Chiara, sopravvissuta alla violenza maschile e senza casa, andrà in una clinica per anziani. E lo Stato dov’è?

Chiara Insidioso prima del 2 febbraio 2014

Chiara Insidioso prima del 2 febbraio 2014

Chiara Insidioso è una sopravvissuta al femmicidio. Massacrata due anni fa e ridotta in fin di vita a 19 anni dall’uomo che credeva di amare, Maurizio Falcioni (35 anni), oggi Chiara cerca di tornare al mondo in una stanza d’ospedale al Santa Lucia di Roma, assistita amorevolmente da genitori, amici, parenti, medici e riabilitatori. Ma ci sono due notizie sul caso della ragazza che alza il pollice per dire sì, apparsa in questi anni su tutti i giornali italiani: la prima è che tra 20 giorni sarà dimessa dal Santa Lucia e trasferita in una casa di riposo con pazienti più gravi e meno coscienti di lei; la seconda è che domani, mercoledì 24 febbraio, le istituzioni italiane, che in questi anni si sono occupate di lei in maniera non sostanziale, varcheranno le soglie dell’ospedale dove è attualmente ricoverata, con una visita del presidente della Repubblica, Mattarella, la ministra della salute, Lorenzin, e l’assessora alle Politiche Sociali della Regione Lazio, Visini, ai quali forse varrebbe la pena di sottoporre la responsabilità diretta che hanno riguardo Chiara Insidioso e tutte le donne che vivono, o hanno vissuto, violenza maschile.

“Chiara è arrivata qui in totale assenza di interazione con l’ambiente esterno – spiega la dottoressa Rita Formisano, primaria del centro post-coma del Santa Lucia – uno stato vegetativo con incapacità di eseguire ordini anche semplici, tanto che, sebbene seguisse con lo sguardo, gli stessi genitori si chiedevano se lo facesse volontariamente”. Uno stato da cui Chiara è uscita grazie allo staff della Fondazione con cui ha iniziato a recuperare la capacità di mangiare per bocca, di comunicare, farsi capire con piccoli gesti.

Un miracolo, direbbero alcuni, un duro lavoro d’equipe, dicono qui in ospedale.

Una storia, quella di Chiara, che non finirà con la sua dimissione dal Santa Lucia e un’accettazione in una casa di cura dove potrebbe anche rimanere a vita, dato che non ha una casa idonea ad ospitarla: “Chiara è passata dallo stato vegetativo a una coscienza – dice Formisano – e potrebbe migliorare ancora.Per questo per lei la cosa migliore sarebbe vivere in una casa attrezzata con i suoi cari e con un’assistenza in grado di provvedere alle sue esigenze. Sebbene Casa Iride sia un’ottima struttura con una piccola comunità di 7/8 posti, è anche vero che i pazienti ospitati lì hanno un livello di coscienza minore rispetto a quello di Chiara, che potrebbe invece seguire un percorso diverso con minore livello assistenziale ma maggiori stimoli, continuando tra il soggiorno domiciliare e il day hospital qui al Santa Lucia”.

Ma cosa impedisce di riportare Chiara a casa? Il fatto che Chiara una casa non ce l’ha e nessuno, neanche lo Stato che ha il dovere di essere presente in un caso come questo, è intervenuto in maniera efficace.

La mamma di Chiara, Danielle Conjarts, è un’olandese che vive a Cerveteri a casa di amici e ha perso tutto per seguire la figlia, anche il lavoro, e impiega 4 ore per venire in ospedale e tornare a casa. “Chiara ha convissuto con me fino a 16 anni – dice la madre – ma da quando è successo il fatto ho lasciato ogni cosa per stare dietro a lei e non ho più né una casa né un lavoro”. Il padre, Maurizio Insidioso, lavora alle poste ed è in una casa in affitto con la compagna, una casa che non è in grado di ospitare Chiara che, malgrado ormai capisca tutto, muove solo il pollice. “Ho chiesto aiuto facendo la domanda delle casa al comune – spiega il papà – perché ero preoccupato per il dopo, e quello che mi hanno proposto sono stati 50 metri quadrati a Ponte di Nona con un affitto 450 euro al mese. Una casa dove Chiara non può neanche girarsi con la carrozzina, e dove continuare la riabilitazione al Santa Lucia non è praticabile per la distanza. Per non parlare dell’assistenza domiciliare che per mia figlia deve essere costante e specializzata e che qui è gratis, ma che a casa sarebbe improponibile con le nostre risorse economiche”.

Chiara ha lesioni multiple al cervello, in modo particolare a livello fronto temporo-parietale sinistro: zone che sono quelle del linguaggio, con disturbi di memoria come esito ai disturbi di attenzione, e disturbi della percezione visiva per cui vede metà di ciò che ha davanti. Per il dottor Sergio Pero, logopedista di Chiara, “Quando Chiara è arrivata qui non sapeva riconoscere né l’ambiente né le persone che la circondavano, e la responsività era minima, mentre a livello motorio non aveva nessun movimento degli arti superiori. Ora non solo percepisce quello che ha intorno ma muove gamba, piede e braccio sinistro, e alza il pollice per dire sì, chiude gli occhi per dire il no, e ora ha anche imparato ad alzare l’indice per prenderti in giro. E poi ride, e con la mimica facciale esprime diversi stati d’animo, cosa che prima non faceva assolutamente”.

Risultati conquistati lentamente che potrebbero andare in fumo se Chiara non venisse stimolata come succede adesso in un centro specializzato come il Santa Lucia – che malgrado i tagli regionali, continua a stare in piedi grazie alla costanza e la volontà di chi ci lavora – e dove in questi giorni Chiara viene addestrata al progetto Sara@t: un sistema con cui potrebbe spostare lei stessa la carrozzina, aprire o chiudere le serrande, accendere e spengere la luce, aprire o chiudere le porte, accendere la TV, un computer, aprire un frigo, indicare i suoi desideri attraverso un sistema di icone con cui si relaziona. Un programma che potrebbe cambiare la sua vita. “La domotica – spiega Pero – è una scienza interdisciplinare per la costruzione di una luogo conforme alle capacità residue, ed è per questo che sarebbe importante che Chiara avesse una casa sua perché lì si potrebbero tarare gli spazi in base ai suoi bisogni. A Casa Iride lei potrebbe sicuramente fare l’addestramento con personale esterno ma poi la prospettiva dovrà essere quella di un domicilio dove possa vivere con un bagno fatto per lei, un letto maggiore del normale, spazi dove si possa muovere anche autonomamente. Una casa che per Chiara dovrebbe essere un luogo ampio, al pian terreno o con un ascensore grande, e spazi in cui si possa fare tutti gli atti quotidiani che a noi sembrano scontati ma che in realtà è difficilissimo riprendere quando si perdono”.

Ma allora chi dovrebbe prendersi carico della Chiara di oggi, scegliendo il meglio per lei affinché questa ragazza di ventun’anni possa avere il diritto a una vita dignitosa con la possibilità di migliorare costantemente la sua esistenza?

Per Barbara Spinelli, avvocata esperta di violenza sulle donne, “Non è sufficiente che l’autore del tentato femmicidio di Chiara sia stato perseguito penalmente, perché lo Stato italiano ha obblighi internazionali precisi in materia di violenza maschile sulle donne che discendono sia dalla ratifica della CEDAW (Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, ndr) che della Convenzione di Istanbul, sia dalle direttive europee, come la 2012/29 sulla tutela delle vittime nel processo penale, che la direttiva 2004/80, sul risarcimento delle vittime di reato. Tra questi obblighi internazionali – continua – vi è anche quello di proteggere le donne da ogni forma di rivittimizzazione e di procurare compensazione alle vittime della violenza maschile sulle donne”.

Un dovere che mette di fronte lo Stato italiano a responsabilità dirette nei confronti di Chiara ma anche di tutte quelle donne che, sopravvissute alla violenza maschile, hanno il diritto di trovare protezione, risarcimento adeguato al danno subìto e reinserimento nella vita sociale: un obbligo che nella Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica), ratificata dall’Italia nel 2013, si chiarisce bene agli articoli 18 (co 3), articolo 22 (co 1) ma soprattutto all’articolo 30 (co 2) in cui si legge chiaramente che “Un adeguato risarcimento da parte dello Stato è accordato a coloro che abbiano subito gravi pregiudizi all’integrità fisica o alla salute, se la riparazione del danno non è garantita da altre fonti, in particolare dall’autore del reato, da un’assicurazione o dai servizi medici e sociali finanziati dallo Stato”.

“In conclusione – spiega Spinelli – è ingiusto e costituisce una violazione dell’obbligo di dovuta diligenza dello Stato, il fatto che Chiara, a differenza di una donna straniera, non possa trovare immediato accesso ai fondi destinati alle vittime di reato, come sta succedendo. Un obbligo di compensazione che non comprende un mero ristoro economico in quanto le istituzioni dovrebbero garantire un accesso agevolato a forme di assistenza psicologica e materiale ai fini della riabilitazione, per consentire la riparazione effettiva di quello che sì è il gesto di un singolo, ma che si inserisce in un contesto di inadeguata prevenzione ed attenzione delle istituzioni al fenomeno della violenza maschile nelle relazioni di intimità, specie quando colpisce persone svantaggiate come Chiara, più vulnerabili e per il cui aiuto dovrebbero esistere protocolli e misure ad hoc”.

Un dubbio supportato dalla necessità di accertare anche se l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine sia stata sufficiente a valutare i profili di rischio connessi alla situazione di Chiara, tanto da far supporre responsabilità che avrebbero potuto forse evitare il tragico evento del 2 febbraio 2014, quando Chiara fu presa a calci in testa dal suo partner fino a spappolare l’emisfero sinistro del cervello.

Massimiliano Santaiti, avvocato di Chiara, spiega che “Prima che la ragazza venisse massacrata, il padre aveva sporto tre denunce: due ai carabinieri per l’allontanamento della figlia, in cui lui stesso indicò come responsabile il Falcioni, e la terza con me in Procura dove nel dicembre 2013 andammo per vedere se i carabinieri avevano aperto un fascicolo sulla ragazza e dove constatammo che non risultava nulla. Una denuncia, fatta direttamente in Procura a integrazione delle altre due, dove elencammo tutti i problemi psichici e fisici di Chiara, compreso il fatto che la ragazza avesse un ritardo mentale e che soffrisse di broncospasmo allegando tutti i certificati medici: una denuncia in cui si dichiarò come Chiara potesse essere in quel momento in grave pericolo di vita ovunque lei si trovasse, e dove fu indicata anche la preoccupante frequentazione con Falcioni, uomo dalle condotte non certo rassicuranti. Denuncia che portò il pm ad aprire un’indagine, delegata però ai carabinieri del posto i quali asserivano che, data la maggiore età della ragazza, non potevano fare nulla”. Tempi poco tempestivi di un’indagine che non evitarono quindi a Chiara di rimanere quasi uccisa dal Falcioni accusato poi di tentato omicidio e maltrattamenti.

Fatti che raccontano come la situazione fosse stata segnalata più volte alle forze dell’ordine e dove, forse, quelle istituzioni che avrebbero dovuto proteggere Chiara, hanno invece mancato per un errato calcolo del fattore di rischio che la ragazza correva. Un errore che lo Stato italiano ripete troppo spesso nella maggior parte dei femmicidi di donne che pur avendo denunciato o segnalato i propri partner non vengono ancora adeguatamente protette nel momento del pericolo, e per questo spesso colpite a morte, e non sono supportate dopo nel caso riescano a sopravvivere, come Chiara Insidioso. Una scarsa attenzione e una valutazione inadeguata riguardo a un fenomeno ampio in Italia, con governi che per contrastare la violenza maschile sulle donne, in questi anni, hanno ratificato la Convenzione di Istanbul senza mai applicarla, legiferato con un pacchetto sicurezza inadatto e aspramente criticato dalla società civile, bloccato i fondi per i centri antiviolenza, e redatto un Piano antiviolenza straordinario confuso e inutile che comunque è rimasto carta morta: tutto questo nella più totale assenza di una ministra delle pari opportunità che potrebbe interloquire con centri antiviolenza e associazioni per trovare soluzioni adeguate.

“Il Follow up sulle situazioni di violenza è fondamentale – dice Spinelli – e se c’è un reato di tentato omicidio e maltrattamento come nel caso di Chiara, lo Stato deve provvedere a reinserire la donna in una vita normale in relazione al suo stato fisico e psicologico, ed è un obbligo non una concessione”. Le 4 P della Convenzione di Istanbul (Prevenzione, Protezione, Perseguimento dei colpevoli e Politiche integrate), prevedono infatti l’obbligo dello Stato che ratifica la Convenzione, a procurare compensazione alle vittime, oltre che il risarcimento del danno, che in questo caso è garantire a Chiara il proseguimento di una vita il più possibile vicina alla normalità in quanto, secondo gli obblighi della dovuta diligenza (articolo 5, comma 2): “Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per esercitare la debita diligenza nel prevenire, indagare, punire i responsabili e risarcire le vittime di atti di violenza commessi da soggetti non statali che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione”.

 

Qui è possibile firmare la petizione per l’appello lanciato da Telefono Rosa per Chiara:

https://www.change.org/p/sig-presidente-della-repubblica-unacasaperchiara

Caro Astrit, questo non è un addio ma un arrivederci

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Astrit Dakli e Luisa Betti

Sono passate 36 ore da quando il medico della clinica dove eri ricoverato, mi è venuto incontro scuotendo la testa con il camice verde stretto addosso. “Astrit è andato”, mi ha detto con un filo di voce, “la situazione era drammatica”. Corro verso il tuo letto in terapia intensiva e trovo te, bianco come uno straccio con quel tubo in bocca, e i monitor che segnano un numero che finora non era mai comparso: lo zero e una striscia lunga, come nei film.

Un colpo atroce, una stilettata al petto e un pensiero: quei 7 anni della mia vita con te tutti davanti ai miei occhi.

Dopo due anni in cui la tua malattia non ci ha lasciato più, buttandoci di colpo in un mare in tempesta, te ne sei andato lasciandomi nel buio della notte con tutti i nostri ricordi accesi come un unico montaggio a colori di una grande storia d’amore in flash back. Una malattia dove abbiamo lottato insieme, come sempre fianco a fianco, senza smettere mai di credere che ancora avevamo una possibilità e apprezzando, in quei momenti, ogni attimo che la vita ci stava regalando insieme. Una malattia che invece di dividerci, come capita a tante coppie fino alla rassegnazione, ci ha uniti ancora di più nelle varie stanze degli ospedali che abbiamo attraversato in questi anni. Ospedali dove medici portavano la nostra coppia da esempio, e dove gli infermieri si commuovevano quando, prima di un intervento, ti preoccupavi di me e non di te. Una malattia che non ti ha mai fatto paura perché sapevi che, insieme, noi potevamo affrontarla ovunque ci avesse portato.

Abbiamo camminato insieme, mano nella mano, in tutte le cose che abbiamo fatto dal primo giorno del nostro amore.

I nostri viaggi in Scozia, in Romania, in Russia, a Lisbona, a Istanbul, a Londra.

Le tante case che abbiamo cambiato.

Gli oggetti scelti insieme, i regali, le dediche.

Con le tue mani bellissime, il tuo volto sorridente, la felicità nei tuoi occhi, ci ricordavamo di quel capodanno a Venezia dove fuggivamo dall’acqua alta per arrivare a stappare la nostra bottiglia al ponte di Rialto o quando ballavi la tecno sul lungo mare a Napoli per festeggiare l’anno nuovo.

Tu Astrit, non eri solo un grande giornalista, un uomo colto e intelligente, tu eri un uomo che nascondeva tanti piccoli tesori e che solo chi sapeva entrare dentro il tuo cuore poteva vedere brillare. Tu sei stato l’uomo che ha saputo ascoltare senza giudizio, senza nessuna competizione, e che sapeva leggere le emozioni altrui più profondamente di quanto facessi trapelare. Tu sapevi ma non dicevi, perché non volevi ferire, mettere in difficoltà, ma eri anche in grado di decidere con molta determinazione senza far pesare la tua autorevolezza. Eri un uomo che sapeva amare senza possesso, senza ripicche, e con grandissima dedizione, tanto che una mia amica oggi mi ha detto: “Astrit era uno dei pochi uomini che una femminista potrebbe scegliere di amare”.

E noi ci siamo amati, compresi, sostenuti reciprocamente come due complici che si ritrovano vita dopo vita, e s’intendono con una sola occhiata. Ci siamo cercati, voluti e desiderati e per il nostro amore abbiamo sfidato cose che altri avrebbero lasciato perdere. Abbiamo faticato per rimanere stretti l’uno all’altro e abbiamo superato ostacoli su cui altri avrebbero inciampato. Abbiamo corso, riso, mangiato, bevuto, visto, guardato, odorato e scoperto luoghi nascosti senza paura. Ci siamo accompagnati nelle vie tortuose perché se uno di noi aveva un problema, l’altro non esitava mai a seguirlo con fiducia: una forza che esce fuori solo se si è una sola cosa.

Ed è così che in 7 anni abbiamo costruito una vita intera.

Noi, Astrit, ci siamo scelti: io per la tua gentilezza, premura, comprensione, e tu per la mia tenacia, determinazione, forza quasi primitiva, una forza che mi ha permesso di strapparti più volte alla morte guardandola dritta negli occhi.

Ci siamo incontrati per amarci e stare insieme nella nostra diversità assolutamente complementare, ed è stato un colpo di fulmine che ci ha legato per non dividerci mai più dal primo momento in cui ci siamo guardati, e questo al di là della vita e della morte.

Per tutti questi motivi, e per molti altri, tu sei sempre accanto a me e nel mio cuore.

E questo, ricorda, non è un addio ma è solo un arrivederci.