Le donne portano in piazza 250mila italian* contro la violenza

Manifestazione

Mentre cammino accanto al fiume di persone che scorre per via Cavour a Roma, incontro un’amica che non vedo da un po’ e che, venendomi incontro con il volto sorridente, mi dice: “Quanto tempo lo abbiamo pensato? quante volte abbiamo desiderato di vedere in piazza tante donne come oggi? Tutte quelle riunioni, tutte le cose scritte, tutte le nottate fatte, e guarda oggi, guarda quante persone in piazza abbiamo portato. Oggi noi donne abbiamo vinto, dovranno farsene una ragione”. È vero, ieri quella che ha attraversato Roma è stata un’onda che in un pomeriggio d’autunno ha travolto le strade. Il giorno dopo la Giornata internazionale contro la violenza maschile, l’Italia ha detto no a questa violenza e sì al diritto di ogni donna a vivere libera dal femminicidio.

Una data che rimarrà storica, quella del 26 novembre, in cui nella Capitale il gruppo di donne dietro lo striscione “Non una di meno”, che ormai conta migliaia di adesioni, sono state seguite da 250 mila persone provenienti da ogni parte del Paese per sfilare da piazza Esedra e San Giovanni in un corteo fatto da tutt*: maschi, femmine, bambini, bambine, studenti e studentesse, persone di ogni età, e ognuna portatrice di una realtà diversa. Un’onda colorata, danzante, pacifica e aperta a tutt*, che ha avuto il coraggio di rendere visibile la propria forza senza gridare. Nessuna bandiera di partito, nessuna istituzione, solo un unico grande fiume: donne che ogni giorno combattono sul campo come guerriere in prima linea, donne che ci rimettono i soldi, la vita, gli spazi privati, perché sono convinte che quello che stanno facendo è giusto e va fatto malgrado, o proprio a causa, delle inefficienze dello Stato e di fronte a istituzioni che continuano a pronunciare promesse senza seguito, a fare patti non rispettati, a pronunciare parole che poi cadono inesorabilmente nel vuoto, in un Paese famoso per le sue buone norme mai pienamente applicate.

L’Italia oggi si sveglia così, con centinaia di migliaia di essere umani che finalmente sono scesi in piazza per rivendicare diritti negati: donne, uomini, bambini e bambine, ma anche trans, lesbiche, gay, diversamente abili accanto a quelle donne che a partire dalla rivendicazione di un contrasto reale alla violenza maschile, sono riuscite a far diventare quella piazza, la piazza dei diritti, quelli mai rispettati o addirittura violati, quelli che fanno capire il grado di civiltà di un Paese.

“Non siamo più disposte a perdere in alcuna parte del mondo nessuna donna per mano di un uomo o a causa dell’obiezione di coscienza o per qualsiasi altra forma di violenza”, dice Tatiana Montella della rete Io Decido, uno dei gruppi promotori di Non una di meno insieme a Udi (Unione donne in Italia) e D.i.Re (Rete dei centri antiviolenza). In piazza ci sono centri antiviolenza e associazioni sparse per tutto il territorio nazionale: da Firenze, Lecce, Brindisi, Terni, dalla Sicilia al Piemonte, insieme alle donne ucraine che ballano l’hopak, le musulmane che cantano, e sopratutto tantissimi uomini che ritengono che il patriarcato non solo non sia morto ma che sia qualcosa che riguarda anche loro. Gli slogan sono nuovi e vecchi: da “Come mai noi non decidiamo mai, d’ora in poi decidiamo solo noi” a “Insieme siamo venute, insieme torneremo, Non una di meno, non una di meno”. Una piazza che viene dal basso, ordinata e spedita anche grazie a un’organizzazione eccellente – che ha ricevuto i complimenti dalla stessa questura – colorata e danzante ma con le idee chiare.

Sui cartelli scritte che inneggiano alla libertà dei corpi, alla piena applicazione della 194 contro l’obiezione di coscienza, la fine della precarizzazione del lavoro e contro le molestie, ma soprattutto si chiede uno stop definitivo al femminicidio con le foto delle donne uccise dall’inizio dell’anno attaccate a un cartellone. “Oggi si parla di una donna uccisa ogni 3 giorni – dice Vittoria Tola dell’Udi – ma in realtà non sappiamo cosa succede veramente riguardo la violenza sulle donne. Non abbiamo dati dei pronto soccorso, delle forze dell’ordine, i dati sui processi e sulle condanne, quelli dei servizi territoriali, dalle assistenti sociali e dei comuni. Abbiamo solo i dati, non completi, dei centri antiviolenza, e due indagini Istat in quasi 10 anni”.

Quello che manca è in definitiva non solo i soldi – su cui è giallo dato che il governo dice sempre che sono stati stanziati mentre alcuni centri muoiono di fame e chiudono per mancanza di fondi – ma un piano coerente che contrasti una volta per tutte la violenza maschile contro le donne con piena applicazione delle norme esistenti – prima fra tutte l’implementazione della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica) – e non solo riguardo il femminicidio ma anche riguardo altri diritti tra cui l’applicazione della 194: un piano che comporta un serio lavoro su una trasformazione culturale molto citata nei discorsi ma mai effettivamente pianificata con strumenti adatti.

Due giorni fa è stato presentato lo spot della Rai per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che ricorreva il 25 novembre, in cui vengono intervistati bambini e bambine che dicono davanti a una telecamera: Io voglio fare la veterinaria, la stilista, il musicista, e poi a un certo punto una bambina dice “Quando sarò grande finirò in ospedale perché mio marito mi picchia”. Un messaggio in cui la televisione di Stato dà per scontato che nella vita di una donna debba in ogni modo essere compresa la violenza, più o meno in linea con quello che in “Transforming a Rape Culture”, Emilie Buchwald, Pamela R. Fletcher e Martha Roth definiscono come “cultura dello stupro”, ovvero “Una cultura che condona come normale il terrorismo fisico ed emotivo contro donne” e in cui “sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sia un fatto della vita, inevitabile come la morte o le tasse”. Spot la cui rimozione immediata è stata chiesta dai comitati delle pari opportunità della Federazione nazionale della stampa italiana (FNSI), dell’Usigrai e della stessa Rai, dalla società civile, come il gruppo “Rebel Rebel” che ha lanciato una petizione online, e naturalmente da “Non una di meno” che ha scritto una lettera aperta alla presidente della Rai, Monica Maggioni, per far ritirare lo spot.

Da quando nel 2006 l’informazione identificava con lo “stupratore tipo” l’immigrato rumeno, malgrado l’Istat ci dicesse che l’80% della violenza maschile sulle donne era agito da partner o ex e quindi maschi adulti bianchi, le cose sono cambiate ma non abbastanza.

La presentazione nel 2011 del Rapporto ombra alle Nazioni Unite fatto dalle associazioni sulla non completa applicazione della Cedaw (Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna) in Italia, la successiva mobilitazione delle donne il 13 febbraio dopo 20 lunghi anni di Berlusconi (con tutto quello che quel periodo ha comportato nell’esasperare l’oggettivizzazione del corpo femminile), le Raccomandazioni delle Nazioni Unite riguardo la necessità di una trasformazione culturale del nostro Paese – sia per porre fine alla discriminazione delle donne sia per contrastare la violenza maschile in maniera sistematica – e soprattutto la ratifica della Convenzione di Istanbul passata sotto la pressione della società civile, hanno contribuito a un cambiamento reale che in questi ultimi dieci anni ha fatto diventare il femminicidio una parola di uso comune e la violenza come un problema di tutt*, creando una consapevolezza che prima non c’era.

Un lavoro a 360 gradi fatto dalle donne e dall’associazionismo in cui tutte hanno lavorato nei propri spazi di azione – a lavoro, in ambito privato, o nelle diverse forme di attivismo e professioni – e che hanno fatto fare grandi passi in avanti a tutta la società, e questo in un contesto in cui le istituzioni hanno a volte accolto le richieste (facendone anche battaglie personali nei casi più felici), ritardando però troppo spesso gli interventi, o addirittura ostacolando il cambiamento, e questo sotto gli occhi di tutt*. Un equilibrio ormai traballante che finalmente si è rotto con la manifestazione di ieri che è il prodotto sia di questo instancabile lavoro delle donne nei vari ambiti – proseguito in diversi segmenti e accelerato in questi ultimi anni proprio sul tema della violenza maschile – sia dall’aver saputo, a un certo punto, mettere da parte le differenze per unirsi su obiettivi comuni, seppur faticosamente.

Alla vigilia del 25 novembre, Elizabeth Huayita di 29 anni, è stata uccisa dal compagno, Vittorio Fernando Vincenzi, davanti ai bambini a Seveso in una dinamica molto comune: una storia finita dove l’idea di perdere il possesso della donna con cui conviveva ha portato l’uomo a uccidere la compagna, mentre lei, che non si era mai rivolta a un centro antiviolenza, probabilmente non aveva chiara la valutazione del rischio che stava correndo. E questo accadeva mentre l’Eures ci diceva che le donne uccise con movente di genere in Italia quest’anno sono 116 e che la maggior parte dei femmicidi avviene in relazioni intime, perché malgrado sia vero che la violenza sulle donne in Italia sia in calo, esiste sempre lo zoccolo duro della violenza domestica e degli stupri: una violenza che in generale è diventata più crudele, più efferata, dove le donne che denunciano sono in aumento ma non sono ancora abbastanza (solo il 36%).

Ma perché le donne non denunciano?

Perché le donne in Italia non si sentono protette, perché se una donna decide di denunciare e poi sente dire che se l’è cercata, o addirittura non è creduta, e quindi non viene protetta perché la stessa istituzione che dovrebbe proteggerla sottovaluta il rischio e non applica le norme che comunque si dovrebbero-potrebbero applicare per evitare che venga colpita di nuovo, rivittimizzata o uccisa, quella donna continuerà a prendere le botte a casa, dato che potrebbe anche perdere i figli. Una settimana fa un giudice che si è visto davanti una donna massacrata ha scarcerato e non ha ordinato l’allontanamento del partner perché anche lui aveva dei lividi, dato che lei aveva osato difendersi, e quindi ha deciso che non era violenza ma i due avevano litigato e anche lei gliele aveva suonate. Oltre alla vittimizzazione secondaria, che induce la donne a non denunciare, c’è poi la scarsa valutazione del rischio che viene sempre imputata alla donna che vive una violenza – ma come faceva lei a stare con uno così? – senza considerare che sono proprio le istituzioni a non riconoscerla – aveva denunciato tre volte ma è stata uccisa.

In Italia può accadere che le donne perdano l’affidamento dei propri figli perché dopo aver denunciato una violenza del partner si possono ritrovare in un Tribunale ordinario o dei minori che non considerando la situazione come violenza ma conflitto, valutino i genitori sullo stesso piano e interpretino lo stato della donna, che magari subisce violenza da anni in casa, come instabile da psicologi che relazioneranno in una Ctu che codesta madre non è affidabile, anzi malevola.

Al di là delle promesse delle istituzioni, in Italia le donne, i bambini e le bambine che vivono la violenza maschile sono in un mare di guai: un mondo in cui entri e non sai né come né quando potrai uscire e dove se incontri la persona giusta, hai delle possibilità, altrimenti no. Quindi sia nel contrasto che nella prevenzione, malgrado i passi avanti fatti con grande fatica, le mancanze sono ancora enormi: nei tribunali, nelle forze dell’ordine, nei pronto soccorso, nell’ancora esiguo numero dei rifugi e dei centri antiviolenza che vivono con fatica, nell’ascolto, nell’accoglienza, nella rilevazione dei dati, nella scuola, nella narrazione del fenomeno e quindi nella trasformazione culturale – che è un nodo fondamentale della prevenzione. E questo in un ambito di diritti fondamentali come quello di vivere una vita fuori dalla violenza.

Ed è davanti a tutto questo che le donne hanno deciso non solo di manifestare la propria presenza, forse considerata finora troppo sotterranea, ma anche di scrivere un Piano antiviolenza femminista, grazie a un sapere che, sebbene non riconosciuto né preso in considerazione da chi governa, è più che prezioso perché accumulato in anni di lavoro sul campo.

Un percorso di scrittura di un Piano femminista contro la violenza che inizia oggi a Roma alla Facoltà di Psicologia, e che arriva dopo che, malgrado le richieste, nessuno si è mai immaginato di valutare l’esito del primo Piano antiviolenza della ex ministra Carfagna, e dopo l’ennesima brutta figura del governo con il Piano antiviolenza straordinario (come se la violenza che è strutturale avesse bisogno di un piano d’emergenza e in cui si è fatto finta di chiamare ai tavoli una parte delle associazioni), rimesso poi subito nel cassetto per la vergogna.

Ora che le donne sono scese in piazza, dove è stata dimostrata una forza eccezionale nel richiamare centinaia di migliaia di persone alla protesta su diritti sempre più corrosi, si incontreranno in otto tavoli: dal piano giuridico, alla salute, scuola, narrazione, fino al sessismo, lavoro, migranti e ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza. In particolare su alcuni tavoli è interessante notare come già dalle prime indicazioni sia chiaro quale sia la strada da fare e quali sono le disfunzioni su cui lavorare. Per il piano legislativo, ad esempio, si legge che “l’effettività del quadro legislativo esistente è compromessa dall’assenza di specializzazione di tutti gli operatori coinvolti, dalla mancanza di coordinamento tra il sistema penale, civile e minorile e dalla non tempestività della risposta delle istituzioni”, e che “i principi della Convezione di Istanbul, si scontrano, nella pratica, in ambito penale, con la mancata applicazione delle misure cautelari, l’inadeguatezza della tutela processuale delle vittime/testimoni; lo scarso riconoscimento degli strumenti risarcitori; in ambito civile, con provvedimenti in materia di affidamento dei figli minorenni che non tengono conto della violenza assistita e di misure volte a garantire la sicurezza dei minori nell’esercizio del diritto di visita”: un quadro che già di per sé, in queste 5 righe, dovrebbe mettere in allarme qualunque ministro della giustizia. Per il lavoro al tavolo si parlerà “di 1 milione 224mila donne tra i 15 e i 65 anni che hanno subito molestie o ricatti sessuali (…), pari all’8,5% delle lavoratrici attuali o passate”, mentre per la salute riproduttiva si affronterà la violenza “prima, durante e dopo il parto”, e un’obiezione di coscienza che “ormai ha quasi svuotato di senso la legge 194, sia per quanto riguarda il diritto all’aborto sia per la contraccezione di emergenza”, e che con la morte di Valentina Milluzzo ci fa capire come in Italia oggi il femminicidio non solo non sia adeguatamente contrastato all’interno delle relazioni intime, ma stia ormai entrando a pieno titolo anche negli ospedali.

 

La forza delle donne

“Prendiamo con estrema serietà la promessa del presidente Donald Trump di voler ribaltare le sentenze della Corte Suprema sulle garanzie concesse alle donne come Roe v. Wade (ndr, legislazione sull’aborto negli Usa), e il suo impegno a ritirare gli ordini esecutivi emessi dal presidente Obama, riguardanti la garanzia della parità di retribuzione. Abbiamo combattuto questo tipo di minacce finora e abbiamo vinto. Lo faremo di nuovo”. Con queste parole Marcia Greenberger, co-presidente del National Women’s law center, ha accolto le elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che durante la sua campagna elettorale ha detto più volte che l’aborto dovrebbe essere vietato, che chi ha interrotto gravidanze dovrebbe essere punita, e “le molestie e violenze sessuali sono la logica conseguenza della vicinanza di uomini e donne”.

In Argentina a ottobre migliaia di donne sono scese in piazza dopo che Lucia Perez, una ragazza di 16 anni, è stata drogata, stuprata, torturata, impalata nel giorno in cui si svolgeva un incontro nazionale con 70 mila donne in un Paese dove, malgrado una legge contro il femminicidio, “i casi stanno aumentando e diventando sempre più violenti e perversi” – come afferma la giudice della Corte Suprema Elena Highton de Nolasco – in quanto questa legge non viene applicata né fatta rispettare. In Polonia, sempre a ottobre, le donne hanno manifestato e scioperato in massa per difendere la cancellazione totale del diritto all’aborto, che sebbene sia applicato solo se la madre è in pericolo di vita, se c’è una grave malformazione del feto o in caso di stupro, avrebbe spazzato via anche la norma applicata in maniera restrittiva. In Italia Valentina Miluzzo di 32 anni, incinta di due gemelli, è morta al quinto mese di gravidanza all’Ospedale Cannizzaro di Catania perché, dopo aver espulso il primo feto morto, un medico obiettore “si sarebbe rifiutato di estrarre il feto che aveva gravi difficoltà respiratore fino a quando fosse rimasto vivo perché obiettore di coscienza”, mentre Anna Manuguerra, casalinga di 60 anni uccisa a coltellate dal marito a Trapani l’altro ieri, è la 124esima vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno a oggi. Donne che non hanno fatto in tempo a chiedere aiuto ai centri antiviolenza continuamente a rischio chiusura per mancanza di fondi, come in Sardegna o nel Lazio, in un Paese in cui può capitare che uomini esponenti di Forza Nuova propongano l’apertura di un centro antiviolenza – come a Massa Carrara in Toscana – o che un centro antiviolenza operante sia sgomberato con le donne dentro perché utilizza tre stanze invece di due, come a Lecce.

Eppure, malgrado il mainstreming ne abbia parlato poco o niente, sono mesi che centinaia di donne s’incontrano in diversi luoghi d’Italia per discutere un’azione unitaria nel tentativo di innestare un’inversione di tendenza reale su tutela della salute, diritto all’aborto, precarizzazione del lavoro, distruzione del welfare, violenza maschile sulle donne, spinte dalla ormai tangibile inefficacia istituzionale nell’affrontare quello che nel complesso possiamo chiamare come: i diritti delle donne. Anche se nessuna testata nazionale ne ha parlato, l’8 ottobre più di cinquecento donne di ogni età, provenienti da svariate parti d’Italia e appartenenti a diverse realtà associative, si sono incontrate a Roma per trovare un modo unitario nel contrastare il femminicidio e riunendosi sotto lo slogan: “Non una di meno”, che pur essendo partito da tre realtà associative (Udi, DiRe e Io decido), raccoglie oggi migliaia di adesioni in tutta Italia. Un incontro che ha definito in maniera concorde la violenza non come un fatto privato ma “come un fenomeno strutturale e trasversale” sostenuto anche da politiche istituzionali, educative, sociali, economiche, e alimentato da una cultura discriminatoria continuamente ribadita da una narrazione mediatica ancora troppo spesso rivittimizzante: un fenomeno che potrà essere contrastato solo attraverso “un cambiamento culturale radicale che contrasti anche il tentativo d’istituzionalizzazione degli stessi centri antiviolenza”, portatori a loro volta di un sapere e di un cambiamento di mentalità prezioso maturato negli anni di lavoro con le donne sopravvissute. Una violenza che colpisce anche lesbiche e transessuali, che costringe le donne a essere ancora umiliate nei commissariati e nei tribunali perché spesso non credute, che insegna alle ragazze e alle bambine una cultura e una storia che le ammaestra ma nega la loro stessa identità perché fatta solo da uomini, in un Paese dove chi opera sulla violenza o si imbatte su tematiche di genere, non ha ancora una formazione obbligatoria e quindi spesso è inadeguato al compito che gli si presenta e che dovrebbe competergli (come forze dell’ordine, magistratura, assistenti sociali, psicologi, e anche giornalisti).

Un’assemblea a cui si è arrivate dopo diversi incontri e che, richiamandosi alle argentine, curde e polacche come esempio della capacità delle donne di ribaltamento dello status quo, ha deciso di indire il 26 novembre una manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne “aperta a tutt* coloro che assumono la violenza di genere come problema prioritario nei processi di trasformazione dell’esistente”, e che sarà presentata in conferenza stampa a Roma mercoledì 23 novembre (sala Federazione nazionale della stampa – Fnsi, Corso Vittorio Emanule II 349, ore 11.30), con un richiamo a manifestare che è solo l’inizio di un percorso che prosegue già il giorno dopo, il 27 novembre, con l’insediamento di 8 tavoli tematici per la scrittura di un Piano antiviolenza femminista: decisione presa sulla base del superamento del primo Piano antiviolenza, varato dalla ex ministra Mara Carfagna, e dopo aver preso atto delle aspre critiche che hanno accompagnato la presentazione del Piano Antiviolenza straordinario messo insieme dalla ex consigliera di Renzi per le Pari opportunità, Giovanna Martelli, fallito ancora prima di essere applicato. Tavoli, quelli delle donne, che si occuperanno nello specifico della narrazione della violenza nei media, dell’educazione alle differenze, diritto alla salute, del piano legislativo e giuridico, dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, del femminismo migrante, del lavoro e Welfare, e del sessismo nei luoghi misti. Un tentativo di colmare non solo il grande vuoto lasciato dal governo nella non implementazione della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica) – in vigore dal 2014 e contenente indicazioni precise per il contrasto alla violenza maschile sulle donne – ma anche di affrontare un quadro ampio di applicazione di diritti, quelli delle donne, a oggi sempre più evanescenti in Italia.

Assemblea, quella dell’8, a cui si deve aggiungere un altro importante raduno, fatto a Osimo a fine ottobre, che ha fatto incontrare circa 200 donne provenienti da diverse città sotto lo slogan “Rebel Rebel”, e dove è emerso – anche qui – il bisogno di unificare diversi approcci di lavoro e differenti percorsi politici, per la costruzione di un’azione unitaria in vista di grandi obiettivi: un gruppo, fra tutti, che senza dubbio ha aderito alla manifestazione del 26 novembre contro la violenza maschile delle donne, al di là delle differenze che fino a oggi hanno fin troppo diviso il femminismo italiano, coscienti che l’attacco al corpo delle donne non è un fenomeno solo italiano e si manifesta in maniera sempre più aggressiva. “C’è un attacco generalizzato alle donne in tutti i Paesi”, ha detto a Osimo Irene Donadio, Advocacy Officer per l’International Planned Parenthood Federation (IPPF): “E se prendiamo per esempio la teoria del gender, vediamo come sebbene fino al 2006 fosse un tema relegato alla ricerca accademica, da un certo punto in poi in Germania, in Francia, Ungheria, Polonia e in Slovacchia, sono stati ripresi alcuni articoli usciti negli Stati Uniti che interpretavano il gender come una battaglia nefasta delle femministe e dei gay per deviare tutti i bambini forzandoli a diventare in massa transgender, o istigandoli alla masturbazione in pubblico”. Come sottolinea un’interessante ricerca tedesca dal titolo “La battaglia sul gender come collante dei nuovi movimenti nazionalisti”, in questi Paesi gruppi di estrema destra hanno reclutato persone cavalcando la paura del gender e quindi presentando un programma in cui la difesa della famiglia, come difesa dell’unità nazionale, preserva da queste “perversioni”.

Per Linda Laura Sabbadini dell’Istat – rimossa mesi fa senza motivo e tra numerose polemiche da direttora del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’istituto e senza la quale oggi non sapremmo nulla sulle donne che subiscono violenza in Italia – “Dobbiamo essere coscienti di quanto si è sviluppata la forza delle donne perché se da un lato stiamo perdendo qualcosa, dobbiamo anche avere presente le cose che abbiamo conquistato, e dobbiamo riflettere sul fatto che oggi abbiamo bisogno di rilanciarci collettivamente e non più solo su un piano individuale nei nostri luoghi di lavoro e di azione”. Rispetto alla violenza sulle donne, Sabbadini ha dato un quadro preciso a chi l’ascoltava durante l’incontro marchigiano: “Nell’ultima indagine rispetto a 8 anni fa la violenza contro le donne è in diminuzione, e che anche se è stabile lo zoccolo duro dei femmicidi e degli stupri, quindi le forme più gravi, quella fisica, psicologica e sessuale è diminuita in maniera trasversale. Accanto alla diminuzione però – continua – c’è un incattivimento della violenza e questo è un nodo fondamentale perché oltre a questo, è aumentata anche la percentuale delle donne che hanno avuto paura di perdere la vita durante l’atto di violenza, e questo vuol dire che è aumentato il numero di chi si trova all’interno dell’escalation della violenza agita da partner”. Per Sabbadini un altro dato interessante è che le donne che riconoscono la violenza sono raddoppiate (36%) e malgrado siano ancora una minoranza, questo ci fa capire come sia in atto un aumento di consapevolezza che forse ci spiega quel calo per cui oggi le donne hanno maggiore capacità di prevenire la violenza perché hanno una maggiore capacità di interromperla prima che aumenti. Un dato che spiega che anche sulla violenza qualcosa è cambiato: se 8 anni fa, quando si è fatta la prima indagine, la violenza era considerata un fatto privato e le donne non ne parlavano con nessuno, adesso, sebbene ancora la maggioranza sia sommersa, cresce il numero delle donne che va ai centri antiviolenza e che denuncia, perché comunque se ne parla di più, e questo grazie all’azione delle donne e alla controinformazione che in questi anni ha contribuito a far crescere un sentimento di condanna verso la violenza sulle donne che prima non c’era, arrivando anche al mainstreming (sebbene spesso in maniera distorta).

In questi giorni la Presidenza della Commissione bilancio ha concordato, su proposta del Presidente Boccia, la votazione di 12 emendamenti al ddl di bilancio 2017 sottoscritti da deputate dell’Intergruppo per le donne, i diritti e le pari opportunità, tra cui compaiono: estensione del congedo a lavoratrici autonome vittime di violenza inserite in percorsi di protezione; incentivi per l’occupazione delle donne vittime di violenza; destinazione di 24 milioni del Fondo per le politiche di pari opportunità al piano antiviolenza, servizi territoriali, centri antiviolenza; indennizzo per gli orfani di femminicidio. Proposte che seppur non ancora passate, e comunque non sufficienti in un quadro d’insieme ancora fin troppo indefinito (come per esempio la mancanza di un efficiente Piano antiviolenza nazionale), sono nate dalla ricerca di un dialogo con la società civile riunite intorno al tavolo “Le donne, condizione della crescita” promosso dalla presidente della camera, Laura Boldrini, con una metodologia che dovrebbe essere la norma per tutte le istituzioni, anche e soprattutto per il Dipartimento delle pari opportunità, di cui ha oggi delega la ministra Elena Boschi, la quale però ancora adesso, davanti a una società civile di donne che ormai conta migliaia di realtà sul territorio nazionale e che il 26 novembre si mobiliterà per rendere visibile la sua presenza, continua a convocare sulla violenza tavoli con associazioni composti da dieci persone.