Le donne del presidente (2012)

donne Obama

 

Azione – 19/nov/2012

Luisa Betti

Pink revolution Protagoniste indiscusse di questa campagna elettorale americana, le donne hanno giocato un ruolo importante nella riconferma di Obama. Prima fra tutte, la first lady Michelle, che ha il potere (vero) di fare la differenza

Avevano detto che una gravidanza è «un dono di Dio» anche se frutto di una violenza, avevano affermato che una donna vittima di stupro non può rimanere incinta, avevano trattato la giovane studentessa Sandra Fluke come una «prostituta» perché aveva sostenuto pubblicamente la campagna per la contraccezione di Obama: e alla fine sono stati sconfitti. Stiamo parlando della campagna elettorale che nell’ultimo anno ha visto fronteggiarsi il repubblicano Mitt Romney e il democratico Barak Obama, oggi riconfermato presidente degli Stati Uniti con le elezioni che si sono svolte lo scorso 6 novembre, e in cui il ruolo delle donne è stato fondamentale.

In particolare la netta sconfitta dei candidati repubblicani nella corsa per il Senato Richard Mourdock nell’Indiana e Todd Akin nel Missouri – due Stati vinti dal repubblicano Mitt Romney nella corsa presidenziale – hanno messo in luce come l’America non abbia gradito le affermazioni in cui Mourdock si era dichiarato contrario all’aborto anche dopo uno stupro perché la nascita di un bimbo è evento «voluto da Dio». Akin da parte sua sosteneva che se una donna viene veramente stuprata secerne un liquido che neutralizza gli spermatozoi da cui non può esserci nessuna gravidanza: affermazioni quanto più gravi perché fatte da William-Todd Akin il quale, come appreso dagli archivi pubblicati da «Post Dispatch», cambiò nome (col suo secondo nome), prima di entrare in politica per non lasciare traccia dei suoi 8 arresti avvenuti per violazione di domicilio e resistenza a pubblico ufficiale presso cliniche in cui le donne potevano interrompere gravidanze indesiderate.

Una w ar against women , quella del GOP, partita per porre un argine alla riforma sanitaria di Obama per poi sfociare in un’ondata devastante contro il corpo delle donne, e che ha dato la possibilità alla campagna democratica di mettere a fuoco diverse gaffe degli avversari proponendo ribattute che hanno funzionato come boomerang dolorosi verso tutti i repubblicani. Dopo un iniziale tentennamento, Obama ha preso le redini di questa guerra non solo difendendo i diritti delle americane ma anche rendendole protagoniste della sua campagna perché si è reso conto che se voleva vincere davvero, non poteva farne a meno. Durante la chiusura in Ohio, il presidente ha incontrato i suoi fan a Cleveland e ai piedi dell’Air Force One ha detto chiaro e tondo alle sue elettrici: «Voi non volete che un gruppo di politici a Washington, per la maggior parte uomini, prendano decisioni sulla salute delle donne. Le donne possono prendere da sole le proprie decisioni. È questo che io chiedo e che continuerò a fare come presidente degli Stati Uniti».

Ma Obama ha avuto il voto del 55% delle donne – di cui il 68% nubili – non solo perché ha difeso pubblicamente i loro diritti contro l’affronto del GOP, ma anche perché ha capito in tempo il ruolo delle americane nella società e quanto il loro rapporto con il potere si stia rapidamente trasformando. Ha capito che le donne non hanno solo il polso della situazione tra tasse, bollette, e spese domestiche, ma rappresentano il blocco demografico elettorale più ampio e consapevole.

Per capire come le cose siano cambiate basta leggere l’indagine del Pew Research Center in cui si dice che per il 66% delle americane, tra i 18 e i 34 anni, avere successo in una professione ben pagata è «una delle cose più importanti della vita», con una percentuale al femminile che per la prima volta supera quella maschile (59%, nella stessa fascia di età), e con un trend che ha avuto una crescita costante in questi ultimi 15 anni (si partiva dal 26% delle donne). Una realtà confermata dalla stessa Hillary Clinton che alla conferenza di Lima aveva detto chiaramente che «le donne sono il motore dell’economia mondiale e le restrizioni che colpiscono le donne ci stanno togliendo alti dati di crescita ed entrate in tutte le regioni del mondo».

La vera cartina di tornasole di questo cambiamento, che vede le donne pretendere il comando nella stanza dei bottoni, sono state le elette durante queste votazioni in Usa: sono loro che hanno trascinato le folle nei comizi, convinto le altre donne a votare per Obama e persuaso queste stesse a far votare democratico anche mariti, fidanzati, fratelli, zii, cugini, papà.

Ma vediamo chi sono queste donne. Tammy Baldwin, eletta nel Wisconsin, è la prima lesbica che diventa senatrice battendo l’ex governatore repubblicano Tommy Thompson con argomenti riguardanti più l’economia e l’occupazione che non l’orientamento sessuale (tanto più che il Wisconsin ha bandito le nozze gay sei anni fa). Elizabeth Warren, avvocata e prof. ad Harvard, che non solo è la prima donna eletta al Senato nel Massachusetts ma è la democratica che ha riconquistato il seggio di Ted Kennedy occupato dal repubblicano Scott Brown. Tammy Duckworth, eletta nell’Illinois, ex pilota di elicotteri che ha perso le gambe durante la guerra in Iraq nel 2004, e che entrerà al Senato camminando grazie a due protesi in titanio. Tulsi Gabbard, che sarà la prima indù al Congresso, e Mazie Hirono, prima donna dell’Aloha State, prima buddista, e primo caso di emigrata giapponese che entra nel Senato americano.

A loro si aggiungono, oltre a Claire McCaskill che ha sconfitto Akin, altre lady come Maria Cantwell (Washington), Dianne Feinstein (California), Kirsten Gillibrand (NY), Amy Klobuchar (Minnesota) e Debbie Stabenow (Michigan), nonché la cinquina rosa del New Hampshire che è diventato il primo Stato degli Usa rappresentato soltanto da donne con Maggie Hassan, eletta governatrice democratica, e Carol Shea-Porter e Ann McLane Kuster, democratiche elette alla Camera, mentre al Senato sono già in carica la repubblicana Kelly Ayotte, e la democratica Jeanne Shaheen.

Il risultato finale sarà che al 113.mo Congresso, tra democratiche e repubblicane, siederanno 20 senatrici, mentre tra i 435 membri della Camera dei rappresentanti ci saranno almeno 77 donne (l’attuale primato sono 73).

Tra le nuove Congresswomen ci saranno quindi donne che hanno esperienza militare di combattimento, Tulsi Gabbard e Tammy Duckworth, e due donne con età inferiore ai 40 anni, Gabbard e Grace Meng. E come afferma Susan J. Carroll, studiosa presso «Rutgers» (Center for American Women and Politics, University of New Jersey) molte di queste non sono donne qualsiasi ma democratiche convinte che svolgeranno «un ruolo enorme nel passaggio alla parità».

La lista Emily – organizzazione che recluta donne democratiche da eleggere al Congresso – ha fatto sapere che «queste elezioni hanno fatto emergere con chiarezza la scelta tra quelli che vogliono andare avanti e quelli che vorrebbero tornare indietro negando alle donne la parità di retribuzione e accesso ai servizi sanitari e controllo delle nascite». Una pink revolution che Patty Murray, arrivata al Senato nel ’92, riassume dicendo che quando lei è entrata non esisteva un bagno per le donne vicino alla camera del Senato, tanto che «hanno dovuto costruirne uno quando sei di noi sono arrivate nel ’93».

Ma il vero asso nella manica della campagna «in rosa» è stata Michelle Obama, la donna che davanti a una folla impazzita e in collegamento con milioni di spettatori, si è sentita rivolgere dal marito, appena rieletto presidente degli Stati Uniti, parole che danno un’idea della sua statura: «Michelle, non ti ho amata mai così tanto – ha detto Obama – e sono fiero di guardare il resto dell’America innamorarsi di te come first lady di questa Nazione». Lei, l’onnipresente e inossidabile lady, ha galvanizzato e scosso folle di uomini e donne nell’indicare non solo il marito come candidato – e anche uomo ideale – ma nel sostenere la continuità di un progetto politico non ancora terminato. Ha riciclato il vestito bordeaux sul palco del McCormick Center di Chicago, dando il messaggio che niente è scontato e che una vera donna non prepara l’abito da sera quando in ballo c’è il futuro di un Paese; ha parlato dritto al cuore alla Convenzione democratica di Charlotte appellandosi con un mum in chief , che ha indicato chiaramente a tutte le americane chi è che comanda in una casa; ed è regolarmente apparsa in tv a «The Tonight Show» con Jay Leno e a «The Ellen DeGeneres Show», prendendo anche parte nella serie «Iron Chef» con ingredienti del suo orto biologico alla Casa Bianca, perché sa che uno dei più grossi problemi negli Stati Uniti è proprio l’obesità, soprattutto dei bambini. Di lei, Hilary Estey McLoughlin – presidente della società che produce «The Ellen DeGeneres» – aveva detto: «Personalmente mi piacerebbe vederla alla Casa Bianca ma se Obama non fosse rieletto vorrei Michelle in uno show televisivo». Paragonata a Oprah Winfrey, la regina della tv americana, per la sua forza empatica e per la capacità di saper dire cose difficili in maniera semplice, Michelle ha il potere di fare la differenza per tutte le donne: sia per chi lavora che per chi non lavora, sia per le casalinghe che per le donne in carriera. Figlia di schiavi e identificata nel 2008 come una first lady troppo rude e troppo a sinistra, lei è riuscita a trasformare la sua immagine in qualcosa di più familiare senza compromettere la sua forza e la sua idea di un Paese che deve andare «avanti».

Oggi, dopo l’elezione di Obama, molti sostengono che gli Usa siano pronti per un presidente-donna e gira voce che la stessa Hillary Clinton lasci il suo incarico per preparasi alla corsa per le presidenziali del 2016. A lei potrebbe aggiungersi Condoleezza Rice, protagonista alla Convention repubblicana di Tampa, ma anche la neo eletta Elizabeth Warren. Ma la vera sorpresa sarà Michelle Obama: se non domani, sarà dopodomani.

Fino al ’92 non esisteva un bagno femminile vicino alla camera del Senato perché non c’erano donne. Oggi le congresswomen sono quasi un centianio

2012, attacco al corpo delle donne (2012)

IL MANIFESTO, GENERI – SOCIALE, POLITICA, CULTURA – 20.05.2012 –

Luisa Betti

La politica per le donne è costosa e pericolosa, e l’ideologia reazionaria che mette al primo posto “dio, patria e famiglia” è il primo baluardo di questa battaglia
Succede ovunque e non riguarda soltanto il diritto alla salute o la violenza ma tutto ciò che ruota intorno al corpo delle donne: perché il controllo del corpo femminile è una questione di potere. Cosa si gioca su un corpo che è in grado di decidere se, come e quando, mettere al mondo un essere umano? Se, come e quando, dire di no a un uomo? Se, come e quando rifiutare di svolgere lavoro gratuito in famiglia o di essere sottopagate in un’azienda? Di farsi chiamare direttora, procuratora, ministra stravolgendo un dizionario e miliardi di libri che supportano un linguaggio falsamente neutro? Forse sembra ancora troppo rivoluzionario che le donne decidano come stare al mondo e con quale corpo (grasso, magro, alto, basso) e troppo costoso per gli uomini dividere questo potere.
Le crociate “antifemministe” di tutto il mondo oggi partono dalla paura di mettere in discussione questo potere e la negazione al diritto ad abitare un corpo fuori dagli stereotipi imposti da regole maschili, ha scatenato una guerra dove la posta in gioco rimane la discriminazione di genere: a casa, a scuola, sul lavoro, nei tribunali, da parte dello Stato, in ospedale, nella comunità, dentro la Costituzione, ovunque.
Un po’ di mesi fa la giornalista britannica Laurie Penny, su NewStatesman – a proposito dei Repubblicani americani in corsa per le primarie – ha parlato di “assalto in piena regola alla libertà sessuale e riproduttiva delle donne”, e di come “curiosamente, i conservatori britannici che attaccano il diritto all’aborto e alla contraccezione usano gli stessi argomenti”, in quanto se “possiamo scegliere se e quanti figli vogliamo avere e quando averli, possiamo essere sessualmente attive senza timore di una gravidanza, e possiamo essere presenti, in teoria, in ogni ambito della vita pubblica e professionale. Possiamo avere, cioè, tutti i vantaggi di cui gli uomini hanno sempre goduto per puri motivi biologici”. Un attacco che non è semplice “guerra culturale” ma una vera  “controrivoluzione sessuale” che dalla Gran Bretagna si estende negli Stati Uniti ma che, a ben vedere, si gioca anche su molte donne in Europa, in America e nel mondo, anche se con forme diverse e in maniera magistralmente trasversale.
In Italia, di fronte al tragico aumento degli omicidi di genere, alcune giornaliste hanno provato un certo fastidio a usare la parola femmicidio o femminicidio in quanto termini evocativi di una donna ridotta a corpo – e quindi femmina – mentre invece è proprio causa e obiettivo in una escalation dove la volontà di possesso può arrivare fino alla cancellazione fisica della donna. L’aumento della violenza domestica (circa l’80% della violenza di genere), che è strettamente collegata ai femmicidi  – per la maggior parte eseguiti da ex partner o mariti – ha messo il dito sulla piaga “famiglia” che è un terreno privilegiato in cui si gioca il controllo del corpo della donna: la sua vita e la sua morte, il suo sostentamento, ma anche la sua capacità riproduttiva che va seguita in maniera capillare, a costo di una mortificazione sia fisica che mentale della donna.
La destra italiana, che la scorsa domenica ha sfilato in piazza a Roma con un sindaco (Gianni Alemanno) che indossava la fascia tricolore contro la legge 194 sull’interruzione di gravidanza approvata nel 1978 con referendum popolare, ha pubblicamente rimesso in piedi, sul corpo delle donne, il patto d’acciaio della cultura reazionaria e l’aggressivo machismo del fascismo italiano. Tra i manifestanti c’erano ecclesiastici, a partire dai cardinali Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, e Angelo Bagnasco, presidente della Cei, alcuni politici come Maurizio Gasparri (Pdl) e Paola Binetti (Opus Dei), e partiti d’estrema destra razzisti, antisemiti, omofobi come il movimento Militia Christi e Forza Nuova. E anche se in Italia il tasso di aborti è tra i più bassi d’Europa, quello che non va giù della 194 sono l’art. 4 – che riconosce il diritto di interruzione volontaria della gravidanza per ragioni economiche, morali e sociali nei primi 90 giorni – e l’art. 5 – che attribuisce alla donna, anche se coniugata, il diritto di assumere la decisione abortiva senza coinvolgere il partner – cioè l’indipendenza della decisione della donna.
In Italia però la legge 194 non si tocca, e da tempo sono le Regioni amministrate dalle destre che cercano di guadagnare terreno “rosicchiando” la legge. In Lombardia la Giunta di Formigoni ha finanziato il Fondo Nasko che dà alle donne che decidono di non abortire un contributo di 250 euro mensili per un anno e mezzo; mentre in Liguria a fine aprile il Consiglio regionale ha discusso una mozione, promossa dal Capogruppo del Pdl Matteo Rosso, che cercava di copiare il modello lombardo e lo stesso è successo tempo fa in Piemonte. Nel Lazio è stato proposto un cimitero per feti ma la battaglia parte dal tentativo, intrapreso dalla consigliera Olimpia Tarzia, di spazzare via i consultori sul territorio che, secondo la legge 405 del 1975, hanno un ruolo centrale nell’ambito dell’interruzione volontaria della gravidanza e nell’assistenza alla contraccezione per donne e ragazze che ne fanno richiesta, tutto a spese del Sistema sanitario nazionale. Contro la legge di Olimpia Tarzia – che è anche Presidente Nazionale del Movimento per Politica Etica Responsabilità e che era in prima fila alla Marcia per la vita con Alemanno – le donne italiane si sono mobilitate con un’Assemblea Permanente che ha bloccato il tentativo di sostituire i consultori con dei centri improntati alla difesa della famiglia, al controllo delle interruzioni di gravidanza, per la tutela della nascita al di là della donna, e con la partecipazione di organizzazioni private.
Ma la posta in gioco è tale che la consigliera Tarzia ha cercato di aggirare l’ostacolo portando i punti centrali della sua proposta in due emendamenti alla legge dell’Assessore Aldo Forte sul “Sistema integrato degli interventi, dei servizi e delle prestazioni sociali per la persona e la famiglia nella Regione Lazio” in discussione alla Regione. “La difesa della vita – ha detto Tarzia – è una battaglia di civiltà, il diritto alla vita non ha e non deve avere un colore, né religioso né politico, è il primo dei diritti umani”, cavalcando così un cavallo (i diritti umani) che non è il suo, e calpestando il diritto della donna, che è un essere umano già nato.
Il concetto, su scala diversa, richiama quello che succede altrove. Negli Stati Uniti, dove il candidato repubblicano alle presidenziali 2012, Mitt Romney, vuole eliminare i fondi federali della Planned Parenthood (organizzazione che fornisce assistenza medica e aborto a basso costo a 5 milioni di donne), il senatore Josh Mandel in Ohio ha proposto la Heartbeat Bill che vieterebbe l’interruzione di gravidanza anche per stupro, incesto e pericolo per la madre, nel caso si intercettasse il battito cardiaco del feto a poche settimane dal concepimento. In Texas i dottori devono fare un’ecografia prima di interrompere la gravidanza e se la paziente si rifiuta di guardare le immagini, il medico deve descrivere ciò che vede; mentre in New Hampshire una legge prevede che i medici distribuiscano 24 ore prima dell’interruzione di gravidanza, “materiale informativo” in cui si mette in relazione l’aborto con il cancro al seno. In Svizzera una proposta di un comitato interpartitico antiabortista, vorrebbe sopprimere il rimborso delle interruzioni di gravidanza da parte dell’assicurazione sanitaria modificando l’attuale norma approvata nella votazione popolare nel 2002, mentre in Francia Nathalia Bajos, ricercatrice all’ISERM, sostiene che il contesto sociale e giuridico francese mette la donna in una situazione in cui il diritto a interrompere una gravidanza esige il riconoscimento di non aver saputo gestire la propria vita sessuale: una sorta di colpevolezza su un qualcosa che riguarda la vita privata.
La verità è che l’aborto, indotto o spontaneo, fa parte della vita di una donna e le restrizioni e la colpevolizzazione, così come il pensare che il problema sia esclusivamente legato a un fatto economico, oltre a non riconoscere il diritto delle donne a decidere su se stesse, hanno un’azione contraria che favorisce gli aborti, soprattutto quelli clandestini che mettono a repentaglio la vita delle donne. Secondo un recente rapporto dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) circa 16 milioni di adolescenti, di cui 2 milioni sono sotto i 15 anni, partoriscono ogni anno nel mondo, ma altre 3 milioni rischiano la vita con aborti illegali. Le stesse Nazioni Unite a fine aprile – Commissione su popolazione e sviluppo – hanno adottato una Risoluzione riguardante la salute sessuale e riproduttiva, in cui, tra le altre cose, si ribadisce il diritto delle giovani a decidere sulle questioni relative alla sessualità, rafforzando l’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva, compreso quello all’interruzione volontaria di gravidanza che deve avvenire in condizioni di sicurezza, garanzia di riservatezza e rispetto senza alcuna discriminazione o tentativi di coercizione.
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Lancet e presentato a gennaio a Londra, la metà degli aborti nel mondo non avvengono in condizioni di sicurezza e di questi il 98% avviene in paesi dove le leggi sull’aborto sono restrittive. Gilda Sedgh, tra le autrici dello studio e ricercatrice senior presso il Guttmacher Institute (NY, USA), dice che “stiamo vedendo una quota crescente di aborti nei paesi in via di sviluppo, dove queste procedure si svolgono spesso in modo clandestino e pericoloso”. Dal 2003 gli aborti sono calati di 600.000 unità nei paesi sviluppati, ma sono aumentati di 2,8 milioni nei paesi emergenti, e se nel 2008 ci sono stati 6 milioni di aborti nei paesi ricchi, nei paesi emergenti ce ne sono stati 38 milioni. Secondo lo studio l’Europa occidentale, il Sud Africa (dove il 90% delle donne è tutelato dalla South Africa’s liberal abortion law del 1997) e il Nord Europa hanno il più basso tasso di aborti nel mondo – rispettivamente 12, 15 e 17 per 1.000 donne in età fertile –  mentre l’America Latina e l’Africa, dove la legislazione sull’aborto è restrittiva, il tasso di abortività è rispettivamente al 32 e al 29. Dati che dovrebbero indurre a facilitare l’accesso all’interruzione di gravidanza esportandone il modello dove non c’è, e non a chiedere restrizioni dove esiste una legge. Come ha sottolineato Richard Horton, direttore di Lancet, “Condannare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto, non serve: si tratta di strategie crudeli e fallimentari”, perché dove l’aborto è consentito, la salute della donne è tutelata, mentre dove le leggi lo vietano, la donna mette in pericolo la vita affrontando un aborto clandestino.
A fronte di ciò le strutture sanitarie di tutela della salute della donna sono fondamentali, perché l’82% delle gravidanze indesiderate si verifica in donne che non riescono ad accedere a servizi di pianificazione familiare, e anche quando una donna interrompe una gravidanza la struttura in cui ha fatto l’intervento propone subito un percorso di contraccezione.
In Medio Oriente e in altre parti del mondo esiste il delitto d’onore e il matrimonio forzato, in Indonesia la maggior parte delle donne non accede ai servizi sanitari, in America Centrale e in Messico il numero dei femmicidi è altissimo, in altri paesi dell’America Latina c’è un’assenza totale della parità riproduttiva e in Nicaragua è stato reintrodotto il divieto di interrompere la gravidanza anche in caso di pericolo di vita della madre o di stupro anche se minorenne (Amnesty International). E se il governo afghano di Karzai l’8 marzo ha fatto passare il “codice di comportamento delle donne” con restrizioni che riportano le afghane all’oscurantismo talebano, non c’è da stupirsi perché in Georgia il deputato repubblicano Bobby Franklin vuole sostituire il termine “vittima” con il termine “accusa” nei reati di stupro, stalking e violenza domestica, e nella civilissima Danimarca esiste una legge che prevede che “se lo stupratore sposa o prosegue la relazione matrimoniale o l’unione viene registrata con la vittima dopo lo stupro, la pena viene ridotta o condonata”. In Europa la violenza contro donne e ragazze continua a dilagare tra le mura di casa indipendentemente dall’età e dal gruppo sociale d’appartenenza, e pochi giorni fa la Camera degli Stati Uniti a maggioranza repubblicana ha approvato una legge redatta dal Gop sulla violenza domestica che esclude immigrate, native americane e omosessuali.
L’assalto alle donne ha ormai assunto forme brutali, perché la politica per le donne è costosa e pericolosa, e l’ideologia reazionaria che mette al primo posto “dio, la famiglia e la patria” è il primo baluardo di questa ingiusta battaglia che esclude, manipola, schiaccia e uccide più della metà della popolazione mondiale. In materia di diritto di famiglia, istruzione, eredità, salute, le donne sono ancora tagliate fuori in gran parte del mondo e dove esistono questi diritti la tendenza è di spazzare via quello che le donne hanno conquistato fino a oggi. Ma l’incoraggiamento arriva ancora una volta da Laurie Penny che l’8 marzo ha scritto sull’Indipendent: “Basta con discorsi e frasi di circostanza. Per le donne è il tempo dell’audacia, dell’azione e dei grandi sogni”.

Sulle donne la violenza della giustizia (2012)

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Azione – 29-10-2012 –

Luisa Betti

Rapporto Amnesty International accusa il governo della Colombia di non aver fatto concreti passi avanti per portare di fronte alla giustizia i responsabili dei crimini sessuali legati al conflitto armato.

A Oslo il 17 ottobre sono iniziati i colloqui di pace tra governo colombiano e Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), che dopo mezzo secolo di conflitto armato interno cominciano a confrontarsi su una tragedia che ha devastato la popolazione provocando migliaia di morti e 4 milioni di sfollati. Su questi colloqui Human Rights Watch ha fatto notare che la chiave delle atrocità in Colombia è stata soprattutto «l’impunità dilagante per le atrocità» che ha consentito violazioni e favorito violenze commesse da guerriglieri, paramilitari, e militari. Una tragedia che la Corte Penale Internazionale (ICC) sta monitorando per poter aprire un’indagine sulle intenzioni della Colombia a voler perseguire effettivamente i crimini contro l’umanità.

Un conflitto, quello colombiano, che solo nel 2011 ha provocato 259’000 profughi, 305 civili rapiti, l’assassinio di 111 nativi, 45 difensori dei diritti umani e 29 sindacalisti, 38 esecuzioni extragiudiziali eseguite da forze di sicurezza, ma soprattutto 22’597 casi di stupro: quest’ultima cifra mostra come la violenza sessuale sia considerata un’arma di guerra da parte di tutte le parti in conflitto.

Susan Lee, direttrice del programma Americhe di Amnesty International, dichiara che «in Colombia, le donne e le ragazze sono spesso trattate come trofei di guerra, e vengono stuprate, o sono soggette ad altre violenze, da tutte le parti in conflitto per essere ridotte al silenzio ed essere punite. Da quando il presidente Santos è entrato in carica nel 2010, il governo ha preso impegni pubblici per affrontare la crisi dei diritti umani, ma si fanno ancora attendere concreti passi avanti per assicurare alla giustizia i responsabili di violazioni dei diritti umani, come la violenza sessuale contro le donne».

Nel rapporto diffuso il 4 ottobre da Amnesty International, Colombia: Hidden from justice. Impunity for conflict-related sexual violence (Al riparo dalla giustizia. Impunità per la violenza sessuale collegata al conflitto), il governo della Colombia viene direttamente chiamato in causa per non aver fatto veri passi avanti per giudicare i responsabili dei crimini sessuali e per aver agevolato l’impunità davanti a un fenomeno non denunciato da molte donne che raramente ottengono giustizia.

«Non indagando efficacemente sulla violenza sessuale, il governo colombiano sta dicendo ai responsabili che possono continuare a compiere stupri senza timore di conseguenze – ha precisato Marcelo Pollack, ricercatore di Amnesty International sulla Colombia – perché il problema della Colombia non è la mancanza di leggi, risoluzioni, decreti, protocolli e direttive relativamente buoni, in quanto quello che manca è la loro attuazione reale e coerente in tutto il paese».

Per Amnesty il fatto che lo stupro sia uno strumento di guerra è dimostrato dal fatto che viene usato contro le donne «per seminare il terrore tra le comunità, spingere alla fuga, vendicarsi contro il nemico, esercitare il controllo sui diritti sessuali e riproduttivi delle combattenti e sfruttare donne e ragazze come schiave del sesso». Malgrado ciò gli ostacoli alla giustizia sono enormi: mancanza di sicurezza per le sopravvissute allo stupro e per chi è coinvolta nel procedimento legale, discriminazione e stigma da parte dei funzionari giudiziari, impunità, mancanza di fondi.

Una donna, nel nord-ovest della Colombia, ha deciso di denunciare nel 2007 lo stupro del figlio da parte di un paramilitare, e rifiutandosi di ritirare la denuncia per le pressioni dei paramilitari, è stata costretta a guardare mentre mutilavano alcune loro vittime: dopo pochi mesi è stata rapita e stuprata da otto paramilitari per cui è rimasta incinta, e scoperta dal comandante, è stata picchiata ferocemente e ha perso il bambino.

A maggio la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Margot Wallström, ha ascoltato le colombiane: «Abbiamo incontrato vittime di reati di violenza e dopo aver ascoltato le storie è chiaro che la questione della violenza sessuale è il lato oscuro della Colombia. È inaccettabile non aiutare la Colombia a raggiungere la pace. Le donne continuano a temere per la loro vita. I loro figli sono vittime di abusi e a rischio. Nella maggior parte dei racconti, gli autori sono gruppi paramilitari o armati. Ma quando queste donne cercano aiuto nelle forze di sicurezza, non si sentono rispettate, ascoltate, e non ricevono la protezione di cui hanno bisogno».

Alcuni parlamentari, Iván Cepeda e Angela María Robledo, hanno presentato una proposta di legge per combattere l’impunità, un testo che se approvato, modificherà il codice penale definendo la violenza sessuale in un conflitto armato come uno specifico reato in linea con gli standard internazionali. A remare contro però c’è la legge «quadro legale per la pace», approvata dal Congresso a giugno e firmata da Santos, che consente amnistia agli autori di violazioni dei diritti umani.

Ma un caso di giustizia è stato registrato anche qui. Circa un mese fa un tribunale ha condannato il sottotenente Raúl Muñoz Linares a 60 anni di carcere, per aver stuprato e ucciso nel 2010 una ragazza di 14 anni (Jenni Torres), assassinato i due fratellini di lei (Jimi e Jefferson, di nove e sei anni), e stuprato un’altra minorenne: dopo la denuncia della scomparsa, l’esercito si rifiutò di collaborare alle ricerche, e quando furono rinvenuti i corpi, le autorità locali rifiutarono di recuperarli e consegnarli alla famiglia.

Ancora troppa violenza contro le donne (2011)

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Azione – 21 novembre 2011 –

Luisa Betti

Intervista a Margarita Guillé Tamayo Coordinatrice del Comitato del GNWS (Global Network of Women’s Shelters), la rete mondiale dei centri antiviolenza e dei rifugi per donne che vogliono uscire dalla violenza.  

Sfogliando il volume del Rapporto di Amnesty International 2011, c’è un primato che spetta alle donne: per la quasi totalità dei paesi citati si fa riferimento a diritti negati, lesione dei diritti sessuali, discriminazioni, maltrattamenti, violenza fisica e sessuale. Un primato che permane malgrado dal ’99 si celebri il 25 novembre come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: una data con cui le Nazioni Unite, con la risoluzione 54/134, invita ogni anno i governi, le organizzazioni internazionali, le Ong a concentrare la loro attività per combattere la violenza di genere. Ma a che punto siamo? I centri antiviolenza provenienti da tutto mondo hanno illustrato dati poco rassicuranti alla XIII Conferenza Internazionale contro la violenza di genere che si è svolta a Roma lo scorso ottobre, dimostrando ancora gravi deficit, sia culturali che legislativi, che in materia di accoglienza per le donne che subiscono violenza esprime una realtà molto al di sotto degli standard in quanto, nella civilissima Europa, mancano ancora all’appello quasi 30.000 posti letto per essere in regola con le direttive del Consiglio d’Europa.

Ultimamente UNWomen – dice Margarita Guillé Tamayo Coordinatrice del Comitato del GNWS – ha pubblicato un report sulla violenza a livello globale dove si stima che una donna su tre vive una forma di violenza di genere nel mondo: un dato che dimostra come la violenza contro le donne sia molto più grave di quello che si pensa, e soprattutto nei paesi dove non c’è uno Stato di Diritto consolidato e dove la qualità della democrazia è vulnerabile”.

Margarita Guillé, giornalista e psicologa messicana, ha scelto di mettere la sua vita al servizio delle donne quando, mentre conduceva il suo programma radiofonico, una donna disperata che aveva perso il suo bambino per i calci e le percosse del marito, fece la telecronaca in diretta dell’assalto dell’uomo mentre sfondava la porta di casa per aggradirla nuovamente. In seguito è stata lei a far nascere il Global Network of Women’s Shelters che riunisce tutti i Centri antiviolenza dei 5 continenti e comprende la Rete Wave (Women against Violence Europe) che coordina 4.000 centri in 47 paesi, e anche l’Italia, con l’Associazione Nazionale D.i.Re, presieduta da Titti Carrano, che ha al suo attivo 58 centri su tutto il territorio.

Nel 2008 eroinCanada – continua Guillé – perilGlobalmeetingdeiCentri antiviolenza.All’epocadirigevoilNationalNetworkofWomen’sShelterdelMessicoevedendotanteleader intorno a me, pensaicheavremmodovutocostruireilNetworkmondiale per avere uno scambio costante con tutte le realtà che si occupavano della violenza sulle donne.Il giorno dopo,leleader delle Rete di 17 paesi s’incontrarono all’HotelMarriott, e da quella riunione partì la Rete Globale. Il primomeeting l’abbiamo organizzato l’annodopoaOttawa, poi, nel 2010,aNewYork.

Margarita Guillé, cosa fa di preciso il GNWS?

Porta avanti l’idea diunmondodoveledonneeibambinivivanoliberidallaviolenzaeilsuoscopoèdiunirei Centri antiviolenzaa livello internazionale, condividendostrategieeapprocci,difendendoleleaderarischioneipropripaesi, costruendo lobbyingnegliorganismiinternazionali,inchiesteeraccoltadatinelmondo.

Avete un quadro a livello internazionale?

Prima di tutto precisereiilconcettodiviolenza che ormai stacambiando ed è molto più esteso di prima. Non si parla più solo di violenza sessuale contro le donne, ma diunfenomenochetoccatuttenoiindiversimodi e indiversefasidellavita, dalla violenza psicologica a quella economica, echepuòessereoperadidiversi“agenti” come la famiglia, ma anche l’autorità, le istituzioni, la scuola, il lavoro.E alla base diogniviolenzadigenerec’è comunqueladiscriminazione, che può essere annientata solo conunarealeuguaglianzatradonneeuomini sia nellasferaprivatacheinquellapubblica, con unbilanciamentodipotereinpoliticaeaiverticidelleaziende.

A fronte di questi auspici, c’è un aumento globale degli omicidi contro le donne.

Oggic’èunamaggioreconsapevolezza e attenzione sul fenomeno,percuila morteviolentadi unadonna, o la sua scomparsa, viene osservata percapiresevadaclassificatacomeundelitto di genere.Nel corso degli anni molti paesi, non tutti, hannosviluppatoleggicheconsideranoilfemminicidiouncrimineestiamo cercando di renderegli Statiresponsabilidiquestasituazione per combattere il fenomeno.Quello però chemostrailnumerocrescentedifemminicidi,ècheledonnesonoancoraarischioecheigovernidelmondodevonocreareefficaciprocedurepolitichepersalvarelavitadelledonne.Ma, come dicevo prima, se anche igoverni“democratici”restanoconun’ideapatriarcaledelpotere, è normale che le misureperproteggereledonne nonverrannomaimessein atto.

Anche la tratta di donne e minori costrette alla prostituzione con stupri e violenze inaudite, sono una dimostrazione della discriminazione di genere?

Lemigrazionisonostateunfattorediaumentodelrischio di abuso perledonne,maoltre a questo bisogna mettere in conto iltrattamentocheigoverniriservanoachi non ha unostatuslegaleoidocumentiinregola, anche se sta scappando da una guerra o dalla fame, che nel caso delle donne diventa una discriminazione doppia, eilrischiodisubireoaccettareviolenzeperviadell’impossibilitàdichiedereaiutoin un contesto già ostile, è enorme.Lo standardchemoltigoverni hanno, cioèlacorruzioneel’inefficienzasullimmigrazione,contribuiscepoi a favorirelebandeditrafficanti del sesso.Credocheledonnechevivonoinpovertà,ignoranza,incontestiviolenti neiloropaesi,abbianodirittoa cercaremiglioricondizionima i rischi oggi sono altissimi sempre.

E chi aiuta rischia?

C’è stato un caso che mi ha fatto capire anche quanto sia rischioso. Una donna, sposata con un uomo che lavorava con la polizia per fare il “lavoro sporco”, era stata testimone di molti crimini e lei stessa aveva subito una mutilazione che il marito le aveva inferto per mostrarle come lei fosse di sua proprietà. Era terrorizzata e quando capì che l’avrebbe uccisa, lo denunciò. La polizia era divisa tra agenti onesti e quelli corrotti che avevano rapporti con l’uomo, e la donna, rimasta in mezzo a questa guerra, ci chiese aiuto. Io cercai di coordinarmi con un rifugio di una città vicina per metterla in salvo. Lei era nascosta a casa dei genitori, ma riceveva continuamente minacce di morte. Riuscimmo a farla partire in auto insieme a persone sicure, spedendo la sua famiglia in due città diverse, ma fu necessario adottare misure speciali con una forte mobilitazione di personale.

Lei ha fatto un’inchiesta su Ciudad Jarez, la città messicana tristemente nota per il numero di femminicidi.

Ciudad Juarez è stata l’anticipazione dell’inferno che oggi viviamo in Messico: una città sul confine con gli Usa che proliferò negli anni ’80 con fabbrichette e laboratori messi su da compagnie straniere. La gente veniva dall’America Centrale per lavorare o per attraversare la frontiera con gli Usa, gente senza radici in una città nel deserto, priva di reti sociali e dove in poco tempo si consolidò traffico d’armi, droga, auto rubate, con l’insediarsi di bande su tutto il territorio. Alcune donne immigrate cominciarono a lavorare come prostitute in bar chiamati Cantinas, dove però nessuno che le conosceva abbastanza per accorgersi della loro scomparsa o addirittura per riconoscerne cadaveri in caso di morte. Le uccisioni di donne in quanto tali, cioè i femminicidi, iniziarono a essere documentati dal ‘93 da Esther Chavez Cano, che notò una strana sistematicità: le donne venivano ammazzate e i loro corpi abbandonati nel deserto dove svanivano le tracce per individuare gli autori del crimine. Le sparizioni di donne erano quotidiane: gli uomini non consideravano le donne come persone, usavano i loro corpi e le uccidevano gettandole via. Si scoprì che molte restavano prigioniere per mesi, sottoposte a sistematici stupri. Una volta 8 corpi tutti insieme furono trovati in una strada. A un certo punto capimmo che un certo numero di delitti erano legati a violenza domestica: grazie all’impunità diffusa, i mariti violenti uccidevano le mogli imitando le modalità dei killer per non essere individuati. Ma in Messico ci sono altri luoghi dove ormai le uccisioni di donne sono anche più numerose rispetto a Ciudad Juarez e nessuno lo sa.

Il GNWS ha una mappa della violenza sulle donne nel mondo?

Icriminicontroledonnepiùdiffusiavvengono senza dubbio dentro le mura di casa, e la forma di violenza più diffusa, con conseguenze devastanti per la salute della donna, è la violenzapsicologica,seguitadallaviolenzaeconomica, quella fisicaeinfine quella sessuale.Inalcuneparti del mondoquestoschemacambia: quandoèincorsounconflittoarmatoilcorpodelledonneèusatocomeobiettivo di guerra, e quindi la violenza fisica e sessuale vanno al primo posto con gli stupri di massa.

Il prossimo convegno?

A Washington dal 27 febbraio al 1 marzo con 1.500 delegate, 90 Workshop, 10 plenarie, 20 tavole rotonde, e tra le tematiche abbiamo le pratiche e la sostenibilità dei rifugi, il reperimento di partners per sostenere i servizi, la questione degli ostacoli e dell’accesso, problemi frontalieri e internazionali, il sostegno agli avvocati e agli attivisti. Insomma, abbiamo ancora tante cose da fare.

Coraggio (2012)

Le Monde diplomatique – Libro – Memorie di un’infamia

– Lydia CachoFandango, 2011, 16,50 euro – 

Febbraio 2012

Luisa Betti

«Metti che dico a Lesly Portamene una di 4 anni, e lei mi dice: Se la sono già scopata, io lo vedo se l’hanno già scopata vedo se è il caso di metterglielo dentro o no. Tu lo sai che è il mio vizio, no? È una stronzata ma non so resistere, e lo so che è un reato e che è proibito però è talmente facile, una bambina piccola non ha difese, la convinci in un amen e la prendi». Lydia Cacho ha cominciato da qui, dalle immagini di una confessione strappata da una telecamera nascosta a Jean Succar Kuri, imprenditore pedofilo coinvolto nel trafficking di bambine e adolescenti all’interno di una rete internazionale e coperto da importanti esponenti politici e uomini d’affari probabilmente, anche loro, implicati nel traffico. Un’inchiesta che ha portato la giornalista messicana prima alla pubblicazione di Los Demonios del Eden (2005), dove racconta il traffico delle bambine, gli stupri, il mercato del sesso all’interno di una rete con «molteplici connessioni internazionali», frutto di una vasta e capillare raccolta di documentazione e di materiale pedopornografico, con video e foto, in cui la scrittrice non ha paura di fare nomi e cognomi dei responsabili; e poi a Memorie di un’infamia (2011) dove racconta anche la sua storia, il suo incubo personale. Accusata di diffamazione e calunnia, a causa del primo libro, dagli stessi responsabili del trafficking, Lydia Cacho non sapeva di aver messo il dito su una piaga che coinvolgeva non solo l’imprenditore Succar ma un intero entourage politico fatto di legami e clientelismi, che l’avrebbe portata quasi a morire per mano della polizia giudiziaria corrotta. Arrestata, sequestrata, torturata, portata in un carcere fuori la sua giurisdizione, Lydia è viva per miracolo, e dopo essere stata coinvolta in processi senza fine, riceve ancora oggi minacce di morte. Ed è per questo che è importante parlare di lei, perché oltre al suo coraggio è viva anche «grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica e all’appoggio di colleghi e colleghe del mondo del giornalismo e, più in generale, di quello dei mezzi di comunicazione», come spiega lei stessa, perché se il suo caso non fosse diventato pubblico e se il suo arresto non fosse balzato ai mass media al momento del suo prelievo coatto, il suo corpo sarebbe stato probabilmente ritrovato in mare senza vita. Un esempio di giornalismo militante che acquista i suo potere «quando dà voce a chi è stato costretto a tacere dalla forza schiacciante della violenza», uno dei motivi per cui Lydia Cacho, insieme a Roberto Saviano, ha ricevuto pochi giorni fa l’Olof Palme Prize 2012, il premio svedese destinato a chi lotta per la libertà, per la «instancabile, altruista e spesso solitaria battaglia per i loro ideali e per i diritti umani».

Gli omosessuali non sono più tabù (2012)

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AZIONE – 30/apr/2012

Luisa Betti

Elezioni Usa di novembre Dopo la ritirata di Santorum, che si è sempre opposto ai gay nella sua campagna, l’atteggiamento del partito repubblicano sembra ora ammorbidirsi nei confronti dei diritti degli omosessuali

Una delle conseguenze dell’uscita di scena di Rick Santorum dalla corsa alle primarie repubblicane in vista delle elezioni presidenziali Usa di novembre prossimo, è stata l’inevitabile rimonta di Mitt Romney, ormai unico e credibile sfidante del Gop nei confronti dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Barak Obama. Se uno degli ultimi sondaggi della Cnn dava infatti Obama al 52% e Romney al 43% con un vantaggio di 9 punti del primo sul secondo, pochi giorni fa il sondaggio di Cbs News, ha rimesso in gioco la situazione con un pareggio dei due sfidanti. Uno spostamento legato forse anche alla mobilità di parte dell’elettorato americano che, con la rinuncia dell’ultraconservatore cattolico Santorum fermo su posizioni tradizionaliste su donne e gay, ha intravisto possibili aperture da parte dell’ala più «illuminata» dei repubblicani.

Uno degli aghi che ormai pesano sulla bilancia della politica Usa, è infatti quello della comunità Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) che rappresentano una fetta di voti sempre più significativa nel Paese, una fascia di popolazione con cui i due contendenti dovranno par forza fare i conti. E dopo la ritirata di Santorum, che si è sempre e fermamente opposto ai gay nella sua campagna, sembra che anche l’atteggiamento del partito repubblicano sia cambiato nei confronti dei diritti omosessuali: «Il partito repubblicano per anni – scrive «il Politico» – è stato retto da ideologie e strategie nettamente contrarie alla legalizzazione delle unioni omosessuali, mentre adesso i repubblicani tacciono, o preferiscono intervenire poco sull’argomento». Secondo il sito se fino a un po’ di tempo fa i dibattiti repubblicani sui gay erano piuttosto accesi, adesso la questione «è praticamente morta» in quanto la leadership del Grand Old Party «non si preoccupa più di discutere o litigare sui gay, preferendo lavorare dietro le quinte». In poche parole il Gop, più che diventare un partito progressista, si sarebbe evoluto prendendo atto del cambiamento ormai avvenuto nel Paese. «Quello che viene considerato scioccante in tv in un decennio cambia e diventa quasi un luogo comune nel decennio successivo – ha detto Jack Kingston del Gop – e lo stesso accade nella società», perché «se prima i legislatori cercavano di assicurarsi una fetta di elettorato dichiarandosi contrari ai gay, ora non è più possibile», ha concluso Kingston. Un atteggiamento che, secondo il sondaggio condotto dal «Wall Street Journal»/NbcNews, avrebbe portato ai repubblicani un aumento del 9% nell’ultimo mese, una percentuale che potrebbe fare la differenza tra i due candidati, e la realtà del cambiamento in corso non è sfuggita a Romney che già a gennaio di quest’anno ha ammorbidito le sue posizioni sui gay, dichiarando, in un dibattito alla Nbc: «Non ho nulla contro i gay. Uno della mia giunta in Massachusetts era gay. Solo non appoggio il matrimonio tra omosessuali».

Romney però, pur affermando una certa apertura, ha stretto da tempo il suo destino con chi condanna fermamente i matrimoni omosessuali, ovvero con il Nom (National Organization for Marriage), la potente organizzazione antigay per la difesa del matrimonio tra uomo e donna. Nel 2008 il Comitato di Azione Politica di Romney ha donato al Nom 10’000 dollari, mentre poche settimane fa D.Craig Cardon e Broc Hiatt, due membri del Nom, hanno donato all’attuale campagna del candidato repubblicano, circa 2500 dollari ciascuno. Un’alleanza sancita definitivamente dalle parole di Brian Brown, presidente del Nom, che ha fatto sapere: «Siamo orgogliosi di sostenere Mitt Romney come futuro presidente», in quanto «il governatore rappresenta l’impegno a intraprendere azioni specifiche per la Nazione nel preservare e proteggere il matrimonio come l’unione di un uomo e una donna».

Un appoggio sancito ben prima del ritiro di Santorum, che non ha mai nascosto la sua avversità alle unioni gay, e che mette Romney nella posizione di chi vuole comunque mantenere un legame solido con quella parte di elettorato tradizionalista e antigay che ha sempre seguito senza però mostrarsi completamente avverso alla comunità Lgbt. Un ruolo che invece dovrebbe essere pienamente sostenuto dall’attuale presidente degli Stati Uniti il quale, come sostiene lo stesso Brown, «ha fatto praticamente tutto ciò che era in suo potere per minare l’istituzione tradizionale del matrimonio».

In realtà Barak Obama ha fatto molti passi verso i diritti degli omosessuali americani sia incaricando il Dipartimento di Giustizia a non sostenere il «Defense of Marriage Act» – che vieta il riconoscimento federale dei matrimoni gay – dichiarandola «incostituzionale», sia a far decadere il «Don’t ask, don’t tell» che imponeva ai gay il silenzio per potersi arruolare nell’esercito, ma non ha mai approvato del tutto il matrimonio gay. Nel 2008 il candidato democratico aveva infatti sì condannato il referendum «Proposition 8» come «discriminatorio» in quanto introduceva il divieto dei matrimoni omosessuali nella costituzione della California, ma allo stesso tempo si era dichiarato di essere «personalmente» più favorevole al riconoscimento delle unioni civili gay e tendenzialmente contrario al vero e proprio matrimonio anche per ragioni religiose. E se anche sul sito ufficiale della Casa Bianca è apparsa giorni fa una sezione in cui vengono elencati gli interventi del governo Obama a favore dei diritti Lgbt, lo stesso presidente si è recentemente rifiutato – secondo il «New York Times» – di firmare un ordine esecutivo sul divieto di discriminazioni da parte dei datori di lavoro nei confronti di gay, bisessuali e trans presso aziende pubbliche.

Ma a premere affinché Obama prenda una posizione netta sulle unione gay è il suo stesso staff che, secondo il «Los Angeles Times», vuole che Obama introduca questo punto nella «piattaforma» che il partito democratico presenterà a settembre alla convention nazionale a Charlotte, in North Carolina. A sostegno di questa chiarezza sono infatti già intervenuti quattro ex presidenti del Comitato Nazionale Democratico con un comunicato favorevole al matrimonio gay che ha avuto l’appoggio di molti senatori democratici, tra cui l’ex leader democratica alla Camera Nancy Pelosi, mentre il sindaco di Los Angeles che presiederà la convention nazionale, Antonio Villaraigosa, ha dichiarato di essere favorevole alla «parità matrimoniale». Negli Usa gli Stati che permettono i matrimoni omosessuali sono 8 (Massachusetts, Connecticut, Iowa, Vermont, New Hampshire, New York, distretto di Washington DC, California e New Jersey) ma i problemi legati a queste unioni mettono in moto forze contrastanti e pongono l’attenzione sulle falle del sistema americano. Poco tempo fa due donne che volevano divorziare in Maryland sono state costrette a ricorrere alta Corte in quanto il giudice ha dichiarato «illegale» il divorzio tra due persone dello stesso sesso, mentre una coppia gay regolarmente sposata nel 2008 in California, si è vista rifiutare dalla corte federale la richiesta di estensione al partner dell’assicurazione sanitaria, che di norma viene applicata nelle coppie eterosessuali. La partita è comunque aperta perché se Obama il 21 aprile ha approvato la «Non-Discrimination Act student» – per bandire la discriminazione contro gli studenti sulla base dell’orientamento sessuale e identità di genere, dall’altra parte Mitt Romney ha nominato Richard Grenell, apertamente gay, come portavoce della politica estera.Obama ha fatto molti passi verso i diritti degli omosessuali ma non ha mai approvato del tutto il matrimonio gay.

Repubblicani antifemministi. Guerra alle donne (2012)

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Azione – 02/apr/2012

Luisa Betti

La campagna elettorale del GOP in materia di aborto, maternità, violenza e contraccezione sta facendo infuriare le americane e le associazioni liberal che reagiscono con appelli e comunicati. Ma rischia di dare una spinta indiscussa alla rielezione di Obama
 

Sul putiferio scatenato dal conduttore americano Rush Limbaugh che aveva chiamato slut (puttana) la studentessa Sandra Fluke per aver appoggiato apertamente la riforma sanitaria sulla contraccezione, un venditore di preservativi ha basato la sua campagna «Sluts Unite» (puttane unite), per cui chi compra i profilattici di Sir Richard può scegliere uno degli slogan presentati dal distributore: «I believe in Slut», «proslut», «We are all sluts». Nel dettaglio diverse settimane fa, il conservatore Limbaugh, durante il suo talk show, aveva detto: «Cosa possiamo dire della studentessa Sandra Fluke che va davanti a una commissione parlamentare per dire che deve essere pagata per fare sesso? Questo fa di lei una puttana, giusto? Lei vuole essere pagata per fare sesso».
La ragazza, che ora è diventata un simbolo anti-repubblicano, era andata il 23 febbraio davanti a una commissione parlamentare sostenendo che anche istituzioni legate al mondo religioso, come università e ospedali, hanno il dovere di fornire una copertura assicurativa sulla contraccezione. La polemica riguardava uno dei punti della riforma sanitaria avviata da Obama nel 2010, osteggiata dai repubblicani, ma quella di Limbaugh – che ha dovuto chiedere scusa dopo che una dozzina di inserzionisti pubblicitari si sono ritirati dal suo show – è solo la punta dell’iceberg in quella che il «Times» chiama «War against Women» (guerra contro le donne). Di fronte alla proposta del presidente Obama di inserire il controllo delle nascite e la prevenzione alla salute nelle prestazioni dei piani sanitari di ogni Stato, la campagna elettorale si è infiammata, e i candidati repubblicani, che si sfidano in questi mesi nelle primarie in giro per gli Usa, hanno fatto muro dichiarandosi contrari alla contraccezione erogata dallo Stato, e facendosi anche portavoce, con posizioni più o meno rigide, di un pensiero che farebbe tornare indietro le donne di secoli. Una posizione che si consuma sulla pelle delle donne ma che porterà la campagna elettorale Usa su un terreno in cui l’elettorato femminile potrà giocare un ruolo decisivo. Rick Santorum, il candidato ultraconservatore, si è distinto per le sue posizioni contro gay e ispanici, contro le donne-soldato (che creano «imbarazzo»), contro il «gobbo» (teleprompter) e per le sue dichiarazioni come: «anche il frutto dello stupro è un dono di dio», «Witney Houston dava il cattivo esempio», «il porno causa danni al cervello». Ma il Grand Old Party (GOP) è compatto nel suo attacco alle donne su aborto, maternità, diritti riproduttivi, violenza e contraccezione. E quella che Richard Klass chiama su «Huffington Post» «the republican assault on women» non sembra più un affare di pochi «invasati», tanto che lo stesso Klass si chiede: «Come siamo arrivati a questo punto? Come una questione risolta mezzo secolo fa, è diventata centrale per la propaganda elettorale del GOP? Come ha fatto il GOP a mettersi nella situazione di chi allontana le donne che compongono più della metà degli elettori, specie le donne indipendenti che sono una parte decisiva per le elezioni?».

Qualche esempio. Nell’Ohio il senatore Josh Mandel ha proposto il Heartbeat Bill, un gruppo di leggi che vieterebbe l’interruzione di gravidanza – anche in caso di stupro, incesto e pericolo per la vita della madre – nel caso si intercettasse, con un esame apposito, il battito cardiaco del feto: un fatto che si può verificare anche a poche settimane dal concepimento anche se l’aborto è legale fino alla nona settimana. In Texas è stata approvata una legge che obbliga i dottori a effettuare un’ecografia 24 ore prima di interrompere la gravidanza, in cui si mostrino le immagini alla paziente che, nel caso si rifiutasse di guardare, sarà sottoposta alla descrizione orale del medico. In Virginia una norma – già in vigore in Alabama, Arizona, Florida, Louisiana, North Carolina, Oklahoma e Mississippi – obbliga le donne che stanno interrompendo una gravidanza a sottoporsi a un esame transvaginale o un’eco addominale.
Un caso eclatante è quello del New Hampshire House che ha approvato una legge in cui si obbliga i medici a distribuire, 24 ore prima dell’interruzione di gravidanza, «materiale informativo» in cui si mette in relazione l’aborto con il cancro al seno. Così come già succede in Kansas e Oklahoma. In Sud Dakota i repubblicani vogliono rendere legale l’uccisione di medici abortisti, in Maryland hanno tagliato i fondi agli asili per donne povere «perché le donne devono stare a casa coi figli» e in Arizona i datori di lavoro potrebbero licenziare le donne se usano un metodo di controllo delle nascite (contraccezione, aborto, sterilizzazione) che offenda la morale del datore di lavoro.
Negli Stati a maggioranza repubblicana l’assalto alle donne ha assunto forme brutali, perché la politica per le donne è «troppo costosa», e l’ideologia conservatrice può essere di grande aiuto. Lo stesso Willard «Mitt» Romney ha proposto di eliminare i fondi federali destinati a Planned Parenthood – organizzazione no profit che fornisce assistenza medica a basso costo a 5 milioni di donne indigenti tra cui anche aborti – e ha apertamente dichiarato che uno dei suoi primi compiti come presidente sarà quello di «sbarazzarsi» di questa organizzazione.
In Georgia, il deputato repubblicano Bobby Franklin avrebbe presentato una legge che sostituirebbe il termine «vittima» con il termine «accusa» nei reati di stupro, stalking e violenza domestica. Sulla Violence Against Women Act, la legge che tutela le vittime di violenza, i democratici propongono di ampliare il concetto di violenza allo stalking e di dare permessi di soggiorno temporanei per immigrate fuggite da situazioni violente, ma l’irrigidimento del GOP ha scatenato l’ira anche delle sue rappresentanti di parito. Pochi giorni fa al Senato, durante la discussione sul Violence Against Women Act, le senatrici, sia democratiche che repubblicane, sono esplose: «Siamo arrabbiate e siamo stufe marce», ha detto la democratica Maria Cantwell, mentre la collega repubblicana, Lisa Murkowski, ammoniva i colleghi del suo partito affermando: «rischiamo di essere dipinti come anti-femministi».

Hillary Clinton ha detto pubblicamente: «Non importa da quale paese vengono e quale religione praticano ma vogliono controllare come ci vestiamo, come agiamo e persino le decisioni che prendiamo sulla nostra salute e i nostri corpi», parole che hanno trovato l’appoggio della senatrice repubblicana Olympia Snow, che ha annunciato di ritirarsi dalla politica per protesta in quanto il suo partito «sta spingendo le donne nelle braccia dei democratici». Sul «New York Times», Maureen Dowd dice che «l’assalto repubblicano contro le donne spiana la strada a Obama nel 2012 e a Hillary nel 2016», e la stessa ultraconservatrice Sally Kohn del Fox News, è convinta che «i repubblicani stanno dando a Obama un aiuto che nessuna costosa campagna pubblicitaria può comprare». Un suicidio politico per cui, secondo l’analista Michelle Bernard, anche «le femministe pro-Sarah Palin sono pronte a saltare il fosso».
In un’America dove il 99% delle donne fa uso di contraccettivi, è ovvio che le americane, che sono la maggioranza dell’elettorato, si stiano mobilitando e quello che stanno facendo i repubblicani potrebbe davvero favorire la riconferma di Obama alla presidenza a novembre prossimo. Secondo il sondaggio del «Wall Street Journal»/NBC Obama sarebbe già in vantaggio di 18 punti tra le donne politicizzate sia dell’una che dell’altra parte politica.
La più grande contraddizione è che tutto questo avviene in un Paese dove, secondo Hamilton Project – gruppo di studio della Brookings Institution – il tasso di matrimoni tra professioniste ad alto reddito è più elevato di quello tra le donne in genere: cioè aumentano gli uomini che sposano donne che guadagnano più di loro. Liza Mundy osserva, nel suo libro Il sesso più ricco , che 4 americane su 10 ormai guadagnano più del loro marito: un rapporto di forze che nell’arco di una generazione cambierà la coppia, la vita domestica e le relazioni.
Donne che vogliono non solo più denaro ma più potere in campo economico e politico. Sheryl Sandberg, la testa che ha portato Facebook all’apice della sua ricchezza e che, secondo Forbes, quest’anno è tra le 100 donne più potenti del mondo, spiega come l’ultimo decennio ha visto troppe poche donne ai vertici di governi o in posizioni dirigenziali, malgrado le donne, negli ultimi 30 anni, abbiano fatto passi da gigante. «Le donne negli Stati Uniti sono diventate il 50% dei laureati nell’81 – dice Sandberg – e negli ultimi 30 anni, in ogni settore, hanno costantemente fatto progressi, senza arrivare ancora però ai ruoli chiave nei vertici del potere politico e economico, dove, in sostanza, nel corso degli ultimi 10 anni, non ci sono stati veri e propri salti di qualità».
Negli Stati Uniti Jill Abramson, a 57 anni, ha sostituito Bill Keller come direttore esecutivo di uno dei giornali più importanti del mondo: il «New York Times». E Tina Brown, che ha già rifatto «Vanity Fair» e «New Yorker», oggi dirige «Newsweek» e «Daily Best». Per Brown in un Paese dove «le donne vogliono meno ostacoli tra loro e il potere» e dove «le 50enni hanno tanta voglia di ricominciare»: «Gli uomini, un certo tipo di uomini, hanno paura delle donne, sono spaventati dall’ascesa, e stanno facendo di tutto per controllarne i diritti fondamentali. Siamo alla guerra dei sessi innescata dalla paura, e su questo i repubblicani si stanno facendo male da soli. Per questo credo che Obama rischi di rivincere».
L’elettorato femminile rappresenta il 53% del totale, la stessa percentuale che a febbraio appoggiava Obama