Roma: la verità sulla Casa delle donne descritte dalla sindaca Raggi come parassite

Lo ha detto pubblicamente e senza un minimo di pudore: la Casa internazionale delle donne non vuole pagare e vuole stare al Buon Pastore approfittando di un privilegio. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, non ha battuto ciglio nel proferire queste parole durante l’intervista di Maria Latella a Sky tg24, pur sapendo bene che le cose non stanno proprio così. Dopo essersi lamentata di non aver avuto solidarietà da altre donne quanto “Libero” l’ha titolata “Patata bollente”, dimenticandosi che quel giornale è stato sanzionato dall’Ordine dei giornalisti grazie proprio alle segnalazioni delle stesse donne e giornaliste che oggi lei non riconosce, Raggi ha parlato di femminismo dicendo che lei quegli anni non li ha vissuti ma che ha lottato “per avere gli  stessi diritti” e “non per avere privilegi”. “Non si deve pensare che perché siamo donne abbiamo diritto di scavalcare leggi e regole”, ha detto riferendosi alla Casa Internazionale delle Donne di Roma che lei e la sua giunta vogliono cacciare dal Buon Pastore, un consorzio che per lei “continua a non voler pagare neanche una piccola quota peraltro ulteriormente scontata” del canone d’affitto: un debito che ammonterebbe a 900mila euro, anche se, sempre secondo lei, dovrebbero pagare “molto di più”.

Affermazioni pesanti che danno un’idea completamente distorta della realtà, parole pronunciate proprio da lei che fino a ieri si è scagliata contro i giornalisti che per mesi l’avrebbero attaccata in maniera sessista offendendola e distorcendo la verità, fino al punto che il vicepremier Di Maio e l’onorevole Di Battista, suoi colleghi a 5stelle, hanno appellato l’intera categoria come “pennivendoli, sciacalli e puttane” proprio per la presunta falsa narrazione dei fatti che la riguardano. Ebbene, questa sindaca ha avuto l’ardire di concludere sulla Casa internazionale con un “Vogliamo trovare una transazione? Un accordo? Facciamolo”, lamentandosi poi che da parte della Casa però “Non c’è stato nulla”: “Pretendono di continuare a non pagare nulla”.

Pronta la risposta della Casa internazionale di Roma, che giovedì 22 novembre terrà una conferenza stampa a Roma in Via della Lungara 19 proprio su questo. Giulia Rodano, del direttivo, ha specificato su Huffington Post che riguardo le affermazioni della sindaca “Non c’è in realtà nulla di più falso”, specificando che “Il Comune di Roma ha revocato la convenzione che consente alla Casa di gestire il Buon Pastore” e che “con due lettere, per ben due volte, anche negli ultimi giorni, abbiamo ribadito la nostra intenzione di arrivare a una soluzione condivisa, a una proposta di transazione”. Eppure, adesso, dice Rodano, “Leggiamo che anche la Sindaca lo chiede e vuole arrivarci, dice che vuole risolvere il problema della Casa. Benissimo, allora parli con noi. Non ci attribuisca intenzioni che non abbiamo”.

Ma qual è la verità? Quella verità tanto cara alla sindaca Raggi quanto si parla di lei e del suo operato?

La verità ci veniva ampiamente spiegata proprio da Giulia Rodano due mesi fa, durante un incontro organizzato dall’Ordine dei giornalisti del Lazio per capire meglio come stavano le cose tra la Casa delle donne e la giunta capitolina dopo l’ultimo atto del 3 agosto con cui la sindaca toglieva la convenzione del comune di Roma alla Casa. “Abbiamo presentato ricorso contro questo atto – aveva spiegato Rodano – perché questo atto vuol dire chiudere la Casa internazionale delle donne e perché al di là di alcune affermazioni chiaramente false e insultanti, come l’accusa di aver fallito come progetto, di fatto il contenzioso si inserirebbe nello scandalo di affittopoli per cui la Casa usufruirebbe in modo parassitario di un bene pubblico”.

Ricordiamo che l’attacco alla Casa internazionale delle donne, iniziato prima dell’estate, ha provocato una forte reazione non solo tra le donne stesse e la società civile, ma attrici, cantati, professionisti e professioniste, sono scesi in campo a difesa di una realtà che, come dice la stessa Latella nell’intervista alla sindaca, è un’istituzione:  una sollevazione che se non ci fosse stata avrebbe già permesso di mettere i sigilli al Buon Pastore.

Ma vediamo la questione nel dettaglio. Per il comune di Roma la Casa è morosa perché in 15 anni ha accumulato un debito su un canone che arriva mensilmente, tra canone vero e interessi debitori, a circa 11 mila euro al mese: cifra basata sul prezzo di mercato di un palazzo il cui affitto arriverebbe a 900 mila euro l’anno, che per gentile concessione del comune, viene scontato a 90mila euro l’anno. Il problema è che in questi anni il consorzio della Casa non è riuscito a pagarlo interamente ma solo il 45% e con sforzi rilevanti, pagamenti che ammontano a 600 mila euro, quindi un pagamento parziale (e non nullo).

Davanti alla richiesta del comune di saldare il debito, minaccia lo sfratto, la Casa però ha fatto notare quello che in tutti questi anni il consorzio ha lavorato per la comunità e per il mantenimento dello stabile del ‘600, mettendo in discussione l’idea del mercato e della monetizzazione così come posta dal Comune: “una questione che non riguarda solo noi ma circa 150 centri e realtà solo a Roma, e non so quante in Italia, e che nasce dalle politiche di razionalizzazione della spesa pubblica fatta dal 2011, dal governo Monti in poi”, ha spiegato Giulia Rodano.

“Noi abbiamo contestato il Comune – continua – perché la realtà della Casa delle donne, come le altre realtà, nasce da un’esperienza femminista e si è nutrita per oltre 30 anni delle battaglie di migliaia di donne, e oggi rappresenta uno degli esempi migliori di un bene pubblico affidato a una comunità che non solo se ne prende cura ma lo rende produttivo: nella politica, nella cultura, con esperienze mutualistiche, servizi sul territorio e conservazione di questo luogo. Noi abbiamo conservato un bene del ‘600 – spiega – ebbene io vorrei che si facesse un paragone tra il Buon pastore e Via del Governo vecchio (occupato dal movimento femminista e sgomberato dal Comune negli anni ’80, ndr) perché quello è distrutto, abbandonato, svenduto, questo è vivo, mantenuto, aperto, un gioiello. Dove ci ha guadagnato la comunità pubblica? Su via del governo vecchio o sul Buon pastore?”.

Il punto a cui fa riferimento la Casa non è un capriccio per bivaccare in un palazzo occupato come delle parassite, ma è la Costituzione che all’articolo 43 dice che si possono affidare a comunità di utenti e lavoratori, servizi o luoghi di interesse pubblico per svolgere attività pubbliche. Per cui se è vero che il Consorzio non è riuscito a pagare una parte dell’affitto, è anche vero che tutto quello che si è svolto e che si è fatto nella Casa al Comune di Roma è costato zero.

Ma andiamo a vedere cosa esattamente.

Il Buon Pastore al Comune non costa da anni nulla per la gestione dei servizi, per il mantenimento dello stabile, pagati con soldi che arrivano dai Progetti presentati dalla Casa, e dalla Regione. “Le bollette, la pulizie, le attività di tutte le associazioni che sono qua dentro, i servizi, le lavoratrici che qui lavorano, al comune non costano una lira – spiega Rodano  –  quello che tutto questo costa al Comune sono i famosi 4 mila euro al mese che la Casa non riesce a pagare, ovvero solo una parte del canone che il Comune pretende e a cui noi non riusciamo ad arrivare”. Un lavoro offerto alla comunità e svolto per la cittadinanza – compreso il mantenimento di un palazzo del ‘600 che richiede un’enormità di spese – che al Comune di Roma costerebbe solo quattromila euro al mese: quei soldi per cui Raggi ha fatto passare le donne della Casa come delle vagabonde parassite che si approfittano del buon cuore della sua giunta.

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Ora vediamo cosa propone questa giunta pentastellata.

“Loro propongono, con la consigliera Guerrini – spiega Rodano – di riappropriarsi del locale e poi di mandare a bando i singoli servizi: la foresteria, il ristorante, l’archivio, le attività delle associazioni, ma basta stare qui per capire che la Casa dell donne non sono i singoli servizi ma è un luogo che, con la sua autogestione, consente lo svolgersi delle diverse attività, e che si tratta di un’operazione dall’alto che distruggerebbe questa esperienza per sempre e che costringerebbe il Comune a sobbarcarsi di tutte le spese che non sono una bazzecola in un edificio come questo”. Per tenerlo solo aperto tra bollette, pulizie, e mantenimento dello stabile, il Buon Pastore costerebbe al Comune di Roma circa 250mila euro l’anno, e questo senza fare nulla, neanche un’attività, costi che sono adesso ammortizzati completamente dalla Casa internazionale delle donne. Ma a far cresce il valore aggiunto della gestione della Casa, sono i servizi e le attività che è stato lo stesso Comune a calcolare per un totale di 600 mila euro l’anno, finora tutti a carico della Casa, e che la Casa vorrebbe far valere nel debito con il Comune dato che sono tutti servizi per la cittadinanza.

E quale sarebbe allora il vantaggio di non arrivare a una transazione riconoscendo il lavoro fatto negli anni dalle donne e sfrattare il Consorzio? Cosa ne trarrebbe il Comune se non una ulteriore spesa a carico dei cittadini, la fine di un’esperienza di grande successo, e una cattivissima pubblicità?

“Noi abbiamo le nostre ragioni, quindi l’abbiamo presentate davanti ai tribunali – conclude Rodano – e abbiamo sostenuto che il valore delle cose che abbiamo fatto, dei nostri servizi, del lavoro che abbiamo svolto e della manutenzione del palazzo, è superiore a quanto dobbiamo al Comune, e abbiamo proposto una transazione: cosa che si fa sempre tra debitori e creditori”, e che invece è la giunta a rifiutare.

Questo luogo è destinato a essere la Casa delle donne per legge, e per legge non se ne può fare altro uso anche se  l’attuale consorzio venisse mandato via. Quindi qual è il vero obiettivo del comune? E chi è che non vuole pagare cosa e a chi? La sindaca risponda a questo, e si prenda la responsabilità di quello che dice nello stesso modo in cui lo pretende dagli altri quando parlano di lei.

 

 

 

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