L’anima nera dell’Africa (2011)

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Azione 6 luglio 2011 –

Luisa Betti

Era il 1976 e Susan Brownmiller, autrice di uno dei primi manifesti sulla violenza di genere (Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale),scriveva: La difesa delle donne è stata fin dalla notte dei tempi un simbolo dell’orgoglio maschile, così come il possesso delle donne è stato un simbolo del successo maschile. Il corpo di una donna violentata diventa un campo di battaglia rituale, un terreno per la parata trionfale del vincitore”. Un concetto che i conflitti etnici degli anni ‘90 hanno ampliato chiarendo, grazie al Tribunale Internazionale per il Ruanda che nel ‘98 sanzionò la violenza sessuale come “crimine di guerra” emettendo poi condanne per gli autori del genocidio, come lo stupro non sia più una “semplice” conseguenza della guerra ma un’arma utilizzata a fini di terrorismo politico, sradicamento di un gruppo, pulizia etnica volontaria.Margot Wallstrom, inviata speciale delle Nazioni Unite per i crimini sessuali in situazioni di conflitto, afferma: “La violenza sessuale è utilizzata dai combattenti come un’arma per instillare paura tra la gente. Inoltre, il fenomeno è diventato sistematico ed esteso, e si registra un incremento dei casi di violenza contro le donne perpetrate da civili consapevoli di non incorrere in sanzioni penali.E’ necessario quindi cambiare il punto di vista che considera lo stupro durante i periodi di conflitto solo come danno collaterale. Lo stupro non è né culturale, né sessuale ma è criminale”. Un’affermazione importante se si pensa che nello stesso periodo in cui è stato messo sotto processo Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, è stato catturato anche Bernard Munyagishari, ex leader delle milizie hutu che partecipò al genocidio ruandese con l’eccidio di 800mila persone e che durante quel conflitto creò un reparto speciale per violentare e uccidere le donne.

Oltre al Ruanda, anche il Burundi, Uganda e Angola sono stati accusati delle atrocità avvenute in Congo tra il ‘93 e il 2003 in cui l’uso sistematico dello stupro da parte di tutte le forze combattenti è denunciato in un rapporto delle Nazioni Unite con un documento di 500 pagine che elenca 617 gravi violazioni accertate: “La violenza sessuale è stata una realtà quotidiana che non ha dato tregua alle donne del Congo – si legge nel rapporto – e i diversi gruppi armati hanno commesso violenze sessuali che si iscrivono nel quadro di vere campagne di terrore. Stupri in pubblico, stupri collettivi, stupri sistematici, incesti forzati, mutilazioni sessuali, donne sventrate, mutilazione degli organi genitali, cannibalismo, sono tutte tecniche di guerra usate contro la popolazione civile nel conflitto”.

Una guerra che dal 2004 ha visto gli stupri aumentare 17 volte. Pochi mesi fa Amber Peterman, autore dello studio pubblicato dall’America Journal of Public Health, ha parlato del dramma congolese come di un fenomeno 26 volte più grave rispetto a quello valutato dall’Onu: “I dati raccolti mostrano quanto le precedenti stime sui casi di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo siano ben lontane dal fotografare la reale situazione presente nel Paese” in quanto, secondo questo rapporto, i casi di stupro sarebbero circa 1.100 al giorno su un totale di 400mila donne, tra i 15 e 49 anni, violentate solo tra il 2006 e il 2007 – una media di 48 all’ora, quasi una al minuto stima basata sui dati delle strutture sanitarie contro le 15.000 registrate dall’Onu e basate sui rapporti della polizia.

Secondo un operatore di Medici senza Frontiere in Congo: “Lo stupro è usato come un mezzo per terrorizzare la popolazione e il numero dei casi aumenta con ogni nuovo scoppio di combattimenti e attacchi. Se le giovani sotto i 18 anni sono particolarmente esposte, il gruppo più colpito è quello delle donne tra i 19 e i 45 anni”.

Ogni giorno violenze inaudite si consumano nella parte orientale della RDC con soldati che provengono da diverse parti ma che compiono le stesse atrocità: “Siamo di fronte a un cancro che si diffonde nel mezzo dell’impunità e del silenzio”, dice Michael van Rooyen, direttore della Harvard Humanitarian Initiative che fatto un’inchiesta su un gruppo di vittime, tra i 3 e gli 80 anni, nell’ospedale Panzi di Bukavu dove il 60% ha subito violenza collettiva da un numero di uomini che varia dai 3 a 15 violentatori a volta. Nei villaggi, a casa, in campagna o durante il tragitto, le donne che incontrano una pattuglia sono spacciate: esiste lo stupro a domicilio, in cui un padre è costretto a violentare le figlie o un figlio a stuprare la madre sotto minaccia di morte; lo stupro di donne dai 70 ai 90 anni o di bambine dai 2 ai 7 anni in quanto, secondo credenze magiche, violentare un’anziana di diversa etnia dà allo stupratore fortuna, virilità e invulnerabilità, mentre lo stupro pedofilo rende immuni dall’Aids o, per chi è infetto, dà guarigione. Lo stupro può essere seguito anche dal taglio dei seni, la distruzione della vagina, la distruzione dell’utero fatto con tizzoni ardenti, armi da taglio, canne di fucile o bastoni. Alcune giovani vengono impalate dopo la violenza mentre le ragazze incinte, nei casi più estremi, possono correre il rischio di essere sventrate con la baionetta che serve anche a estrarre il feto. Molte ragazzine, dai 7 ai 15 anni, vengono ridotte in schiavitù e se le più “belle” diventano proprietà dei comandanti, le altre subiscono stupri collettivi giornalieri: una tragedia chiamata “re-rape” in quanto la maggior parte viene violentata più volte e dove si arriva anche all’auto-cannibalismo in cui le vittime sono costrette a mutilarsi e a cibarsi della propria carne.

L’aggravante è che le violenze nella RDC provengono sia dalle milizie sia dalle forze statali che ingaggiano stupratori seriali, e anche se la guerra è ufficialmente finita nel 2003, gli scontri proseguono. La scorsa estate 250 donne e bambini sono stati violentati in pochi giorni nella provincia di Nord-Kivu a pochi passi dai caschi blu, che non sono intervenuti pur avendo una base a 30 km dall’area, e medici dell’ospedale Heal Africa hanno raccontato di pazienti terrorizzati, come una bambina di 10 anni stuprata per ore che non ha parlato per mesi.

Per avere un’idea dei responsabili delle violenze in Congo bisogna vedere le fasi di conflitto: all’inizio entrarono in azione (‘94-‘96) l’ex esercito hutu ruandese (FAR), le milizie genocidarie Interahamwe e la FAZ (Forces armees du Zaire); poi, nella guerra di liberazione e Prima Guerra Pan Africana (‘96 – ‘03) i responsabili furono i RASTA e il FDLR, le milizie congolesi Mai Mai, i militari della RDC, le milizie di Bemba, gli hutu burundesi e la FARDC (Forces armees de la Republique Democratique du Congo); nella terza fase, dal 2004 a oggi, i RASTA, il FDLR, i Mai Mai, la FARDC, i ribelli ugandesi LRA e ADF, le milizie tusti del Generale N’Kunda. A questo si aggiungano gli stupri commessi dagli stessi peacekeepers, un’inchiesta che dal ‘04 a oggi ha individuato 319 operatori dell’Onu, accusati di abusi sessuali nei confronti delle popolazioni che avrebbero dovuto proteggere.

L’Africa è uno dei teatri di guerra più cruenti del mondo, nell’Africa Sub-sahariana gruppi armati in Congo, Somalia, Etiopia, Nigeria, Liberia e molti altri paesi hanno consumato e consumano quotidianamente violenze di ogni tipo contro le donne, come se lo stupro fosse parte integrante degli obiettivi di guerra. In 14 anni di guerra civile liberiana il 40% delle donne ha subito violenze con conseguenze psichiche e fisiche devastanti; nella sanguinosa guerra civile in Sierra Leone migliaia di donne, ragazze e bambine sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali; un numero imprecisato di donne e ragazze sono state violentate in Darfur, nel Sud Sudan e sui Monti Nuba durante i conflitti, dove bambine di 8 anni venivano stuprate e dove, secondo Amnesty International, venivano spezzate le gambe alle ragazze che scappavano per poi consumare lo stupro.

Durante i recenti scontri in Costa d’Avorio una missione di Amnesty International ha appreso che sia le forze del presidente uscente Laurent Gbagbo sia le Forze legate al nuovo presidente Alassane Ouattara, hanno commesso gravi violazioni compresi stupri su donne che hanno raccontato di essere state violentate di fronte ai loro figli, bambini fuggiti in Liberia che hanno riferito a operatori dell’Ong Equip di essere stati costretti a guardare le loro madri mentre venivano stuprate e uccise, e una donna che ha detto di essere stata costretta a guardare soldati mentre violentavano la figlia di 4 anni.

Compie 20 anni il campo profughi di Dadaab (2012)

 

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AZIONE – 20 marzo 2012

Luisa Betti

Kenya – L’insediamento, gestito dall’Onu insieme ad altre organizzazioni, è il più grande al mondo e accoglie persone
in fuga dalla guerra civile in Somalia conpunte di 1000 arrivi al giorno. (clicca sull’immagine sotto per leggere il testo)

 

L’Unione Africana diventa donna (2012)

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AZIONE – 06/ago/2012

Luisa Betti

Con l’elezione di Nkosazana Dlamini-Zuma alla presidenza dell’UA il ruolo femminile assume una maggiore visibilità e importanza nella politica del Continente nero.

È l’attuale ministra degli interni sudafricana e si chiama Nkosazana Dlamini-Zuma, e da metà luglio è anche la prima donna a guidare l’Unione Africana (UA), l’organizzazione intergovernativa che comprende buona parte del continente (eccetto il Marocco), che l’ha eletta il 15 luglio ad Addis Abeba (Etiopia) preferendo lei al suo predecessore e avversario, il gabonese Jean Ping, con una maggioranza di 39 voti su 51. Un successo per tutte le donne, arrivato quando l’UA – organizzazione nata ufficialmente nel 2002 per la promozione di pace, sicurezza, stabilità e sviluppo sostenibile dell’Africa – sembrava in una situazione di stallo in quanto a gennaio nessuno dei due candidati aveva ottenuto la maggioranza necessaria per essere eletto. Una grave incertezza che avrebbe potuto indebolire l’Unione, come confermato dal beninese Thomas Boni Yayi, presidente di turno dell’UA, che alla vigilia del voto aveva dichiarato: «Non possiamo fallire. Questa situazione non può continuare poiché comprometterebbe ulteriormente il funzionamento della Commissione e nuocere all’immagine e alla credibilità dell’Unione». Ex capo della diplomazia sudafricana ed ex moglie del Presidente Jacob Zuma, Nkosazana Dlamini-Zuma ha 63 anni, è di etnia zulù, proviene da una famiglia di otto figli ed è originaria della provincia del Natal in Sudafrica. Il suo curriculum parla per lei: dopo gli studi di zoologia e botanica all’Università di Zululand, frequenta la facoltà di medicina all’Università del Natal, e ancora giovanissima aderisce all’African National Congress (ANC), il partito fondato contro l’apartheid in Sudafrica. Costretta all’esilio, e dopo gli studi di medicina all’Università di Bristol, in Inghilterra, esercita la professione di medico nello Swaziland, dove conosce l’ex marito, Jacob Zuma – attuale presidente dell’ANC e dal 2009 presidente del Sudafrica – con cui ha 4 figli e da cui divorzia nel 1998. Dlamini-Zuma ha alle spalle una lunga carriera politica: nominata Ministra della salute nel ‘94 dal governo di Nelson Mandela, alle prime elezioni libere, ha posto fine alla segregazione razziale negli ospedali, ha avviato l’assistenza sanitaria pubblica, ha vietato il fumo nei luoghi pubblici, ma è stata anche Ministro degli esteri e Ministro degli interni.

Il primo a fare le sue congratulazioni alla neo presidente e a esultare per la sua elezione, è stato l’ex marito Zuma che ha esclamato: «L’Africa ha vinto!», aggiungendo che questa elezione «significa molto per l’Africa, per tutto il continente, per l’unità, e per l’affermazione delle donne è molto importante». E anche se la gioia di vedere una donna eletta è scoppiata nell’esultazione di una delegata dello Zimbabwe che ha spontaneamente gridato: «Ce l’abbiamo fatta! Ce l’abbiamo fatta!», non tutti sono stati contenti di questa scelta. In realtà Diamini-Zuma è stata appoggiata dai paesi anglofoni, contro i paesi francofoni che hanno sostenuto Ping, e se l’elezione della «Lady di ferro di Pretoria», come qualcuno l’ha soprannominata, è rivoluzionaria perché rappresenta la rottura della tradizione maschilista dell’organizzazione africana, è anche vero che per la prima volta è stata trasgredita la consuetudine, sostenuta dalle precedenti presidenze, di affidare la guida della UA a paesi più piccoli e meno influenti. «Possiamo parlare di vittoria dell’Africa, perché abbiamo sbloccato la situazione – ha detto il viceministro degli esteri keniota, Richard Onyonka, che ha sostenuto Ping – ma per noi è una vittoria agrodolce, perché questa elezione ha creato una profonda divisione all’interno dell’Ua e non era necessaria». Onyonka ha chiarito che sebbene il Sudafrica avesse diritto a presentare un candidato «ci sono state troppe intimidazioni, braccio di ferro e minacce da parte di Pretoria per garantire la vittoria di Dlamini-Zuma» e che quindi «ci vorrà del tempo per guarire le divisioni e misurare le conseguenze» dell’elezione della ministra sudafricana. Per il «Daily Maverick», il Sudafrica ha superato l’opposizione di Kenya, Nigeria ed Etiopia grazie alla sua influenza politica, ma questa scelta ha fatto storcere la bocca in modo particolare anche alla Nigeria, in gara con il Sudafrica – che è già nel G20 e nel gruppo dei Brics (Potenze economiche emergenti) – per la possibilità di un posto permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite esteso ai Paesi emergenti.

Nkosazana Dlamini-Zuma è però una donna brillante e una politica di lungo corso, consapevole di quello fa: «La mia elezione non deve essere vista come una vittoria personale ma come una vittoria per l’intero continente» ha detto nella veste di nuova presidente, «e continueremo a lavorare in modo da costruire consenso». Il suo obiettivo è infatti quello di dare una maggiore unità al continente anche se, per farlo diventare un soggetto politico ed economico più forte, la realtà e i nodi che sarà costretta ad affrontare, soprattutto dopo il silenzio dell’Unione di fronte alla Primavera araba e alla caduta di Gheddafi in Libia, sono molto pesanti e difficili. Focolai di guerra e conflitti aperti sono attualmente in corso in diversi Stati dell’Africa: in modo particolare in Mali, dopo il colpo di Stato di marzo dei militari guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo; nella Repubblica democratica del Congo, dove il gruppo di ex combattenti Tutsi M23 continuano a portare terrore; e in Sud Sudan, ormai stremato dal conflitto con il Sudan da cui si è reso indipendente un anno fa; e a ciò si aggiunga che la grave crisi nel Sahel sta producendo quasi venti milioni di persone che soffrono la fame, e che in Ciad, Gambia, Mauritania, Niger, Senegal, Somalia, la sopravvivenza è messa a repentaglio ogni giorno, ogni momento.
Solo poche settimane fa alcuni membri del gruppo jihadista Ansar Dine, che controlla il nord del Mali con le milizie del MLNA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad), hanno distrutto il mausoleo di Sidi Mahmoud, uno dei 16 santuari di Timbuctu inclusi dall’UNESCO nella lista dei patrimoni dell’umanità in pericolo.

Nella Repubblica Democratica del Congo, centinaia di soldati del generale Bosco Ntaganda – un Tutsi chiamato Terminator e ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità – sta seminando terrore e morte nel territorio di Ruthsuru, al confine con Uganda e Ruanda, mettendo in difficoltà le forze congolesi e le truppe delle Nazioni Unite (Monusco), ma mettendo in fuga anche i gorilla che vivono nel parco Virunga che insieme a uomini, donne e bambini, sono costretti a fuggire.
In Sud Sudan – dove decine di migliaia di persone fuggono dal conflitto col Sudan cercando aiuto nei campi per i rifugiati – Chiara Burzio, infermiera di «Medici Senza Frontiere» nel campo di Jamam, racconta che «Entrando nel campo si cominciano a vedere persone sparse, poi all’improvviso ti trovi di fronte a un mare di gente, la maggior parte seduta, al riparo sotto pezzi di plastica. Non ho mai visto niente di simile. Molti sono disidratati. Tutti sembrano malati ed esausti. Diversi sono appena arrivati dopo aver camminato per 30 chilometri o più a piedi. Offrire loro dell’acqua, e vedere quanto bevono velocemente, è qualcosa che ti tocca profondamente».
L’Unione, durante l’incontro di luglio, ha chiesto le dimissioni della giunta militare in Mali con l’insediamento di un governo di unità nazionale affinché si facciano nuove elezioni e si contrasti la secessione islamista, mentre 11 paesi africani hanno espresso la necessità di una forza internazionale contro i ribelli della Repubblica Democratica del Congo. Durante il summit, si sono incontrati anche Omar Bashir, presidente del Sudan, e Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, che hanno parlato per due ore riguardo al petrolio e a i confini, che sono le principali cause di contrasto tra i due Paesi.

E anche il presidente del Ruanda, Paul Kagame, e Joseph Kabila, Presidente della Repubblica Democratica del Congo, si sono confrontati – insieme ad altri rappresentanti della regione dei Grandi Laghi – per mettere nero su bianco un accordo in cui si chiede «l’immediata costituzione di una forza internazionale neutrale per sradicare gruppi di ribelli M23, delle FDLR e di tutte le altre forze negative».
Infine, entro il 2017, in Africa sarà costituita una zona di libero scambio continentale (CFTA) con la rimozione delle barriere tariffarie, la creazione di infrastrutture per il commercio – quindi trasporto, energia, tecnologia dell’informazione e comunicazione – e sono previsti anche piani per lo sviluppo di infrastrutture che entro il 2040 potranno aumentare la produzione idroelettrica, sviluppare una vasta rete di strade, rotaie e linee elettriche.
In questo caso però come pianificare lo sviluppo di un continente perennemente attraversato da guerre e conflitti cruenti nonché da carestie ricorrenti? Ora, anche se la decisione dell’UA di estendere la giurisdizione della Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli ai casi criminali – come il genocidio e i crimini di guerra – è stata rimandata, il compito di incoraggiare la «pacificazione» all’interno del continente africano spetta a Dlamini-Zuma che dovrà coordinare l’azione dell’Unione per risolvere i problemi nazionali nel continente: un compito arduo che sarà l’occasione per dimostrare come una donna, di fronte a grandi sfide, può fare la differenza.
L’istituzione, nata per promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile, ha davanti a sé un lavoro difficile.