Dalla parte delle bambine (2013)

tumblr_mv96a5zBLz1roemz3o1_1280

cliccare sull’immagine

Azione 11/ott/2013  –

Luisa Betti

Giornata Onu Si è appena conclusa la campagna internazionale sullo sfruttamento delle minori

Nella campagna per la Giornata internazionale delle bambine indetta lo scorso anno dall’Onu (11 ottobre), Terre des Hommes ha reso noto che la maggioranza dei 125 milioni di femmine che hanno subito una forma di mutilazione genitale, non aveva ancora compiuto 5 anni. A questo ha aggiunto che oltre 11 milioni di bambine lavorano come domestiche sfruttate in casa d’altri, che 16 milioni diventano madri prima che il loro corpo sia pronto alla maternità, che 68 Paesi nel mondo sono ancora ben lontani dal raggiungere la parità di genere nell’istruzione elementare, e che infine «ogni anno in India si perdono un milione di bambine»: un decremento delle femmine nella fascia 0-6 anni legato all’infanticidio o all’aborto selettivo.

Tiziana Fattori, che dirige Plan Italia per i diritti delle bambine all’istruzione, dice che nell’ultimo report della Ilo (International Labour Organization), tra gli oltre 10 milioni e mezzo di bambini in schiavitù nel mondo, il 71% sono di sesso femminile, e che se al primo posto c’è l’Africa, al secondo c’è appunto l’India, che pur essendo un Paese in crescita, non ha ratificato né la Convenzione dell’Ilo 182 sulle forme pericolose di lavoro minorile, né la 138 sull’età minima, e né ha fatto passare lo scorso anno il Trattato di Abolizione del Lavoro Minorile.

In India ci sono circa 28 milioni di esseri umani tra i 5 e i 14 anni, impiegati come forza lavoro: bambini che non vanno a scuola e sono spesso schiavizzati perché devono ripagare prestiti fatti alle famiglie. Bambini che possono lavorare in miniera, su impalcature di bambù nei cantieri, lavorare i tappeti, nelle fabbriche di mattoni o decorazioni natalizie, mentre le bambine sono spesso reclutate nei lavori domestici – in case dove possono venire anche ridotte in schiavitù lontane dalle loro famiglie – possono essere forzate allo sfruttamento sessuale, o anche impiegate in specifiche attività lavorative: tra queste 1,7 milioni sono bambine schiave dell’industria del tabacco e 450’000 sono in aziende agricole che producono semi di cotone.

Ragazze e bambine che tra i 6 e i 14 anni lavorano circa 10-13 ore al giorno nella produzione di semi di cotone indiani, senza andare a scuola, guadagnando 20 Rupie al giorno (40 centesimi di euro), con costante esposizione a pericolosi pesticidi. Secondo una ricerca dell’Indian Committee of the Nederlands, in tutta l’India queste minori sono inserite in un modello di produzione che non impiega direttamente lavoro minorile, ma lo impone attraverso il subappalto alle fattorie. Le multinazionali – malgrado l’elevato profitto – stabiliscono un prezzo agli agricoltori che gestiscono la produzione di semi di cotone, un prezzo che renderebbe nullo il guadagno se impiegassero adulti con stipendi che sono il 30% in più per una donna e il 55% per un uomo, rispetto a un minore. Come Sandyba, che ha 14 anni, non è mai stata a scuola e ha lavorato 6 anni in una fattoria: «Lavoravo 9 ore al giorno – racconta – e dovevo impollinare i fiori unendo la parte maschile e femminile, in una piantagione dove c’erano 50 bambine, e le lavoratrici più piccole avevano 8 anni».

Spesso è la necessità che spinge i genitori a sottrarre ai figli l’istruzione e le minori vengono impiegate all’interno della casa, sfuggendo così anche alle statistiche. «Se i telai vengono dati alle famiglie ma poi sono le piccole che lavorano – spiega Fattori – i numeri che abbiamo sono discutibili. Se poi andiamo a vedere quello che succede dove le bambine che arrotolano le beedies (le sigarette indiane) non bevono per non andare in bagno, e sono costrette a stare per terra 14 ore per arrotolarne almeno 1000 al giorno, con la nicotina che entra in circolo e un guadagno di 2 euro: ecco, se teniamo conto che questo mercato è milionario, il modello di sfruttamento è disumano».

Raffaele Salinari, presidente di Terre des hommes che lavora da 20 anni sui minori, dice che le piccole indiane, in questi casi, vengono scelte apposta: «Le ragazzine sono impiegate per la loro abilità nell’arrotolare le sigarettine, come i bambini che fanno tappeti riescono a tessere con meno nodi, una lavorazione che dà plusvalore al prodotto».

Per le bambine, un’altra forma di sfruttamento è il lavoro domestico, che in molti casi è schiavitù e sfruttamento sessuale. «Le bambine – continua Salinari – vengono impiegate nelle case a sei, sette anni e sono lasciate lì senza più contatto con la famiglia d’origine. Appena crescono c’è lo stupro, e se si ammalano o rimangono incinte, vengono mandate in strada, abbandonate al loro destino. Per quanto riguarda invece la prostituzione, c’è anche il traffico di piccole portate in vendita al miglior offerente nei villaggi in cui, a causa dell’aborto selettivo, le femmine scarseggiano».

Per Joy Ngozi Ezeilo, special rapporteur dell’Onu sulla tratta di esseri umani, la radice del problema è la domanda: «Le richieste di sfruttamento sessuale, lavoro domestico a basso costo, vendita di organi, matrimoni forzati, attività criminali o accattonaggio, sono fattori sostanziali per il mercato del traffico di esseri umani». Una domanda di beni e servizi particolarmente a buon mercato, che alimenta la richiesta di manodopera a basso costo che spesso coincide con il traffico di minori.

Quando l’umanità violata è una donna asiatica (2011)

cliccare sull'immagine

cliccare sull’immagine

Azione – 22/ago/2011

Luisa Betti

Al punto 9.2 della Carta dei Diritti Umani dell’Asia adottata nel 1998
nella conferenza di Kwangju in Corea del Sud
da più di 200 Ong e attivisti dei diritti umani, si legge: “Il crescente grado di militarizzazione di molte società asiatiche ha portato all’aumento degli atti di violenza contro le donne in situazioni di conflitto armato, incluso lo stupro di massa, il lavoro forzato, il razzismo, i rapimenti e l’allontanamento dalle loro abitazioni. Poiché alle donne vittime dei conflitti armati viene spesso rifiutata la possibilità di ottenere giustizia, la riabilitazione, compensi o indennizzo per i crimini di guerra subiti, è importante sottolineare che lo stupro sistematico è un crimine di guerra nonché un crimine contro l’umanità”. Parole che sottintendono come nella storia dei conflitti asiatici siano tristemente presenti stupri di massa continui, permanenti e istituzionalizzati. A partire dalle “donne di conforto” e dalla tragedia di Nanchino, ovvero dall’invasione della Cina da parte del Giappone nel ‘37, si contano circa 200.000 donne tra cui cinesi, coreane, filippine, indonesiane, tailandesi, vietnamite, malesi e perfino olandesi, che furono brutalizzate, stuprate e rese schiave sessuali dalle truppe nipponiche. “Dodici soldati mi violentarono uno dopo l’altro – descrive una filippina – e dopo mi venne data un’ora di pausa. Poi seguirono altri dodici soldati. Erano tutti allineati fuori dalla stanza aspettando il loro turno. Sanguinavo e provavo così tanto dolore che non mi reggevo in piedi. Il mattino seguente ero troppo debole per alzarmi e non riuscivo a mangiare. Provavo molto dolore e la mia vagina era gonfia. Piangevo e piangevo, chiamando mia madre. Non potevo oppormi ai soldati perché mi avrebbero uccisa. Che altro potevo fare? Ogni giorno, dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera, i soldati si allineavano fuori dalla mia stanza e dalle stanze delle altre sei donne che c’erano. Non avevo neanche il tempo di lavarmi al termine di ogni assalto. Di sera riuscivo solo a chiudere gli occhi e a piangere. Il mio vestito strappato si sarebbe sbriciolato a causa della crosta formata dal seme secco dei soldati. Mi lavavo con acqua calda e pezzi di vestito per essere pulita. Tenevo premuto il vestito sulla mia vagina come un impacco per alleviare quel dolore e il gonfiore”.

Donne costrette a sottoporsi a violenze continue da parte dei soldati e per questo chiamate “donne di conforto”, un incubo che ha avuto inizio con 223 stupri da parte della marina giapponese di stanza a Shanghai già nel ‘32, dove il Luogotenente Okamura inviò la richiesta per un bordello a uso militare, pianificando una prassi che durò per più di 10 anni. “La vita per noi non aveva più senso – racconta una sopravvissuta – e se qualcuna provava a ribellarsi, era la fine. Una sera la più giovane tra noi, che aveva forse 13 anni, cercò di sottrarsi alle attenzioni di un ufficiale giapponese particolarmente violento. Fummo tutte radunate nel cortile, la ragazza che aveva osato opporsi allo stupro venne trascinata per i capelli fin nel centro. Un soldato le staccò la testa di netto con la sciabola. E il suo corpo fu ridotto in tanti piccoli pezzi”. Le ragazze potevano essere decapitate, sepolte vive, bruciate, bastonate, date in pasto ai cani, con sadismo patologico, e il risultato di questo scempio fu che alla fine della Guerra tra i 50 tribunali istituiti in Asia, l’unico a emettere sentenze per “prostituzione forzata” fu quello a Batavia (Jakarta) in Indonesia in quanto neanche il Tribunale di Tokyo riconobbe la colpa degli autori di questo massacro. L’orrore nell’orrore però, fu che questo sistema sopravvisse e dopo la fine della II Guerra Mondiale, le truppe d’occupazione americane tennero in piedi le strutture facendone largo uso. Poi, negli anni ’60, la presenza militare americana nel Sud est Asiatico, in Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Birmania, provocò un sensibile balzo in avanti della prostituzione con aumenti anche di stupri, violenze su minori, maltrattamenti, prestazioni sessuali forzate e violenze di ogni genere: in Thailandia nel ‘50 c’erano 20.000 prostitute che dopo la costruzione delle basi americane diventarono 400.000 soltanto a Bangkok con il 30% di minorenni e con bambine che venivano stuprate e poi inserite nel mercato del sesso. Alla fine della guerra del Vietnam, a Saigon, c’erano circa 500.000 prostitute, mentre in Cambogia, dopo la firma degli accordi di pace quando giunsero 100.000 soldati, le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali, il numero delle prostitute passò da 6.000 a 20.000 nel giro di 2 anni. Gli americani crearono anche la più grande base Usa nella città di Olongapo, a Nord di Manila, che divenne un enorme bordello dove su 200.000 abitanti, 60.000 vennero ridotte a schiave sessuali compresi bambini.

Ora in Asia, ma non ne parla quasi nessuno, l’emergenza è in Birmania dove la guerra, nel Kachin e nello Shan, porta da 40 anni morti, torture e stupri di massa usati come arma per piegare la popolazione. Zau Raw, del Kachin Refugee Committee, parla di “soldati birmani in abiti civili che derubano e assaltano ininterrottamente in Kachin dal 9 giugno del 2011. In queste settimane 18 donne sono state violentate e 4 di loro sono state uccise dopo lo stupro, mentre una donna è stata stuprata davanti a suo marito”.Oggi in Birmania le donne subiscono, nel silenzio dei media internazionali, le conseguenze devastanti del conflitto, soprattutto al Nord, tra l’esercito governativo birmano e le milizie ribelli. Stupri sistematici sono stati denunciati da organizzazioni umanitarie: nel 2002 lo Shan Women’s Action Network ha pubblicato un rapporto, “Licenza di stupro”, che documenta, tra il ‘96 e il 2001, più di 600 rapimenti e assalti sessuali commessi dalle truppe birmane, mentre nel 2007 il rapporto State of Terror, della Karen Women’s Organisation, dava più di 4.000 abusi, rapimenti, assassini, torture in circa 200 villaggi. Qui lo stupro è un’arma di guerra da quando nel 1950 l’esercito birmano iniziò la repressione contro le milizie etniche. Nel giugno 2009 Nay Pay aveva 18 anni, era incinta di 8 mesi, e Naw Wah Lah aveva 17 anni e un bambino di 6 mesi, entrambe venivano dal villaggio di Kwee Law Plo: sono state fermate, violentate e uccise dai soldati birmani. Le donne sono spesso incarcerate e violentate nelle basi militari per mesi: nell’85% dei casi gli ufficiali violentano le ragazze per poi passare le vittime alle truppe per stupri di gruppo o per essere uccise, soffocate, pugnalate o bruciate, con il corpo che spesso è esposto come monito per la comunità. Alcune sopravvissute sono state trovate in stato d’incoscienza: Naang Hla, incinta di 7 mesi, dopo essere stata stuprata è rimasta sola in un rifugio nella giungla con diarrea e perdite di sangue, non riusciva né a camminare né a stare in piedi, e dopo 4 giorni ha partorito in uno stato confusionale; una bambina di 5 anni è stata trovata legata e semicosciente in una pozza di sangue, portata di corsa in ospedale, è stata ricucita per le lesioni gravissime riportate alla vagina lacerata dallo stupro. Le superstiti a questo scempio non hanno alcun sostegno in Birmania e non possono ottenere giustizia, e il fatto più grave è che sono completamente isolate dal resto del mondo in quanto le agenzie internazionali per i diritti umani non hanno accesso in Birmania.

Lo stupro ha echi lontani, è un certo modo di vedere la donna che ha radici difficili da sradicare sia in tempi di pace che in tempi di guerra: se la donna è considerata meno di niente in una società, sarà facile bersaglio nei momenti di tensione. In Nepal la violenza sessuale veniva usata da esercito e polizia come arma di punizione per le donne che si univano all’esercito maoista e spesso gli stupri avvenivano in pubblico. Nel conflitto tra Pakistan e Bangladesh nel ‘71 sono state stuprate circa 200 mila donne e se nessuna di queste ha mai ricevuto giustizia non c’è da stupirsi perché se in Bangladesh la legge sulla violenza sessuale prevede che lo stupro abbia testimoni, in Pakistan la Hodood Ordinance impone che uno stupro sia provato da 4 testimoni maschi e musulmani a carico della vittima la quale, qualora non riesca a provare la violenza, viene accusata di adulterio e va la prigione dove sarà regolarmente stuprata prima di essere lapidata.

“Da sempre lo stupro fa parte dei conflitti, è menzionato nella guerra di Troia e nella Bibbia, e qualcuno potrebbe perfino pensare che sia un danno collaterale. Ma in realtà non è così: lo stupro non è inevitabile”, dice Margotr Wallstrom, rappresentante speciale dell’Onu per le violenze sessuali nei conflitti aggiungendo che “la legislazione internazionale esiste ma il problema è che deve cambiare atteggiamento” in quanto gli stupratori non devono sentire di agire nella più totale impunità.

Un tema, quello della giustizia, riportato anche nel recente rapporto “Progress of the World Women: In Pursuit of Justice” (Il progresso delle donne nel mondo: alla ricerca della giustizia), redatto dalla UN Women, l’agenzia dell’Onu per le donne presieduta da Michelle Bachelet, ex presidente del Cile e ora Executive Director di UN Women, in cui si legge che troppo spesso “i crimini contro le donne non vengono divulgati” e che “milioni di donne nel mondo continuano a subire ingiustizia, violenze e disparità nelle loro case, nel loro posto di lavoro e nella loro vita sociale”, fattori che rendono difficile il superamento reale di una disparità tra uomini e donne.