Premia la tua immagine amica con un click

La IV edizione del Premio Immagini Amiche è promossa dall’UDI e dal Parlamento Europeo – con la collaborazione del Comune di Venezia e presieduta dalla scrittrice e giornalista Daniela Brancati – valorizza una comunicazione che veicoli messaggi creativi positivi, oltrepassando gli stereotipi. La partecipazione al premio è libera e gratuita per chiunque: basta andare sul sito

http://www.premioimmaginiamiche.it

entro il 28 febbraio e segnalare l’immagine che si vorrebbe veder premiata.

Il premio è diviso in cinque sezioni: pubblicità televisiva, pubblicità stampata, affissioni, programmi televisivi e siti web.
La premiazione, che si svolgerà il 10 marzo a Venezia e avrà due categorie di vincitori: la prima decretata dalla Giuria in base alle iscrizioni pervenute, la seconda decretata dal popolo del web in base al numero delle segnalazioni.
Un premio, inoltre, verrà attribuito alle scuole e in particolare per i lavori dei giovani fra i 18 e i 20 anni che frequentano l’ultimo anno di scuola di design, arte, pubblicità. Una menzione sarà, infine, riservata alla città che avrà tenuto comportamenti virtuosi sulle immagini amiche, su segnalazione da parte di associazioni femminili. “La pubblicità sessista e volgare spesso veicola un’immagine degradante della donna, facendo passare il messaggio che tutto sia lecito”, spiega Vittoria Tola, responsabile dell’UDI Unione donne in Italia. “Il premio – aggiunge – vuole dimostrare che si può fare della buona pubblicità senza cadere nei soliti stereotipi e da quando siamo partite con l’iniziativa, qualche risultato lo abbiamo ottenuto”.

Il premio vuole contrastare la tendenza di televisione e pubblicità ad abusare dell’immagine delle donne, svilendone il ruolo, affermando che una diversa cultura è possibile, ed è stato ideato sulla scorta di quanto indicato dalla risoluzione del Parlamento europeo, del 3 settembre 2008, sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini.
Ha il sostegno e la collaborazione dell’Ufficio del Parlamento europeo per l’Italia.

 REGOLAMENTO DEL PREMIO

Art.1 Il Premio “Immagini Amiche” si ispira alla Risoluzione del Parlamento europeo votata il 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne ed uomini. Intende valorizzare una comunicazione per immagini che non strumentalizzi le donne, non utilizzi stereotipi e al tempo stesso veicoli messaggi creativi propositivi. Inoltre incoraggia la crescita di una diversa generazione di creative e creativi più attenta e socialmente responsabile.

Art.2 Promotori ed organizzatori del Premio sono l’UDI Sede nazionale e l’Ufficio d’Informazione in Italia del Parlamento europeo con sede a Roma in partenariato con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea ed il Dipartimento per le Pari Opportunità. Ai promotori spetta la nomina e la convocazione del Comitato d’onore, la nomina della Giuria e della Presidente del Premio. I partner saranno rappresentati nella Giuria e parteciperanno anche a tutti gli oneri relativi all’organizzazione del Premio stesso, per i quali possono accettare il sostegno di soggetti terzi, ivi compreso media partner che esplicitamente rinuncino a concorrere direttamente o indirettamente al Premio.

Art.3 La Presidente del Premio rappresenta il Premio nelle istanze pubbliche, lo promuove in tutte le sedi opportune, convoca la Giuria e proclama i vincitori.

Art.4 Il Comitato d’onore sostiene e collabora alla promozione e alla diffusione del Premio e resta in carica un anno.

Art.5 La Giuria è composta da persone in numero dispari di comprovata competenza nel settore della comunicazione, che non abbiano partecipato alla realizzazione di nessuno dei lavori che concorrano. Della Giuria fanno parte di diritto rappresentanti dei due organismi promotori e i partner (uno per ciascun organismo). La giuria è convocata dalla Presidente del Premio. Alla Giuria spetta la definizione dei criteri di partecipazione e assegnazione del Premio e l’aggiudicazione dello stesso. La giuria resta in carica un anno.

Art. 6 Il Premio “Immagini Amiche” è apartitico, pertanto i componenti della Giuria e del Comitato d’Onore si autosospendono in caso di propria candidatura per la durata delle campagne elettorali.

Art.7 L’iscrizione al Premio è libera e gratuita per chiunque (le iscrizioni si chiudino il 28 Febbraio 2014). Le modalità e le date sono consultabili nel sito del Premio (www.premioimmaginiamiche.it). Possono concorrere lavori realizzati e pubblicati o messi in onda (su stampa, tv e web) nell’anno d’interesse e possono essere iscritti dalle agenzie, dai committenti e dai cittadini. Il Premio ha quattro sezioni: pubblicità televisiva, pubblicità stampata, affissioni, programmi televisivi. La Giuria opererà una prima selezione sulla base di criteri che verranno stabiliti nella prima riunione plenaria, e pubblicati sul sito del Premio (www.premioimmaginiamiche.it). I lavori che supereranno la prima selezione entreranno a far parte di una rosa di titoli per ogni sezione. Su questa short list deciderà la Giuria, che darà motivazione pubblica e inappellabile.

Art.8 E’ attribuito un Premio speciale per le scuole primarie e secondarie o di design, arte, pubblicità e omologhe. Vanno iscritti i lavori ideati/realizzati sulla base delle 2 categorie citate.

Art.9 Menzione speciale del pubblico. Una votazione popolare via web darà luogo a una menzione speciale per ogni sezione. Saranno premiati i lavori più segnalati dal pubblico.

Art.10 Una menzione speciale sarà riservata alla città che avrà tenuto comportamenti virtuosi sulle immagini amiche, su segnalazione motivata da parte di associazioni femminili.

Art.11 Premiazione. Il luogo e la data della premiazione saranno scelti dai promotori insieme alla Presidente del Premio.

Nota bene: le specifiche tecniche per le iscrizioni e tutti gli invii saranno pubblicate sul sito del Premio.

Non regalate soltanto mimose (2013)

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Azione 04/mar/2013 –

Luisa Betti

Festa della donna A livello mondiale si stanno sviluppando movimenti nati per lottare contro il femminicidio-femmicidio: l’obiettivo è arrivare alla stesura di una convenzione internazionale nell’ambito dell’Onu

Su Wikipedia si legge che la festa della donna è nata «per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo». Ma l’8 marzo, che nel corso del tempo è diventata la giornata in cui si regalano mimose, quest’anno potrebbe riappropriarsi del suo significato originario grazie ai movimenti che si stanno sviluppando a livello planetario contro il femminicidio.

Il 14 febbraio è stata una tappa fondamentale in questo percorso perché milioni di donne e uomini nel mondo hanno danzato contro la violenza, rispondendo alla campagna «One Billion Rising» lanciata da Eve Ensler, autrice de I monologhi della vagina , che dal ’98 porta avanti il V-Day, ovvero il giorno della vagina. La scrittrice, che con questa iniziativa ha coinvolto 205 paesi, è arrivata a «One Billion Rising» dopo un lavoro di anni in cui è riuscita a pronunciare la parola «vagina» in 50 lingue e 140 Paesi diversi. In Bangladesh, dove tra il 2001 e il 2012 ci sono state 174’691 vittime di violenze (dote, attacchi con acidi, rapimenti, stupri, femmicidio e tratta), nel giorno di san Valentino 13’000 donne sono insorte in 64 distretti del Paese.

In India, dopo la morte della studentessa stuprata sul bus da 5 uomini mentre cercava di tornare a casa con il fidanzato, l’indignazione che si è riversata nelle piazze ha riportato l’attenzione del mondo su un fenomeno che in India ha contorni inquietanti e che solo grazie alle forti mobilitazioni è rimbalzata sui media internazionali. «In India – dice Eve Ensler – ho partecipato alle manifestazioni di indignazione seguite alla morte della ragazza di Delhi stuprata dal branco, e tante donne che marciavano mi hanno confessato commosse di sentirsi per la prima volta libere e unite». In questo Paese un mese fa una bimba di 6 mesi è stata ricoverata per le lesioni procurate da un tentativo di stupro, anche se la madre della piccola, che voleva denunciare il fatto, si è vista in un primo tempo rifiutare l’esposto perché la polizia sosteneva che le lesioni potevano essere state provocate dai morsi di un topo.

La cultura discriminatoria verso le donne, che porta alla mancanza di una vera prevenzione della violenza, è stata alla base della Commissione Varma riunita dal governo indiano dopo lo stupro del 6 dicembre: ma anche se la commissione ha messo in luce alcuni punti fondamentali come la violenza domestica (che è la forma di violenza più estesa anche in India), gli stupri delle forze militari nelle zone in conflitto, la complicità delle forze dell’ordine nelle violenze, il primo ministro Manmohan Singh, più che applicare norme specifiche di contrasto, ha preferito una legge che punisse fino all’ergastolo gli autori di femminicidio (in caso di morte o coma della vittima, e in presenza di una seconda condanna per stupro o violenza sessuale aggravata).

L’Europa nel 2011 a Istanbul ha prodotto la «Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica», in cui uno dei focus è appunto la violenza nei rapporti intimi che anche nei Paesi europei è la forma più estesa di violenza e che coinvolge migliaia di minori che vi assistono, o sono coinvolti, con conseguenze devastanti sul loro sviluppo. Il 70% dei femminicidi in Europa sono legati a violenze per mano di partner o ex già denunciati o segnalati ai servizi ma non adeguatamente allontanati, una sottovalutazione del rischio che produce morti che le istituzioni potrebbero evitare.

A Vienna il 26 novembre (Acuns – Academic Council on the United Nations System), si è svolto il «Simposio sul Femmicidio» in cui si è dichiarato che l’uccisione della donna «in quanto donna» è un crimine in cui sia dimostrabile la connessione con il genere della vittima. Durante questo incontro esperte e studiose si sono confrontate con tutte le forme di femmicidio-femminicidio, partendo anche dal rapporto tematico presentato a giugno alla 20.ma sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra e redatto dalla special rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo. Tappe di preludio ai lavori della 57.ma sessione del Csw (Commission on the Status of Women) dell’Onu presieduta da Michelle Bachelet, che si svolge dal 4 al 15 marzo a New York e che quest’anno ha come tema «L’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze», con focus specifici sul problema.

Secondo Bianca Pomeranzi, membro del Comitato per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne dell’ONU (Cedaw), la vera intenzione è portare le Nazioni Unite alla stesura di una convenzione internazionale contro la violenza sulle donne: «L’India e la parte asiatica insisteranno per avere questa convenzione anche se, a fronte di un grande interesse, il clima politico globale comprende la pressione di gruppi meno inclini alla laicità: Stati arabi, cattolici e protestanti, che introducono elementi di difficoltà nella discussione all’Onu». Per Pomeranzi alcuni Paesi con forte impronta religiosa tendono a mantenere un assetto patriarcale che è diventato un problema all’interno dell’ONU, considerato che non ha più la spinta dei movimenti delle donne come poteva accadere anni fa. «Discutere di femminicidio e discriminazioni fisiche delle donne – conclude – non sarà facile». Un ostacolo cui si opporranno però le donne che in tutto il mondo vogliono un’azione forte e decisa dell’ONU contro femminicidio e discriminazione.

Una carta Storica per le donne (2013)

ONU violenza

Azione 15/apr/2013 –

Luisa Betti

Accordo Onu Grande passo avanti per la tutela di donne e bambine nel mondo grazie all’impegno di Michelle Bachelet che ora torna in Cile per la corsa alla presidenza

«Questa è stata la mia ultima sessione della Csw (Commission on the Status of Women), perché per motivi personali tornerò nel mio Paese, anche se continuerò a lavorare per l’uguaglianza di genere e l’ empowerment delle donne». A parlare è Michelle Bachelet ( nella foto ) che ha lasciato la direzione esecutiva dell’UN Women (ente delle Nazioni Unite che promuove i diritti delle donne), per tornarsene in Cile dove si candiderà per la seconda volta alle presidenziali del 17 novembre come indipendente (il suo primo mandato è durato dal 2006 al 2010).

Un commiato che il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha commentato riconoscendo come il lavoro straordinario di Bachelet abbia «permesso di mobilitare e fare la differenza per milioni di persone in tutto il mondo». Successi che quest’anno l’ hanno vista protagonista di uno dei più grandi e importanti passi in avanti per la tutela di genere, attraverso la firma di 132 Paesi della Carta dell’Onu contro la violenza sulle donne nel mondo, uscita proprio da questa 57.ma Commission on the Status of Women che si è conclusa a metà marzo a New York, dopo 15 giorni di lavoro con donne, associazioni e istituzioni dell’intero Pianeta. Un accordo che finora non era stato possibile e che, seppur non vincolante, rappresenta un altro tassello nella lotta al femminicidio.

In questo testo di 17 pagine, le Nazioni Unite condannano la violenza contro donne e bambine, chiedono maggiore attenzione e accelerazione nel prevenire e rispondere al fenomeno, insistono sulla priorità della creazione di una rete di servizi a sostegno delle vittime e la fine dell’impunità dei responsabili, ribadendo il diritto alla salute sessuale e riproduttiva, a uguali diritti umani per uomini e donne, e condannando il matrimonio precoce e forzato, la selezione del sesso, le mutilazioni genitali femminili e i crimini commessi in nome dell’onore.

In particolare vengono riaffermate la Dichiarazione di Pechino e Piattaforma d’azione, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) e il protocollo opzionale, la Convenzione sui diritti del fanciullo, la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità e le Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

La Commissione sottolinea anche come «la violenza contro le donne significhi ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi o possa provocare, danno fisico, sessuale o psicologico o una sofferenza alle donne e le ragazze, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o arbitrarie privazione della libertà, sia in pubblico che nella vita privata».

Non solo, ma stabilisce la violenza domestica come una delle forme più ampie; conferma la violenza contro le donne e le ragazze come una delle violazioni più diffuse dei diritti umani nel mondo; e riconosce questa violenza quale manifestazione delle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, con sistemica discriminazione basata sul genere.

Inoltre in questa Carta «si esortano i governi, i soggetti attivi nel settore del sistema delle Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e regionali, delle donne e di altre organizzazioni della società civile e del settore privato, ad adottare le azioni a livello nazionale, regionale e globale», insistendo molto sul «raggiungimento della parità di genere e l’ empowerment delle donne in tutte le sue dimensioni», in quanto «essenziale per affrontare le cause profonde della violenza contro le donne e le ragazze».

Per chi ha partecipato ai lavori, come Barbara Spinelli (avvocato penalista di Giuristi democratici e esperta di femminicidio), la sensazione è stata che alcuni Paesi, come l’Austria, la Norvegia e lo Zambia, avessero una buona interazione tra istituzioni e Ong. «L’importanza di questo incontro – dice Spinelli – è che qui ogni anno si incontrano centinaia di donne che svolgono nei propri Paesi un ruolo fondamentale per la promozione e la difesa dei diritti di donne e bambine. Donne migranti, professioniste, accademiche, con un’altissima professionalità. Tutte le relatrici hanno convenuto sul fatto che questo fenomeno si sconfigge solo affiancando la lotta alla criminalità organizzata, a una rivoluzione culturale in grado di incidere sulla mentalità dei clienti e di creare condizioni adeguate per le donne nei Paesi di origine, modificando le tradizioni lesive dei diritti umani, potenziando l’accesso ai servizi, investendo per eliminare le discriminazioni nell’accesso al lavoro, allo studio, e tutti quei fattori che rendono le donne facili prede dei trafficanti». Quelle che si chiamano strategie integrate.

Eppure, malgrado i dati dell’Onu indichino che ancora oggi 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita e 603 milioni di donne vivono in nazioni che non la considerano un reato, non sono mancate obiezioni da parte di Egitto, Iran, Sudan, Arabia Saudita, Qatar, Honduras, mentre la Libia questa Carta non l’ha sottoscritta. Le resistenze si sono concentrate sul passo in cui si dice che la violenza contro le donne non può essere giustificata da «nessun costume, tradizione o considerazione religiosa», un concetto che ha provocato la rottura della rappresentante egiziana alla 57.ma Commission, Mervat Tallawy, che è andata contro il volere degli islamisti firmando la carta e dichiarando che «la solidarietà internazionale è necessaria per dare i poteri alle donne e prevenire quest’aria di repressione».

Tra i punti considerati inammissibili da alcuni Paesi islamici c’è anche la «piena uguaglianza nel matrimonio» che consente di denunciare il coniuge violento, e la garanzia di libertà sessuale per le ragazze con l’accesso ai contraccettivi. Accanto a loro nell’esprimere contrarietà si sono schierati anche il Vaticano (che ha un seggio all’Onu come Stato non membro e osservatore permanente), la Russia e l’Iran che hanno trovato sconveniente il passaggio sul diritto all’aborto e alla salute riproduttiva delle donne: un punto che, come successo nell’incontro di Rio+20 l’anno scorso, volevano cassare. E la Carta alla fine è passata solo grazie alla trattativa portata avanti da Michelle Bachelet.

La maggioranza degli Stati occidentali insieme ad alcuni Paesi musulmani come l’Egitto hanno firmato il documento superando divergenze e contrapposizioni ideologico-religiose.

Essere femministe nel 2013 si può (2013)

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IL MANIFESTO – DONNE, SOCIALE – 08.03.2013 –

LUISA BETTI

 
A Parigi un convegno su “Donne e poteri”. All’ordine del giorno il problema dell’ingresso delle donne nei luoghi del potere. Senza nessuna remora a definirsi “femministe”
Sono a Parigi, piove, e tra poco andrò alla manifestazione per la “Giornata internazionale delle donne” dato che oggi è l’8 marzo. Sono venuta qui perché due giorni fa il Comune parigino mi ha invitata come rappresentante italiana sui diritti delle donne in un convegno dal titolo “Donne e poteri”, con cui la vicesindaca, Fatima Lalem, ha inaugurato un programma di eventi e incontri su e per le donne (ma anche per uomini) che durerà tutto il mese e interesserà diverse parti di questa capitale.
Nella meravigliosa sala dell’Hotel de Ville, sede centrale del Comune di Parigi, abbiamo parlato davanti a una folta platea raccontando cosa bolle nelle rispettive realtà d’azione, e ho capito che l’atteggiamento giusto per vincere la battaglia delle donne, è unire le forze superando barriere e differenze. Il punto centrale però è stato chiaro fin da subito, e cioè che le donne che erano lì non solo combattevano per altre donne in un sostegno reciproco e costante, ma non avevano paura a chiamarsi femministe. E ho tirato un sospiro di sollievo pensando ai tanti “se” e ai tanti “ma” che ormai siamo costrette a mettere davanti a quella parola qui da noi, come quasi fosse quasi un’offesa.
Su quel palco la vicesindaca Fatima Lalem, insieme a Yvette Roudy (prima e storica ministra del dicastero dei diritti delle donne nell’81) e la senatrice Michèle André, ha lanciato le 100 iniziative del marzo parigino dicendo chiaramente che si tratta di “un momento particolare per la lotta delle donne che oggi si trovano anche a vivere situazioni insopportabili”, e che per questo “l’8 marzo deve essere sempre, ogni giorno, perché ormai un capovolgimento è necessario”.
“La tabella di marcia per l’ugualianza in una logica trasversale che apra l’accesso delle donne al potere è il risultato di un lavoro di anni e di una militanza”, dice Lalem riferendosi a sé ma anche alle politiche di governo e al ministero dei diritti delle donne guidato dalla giovane Najat Vallaud-Belkacem. “A Parigi – continua – ho creato una dinamica territoriale di informazione e intervento su sessualità, aborto, salute delle donne, lavoro, e abbiamo permesso l’aborto terapeutico, e interventi contro la violenza sulle donne con rifugi per le vittime su tutto il territorio. Percorsi di inserimento nel lavoro per le famiglie monoparentali che sono per lo più mamme separate con figli. Un’azione politica che agisce sui diritti delle donne, ma anche sulla cultura e sulla mentalitá, nella decostruzione degli stereotipi che bloccano l’accesso delle donne al potere”.
Parole che in tutta la campagna elettorale italiana non ho sentito (neanche a sinistra), almeno non in forme così nette e con l’orgoglio di una militanza femminsta non da nascondere ma da esibire come bagaglio di esperienze. “Le donne al potere – dice Lalem – sono una questione fondamentale, perché bisogna esitare a fare di una donna capo di una azienda? Perché mettere steccati che delimitino l’accesso delle donne ovunque?”.
Yvette Roudy è la donna che ha convinto Mitterand a istituire il ministero dei diritti delle donne e ha imposto di lanciare l’8 marzo in Francia: “Lui non voleva – dice Roudy – perchè solo il partito comunista lo celebrava, e io l’ho voluto ricordando che non era proprietà del partito comunista perché il partito comunista in Francia era nato dopo, e così ho convinto Mitterand”. Per questa donna, che qui è un’istituzione, se l’8 marzo viene ancora ricordato, “è perché questa giornata significa qualcosa” e anche perché “la questione delle donne non è risolta”: un problema che riguarda “la democrazia che non sarà reale finchè ci saranno diversitá di carriere, poche donne nel potere, e violenze maschili sulle donne. Come dicevano Marx e Gandhi, noi evochiamo sempre quello che non va”.
Il tetto di cristallo esiste ancora (eccome se esiste) e si sta facendo sempre più duro perché la pressione delle donne è sempre più intensa e dichiararsi femminste oggi non è essere “vecchie” ma rinforzare quella spinta. Francois Laborde, giornalista dell’osservatorio dell’immagine delle donne nei media, dice che qui in Francia le donne che appaiono in tv sono il 35% del totale ma sono donne che per la maggior parte vengono interpellate in quanto testimonianza o racconto perché quando servono gli esperti chiamano sempre un uomo. “Il problema – dice Laborde – è che la maggior parte di uomini e donne pensano che ci sia giá la parità, mentre non è vero”. E il fatto che ci siano donne ai veritici non sempre garantisce che quella donna sia lì per lottare e sostenere i diritti delle altre, perché la cooptazione femminile su logiche maschili è sempre più in agguato. “In Marocco – dice Rajaa Berrada, presidente della CIOFEM (Centre d’information et d’observation des femmes marocaines) – l’unica ministra donna che abbiamo, e che si occupa della famiglia, ha proposto di abbassare l’età del matrimonio delle ragazze dai 18 ai 16 anni, perché il numero altissimo delle violenze sulle ragazze possa essere rimediato con il matrimonio riparatore”. Per Gaye Petek, presidente dell’associazione ELELE e vicepresidente del Conseil National pour l’Intégration des Populations Immigrées (CNIPI), la situazione è molto chiara in Turchia dove il governo di Erdogan sta riportando indietro il Paese sui diritti delle donne (con proposte come quella di ridurre le settimane in cui è possibile interrompere la gravidanza oppure reintroducendo il velo nelle università), sostenendo la tesi della libertà femminile attraverso mediazioni maschili. “Lo stereotipo della libertà a portare il velo, per esempio, è chiaramente uno stereotipo pericoloso, in quanto la differenza non è in chi lo porta o chi non lo porta, ma del perché chi ha il foulard è una brava ragazza mentre chi non ce l’ha è una poco di buono. La strategia è politica perché permette di portare le donne su un terreno di consenso, senza capire che su certi cose le donne non hanno deciso nulla per se stesse e sono totalmente all’interno di logiche maschili”.
Liberarsi da questo significa non solo dividere nettamente quello che è la religione, che è un fatto personale, e la laicità dello Stato, ma anche intravedere la natura di uno stereotipo di cui le stesse donne possono essere tramite. E per questo dichiararsi femministe oggi ha un valore doppio.
Per le giovani francesi chiamarsi femministe non è un problema come non lo è per Yvette Roudy o Fatima Lalem. Julie Muret, portavoce di Osez le femminisme che esiste dal 2009 e raccoglie tantissime giovani francesi (20-30 anni è la media delle aderenti), racconta di come loro lavorano su tutti i temi del femminismo: dall’autoderterminazione, all’aborto, la violenza contro le donne, la parità di salario, l’accesso al lavoro, le mutilazioni genitale, attraverso campagne e controinformazione. “Noi abbiamo un giornale, un blog, e facciamo campagne, ma tutto è basato sull’abbattimento degli stereotipi”, dice Muret. “I francesi sono ancora molto maschilisti e il lavoro è enorme. Qui ci sono 75mila donne stuprate all’anno e nel 2011 ci sono stati 157 femminicidi, e lo stereotipo è forte se si pensa che quando una donna si sposa perde il suo cognome se non avverte esplicitamente di volerlo tenere prima del rito civile”. Sui movimenti femministi francesi, Tiziana Jacoponi, italiana trapiantata a Parigi da 15 anni e presidente dell’associazione “Les 400 Louves”, dice che se qui a Parigi “One Billion Rising” non ha avuto un grande successo, “è perché le francesi pensano ai loro diritti come una cosa seria su cui c’è poco da ballare. Sulla violenza, per esempio – continua – il numero telefonico di Solidarieté femmesche gestisce le chiamate di richiesta d’aiuto sulla violenza domestica, è efficiente non solo perché indirizza la donna al centro più vicino richiedendo un intervento speciale del telefono azzurro se ci sono minori presenti, ma perché in caso di pericolo di vita della donna, sposta la vittima dalla città dove abita per tutelare la sua incolumità”.
Come ha detto Fatima Lalem due giorni fa: “Le violenze sulle donne sono progressive nel mondo intero, i femminicidio è ovunque, e per questo è necessario sostenere la lotta delle donne che sono in trincea per la democrazia, utilizzando tutti i mezzi possibili, aprendo nuovi orizzonti che si sviluppino intorno ai diritti delle donne e all’accesso al potere. Siamo di fronte a un momento cruciale per i movimenti femministi che hanno una sfida più grande nel mondo”.

La famiglia italiana fa più vittime della mafia (2012)

IL MANIFESTO – 7 MARZO 2012 –

Luisa Betti

Uno dei primi report che con un certo spazio, e una certa accuratezza di dati, sono stati pubblicati sulla stampa italiana per analizzare il femminicidio – femmicidio, in cui, riprendendo sia la Piattaforma Cedaw sia le osservazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, si evidenzia come in Italia la forma più estesa di violenza sulle donne sia la violenza domestica e nei rapporti intimi. Uno stimolo che porterà l’Italia a concentrarsi sul fenomeno.
(cliccare sul’immagine per leggere l’articolo)
 
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