Flussi migratori e violenza sulle donne: respingere e non revocare l’accordo con la Libia significa macchiarsi le mani di sangue

Quotidianamente rimbalza sulle pagine dei giornali e spesso viene usato in maniera strumentale come mera propaganda politica senza che si affronti mai la vera causa e un piano realistico d’intervento per un fenomeno che è comunque in crescita e causato dai continui conflitti causati proprio da quell’Occidente in cui queste persone cercano riparo. Parliamo dei flussi migratori, che non sono una cosa di adesso ma vecchia come il cucco, dato che l’umanità intera è il frutto degli spostamenti di intere popolazioni.

Questo per dire fin da subito che, al di là di ogni speculazione, i flussi migratori non sono evitabili e non si possono fermare, nessuno li può fermare. A testimoniarlo non c’è solo la storia dell’umanità ma le Nazioni Unite dove nel 2015, durante la Conferenza stampa a New York, lo special rapporteur dell’Onu sull’immigrazione e professore di diritto internazionale, François Crépeau, e il presidente della commissione per la Protezione dei diritti dei migranti, anche lui professore universitario di diritto, Francisco Carrión Mena, affermarono che “Usare la forza non fermerà la crisi globale dell’immigrazione” in quanto non solo “l’umanità è frutto della migrazione” ma “tutti noi, siamo frutto di una mescolanza infinita di popoli diversi, migranti per l’appunto”, aggiungendo che “I confini che separano un paese da un altro sono porosi e assumono minor importanza se esiste una profonda disparità di condizioni e di standard di vita tra l’uno e l’altro, ed è normale che i migranti siano disposti a lasciare la propria casa rischiando la vita perché in cerca di sicurezza, posti di lavoro, e speranza per loro e per i loro cari”.

Nel mondo oggi ci sono circa 250 milioni di persone che, secondo l’International Organization for Migration, vivono in paesi dove non sono nati (report 2018), e per quanto riguarda l’attualità sono ormai numerosi i rapporti che in questi ultimi anni testimoniano le condizioni dei migranti che si spostano sia dal Medio Oriente sia dal continente africano sub-sahariano, nella ricerca disperata di arrivare in Europa via terra, attraverso i Balcani, o per mare, approdando sulle coste greche e su quelle italiane, mentre fuggono da situazioni di conflitto, prigionia, torture, violenza e pericolo incombente di vita per loro e i loro cari. Due anni fa il rapporto diffuso da Oxfam Italia, Borderline Sicilia e Medici per i diritti umani (Medu), “L’inferno al di là del mare”, raccontava già con dovizia le violenze e i maltrattamenti che si verificano più frequentemente nei vari centri di detenzione libici, descrivendoli come riconducibili a “percosse, violenza sessuale, scosse elettriche, ustioni, negazione di cibo e acqua, costrizione a posizioni innaturali per lungo tempo, ascolto di urla di dolore e sofferenza degli altri detenuti e obbligo ad assistere a esecuzioni sommarie”.

donnemigrantiLibia che è il luogo di transito obbligato per chi scappa da situazioni già di per sé molto difficili, e dove l’84% delle persone intervistate in quel rapporto ha dichiarato di avere subito trattamenti inumani, tra cui violenze brutali e tortura, e di essere stato imprigionato in luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali. Un inferno, quello della Libia, dove arrivano persone in fuga da altri inferni vissuti in Niger, Mali, Etiopia, Sudan, Somali e Ciad, tra cui molte donne, ragazze e bambine che scappano da matrimoni forzati, prostituzione, tratta di essere umani, riduzione a schiavitù, e violenze di ogni genere. Donne che sono state vittime di violenza estrema, tortura o stupro nel paese di origine prima, lungo la rotta migratoria dopo, e infine nei luoghi di detenzione e sequestro in Libia. Luoghi in cui nessuna istituzione o autorità rispetta gli standard di tutela dei diritti umani.  Rapporto, quello del 2017, in cui si criticava aspramente l’accordo stipulato dall’Italia con il Governo di Unità Nazionale libico per portare indietro le persone in un Paese dove ancora attualmente regna il caos e la morte, e dove i centri per i migranti sono dei veri e propri lager in cui vengono perpetrati abusi sistematici su chi scappa da guerra e povertà, e dove ormai si assiste a un enorme mercato di schiavi a cielo aperto. Accordo che se non sarà revocato in questi giorni, verrà rinnovato automaticamente per altri 3 anni a partire dal 2 novembre prossimo e che, nel caso non fosse sospeso, continuerà a far dell’Italia un complice dei crimini contro l’umanità di cui si sta macchiando la Libia.

Qui gli stupri sulle donne sono la normalità e le torture servono per obbligare i familiari a pagare ingenti somme di denaro. Un sistema che è partito dal deserto del Sinai, dove i trafficanti già da tempo rapiscono i migranti e li torturano per estorcere denaro dalle loro famiglie, tanto che il Sinai è diventato un prototipo che si è riprodotto in Libia su larga scala, e in cui i protagonisti sono non solo i gruppi di trafficanti altamente organizzati o i gruppi criminali estemporanei, ma anche la polizia, le milizie, semplici civili che possono sfruttare i migranti come schiavi.

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Un enorme mercato in cui le donne sono il materiale più ricercato in quanto possono produrre un enorme guadagno, come attesta l‘Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che parla di un enorme traffico che colpiscemigranti sub-sahariani che percorrono un lungo tratto del continente africano nella speranza di una nuova vita in Europa, passando per il deserto, e che poi si ritrovano a essere ridotti in schiavitù da libici con il supporto di persone di origine ghanese e nigeriana, e dove le donne vengono comprate e portate in abitazioni dove sono costrette a diventare schiave sessuali.

In un report presentato dalla Commissione Onu per le Donne rifugiate, che ha intervistato centinaia di sopravvissute all’inferno libico, si racconta che “La violenza sessuale crudele e brutale, oltre alla tortura, è consumata come una prassi consolidata tanto nelle carceri clandestine quanto nei centri di detenzione ufficiali del Governo libico. Ma gli stupri sono perpetrati di routine anche durante gli arresti casuali e nell’ambito dei lavori forzati. Una schiavitù ai quali sono costrette tutte le donne”.

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Nel complesso, l’Unione Europea ha speso 338 milioni di euro, dal 2014 ad oggi, per fermare un flusso migratorio inarrestabile ma soprattutto finanziando così quelle stesse autorità libiche che questi crimini li sta perpetrando con stupri di una violenza inaudita, torture indicibili, mutilazioni genitali di massa, fratelli costretti a violentare le sorelle o la stessa madre. Donne e adolescenti intervistate tra il 2017 e il 2018 che hanno riferito di essere state violentate in Libia e di aver visto quasi tutte quelle che venivano portate via, tornare sconvolte, ferite e con i vestiti strappati. Responsabili che spesso indossano una divisa e incassano uno stipendio grazie a quei finanziamenti dell’Unione europea. “Le autorità pubbliche, inclusa la Direzione per la lotta alla migrazione illegale e la Guardia costiera libica, sono accusate di essere coinvolte in gravi atti di violenza e tali crimini sono spesso associati a un’impunità diffusa”, si legge in nei documenti messi a disposizione al Consiglio per i diritti umani: violenza agita da funzionari dello Stato, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e gruppi criminali, dentro e fuori i centri di detenzione formali e informali, senza alcuna differenza.

Nell’ultimo report sulla situazione umanitaria dei migranti in Libia pubblicato dalla missione delle Nazioni Unite in Libia, ci sono numerosi racconti di donne che dal momento in cui salgono sulle carovane del deserto piene di disperati, fino a quando non sbarcano, sono state stuprate e torturate innumerevoli volte. Torture come quelle descritte da una 26enne del Darfur che in Libia ha passato tre anni: “Eravamo 700-800 persone in un grande hangar. Sparavano nelle gambe dei migranti che non potevano pagare e li lasciavano morire dissanguati. Mio figlio, che all’epoca aveva cinque anni, è stato colpito in testa con una grande sbarra di ferro per convincerci a pagare velocemente. Ho visto morire molte persone in quel posto a causa delle botte e della fame”. La maggior parte delle violenze infatti è a scopo d’estorsione: si torturano le persone davanti agli occhi dei familiari presenti, le donne sono violentate spesso davanti ai familiari o dai familiari stessi, oppure al telefono con i parenti per velocizzare i pagamenti.

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Una giovane mamma di tre bambini della Costa d’Avorio racconta: “Sono stata venduta a un gruppo criminale a Bani Walid. Volevano che la mia famiglia trasferisse 1.000 dollari su un conto egiziano. Mi hanno versato della benzina sulle gambe e mi hanno dato fuoco. Ancora oggi non riesco a camminare. Picchiavano tutti, stupravano le donne. Il mio bambino di due anni è stato bruciato con una sigaretta. Ho visto morire molte persone, qui le donne muoiono anche di parto”.

La stragrande maggioranza delle donne e delle adolescenti intervistate dall’UNSMIL ha riferito di essere stata violentata. Lo staff delle Nazioni Unite in visita in 11 centri di detenzione ha documentato torture, maltrattamenti, lavoro forzato e stupro da parte delle guardie e ha riferito che le donne sono spesso trattenute in strutture senza guardie femminili con abusi e sfruttamento sessuale: detenute sottoposte a perquisizioni condotte da guardie maschili.

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In Libia Human Rights Watch ha documentato come gli sforzi dell’UE per migliorare le condizioni dei migranti non abbiano avuto alcun effetto, e che la Guardia Costiera libica intercetta i migranti in mare e li riporta in quei centri di detenzione, dove vivono in condizioni indescrivibili, anche grazie a questi accordi e a questi aiuti. HRW ha anche rilevato un gran numero di minori, persino neonati, reclusi e in condizioni gravi nei centri di Ain Zara, Tajoura e Misurata, con alimentazione insufficiente, sia per loro che per le madri che allattano, nonché spesso sottoposti ad abusi, violenza sessuale e pestaggi.

Ma perché scappano queste donne e da dove vengono?

Moltissime di loro scappano credendo di emigrare per impieghi all’estero come domestiche, parrucchiere, cameriere, e nei rapporti raccontano di rimanere letteralmente scioccate quando capiscono di essere invece cadute in situazioni di sfruttamento sessuale con uomini che le obbligano alla prostituzione o al lavoro forzato per lunghe giornate senza pause e senza paga: trafficanti che le forzano a fare sesso con uomini senza preservativi, e ad abortire in condizioni malsane, senza antidolorifici e medicine.

Alcune sopravvissute hanno descritto esperienze spaventose che hanno causato loro traumi inimmaginabili. Una donna ha raccontato di essere stata trafficata e obbligata a prostituirsi in Libia a 18 anni, e di essere rimasta lì per circa tre anni dove ha assistito a esecuzioni e bombardamenti, passando di mano in mano tra i vari trafficanti, e che alla fine è rimasta incinta.

Joy è scappata approdando in Libia perché vittima di tratta all’età di 12 anni da parte di una donna che la ingannò dicendo che l’avrebbe aiutata con gli studi e che invece forzò Joy a pulire e cucinare per due mesi senza paga, per poi portarla in un bordello nel Lagos costringendola a prostituirsi. “Un giorno mi portò in un albergo – racconta Joy –  e andò dal proprietario dicendo Ho portato un’altra ragazza. L’uomo disse che ero troppo giovane per stare lì così mi riportò a casa e comprò delle medicine per farmi ingrassare. Dopo tre settimane mi ci riportò, ma il proprietario non mi accettò. Allora mi portò in un altro hotel e lì mi presero. Io le dissi, Non è per questo che mi hai portato qui ma lei rispose che dovevo ripagarla. Mi chiuse in una stanza e diversi uomini vennero a letto con me. Persi il conto di quanti. Scappai dopo due giorni”, per poi finire trafficata in Libia.

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K.M. ha 27 anni, è in un campo di detenzione libica ma viene dalla Costa d’Avorio, e racconta: “Sono scappata dal mio paese perché non volevo che mia figlia fosse infibulata, come lo sono stata io da bambina. Non volevo che mia figlia soffrisse come me. Ho lasciato il mio paese e ho raggiunto mio fratello in Libia. Un giorno un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa. Ero terrorizzata. Hanno gridato e agitato le loro pistole. Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia. Mio fratello ha cercato di difendermi ed è stato picchiato selvaggiamente. Hanno preso anche mia figlia e l’hanno violata. Ora sono qui e sono spaventata. Questo centro non è buono per mia figlia. Non dormo di notte. Non mi sento sicura. Ci sono molti uomini che bevono in questo grande campo. Molte persone possono entrare dove dormiamo. Sono spaventata: possono fare del male a me e mia figlia”.

Blessing viene dalla Nigeria e ha 24 anni, è arrivata in Italia nel 2017 dopo un lungo viaggio dalla Libia: “Dopo il terribile viaggio nel deserto – racconta – speravo che in Libia la situazione sarebbe stata migliore di quello che avevo vissuto. Pensavo che sarei stata impiegata come domestica in una casa di arabi, come mi era stato detto. Mi hanno invece portata in un centro, dove sono rimasta molti mesi. Mi davano da mangiare un pugno di riso ogni giorno, me lo versavano sulle mani. Vendevano il mio corpo agli uomini arabi e io non potevo sottrarmi. Quando ho provato a farlo sono stata brutalmente picchiata e violentata. Ricordo ancora un uomo con un odore talmente forte e rivoltante che quando si è avvicinato a me ho vomitato. Lui mi ha ferita con un coltello sul petto e sulle gambe per costringermi a fare quello che voleva. Sono poi stata portata in riva al mare, di notte. Avevo tanta paura, ma non avevo più la forza per reagire. Mi hanno fatta salire su di una barca. Non avevo mai visto il mare prima e pensavo che sarei morta, ma Dio ha voluto che arrivassi in Italia, mi ha dato una seconda possibilità”.

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Donne violenza e migrazione: storia di mare e di terra – Corso di formazione per giornalisti e giornaliste a cura della CPO dell’Ordine dei giornalisti del Lazio con interventi di Luisa Betti Dakli e Silvia Resta, la Presidente ODG Lazio Paola Spadari, Lilian Pizzi e Francesca Mapelli di Medici Senza Frontiere, Giorgia Linardi e Federica Mameli di Sea-Watch, l’avvocato di Carola Rackete Alessandro Gamberini e Alessandra Sciurba della Mediterranea Saving Humans, Muna Ali, migrante dalla Somalia, Giancarlo Santone, medico direttore di SaMiFo – Centro Salute Migranti Forzati, Giovanna Scassellati, ginecologa del San Camillo a Roma, Augusta Angelucci, psicologa del San Camillo a Roma e Tiziana Dal Pra, Presidente Trama di Terre.

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