Bambini: in Venezuela è crisi umanitaria

In un Paese dove un pollo costa 5 volte uno stipendio, la malnutrizione infantile sta raggiungendo il livello di crisi umanitaria e negli ospedali bambini e bambine muoiono per mancanza di medicine: in base a un sondaggio condotto dalla Rete Salute Medici e diffuso dall’Osservatorio venezuelano della Sanità (OVS), il 78% degli ospedali ha scarsità di farmaci e il 51% delle sale operatorie non sono operative.

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Ragazzi rovistano in un supermercato dopo una protesta contro il governo Maduro (AFP)

In Venezuela mancano acqua, cibo e medicine

/ 17.07.2017
di Luisa Betti Dakli

Più di 90 morti da aprile a oggi: questo il bollettino di guerra che arriva dal Venezuela e che conta ormai, oltre ai decessi, 1413 feriti e 3971 sotto processo. Un violento conflitto politico tra chavisti e oppositori al governo di Nicòlas Maduro, in uno scontro che sta diventando guerra civile con ragazzi uccisi per strada, come il chavista Orlando Figueroa pugnalato e bruciato dall’opposizione ad Altamira – un quartiere residenziale di Caracas – e con studenti chiusi dalla polizia dentro un camion con gas lacrimogeni, come i 40 ragazzi che si stavano dirigendo verso la sede del Consiglio elettorale nazionale.

Tra i decessi ci sono giovani dai 18 ai 25 anni, lavoratori, studenti, 7 donne e 8 minorenni tra i 14 e i 17 anni. Dati preoccupanti se si pensa che proprio in questi giorni l’Unicef si è mobilitata contro l’uso dei minori durante le manifestazioni sempre più violente, dichiarandosi profondamente preoccupata «per la sicurezza e il benessere dei bambini coinvolti in proteste di piazza in corso in Venezuela».

Un’emergenza che vede le frontiere brasiliane e colombiane pressate da famiglie venezuelane in fuga con richieste d’asilo che nei primi mesi del 2017 hanno già superato il numero complessivo dei precedenti 6 anni e con circa 30’000 venezuelani arrivati solo nella città di Boa Vista, capitale del Roraima in Brasile. Una situazione che sta degenerando e che in un’economia in caduta libera ha effetti che ricadono prima di tutto su bambini e bambine, tanto che a oggi il 50% dei piccoli con meno di 5 anni risulta denutrito.

In un Paese dove un pollo costa 5 volte uno stipendio, che non supera i 20 dollari, e dove un biglietto per l’Europa costa circa 1700 euro, la malnutrizione infantile sta raggiungendo il livello di crisi umanitaria.

Secondo un recente Rapporto della Caritas Venezuelana, che ha analizzato la malnutrizione infantile in quattro Stati (Caracas, Vargas, Miranda e Zulia), l’11,4% dei bambini soffre di malnutrizione grave: un dato che confrontato con gli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – che definisce come soglia della crisi di malnutrizione infantile il 10% – ci dice che il punto di crisi in Venezuela è stato superato.

Janeth Márquez, che dirige la Caritas Venezuelana, dichiara che i risultati «mostrano chiaramente che i livelli generali di malnutrizione sono in aumento tra i bambini» e che se non si dà una risposta pronta, «sarà molto difficile per questi piccoli tornare alla normale curva di crescita nutrizionale». In queste regioni si calcola infatti che 8 famiglie su 10 siano a corto di cibo e che di solito le madri non mangiano per dare il loro cibo ai figli.

«Solo quest’anno 37 bambini sono morti per malnutrizione e in alcuni luoghi che abbiamo studiato – spiega Susana Raffalli, specialista in emergenze alimentari per la Caritas Venezuelana – il livello di malnutrizione infantile ha raggiunto il 13%, un dato che sta crescendo in maniera spropositata, se si pensa che solo 4 anni fa il tasso di malnutrizione acuta era arrivata al 3%». «I bambini più colpiti – continua Raffalli – vivono nei villaggi ma anche nelle città più grandi, molte persone vivono di stenti e nelle prime ore del mattino, si possono vedere famiglie che rovistano tra bidoni della spazzatura per cercare cibo». In realtà una famiglia su 12 avrebbe una «alimentazione da strada» che consiste nello scavare tra i resti di cibo dei ristoranti o tra i cassonetti.

Con un’inflazione al 720%, la più alta del mondo, le persone non hanno più le risorse per far fronte alla situazione e tutti i settori, dall’occupazione alla salute, sono al collasso.

«Si tratta di una grave crisi e gli aiuti nazionali e internazionali per gestire il disastro, sono necessari», dice Susana Raffalli, «perché per quanto riguarda la denutrizione sono evidenti i classici sintomi di chi soffre la fame».

Oltre alla mancanza di cibo c’è poi la mancanza di acqua potabile: un servizio che manca da tempo a causa di una scorretta manutenzione delle vasche e la mancanza di cloro. Secondo la Caritas l’aumento del contagio per malattie causate da zanzare Zika, dengue, malaria e chikungunya (malattie virali con febbre trasmessa dalla puntura di insetti infetti), va di pari passo con la denutrizione che facilita il contagio, e la mancanza di gas nelle case che rende impossibile bollire l’acqua.

In questa condizione, dove le mamme non mandano i figli a scuola per farli dormire e quindi ridurre i pasti, anche il sistema sanitario è in crisi. In Venezuela oggi gli ospedali hanno finito i farmaci e mancano di forniture di base come il latte in polvere per i neonati. Qui, in base a un sondaggio condotto dalla Rete Salute Medici e diffuso dall’Osservatorio venezuelano della Sanità (OVS), il 78% degli ospedali ha scarsità di farmaci e il 51% delle sale operatorie non sono operative.

All’ospedale José Gregorio Her-nández di Amazonas, 11 bambini sono morti in una settimana, e nel centro materno di Cumana 26 neonati sono deceduti in un mese, mentre all’Ospedale di Pediatria a Maracaibo, che è uno dei più avanzati centri per il trattamento di malattie gravi, sono morti 10 bambini in 8 giorni.

Nell’ospedale pediatrico J.M. de Los Ríos a Caracas è stata aperta un’inchiesta sulla morte di quattro pazienti tra i 2 e i 16 anni, avvenute tra maggio e giugno: bambini con deficienze renali che hanno contratto infezioni nel corso del trattamento di dialisi presso l’Unità di emodialisi. Ospedali che funzionavano molto bene e che oggi hanno meno del 5% dei farmaci di cui hanno bisogno e dove manca cibo, antibiotici, ma anche garze, guanti ospedalieri e addirittura il sapone per disinfettare le mani.

Pasolini era troppo per noi

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Pier Paolo Pasolini (foto da “Pasolini: Il mio corpo nella lotta di Enzo Siciliano, Corriere della Sera, 25 ottobre 1992)

Con una mano Roma oggi celebra la morte dell’uomo Pier Paolo Pasolini: torturato, massacrato, umiliato, ucciso, calpestato e dilaniato dai fascisti e dallo Stato nell’arena pubblica della piazza italiana di 40 anni fa. E con l’altra mano, negli stessi giorni, Roma ridà e getta se stessa nelle braccia di quegli stessi fascisti, e di quel potere marcio e camuffato, che a differenza del grande uomo, non sono mai morti e che ancora si cibano della carne umana. Come la peste nera. Come una malattia terribile che pur provocando morte, rimane impunita. (L.B.)

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Il corpo di Pier Paolo Pasolini ritrovato senza vita il 2 novembre 1975 (dall’archivio de L’Unità)

Pasolini, le foto “vietate” del massacro. La verità sull’orrore 40 anni dopo

da affariitaliani.it

ESCLUSIVO. Nel libro “Massacro di un poeta” riemerge da faldoni ingialliti il corpo di Pier Paolo Pasolini devastato senza pietà la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. E’ stato ucciso per quello che avrebbe potuto scrivere ancora.

Venerdì, 30 ottobre 2015 – 09:43:00

pasolini trattata

Avvertenza per i lettori: le immagini a corredo dell’articolo e contenute nella gallery senza alcuna copertura sono estratte dagli archivi del Tribunale e mai pubblicate. Per il loro contenuto sono assolutamente sconsigliate ai minori e alle persone impressionabili. Affaritaliani.it ha deciso di pubblicarle perché costituiscono un documento inedito sulla ferocia che ha accompagnato l’esecuzione dell’intellettuale.

di Patrizio J. Macci

Le fotografie non lasciano spazio a dubbi, immagini che valgono più dei milioni di parole scritte fino ad oggi. Il sangue lava via le parole aride delle sentenze come fossero cachinni sguaiati. Un “rito tribale”. Un’operazione stutturata e pianificata a tavolino, caratterizzata da una precisione e un’organizzazione inaudite. I killer sono un manipolo di fascisti che hanno usato scientemente gli attrezzi del mestiere della loro tradizione: catene, tondini di ferro, forse bastoni, una fragile tavoletta di legno già spezzata prima dell’aggressione con su scritto l’indirizzo delle baracche. Un commando nero.
Non c’è solo la presenza di altre persone, ormai ammessa anche da Pelosi unico condannato per il delitto – esca in parte inconsapevole che all’omicidio non ha neanche preso parte- da dieci anni nei suoi continui cambi di versione, nella sua verità raccontata a corrente alternata forte del fatto di essere l’unico testimone oculare identificato del delitto e praticamente impossibile da smentire.
Due automobili hanno sormontato il corpo di Pasolini, i segni del battistrada di motociclette sul corpo del Poeta e sul terreno dell’Idroscalo parlano inequivocabilmente della presenza di un gruppo nutrito di massacratori che gli urla “Jarruso”, omosessuale in dialetto siciliano.
Non appena Pelosi e lo scrittore giungono sul posto, accompagnati già da qualcuno nel veicolo e seguiti a breve distanza da altri dalla stazione Termini e dal ristorante “Biondo Tevere” avvengono in successione sia il pestaggio che il sormontamento con più auto.
Pasolini non dovrà uscire vivo dal massacro, per questo ognuno degli intervenuti deve essere funzionale nel suo ruolo. I convenuti hanno un obiettivo in comune: uccidere Pasolini. C’è la bassa manovalanza che vuole togliere un po’ di soldi al “frocio” Pasolini, i picchiatori “neri” che vogliono oscurare la voce scomoda del “comunista”, forse qualcuno che non accettava l’amore del Poeta per i “Ragazzi di vita”. In alto, in cima alla piramide quello (o quelli?) che hanno commissionato il delitto. Un delitto a più livelli, compartimenti stagni nel quale a malapena i partecipanti conoscono i volti dei complici. Pino Pelosi, unico condannato pagherà per tutti.
Quarant’anni dopo Simona Zecchi ha compiuto un’analisi filologica e cronologica delle carte processuali dell’omicidio pasolini, rovistando per tre anni negli archivi polverosi di mezza Italia, interrogando e braccando gli sparuti testimoni ancora in vita, districandosi in una giungla di false piste, fonti aperte e coperte, mettendo la parola fine a quarant’anni di false notizie e speculazioni editoriali intorno a lacerti di manoscritti mostrati e poi nascosti (il famoso Appunto 21 mancante dal manoscritto del romanzo postumo Petrolio), azzerando quanto scritto in precedenza. Ha riversato il suo lavoro di ricerca nel volume Pasolini “Massacro di un poeta” (Ponte alle Grazie editore), un libro da leggere con devozione dove ha pubblicato foto e altri documenti inediti, ha rintracciato scatti della scena dell’omicidio mai visti finora. Ricostruendo con perizia e precisione, fino a dove è stato possibile, la dinamica del delitto, sbaragliando draghi e mitologie complottiste.
Le foto, esplicite e violente dimostrano con inequivocabile certezza che ci fu una mattanza quella notte all’Idroscalo. Foto pubblicate perchè anche Pasolini nella sua instancabile e ossessiva ricerca della verità lo avrebbe voluto, perché come ha detto uno dei testimoni: “Se fosse stato un cane avrebbero avuto più pietà”. Foto che vanno inserite come tessere di un puzzle nell’analisi rigorosa svolta all’interno del libro.
Quarant’anni dopo alla domanda perché è stato ucciso Pasolini è ora possibile rispondere: per la forza delle sue parole, non per quello che aveva scritto ma per quello che avrebbe potuto continuare ancora a scrivere.

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1. “Quel bastardo è morto”

Elisei Marcello, di anni 19, muore alle tre di notte, solo come un cane alla catena in una casa abbandonata. Muore dopo un giorno e una notte di urla, suppliche, gemiti, lasciato senza cibo né acqua, legato per i polsi e le caviglie a un tavolaccio in una cella del carcere di Regina Coeli. Ha la broncopolmonite, è in stato di shock, la cella è gelida. I legacci bloccano la circolazione del sangue. Da una cella vicina un altro detenuto, il neofascista Paolo Signorelli, sente il ragazzo gridare a lungo, poi rantolare, invocare acqua, infine il silenzio. La mattina, chiede lumi su cosa sia accaduto. “Quel bastardo è morto”, taglia corto un agente di custodia. È il 29 novembre 1959.

Marcello Elisei stava scontando una condanna a quattro anni e sette mesi per aver rubato gomme d’automobile. Aveva dato segni di disagio psichico. Segni chiarissimi: aveva ingoiato chiodi, poi rimossi con una lavanda gastrica; il giorno prima aveva battuto più volte la testa contro un muro, cercando di uccidersi. I medici del carcere lo avevano accusato di “simulare”. Le guardie lo avevano trascinato via con la forza e legato al tavolaccio.

Il 15 dicembre si dimette il direttore del carcere Carmelo Scalia, ufficialmente per motivi di salute. A parte questo, per la morte di Elisei non pagherà nessuno. Inchieste e processi scagioneranno tutti gli indagati.

Leggendo della vicenda, Pier Paolo Pasolini rimane sconvolto. “Non so come avrei scritto un articolo su questa orribile morte”, dichiara alla rivista Noi donne del 27 dicembre 1959. “Ma certamente è un episodio che inserirò in uno dei racconti che ho in mente, o forse anche nel romanzo Il rio della grana”. Un romanzo rimasto incompiuto, poi incluso tra i materiali della raccolta Alì dagli occhi azzurri (1965).Se dovessi scrivere un’inchiesta, aggiunge, “sarei assolutamente spietato con i responsabili: dai secondini al direttore del carcere. E non mancherei di implicare le responsabilità dei governanti”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni.

L’agonia e la morte in solitudine di Marcello Elisei scaveranno a lungo dentro Pasolini, fino a ispirare il finale di Mamma Roma (1962). Ma nel 1959 Pasolini non è ancora un regista. Ha 37 anni, è autore di raccolte poetiche, sceneggiature e due romanzi che hanno fatto scalpore: Ragazzi di vita e Una vita violenta. Ha già subìto fermi di polizia, denunce, processi. Per censurare Ragazzi di vita si è mossa direttamente la presidenza del consiglio dei ministri. Eppure, a paragone dello stalking fascista, del mobbing poliziesco-giudiziario e del linciaggio mediatico che l’uomo sta per subire, questa è ancora poca roba.

Nel libro collettaneo Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte (Garzanti 1977) Stefano Rodotà riassume la questione in una frase: “Pasolini rimane ininterrottamente nelle mani dei giudici dal 1960 al 1975”. E anche oltre, va precisato. Post mortem. Rodotà parla di “un solo processo”, lunga catena di istruttorie e udienze che trascinò Pasolini decine e decine di volte nelle aule di tribunale, perfino più volte al giorno, tra umiliazioni e vessazioni, mentre fuori la stampa lo insultava, lo irrideva, lo linciava.

2. Il giornalismo libero

“Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia”.

L’uomo che nel giugno 1968 scrive questo verso ha già sulle spalle quattro fermi di polizia, 16 denunce e undici processi come imputato, oltre a tre aggressioni da parte di neofascisti (tutte archiviate dalla magistratura) e una perquisizione del proprio appartamento da parte della polizia in cerca di armi da fuoco. “Appena avrò un po’ di tempo”, scrive in un appunto inedito, “pubblicherò un libro bianco di una dozzina di sentenze pronunciate contro di me: senza commento. Sarà uno dei libri più comici della pubblicistica italiana. Ma ora le cose non sono più comiche. Sono tragiche, perché non riguardano più la persecuzione di un capro espiatorio […]: ora si tratta di una vasta, profonda calcolata opera di repressione, a cui la parte più retriva della Magistratura si è dedicata con zelo…”. E ancora: “Ho speso circa quindici milioni in avvocati, per difendermi in processi assurdi e puramente politici”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni. La mostra Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni, inaugurata nel 2005 e da poco riallestita alla sala Borsa di Bologna, restituisce appena tenui riverberi. Non può che essere così, per capire bisognerebbe calarsi nell’abisso come ha fatto Franco Grattarola, autore diPasolini. Una vita violentata (Coniglio 2005) – e ripercorrere la sfilza dei pestaggi a mezzo stampa. Toccare con le dita un’omofobia da sporcarsi solo a immaginarla. Soppesare l’intero corpus fradicio di articoli, denso come un grande bolo di sterco e vermi.

Tra i quotidiani si fa notare soprattutto Il Tempo, ma è la stampa periodica di destra a tormentare Pasolini in maniera teppistica e ininterrotta. Rotocalchi come Lo Specchio e Il Borghese si dedicano alla missione con entusiasmo, con reporter e corsivisti distaccati a tallonare la vittima, a provocarla, a colpirla in ogni occasione, con titoli come “Il c..o batte a sinistra” e lo stile inconfondibile oggi ereditato da Libero – per citare una sola testata.

Sulle pagine del Borghese si distinguono nel killeraggio il critico musicale Piero Buscaroli e il futuro autore e regista televisivo Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino. Altre invettive giungono dallo scrittore Giovannino Guareschi e, in un’occasione, dal critico cinematografico Gian Luigi Rondi, ma la regina dell’antipasolinismo è senza dubbio Gianna Preda, pseudonimo di Maria Giovanna Pazzagli Predassi (1922-1981), poi cofondatrice – indovinate – del Bagaglino.

Celebrata ancora oggi su un blog di destra come “la signora del giornalismo libero”, “fuori dal coro”, “mai moralista né oscurantista” e via ritinteggiando, Preda coltiva nei confronti di Pasolini un’autentica ossessione omofobica, sessuofobica e – ça va sans dire – ideologica. Sovente si riferisce allo scrittore/regista chiamandolo “la Pasolina”. Per gli omosessuali, descritti come artefici di loschi complotti, conia il termine “pasolinidi”. Va avanti per anni – proseguendo anche dopo la morte di PPP – a scrivere cose del genere:

[Pasolini] ha potuto, con immutata disinvoltura, continuare a confondere le questioni del bassoschiena con quelle dell’antifascismo […] Una segreta alleanza […] fa dei ‘capovolti’ il partito più numeroso e saldo d’Italia; un partito che, attraverso i suoi illustri esponenti, finisce sempre col far capo o col rendere servizi al Pci […] Il ‘capovolto’ sente, a naso, quel che gli conviene e dove deve appoggiarsi, se non vuole rendere conto all’opinione pubblica di quello che essa giudica ancora un vizio […] Così nasce un nuovo mito… [A celebrarlo] pensano poi i giornali di sinistra, che riescono a camuffare da eroismo la paura segreta di questo o quel ‘capovolto’ clandestino. Luminose saranno le sorti dei pasolinidi d’Italia. Già si avvertono i segni delle fortune di coloro che hanno scoperto troppo tardi il vantaggio d’esser pasolinidi […] Se avremo, dunque, nuovi scontri con i marxisti […] prima di pensare a coprirci il petto, preoccupiamoci di coprirci le terga…

Il “metodo Boffo” giunge da lontano. E anche i complottismi sulla malvagia “teoria del gender”.

L’equivalente di Gianna Preda sullo Specchio è lo scrittore ex repubblichino Giose Rimanelli, celato dietro il nom de plume A. G. Solari. Com’è ovvio, attacchi forsennati a Pasolini giungono anche dal Secolo d’Italia, ma un lavorìo più subdolo e influente di character assassination ha luogo sulla stampa popolare nazionalconservatrice, quella di riviste come Oggi e Gente.

Si va molto più in là, purtroppo. Pasolini sembra essere la cartina di tornasole del peggio. Nel 1968 il regista Sergio Leone, interpellato dal Borghese, sente l’urgenza di commentare così le polemiche sul film Teorema: “Sono convinto che tanti film sull’omosessualità hanno fatto diventare del tutto normale e legittima questa forma di rapporto anormale”. Perfino su Il manifesto si trovano battute omofobe: “La tesi [di Pasolini] ridotta all’osso (sacro) è molto chiara…” (21 gennaio 1975). Come ha scritto Tullio De Mauro:

I fiotti neri finiscono con l’inquinare anche acque relativamente lontane. Il linguaggio verbale non è fatto solo di ciò che diciamo e udiamo. È fatto anche di ciò che, nella memoria comune, circonda e alona il detto e l’udito. Il non-detto pesa accanto al detto, ne orienta l’apprezzamento e intendimento. Chi legge nell’Espresso del 18 febbraio 1968 il pezzo Pasolini benedice i nudisti con foto di giovanotto ciociaro nudo a cavallo di violoncello, è coinvolto dagli effetti del fiotto nero d’origine fascista, gli piaccia o no e lo volessero o no i redattori del settimanale radical-socialista.

È una vasta campagna a favorire, o meglio, istigare non solo le azioni poliziesche e giudiziarie, ma anche le aggressioni fisiche da parte di fascisti. Fascisti mai toccati dalla magistratura, che poi finiranno in diverse inchieste sulla strategia della tensione, come Serafino Di Luia, Flavio Campo e Paolo Pecoriello.

Il 13 febbraio 1964, davanti alla Casa dello studente di Roma, una Fiat 600 cerca di investire un gruppo di amici di Pasolini che difendevano quest’ultimo da un agguato fascista. A guidare l’auto è Adriano Romualdi, discepolo di Julius Evola e figlio di Pino, deputato e presidente del Movimento sociale italiano (Msi). L’episodio è riportato con dettagli e fonti in tutte le biografie di Pasolini, mentre è assente dalla voce che Wikipedia dedica a Romualdi.

Pasolini non querela, né per le diffamazioni a mezzo stampa né per le aggressioni fisiche. È una scelta meditata: non vuole abbassarsi al livello dei suoi persecutori. Inoltre, se querelasse non farebbe che aumentare la già enorme quantità di tempo che trascorre in tribunale.

3. Come mai?

Come mai una simile persecuzione? Perché era omosessuale? Tra gli artisti e gli scrittori non era certo l’unico. Perché era omosessuale e comunista? Sì, ma nemmeno questo basta. Perché era omosessuale, comunista e si esprimeva senza alcuna reticenza contro la borghesia, il governo, la Democrazia cristiana, i fascisti, la magistratura e la polizia? Sì, questo basta. Sarebbe bastato ovunque, figurarsi in Italia e in quell’Italia.

Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. - Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio
Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. (Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio)

 

Pasolini, ha scritto Alberto Moravia, scandalizzava quella “borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d’Europa, cioè la controriforma e il fascismo”.

La borghesia italiana si è vendicata e, in modi più obliqui, continua a vendicarsi. La fandonia di “Pasolini che stava con la polizia”, ripetuta dai fascisti, dai perbenisti e dai falsi anticonformisti di oggi, prosegue la révanche dei fascisti, dei perbenisti e dei falsi anticonformisti di ieri.

Anche l’apologia postuma di un Pasolini semplificato, appiattito, lucidato e ridotto a santino fa parte della révanche.

4. “Non potranno mentire in eterno”

Nel marzo 1960 Fernando Tambroni, già ministro dell’interno e poi del bilancio, diventa capo di un governo monocolore Dc. L’esecutivo si forma grazie ai voti dei parlamentari missini. Appena quindici anni dopo la liberazione, una forza neofascista si avvicina all’area di governo. Proteste e disordini esplodono in tutto il paese. Il 30 giugno, decine di migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia a Genova, città operaia e partigiana scelta dall’Msi per il suo congresso. Il 7 luglio, a Reggio Emilia, polizia e carabinieri sparano su una manifestazione sindacale uccidendo cinque persone. Il 19 luglio, Tambroni si dimette.

La rivista Vie nuove – su cui Pasolini tiene una rubrica dove dialoga con i lettori – produce all’istante un disco sull’eccidio di Reggio Emilia. Si tratta della registrazione della sparatoria. Su Vie nuove, anno XV, numero 33, del 20 agosto 1960, Pasolini commenta: “Quello che colpisce […] è la freddezza organizzata e meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento”.

Sono i giorni del processo al criminale nazista Eichmann, e Pasolini collega le due storie:

Egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti […] saranno del tutto simili a quelle già ben note… Anch’essi parleranno di ordini, di dovere ecc. […] La polizia italiana… si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito? […] Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno.

Nel 1961 Pasolini gira il suo primo film, Accattone. In un paese dove si legge pochissimo, il cinema è potenzialmente più pericoloso della letteratura.
La riprovazione borghese, la censura e la repressione scatenate dai film di Pasolini (tutti, nessuno escluso) saranno incommensurabilmente maggiori di quelle scatenate dai libri e dagli articoli. Se poi in un film riemerge la storia di come morì Marcello Elisei…

Nel 1962, il finale di Mamma Roma – film che scatena violenze fasciste ed è subito proibito dalla censura – mostra il giovane Ettore che muore in prigione, gemente, febbricitante e invocante la mamma, legato in mutande e canottiera a un letto di contenzione. “Aiuto, aiuto, perché mi avete messo qua?… Non lo faccio più, lo giuro, non lo faccio più… So’ bono, adesso… Mamma, sto a mori’ de freddo… Sto male… Mamma!… Mamma, sto a mori’… È tutta notte che sto qua… Nun je ‘a faccio più…”.

Il 31 agosto 1962 il tenente colonnello Giulio Fabi, comandante del gruppo carabinieri di Venezia, denuncia Mamma Roma per oscenità e si premura di aggiungere: “Si fa presente che l’autore e regista Pasolini e uno degli interpreti, il Citti, dovrebbero avere precedenti penali presso il tribunale di Roma”. Tra coloro che seguono e apprezzano Pasolini circola l’ipotesi che a irritare l’arma sia stato il finale del film.

Da qui in avanti, Pasolini è investito da un’onda d’urto censoria e repressiva che non ha corrispettivi nella carriera di altri artisti italiani.

5. “Distruggere il Potere”

Ecco il senso dell’avverbio “ovviamente”, usato da Pasolini per rafforzare una premessa che ritiene importante. È del tutto ovvio che PPP sia contro l’istituzione della polizia.

Ancora più ovvio il verso che segue: “Ma provate a prendervela con la magistratura, e vedrete!”. Quella magistratura che tanto ha perseguitato, continua e continuerà a perseguitare Pasolini, anche dopo la morte.

È a partire da questa posizione che l’autore della poesia Il Pci ai giovani affida a un mucchio di “brutti versi” – definizione sua – una riflessione confusa, che deraglia subito e diventa uno sfogo, un’invettiva antiborghese. Come scriverà poco dopo: “Sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico”.

Ma per quanto l’invettiva possa essere brutta sul piano formale e carente di focus nei contenuti, dopo averla letta tutta (tutta intera, non solo i 4-5 versi estrapolati e branditi come randelli da questo o quello scagnozzo) è difficile concludere che “Pasolini stava con la polizia”.

Pasolini descrive i poliziotti che si sono scontrati con gli studenti a Valle Giulia come “umiliati dalla perdita della qualità di uomini / per quella di poliziotti”. L’istituzione della polizia disumanizza. Per questo gli studenti – “quei mille o duemila giovani miei fratelli / che operano a Trento o a Torino, / a Pavia o a Pisa, / a Firenze e un po’ anche a Roma” – sono comunque “dalla parte della ragione” e la polizia “dalla parte del torto”. Se non si capisce questo, non si coglie l’intento paradossale di Pasolini. Il paradosso gli serve a precisare che la vera rivoluzione non la faranno mai gli studenti, perché sono figli di borghesi. Al massimo potranno fare una “guerra civile”, in questo caso generazionale, in seno alla borghesia. La rivoluzione, dice Pasolini, possono farla solo gli operai, ai quali la grande stampa borghese non leccherà mai il culo, come invece – nell’iperbole pasoliniana – sta facendo con gli studenti. Sono gli operai il vero pericolo per il potere capitalistico, dunque saranno loro a subire la repressione poliziesca più pesante: “La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte dentro una fabbrica occupata?”, si chiede retoricamente l’autore. Quindi, è proprio là che dovranno trovarsi gli studenti, se vogliono essere rivoluzionari: tra gli operai. “I Maestri si fanno occupando le Fabbriche / non le università”. Ma soprattutto, gli studenti devono riprendere in mano “l’unico strumento davvero pericoloso / per combattere contro i [loro] padri: / ossia il comunismo”. Pasolini li invita a impadronirsi del Pci, partito che ha “l’obiettivo teorico” di “distruggere il Potere” (quell’estinzione dello stato che Marx pone a obiettivo finale della lotta di classe e del socialismo) ma è finito in indegne mani, le mani di “signori in modesto doppiopetto”, “borghesi coetanei dei vostri stupidi padri”. Occupare le federazioni del Pci, dice Pasolini, aiuterebbe il partito a “distruggere, intanto, ciò che di borghese ha in sé”.

Questa esortazione occupa tutta la seconda metà del testo, ma – guarda caso – non viene mai citata.

Lo so, ti gira la testa. Ti avevano detto che Il Pci ai giovani parlava bene della repressione poliziesca. Hai sentito versi di questa poesia citati da pubblici ministeri mentre chiedevano pene pesantissime per i No Tav. Li hai uditi dalle labbra di Belpietro. Li hai letti nei comunicati del Sap e del Coisp…

6. Un infame mantra

Il Pci ai giovani fu attaccata subito, e non solo dagli studenti che criticava. Franco Fortini riempì Pasolini di insulti. Sotto il cumulo di quegli insulti, le critiche erano giuste. Pasolini provò a spiegarsi, cercando di non rimangiarsi il paradosso. Quei versi erano “brutti” perché non erano bastati “da soli a esprimere ciò che l’autore [voleva] esprimere”. Erano versi “’sdoppiati’, cioè ironici, autoironici. Tutto è dettotra virgolette”. Parlò di “boutade”, di “captatio malevolantiae”, ma non arretrò mai dal punto che aveva scelto e deciso di difendere: l’invito agli studenti a “operare l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese”.

Ma ormai la frittata era fatta e sarebbe rimasta a fumigare in padella per i quarant’anni e passa a venire, per la gioia di “postfascisti”, ciellini, sindacati gialli, teste da talk-show, scrittori tuttologi esternazionisti, commentatori pavloviani.

Ogni volta che si manifesta il conflitto sociale e la polizia interviene a reprimerlo riparte, come lo ha chiamato un cattivo maestro, “l’infame mantra” su Pasolini che stava con la polizia e i manganelli. Con quel mantra si è giustificato ogni ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine. Bastonate, candelotti sparati in faccia, gas tossici, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz di Genova, la solidarietà di corpo agli assassini di Federico Aldrovandi eccetera. Periodicamente, frasi decontestualizzate sui manifestanti “figli di papà” e i poliziotti proletari sono usate contro precari, sfrattati o popolazioni che si oppongono alla devastazione del proprio territorio.

Ho però il sospetto che il mantra si sia imposto solo a partire dagli anni novanta, insieme a certe “appropriazioni” del pensiero di Pasolini. Sicuramente, nel periodo 1968-75 nessun detentore del potere, nessun membro del blocco d’ordine lesse quei versi come davvero apologetici della repressione. Basti vedere come proseguirono i rapporti tra Pasolini, la polizia e la magistratura, e come si evolsero quelli tra Pasolini, il movimento studentesco e le sinistre extraparlamentari.

7. “Propaganda antinazionale”

Nell’agosto 1968, due mesi dopo la polemica su Il Pci ai giovani, Pasolini partecipa alla contestazione contro la Mostra d’arte cinematografica di Venezia, occupa il palazzo del cinema al Lido, subisce lo sgombero poliziesco e si prende l’ennesima denuncia. Sarà processato insieme ad altri registi, con l’accusa di aver “turbato l’altrui pacifico possesso di cose immobili”. Verrà assolto nell’ottobre 1969.

Sulla rivista Tempo, anno XXX, numero 39, del 21 settembre 1968, la rubrica Il Caos tenuta da Pasolini contiene una “Lettera al Presidente del Consiglio”, che in quei giorni è Giovanni Leone, non ancora “quirinato” né impeached. Lo scrittore accusa il capo del governo per la repressione a Venezia. Quanti credono che Pasolini fosse contro il ‘68 e i contestatori trasecolerebbero leggendo questo passaggio (corsivo mio):

Nel ’44-’45 e nel ’68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.

Leone risponde arzigogolando, Pasolini continua a mirare diritto e sul numero 41 del 5 ottobre 1968 ribadisce: “Io ero presente, quella notte. E ho visto coi miei occhile violenze della polizia”.

Per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine

Due mesi dopo, sul numero 52 del 21 dicembre 1968, Pasolini commenta l’ennesimo eccidio per mano poliziesca – due braccianti crivellati di colpi ad Avola, in Sicilia – e sostiene la proposta, fatta da un Pci ancora lontano dall’appoggio alle leggi speciali, di disarmare la polizia:

Disarmare la polizia significa infatti creare le condizioni oggettive per un immediato cambiamento della psicologia del poliziotto. Un poliziotto disarmato è un altro poliziotto. Crollerebbe di colpo, in lui, il fondamento della ‘falsa idea di sé’ che il Potere gli ha dato, addestrandolo come un automa.

In una puntata della rubrica rimasta inedita e ritrovata da Gian Carlo Ferretti, Pasolini risponde a una lettrice di destra, tale Romana Grandi, che gli ha inviato un volantino dell’Msi-Dn pieno di ingiurie nei confronti suoi e di altri intellettuali: “Un piccolo sforzo potrebbe pur farlo, visto che scrive e riscrive di essere unalavoratrice: non si è accorta che coloro che sono colpiti dalla polizia sono i lavoratori (e gli studenti che lottano accanto ai lavoratori)?”.

Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. - Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio
Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. (Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio)

 

L’autunno del ’69 – il cosiddetto autunno caldo – è una stagione di grandi lotte e vittorie operaie. Il 12 dicembre, per tutta risposta, esplode la bomba in piazza Fontana. A ruota, parte la montatura per colpire gli anarchici, le sinistre e il movimento operaio. Il 15 dicembre muore Giuseppe Pinelli. Il 16 dicembre, l’inviato del Tg1 Bruno Vespa comunica a milioni di persone che “Pietro Valpreda è il colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano”. L’anarchico Valpreda diventa il mostro.

Pasolini, Moravia, Maraini, Asor Rosa e altri intellettuali firmano un appello “contro l’ondata repressiva”. Sul Borghese del 28 dicembre 1969, Alberto Giovannini coglie la palla al balzo e scrive:

Tra gli arrestati, oltre al Valpreda, uso a voltare la schiena non solo all’odiata borghesia ma anche agli amati giovinetti, vi sono molti ‘travestiti’ e ‘checche’; e il fatto non può lasciare indifferente P. P. Pasolini, che dei capovolti di tutta Italia è, di certo, il padre spirituale, visto che la natura ingrata […] non gli ha consentito di esserne la madre.

Sul numero 2, anno XXXII, di Tempo, del 10 gennaio 1970, Pasolini si rivolge al deputato socialdemocratico Mauro Ferri e scrive:

L’estremismo dei gruppi minoritari ed extraparlamentari di sinistra non ha portato in nessun modo (è infame solo pensarlo) alla strage di Piazza Fontana: esso ha portato alla grande vittoria dei metalmeccanici. Prima chePotere Operaio e gli altri gruppi minoritari extra-partitici agissero, i sindacati dormivano.

Dal 1 marzo 1971, per due mesi, Pasolini si presta a fare il direttore responsabile del giornale Lotta Continua, accettando il rischio di essere inquisito, rinviato a giudizio e processato per i contenuti del giornale. Cosa che succede il 18 ottobre dello stesso anno, per avere “istigato militari a disobbedire le leggi […], svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento degli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato [e] pubblicamente istigato a commettere delitti”. Pena massima prevista dal codice: 15 anni di reclusione. Testimoni per l’accusa: ufficiali, sottufficiali e agenti della pubblica sicurezza e dei carabinieri.

Dopo questo rinvio a giudizio, in spregio a qualsivoglia presunzione d’innocenza, la Rai blocca la messa in onda del programma di Enzo Biagi Terza B: facciamo l’appello. Oggi è una delle più famose apparizioni televisive di Pasolini, ma molti non sanno che fu censurata e andò in onda solo dopo la sua morte, cinque anni dopo essere stata registrata.

Nel frattempo, per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine. A Bari, l’ispettrice di polizia Santoro segnala l’oscenità “orripilante” del film Decameron. Ad Ancona, contro la medesima pellicola sporge denuncia l’ispettore forestale Lorenzo Mannozzi Torini, secondo Wikipedia un “pioniere della tartuficoltura”.

Certamente provato ma per nulla intimidito, Pasolini finanzia e gira insieme al collettivo cinematografico di Lotta continua (Lc) un documentario-inchiesta su piazza Fontana e sullo stato delle lotte in Italia. Sceneggiato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, il documentario esce nel 1972 con il titolo 12 dicembre e la dicitura “Da un’idea di Pier Paolo Pasolini”.

Ancora nel novembre 1973, quando il rapporto con Lc è teso e sull’orlo della rottura, Pasolini dichiara: “I ragazzi di Lotta continua sono degli estremisti, d’accordo, magari fanatici e protervamente rozzi dal punto di vista culturale, ma tirano la corda e mi pare che, proprio per questo, meritino di essere appoggiati. Bisogna volere il troppo per ottenere il poco”.

8. “Le nostre vecchie conoscenze”

L’ultima stagione, quella “corsara” e “luterana”, è segnata dalla reiterata, implacabile richiesta di un grande processo alla Democrazia cristiana, ai suoi dirigenti e notabili, ai complici delle sue politiche.

Dopo Il Pci ai giovani, sono alcune formule-shock del Pasolini 1974-75 a detenere il primato delle decontestualizzazioni e delle letture strumentali.

Per esempio, si estrapolano paradossi come “il fascismo degli antifascisti” per difendere le adunate di estrema destra, guardandosi bene dal dire che Pasolini usava l’espressione per attaccare l’ipocrisia del cosiddetto arco costituzionale, l’insieme dei partiti al potere, quelli che – dice in un’intervista del giugno 1975 – “continueranno a organizzare altri assassinii e altre stragi, e dunque a inventare i sicari fascisti; creando così una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista, e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno”.

Senza il contesto cosa rimane? Una manciata di immagini – le lucciole, la fine del mondo contadino, i corpi omologati dei capelloni – ridotte a cliché e rese innocue. Rimane il “mito tecnicizzato” di uno pseudoPasolini light e lactose-free, propinato dalla stessa cultura dominante che perseguitò Pasolini, dagli eredi giornalistici dei suoi diffamatori e dagli eredi politici di chi lo aggrediva per strada.

L’8 ottobre 1975, sul Corriere della Sera, Pasolini commenta la messa in onda diAccattone da parte della Rai. Nel suo film d’esordio, scrive, metteva in scena due fenomeni di continuità tra regime fascista e regime democristiano: “Primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia”.

Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia

Riguardo al primo fenomeno, scrive Pasolini, la società dei consumi ha “integrato” e omologato anche i sottoproletari, le loro abitudini, i loro corpi. Ergo, il mondo rappresentato in Accattone è finito per sempre.

È trascorso poco tempo, ma quelle parti di Roma sono cambiate. Pasolini le attraversa e dietro ogni incrocio, dietro ogni edificio, dietro ogni capannello di giovani vede – in una sovrapposizione lievemente sfasata – com’erano l’incrocio, l’edificio e quei giovani solo poco tempo prima. Tutto è in apparenza simile, ma la tonalità emotiva è alterata, la nota di fondo è irriconoscibile. Per un potente resoconto psicogeografico su tale “doppiezza” rimando alla passeggiata del Merda in Petrolio, Appunti 71-74a.

Ma cosa dice Pasolini del secondo fenomeno di continuità tra regime fascista e regime democristiano? “Su questo punto c’intendiamo subito tutti”, scrive, e sa di essere provocatorio. Sta parlando ai lettori del Corsera, è implausibile che tutti siano d’accordo nel ritenere “spietata” e “criminaloide” la violenza della polizia.

Ma l’autore è adamantino: “È inutile spendere parole. Parte della polizia è ancora così”. Segue un riferimento alla polizia spagnola, la guardia civil del regime franchista. Riferimento oggi incomprensibile, se non si sa cosa accadeva in Spagna in quei giorni. Ecco un titolo da l’Unità del 5 ottobre 1975: “Tortura a Madrid. / È stata usata dalla polizia franchista in modo sistematico contro non meno di 250 baschi. – Le conclusioni di un’inchiesta di Amnesty International – Testimonianze agghiaccianti”.

Il passaggio è rapido, ma non superficiale. Ci mostra un altro “doppio mondo” sfasato. Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia, “le nostre vecchie conoscenze in tutto il loro squallido splendore”.

9. L’uomo che sorride

Tre settimane dopo, la notte tra il 1 e il 2 novembre, il corpo di Pasolini giace nel fango di Ostia, massacrato, ridotto a un unico cencio intriso di sangue.

Ora, per chiudere, prendo in prestito le parole di Roberto Chiesi:

Se guardate tra le terribili foto del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ce n’è una, forse la più terribile, che mostra il corpo rovesciato e martoriato, con intorno alcuni inquirenti e poliziotti seduti sulle ginocchia. In particolare c’è un poliziotto seduto accanto al cadavere di Pasolini, che sorride. La foto lo mostra in maniera inequivocabile: è un sorriso di scherno, di disprezzo. Questa immagine può essere presa a campione di tutta un’Italia deteriore, da rifiutare, condensata in quell’immagine in bianco e nero, apparsa sulle prime pagine di tanti giornali dell’epoca.

Pasolini continuava a essere contro la polizia, la polizia continuava a essere contro Pasolini.

Oggi difendo un uomo

Antonio Cipriani

Nel mio lavoro non ho fatto che difendere donne e bambini raccontando ingiustizie e violazioni, descrivendo storie, leggendomi fascicoli giudiziari, proposte di leggi, per tradurre e informare. Ho difeso, preso posizione senza paura di essere giudicata “non oggettiva”, mi sono battuta, ho ascoltato donne che mi bussavano alla porta perché disperate nell’incubo di una vita accanto a un marito violento, dando voce ai soggetti più esposti alla prepotenza di un potere a volte nascosto dietro volti rassicuranti.

Oggi però vado in controtendenza, e anche se non ho mai preso posizione per difendere un uomo, questa è un’ottima occasione per farlo. E a offrirmela è un amico e collega, un uomo che stimo per la sua trasparenza, serietà, umanità profonda. Un uomo che potrebbe essere d’esempio a molti altri e che oggi rischia il carcere per aver lavorato e diretto un giornale che, una volta fallito, ha scaricato sui giornalisti tutte le responsabilità. Lui è Antonio Cipriani, giornalista dell’Unità che ha diretto L’Ora di Palermo per passare poi alla direzione di E-Polis, e che nel 2011 ha lasciato DNews per fondare la piattaforma The Globalist Syndication diretta dal fratello Gianni Cipriani.

Ma come può un giornalista serio che non ha mai fatto torti a nessuno e non ha mai fregato 100lire, rischiare il carcere? Ce lo spiega lo stesso Antonio che su Globalist.it ha raccontato la sua storia (riportata per intero qui sotto) cercando di riassumere i fatti e il suo stato d’animo. “Nel 2011- scrive Antonio – E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento  ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un’enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto”.

Oggi Antonio non ha più risorse e non potendosi più permettere un avvocato, viene aiutato dagli amici, ma non basta perché davanti a lui ha la prospettiva di una condanna in penale e di una carcerazione: “Senza nessun editore alle spalle – racconta – senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere”. Un uomo contro tutto, un caso dal sapore kafkiano che improvvisamente diventa realtà ma che sembra scaturita da uno dei peggiori incubi di un pazzo. Un caso assurdo in cui Antonio viene scaraventato da un giorno all’altro, e dove è costretto a correre dietro la propria libertà, un caso dove “gli effetti di un fallimento, di azioni in alcuni casi non proprio limpide degli editori, ricadono sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi”. Fino ad arrivare all’epilogo, dove Antonio, stremato nel fisico e nella psiche nonché prosciugato nelle tasche, non riesce a difendersi dall’ennesima accusa, quella di omesso controllo: un’accusa per la quale oggi rischia la prigione: “Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta), è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato. Così è”.

Ma il paradosso non finisce qui, perché dopo una vita scoperchiata per aver lavorato come direttore di un giornale andato a gambe all’aria, dopo essere stato lasciato solo nel momento della resa dei conti, oggi Antonio rischia la galera proprio mentre nelle aule del parlamento è in discussione la riforma della legge sulla diffamazione che dovrebbe mettere fine alla carcerazione per i giornalisti: una pena abnorme per chi fa questo mestiere, e può anche rimanere vittima di querele intimidatorie per quello che scrive (anche quando si tratta della verità), soprattutto se pensiamo all’impunità che in Italia imperversa verso offender sulle donne e verso maltrattanti e abusanti sui minori. Ma riuscirà Cipriani a rientrare in una legge che è ancora in discussione in Commissione giustizia? Riuscirà a rincorrere il tempo per avere come premio la sua libertà? In Italia è molto improbabile. E se così non è, per lui non c’è neanche un Presidente della Repubblica che accordi la grazia, come successe al direttore del “Giornale” graziato da Napolitano.

Per questo, e per un senso di giustizia profondo, chiedo a tutti i colleghi e le colleghe di divulgare la sua storia (come già stanno facendo in molti), ma chiedo anche a tutti e a tutte di lanciare appelli pubblici sui social, sulle vostre bacheche facebook e su twitter con l’hastag #LiberAntonio, affinché Cipriani non debba rischiare il carcere per una legge che sta per essere cambiata proprio perché ingiusta.

Grazie


La storia completa da Globalist.it

Il mio caso assurdo di giornalista destinato al carcere

Inserito da Antonio Cipriani il 07/05/2015 alle 22:25 nella sezione

di Antonio Cipriani

Fa un certo effetto aprire una mail e scoprire che contiene un ordine di esecuzione per la carcerazione. Cinque mesi e qualche giorno per aver omesso, come direttore responsabile del quotidiano E Polis, il controllo su un articolo scritto da un giornalista professionista. Questo dice la sentenza del tribunale di Oristano. Cinque mesi da fare in carcere e in subordine – se verranno accolte come spero le richieste della mia difesa – in affidamento in prova al servizio sociale o ai domiciliari.

È solo l’ultimo tassello, per ora, di una storia assurda e travagliata che va avanti da quattro anni. E mi vede ostaggio di una serie di incongruenze nelle leggi che regolano la professione giornalistica, e mi costringe oggi – io in genere schivo e riservato – a prendere carta e penna e a raccontarla. In mio nome e in mia difesa. E in difesa e nel nome di tutti quelli che si trovano nella mia stessa situazione e non hanno alle spalle le corazzate dei media e che questi problemi li vedono sicuramente da un’altra prospettiva.

In sintesi. Ho diretto E Polis (prima Il Giornale di Sardegna e poi Il Sardegna) dall’ottobre 2004 al dicembre 2007. Poi mi sono dimesso a seguito di un cambio di proprietà. Nel 2011 E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un’enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto.

Dal 2011 il mio impegno professionale è stato: difendermi alla meno peggio, farmi aiutare da avvocati amici, evitare il più possibile condanne, cercare di non pagare tutte le spese giudiziarie. Rateizzare Equitalia. Inseguire gli indulti.

Perché ogni processo consta di notifiche per ogni passaggio, quindi di mattinate passate in questura o dai carabinieri, di carte da leggere, di avvocati da nominare, di udienze. Di condanne, più o meno giuste, sulle quali neanche entro nel merito perché si aprirebbe un altro capitolo.

Giustizia del pagare. Senza nessun editore alle spalle, senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere. Perché anche se riesci in tre gradi di giudizio a prevalere, le spese sono talmente alte che quasi conviene accordarsi preventivamente e pagare il riscatto dall’omesso controllo.

Basta moltiplicare trentaquattro processi per la cifra media del costo di un processo (se qualcuno ha avuto la sventura.) per capire che è una partita persa in partenza. E che forse qualcosa si potrebbe anche fare per evitare che la libertà di stampa diventi una questione di reddito e di protezioni. Chi le ha la esercita, chi non le ha meglio se imbraccia il violino.

Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta) è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato. Così è.

Perché la legge è assurda? Perché è assurdo che gli effetti di un fallimento, di azioni in alcuni casi non proprio limpide degli editori, ricadano sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi. Perché è assurdo e anacronistico che un direttore possa controllare riga per riga un intero giornale – nel mio caso 15 per circa 800 pagine uniche sfornate al giorno – brevine e lettere comprese. Ed è anche inaccettabile poi che un direttore debba pagare per errori di professionisti che magari in tribunale hanno capito fischi per fiaschi o in una conferenza stampa hanno sbagliato un reato. Che dovrebbe fare quel direttore? Ogni sera verificare una per una le notizie? Chiamare tutti i tribunali per sapere se è vero che Tizio è stato condannato per corruzione e Caio per rapina?

L’impossibilità di esercitare un controllo del genere su professionisti, che fanno tanto di esame per iscriversi all’Ordine, non rende il reato troppo generico? Omesso controllo di che cosa se il controllo è impossibile? Diverso è il ruolo della direzione nella titolazione, nelle campagne di stampa. Quella è responsabilità diretta, anche penale se incorre in un reato. Peccato che per questo genere di reato sono stato condannato solo una volta, e alla fine la Cassazione ha addirittura stabilito che avevo ragione, che difendevo solamente la libertà di stampa. Peccato che in altri 33 casi mi sono dovuto difendere dall’indifendibile, senza responsabilità dirette sugli eventuali errori. Certo, potevo censurare qualche cronista. Sarebbe stato accettabile? Quando ho bloccato pezzi che contenevano evidenti caratteristiche di diffamazione, sono fioccate le accuse di censura. Figuriamoci.

Chiudo col carcere. Perché mi sembra davvero sproporzionato l’omesso controllo con la condanna al carcere. E in genere assurdo che possa esserci la possibilità del carcere per un reato d’opinione, figuriamoci in un caso in cui le responsabilità personali sono davvero minime. E mi auguro che questa situazione, per certi versi simile a quella di altri colleghi, possa spingere davvero sulla strada di una regolamentazione di questi casi assurdi. E, comunque, si discuta politicamente dei paradossi, delle ingiustizie e del fatto che il carcere per reati giornalistici non è mai un segno di libertà e democrazia.

Vandana Shiva arriva a Milano con il contro-Expo 2015

Vandana Shiva

Vandana Shiva

Perché l’Expo che si inaugura a Milano in questi giorni non è un motivo di orgoglio per l’Italia che lo ospita e perché rappresenta più una passerella di chi la Terra l’affama che non di chi la sostiene. A spiegarlo sull’Huffigton Post oggi è Vandana Shiva, attivista e ambientalista, che da sempre porta avanti una dura battaglia contro le multinazionali che stanno distruggendo il Pianeta e la nostra salute. Multinazionali come “Mc Donald’s, Coca Cola, Monsanto, Syngenta, Nestlè, Eni, Dupont, Pioneer”, e così via, le quali, ricorda Vandana Shiva “Si sono accordate tra loro per brevettare i nostri semi, per influenzare la ricerca scientifica, per negare ai cittadini il diritto di essere informati, attraverso leggi sull’etichettatura degli Ogm. Le multinazionali che hanno distrutto i nostri terreni e la nostra salute e che ora saranno tutte all’Expo”.

“Multinazionali – dice ancora Vandana Shiva – che ci hanno portato malattie e malnutrizione attraverso i prodotti chimici e gli Ogm, attraverso il cibo-spazzatura e alimenti trasformati, e che hanno speso negli ultimi decenni grandi quantità di denaro per la pubblicità e per le pubbliche relazioni con un’azione di lobbying, volta a influenzare le politiche e ad affermare, in maniera del tutto falsa, che i loro prodotti sfamino il mondo”. Un Expo che ha cementificato ettari di terreno per poter esistere e che espone “un cibo fatto da un’aggregazione di zuccheri e grassi, inadatto a nutrire le persone e dannoso per la nostra salute e soprattutto dei nostri figli”. Per questo Vandana rilancia i piccoli agricoltori che producono il 70% per fabbisogno mondiale e che resistono contro il monopolio dell’agroindustria mondiale che sta spolpando il Pianeta, ribadendo il cosa fare con frasi decise: “Dobbiamo fare di tutto per difendere un modello agroalimentare – scrive Vandana nel suo blog – fondato sull’agricoltura familiare, come quello italiano, europeo e di molti altri paesi. Dobbiamo riaffermare l’orgoglio dei tanti piccoli agricoltori di tutto il mondo che hanno tenuto a costo di grandi difficoltà, i loro campi e che li coltivano con i metodi biologici ed ecologici. Dobbiamo cogliere l’occasione per incontrare persone che incrociano difficilmente i temi della difesa della biodiversità e che magari pensano che la questione del cibo sia solo un tema di quello che si riesce a mettere in tavola e non una questione centrale per ridefinire l’economia e la democrazia”. Un approccio che rappresenta l’occasione “per superare la linearità che produce scarti materiali (i rifiuti) e scarti sociali (i poveri, gli emarginati, i disperati) e arrivare finalmente alla chiusura del cerchio ecologico”.

Per parlare di questo e altro, il Padiglione della Società Civile all’interno di Expo Milano 2015, Banca Etica, Fondazione Triulza e Navdanya International presenteranno domani, sabato 2 maggio (dalle 11:00 alle 13:30), il manifesto Terra Viva, elaborato da un panel di esperti guidati da Vandana Shiva con il contributo di ricercatori da tutto il mondo. Un documento di analisi e denuncia, e una proposta su come superare il paradigma dell’economia lineare in favore di una circolarità da recuperare non solo nella gestione dell’ambiente e dell’agricoltura, ma anche nelle scelte economiche e sociali. A parlare ci saranno, oltre Vandana Shiva, don Luigi Ciotti, il ministro Maurizio Martina e il presidente di Banca Etica Ugo Biggeri (da confermare la presenza di Hilal Elver, special rapporteur dell’Onu per il Diritto al Cibo).

Come sottolinea Vandana Shiva ricordando Ghandi: “Noi possiamo sopravvivere come specie solo se viviamo in accordo alle leggi della biosfera. La biosfera può soddisfare i bisogni di tutti se l’economia globale rispetta i limiti imposti dalla sostenibilità e dalla giustizia. Come ci ha ricordato Gandhi: La Terra ha abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di alcune persone”.

A 23 anni prelevata da casa sua e rinchiusa in casa famiglia: succede in Italia

Francesca Mastrolonardo

Francesca Mastrolonardo da http://www.tusciaweb.eu

Conosco Francesca, conosco Laura, conosco la vita tranquilla che faceva Francesca a Tuscania contornata dall’amore della madre e di tutta la comunità intorno, conosco la storia di una madre che ha accudito la figlia con disabilità da quando questa figlia l’ha messa al mondo. Conosco la vicenda di un padre che esercita violenza psicologica nei confronti della madre usando la figlia come arma di ricatto nei suoi confronti. Conosco l’ignoranza di molti giudici e il business delle case famiglia, in cui vengono portati bambini prelevati dalle loro famiglie e dalle loro madri e portati via, anche per motivi non gravi e indimostrati. Conosco tutto questo e anche di più, ma la storia di una ragazza di 23 anni che viene prelevata da casa sua e costretta a essere rinchiusa in una casa famiglia non la conoscevo, questo è un abuso e per questo faccio un appello diretto. Chiedo alle mie amiche avvocate che conoscono bene la materia, di aiutare questa donna che sta subendo un’ingiustizia senza pari, e chiedo che i responsabili di questa vicenda, scandalosa per un Paese come l’Italia che ha ratificato convenzioni internazionali per la protezione delle donne, siano individuati anche in ambito dello Stato che permette un abuso così abnorme. Chiedo alle colleghe giornaliste di divulgare questo scandaloso fatto avvenuto in sordina nella provincia del viterbese perché rappresenta una pagina oscura, come già altre, di cosa può succedere nei tribunali italiani e come le donne non siano protette da una violenza che in questo caso è sia privata che pubblica. E infine chiedo alle istituzioni e alle parlamentari donne che grazie anche a noi sono in parlamento, di rappresentarci e di fare una interrogazione parlamentare su questo caso di abuso.

Grazie

Conferenza Stampa su Francesca Mastrolonardo

 

da www.tusciaweb.eu

Tuscania – L’avvocato Mezzetti e il giornalista Ruotolo raccontano la storia di Francesca Mastrolonardo, giovane con disabilità media, allontanata dalla famiglia per essere trasferita in un centro di assistenza a Narni – Entrambi chiedono che venga riportata a casa

A 23 anni le viene tolta la libertà ed è strappata via alla madre

Tuscania – (p.p.) -”A 23 anni le viene tolta la libertà ed è strappata alla madre”. L’avvocato Enrico Mezzetti si scalda nel raccontare la storia di Francesca Mastrolonardo, una giovane di 23 anni, con disabilità media, che dall’oggi al domani si è ritrovata in una casa-famiglia, lontana dalla cure della madre con cui viveva nel centro storico di Tuscania. Francesca seguiva un corso di ippoterapia, dipingeva e leggeva. Poi, il fulmine a ciel sereno. A bussare alla sua porta, il 27 marzo scorso, i carabinieri di Tuscania che, eseguendo un provvedimento del tribunale di Viterbo, l’hanno trasferita in un centro a Narni. All’improvviso, il suo mondo è crollato. L’avvocato, che porta avanti questa battaglia, insieme al giornalista Francesco Ruotolo, chiede che sulla vicenda non cali il silenzio. E anche la madre della giovane Laura Tramma, straziata dal dolore, spera di riavere presto sua figlia. “Francesca Mastrolonardo – esordisce Francesco Ruotolo -, maggiorenne e non interdetta, il 27 marzo, dopo un’istanza del tribunale, è stata accompagnata, contro la sua volontà, in una casa famiglia di Narni, perché non ci sarebbe accordo tra i genitori sul suo percorso riabilitativo. Il problema, invece, è un altro e cioè la restituzione della libertà a una donna, privata dei suoi diritti. Questo provvedimento è profondamente iniquo. Stranissimo. Incredibile. Vogliamo porre l’attenzione su questa vicenda, affinché il tribunale ponga rimedio. C’è come un sequestro di persona e la sottrazione di una persona agli affetti famigliari, alle amicizie e ai posti che abitualmente frequenta”.

L’avvocato Enrico Mezzetti è passato quindi a illustrare l’aspetto giuridico. “Non possiamo attendere i tempi della giustizia che potrebbero essere lunghi. Di mezzo, c’è la libertà di una persona maggiorenne, strappata, contro la sua volontà, alla madre con cui vive da sempre. Anche i carabinieri, che hanno dovuto eseguire l’ordine, sono rimasti particolarmente scossi per essere stati costretti a prendere una ragazza e portarla via”. Per il legale, il paradosso sta nel fatto che, secondo il provvedimento, la 23enne sarebbe la beneficiaria di questa situazione. “Sarebbe fatto per il suo bene, ma mi chiedo dove sia”. Il disappunto dell’avvocato, però, dipende da altro. “Negli anni, sono state fatte delle relazioni che hanno confermato l’affidamento di Francesca alla madre. Da quella del giudice Mattei, ai documenti degli assistenti sociali di Vetralla e Tuscania che hanno sempre mostrato perplessità sull’allontanamento della giovane da casa”. Per Mezzetti, il provvedimento del giudice tutelare sembra non tenerne conto. “Non ha mai ascoltato Francesca e l’ha solo allontanata da casa. Noi non ci fidiamo delle cure della casa famiglia che verrà a costare al comune di Tuscania un centinaio di euro al giorno e non vogliamo che Francesca diventi un pacco sballottato da una parte all’altra. Non ci fidiamo del giudice tutelare, non ci fidiamo della neuropsichiatra e, a occhi chiusi, della casa famiglia. Crediamo che la madre sia la persona più adatta”.

Mezzetti, il 2 aprile, ha depositato un ricorso alla Corte di appello di Roma e una denuncia penale per i fatti avvenuti e a futura memoria. “A oggi il fascicolo non è stato ancora assegnato a nessun magistrato. Una ragazza non può aspettare tutto questo tempo. Vogliamo riportarla a casa perché riprenda la sua vita e il suo percorso riabilitativo. Due volte a settimana fa ippoterapia in un maneggio, va in un centro giovanile dove dipinge e fa sculture in ceramica e vende le sue opere nel mercato rionale. Cucina, si occupa della casa e raggiunge da sola e a piedi il centro giovanile. Tutto questo non le può essere tolto”.

I famigliari sono sconvolti. Da un giorno all’altro si sono visti togliere Francesca e di lei, da allora, non si hanno più notizie. “Abbiamo diritto a conoscere il percorso formativo di mia nipote – dice Roberta la zia della ragazza -, quando si sveglia, se e quali medicinali assume. Il suo, è stato un sequestro fuori da ogni logica umana. Ingiustificabile. Inoltre, i servizi sociali non fanno altro che chiamare la casa famiglia che, dichiarandosi esecutore di ordini superiori, si rifiuta di rispondere. Siamo sconvolti “. Strazianti le parole della mamma di Francesca Laura Tramma che rivuole sua figlia. “Vivevamo in una casetta antica, adatta a lei. Piccola. Lei ci stava bene e, prima che accadesse questa tragedia – si blocca come se un groppo in gola le impedisse di parlare – si era pulita tutte le finestre. Lei a Tuscania aveva una vita e, invece, nell’ultima chiamata che ha potuto farmi, mi ha detto che le hanno tolto la libertà. Il giudice tutelare e l’amministratrice di sostegno non sanno niente della mostra, del negozietto, della casetta. Dell’ippoterapia. Delle vacanze che le organizzo ponendole degli obiettivi affinché li raggiunga. Niente”.

I famigliari annunciano, nei prossimi giorni, una manifestazione sotto il tribunale di Viterbo.

L’avvocato Mezzetti spera che su questa vicenda non cali il silenzio. “Il giudice non ha consultato nessuna delle persone coinvolte in questa vicenda, né sono stati visitati i servizi sociali e i centri che lavorano per la riabilitazione della giovane. Inoltre, usa i pareri emessi negli anni e favorevoli all’affidamento di Francesca alla madre per arrivare, però, a una conclusione totalmente opposta e cioè l’allontanamento. Una strada percorribile e valida già da domani ci sarebbe – conclude l’avvocato -, con la revoca o la sospensione del provvedimento. Con questo giudice, però, non credo accadrà. Noi rivogliamo Francesca a casa”.

India: donne psichiatrizzate trattate peggio degli animali

donne indiane

Donne peggio degli animali

Luisa Betti
(da Azione 9/2/2015)

HRW Il rapporto dell’organizzazione denuncia lo stato delle ragazze rinchiuse nei manicomi indiani dove subiscono violenze e abusi

L’inquietante rapporto di «Human Rights Watch» ( Trattate peggio degli animali ) sulle donne internate per problemi psichiatrici in India è il frutto di una ricerca condotta dal 2012 al novembre 2014 con sopralluoghi e interviste in 24 strutture tra ospedali psichiatrici, centri di riabilitazione e istituti residenziali a Nuova Delhi, Calcutta, Mumbai, Pune, Bangalore e Mysore. Con 200 interviste a donne con disabilità, alle famiglie, a Ong, medici, funzionari di governo e polizia, è stato redatto un rapporto su come le ricoverate subiscano violenze con la doppia discriminazione di genere e malata mentale: donne che una volta rinchiuse, vivono «nell’isolamento, nella paura, nell’abuso, senza alcuna speranza di fuga» – come riferisce Kriti Sharma che ha condotto la ricerca.

Un Paese, l’India, che uffcialmente dichiara il 2,21 per cento di disabilità, anche se il Ministero della Salute sostiene una percentuale che si aggira sul 6-7 (74,2-86’500’000) per disturbi mentali e il 1-2 per cento (12,4-24’700’000) per gravi disturbi mentali: cifre ritenute comunque troppo basse dagli esperti, per il secondo Paese più popoloso del globo.

Ma cosa ha trovato HRW in queste strutture? In molti di questi posti i gabinetti erano «infestati e traboccanti di feci con un fetore nauseabondo che permeava i reparti adiacenti»: il Pune Mental Hospital su 100 bagni per 1850 pazienti, ne aveva 25 funzionanti: «una situazione che rende la defecazione all’aperto la norma», riferisce il dottor Vilas Bhailume. La maggior parte delle donne incontrate hanno costantemente tirato fuori pidocchi dai loro capelli durante le interviste in strutture che spesso le rasa forzatamente. Ameena, 40 anni con schizofrenia, ha raccontato: «Ci danno il sapone solo il venerdì e non abbiamo asciugamani. Ci laviamo i denti con dentifricio in polvere sulle dita e quando dobbiamo cambiare i vestiti rimaniamo nude mentre aspettiamo la lavanderia».

Donne e ragazze che vengono internate dalle famiglie che lasciano recapiti e nomi sbagliati per non essere più rintracciabili, e che possono essere rinchiuse per motivi che non hanno a che fare con la malattia mentale, in quanto se un marito, un padre o un tutore dichiara che una donna è psicologicamente labile, quest’ultima perde la capacità giuridica dopo l’esame medico e su presentazione di due certificati. Referti su cui il magistrato può emettere un ordine per il trattamento in ospedale psichiatrico dopo il quale la donna o è ripresa dalla famiglia, o viene inviata a un istituto: e questo malgrado nel 2007 l’India abbia ratificato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.

HRW ha scoperto che ragazze che hanno avuto rapporti fuori dal matrimonio, o sono state stuprate, possono essere internate per il disonore. Ma può essere anche un marito che desidera disfarsi della moglie. Come è successo a Deepali, 46 anni con quattro figli, che nel 2007 ha avuto un attacco di panico ed è stata prelevata dalla polizia e portata in un ospedale psichiatrico a Delhi. «Sono stata circondata da dieci poliziotti che mi hanno presa a calci – dice Deepali – e solo dopo ho scoperto che mio padre e mio marito avevano firmato il mio internamento».

O come Vidya, una naturopata che ha raccontato di essere stata internata dal marito che voleva sbarazzarsi di lei con un divorzio senza passarle gli alimenti, per disabilità mentale. «Si sono presentati a casa un medico, un infermiere e un ragazzo dicendo che dovevano fare vaccinazioni obbligatorie – ha detto – e prima che me ne rendessi conto, mi hanno iniettato qualcosa che mi ha addormentato. La mattina dopo non capivo dove fossi e una signora mi ha detto che ero in un reparto psichiatrico. Non potevo uscire né telefonare. Più tardi ho scoperto che mio marito aveva organizzato tutto ed è stata mia madre a tirarmi fuori un mese dopo».

Donne che possono essere fermate per strada e internate senza consenso e che una volta dentro «vengono colpite dal personale che tira i capelli e le getta a terra trascinando il corpo sul pavimento», come descrive Devika, o picchiate con bastoni e denigrate dall’assistente sociale o minacciate con l’elettroshock per prendere le medicine. Un trattamento umiliante che si spinge oltre. Siamo trattate peggio delle bestie».

Donne che non hanno assistenza neanche se si fanno male, come riporta Rachna Bharadwaj, il sovrintendente di Asha Kiran, che ha parlato di una ragazza tornata nella struttura da un ospedale psichiatrico che malgrado avesse «un braccio che pendeva inerte sul lato, nessuno si era preso la briga di curarla», o di una donna che con un’ulcera al piede infettata da vermi neri non era stata disinfettata.

Per quelle poi che subiscono uno stupro non c’è alcuna speranza. «Ho cercato di raccontare a un medico quello che mi era successo – dice Rakhi – ma lui ha detto che stavo mentendo». Nel caso di donne con disabilità psichiche il problema è essere credute e ciò rende gli offender impuniti, perché è la stessa polizia che si rifiuta di registrare il caso. «Se lei è un malato mentale – dice un poliziotto – non ha una mente cosciente, e quindi come può affermare di essere stata violentata?». Ma la presenza di personale maschile in reparti femminili mette le donne a rischio elevato. Radha, un’assistente sociale di Kolkata, racconta di una donna violentata nell’ospedale psichiatrico di Pavlov in maniera del tutto indisturbata: «In tarda serata – ha detto a HRW – il personale è venuto a dare le medicine e uno di loro è andato dentro il bagno. Le donne non sono al di fuori dalle camere la notte e le infermiere cercavano una ragazza sparita, quando a un certo punto è riapparsa dietro l’uomo che era uscito dal bagno e con i vestiti e la schiena bagnati. Al mattino quella ragazza ha detto a un’infermiera che era stata violentata la sera prima».

Stupri da cui possono anche arrivare gravidanze indesiderate: come è successo a molte donne che si ritrovano incinte senza poter denunciare i propri offender.

L’azione delle donne italiane

Luisa Betti - AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes - Femme d’Histoire 7 febbraio 2015 -

Luisa Betti – AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes
– Femme d’Histoire 7 febbraio 2015 –

Report per l’intervento durante la tavola rotonda organizzata dalle Femmes d’Histoire all’interno della Conferenza “Intorno al Mediterraneo. La forza delle donne”, e moderato dalla giornalista Stéphanie Duncan, con Maria Al Abdeh (Siria), Pinar Selek (Turchia), Faouzia Farida Charfi e Nadia Khiari (Tunisia), che si è svolto ieri al Palais des Congrès et de la Culture di Le Mains (Parigi). All’evento hanno partecipato anche Nicole Ballon (Francia), Sonia Dayan-Herzbrun e Nora Hamdi (Algeria).

AUTOUR DE LA MÉDITERRANÉE. La force des femmes 

Femme d’Histoire 7 febbraio 2015

L’azione delle donne italiane

Luisa Betti

 

Politica

Nel parlamento italiano attualmente le donne sono presenti al 30% con un salto in avanti del 10% rispetto alla scorsa legislatura, e su 16 ministri sette sono donne. Nella corsa al Quirinale, dopo le dimissioni del presidente della Repubblica Napolitano, sono circolati insistentemente per la candidatura diversi nomi femminili e per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, sono state due donne a governare i grandi elettori ricoprendo le più alte cariche dello Stato: Laura Boldrini come presidente della camera e Valeria Fedeli come presidente del senato (vicaria del presidente Piero Grasso che suppliva al vacante presidente della Repubblica dopo dimissioni di Napolitano). Nel suo discorso inaugurale il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha usato un linguaggio sessuato rivolgendosi a donne e uomini, ricordando che “il diritto alla Costituzione significa anche garantire (…) che le donne non debbano avere paura di violenze e discriminazioni”. Se oggi però il presidente della Repubblica italiana si preoccupa di nominare le donne nel suo primo discorso pubblico e se nei media si parla delle donne ai vertici delle istituzioni, è grazie alla mobilitazione che le donne italiane hanno rilanciato negli ultimi anni. Donne che hanno lavorato senza tregua, cercando di incidere fortemente nella direzione di un cambiamento culturale ancora in corso e tutto da vedere. Italiane che, dopo anni di sopportazione del modello berlusconiano del “maschio alfa” e dell’uso e consumo del corpo femminile, si sono organizzate e riunite in diverse reti e hanno dato avvio a un serrato lavoro sui diritti delle donne, scoperchiando quello che c’era sotto l’oggettivizzazione del corpo femminile – che ci ha resi famosi in tutto il mondo tramite la tv – portando a galla la discriminazione e la violenza legate a quegli stereotipi di donna che per antonomasia avrebbe dovuto essere sempre disponibile e pronta all’obbedienza del maschio, individuandola nella forma più endemica: ovvero la violenza nelle relazioni intime.

La violenza contro le donne

Uno dei pochi meriti di Berlusconi è stato quello di esasperare così tanto la cultura machista, tirando fuori il peggio dell’italiano medio, che dopo la scesa in piazza di un milione di donne, c’è stato un continuo fiorire di reti e aggregazioni femminili e il dibattito femminista è tornato a essere pubblico. Ma è stato dopo la presentazione del “Rapporto ombra” all’Onu (Cedaw) sulla reale situazione delle donne in Italia – fatto da una rete di associazioni femministe nel 2011 – che il tema della violenza sulle donne e gli stereotipi ha preso il volo. L’intervento diretto delle Nazioni Unite nel gennaio del 2012 ha fatto approdare sul suolo italiano la special rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo, e le successive raccomandazioni sue e del comitato della Cedaw al nostro governo che hanno stimolato un’attenzione che partendo dal femminicidio ha allargato la discussione sugli stereotipi maschili e femminili, sull’educazione alla differenza nella scuola, la rappresentanza delle donne, il rapporto tra donne e potere, la salute, ecc. Le giornaliste hanno riportato nella comunicazione ciò che succedeva nei centri antiviolenza, divulgando dati corretti sulla violenza e rendendo così pubblico quello che fino a quel momento non aveva spazio nei giornali e telegiornali: a partire dal fatto che in Italia l’80% della violenza sulle donne è violenza domestica, e che 7 femmicidi sul 10 sono opera di partner o ex partner. Ed è cominciato un lavoro comune e trasversale di donne nelle diverse professioni su come affrontare il femminicidio con fitti incontri, tavole rotonde ed eventi pubblici, con il coinvolgimento di donne appartenenti a generazioni anche lontane tra loro. Un’ondata che ha riportato all’attualità i diritti di donne, non più ridotte solo a “belle statuine”, e che ha fatto rinascere date come il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, o l’8 marzo, non più come giorni da ricordare ma come periodi dell’anno in cui sviluppare iniziative sui diritti delle donne. Una pressione trasversale, anche sulle istituzioni, che nel maggio del 2013, ha portato l’Italia a essere uno dei primi Paesi a ratificare l’importante Convenzione europea sulla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul 2011).

Le istituzioni

Il richiamo e il battage è stato tale che nella legislatura in corso ci sono state figure istituzionali che hanno risposto a questo richiamo delle donne in maniera importante: la presidente della camera Boldrini ha stimolato in ogni sua dichiarazione un uso del linguaggio non sessista chiedendo esplicitamente di essere chiamata signora presidente e non signor presidente, e attirando su di sé attacchi misogini e vere aggressioni sessiste anche sul web – minacce a cui molte femministe sono sottoposte nel momento in cui fanno informazione su questi temi – rendendo pubblica così  la forte discriminazione delle donne in Italia; mentre la vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, ha tra le altre cose presentato un disegno di legge per istruire una commissione d’inchiesta sull’efficienza dello Stato nel contrasto alla violenza sulle donne e sui bambini sottratti alle mamme dai tribunali italiani, che però è fermo.

Ma è stata l’ex ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, che ha messo in atto una innovazione che le è costata la poltrona. Idem, il giorno dopo il suo insediamento di due anni fa, ha convocato tutte le associazioni di donne (più di cento) che lavorano sulla violenza, avviando così un vero dialogo, come mai era stato fatto prima in Italia, tra le istituzioni e la società civile. Sulla base di queste richieste aveva poi formato una task force ministeriale e dei tavoli con le associazioni delle donne, in cui lei stessa si sarebbe fatta garante nel creare un ponte tra le richieste delle donne e lo Stato su un problema che il movimento aveva portato a galla con un approccio a 360 gradi: dalla giustizia, alla formazione, la prevenzione, la salute, la protezione, la trasformazione culturale, l’educazione, la scuola, ecc, sulla base della Convenzione di Istanbul. Un approccio che le è costato caro. Poco prima che si insediassero i tavoli, è iniziato nei confronti nella ministra un vero e proprio linciaggio mediatico che mettendo al centro l’affaire amministrativo riguardo la palestra e la casa di sua proprietà a Ravenna, che riguardava poche migliaia di euro di tasse, la ministra è stata fatta passare come una “furbetta” che voleva truffare lo Stato. E proprio nel Paese che Berlusconi ha governato per 20 anni tutelando i suoi affari personali in maniera plateale anche attraverso leggi ad personam, questa donna si è vista coperta di fango, con una persecuzione e una violenza mediatica che, insieme a un isolamento senza precedenti all’interno del suo stesso partito (il PD), l’ha portata alle dimissioni. Ed è stato qui che abbiamo avuto la certezza che il governo aveva paura di quello che stavamo facendo.

Dopo aver varato un “decreto sicurezza” con all’interno alcune norme per il contrasto alla violenza sulle donne che ha fatto discutere ampiamente il movimento femminista perché incompleto e soprattutto perché usato come passepartout per far passare norme di controllo sociale altrimenti impopolari, né il capo del governo Letta né l’attuale premier Renzi, hanno più nominato una ministra delle pari opportunità che potesse concludere quel lavoro così come era stato iniziato. In particolare il precedente presidente del consiglio, Letta, ha dato la delega alla viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, la quale sotto il diktat del presidente si è vista bene dal convocare tutte le associazioni invitando ai tavoli soltanto alcune (e non sempre rappresentative), dando il via a una consultazione parziale che ha spaccato lo stesso movimento che fin a quel punto, sebbene con differenze e contrasti, era proceduto insieme. Associazioni che, seppur sedute a quei tavoli, hanno denunciato di non essere state ascoltate nella maniera in cui speravano.

Renzi, che ha promosso alcune figure di donne come le ministre nominate da lui, si è però tenuto la delega alle pari opportunità nominando una consigliera, la deputata Giovanna Martelli, senza autonomia decisionale, su un Piano antiviolenza che è stato pubblicato online nel tentativo di colmare l’errore della partecipazione del basso, ma con l’unico risultato di essere bersaglio di troll e di commenti offensivi.

Stereotipi

In un Paese come l’Italia dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, siamo al 69° posto nel Gender Gap, la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne. Secondo dell’Eures, Istituto di Ricerche Economiche e Sociali, in Italia ci sono una vittima di femmicidio ogni due giorni e 7 femmicidi su 10 sono compiuti tra le mura domestiche con un aumento del 14% tra il 2012 e il 2013. Eppure il femminicidio, malgrado sia considerato ormai ampiamente come una violazione dei diritti umani, in Italia è ancora percepito come “meno grave” rispetto ad altri reati sia dall’opinione pubblica che da molte istituzioni, e la volontà di risoluzione non è reale perché anche il Piano antiviolenza appare, così com’è, inadeguato e insufficiente. Secondo una ricerca della onlus WeWorld-Intervita (report “Rosa shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere”), 1 Italiano su 5 è convinto che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza, che denigrare una donna non è una violenza, e per 1 italiano su 3 la violenza domestica è prima di tutto una cosa che deve essere risolta in famiglia. Sottovalutazione, quella della violenza sulle donne, e stereotipi di genere che sono ancora presenti in troppi tribunali italiani dove anche i giudici stentano a riconoscere la violenza all’interno delle mura domestiche scambiandola per semplice “conflittualità” e rivittimizzando la donna che denuncia, colpevolizzandola indirettamente come responsabile della violenza che subisce, grazie al pregiudizio per cui la parola di una donna vale meno di quella di un uomo.

Donne e potere

A oggi, e malgrado la forza del movimento delle donne italiane, lo Stato italiano fatica a recepire completamente i messaggi della società civile che lavora ogni giorno in questi ambiti e che, come riconosciuto da enti internazionali e dall’Onu, è più avanti delle istituzioni stesse e che per questo dovrebbe essere più ascoltata.

Un altro tipo di risultato ha invece avuto l’informazione in cui è aumentata l’attenzione al linguaggio e al trattamento di argomenti che riguardano il femminicidio, anche se siamo ancora lontani dall’obiettivo. Informazione che oscilla tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora parole come raptus o delitto passionale, e chi invece incoraggia una narrazione differente, soprattutto attraverso blog e rubriche dove le giornaliste hanno creato una certa autonomia, parallela all’informazione ufficiale. E questo anche perché nei media, malgrado la presenza femminile nelle redazioni, i ruoli di responsabilità vengono assegnati inequivocabilmente a uomini: un dato fondamentale se si pensa che chi decide cosa mettere in pagina, su una testata, sono i direttori o i capiredattori centrali. Secondo l’Osservatorio di Pavia che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle donne nelle testate italiane occupa posti di comando come direzione, vicedirezione, caporedattore centrale. In politica, anche se abbiamo 7 ministre, a livello regionale e dei comuni in Italia solo il 19,7% dei ruoli elettivi o di nomina sono al femminile, mentre per le posizioni chiave – Quirinale, Province, ministeri, parlamento, Regioni, giunte e consigli comunali – il 79,27% degli incarichi è in mano agli uomini, contro il 19,73% delle donne. Nei consigli regionali su un totale di 1.065 rappresentanti di tutta Italia: 919 sono uomini e 146 sono donne, e le donne presidenti sono solo il 10%. Analizzando la composizione del parlamento, se la percentuale di donne è passata dal 30% sul totale dei deputati e senatori, solo 16% ricopre i ruoli più importanti come capogruppo, presidente di commissione, ufficio di presidenza; mentre nel governo, se si prende in considerazione viceministri e sottosegretari, si arriva al 27% di donne.

E anche se la presenza nei ruoli chiave di donne che portano avanti politiche per le donne non basta (molte ancora cadono nell’omologazione maschile o nell’obbedienza al capo maschio), e anche se rimane la critica femminista a un modello (maschile) che strutturalmente è fallimentare, è anche vero che oggi le donne italiane non vogliono più essere discriminate né messe da parte ma vogliono decidere, e non solo sulle politiche di genere, con gli uomini che finalmente si dovrebbero mettere in ascolto.

Lavoro

In Italia il tasso di occupazione femminile non raggiunge lo standard europeo fissato al 60% e le donne occupate tra i 15 e i 64 anni è del 46,5%, un’occupazione che cala al 38% con l’arrivo di un figlio e arriva al 15,7% in caso di due figli. Donne che con il jobs act (la nuova legge del presidente Renzi sul lavoro) saranno ancora più esposte nel momento in cui avessero la malaugurata idea di procreare e alle quali il presidente ha pensato di regalare 80 euro al mese per qualche anno. Ma risolvere la crisi dei paesi riportando le donne a casa a fare i lavori di cura in un contesto che ha ormai reso quasi inesistente il welfare, è il sogno di molti premier che così risparmierebbero soldi da investire in strutture e toglierebbero di mezzo donne per tirare fuori miracolosamente nuovi posti di lavoro. Una manovra, quella di Renzi sul lavoro, che attraverso i nuovi contratti brevi non darà alcuna garanzia di stabilizzazione e consentirà ai datori di lavoro di non ricorrere alle dimissioni in bianco o indagare sulle intenzioni procreative, perché basterà fare contratti brevi non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravidanza.

Salute

Per quanto riguarda poi il diritto alla salute e all’interruzione di gravidanza volontaria, in Italia la legge 194 subisce attacchi continui e su questo la presenza dei movimenti cattolici è determinante, e mette in pericolo la sua applicazione dato che oltre l’80% dei ginecologi è obiettore di coscienza e le donne respinte dalle strutture che ricorrono all’aborto clandestino con interruzioni illegali sono calcolate dal ministero della Sanità intorno alle ventimila: una cifra che ma che in realtà si aggira sui 40/50 mila. Ma l’autodeterminazione riguarda anche come mettere al mondo un figlio o una figlia nel momento in cui la donna lo decide, e su questo in Italia è finalmente approdato un interessante dibattito che sta crescendo intorno al parto, o meglio all’autodeterminazione su come partorire: un tema che mette in discussione l’apparato di controllo istituzionale degli ospedali sulla donna che partorisce e che, ancora oggi, sottrae a lei il potere decisionale con vere e proprie torture come l’essere legate a letto o il taglio alla vagina.

Conclusione

I temi della libertà di scelta, autodeterminazione, discriminazione in ogni ambito pubblico e privato, pari opportunità sul lavoro, il femminicidio, la rottura degli stereotipi a partire dal linguaggio e dall’educazione, la trasformazione radicale della cultura patriarcale e paternalistica, il confronto con una gestione femminile del potere, la salute riproduttiva, il welfare: rimangono i punti fondamentali del dibattito femminista italiano che se da una parte è riemerso in maniera forte e pubblicamente, dall’altra si sta scontrando con istituzioni che tendono più a contenere che ad ascoltare, ma anche con una rigidità interna del movimento stesso che tende, in questo momento, a individualizzare e a spezzettarsi, perdendo così di vista l’obiettivo principale. Fattori che stanno pericolosamente facendo abbassare il livello di guardia.