamenti al decreto sicurezza sui tre capitoli riguardanti la violenza contro le donne. Onorevoli che in aula hanno argomentato sul femminicidio in maniera ampia, e che forse si sono già dimenticati, o non hanno capito cosa facevano, oppure hanno ripetuto pedissequamente quanto suggerito dalle associazioni delle donne, sul fatto che “la violenza nei confronti delle donne intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica, economica, comprese le minacce di compiere tali atti”, (“Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica”, Istanbul, 2011). Sono loro che avrebbero il dovere di interoquire con il loro leader che adotta non la ghigliottina ma la forca per chi osa criticare e che, se si tratta di una donna che “sgarra”, non disdice di adottare la deprolevole esposizione a violenza mediatica, e quindi psicologica, come già successo con Federica Salsi e ora con Boldrini. Un escamotage per cui certo, si può querelare chi usa violenza attraverso il linguaggio ma cosa puoi fare contro chi ti espone a questa violenza? E a che serve poi battersi per la Convenzione di Istanbul e per il contrasto contro violenza sulle donne-femminicidio, se non la si riconosce in casa propria, e se addirittura il responsabile della comunicazione del tuo movimento si esprime con questi toni, rivittimizzando invece di chiedere scusa? Infine, diciamolo fuori dai denti: Laura Boldrini, presidente della camera dei deputati e terza carica dello stato, è una donna che non è stata mai simpatica né ai grillini né alla destra, perché in realtà fa quello che loro proclamano, ed è un bersaglio politico a cui si punta con disprezzo di genere e tentativi di screditamento. Boldrini si è davvero diminuita lo stipendio, ha dimezzato il suo staff e soprattutto ha un rapporto diretto e di ascolto con le persone che le chiedono una interlocuzione, con la gente. Pur non facendosi pubblicità, una pubblicità che sicuramente altri non sdegnerebbero, Boldrini si comporta come una cittadina qualsiasi in molte situazioni e non ha la “spocchia” di molti altri: una persona che non si sottrae mai a una richiesta, che viaggia con voli di linea anche per visite ufficiali, una donna che raccoglie i biglietti che le lasciano nella borsa e in tasca durante gli interventi pubblici e che contatta direttamente quella gente disperata che non sapendo dove andare, spera in un ascolto delle istituzioni e lo fa individuando lei come interlocutrice. Una carica istituzionale pronta a chiedere “scusa” per le disfunzioni dello stato prendendosi lei, con la sua faccia e di persona, lo sfogo e la disperazione di chi, in questo Paese, si sente abbandonato. Oltre ogni capacità fisica, Laura Boldrini c’è sempre e si pone con gli altri con una dose di umiltà che farebbe bene a molti parlamentari dell’ultima ora. Una presidente che quando è venuta ad ascoltare le associazioni sul femminicidio alla Casa internazionale delle donne, non si è assolutamente vergognata di tirare fuori il suo quaderno nero per prendere appunti, al contrario di molti altr* onorevoli che pur non sapendo nulla dell’argomento, hanno sfoderato un inventario di banalità senza eguali (e ne ho sentite tante con le mie orecchie). Boldrini è una donna che non ha paura e per questo fa paura, una presidente che nel suo intervento al senato durante il convegno di settembre su “Convenzione di Istanbul e media” organizzato dalla vicepresidente vicaria del senato, Valeria Fedeli – ero a quel tavolo e quindi presente – non ha avuto nessuna remora formale a dire che gli stereotipi di genere sono alla base della violenza e che gli uomini devono cominciare a elaborare questo concetto ovunque, anche all’interno delle istituzioni: un discorso che Boldrini ha fatto chiamamando in causa se stessa e dicendo chiaro e tondo di voler essere chiamata signora presidente e non più signor presidente, “perché noi non siamo meteore” che appaiono per poi sparire. Noi ci siamo e continueremo a esserci, ed è per tutto questo, e non solo, che #iostoconlaura.

*In questo articolo sono volontariamente omessi i riferimenti e i link al blog di Grillo e a tutti i siti del Movimento 5 stelle, per mia libera scelta a non supportare economicamente tali persone e gruppi, come riportato da Milena Gabanelli nell’inchiesta andata in onda il 19/05/2013 “Il transatlantico delle nebbie” su “Report”.

Boldrini /Fedeli: Immagino un Paese dove il potere femminile sia vissuto come una cosa normale (2013)

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Il Paese che vorrei

La 27esimaora – Corriere.it – 17 NOV

Luisa Betti  

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Una sorta di brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una specie di sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (Global Gender Gap Report del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie che questa settimana mette a confronto due donne con cariche istituzionali:Laura Boldrini, presidente della camera dei deputati, terza donna che nella Repubblica italiana ricopre questa alta carica dello stato, e Valeria Fedeli, vicepresidente vicaria al senato. Due donne che, in maniera diversa ma affine, tentano di mettere in atto un cambiamento attraverso un’ottica di genere a partire dai loro ruoli istituzionali: nel linguaggio, nella cultura, in quello che propongono, ma soprattutto nel modo in cui esercitare un potere storicamente maschile.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?

Dovrebbe cambiare la cultura, sia per le donne che per gli uomini, con un’equa rappresentanza nei luoghi decisionali a partire dalle istituzioni stesse. Senza questo, il cambiamento non può avvenire. È un fatto di democrazia. Le donne possono davvero cambiare le carte in tavola ma devono poter decidere.

Come dovrebbe essere l’Italia? Intanto potrebbe essere un Paese diverso se tutte noi ci impegnassimo fin da bambine a non cedere alle pressioni e a esigere dai nostri fratelli pari suddivisioni di oneri in famiglia. Sono la prima di 5 figli e da piccola con mia sorella avevamo stabilito un punto: se aiutavano i fratelli, lo facevamo anche noi, altrimenti no. Oggi i miei fratelli sono uomini che a casa si danno da fare senza risparmiarsi.

Una ripartizione equa senza la quale forse è inutile parlare di pari opportunità?

Se c’è’ una ragazza più preparata di un ragazzo ma non viene scelta perché un giorno potrebbe decidere di fare un figlio, significa che non è cambiato nulla. Le donne che lavorano possono rimuovere gli ostacoli all’autodeterminazione delle altre donne, e questo fa bene a tutti. Vi ricordate il pane e le rose? Il pane è il salario e le rose sono le relazioni, cioè gli altri, la capacità di relazionarsi nell’idea che io sto bene se stanno bene gli altri. Tutelare il bene comune e costruire un futuro migliore è un valore per le donne ma fa bene anche agli uomini.

La divisione degli oneri non dovrebbe rappresentare un’eccezione, è essenziale ed è il punto di partenza, così come il pieno rispetto dei generi all’interno di una classe di scuola e di un nucleo familiare. Con questi presupposti di base gli uomini saranno naturalmente pronti a farsi carico di quello che ancora adesso viene attribuito alle donne come naturale e scontato. Una riflessione che deve partire dalle donne stesse. Noi non pensiamo mai quanto pesa la nostra carriera su altre donne, su nonne, baby sitter, tate, mentre il problema centrale rimane un welfare che non c’è.

Un welfare che in Italia non è mai stato un granché e che con la crisi sta per sparire.

Per fare un esempio, nel Nord Europa non esistono le badanti, e se accettiamo l’idea che solo poche donne possono andare avanti lasciando dietro tutte le altre, noi non saremo mai veramente emancipate. Perché solo quando tutte le donne potranno accedere a tutti i diritti, allora si potrà parlare di un reale avanzamento. Un paese per donne è un welfare che possa permettere a uomini e donne di fare lo stesso percorso senza eccezioni.

La scuola è un ambito su cui intervenire?

I punti sono tre: la famiglia, come dicevo, la scuola e i media. È fondamentale anche un sistema mediatico che valorizzi le donne senza insistere in maniera così pressante sugli stereotipi, che sono una gabbia mortale sia per noi che per gli uomini. La liberazione dagli stereotipi, è una liberazione per tutti. Ci si sente più autentici.

Proverei a immettere il benessere soggettivo nel discorso che stiamo facendo, sia per un uomo che per una donna. Liberarsi dagli stereotipi significa averne consapevolezza, vuol dire conoscere per poter cambiare attraverso un concetto di autonomia e di sostenibilità globale senza discriminazione. E per fare questo si deve partire per forza da un’istruzione che tenga conto del rispetto dei generi.

Partiamo da cose concrete: qual è la prima cosa da fare?

La prima cosa, secondo me, sono i testi scolastici e i programmi, che vanno cambiati dalle elementari introducendo conoscenze che tengano contro dei generi. Ma introdurrei anche la formazione per gli insegnanti fatta in termini professionali. Non è facile ma è la prima cosa.

Per me è fondamentale dare eco nel dibattito pubblico, con un approfondimento che riporti all’attenzione nodi come la discriminazione sul lavoro fino al femminicidio. Chi ha incarichi istituzionali ha il dovere di portarlo avanti, dando voce alle donne: dalle sindache minacciate dalla ‘ndrangheta alle giovani che non trovano lavoro. Ma deve essere fatto dando segnali chiari. Immettere nel dibattito pubblico una questione non risolta ma solo sopita in questi anni in Italia, significa rimetterla all’ordine del giorno anche quando non è prevista. Come si è fatto con la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, su cui ora stiamo stimolando gli altri Paesi per arrivare a 10 ratifiche e renderla così vincolante. Questioni che in generale sono scottanti, date le reazioni che suscitano.

Avere il coraggio di squarciare il velo a qualunque costo?

Sì, squarciare il velo è importante a costo di essere attaccate. La Convenzione di Istanbul la più straordinaria piattaforma sugli stereotipi che abbiamo perché contiene indicazioni su che fare a partire dalla prevenzione e con interventi a 360 gradi, compresi scuola e media. A questo aggiungerei che la presidenza della Camera amplifica costantemente con i suoi interventi, tutto il lavoro delle altre in positivo, anche di quella percentuale di donne in parlamento che incarnano una cultura differente.

È un rapporto difficile quello delle donne con il potere?

In questo Paese il rapporto tra donne e potere è variegato, com’è normale che sia. Quello che mi piacerebbe vedere, però, è la fine della sottomissione al capo gruppo maschio e l’esercizio di un pensiero autonomo delle donne. Sono molto rammaricata, per esempio, che nella corsa alla leadership del mio partito ci siano solo gli uomini. Appena fatta la direzione del Pd, io e poche altre abbiamo fatto un appello alle donne per candidarsi, ma se non hai una forte rete, non ci riesci. Le donne dovrebbero farsi delle domande su quanto sia importante essere sostenute e sostenere.

Le donne, spesso, non si avvicinano al potere non solo perché non hanno sostegno ma anche perché non hanno abbastanza autostima. Quindi attuano un’autocensura a priori. Fatti i necessari distinguo, diciamo che generalmente non osano ambire a ruoli di potere perché lo ritengono un terreno riservato agli uomini. E se s’incamera un diritto come fosse una concessione, non ci siamo. Per accedere a ruoli decisionali, le donne devono essere in grado di percepirlo come normale, e non c’è dubbio che quando questo avviene, e cioè quando vi è accesso di donne consapevoli a ruoli apicali, queste donne rischiano di più ma possono essere efficaci nel cambiamento. La mia esperienza nelle crisi umanitarie, ad esempio, mi ha insegnato che quando gli aiuti vengono dati alle donne arrivano al nucleo familiare a vantaggio di un certo numero di vite, mentre se vengono distribuiti al capo comunità, spesso si disperdono perché vengono utilizzati per altri scopi.

Le donne sono più capaci nelle situazioni di crisi, se hanno un potere decisionale autonomo dagli uomini?

In situazioni di crisi le donne dovrebbero avere una posizione predominate, dovrebbero essere coinvolte nelle trattative. Tenerle fuori dai tavoli decisionali è controproducente, poiché le donne sono spesso le prime a essere colpite sia in un conflitto che in una crisi economica, quindi sanno meglio di cosa c’è bisogno, sanno cosa fare e come farlo. È necessario valorizzare questi aspetti, se si vogliono trovare le soluzioni.

Cosa significa ricoprire un’alta carica dello stato per una donna?

Come in tutti gli ambiti è più dura e non si fanno sconti. Qualsiasi svista viene considerato un errore e il terreno a volte sembra minato. Per quanto mi riguarda, come nel mio precedente lavoro, lo porto avanti con impegno e non mi risparmio. Entro alle 9 e non esco mai prima delle 10 di sera, e il week end sono sempre fuori, a contatto con la gente, dove mi chiamano, e spesso, quando rientro, mi ritrovo lettere infilate nella borsa, tutte con richieste d’aiuto. Nei primi sei mesi da presidente della Camera sono arrivate 35 mila email. E siccome voglio che tutti abbiano ascolto, rispondiamo sempre, perché ognuno merita una risposta. Io svolgo questo ruolo dando peso alle istanze delle persone.

È un modo “femminile” di esercitare il potere o la ricerca di una strada diversa?

Non saprei, posso solo dire che a me non interessano posizionamenti, privilegi. Ritengo piuttosto che la politica debba essere più umile, più a contatto e al servizio della gente, e deve saper chiedere scusa, perché è con umiltà che si rinsalda il patto tra istituzioni e cittadini, e bisogna essere capaci di farlo, ora. So che questa è una strada in salita ma so anche che è necessario percorrerla. Le donne mi dicono: lei ci rida dignità, e io non posso deludere.

Farsi chiamare la presidente, insistere sui cambiamenti, avere una forte determinazione a non fare mai un passo indietro rispetto a se stesse, è aprire una nuova strada anche nella gestione del potere. Lo dico sempre, io sono una femminista e su questo non faccio passi indietro, qualsiasi sia la mia posizione. Nelle iniziative che prendo, prediligo sempre il rapporto con le donne e per me fare rete a livello istituzionale significa già essere protagonista del cambiamento.

Proposte?

Per scardinare bisogna partire dalle donne oggi presenti nelle istituzioni, con incarichi di responsabilità e incarichi sociali. Queste donne devono rappresentare una parte della nuova classe dirigente in tutti gli ambienti. Se fossimo nella condizione di unirci per un cambiamento reale, potremmo attuare una vera trasformazione.

Il punto è: avere potere significa avere la meglio nelle correnti di partito e sugli assetti, o piuttosto entrare in sintonia con la società, in empatia con la gente? Non si tratta di essere ingenui, ma di capire che il cinismo ammazza tutto: il giornalismo, la politica, tutto. È una grande malattia del nostro tempo. E non basta essere donna per avere questa visione. Non tutte le donne, ovviamente, hanno la stessa sensibilità e gli stessi obiettivi.

 

Di Nicola/Luccioli: Immagino un Paese senza discriminazione fuori e dentro la giustizia (2013)

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Il Paese che vorrei

La 27esimaora – Corriere.it – 8 NOV

Luisa Betti

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Un brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (“Global Gender Gap Report” del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie. In questa puntata entriamo nei palazzi di giustizia con due donne che, in modi diversi, hanno affrontato il potere maschile: Maria Gabriella Luccioli, Presidente di Sezione della Corte di Cassazione, e Paola Di Nicola, giudice presso il Tribunale penale di Roma. Prima donna a entrare nella Corte di Cassazione 30 anni fa e prima giudice a essere ammessa tra gli 8 candidati che si sono contesi a maggio di quest’anno, la nomina alla presidenza della Corte suprema di Cassazione (ora ricoperta da Giorgio Santacroce), Gabriella Luccioli ha segnato diversi momenti storici nella vita di questo Paese: con la sentenza Englaro, quella sull’uso nelle Ctu dei tribunali della non verificata Pas (Sindrome di alienazione parentale), e quella che ha affidato un bambino alla madre insieme alla sua compagna, piuttosto che a un padre violento. Un mondo, quello della magistratura, che ha vietato l’accesso alle donne fino al 1963 e che Paola Di Nicola ha descritto nel suo libro: La giudice. Una donna in magistratura, (Ghena Book, 2012), raccontando la sua storia personale e professionale, e dando un certa idea sull’impatto dei pregiudizi di genere in un luogo di potere come questo.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?

È un discorso lungo, perché dovrebbero esserci tante cose insieme. Prima di tutto dovrebbe essere un Paese che non ha bisogno di quote per promuovere le donne, e in cui le donne stesse non siano valutate per avvenenza ma per impegno e capacità. Un luogo che possa fare a meno dell’uso del corpo femminile come oggetto nelle pubblicità, nei media, ovunque, e dove il linguaggio non sia espressione del più becero machismo. Bisognerebbe, insomma, rifondare tutto su una cultura priva di stereotipi: cosa che può avvenire solo dopo una profonda elaborazione della necessità di superare i pregiudizi sulle donne.

Intanto dovrebbe diventare un Paese civile dove la differenza e il senso del limite diventano sintomi di consapevolezza e non di carenza. Un luogo dove il potere non sia più una forma di sopraffazione o di esercizio della forza ma che abbia un aspetto umano, sia attraverso il corpo di un uomo o di una donna. E poi mi piacerebbe un Paese in cui non ci si debba vergognare delle differenze, anzi. Le donne sono il concentrato della differenza e per questo sono i principali bersagli di pregiudizio.

Gli uomini cosa farebbero senza stereotipi?

Secondo me, gli uomini si libererebbero anche loro da questa gabbia, perché alla fine sono faticosi per entrambi. Un buon inizio per gli uomini, sarebbe cominciare a interrogarsi sul perché commettono violenza sulle donne, cosa li spinge a diventare stalker, e perché devono maltrattare le loro compagne per sentirsi forti.

Se si andasse nella direzione dello smantellamento degli stereotipi, ci sarebbe un grande vantaggio per tutti. Con diverse relazioni ispirate al rispetto reciproco, si mettono le basi per un dialogo più sano. C’è da dire che per fare questo c’è una sola chiave: l’educazione, sia nelle famiglie che a scuola. In famiglia, il ruolo delle mamme che educano i figli maschi è importantissimo, è il modo per un superamento totale della valorizzare del modello maschile di riferimento. E nella scuola bisognerebbe cominciare da subito, da piccoli, facendo giocare maschi e femmine con gli stessi giocattoli.

Quindi la scuola è un punto di partenza.

Sì, e come materie incentiverei lo studio dell’educazione civica, naturalmente, e farei leggere la costituzione in tutta le sue possibilità, ma introdurrei anche lo studio della storia delle donne. Però, prima, vanno cancellati gli stereotipi. Questo lo dico perché lo vedo come nonna, e non solo a scuola ma anche nella scelta del tempo libero e dello sport: i bambini vanno al calcio e le femmine a danza, così diventa un dato ineluttabile, non puoi sfuggire.

Diciamo che comincerei dalla scuola materna, insegnando la differenza di genere a bambini e bambine, perché solo distruggendo gli stereotipi dall’inizio ce la puoi fare. E poi cambierei il modello che da duemila anni ci costringe all’idea della femmina da proteggere, perché impedisce di essere protagoniste della propria vita. La consapevolezza è la cosa più importante, solo quando si aprono gli occhi allora viene tutto fuori. Una cosa che mi capita anche ai processi.

Può spiegare meglio?

Parlo delle donne che denunciano il compagno o il marito violento dopo tanto tempo, ma anche degli uomini che si meravigliano quando vengono condannati, soprattutto se si stratta di maltrattamenti o stalking. Diciamo che se c’è una violenza grave, fisica o sessuale, è evidente che si tratta di un reato, ma se ci sono maltrattamenti e violenza piscologica, ci si meraviglia che si tratti di reati. Mi è capitato diverse volte, e questo vale anche per persone istruite, con tanto di laurea. Il problema è il modello introiettato, quello che scambia la violenza con l’amore, e che riguarda sia gli uomini che esercitano questo controllo, sia le donne che lo subiscono e non lo mettono a fuoco. Se noi non rompiamo questo meccanismo e non indichiamo gli stereotipi come base di modelli malati, questi continueranno a essere diffusi e quindi a essere considerati normali. Per dirla tutta, se non cambiamo il modo di pensare, tutte le leggi sono inutili, qui va reimpostata l’identità della persona e delle relazioni.

Nella Giustizia italiana come funziona, ci sono stereotipi?

Bisogna fare delle distinzioni perché alla fine i pregiudizi verso le donne sono così profondi che ti condizionano a 360 gradi. Noi, in magistratura, siamo ormai al 48% e in generale c’è un atteggiamento diverso dei colleghi rispetto al passato. La donna giudice però, continua a essere vittima di pregiudizio nel quotidiano. Faccio un esempio pratico capitato a me: sono a Roma e fuori dall’udienza, l’imputato chiede al carabiniere “oggi sarò giudicato da un giudice o da una donna?” Cioè, l’istituzione diventa alternativa al mio genere.

Per me è diverso, sono in Cassazione da vent’anni e il rapporto tra le parti non c’è, mentre quando ho iniziato la carriera, il pregiudizio verso di noi era fortissimo. Mi ricordo che la mia prima destinazione fu a Montepulciano, in Toscana, dove trovai un foro molto civile, che accettò bene il mio arrivo anche se ero una donna. La vera difficoltà, invece, fu con i colleghi, soprattutto quelli più giovani, che vedevano la presenza di una collega come un’ombra: c’era una diffidenza, uno scetticismo e una critica indescrivibile. Poi, una volta arrivata a Roma, è stato più facile e ho cominciato a ricevere complimenti, ma mi sentivo comunque e sempre sotto esame, e sentivo che al minimo errore sarei stata giudicata non meritevole.

Ma il pregiudizio che costruisce il tetto di cristallo per le magistrate, c’è o non c’è adesso?

Quando si tratta di posti decisionali, il fatto di essere una donna, conta. E su questo pregiudizio bisognerebbe discutere in magistratura, perché oggi è ritenuto un problema individuale: sei tu a doverti far valere, è responsabilità tua se si affievolisce la tua autorevolezza. E questo nega che ci sia un problema di genere, che invece ci sta perché il pregiudizio sulle donne è ancora forte. Un pregiudizio che non crolla in 50 anni e che l’assunzione del modello maschile a oltranza, anche da parte delle donne, non risolve.

In magistratura le donne sono il 48% e tra un po’ superiamo gli uomini, perché sono di più le donne che vincono il concorso e questo dimostra che sono più brave, è un risultato obiettivo. Mentre per quanto riguarda le nomine e gli incarichi direttivi, abbiamo un 18% nei tribunali e un 12% nelle procure, un numero inadeguato rispetto alla proporzione. Qui il discorso è articolato, perché se da una parte è vera una minore disponibilità delle donne a proporsi e a mettersi in gioco, spesso per gli incarichi si adduce il fatto che noi abbiamo meno anzianità perché siamo entrate dopo, che è un falso problema. La verità è che dietro ci sono criteri apparentemente neutri che nascondono uno stereotipo.

Che rapporto hanno le donne con il potere?

Noi abbiamo usufruito delle lotte femministe e quindi sembra che abbiamo più diritti, però poi ti rendi conto che non è così. Il diritto di entrare in magistratura ce l’ho ma non ho il riconoscimento di essere istituzione davanti a gran parte dei miei imputati e i pregiudizi non si fermano davanti all’aula di giustizia. E se poi nel rapporto con il potere, le donne vengono fagocitate dal modello maschile, c’è solo l’immobilità. Peccato, perché le donne consapevoli possono cambiare il mondo.

Sono andata al congresso di ANM (Associazione nazionale magistrati, ndr) tempo fa, e c’erano tantissime donne, e si aveva questo impatto forte, anche visivo, di una magistratura con donne autorevoli e con alcune che sono intervenute con grande piglio. Si vede che abbiamo raggiunto traguardi ardui. Però le donne hanno ancora poco potere, nel senso che stanno raggiungendo professioni impensabili fino a 10 anni fa, ma questa delle posizioni apicali è un tema forte sia in politica, che nelle università, come nella magistratura, in tutto.

Proposte?

Bé, il Consiglio superiore della magistratura ha solo 2 donne, e per i luoghi di potere il problema di genere è ancora da risolvere in Italia. Bisogna puntare a far entrare più donne.

Per quanto riguarda le donne nel Csm, la proporzione è ridicola. A luglio si voterà, e lì il discorso è complesso perché c’è il gioco delle correnti. Non so, forse si supererà questo tetto minimo, ma non credo ci saranno rivoluzioni, si parla di una riforma e si parla anche di quote nel Csm. Vedremo.

Puppato/Idem: Immagino un Paese dove ci prendiamo le redini e non aspettiamo che ce le diano (2013)

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Il Paese che vorrei

La 27esimaora – Corriere.it – OTT 31  

Luisa Betti

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Una sorta di brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una specie di sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (“Global Gender Gap Report” del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie che comincia qui con due donne che si sono distinte nel confronto con il potere maschile: la senatrice Josefa Idem, ex ministra delle Pari opportunità del governo Letta, e Laura Puppato, senatrice anche lei, che nel 2012 ha sfidato quattro uomini per la leadership del centrosinistra.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?

Per quanto mi riguarda, immagino un Paese che non ha più bisogno di quote, dove le donne sono protagoniste della propria vita professionale e affettiva, e dove possono scegliere quello che desiderano in ogni ambito, a partire dal lavoro e tutto il resto. Immagino una donna che non deve chiedere il permesso per nessuna cosa, che non conosce il senso di colpa, che non si alza per prima nei lavori di cura. Una donna che se decide di fare figli con un uomo, può sentirsi in un progetto condiviso non solo nelle linee teoriche ma anche nella quotidianità, dato che spesso gli uomini entrano nel merito per dire la loro ma poi delegano il lavoro pratico alle compagne. E poi vorrei un Paese che non rappresenti più la donna come la vittima con l’occhio nero coperta di lividi, ma che sia chiara l’immagine di un soggetto, e non di un oggetto, che si alza in piedi e dice forte e chiaro: “Non osare mai più”.

Io immagino un Paese dove non c’è più bisogno di discutere sul tema. Dove le donne ci sono e sono presenti, non per concessione maschile o perché è bene che ci siano, ma perché è un fatto normale, perché per competenza, capacità e storia professionale ci sono. Ecco, un Paese in cui sia prevista per le donne un’autentica autonomia di pensiero, sia praticata la vera libertà di espressione e di vita, e dove la differenza di genere esiste come e’ ovvio, ma non è una discriminante che determini una priorità maschile nel lavoro, nella gestione delle cose.

E gli uomini, che fine fanno?

Penso a un possibile modello di convivenza per tutti: uomini, donne, bambini e bambine, insomma tutti. Un modello di relazione che abbia come base un solido rispetto reciproco, e una perfetta corrispondenza. Ma per questo, invece dei corsi di autodifesa, bisognerebbe fare corsi di convivenza, cioè cominciare a pensare in positivo mettendo al primo posto l’educazione sentimentale. È così che si rende possibile un modello di rapporto allo stesso livello tra uomini e donne, anche nelle relazioni intime. E poi vorrei un mondo un po’ più autentico, con bellezze reali, sia maschili che femminili, dove non ci sia bisogno di Photoshop e dove i rapporti siano più liberi dagli stereotipi. C’è una mia amica che lavora in questo campo, fa ritocchi con Photoshop, ecco, lei per esempio sogna di mettere su una comunità di donne che collaborano tra loro e che incontrano gli uomini solo fuori, diciamo per amore. In fondo gli uomini fuori dal potere, sono anche graziosi.

Sono d’accordo, però insisto sul fatto che bisogna partire dalla scuola, dall’educazione famigliare fin da subito, dalla nascita. Suggerisco di inserire la filosofia fin dall’inizio, dalla scuola materna, da prima di cominciare a leggere e scrivere. Dovremo far conoscere la storia che hanno fatto anche le donne, oggi completamente occultate nei libri di testo. E poi bisogna conoscere il mondo, guardarsi intorno, aprirsi al mondo. In Italia abbiamo tolto la geografia, un’assurdità perché la geografia serve a conoscere, è politica se fatta bene. Così come anche l’educazione civica, parliamo tanto e poi se vai per la strada e chiedi la differenza tra un disegno di legge e un decreto legge nessuno lo sa. La scuola è il fulcro principale da dove comincia la trasformazione, solo così si cambia la mentalità, si modifica la cultura di una società.

Riformare la scuola e fare un gender planning nella culla?

Diciamo che è una grossa fetta. La scuola non può essere una sorta di bulimia, una indigestione di nozioni ma dovrebbe stimolare la mente a una riflessione critica. Una scuola che non s’immobilizzi sul voto ma che liberi il pensiero. Dare gli strumenti della messa in discussione del presente, e quindi anche degli stereotipi culturali, perché il laboratorio di decostruzione di questi modelli è la scuola. Le donne non si rendono conto pienamente della loro forza, perché non riconoscono il guinzaglio con cui sono tenute a bada, e quindi pensano che il limite che viene posto, la difficoltà nell’accesso al lavoro e l’esclusione dal potere, sia un fatto scontato. Se avessimo fin da subito strumenti di decostruzione di questo stereotipo, saremmo in grado di riconoscere e cambiare più velocemente la situazione che ci circonda e ci riguarda.

La gestione del potere è centrale in tutto questo discorso, e gli stereotipi sono certamente il muro che ci divide lasciando le redini strette in mani maschili. Mani che non mollano oggi e difficilmente molleranno domani. È impensabile che venga affidata alle donne una divisione equa di questo potere, malgrado siamo più della metà. La verità è che noi ce lo dobbiamo prendere questo potere, questo governo delle cose, ma prima di tutto dobbiamo essere convinte di poterlo gestire, sapendo fare anche meglio degli uomini.

Pensate a un colpo di mano per prendere il potere?

L’accesso al potere e alla gestione di un Paese, rientra nei pregiudizi. Si ritiene, pur non dicendolo apertamente, che le donne non ne siano capaci perché non sono abituate o perché non l’hanno mai fatto. Fa parte della discriminazione ed è uno degli stereotipi più forti. In verità noi abbiamo alle spalle 2000 anni di gestioni di nuclei familiari spesso allargati, in condizioni improbabili, in contesti persino impossibili anche solo da immaginare. Un sapere accuratamente occultato dalla storia. In Italia, soprattutto, la gestione del lavoro familiare è stata sempre portata avanti dalle donne, siamo noi che abbiamo risolto situazioni estreme, di sopravvivenza dei nuclei umani: perché le donne sono sempre state il cuore operativo della gestione di gruppi familiari. In ogni caso l’abitudine a gestire le difficoltà e a mandare avanti la “baracca” è il frutto di un lavoro quotidiano tramandato che ha costruito e sviluppato un sapere, quasi sempre misconosciuto o ridotto ad uno pseudo sapere, perché considerato solo un dovere. Diciamo un lavoro gratuito che facciamo da sempre.

Sono d’accordo, e vorrei che le donne vivessero la propria forza senza paura di essere punite per averla tirata fuori. Potere significa poter plasmare i contesti in modo da far star bene le persone, tutte. La donna non è necessariamente più buona o più brava a gestire ma è unica e diversa, e quindi si può pensare di avere un risultato migliore rispetto agli uomini, soprattutto perché c’è un maggiore rispetto della vita, e di questo sono convinta. Si potrebbero avere risultati migliori per tutti, nessuno può escludere che questo comporti un miglioramento per la società, bisogna provare a farlo.

Le donne al potere come uscita dalla crisi? Si può immaginare?

In un Paese come il nostro, sempre vicino al baratro e dove non si sa più dove mettere le mani, sono senza dubbio le donne, o meglio quelle che riconoscono questo sapere e questa forza, che possono contribuire a far uscire l’Italia dalla crisi. Perché vedono il domani con occhi nuovi. Ma sia chiaro che non possiamo aspettarci che ci venga chiesto o affidato questo compito, riconoscendo che potremo essere capaci di trovare le chiavi giuste. No, non dobbiamo attendere che questo accada. Siamo noi che dobbiamo trovare la forza per prendere le redini e poter cambiare rotta.

Parliamo di una crisi mondiale creata dalla voracità di gruppi di potere per lo più maschili e con meccanismi di autodistruzione. È vero che le donne non sono tutte uguali e che non sono sempre migliori degli uomini, ma la donna è anche più propensa a cercare soluzioni in base alla pratica di gestione di cui parla Laura. Cercare di non creare danni alle future generazioni, significa, in ultima analisi, tenere a mente il bene di una umanità che siamo noi a mettere al mondo.

Le donne sono più adatte in una situazione di crisi perché abituate al peggio?

No, il problema è solo quello di riconoscere che questo Paese noi, lo sapremmo gestire perché la gestione ci è propria. La facciamo da sempre. Sono solo le dimensioni a cambiare. In ogni momento e da tempo immemore, ma non perché siamo migliori, perché è così, è sempre stato così. Immaginiamo una donna che affronta la maternità, per esempio, lei pensa sempre al futuro, momento per momento, in tutta la fase della crescita, pensa alle conseguenze di tutte le sue azioni perché ha a cuore la sopravvivenza di chi ha messo al mondo. È così anche per la politica. Ogni volta che abbiamo la possibilità di emanare un disegno di legge, o di incidere su questo ambito d’azione politica, ci chiediamo sempre: quali saranno le conseguenze? Non pensiamo al ritorno mediatico, alla pancia, ma guardiamo le cose in prospettiva, includendo nel ragionamento anche i danni possibili.

La Norvegia, per esempio, ha obbligato la presenza femminile nella gestione aziendale e amministrativa, e con risultati positivi, quindi oltre a una storia occultata ci sono anche esempi concreti e visibili, ora. Le donne, ripeto, non sono migliori a prescindere ma possono distinguersi in quello che è stato fatto finora con qualcosa di diverso. E c’è solo il rischio che si possa migliorare.

Proposte?

I modelli vanno per contagio, se il modello maschile è vincente, anche gli altri lo seguono, comprese le donne. Se invece poi tu, come donna, metti in discussione quel modello nella gestione del potere, allora puoi rischiare di essere punita. In sostanza ci vogliono nuovi modelli, modelli diversi e di diversa convivenza, e ci vuole anche una rete tra donne, perché ci vuole supporto tra noi per uscire da tutto questo. E sono convinta che non ci sia nulla di scontato, mai.

Su questo non ci sono dubbi, il ruolo delle donne sempre rimosso nella storia è da riportare a galla anche e soprattuto tra le donne. Tra di noi, impariamo a volerci bene.

Le donne di Pushkino (2012)

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East – rivista di geopolitica – luglio 2012

Luisa Betti

L’ospedale di Puskino, vicino Mosca, è dentro un parco e il reparto maternità è una casetta a due piani in mezzo al verde. Non sembra un ospedale, e quando entri c’è sempre qualcuno che ti accoglie con il sorriso, anzi: qualcuna. Il reparto maternità dell’ospedale di Puskino è il regno delle donne: la primaria, Elena Panfilova, è una bella signora dal viso aperto e rassicurante che lavora in quell’ospedale dal 1982, ma anche le altre sono donne: le ginecologhe, le ostetriche, le infermiere e naturalmente, le signore che vanno lì a partorire. Gli unici maschi in questo reparto sembrano essere i neonati che ci sono al nido e due medici che a un certo punto fanno capolino nell’ufficio della primaria dove le dottoresse ci spiegano cosa succede in quel piccolo mondo. “Qui facciamo 1.400 parti all’anno mentre in un passato ne facevamo meno di mille. Oggi siamo attrezzate e vengono anche da Mosca a partorire”, dice Elena spiegandoci che su 1400 parti almeno 70-80 arrivano impreparate senza aver fatto nessun esame né controllo né nulla. Le dottoresse ci raccontano che si tratta di casi sociali ma che a volte subentra anche il fanatismo religioso e le credenti ortodosse rigorose non fanno nulla prima di partorire perché è un dono di dio quindi come va, va. Le donne, se è tutto normale, vengono dimesse con i loro piccoli dopo 4 giorni, ma se si tratta di un cesareo rimangono anche 7 giorni. La cosa buffa è quando uno dei due dottori che si intromette nella conversazione perché ci tiene a illustrare il suo viaggio in Italia, viene fulminato dallo sguardo di Elena e delle altre ginecologhe che garbatamente, e senza proferire parola, fanno capire che il suo discorso è fuori luogo perché stiamo parlando di cose molto più importanti. Numeri, condizioni del parto, statistiche e dati demografici, e tante domande su come invece funziona in Italia, si alternano in un’amabile conversazione dove nessuno di noi deve dimostrare chi è all’altro, in quello che sembra un salottino di casa, con il divanetto e le poltroncine, e che invece è l’ufficio della primaria del reparto. Tè, caffè, frutta e cioccolatini, condiscono la conversazione priva di formalismi e di etichetta, dove a tenere banco sono le boss della maternità.

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