Abortirai con dolore

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La salute delle donne è un argomento che non passa mai di moda soprattutto perché costantemente messa in discussione anche in quei paesi che dovrebbero attuare politiche che facilitino l’accesso delle donne al controllo riproduttivo. Il 28 settembre sarà la Giornata mondiale per la depenalizzazione dell’aborto e contro le morti per aborto clandestino, e alcune associazioni in Italia (tra cui l’Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto, l’Associazione Luca Coscioni,  l’AIED, ecc.) hanno presentato una petizione alla ministra della salute, Beatrice Lorenzin, per velocizzare l’IGV farmacologico estendendolo in regime ambulatoriale dato che oggi in Italia, a differenza di altri Paesi come la Francia, per interrompere una gravidanza con procedura farmacologica è previsto il ricovero ordinario di 3 giorni, e dove solo in Toscana, Emilia Romagna e nel Lazio si può praticare con un day hospital (ma solo perché regioni “disobbedienti”). In realtà, tra i tagli alla sanità e l’incombente presenza dei medici obiettori negli ospedali – la cui percentuale italiana (70%) è seconda solo al Portogallo (80%) – interrompere una gravidanza è diventato difficile soprattutto nel centro-sud, e alcune donne sono costrette a fare code interminabili che possono cominciare alle 5 del mattino con esito incerto. Circostanze che mettono in grave pericolo l’attuazione della stessa legge che invece dovrebbe essere invece garantita. Il grosso ostacolo a facilitare l’Igv è spesso legato all’idea che una donna possa “prenderla alla leggera” e usare l’aborto come se fosse un metodo contraccettivo, mentre invece quella dell’interruzione di gravidanza è un’esperienza che le donne vivono spesso in maniera traumatica e anche con grandi sensi di colpa proprio per il contesto culturale che le fa sentire responsabili di una vita che vanno a interrompere, dissociando così loro stesse dal proprio corpo, e come se fossero donne “sbagliate” a prescindere. Ma quello che è doveroso sottolineare è anche la premura che le istituzioni dimostrano rispetto al controllo su quello che una donna decide di fare della propria vita (non tutte le donne desiderano diventare mamma ad esempio) che nel caso dell’aborto farmacologico ambulatoriale diventerebbe quasi “sfacciato” perché praticato con troppa autonomia. Quest’estate è scomparsa Simone Veil che da ministra della salute nel 1974 riuscì a far passare la legge che depenalizzava l’aborto in Francia dopo un’estenuante battaglia parlamentare che le costò insulti e aggressioni pubbliche. I tempi sono cambiati ma solo in apparenza, e anzi per certi versi sono anche peggiorati. In Europa coesistono ancora oggi Paesi come Malta, in cui l’aborto è vietato in ogni caso, e la Svezia in cui l’obiezioni di coscienza dei medici non esiste neanche, e non mancano aggressioni delle istituzioni alla legge, come anni fa in Spagna e l’anno scorso in Polonia (dove la legge è già restrittiva), o i tentativi di boicottare l’Igv attraverso l’obiezione di coscienza come in Italia o il Portogallo.

(da Passaparola Magazine – Rivista italiana in Lussemburgo e in Francia – settembre 2017)

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Aborto, una “marea violeta” invade Madrid (da pagina99.it)

foto madridSpagna – Decine di migliaia di persone manifestano contro la legge che riporta all’indietro i diritti delle donne in Spagna consentendo l’aborto solo in caso di stupro e pericolo di morte della donna. E l’ondata di protesta arriva nelle piazze europee, da Parigi a Roma

Aborto, una “marea violeta” invade Madrid 

01 febbraio @ 18.12 – Luisa Betti – da pagina99.it

È una marea violeta quella che nella mattinata ha inondato le vie di Madrid: decine di migliaia di persone, donne e uomini di tutte le età che sono arrivati da ogni parte della Spagna insieme al “Treno della libertà” partito dalle Asturie. L’appuntamento è alla stazione di Atocha, per sfilare nelle strade della capitale contro il progetto di legge proposto dal ministro della giustizia Gallardòn ,che vorrebbe ridurre l’interruzione di gravidanza ai casi di stupro o di pericolo di vita della donna certificata da due medici, cancellando così la precedente legge sull’aborto approvata nel 2010 da Zapatero. Una marea violeta inarrestabile che aumenta di ora in ora, e che procede decisa perché vuole voncere come la marea blanca che ha fermato la privatizzazione di alcuni ospedali pubblici di Madrid. Quello che questa gente vuole, è il ritiro della proposta di legge sull’aborto del governo Rajoy, ed è per questo che nelle strade di Madrid, oggi, la parola d’ordine è “Gallardòn dimission!”, un coro che quando arriva sotto il ministero della Sanità, grida forte per avere anche le dimissioni della ministra Ana Mato.

In bella vista c’è lo striscione del treno della libertà, su un altro c’è scritto “Nosotros decidemos”, una ragazza ha disegnato sulla sua pancia nuda “fuori la chiesa dal mio ventre”, e nelle mani il fiume di gente tiene strette bandierine con i simboli femministi, ombrelli rossi aperti ma anche le bandiere delle province e delle regioni spagnole chiamate a raccolta stamattina contro la legge Gallardòn, raffigurato in piazza come un dracula gigante di cartapesta.

Gill McBride, un’australiana catapultata a Madrid per manifestare insieme alle donne spagnole, racconta dalla piazza: “E’ un fiume di gente così grande che non si riesce a vedere né la fine né l’inizio del corteo. La strada della manifestazione è enorme; sembra il raccordo di una grande città pieno di persone di tutti i tipi”. Gli striscioni non sono numerosi ma le bandiere della repubblica spagnola svettano per aria insieme a quelle azzurre delle Asturie. E’ uno spettacolo festoso; chi balla, chi canta: “Accanto a me c’è una nonna che sbatte sul coperchio di una penatola e grida slogan, è incredibile la forza e la vitalità di questo corteo, e quello che risalta è che si tratta di persone normali, famiglie, che sono qui perché vogliono decidere per se stessi, tutti”. Le ore passano e le donne che sono in testa avanzano gridando: “Gallardón, io controllo il mio utero”, e non arretrano davanti alle tre fila di transenne. Poco prima delle 14, ora in cui il documento “Porque Yo decido”, firmato da 334 associazioni, deve essere consegnato, il ministro degli Interni Jorge Fernandez Diaz fa sapere che il governo ha già stabilito la sua posizione nel progetto di riforma della legge sull’aborto e che “nulla è più progressista nella vita che tutela i più svantaggiati”, frase che arriva dopo la dichiarazione del minstro Gallardòn che, già nella giornata di ieri, si era detto pronto a lasciare il governo ove passasse una pur minima modifica al suo articolato di legge. Arrivate alle transenne, alcune donne vanno a trattare con le forze dell’ordine, per portare il documento al palazzo del congresso. Quando riescono ad oltrepassare le sbarre e a consegnare il documento che chiede di ritare la proposta di legge antiabortista e di lasciare quella attuale, scoppia un applauso che contagia la piazza, e tutti gridano: “Si può! Si può!”.

Una possibilità che diventa più reale perché a sostenere le donne e gli uomini spagnoli che oggi sono scesi in piazza ci sono altre città del mondo che manifestano: da Londra a Parigi, Lisbona, Dublino, anche grazie a un passaparola che è stato determinante sui social network, più che sull’informazione tradizionale, e che ha lavorato  a livello internazionale. Dopo le 14 sono iniziate infatti le manifestazioni un po’ ovunque, a cominciare dalla Francia dove più di 90 associazioni e gruppi si sono mobilitate nelle diverse città, e dove tutti i consultori francesi si sono mossi per questo appuntamento del primo febbraio. A Parigi, sotto l’ambasciata spagnola, c’erano bandiere e striscioni in difersa dei diiritti delle donne e non hanno partecipato solo donne ma anche molti uomini, e la stessa Anne Hidalgo, la candidata socialista a sindaca di Parigi di origine spagnola, era lì con loro.

In italia le donne si sono ritrovate in moltissime città anche sotto la pioggia: Firenze, Bologna, Napoli, Torino, Palermo, e in tutte quelle in cui si erano date appuntamento con la rete  Womenareurope. In particolare a Roma la manifestazione sotto l’ambasciata spagnola è stata molto vivace e partecipata: “Ci sono le ginecologhe, le ostetriche, anche alcune parlamentari, ma posso dire che in realtà ci sono tutte le associazioni e i collettivi di donne romane che conosco, oggi ci siamo tutte qui – dice Francesca Koch della Casa internazionale delle donne – e soprattutto vedo tante giovani che sono, direi, molto arrabbiate”. Gli slogan e gli striscioni nella capitale sono: “il corpo mio e io decido”, “io decido se essere madre”, “io decido di non fare il passo indietro”, e le ragazze buttano i coriandoli ovunque. Meno partecipata quella di Milano, per una pioggia battente che però non ha impedito di far scendere in strada donne e uomini, soprattutto ragazzi, che hanno partecipato alla manifestazione sotto il consolato spagnolo.

1 febbraio – #MiBomboEsMio. Giornata europea contro la legge Rajoy sull’aborto (da pagina99.it)

 

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Primo febbraio / Dove e come si riempiranno le piazze in tantecittà europee per la mobilitazione contro il dietrofront spagnolo sui diritti delle donne. 
Si parte da Madrid, con "il treno della libertà".

#MiBomboEsMio. Giornata europea contro la legge Rajoy sull’aborto

31 gennaio 2014 – di Luisa Betti – da pagina99.it

Il “Treno della libertà” che sabato parte dalle Asturie e arriva alla stazione di Atocha a Madrid alle 12 del primo febbraio, si unirà con altri gruppi arrivati da ogni parte della Spagna per portare entro le 14 al parlamento spagnolo il documento “Porque Yo decido”, firmato da 334 associazioni contro la proposta antiabortista del governo di Mariano Rajoy. La rete delle donne europee, Womenareurope, si è organizzata contro il disegno di legge spagnolo del ministro della giustizia Alberto Ruiz Gallardón – che prevede l’aborto solo in caso di stupro o grave pericolo per la donna certificato da due medici – e sta dando vita a una risposta globale. Oltre alle manifestazioni del primo febbraio, la rete guarda all’8 marzo per una mobilitazione a favore dei diritti delle donne. Ma è il 29 marzo che le spagnole chiameranno a raccolta tutte le associazioni d’Europa per dare vita alla Conferenza sulla libertà delle donne: un incontro che, pur lanciato dal Partito socialista europeo (Pse), è diventato aperto a tutte quelle che singolarmente o a gruppi arriveranno il 29 marzo a Madrid. Gruppi che avranno modo di incontrarsi e confrontarsi anche prima, durante l’evento “One Billion Rising”, che il 14 febbraio farà scendere nelle piazze le donne di tutto il mondo con la parola chiave: giustizia.

Nel giro di un mese, la protesta contro la legge Gallardón, cominciata su twitter con l’hashtag #MiBomboEsMio (il mio pancione è mio), è diventata virale con una continua adesione al documento “Porque Yo decido”, reperibile online e ormai tradotto in sette lingue. E anche se l’epicentro della protesta è Madrid, il primo febbraio le donne scenderanno a manifestare sotto le ambasciate e i consolati spagnoli in diverse città del mondo: Roma, Milano, Napoli, Firenze (v. elenco sotto) ma anche a Londra, Parigi, Dublino, Lisbona, Buenos Aires, Quito e Santo Domingo; chi non potrà esserci può comunque inondare di email le ambasciate spagnole (per l’Italia emb.roma@maec.es oppure cog.roma@mae.es).

Il progetto di legge, che vorrebbe sostituire la precedente “Legge per la salute sessuale e riproduttiva e per l’interruzione volontaria della gravidanza” approvata da Zapatero nel 2010, si chiama “Protezione dei diritti del concepito e della donna in gravidanza”: un progetto contro cui si è schierato tutto l’arco parlamentare di opposizione spagnolo – dal Psoe a Izquierda Unida, al partito nazionalista basco – e che ha spaccato anche il partito popolare di Rajoy (al punto che la sua conversione in legge è stata rinviata a dopo le elezioni europee). Una riforma, quella spagnola, che avrebbe come scopo “aumentare la natalità” e “favorire la maternità”, senza passare dal consenso della donna.

In Italia le donne e le associazioni che si sono schierate con le spagnole sono in continuo aumento e vanno dai centri antiviolenza alla Casa internazionale delle donne di Roma, passando per l’Udi, le giornaliste di Giulia, Snoq Factory, Cgil Roma e Lazio, Punto D, Assolei, Differenza Donna, Zeroviolenzadonne, Laiga e moltissime altre sigle e gruppi (tutte le adesioni sono sul sito Womenareurope). Per portare fisicamente il testimone di questa adesione, il primo febbraio partirà anche una delegazione da Firenze, dove è nata la rete di solidarietà italiana.

Ma l’indignazione delle donne europee in materia di tutela della salute riproduttiva parte da prima del caso spagnolo, ovvero dalla bocciatura nell’Europarlamento della cosiddetta “risoluzione Estrela” in cui si chiedeva, oltre a un impegno dell’Europa sulla tutela della salute riproduttiva, anche di regolamentare l’obiezione di coscienza in quanto “i casi di Slovacchia, Ungheria, Romania, Polonia, Irlanda e Italia” dimostrano come ormai “il 70 per cento dei ginecologi e il 40 per cento degli anestesisti coscientemente evitano di fornire servizi sull’aborto” in una parte importante dell’Europa. La risoluzione, presentata dell’eurodeputata socialista portoghese Edite Estrela, è stata contestata dai conservatori e dalle destre, ma affossata poi dalla decisiva assenza di un gruppo di europarlamentari italiani del Pd. Nel rapporto si sottolinea il fattto che “più di un quarto degli Stati membri non dispone di dati sulle percentuali di interruzioni di gravidanza seguite da un professionista medico specializzato”, in altre parole sugli aborti clandestini.

Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale sanità), l’aborto non sicuro rimane una delle quattro principali cause di morte e lesioni in tutto il mondo connesse alla gravidanza, insieme a emorragia, infezioni e ipertensione; e nonostante i grandi miglioramenti recenti nel tasso globale di mortalità materna, la percentuale di decessi attribuibili all’aborto non sicuro è stabile al 13% ovvero a 47.000 morti ogni anno: decessi che si verificano per la maggioranza in paesi con leggi molto restrittive. A questo vanno aggiunte gli 8 milioni di donne che soffrono di lesioni gravi, e talvolta permanenti, a seguito di complicazioni da aborto candestino, e circa 3 milioni di adolescenti che rischiano la vita con aborti illegali.

Un paio di anni fa la rivista scientifica Lancet, pubblicava il rapporto del Guttmacher Institute (NY, Usa), dove Gilda Sedgh, tra le autrici dello studio, sottolineava che “la quota crescente di aborti è nei paesi in via di sviluppo” ovvero “dove queste procedure si svolgono spesso in modo clandestino e pericoloso”. Lo studio riferiva che dal 2003 in poi, gli aborti annuali erano calati di 600.000 nei paesi sviluppati, ma erano aumentati di 2,8 milioni nei paesi emergenti; e che se nel 2008 si erano registrati 6 milioni di aborti nei paesi ricchi, nei paesi emergenti ce n’erano stati 38 milioni. Secondo lo studio l’Europa occidentale, il Nord America e il Sud Africa (dove il 90% delle donne è tutelato dalla South Africa’s liberal abortion law del ‘97), hanno il più basso tasso di aborti nel mondo, mentre l’America Latina e l’Africa, soprattutto dove la legislazione sull’aborto è restrittiva, il tasso di abortività è molto più alto.

Una variante importante, sottolinea la ricerca, è l’accesso alla contraccezione. Un esempio: se l’aborto è ampiamente legale sia in Europa occidentale che in quella orientale, la percentuale di aborti più alta nell’est (il 43 per 1.000 contro il 12 per 1000 nell’Europa occidentale) è causata dal minore uso dei contraccettivi. E’ da situazioni come queste che si deduce come il fattore culturale e di educazione alla sessualità rimanga primario ovunque, e che la semplice legalizzazione dell’aborto non basta. Un altro esempio è l’India dove, sebbene l’aborto sia legale dal 1971, esiste un’alta percentuale di donne che ricorrono all’aborto clandestino e non sicuro “perché rimangono all’oscuro della legge – spiega il rapporto – e non riescono a superare gli ostacoli culturali, finanziari e geografici per avere acesso a servizi in condizioni sanitarie sicure e con medici professionisti”.

Altri esempi anomali sono l’Irlanda (dove solo di recente è stata introdotta una legge che permette l’aborto in caso di pericolo della madre – compresa la minaccia di suicidio e il disagio psichico) e Malta (dove ancora è illegale abortire). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le morti legate alla gravidanza sono rare sia in Irlanda che a Malta perché le donne sono state sempre in grado di spostarsi facilmente nei paesi vicini dove l’aborto è legale (da non dimenticare il caso di Savita Halappanavar, la donna di origine indiana morta di setticemia in un ospedale irlandese nel 2012 perché i medici si erano rifiutati di eseguire l’aborto).

In conclusione, e sempre secondo lo studio del Guttmacher Institute, “il numero di aborti può essere ridotto evitando gravidanze indesiderate attraverso un maggiore accesso ai servizi di pianificazione familiare di qualità”, anche se per gli aborti possibili “i servizi non sicuri devono essere sostituiti da servizi sicuri, per il bene della salute e della vita delle donne”, ed è per questo che “i governi hanno l’obbligo di rimuovere le barriere giuridiche penali o di altro genere ai servizi, in modo che questo aspetto fondamentale del diritto umano globale alla salute possa essere pienamente realizzato, come ormai riconosciuto anche da il rapporto 2011 del Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani”.

Le mobilitazioni per il 1 febbraio

In Spagna

L’appuntamento del 1 febbraio per “El Tren de la libertad” che arriva dalle Asturie e per i gruppi che provengono da tutta la Spagna e da altri paesi, è sulla spianata alla fine di Calle Claudio Moyano all’incrocio del Paseo del Prado (vicino alla stazione di Atocha ) alle12:00, da lì ci si dirige alla Camera dei Rappresentanti per consegnare il documento “Perché io scelgo” al primo ministro, al presidente del Congresso, alla ministra Ana Mato, al ministro Gallardón e a vari gruppi parlamentari.

In Italia

BOLOGNA – piazza del Nettuno, ore 15.00.

CAGLIARI p.za Costituzione (sotto il bastione), ore 16.00.

CATANIA – sotto la Prefettura,  ore 11.00.

COSENZA – assemblea pubblica per parlare della legge spagnola

FIRENZE – via de’ Servi 13, alle 15.30, sotto il Consolato spagnolo.

MESSINA – piazza Cairoli, ore 11.00

MILANO – via Fatebenefratelli 26, dalle ore 14.00, sotto il Consolato spagnolo.

NAPOLI – consolato spagnolo, in via dei Mille 40, ore 16.00

PISTOIA – arriveranno a Firenze con il “vagon de la libertad”.

RAVENNA – piazza Andrea Costa dalle 16 alle 18.

REGGIO CALABRIA – corso Garibaldi, teatro “Cilea” dalle ore 16:30

ROMA – Piazza Mignanelli (piazza di Spagna), ore 15.00, sotto l’Ambasciata spagnola.

SIENA – sit in Piazza Salimbeni dalle 16.00 alle 19.00

TORINO – piazza Castello, ore 15.00

VERCELLI – Via Cavour, ore 16.00 – 17.00

In altri paesi

FRANCIA – in tutte le città dalle 14.00 in poi.

PARIGI –  Place Joffre (École Militaire) à lAmbassade d’Espagne, ore 14:00.

LONDRA – in treno da Charing Cross a Waterloo Est, ore 13:00 ad Hungford Bridge.

DUBLINO – ore 14.00 Ambasciata spagnola.

LISBONA – ore 14.00 Ambasciata spagnola.

BUENOS AIRES – Giovedì 30 gennaio ore 12.00 sotto l’Ambasciata di Spagna.

REPUBBLICA DOMINICANA – Mujeres dominicanas se montan en tren de la libertad.

ECUADOR – consolato di Spagna a Quito, e in solidarietà con le spagnole ci saranno le 200.000 ecuadoriane residenti in Spagna.

2012, attacco al corpo delle donne (2012)

IL MANIFESTO, GENERI – SOCIALE, POLITICA, CULTURA – 20.05.2012 –

Luisa Betti

La politica per le donne è costosa e pericolosa, e l’ideologia reazionaria che mette al primo posto “dio, patria e famiglia” è il primo baluardo di questa battaglia
Succede ovunque e non riguarda soltanto il diritto alla salute o la violenza ma tutto ciò che ruota intorno al corpo delle donne: perché il controllo del corpo femminile è una questione di potere. Cosa si gioca su un corpo che è in grado di decidere se, come e quando, mettere al mondo un essere umano? Se, come e quando, dire di no a un uomo? Se, come e quando rifiutare di svolgere lavoro gratuito in famiglia o di essere sottopagate in un’azienda? Di farsi chiamare direttora, procuratora, ministra stravolgendo un dizionario e miliardi di libri che supportano un linguaggio falsamente neutro? Forse sembra ancora troppo rivoluzionario che le donne decidano come stare al mondo e con quale corpo (grasso, magro, alto, basso) e troppo costoso per gli uomini dividere questo potere.
Le crociate “antifemministe” di tutto il mondo oggi partono dalla paura di mettere in discussione questo potere e la negazione al diritto ad abitare un corpo fuori dagli stereotipi imposti da regole maschili, ha scatenato una guerra dove la posta in gioco rimane la discriminazione di genere: a casa, a scuola, sul lavoro, nei tribunali, da parte dello Stato, in ospedale, nella comunità, dentro la Costituzione, ovunque.
Un po’ di mesi fa la giornalista britannica Laurie Penny, su NewStatesman – a proposito dei Repubblicani americani in corsa per le primarie – ha parlato di “assalto in piena regola alla libertà sessuale e riproduttiva delle donne”, e di come “curiosamente, i conservatori britannici che attaccano il diritto all’aborto e alla contraccezione usano gli stessi argomenti”, in quanto se “possiamo scegliere se e quanti figli vogliamo avere e quando averli, possiamo essere sessualmente attive senza timore di una gravidanza, e possiamo essere presenti, in teoria, in ogni ambito della vita pubblica e professionale. Possiamo avere, cioè, tutti i vantaggi di cui gli uomini hanno sempre goduto per puri motivi biologici”. Un attacco che non è semplice “guerra culturale” ma una vera  “controrivoluzione sessuale” che dalla Gran Bretagna si estende negli Stati Uniti ma che, a ben vedere, si gioca anche su molte donne in Europa, in America e nel mondo, anche se con forme diverse e in maniera magistralmente trasversale.
In Italia, di fronte al tragico aumento degli omicidi di genere, alcune giornaliste hanno provato un certo fastidio a usare la parola femmicidio o femminicidio in quanto termini evocativi di una donna ridotta a corpo – e quindi femmina – mentre invece è proprio causa e obiettivo in una escalation dove la volontà di possesso può arrivare fino alla cancellazione fisica della donna. L’aumento della violenza domestica (circa l’80% della violenza di genere), che è strettamente collegata ai femmicidi  – per la maggior parte eseguiti da ex partner o mariti – ha messo il dito sulla piaga “famiglia” che è un terreno privilegiato in cui si gioca il controllo del corpo della donna: la sua vita e la sua morte, il suo sostentamento, ma anche la sua capacità riproduttiva che va seguita in maniera capillare, a costo di una mortificazione sia fisica che mentale della donna.
La destra italiana, che la scorsa domenica ha sfilato in piazza a Roma con un sindaco (Gianni Alemanno) che indossava la fascia tricolore contro la legge 194 sull’interruzione di gravidanza approvata nel 1978 con referendum popolare, ha pubblicamente rimesso in piedi, sul corpo delle donne, il patto d’acciaio della cultura reazionaria e l’aggressivo machismo del fascismo italiano. Tra i manifestanti c’erano ecclesiastici, a partire dai cardinali Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, e Angelo Bagnasco, presidente della Cei, alcuni politici come Maurizio Gasparri (Pdl) e Paola Binetti (Opus Dei), e partiti d’estrema destra razzisti, antisemiti, omofobi come il movimento Militia Christi e Forza Nuova. E anche se in Italia il tasso di aborti è tra i più bassi d’Europa, quello che non va giù della 194 sono l’art. 4 – che riconosce il diritto di interruzione volontaria della gravidanza per ragioni economiche, morali e sociali nei primi 90 giorni – e l’art. 5 – che attribuisce alla donna, anche se coniugata, il diritto di assumere la decisione abortiva senza coinvolgere il partner – cioè l’indipendenza della decisione della donna.
In Italia però la legge 194 non si tocca, e da tempo sono le Regioni amministrate dalle destre che cercano di guadagnare terreno “rosicchiando” la legge. In Lombardia la Giunta di Formigoni ha finanziato il Fondo Nasko che dà alle donne che decidono di non abortire un contributo di 250 euro mensili per un anno e mezzo; mentre in Liguria a fine aprile il Consiglio regionale ha discusso una mozione, promossa dal Capogruppo del Pdl Matteo Rosso, che cercava di copiare il modello lombardo e lo stesso è successo tempo fa in Piemonte. Nel Lazio è stato proposto un cimitero per feti ma la battaglia parte dal tentativo, intrapreso dalla consigliera Olimpia Tarzia, di spazzare via i consultori sul territorio che, secondo la legge 405 del 1975, hanno un ruolo centrale nell’ambito dell’interruzione volontaria della gravidanza e nell’assistenza alla contraccezione per donne e ragazze che ne fanno richiesta, tutto a spese del Sistema sanitario nazionale. Contro la legge di Olimpia Tarzia – che è anche Presidente Nazionale del Movimento per Politica Etica Responsabilità e che era in prima fila alla Marcia per la vita con Alemanno – le donne italiane si sono mobilitate con un’Assemblea Permanente che ha bloccato il tentativo di sostituire i consultori con dei centri improntati alla difesa della famiglia, al controllo delle interruzioni di gravidanza, per la tutela della nascita al di là della donna, e con la partecipazione di organizzazioni private.
Ma la posta in gioco è tale che la consigliera Tarzia ha cercato di aggirare l’ostacolo portando i punti centrali della sua proposta in due emendamenti alla legge dell’Assessore Aldo Forte sul “Sistema integrato degli interventi, dei servizi e delle prestazioni sociali per la persona e la famiglia nella Regione Lazio” in discussione alla Regione. “La difesa della vita – ha detto Tarzia – è una battaglia di civiltà, il diritto alla vita non ha e non deve avere un colore, né religioso né politico, è il primo dei diritti umani”, cavalcando così un cavallo (i diritti umani) che non è il suo, e calpestando il diritto della donna, che è un essere umano già nato.
Il concetto, su scala diversa, richiama quello che succede altrove. Negli Stati Uniti, dove il candidato repubblicano alle presidenziali 2012, Mitt Romney, vuole eliminare i fondi federali della Planned Parenthood (organizzazione che fornisce assistenza medica e aborto a basso costo a 5 milioni di donne), il senatore Josh Mandel in Ohio ha proposto la Heartbeat Bill che vieterebbe l’interruzione di gravidanza anche per stupro, incesto e pericolo per la madre, nel caso si intercettasse il battito cardiaco del feto a poche settimane dal concepimento. In Texas i dottori devono fare un’ecografia prima di interrompere la gravidanza e se la paziente si rifiuta di guardare le immagini, il medico deve descrivere ciò che vede; mentre in New Hampshire una legge prevede che i medici distribuiscano 24 ore prima dell’interruzione di gravidanza, “materiale informativo” in cui si mette in relazione l’aborto con il cancro al seno. In Svizzera una proposta di un comitato interpartitico antiabortista, vorrebbe sopprimere il rimborso delle interruzioni di gravidanza da parte dell’assicurazione sanitaria modificando l’attuale norma approvata nella votazione popolare nel 2002, mentre in Francia Nathalia Bajos, ricercatrice all’ISERM, sostiene che il contesto sociale e giuridico francese mette la donna in una situazione in cui il diritto a interrompere una gravidanza esige il riconoscimento di non aver saputo gestire la propria vita sessuale: una sorta di colpevolezza su un qualcosa che riguarda la vita privata.
La verità è che l’aborto, indotto o spontaneo, fa parte della vita di una donna e le restrizioni e la colpevolizzazione, così come il pensare che il problema sia esclusivamente legato a un fatto economico, oltre a non riconoscere il diritto delle donne a decidere su se stesse, hanno un’azione contraria che favorisce gli aborti, soprattutto quelli clandestini che mettono a repentaglio la vita delle donne. Secondo un recente rapporto dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) circa 16 milioni di adolescenti, di cui 2 milioni sono sotto i 15 anni, partoriscono ogni anno nel mondo, ma altre 3 milioni rischiano la vita con aborti illegali. Le stesse Nazioni Unite a fine aprile – Commissione su popolazione e sviluppo – hanno adottato una Risoluzione riguardante la salute sessuale e riproduttiva, in cui, tra le altre cose, si ribadisce il diritto delle giovani a decidere sulle questioni relative alla sessualità, rafforzando l’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva, compreso quello all’interruzione volontaria di gravidanza che deve avvenire in condizioni di sicurezza, garanzia di riservatezza e rispetto senza alcuna discriminazione o tentativi di coercizione.
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Lancet e presentato a gennaio a Londra, la metà degli aborti nel mondo non avvengono in condizioni di sicurezza e di questi il 98% avviene in paesi dove le leggi sull’aborto sono restrittive. Gilda Sedgh, tra le autrici dello studio e ricercatrice senior presso il Guttmacher Institute (NY, USA), dice che “stiamo vedendo una quota crescente di aborti nei paesi in via di sviluppo, dove queste procedure si svolgono spesso in modo clandestino e pericoloso”. Dal 2003 gli aborti sono calati di 600.000 unità nei paesi sviluppati, ma sono aumentati di 2,8 milioni nei paesi emergenti, e se nel 2008 ci sono stati 6 milioni di aborti nei paesi ricchi, nei paesi emergenti ce ne sono stati 38 milioni. Secondo lo studio l’Europa occidentale, il Sud Africa (dove il 90% delle donne è tutelato dalla South Africa’s liberal abortion law del 1997) e il Nord Europa hanno il più basso tasso di aborti nel mondo – rispettivamente 12, 15 e 17 per 1.000 donne in età fertile –  mentre l’America Latina e l’Africa, dove la legislazione sull’aborto è restrittiva, il tasso di abortività è rispettivamente al 32 e al 29. Dati che dovrebbero indurre a facilitare l’accesso all’interruzione di gravidanza esportandone il modello dove non c’è, e non a chiedere restrizioni dove esiste una legge. Come ha sottolineato Richard Horton, direttore di Lancet, “Condannare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto, non serve: si tratta di strategie crudeli e fallimentari”, perché dove l’aborto è consentito, la salute della donne è tutelata, mentre dove le leggi lo vietano, la donna mette in pericolo la vita affrontando un aborto clandestino.
A fronte di ciò le strutture sanitarie di tutela della salute della donna sono fondamentali, perché l’82% delle gravidanze indesiderate si verifica in donne che non riescono ad accedere a servizi di pianificazione familiare, e anche quando una donna interrompe una gravidanza la struttura in cui ha fatto l’intervento propone subito un percorso di contraccezione.
In Medio Oriente e in altre parti del mondo esiste il delitto d’onore e il matrimonio forzato, in Indonesia la maggior parte delle donne non accede ai servizi sanitari, in America Centrale e in Messico il numero dei femmicidi è altissimo, in altri paesi dell’America Latina c’è un’assenza totale della parità riproduttiva e in Nicaragua è stato reintrodotto il divieto di interrompere la gravidanza anche in caso di pericolo di vita della madre o di stupro anche se minorenne (Amnesty International). E se il governo afghano di Karzai l’8 marzo ha fatto passare il “codice di comportamento delle donne” con restrizioni che riportano le afghane all’oscurantismo talebano, non c’è da stupirsi perché in Georgia il deputato repubblicano Bobby Franklin vuole sostituire il termine “vittima” con il termine “accusa” nei reati di stupro, stalking e violenza domestica, e nella civilissima Danimarca esiste una legge che prevede che “se lo stupratore sposa o prosegue la relazione matrimoniale o l’unione viene registrata con la vittima dopo lo stupro, la pena viene ridotta o condonata”. In Europa la violenza contro donne e ragazze continua a dilagare tra le mura di casa indipendentemente dall’età e dal gruppo sociale d’appartenenza, e pochi giorni fa la Camera degli Stati Uniti a maggioranza repubblicana ha approvato una legge redatta dal Gop sulla violenza domestica che esclude immigrate, native americane e omosessuali.
L’assalto alle donne ha ormai assunto forme brutali, perché la politica per le donne è costosa e pericolosa, e l’ideologia reazionaria che mette al primo posto “dio, la famiglia e la patria” è il primo baluardo di questa ingiusta battaglia che esclude, manipola, schiaccia e uccide più della metà della popolazione mondiale. In materia di diritto di famiglia, istruzione, eredità, salute, le donne sono ancora tagliate fuori in gran parte del mondo e dove esistono questi diritti la tendenza è di spazzare via quello che le donne hanno conquistato fino a oggi. Ma l’incoraggiamento arriva ancora una volta da Laurie Penny che l’8 marzo ha scritto sull’Indipendent: “Basta con discorsi e frasi di circostanza. Per le donne è il tempo dell’audacia, dell’azione e dei grandi sogni”.